Carnage

Fa impressione quanto Carnage, la celebrata pièce teatrale di Yasmina Reza calzi a pennello con la vena autoriale di Roma Polanski, e non sorprende quindi come il regista polacco sia stato attratto dal portare sul grande schermo, una rabbiosa quanto eccentrica “commedia”domestica. Il film rappresenta a pieno il “fascino discreto di una borghesia” che collassa sulle stesse figurazione che produce e con la quale virtualizza l’esistenza di ognuno.

 

Non stupisce l’agilità del regista che con la sua cinepresa passa da un salotto a un bagno ricordandoci per un attimo i fasti di Repulsion di un tempo. Laddove era la psiche della protagonista a sgretolarsi sotto le martellate incessanti del regista, qui attraverso un velato ma pressante sarcasmo meschino, ridacchia alle spalle dei protagonisti opprimendoli fino a provocarne la rottura definitiva con la loro rappresentazione; liberando i protagonisti da una maschera fin troppo esosa da portare, lasciando libero sfogo alle pulsioni più egoiste delle natura umana. Nell’intento Polanski è certamente aiutato anche da una sceneggiatura brillante che gli regge il gioco: semplice, diretta, che evita i preamboli psicanalitici che avrebbero di certo appesantito la pellicola, conferendogli quella leggerezza e quell’ironia di fondo che soddisfa un po’ tutti e che consegna l’opera nelle mani di chiunque.

CarnageUn segno indelebile nell’autorialità polanskiana è certamente il ruolo ricoperto dalla casa, luogo domestico che non serve ad altro che a scatenare conflitti, pulsioni, caos, allontanandosi certamente dalla classica configurazione protettiva con la quale siamo abituati a vederla. E’ in queste quattro mura che danno il massimo i protagonisti, forse ancor più bravi del film stesso. Di grande fattura è l’interpretazione di tutto il cast, a cominciare dall’oramai consolidata bravura di Kate Winslet che nel finale impreziosisce con un monologo, rubando quasi la scena agli altri, delirante e sorprendente. Non da meno è sicuramente Christoph Waltz, abile come pochi a impersonare rigorosi individui dai connotati senza dubbio particolari. Se Jodie Foster non la scopriamo noi, piacevole sorpresa è quella di John C. Reilly abile nel tenere testa alle pregevoli interpretazioni dei tre precedentemente citati.

Quel che lascia perplessi è una considerazione di fondo molto semplice: il film se pur piacevole e divertente, non aggiunge granché alla filmografia del regista, né tanto meno all’ostentata quanto ormai abusata critica alla borghesia. Se si riesce a godere del film senza pensarci, nemmeno ci si accorge del fatto che in fin dei conti sembra tutto già visto e già detto; e da Polanski forse spesso ci si aspetta sempre quel qualcosa in più che molto spesso non lo si trova.