Youth - La Giovinezza

Prima di ogni cosa, prima del rimorso e del rimpianto, della consapevolezza e della redenzione, del cinismo e i capelli bianchi, vi è un unico, irripetibile elemento astratto che scorre nelle vene di tutti: Youth – La Giovinezza. Un fulmine che ci esplode nelle mani cogliendoci sempre impreparati, come diventare padri, iniziare un nuovo lavoro, essere in piena forma anche in età avanzata, quando quasi si vorrebbe abbracciare la malattia per sentirsi umani e simili agli altri. Nella sorpresa, tutto ci appare vicino, raggiungibile distendendo le braccia, e ci scopriamo impazienti di incontrare il nostro futuro. In realtà, invecchiando, la vista si fa più sfocata e gli oggetti, gli ambienti, i volti, più lontani, relegati nel limbo dei ricordi sospesi.

 
 

A diventare più nitide sono soltanto le occasioni perdute, il tempo regalato alle persone sbagliate, l’amore non condiviso, frammenti che prendono forma e sembianza della nostra stessa solitudine. Paolo Sorrentino abbandona il cinismo e lo sfarzo di facciata de La Grande Bellezza per intraprendere un viaggio intimo, profondo e doloroso alla ricerca della vita e la sua essenza. Un’esperienza universale e nostalgica che fuoriesce dallo schermo e va a cercare lo spettatore fra le poltrone della sala per scuoterlo, per raccontargli come ogni capitolo della vita può sempre avere un epilogo scritto di nostro pugno. Il radicato pessimismo del film precedente è sorprendentemente messo da parte, il regista italiano compie un percorso inverso e anziché mostrare l’arresa definitiva prende coscienza del contrario, aprendosi all’ironia e alla vera, grande bellezza dell’essere al mondo.

Youth - La Giovinezza

Michael Caine si imbarca nel progetto della vita e mette a segno un’interpretazione magistrale, commovente, misurata e di immenso spessore, certo incompleta; è l’amico Harvey Keitel che chiude il cerchio, incarnando contrasti e contrari come in uno specchio capovolto. Ai loro piedi una Rachel Weisz romantica e delicata, un Paul Dano cinico e possente, una Jane Fonda scatenata ed energica che vende il suo personaggio al Diavolo. Chi invece più si avvicina alla controparte divina, a Dio, è Luca Bigazzi, che con la sua fotografia eleva luoghi, non-luoghi e metafore ad un livello superiore, ultraterreno.

La sua precisione chirurgica, i suoi colori, i movimenti di macchina e i dipinti a camera fissa amplificano i sentimenti del sottotesto trasformando Youth e il suo regista padroni indiscussi dell’estetica. Un’estetica complicata che più toglie alle inquadrature, più aggiunge al significato, un metodo paradossalmente più lineare e meno celebrativo di quanto visto fra le strade immortali di Roma e i fenicotteri sui tetti. Qui, adesso, fra le vette più alte della nostra maturità, vi sono solo vacche. Grezze e imponenti, sporche e rumorose, brutte e sciocche. Animali semplici, come tante e tante azioni della nostra vita che presto potrebbero diventare i nostri veri, autentici capolavori.