Oh, Canada: recensione del film di Paul Schrader – Cannes 77

Paul Schrader realizza un'opera commovente che risulta essere tanto un ritorno alle origini quanto uno struggente canto del cigno.

Oh, Canada recensione film
Jacob Elordi è Leonard Fife in Oh, Canada. Photo credit: Jeong Park

Reduce dalla trilogia composta da First Reformed (2017), Il collezionista di carte (2021) e Il maestro giardiniere (2022) – con cui è tornato sui grandi temi del suo cinema (senso di colpa, solutidine, redenzione) – Paul Schrader realizza ora Oh, Canada, film che è allo stesso tempo un vitale ritorno alle origini e uno struggente canto del cigno. Lo sceneggiatore e regista ritrova infatti qui Richard Gere ad oltre quarant’anni di distanza da American Gigolò (1980) ma anche lo scrittore Russell Bank, di cui aveva già adattato il romanzo Tormenta nel film Affliction (1997).

Ma con Oh, Canada Schrader ha l’occasione di portare sul grande schermo una serie di profonde riflessioni sulla vita e la morte, probabilmente emerse in lui in questi ultimi difficili anni. Il risultato è che il film potrebbe essere letto anche come un’opera-testamento, con cui Schrader porta in scena una sorta di suo alter ego attraverso cui rileggere il senso della vita e del cinema. Il regista ha però già confermato che questo non è il suo ultimo film, il che è decisamente una buona notizia, vista la capacità che ancora dimostra nel saper far parlare le emozioni e soprattutto parlare della natura umana.

La trama di Oh, Canada

Leonard Fife (Richard Gere)  è un affermato documentarista di cui è celebre anche la fuga oltre il confine canadese che fece da ragazzo (dove ad interpretarlo vi è Jacob Elordi) per sfuggire alla leva negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. Malato terminale di cancro, Fife accetta di rilasciare un’ultima intervista nella sua casa di Montréal, nella quale, di fronte allo sguardo incredulo di sua moglie Emma (Uma Thurman), del suo adorante ex-studente Malcolm e della troupe che sta filmando, rivela che tutta la sua vita e il suo “mito politico” non sono altro che bugie e invenzioni, coltivate per coprire un segreto che lo tormenta da cinquant’anni.

Frammenti di vita

Il racconto di Oh, Canada sembra essere di quelli già visti e rivisti: la personalità nota di turno, giunta agli ultimi rintocchi della sua vita, racconta il proprio passato portando alla luce aspetti di sé che nessuno conosceva. Ma il film di Schrader non si limita naturalmente a questo, offrendo piuttosto un continuo intrecciarsi e mischiarsi di passato e presente. Gli stessi flashback nel passato, ad esempio, non vengono raccontati in ordine cronologico e sta dunque allo spettatore rimettere in ordine i pezzi di questa vita dalle molteplici sfumature.

Assistiamo dunque al racconto nel presente fatto da Fife davanti la telecamera, per poi tornare indietro in diversi momenti cardine della sua sfuggente giovinezza e nello stesso passato si confonde la figura del protagonista da giovane e quella da anziano, con Richard Gere Jacob Elordi che in più occasioni si scambiano il ruolo pur se il film rimane nel medesimo periodo della vita di Fife. Il cortocircuito che si genera non è però depistante quanto inaspettatamente affascinante. Schrader offre infatti un affascinante stratagemma per mostrarci concretamente le difficoltà di una mente annebbiata dal dolore che fatica a ricordare.

Leonard Fife afferma ad un certo punto che, in quanto documentarista, ha passato la sua intera vita a tirare fuori la verità dalle persone intervistate e che ora è giunto il suo momento. Ma possiamo davvero fidarci di quello che gli sentiamo raccontare? La risposta sembra essere no, dato il narratore inaffidabile che si rivela essere. Cosa c’è che non può essere raccontato? A quale scopo alterare la realtà dei fatti? Schrader ci porta dunque alla ricerca di queste risposte in un labirinto della mente che non diventa mai fine a sé stesso ma percorrendo il quale si giunge ad ottenere sincere emozioni.

Oh, Canada Richard Gere
Richard Geere è Leonard Fife in Oh, Canada. Photo credit: Jeong Park

Oh, Canada è un nuovo convincente film di Paul Schrader

Emerge dunque un film tutt’altro che banale nella sua esposizione di questo racconto e che anzi riesce a costruire un’atmosfera in equilibrio tra il nostalgico, il malinconico e il vitale. Nell’osservare il protagonista lasciarsi andare a questi ricordi e alle riflessioni sulle direzioni verso cui l’essere umano è proiettato, appare difficile non avvertire un certo coinvolgimento. Sarà perché le domande poste sono così universali (che fine hanno fatto tutti quelli che hanno incrociato la mia vita?) o perché Schrader dimostra di sentire davvero la materia trattata, ma il risultato è realmente commovente.

Nella buona riuscita di Oh, Canada lo aiutano poi i suoi protagonisti, da un Jacob Elordi che mette a segno un’altra convincente interpretazione dopo quella di Elvis in Priscilla e quella di Nate Jacobs nella serie Euphoria, ad un Richard Gere che si spoglia dei panni del sex symbol per indossare quelli dell’uomo morente. Nel restituire il meglio e il peggio di questo personaggio, egli permette all’intero film di dotarsi di una sincerità che lo eleva e lo rende un altro dei bei film realizzati da Paul Schrader in questi ultimi anni.

RASSEGNA PANORAMICA
Gianmaria Cataldo
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Gianmaria Cataldo
Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.
oh-canada-paul-schraderPaul Schrader realizza con Oh, Canada un film che porta nella mente del suo protagonista, narratore affidabile intenzionato a raccontarci la sua verità. Tra frammenti di vita, struggenti interpretazioni e una colonna sonora che contribuisce alla costruzione di una certa atmosfera, è questo uno dei più bei film di Schrader degli ultimi anni.