La nuova serie Young Sherlock, prodotta per Prime Video e diretta da Guy Ritchie, punta a distinguersi nettamente dalle precedenti incarnazioni televisive e cinematografiche del celebre detective. A differenza della versione con Benedict Cumberbatch, nota per l’uso massiccio di effetti visivi per rappresentare la mente analitica di Holmes, il nuovo progetto sceglie un approccio più semplice e “analogico”.
La serie racconta la storia di uno Sherlock Holmes diciannovenne, interpretato da Hero Fiennes Tiffin, coinvolto in un caso di omicidio a Oxford che mette a rischio la sua libertà. Il suo primo incarico, affrontato con imprudenza, lo conduce a scoprire una cospirazione di vasta portata destinata a cambiare per sempre il suo destino.
A spiegare la filosofia visiva della serie è stato lo showrunner Matthew Parkhill in un’intervista a ScreenRant. Confrontando il nuovo progetto con la serie Sherlock con Cumberbatch, Parkhill ha chiarito la volontà di ridurre l’uso di VFX per entrare nella mente del protagonista in modo più “artigianale”.
“Quando guardi lo Sherlock con Benedict Cumberbatch, la sua immaginazione era rappresentata con un uso molto massiccio di effetti visivi, anche perché all’epoca era una novità tecnologica. Oggi però siamo in un’epoca in cui c’è un eccesso di VFX, e noi volevamo fare qualcosa di più analogico, più tradizionale. Quasi tutto il ‘mind palace’ è girato in macchina da presa. Ci sono effetti, ma la maggior parte è realizzata con soluzioni classiche: inquadrature studiate, movimenti di camera, giochi di montaggio.”
Nessun prequel di Robert Downey Jr.: una nuova identità per Sherlock
La volontà di differenziarsi non riguarda solo l’estetica, ma anche la collocazione narrativa del progetto. Parkhill ha precisato che Young Sherlock non è in alcun modo un prequel dei film diretti da Ritchie con Robert Downey Jr. e Jude Law.
“Non è un prequel. È stata una delle prime cose che io e Guy abbiamo chiarito. Questo Sherlock non crescerà per diventare Robert Downey Jr. Volevamo creare qualcosa che avesse un’identità autonoma, un mondo proprio.”
La serie è adattata dai romanzi Young Sherlock Holmes di Andrew Lane, e non direttamente dalle opere di Arthur Conan Doyle. Questo consente una maggiore libertà narrativa, compresa la rilettura di alcuni elementi iconici del mito holmesiano. Tra le scelte più sorprendenti, la trasformazione di James Moriarty — tradizionalmente nemico giurato del detective — in un amico e alleato durante la giovinezza.
Anche sul piano stilistico, la produzione ha inizialmente sperimentato un impianto più elaborato, con lenti anamorfiche e un utilizzo più marcato di effetti digitali, ma in fase di post-produzione ha progressivamente semplificato l’impianto visivo. “Abbiamo iniziato con molti più effetti”, ha spiegato Parkhill, “ma li abbiamo ridotti sempre di più, fino ad arrivare a qualcosa di incredibilmente semplice.”
L’obiettivo, secondo lo showrunner, è mantenere lo spettatore costantemente coinvolto, evitando soluzioni ripetitive. In alcuni episodi compaiono persino animazioni che richiamano il disegno a matita, in un’idea che il team ha sintetizzato così: “Come sarebbero stati gli effetti visivi nel 1871?”
Young Sherlock debutta il 4 marzo su Prime Video, proponendo una versione più giovane, istintiva e meno codificata del celebre detective. Una scelta che mira a restituire freschezza a un personaggio tra i più adattati della storia della letteratura e dell’audiovisivo.
