The Lobster

The Lobster: Interno giorno, un uomo insieme al suo cane entra in un albergo e si appresta ad effettuare il check-in. Tutto intorno c’è però un’aria strana, ovattata: è un luogo destinato a gente non accoppiata, non più sposata per scelta o per fatalità. Una volta entrato in possesso della propria camera singola con vista, ha i giorni contati per trovare – all’interno della struttura – un’anima gemella con cui avere un elemento fondamentale in comune (sia questo un difetto fisico, il carattere o un vizio). Al termine del periodo canonico, nel caso in cui non trovasse una compagna con cui stare verrebbe trasformato in un animale a sua scelta (il cane che sta con lui in effetti non è che il fratello…).

Siamo appena finiti, insieme al protagonista del film, in un luogo assurdo quanto surreale, la piccola parte di un mondo all’interno del quale il singolo è considerato un oggetto inutile, inerme, con un solo scopo preciso nella sua vita: trovare un compagno o una compagna e vivere la sua vita nel modo più standard possibile. Chi trasgredisce e vive in società senza i documenti di matrimonio, viene recluso secondo il protocollo che abbiamo descritto appena sopra. Quello di Yorgos Lanthimos è un viaggio all’interno della follia più disperata, nonostante l’estrema ironia del linguaggio e della messa in scena. Guardando il tutto dall’alto, sembra quasi di assistere a una nuova La Grande Abbuffata, laddove al contrario del ritrovo bulimico viene punita la solitudine e la relativa paura collegata. Certo con la grande differenza che nel film di Marco Ferreri era una punizione inflitta con consapevolezza, in The Lobster si è costretti da un famigerato governo difensore della famiglia. Poco importa poi se quest’ultima è forzata, finta o di facciata, l’importante è che esista e prenda le sembianze dell’ossessione.

The Lobster, il film

Un’ossessione che – esattamente come nel meccaninismo garroniano de Il Racconto dei Racconti – genera ovviamente conflitti irreversibili, quando portata all’eccesso. La scrittura è talmente esagerata che si parte ridendo con gusto dinanzi alle disgrazie dei personaggi, incastrati in siparietti ricchi di humor britannico, ma andando avanti con la visione ci si accorge di quanto sia tragico il vicolo cieco all’interno del quale ci si sta chiudendo, e anche la voglia di sorridere passa completamente. Dopo una prima parte più goliardica, si vola verso una seconda da guardare con le mani sugli occhi, poiché ogni speranza è lentamente strozzata alla radice.

The Lobster

Lo schianto finale di The Lobster è poi fragoroso, un inno all’amore – quello vero, adesso – silenzioso e sofferto che rende altissimo ogni piccolo gesto. Colin Farrell è clamoroso e anche fisicamente provato (sembra la nemesi tragica del panzuto Joaquin Phoenix in Irrational Man di Woody Allen), insieme a Rachel Weisz, John C. Reilly e una spietata Léa Seydoux comanda un Dream Team di assoluta qualità. Interpreti di una favola oscura pregna di umorismo nero che lancia frecciate al bigottismo, al controllo mediatico, al pensiero indotto, provando ad elevare la libertà arbitraria dell’individuo. Tutto senza trascurare l’aspetto visivo del film: il lavoro del direttore della fotografia Thimios Bakatakis è spettacolare e priva luoghi e persone di qualsivoglia colore saturo, così come gli eventi fanno con l’anima e la scelta.