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Back to Black: recensione del film di Sam Taylor-Johnson

Il film è in sala dal 18 aprile con Universal Pictures.

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Già nel 2015, a soli 4 anni dalla sua morte, il mito di Amy Winehouse è stato raccontato al cinema in forma di documentario, ma adesso Sam Taylor-Johnson ne fa un biopic prendendo a prestito il titolo del suo ultimo album, Back to Black. E tanto era emozionante e coinvolgente quel documentario firmato da Asif Kapadia, tanto è distaccato e superficiale il film in sala dal 18 aprile con Universal. Non si crogiola nell’ultimo periodo di vita di Amy, non sfrutta le potenzialità drammatiche del suo ultimo anno (e questo è un bene) e sembra intenzionato esclusivamente alla celebrazione della giovane e tormentata cantante di Candem.

La storia di Back to Black

Il film comincia quando una giovane Amy è già una presenza e una promessa nei club londinesi, ha già un futuro scritto e una voce portentosa. Ci viene presentata come una ragazza affamata di vita e di esperienze, che vive con una madre problematica separata dal padre (Eddie Marsan), il quale condivide la sua passione e le fa da agente e da confidente. Una ragazza ebrea non convenzionale, con una venerazione per la nonna (Lesley Manville) anche lei cantante negli anni ’50 e dalla quale ruberà la sua acconciatura distintiva ed esagerata. Questa ragazzina piena di talento e desideri lavora già nel mondo della musica, sa già di “non essere una Spice Girl”, ha i suoi miti, ama la musica jazz e ha già inciso il suo primo disco, “Frank”.

Ma la sua insoddisfazione per discografici che la trattano come uno strumento per far soldi, la fa allontanare dal lavoro per un periodo decisivo, in cui incontra Blake Fielder-Civil, l’uomo di cui si innamorerà e che sposerà. In quello che è accaduto davvero, è opinione comune che Blake avesse una responsabilità diretta nell’avvicinamento di Amy alle droghe pesanti, ma il film scegli di lasciare fuori questo aspetto, raccontando soltanto la storia d’amore tra due tossici, co-dipendenti e disturbati, che più o meno consapevolmente si sono fatti del male. Non senza permettere a Amy, nel periodo di separazione, di comporre e realizzare il suo capolavoro, Back to Black. E così il film viaggia velocemente lungo i mesi che hanno portato la cantante alla fama internazionale, alla caduta, alla disintossicazione, alla notte dei cinque Grammy e infine, alla morte prematura.

Un racconto superficiale che non affonda nella musica

Nell’idea di Sam Taylor-Johnson, che lavora di nuovo con il Matt Greenhalgh con cui aveva collaborato per Nowhere Boy su John Lennon, Back to Black è una lettera d’amore che sembra volare leggera su ogni avvenimento della giovane vita di Winehouse, senza scendere a fondo in nessuno degli aspetti che l’hanno caratterizzata, soprattutto se si fa riferimento alla sua musica e a come questa nasceva, da esperienze personali e riferimenti musicali altissimi. La Amy del film è un fiume in piena, incontrollabile e viscerale, tormentata eppure completamente in balia di se stessa, senza indugiare sulle responsabilità altrui. Ad esempio, si è scelto scientemente di non demonizzare la figura di Blake, che è considerato più o meno all’unanimità uno dei principali responsabili dell’ingresso della cantante nel mondo dell’eroina.

Back to BlackMarisa Abela è l’unico punto di forza del film

Il vero, e forse unico, punto di forza del film è Marisa Abela. La giovane interprete si è calata in un processo di mimesi totale: corpo, look, movimenti e soprattutto voce riportano in vita Amy, con l’unica eccezione che la bellezza volitiva di Marisa è decisamente più sana e appariscente di quella di Winehouse, ridotta uno scheletro da dipendenze e malesseri alla fine della sua vita. Lì dove Marisa è convenzionalmente carina e gradevole, Amy ha dovuto lottare per apparire desiderabile, e questo ha certamente condizionato anche il suo modo di porsi con il mondo. Questa piccola differenza purtroppo è un limite importante nella messa in scena di un tormento costante e incessante, che non passava mai neanche sul palco. La Amy di Abela infatti non sembra mai una perdente, ma ha sempre una marcia in più, sempre un fuoco e una volontà. Ma al di là dell’apparenza, l’interprete offre certamente una performance convincente, e lì dove non riesce a essere profonda e dolorosa è solo perché non è supportata da una scrittura sufficientemente profonda.

La sceneggiatura di Back to Black fatica a trovare il suo punto di vista e soprattutto ha difficoltà a confrontarsi con l’aspetto creativo della vita di Winehouse, laddove quello rocambolesco e soap-operistico è fin troppo approfondito e favoleggiato. In termini di biopic, non siamo certo dalle parti dell’orribile e servile sing-along di Bohemian Rhapsody, ma nemmeno da quelle dell’eccellente lavoro svolto da Rocketman su un’icona della musica altrettanto controversa ma non ugualmente sfortunata.

Se pure Back to Black avrà una buona eco per le carriere di Marisa Abela e Jack O’Connell (che interpreta Blake), il film non è da considerarsi un esperimento riuscito. Superficiale e frettoloso, il film racconta la grandezza di Amy Winehouse ma ha paura di rappresentarla scendendo dentro al buio che lei ha attraversato.

Sommario

Superficiale e frettoloso, il film racconta la grandezza di Amy Winehouse ma ha paura di rappresentarla scendendo dentro al buio che lei ha attraversato.
Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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