Everest

E’ stato presentato fuori concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Everest, il thriller diretto da Baltasar Kormákur, con protagonisti Jake Gyllenhaal e Josh Brolin. 

Si usa spesso dire che il viaggio conti più della meta finale, che ogni punto di arrivo sia soltanto l’espediente per vivere nuove esperienze lungo il cammino. Sul monte Everest, uno dei luoghi più affascinanti, suggestivi e pericolosi del Pianeta, si guarda tutto da una prospettiva opposta e contraria. Ciò che conta più della fatica, della morte, e dunque della vita stessa, è raggiungere e toccare la vetta, come coronamento estremo di ogni obiettivo, risultato, sogno e desiderio. Un’impresa simbolica che possa funzionare da esempio, che possa ispirare anche gli altri a spingersi oltre i limiti nel quotidiano (si veda la storia di Doug Hansen), oltre che a ritrovare se stessi e i valori essenziali dell’esistenza (Beck Weathers impersonato da Josh Brolin).

Questo messaggio è il cuore pulsante di Everest, che attraverso la vera storia dell’alpinista Rob Hall e dei clienti della sua Adventure Consultans, semplici appassionati disposti a tutto pur di conquistare il tetto del mondo, ripercorre le tappe fondamentali della storica scalata del 10 maggio del 1996. Una spedizione diretta agli 8.848 metri del monte più alto della Terra funestata da errori umani, sfortuna e violente tempeste improvvise di vento e neve, ma soprattutto segnata dall’incredibile determinazione dei partecipanti.

Everest

Il risultato è un film scritto a quattro mani da William Nicholson (Il Gladiatore, Les Misérables, Unbroken) e Simon Beaufoy (The Millionaire, 127 Ore, Hunger Games: La Ragazza di Fuoco) che si lascia guardare con facilità senza essere sboccatamente un blockbuster. I ritmi sono altalenanti e non si può parlare di una componente action dominante; esistono piuttosto momenti ricchi di tensione, soffocanti, seminati in due parti ben distinte. Una prima adventure funzionale e interessante, una seconda survival invece già vista sul grande schermo forse troppe volte, emblema di una sceneggiatura eccessivamente didascalica e priva di reali, originali idee.

Un peccato, a fronte di un comparto visivo imponente che ha un compito ben preciso: mostrare la natura brutale della catena dell’Himalaya sia con taglio documentaristico che cinematografico, con l’aggiunta del 3D stereoscopico. La tecnologia tridimensionale dona alle immagini una profondità di campo davvero eccezionale, rendendo giustizia ai vuoti e agli spazi della catena montuosa, ma solo durante le battute iniziali; man mano tende a perdere intensità e dunque anche senso della sorpresa.

La vera impresa di Baltasar Kormákur, già regista di Contraband e 2 Guns, è però bilanciare un cast stellare e di altissimo livello, che infatti gli riesce per metà. Jason Clark e Josh Brolin riescono a spiccare su tutti anche grazie ai loro ruoli, più approfonditi rispetto agli altri, mentre restano un po’ più nell’ombra Jake Gyllenhaal, penalizzato da un personaggio di contorno, Keira Knightley, Sam Worthington e Robin Wright, trasformati in pedine da utilizzare solo all’occorrenza. Dettagli di un’opera adatta a qualsiasi tipo di pubblico, particolarmente consigliata agli amanti dell’avventura, dell’alta quota e delle imprese impossibili.