ritorno al bosco dei 100 acri

Ritorno al Bosco dei 100 Acri (in originale, semplicemente Christopher Robin) è la prova ennesima del percorso intrapreso con intelligenza dalla Disney per quanto riguarda la serie di adattamenti in live action di celebri film d’animazione e storie appartenute ad un’altra generazione di spettatori. l’intenzione è sempre stata – fin dall’Alice in Wonderland di Tim Burton datato 2010 – individuare un nuovo tipo di pubblico e linguaggi contemporanei ad esso, sfruttando le ultime tecnologie senza danneggiare la magia pura del racconto, la bellezza delle favole e l’universalità dei temi offerti.

Per usare un’espressione tanto in voga in ambito culinario, qui stiamo parlando di un cinema tradizionale che però guarda al futuro re-interpretando il modo in cui il messaggio viene comunicato; da questa idea nasce il revisionismo della Bella Addormentata nel Bosco attuata da Maleficent (non del tutto riuscito, ma coraggioso), la modernizzazione del classico con la Cenerentola di Kenneth Branagh, la lettura dark e più politica de Il Libro della Giungla di Jon Favreau.

Lo scorso anno la 20th Century Fox aveva involontariamente consegnato il capitolo prequel di Ritorno al Bosco dei 100 Acri, sulla creazione dei personaggi di Winnie The Pooh da parte dello scrittore inglese Alan Alexander Milne per suo figlio Christopher Robin (la pellicola vedeva nel cast Domhnall Gleeson e Margot Robbie), mentre ora la Disney – proprio per onorare le correnti di “cambiamento” e novità – capovolge la linea narrativa partendo si dall’infanzia del piccolo Christopher, ma catapultandosi subito nel grigiore della vita adulta e di una Londra mai così uggiosa nell’immaginario storico della casa di Topolino.

Ritorno al Bosco dei 100 Acri

Per farlo chiama a rapporto un team di eccellenze creative, il che non è scontato, da Jon Brion alle musiche (di recente ha firmato la colonna sonora di Lady Bird), passando per Tom McCarthy (Oscar per Spotlight) e Alex Ross Perry (geniale esponente del movimento mumblecore americano) alla sceneggiatura, affidando il timone dell’operazione al regista Marc Foster che dirige sulla falsa riga del realismo fantastico di Neverland aiutato dall’ottima fotografia di Matthias Koenigswieser. Completano l’ensemble un perfetto Ewan McGregor, tuttavia presenza ingombrante in un film dove i veri protagonisti potevano essere l’orso golosissimo di miele e i suoi amici, e la sempre meravigliosa Hayley Hatwell.

Lasciata da parte l’iniziale malinconia, che era invece il carattere dominante di Alla ricerca di Christopher Robin, il film impasta il suo dolce percorso trattando temi come la perdita dell’innocenza e il desiderio di tenere aperta una finestra sull’immaginazione, laddove le responsabilità dell’essere adulti e genitori si scontrano con un’epoca di transizione (il post seconda guerra mondiale) e si trasformano nelle difficoltà di dialogo con le prossime generazioni. Senza dimenticare il senso del gioco, di cui Ritorno al Bosco dei 100 acri è l’espressione più pulita, divertente e anche amara, quando vuole.

Ritorno al Bosco dei 100 Acri – trailer