Le otto montagne, recensione del film con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

Dal romanzo Premio Strega di Paolo Cognetti, un film sulla forza e i limiti dell'amicizia, dal regista di Beautiful Boy.

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Dopo essersi aggiudicato il Premio della giuria al Festival di Cannes, Le Otto Montagne arriva nelle sale italiane a ridosso delle festività natalizie, il 22 dicembre. Primo lavoro in coppia dietro la macchina da presa per i belgi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersh – Van Groeningen aveva già voluto Vandermeersch come collaboratrice alla sceneggiatura del candidato all’Oscar Alabama Monroe – Una storia d’amore – il film vede anche l’atteso ritorno sul grande schermo della coppia Borghi – Marinelli, dopo il successo di Non essere cattivo.

Le Otto Montagne, dalla pagina allo schermo

Il progetto dei registi belgi non sarebbe nato senza una vacanza in Valle d’Aosta, che li ha fatti innamorare di quei luoghi, o senza l’incontro con Paolo Cognetti e il suo romanzo, vincitore del Premio Strega 2017, che dà il titolo al film. Da qui Van Groeningen è partito – dopo aver diretto Steve Carell e Timothée Chalamet in Beautiful Boy – stavolta assieme a Vandermeersch, scegliendo la sfida sempre insidiosa, di trasporre un romanzo di successo in un film.

Per farlo, i registi hanno avuto bisogno di due attori che fossero in grado di ricreare l’alchimia speciale presente tra i protagonisti del testo. La scelta è così caduta su Alessandro Borghi e Luca Marinelli, tornati a recitare insieme a sette anni da Non essere cattivo, per raccontare una nuova storia di amicizia profonda e fin dall’inizio pensati come gli unici possibili interpreti, come hanno dichiarato i registi.

La storia di Pietro e Bruno

Pietro e Bruno sono due ragazzini. Il primo arriva da Torino in vacanza in Valle d’Aosta per l’estate, assieme al padre, Filippo Timi, e alla madre, Elena Lietti. In Bruno, unico bambino del paesino di Grana (Graines), trova un compagno di giochi con cui trascorrere giornate spensierate e imparare i segreti della montagna. I due diventano presto amici inseparabili. Sono però molto diversi. Questo li porta a stare lontani per molto tempo. Ciascuno prende la sua strada. Si ritrovano adulti.

Bruno, Alessandro Borghi, non potrebbe vivere senza le sue montagne e sa che la sua vita è lì, mentre Pietro, Luca Marinelli, cerca ancora il suo posto nel mondo viaggiando e scrivendo. Ma le montagne di Grana sono sempre il luogo dove incontrarsi. Quello da cui tutto è partito e a cui tutto torna. Sperimentano amori, lutti, gioie e sofferenze, sapendo di poter contare sempre, comunque, l’uno sull’altro, grazie ad un’amicizia che resiste a tutto, pur dovendosi confrontare coi propri stessi limiti.

Le otto montagne
Alessandro Borghi – Le otto montagne

Due visioni del mondo, due modi di essere a confronto

Secondo il popolo nepalese, il mondo è una sfera, in cui vi sono otto montagne e otto mari. Poi c’è la montagna posta al centro del mondo. Alcuni sono fatti per viaggiare per le otto montagne, altri per stare fermi sulla montagna centrale. Così sono anche i due protagonisti del film. Bruno è fermo, legato a doppio filo con la sua montagna. Pietro è sempre in movimento, in cerca del suo posto, del suo centro.

Per Bruno tutto è semplice, il suo mondo è fatto di pochi elementi essenziali. Per Pietro l’orizzonte è più complesso e pieno di domande a cui non sa dare una risposta: chi sono, cosa voglio fare, perché sono qui, qual è il mio posto. Due opposti complementari e un’amicizia che resiste al tempo e alle avversità. È di questa complementarità che vive il film, come dell’amicizia autentica tra i due attori che interpretano i protagonisti e della loro bravura, ciascuno con le sue specificità.

Marinelli dà profondità agli sguardi e ai silenzi di Pietro, regalandogli ogni tanto qualche inaspettato, sparuto guizzo, grazie al suo istinto attoriale. Il suo personaggio è forse meno sfidante rispetto a quello interpretato da Borghi, che ha affrontato il maggior lavoro di trasformazione, basti pensare al dialetto, fino all’aspetto, al modo di muoversi e occupare lo spazio. L’esito colpisce per efficacia e aderenza al personaggio. Entrambi risultano intensi ed emotivamente coinvolgenti, dando vita a un altro rapporto tra amici fraterni, completamente diverso da quello tra Cesare e Vittorio in Non essere cattivo, ma ugualmente riuscito.

La voce off, un’influenza del testo evitabile

Ad appesantire un po’ il lavoro, la scelta della voce fuori campo di Pietro, che fa da raccordo tra i vari momenti della narrazione. Un portato del testo letterario, che forse si sarebbe potuto evitare attraverso altre scelte di sceneggiatura – opera dei registi assieme a Paolo Cognetti. È questa, infatti, una scelta che rimane un po’ fredda e distante dallo spettatore. Il film parla, sì, molto attraverso i silenzi, le espressioni, i gesti, ma sarebbe bastato far dire o scrivere qualche parola in più ai protagonisti nel corpo dell’azione per ovviare a questo espediente.

Un film ricco e con molti livelli di lettura

Le Otto Montagne è un lavoro con molteplici livelli interpretativi e temi. Non solo l’amicizia fraterna, ma i problematici rapporti padre – figlio, che riguardano entrambi i protagonisti. L’unica figura paterna realmente presente nel film è quella interpretata da Filippo Timi, anch’essa per molti versi oscura e doppia. Vi è poi, il tema del rapporto fra l’ecosistema della montagna e ciò che si muove intorno, che può essere visto come minaccia o risorsa.

L’isolamento, la solitudine scelta e cercata, che è un limite anche all’amicizia. Il tema del limite è un altro elemento cardine del film, qualcosa di fronte a cui la montagna, come la vita, pone sempre. Vi è questo desiderio di andare sempre più su, o sempre più lontano, di superare costantemente i propri limiti, di mettersi alla prova, fino al voler vivere in condizioni sempre più improbe, soprattutto da parte di Bruno, senza accettare i compromessi che la società attuale impone. Si giunge, infine, a una riflessione sul limite dell’amicizia stessa, che resta sempre, ma deve saper rispettare le scelte dell’altro.

Le otto montagne
Luca Marinelli – Le otto montagne

Fotografia, impatto visivo e musiche

Dal punto di vista visivo, Le Otto Montagne è molto ben realizzato, grazie anche alle splendide location valdostane, riprese in diverse stagioni, con diversi colori e atmosfere e alla fotografia di Ruben Impens. L’ambiente montano è un vero protagonista del film. Le musiche sono adattissime a quelle atmosfere, a quegli ampi spazi quasi incontaminati. Così, il film riesce effettivamente a trasportare lo spettatore a Grana, piccolo villaggio vicino a Brusson, a fargli sentire quel freddo, quel vento, ma anche il senso di libertà, la sensazione che, visto da lì, tutto sia molto più semplice di come lo si immagina. Che non significa facile o non faticoso, ma essenziale, ridotto alle quattro o cinque cose che davvero contano nella vita. Per questo, oltre che per una sottile suspense, l’attesa di qualcosa di indefinito, il lavoro potrebbe essere considerato come una sorta di Into the Wild italo-belga.

Le Otto Montagne, da vedere al cinema

Van Groeningen e Vandermeersch con Le Otto Montagne danno vita a un film che non piacerà a tutti, perché ha il suo andamento, lento e ricco di silenzi, con una durata di 147 minuti. Somiglia, in questo, al suo protagonista, Bruno, che non accetta compromessi. È però, da vedere al cinema, per il suo forte impatto visivo e per come riesce a rendere un sentimento estremamente intimo e personale, ma al tempo stesso universale, come l’amicizia. Per chi cerca un’alternativa ai film d’animazione e alle commedie natalizie. Prodotto da Wildside, Rufus/Menuetto, Pyramid Productions e Vision, e realizzato con il contributo della Film Commission Valle d’Aosta, Le Otto Montagne è in sala dal 22 dicembre 2022.