“Cime Tempestose”: le differenze tra il film di Emerald Fennell e il romanzo di Emily Brontë

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Fin dalla prima folata di vento sulla brughiera, è chiaro che questo “Cime Tempestose”, dal 12 febbraio nelle nostre sale distribuito da Warner Bros, non è l’Heights di un tempo, ma una visione alterata, a metà strada tra sogno e stato febbrile, dove l’amore arde luminoso e muore giovane, e le generazioni che un tempo seguivano vengono inghiottite interamente dal silenzio. La versione del 2026 di Emerald Fennell dell’immortale tragedia di Emily Brontë, con Margot Robbie nel ruolo di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quello di Heathcliff, non si limita ad adattare il romanzo: lo distilla.

Del romanzo rimane la tempesta di Cathy e Heathcliff; viene scartato il lungo regolamento di conti che Brontë dispiega con spietata pazienza. Riducendo la storia alle sue passioni più febbrili, il film rimodella il significato stesso del finale. Dove il romanzo parla di eredità, vendetta e pace inquieta, il film si arresta al crepacuore e, così facendo, altera l’anima della vicenda. Attraversiamo dunque entrambe le brughiere e osserviamo ciò che è andato perduto, ciò che è stato trasfigurato e ciò che, forse, è stato tradito.

Cortesia Warner Bros Discovery

Un racconto un tempo narrato due volte, ora raccontato una sola

Il romanzo di Brontë è incorniciato dalla distanza e dal ricordo. Il lettore entra per la prima volta a Wuthering Heights attraverso gli occhi del signor Lockwood, un estraneo il cui disagio rispecchia il nostro. Il suo incontro con gli abitanti cupi della casa — un servo dal carattere aspro, una giovane donna riservata e pungente, un ragazzo rozzo — prepara il terreno alla memoria spettrale che segue. Attraverso il lungo racconto della governante Nelly Dean, il passato si dispiega come una tempesta ricordata. Il film ignora tutto questo.

Non c’è Lockwood a restare attonito sulla soglia. Nessuna notte bloccata dalla neve, nessun graffiare disperato alla finestra, nessuna apparizione spettrale a introdurre la tragedia. La storia non è più un racconto trasmesso da una voce all’altra; è immediata, non filtrata, priva di quella sensazione ossessiva di retrospezione. Abbandonando la narrazione stratificata, il film rinuncia all’idea che questa vicenda marcisca e riecheggi nel tempo. Non è più un’eredità di sofferenza, ma una calamità isolata. Nel disegno di Brontë il passato sanguina nel presente. Nella visione di Fennell, il passato si consuma da sé.

Earnshaw trasformati e stirpi cancellate

Nel romanzo, la casa degli Earnshaw è un crogiolo di rivalità. Catherine non è figlia unica: ha un fratello, Hindley, la cui gelosia e crudeltà alimentano l’amarezza di Heathcliff. Il padre, pur con i suoi difetti, mostra bontà verso l’orfano che porta a casa da Liverpool. È Hindley a degradare Heathcliff, a picchiarlo, a ridurlo in servitù dopo la morte del padre. Nel film questa crudeltà cambia volto.

Catherine (Margot Robbie) è figlia unica. Hindley, con la moglie Frances e il figlio Hareton, non esiste. È il padre Earnshaw (interpretato da Martin Clunes) a diventare il tiranno, colpendo Heathcliff (Jacob Elordi) e umiliandolo. La fonte dell’umiliazione di Heathcliff si modifica: nel romanzo nasce dalla rivalità fraterna e dal risentimento di classe incarnato da Hindley; nel film discende direttamente dalla brutalità patriarcale.

Questo mutamento semplifica il panorama morale. La discesa di Hindley nel vizio e nel gioco d’azzardo, fondamentale per la futura vendetta di Heathcliff, viene eliminata. L’intricata rete di decadenza familiare è recisa di netto. Senza Hindley non può esserci Hareton; senza Hareton, il futuro di Wuthering Heights svanisce. Il mondo di Brontë è fatto di legami aggrovigliati e conseguenze generazionali. Quello del film è più stretto, più solitario. Conosce solo tre cuori principali, e quando uno smette di battere, la storia finisce.

Cortesia Warner Bros Discovery

I Linton reinventati e la vendetta attenuata

Nel libro, l’episodio in cui Catherine e Heathcliff spiano i Linton è decisivo. Lei viene aggredita dal cane; viene accolta e raffinata; lui viene allontanato e umiliato. Questo approfondisce il divario tra loro. Più tardi, Hindley ed Edgar Linton deridono Heathcliff, alimentando il suo voto di vendetta.

Il film riduce l’incontro a una scena più intima. Catherine è sola quando viene scoperta. Scivola con la gamba; Edgar la afferra. La violenza del cane, l’autorità genitoriale dei Linton e l’umiliazione sociale inflitta a Heathcliff sono attenuate o eliminate. Il commento sul ceto e sulla classe, così penetrante nel romanzo, quasi scompare nell’adattamento.

Nel testo di Brontë, la vendetta di Heathcliff è metodica. Torna ricco e sfrutta la dipendenza di Hindley dal gioco fino a ipotecare Wuthering Heights. Corteggia Isabella Linton per ferire Edgar e Catherine. Ordisce matrimoni per assicurarsi proprietà ed eredità. La sua vendetta è fredda come il vento che spazza la brughiera.

Nel film, queste strategie si dissolvono nell’ombra. Heathcliff ritorna e ottiene Wuthering Heights, ma manca l’ingranaggio accurato della sua ritorsione. Nessuna rovina elaborata di Hindley, nessun figlio Linton come pedina. La narrazione della vendetta, così centrale nella seconda parte del romanzo, si placa. Heathcliff appare meno architetto della distruzione e più amante tragico sconfitto.

Cortesia Warner Bros Discovery

Una stanza rosa e una furia attenuata

Impossibile ignorare le audaci scelte estetiche del film. La camera di Catherine, immaginata in tonalità rosa confetto e concepita in armonia con l’incarnato di Margot Robbie, contrasta nettamente con l’austera penombra associata al romanzo. Dove Brontë evoca interni ombrosi e spogli, il film osa morbidezza e artificio.

Anche il personaggio di Nelly cambia. Nel film è una serva solida, sebbene imperfetta, talvolta invadente ma radicata nella realtà. Nel romanzo ha un’aura più ambigua, quasi complice delle miserie che racconta.

Il film indulge inoltre in una sensualità appena accennata nelle pagine di Brontë. I baci si prolungano. Gli abbracci si susseguono. La passione tra Catherine e Heathcliff è resa con abbondanza corporea, mentre nel romanzo la potenza risiede nell’intensità del sentimento espresso più attraverso parole e gesti che attraverso la carne. Amplificando l’elemento sensuale, il film rende l’amore immediato e tangibile, forse a scapito della sua selvaggia contenutezza.

La questione dell’aspetto di Heathcliff

Tra le modifiche più discusse vi è la scelta di Jacob Elordi come Heathcliff. Nel testo di Brontë, Heathcliff è descritto come dalla pelle scura, di origine ambigua e forse straniera, paragonato a uno zingaro, forse proveniente da terre lontane (storicamente, potrebbe avere plausibilmente origini indiane). Il suo essere estraneo non è solo sociale ma anche etnico, sottolineando l’alienazione all’interno della famiglia Earnshaw e della comunità.

La scelta del film ha suscitato accuse di “sbiancamento” di un personaggio la cui alterità è fondamentale per l’esplorazione del pregiudizio. Riducendo questo aspetto, l’adattamento attenua la riflessione del romanzo sull’esclusione. Heathcliff diventa meno l’estraneo permanente segnato dalla differenza visibile e più l’eroe romantico tormentato dai tratti familiari. Così il commento su casta ed emarginazione si affievolisce.

Cortesia Warner Bros Discovery

Un finale reciso: morte senza conseguenze

Qui sta il cuore della questione. Nel film, Catherine muore prima di avere figli. Heathcliff resta, devastato e desolato. La storia si chiude sul suo dolore. Nessun erede, nessuna seconda generazione, nessun lento dispiegarsi delle conseguenze nel corso dei decenni. Il sipario cala sulla perdita.

Nel romanzo, Catherine muore dopo aver dato alla luce una figlia, Cathy. Da lei nasce la seconda metà della vicenda. Isabella partorisce un figlio malaticcio di Heathcliff. Hareton, figlio di Hindley, cresce rozzo e incolto sotto il dominio di Heathcliff. Con crudeltà calcolata, Heathcliff intreccia i destini di questi giovani per possedere sia Wuthering Heights sia Thrushcross Grange, dei Linton.

Gli anni passano. Cathy e Hareton, inizialmente estranei e risentiti, giungono infine alla tenerezza. Lei gli insegna a leggere; lui recupera dignità. Nella loro unione risiede una fragile redenzione che sorge dalle macerie delle passioni dei padri. Heathcliff, perseguitato dal ricordo di Catherine, si consuma e muore nella sua vecchia stanza. Le proprietà vengono restaurate. Le brughiere sussurrano di fantasmi in pace.

Brontë non conclude con la sola morte, ma con una restaurazione inquieta. L’amore, corrotto in una generazione, trova espressione più mite nella successiva. Il film abbandona del tutto questo arco. Fermandosi alla morte di Catherine e al dolore di Heathcliff, trasforma una saga di eredità in una tragedia di devozione esclusiva. Nessuna Cathy ad addolcire il lascito, nessun Hareton a reclamare Heights, nessun accenno al fatto che il tempo possa temperare l’ira. La brughiera resta sospesa nel lutto, non nel rinnovamento.

Cosa si guadagna e cosa si perde?

Concentrandosi sulla prima metà del romanzo, il film intensifica l’immediatezza. L’amore tra Catherine e Heathcliff diventa l’unico sole attorno a cui tutto ruota. Per chi privilegia la loro storia sopra ogni cosa, questa scelta può apparire potente e pura. Eppure qualcosa di profondo viene sacrificato.

Il genio di Brontë non consiste solo nel ritrarre un amore feroce come il fulmine, ma nel tracciarne gli effetti rovinosi attraverso le generazioni. Scrive di proprietà e orgoglio, di confini sociali e vendetta, di figli che portano il peso dei peccati dei genitori. Il suo finale suggerisce che, sebbene la passione possa devastare, il tempo e l’umiltà possano ancora guarire.

Il film, al contrario, sceglie la ferita eterna invece della lenta ricucitura. Ci lascia con un Heathcliff non redento, una Catherine non redenta, e un mondo in cui la violenza dell’amore non ha contrappeso. I fantasmi possono ancora vagare, ma non vi sono cuori vivi a rimettere ordine nella casa.

Cime tempestoseUna brughiera reinventata

Il “Cime Tempestose” di Emerald Fennell è visionario a suo modo, audace nei colori, fervido nella sensualità, e disposto a ridurre una narrazione ampia al suo nucleo più incendiario. La Catherine di Margot Robbie brucia di tragico ardore; l’Heathcliff di Jacob Elordi medita in intensa ferita. La loro unione non è una leggenda distante, ma una conflagrazione immediata.

Tuttavia, scambiando ampiezza con concentrazione, l’adattamento rimodella il significato di Brontë. Il romanzo si chiude con tombe affiancate, con proprietà restituite, con giovani amanti che progettano un futuro più dolce. Parla, nella sua cupezza, di cicli compiuti e tempeste placate.

Il film termina ancora nella tempesta. E così la domanda resta sospesa come nebbia sulla brughiera: “Cime Tempestose” è la storia di un amore che ha distrutto tutto, o di un mondo che, spezzato, si è lentamente ricomposto? Brontë risponde con la continuità. Fennell risponde con la frattura.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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