Nel raffinato e magnetico Fatherland, il regista polacco Pawel Pawlikowski firma quello che, dopo Ida e Cold War, sembra il nuovo capitolo di una vera e propria trilogia.
I film di questa serie non ufficiale sono molto diversi tra loro, ma condividono legami evidenti. Tutti sono ambientati nell’Europa della Guerra Fredda; tutti affrontano temi politici e storici di enorme peso; tutti sono costruiti attraverso immagini in bianco e nero rigorosamente composte e di grande eleganza visiva, che Pawlikowski, formatosi come documentarista, monta con la precisione geometrica di un raffinato volume fotografico. E ciascuno, nella sua severa essenzialità monocromatica, appartiene a quel cinema d’autore che sembra nato anche per conquistare premi (Ida vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 2013, mentre Cold War ottenne tre nomination agli Oscar nel 2018, inclusa quella per la miglior regia).
Anche quest’anno Cannes ha accolto con entusiasmo Pawlikowski: il regista e il cast di Fatherland hanno ricevuto una standing ovation di quattro minuti e mezzo all’interno del Grand Théâtre Lumière del Palais. “Grazie mille, spero che almeno la metà di voi lo pensasse davvero,” ha scherzato Pawlikowski commentando l’accoglienza.
La trama di Fatherland: un viaggio nel cuore ferito dell’Europa
Ambientato nel 1949, pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Fatherland segue il ritorno in Germania dello scrittore Thomas Mann e di sua figlia Erika, dopo un lungo esilio negli Stati Uniti iniziato con l’ascesa del nazismo. Acclamato come una figura morale e culturale sia dalla Germania Ovest sia da quella Est, Mann intraprende un viaggio tra le due nazioni ormai divise dalla Guerra Fredda, mentre Erika osserva con crescente disillusione un paese ancora incapace di fare davvero i conti con il proprio passato.
Quando arriva la notizia del suicidio di Klaus Mann, figlio di Thomas e amatissimo fratello di Erika, il viaggio assume una dimensione ancora più dolorosa e intima. Padre e figlia, legati da un rapporto freddo e complesso, si confrontano non solo con il lutto, ma anche con le ferite morali lasciate dal nazismo, con il peso della memoria e con le nuove forme di totalitarismo che stanno emergendo nell’Europa del dopoguerra. Tra conferenze pubbliche, tensioni familiari e incontri carichi di significato simbolico, Pawlikowski costruisce un dramma elegante e malinconico che riflette sulla possibilità, forse impossibile, di redenzione personale e collettiva.
Fatherland è un film incisivo e ambizioso che vuole mettere a nudo l’anima lacerata della Germania dopo la Seconda guerra mondiale. È anche un ritratto dei demoni familiari e della celebrità letteraria. Il fascino sobrio e quasi naturale del cinema di Pawlikowski sta nel modo in cui mette in scena ogni dettaglio con un’autenticità fredda e oggettiva. In Fatherland il regista conferisce a questo momento storico una qualità quasi da macchina del tempo: sembra davvero di trovarsi nella Germania in rovina del 1949, osservando i movimenti profondi della Storia.
Il cast di Fatherland
Il cast di Fatherland riunisce alcuni tra gli interpreti europei più apprezzati degli ultimi anni. A guidare il film è Hanns Zischler che, con i suoi folti baffi, assomiglia notevolmente a Thomas Mann, lo scrittore tedesco premio Nobel ritratto negli anni del ritorno in patria dopo l’esilio.
Accanto a lui Sandra Hüller interpreta Erika Mann, attrice, scrittrice e figlia del celebre autore: la sua performance, intensa e trattenuta, è stata particolarmente lodata dalla critica per la capacità di esprimere dolore, rabbia e vulnerabilità con estrema delicatezza. Tre anni fa Sandra Hüller era stata la vera regina di Cannes grazie ai suoi ruoli in Anatomia di una caduta di Justine Triet, vincitore della Palma d’Oro, e in La zona d’interesse di Jonathan Glazer: una doppietta che l’ha lanciata definitivamente sulla scena internazionale e verso produzioni hollywoodiane. L’attrice sta vivendo un anno straordinario: ha vinto il premio per la miglior interpretazione all’ultima Berlinale per il dramma Rose di Markus Schleinzer e ha recitato accanto a Ryan Gosling nella commedia fantascientifica ad alto budget Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller. Dopo Fatherland, sarà inoltre protagonista insieme a Tom Cruise del prossimo film di Alejandro G. Iñárritu, Digger.
August Diehl veste invece i panni di Klaus Mann, il tormentato figlio dello scrittore, presente in alcune delle sequenze emotivamente più forti del film. Nel cast compaiono anche Devid Striesow e Anna Madeley in ruoli secondari, mentre Joanna Kulig, già protagonista di Cold War, appare in un breve cameo.
Pawlikowski ha scritto la sceneggiatura di Fatherland insieme al regista tedesco Hendrik Handloegten ed è tornato a collaborare con il direttore della fotografia Łukasz Żal, già autore delle immagini di Ida e Cold War.
Quando esce Fatherland e cosa sappiamo sul trailer del film
Fatherland di Pawel Pawlikowski ha debuttato in anteprima mondiale al Festival di Cannes, dove è stato presentato in concorso al Palais e accolto con una lunga standing ovation. Al momento della sua première non è stata indicata una data di uscita ufficiale internazionale già definita, elemento tipico per molti film d’autore che iniziano il loro percorso distributivo proprio dai festival, con successiva diffusione nei vari paesi nei mesi seguenti. La distribuzione internazionale del film è affidata a MUBI in diversi territori, inclusa l’Italia.
Per quanto riguarda il materiale promozionale, non è stato diffuso un trailer tradizionale completo in questa fase iniziale. MUBI ha invece condiviso una clip ufficiale del film, che offre un primo sguardo all’atmosfera e allo stile visivo dell’opera, caratterizzato dal bianco e nero rigoroso e dall’ambientazione nella Germania del dopoguerra.
Nel complesso, come suggeriscono anche le prime reazioni critiche da Cannes, il film sembra costruire il proprio impatto più attraverso la precisione formale, il controllo dello sguardo e il distacco quasi “oggettivo” della messinscena che tramite un racconto emotivamente esplicito, lasciando emergere gradualmente un’opera più cerebrale che viscerale, sospesa tra riflessione storica e tragedia familiare.
