Non credo in niente: recensione del film di Alessandro Marzullo

In sala a Settembre

Non credo in niente recensione

Il viaggio notturno nell’anima di quattro ragazzi alla soglia dei trent’anni che non vogliono rinunciare alle proprie passioni, nonostante il loro progetto di vita stia prendendo una direzione diversa da quella che speravano. Non credo in niente di Alessandro Marzullo, primo lungometraggio del regista, è stato presentato al Pesaro Film Festival fuori concorso nella sezione Esordi Italiani.

Un film ambizioso che gioca proprio con questo concetto mettendo in scena le storie di quattro giovani adulti alla soglia dei trent’anni. Un film che ha tante ispirazioni da Rossellini in Italia a Wong Kar Wai a Hong Kong ma che si insedia a Roma che fa da sfondo a questo racconto complicato di una generazione fatta di contraddizioni e complessità. A settembre al cinema Non credo in niente è interpretato da Demetra Bellina, Giuseppe Cristiano, Renata Malinconico, Mario Russo, Lorenzo Lazzarini e Gabriel Montesi.

Non credo in niente, la trama

Quattro storie che non si intrecciano mai. Una Roma notturna che li culla con il suo assordante silenzio. Anche se non si incontrano mai, questi giovani adulti hanno una cosa in comune: la vita li ha spezzati, sono delle anime in pena in cerca di un destino che sembra troppo lontano e irraggiungibile. Il paninaro di fiducia dove si rifugiano (interpretato da Lorenzo Lazzarini) è il loro confessionale, una specie di psicologo non convenzionale. Perché Non credo in niente vuole anche essere un manifesto di una intera generazione. 

Quattro scenari diversi ma simili nella complessità di Non credo in niente: una ragazza (Demetra Bellina) con la passione per il canto, per la musica, che rigetta il silenzio, “è come un enorme martello pneumatico”. Lei balla, canta, sente la musica dentro di sé. Un ragazzo (Giuseppe Cristiano) che invece nuota nel silenzio. Lo fa suo, forse troppo. Rifugiandosi in una corazza da bello e dannato ma racchiuso in un senso di insoddisfazione nei confronti della vita e delle relazioni.

Gli altri due personaggi di Non credo in niente sono la coppia tormentata (Renata Malinconico e Mario Russo): sentendo il peso di una vita insieme futuro, fatta di aspettative e di obiettivi da raggiungere insieme. Due musicisti perfezionisti che fanno ricadere sulla solo relazione la contraddizione dei loro pensieri. La loro musica insieme non funziona perché distratti dalla stessa vita che li ha inghiottiti.

Il disagio generazionale

Il senso di libertà di guadare fuori da un finestrino mentre l’aria di una Roma notturna si fa largo tra i capelli. Quell’ingenuità di un ballo con la tua compagna, improvvisato, in mezzo a delle scale con solo un lampione a illuminarvi. Fanciullezza e spensieratezza: due cose che i protagonisti di Non credo in niente ricercano. 

Non riuscendo le più a trovare sia nelle relazioni che nell’ambito lavorativo iniziano a vivere di sogni disillusi. Sogni di relazioni proibite, sogni di canzoni improvvisate, sogni cantati in un bar. La disillusione di un disagio da parte di una generazione che non ha ancora capito cosa fare ne come affrontare la vita perché non crede più in niente. Non si crede più ai sogni perché tanto li raggiungono sempre di se stessi ma arriva il consiglio del saggio paninaro, al quale è affidata la coscienza del film “La Dolce Vita arriverà anche per te”.

Una Roma che si fa protagonista di queste disillusioni, della bruttezza e della poesia. Del disincanto di una città troppo grande ma solo per i prescelti. Una città che “puzza” del sudore di quella generazione che si fa in quattro per avverare i suoi sogni. Roma, con le sue mille contraddizioni, diventa la portavoce di questi protagonisti di Non credo in niente che racchiudono proprio una infinità di contraddizioni.

Lieto fine?

Non credo in niente, una storia che si rincorre e che talvolta sconnessa e assente rispecchia tutto quello che i protagonisti stanno provando. L’assenza di una prospettiva futura, di rinnegare i famosi “concorsi” e la parvenza di stabilità. Una narrazione volutamente frammentata che sul finale trova il suo emblematico lieto fine, se così possiamo chiamarlo. Dalla contraddizione nascono delle domande, il mettersi in gioco, nasce quindi una reazione.

Reagire a una vita che non ti da certezze, cercando di costruirtele. Dare voce alla desolazione dei pensieri interrogandoci su quello che più ci fa stare bene. E se il silenzio non è tra questi rifugiarsi dove si balla, si canta, si ride. Non credo in niente, ma alla fine forse si.