Ma Rainey’s Black Bottom, film diretto da George C. Wolfe e disponibile su Netflix dal 18 Dicembre 2020, è tratto dall’omonima pièce teatrale di August Wilson, parte di una raccolta di dieci opere conosciute come Il ciclo di Pittsburgh. Il regista segue le orme di un grande autore che, attraverso le sue opere, voleva indagare le condizioni e l’identità della popolazione afroamericana nel XX secolo, senza alcun freno inibitore.

Ma Rainey’s Black Bottom: la trama

Ma Rainey (Viola Davis) è una nota e affermata cantante, nota come “La madre del blues” che, in un afoso pomeriggio della Chicago del 1927, si trova in uno studio di registrazione assieme alla sua band, per incidere un album di inediti. Attorno alla sua figura gravitano, dunque, gli altri musicisti: il bassista Slow Drag (Michael Potts), il pianista Toledo (Glynn Turman), il trombonista Cutler (Colman Domingo) e il trombettista Leeve (Chadwick Boseman), che ambisce a formare una propria band e svecchiare la musica blues – desiderio di cui dà prova mettendo a punto una nuova versione di Ma Rainey’s Black Bottom, storica canzone della madre del blues. Durante la sessione di registrazione verranno fuori tutte le discrepanze e le paure di un popolo che per anni ha subito il razzismo e la tirannia dei bianchi.

Dialoghi come armi da usare in un campo di battaglia infuocato

Il film di Wolfe si sofferma non tanto sulla vicenda biografica della madre del blues, quanto piuttosto tende ad analizzare implicitamente il contesto specifico e la posizione sociale degli afro-americani nel XX secolo. La pellicola mantiene l’impianto teatrale originale, ambientando tutta la storia all’interno di una sala di registrazione gestita da produttori bianchi, dove Ma Rainey si trova per incidere il pezzo del film: da qui si dipartono poi le sottotrame portanti della narrazione. La macchina da presa esamina unicamente lo studio di registrazione, per aumentare la tensione sia in noi spettatori che tra i protagonisti, animati da un mix emotivo incandescente, che sconfina in scontri verbali e fisici, che metteranno in subbuglio gli equilibri della band.

Ma Rainey’s black bottom mette in primo piano scambi di dialogo brillanti, arguti e senza freni inibitori. I personaggi si fanno conoscere tramite le interazioni con l’altro, in cui emergono verità scomode e traumi di un passato all’interno di anime all’apparenza inscalfibili, ma che ci dimostrano tutte le loro fragilità. Viene concesso loro uno spazio per potersi rendere portavoce di un’incomunicabilità pervasiva e straziante.

La frammentazione interna al gruppo dei musicisti mette in primo piano una disgregazione comune interna alla comunità nera; la mancanza di esperienze collettive per potersi sentire parte di una comunità nei primi anni ’20 dà voce ad universi individuali spesso in contrasto tra loro, da cui emergono ambizioni, punti di vista e traumi del passato singolari, sotto l’occhio dello sguardo tutelare dei produttori discografici bianchi. Abbiamo poi il rapporto di natura economica che costringe l’afroamericano tra l’accettazione di un ruolo subordinato (Leeve e il resto della band) -che grida però disperatamente libertà- e la lotta costante per difendere la propria dignità artistica e personale (Ma Rainey), amaramente consapevoli di venire sempre beffati, come ci svela l’amaro finale.

La traccia musicale della pellicola è opera di  Branford Marsalis, noto sassofonista jazz, e deve tenere testa al talento sovrastante di un cast eccezionale, che cattura prepotentemente la scena. Altra nota di merito della pellicola sono i costumi, la scenografia e il lavoro di make-up: categorie in cui, non a caso, la pellicola si è aggiudicata tre nomination agli Oscar 2021, oltre a quelle principali di Miglior Attore e Migliore Attrice Protagonista.

Ma Rainey's Black Bottom

Due performance staordinarie da parte di Viola Davis e Chadwick Boseman

Protagonisti indiscussi della pellicola sono il compianto Chadwick Boseman, che ci regala un’ultima, stellare performance, e Viola Davis, che si riconferma attrice eclettica, catalizzatrice indiscussa dell’attenzione registica, nelle vesti di questa peculiare personalità. Ma Rainey è star assoluta, esuberante ed eccessiva nei comportamenti, che richiede un controllo quasi dispotico sulla sua carriera. E’ completamente distaccata dal resto del gruppo, come messo in evidenza anche dalle scelte registiche e di fotografia. Le richieste esagerate e i capricci di Ma Rainey sono in realtà l’unico appiglio a cui tenersi stretta, per non essere del tutto un burattino nelle mani del suo agente bianco. In un monologo piuttosto intenso, l’artista afferma che il pubblico bianco si interessa solo alla  sua voce, non alla vera personalità dell’artista, rendendola quindi quasi paragonabile a una prostituta, pagata per il servizio offerto.

Chadwick Boseman propone un’interpretazione stellare, che fa leva su battute affilate e provocatorie.Leeve è un personaggio scanzonato, irriverente, piuttosto conscio delle proprie potenzialità. Anche Boseman ci regala un monologo impeccabile sul ruolo di Dio nei confronti delle I dialoghi e gli scambi di battute in Ma Rainey’s Black Bottom hanno sempre uno scopo preciso, non sono mai ridondanti, bensì motore di azione. Lo studio di registrazione diventa luogo di perdizione e confessione al tempo stesso, dal quale risulta difficile trovare una via d’uscita: è un contenitore di emozioni totalmente contrastanti tra di loro, che rivelano tutte le sfaccettature caratteriali dei personaggi. Frustrazione, rabbia repressa, confidenze silenziose o urlate e richieste d’aiuto: l’incisione del disco viene quasi totalmente oscurata rispetto alle tematiche che derivano dalle esternazioni dei personaggi.  Anche Boseman ci regala un monologo impeccabile sul ruolo di Dio nei confronti delle persone di colore, in cui si interroga se esista o meno una giustizia divina anche per chi è inevitabilmente posto in una condizione di reietto nella società.

Anche la scelta degli altri membri del cast si rivela particolarmente azzeccata: ogni personaggio si mette sotto i riflettori in un qualche punto della narrazione, rivelandoci un ricordo, un fatto che funge da spunto per allargare la discussione e renderla universale, interrogandoci sulla posizione sociale di un’intera comunità all’epoca.

E in mezzo al turbinio di emozioni e confessioni conservati dentro allo studio di registrazione, c’è un unico filo conduttore: il blues, espressione intrinsecamente afroamericana della vita che, se non vissuta, non può essere espressa: “La vita parla con il blues. Non si canta per star meglio. Si canta per capire la vita”, dice Ma Rainey. L’arte è si, anche commercio, ma il suo senso profondo non potrà mai essere acquistato.