Room (qui la nostra recensione), il film del 2015 tratto dal romanzo di Emma Donoghue e diretto da Lenny Abrahamson, in cui si racconta la storia di una giovane donna, Joy Newsome (interpretata da Brie Larson in una performance da Oscar), e di suo figlio Jack (Jacob Tremblay), di cinque anni. I due vivono in un capannone fatiscente che chiamano “Stanza” da qualche parte ad Akron, Ohio, dove sono tenuti prigionieri da un uomo conosciuto come “Old Nick” (Sean Bridgers), che ha rapito Joy sette anni prima degli eventi del film e divenuto padre di Jack a seguito di uno dei suoi stupri di routine su Joy.
Si tratta quindi di un film particolarmente struggente, che trae vantaggio dalla forte relazione tra Larson e Tremblay e che coinvolge lo spettatore con la terribile realtà della loro situazione, con il modo in cui Joy protegge Jack come meglio può, con la loro fuga e con la loro lotta per adattarsi al mondo esterno, che Jack non ha mai conosciuto. Sebbene il film non descriva una singola storia reale e non sia direttamente basato su una storia vera, prende spunto da vicende simili, in particolare da quella di Elisabeth Fritzl, come confermato dalla stessa Donoghue, anche sceneggiatrice del film.
Room è liberamente ispirato alla storia vera di Elisabeth Fritzl
La storia di Elisabeth Fritzl inizia con suo padre, Josef Fritzl, alla fine degli anni Settanta. L’uomo aveva chiesto il permesso di costruire un complesso sotterraneo sotto la sua casa nella città di Amstetten, in Bassa Austria. La richiesta fu approvata dai funzionari, cosa non rara visto che si era in piena Guerra Fredda e i bunker nucleari venivano costruiti regolarmente. Tonnellate di terra sono quindi state spostate da sotto la casa per ospitare la stanza di cemento, costruita con le forniture che Josef ha avuto dalle imprese edili locali. Inizialmente, la stanza era accessibile attraverso una pesante porta a battente e una porta di metallo, rinforzata con cemento, che poteva essere azionata da un telecomando.
Una volta completata la stanza, l’unico accesso era l’apertura di otto porte. Sette erano già state installate quando Josef chiamò sua figlia per farsi aiutare a sollevare l’ultima porta nel suo telaio. Era l’agosto del 1984 ed Elisabeth stava inconsapevolmente aiutando il padre a completare la cantina di cemento, buia e senza finestre, che avrebbe chiamato casa per i 24 anni successivi. Certo, nel film le circostanze di Joy erano diverse nella stanza, ma non meno inquietanti. Aveva solo 17 anni quando il vecchio Nick l’aveva attirata chiedendole aiuto per il suo cane malato e l’aveva rinchiusa nel capanno sgangherato, con un unico lucernario, nel suo cortile.
Quando invece Elisabeth si svegliò un giorno, Josef le aveva legato le braccia e le aveva poi legate dietro la schiena con una catena di ferro. Le catene erano attaccate a pali di metallo dietro il letto, che le consentivano solo mezzo metro di movimento. Dopo due giorni di prigionia, Josef le ha attaccato la catena intorno alla vita per consentirle di muoversi di più e l’ha rimossa del tutto tra i sei e i nove mesi dopo, perché, come riporta il Guardian, “ostacolava la sua attività sessuale con la figlia”. I maltrattamenti fisici, gli abusi sessuali e gli stupri, a volte più volte al giorno, sono iniziati dal secondo giorno, con un conteggio di almeno 3.000 stupri nel corso dei 24 anni.
Quanto è simile la vita di Elisabeth Fritzl al film?
L’ambiente della stanza di cemento era implacabile. Faceva freddo, era umido e d’estate era una sauna. I topi frequentavano l’area, costringendola di tanto in tanto a catturarli a mani nude. Un topo nella cucina di Joy con cui Jack cerca di fare amicizia, prima che Joy intervenga, sembra essere un cenno a questo fatto. L’acqua entrava a cascata nella stanza con un volume tale che Elisabeth dovette usare degli asciugamani per cercare di assorbirla. Per punizione, l’elettricità fu tolta alla stanza per giorni interi (c’è una scena particolarmente straziante in Room, quando Old Nick fa lo stesso).
Nel frattempo, Josef e la sua famiglia si godevano i barbecue e persino una piscina, a metri di distanza dal luogo in cui era tenuta prigioniera. La sua scomparsa fu facilmente spiegata da Josef, che affermò che era scappata per unirsi a una setta. Dal momento che la ragazza era già scappata di casa in precedenza, la bugia era più che convincente per sviare i controlli. In Room apprendiamo poi che Joy ha partorito cinque anni prima degli eventi del film Jack, il figlio del suo rapitore. Anche Elisabeth ha dato alla luce dei figli, sette in totale, tutti prodotti dello stupro incestuoso da parte di Josef.
Tutti i parti avvennero nella stanza, con Josef che le fornì del disinfettante, un paio di forbici sporche e un libro datato sul parto come unica forma di assistenza. Un bambino, un gemello di nome Michael, morì poco dopo la nascita nel 1996 (in una scena tagliata, Joy parla a Jack della figlia nata morta, vedendo la tomba all’esterno della stanza dove la polizia ha ritrovato il corpo). Questo ha messo Elisabeth in una situazione inimmaginabilmente orribile. Odiava il fatto che fossero nati in quell’ambiente, eppure offrivano qualcosa di cui Elisabeth era stata privata per anni: la compagnia.
È un punto a cui si fa riferimento nel film, quando Joy viene accusata da un giornalista di aver tenuto Jack nel capannone per un “desiderio egoistico di non essere sola”. Lei e tre dei suoi figli rimasero nella cella, ma Josef trasferì gli altri tre al piano di sopra per farli crescere dalla madre di Josef ed Elisabeth, Rosemarie. Josef costrinse Elisabeth a scrivere dei bigliettini alla madre in cui diceva di stare bene, ma di non essere in grado di badare ai bambini, e successivamente li lasciò sulla soglia di casa.
Emma Donoghue ha approfondito molti casi reali durante la stesura di Room.
Nel corso del film, Joy escogita poi un piano per fuggire dalla stanza facendo fingere a Jack di essere malato, sperando che Old Nick lo porti in un ospedale dove possa avvertire le autorità. Il piano fallisce quando Old Nick suggerisce semplicemente che tornerà con degli antibiotici. Joy fa a quel punto fingere a Jack di essere morto, arrotolandolo poi in un tappeto. A Old Nick dice che è morto per la sua malattia. L’uomo si beve la storia e porta Jack, avvolto nel tappeto, nel suo furgone. Come suggerito dalla madre, Jack riesce poi a scappare e trovare aiuto. Come in questo caso, un bambino malato ha portato alla libertà di Elisabeth, anche se non si trattava di uno stratagemma della ragazza.
Nell’aprile 2008, la figlia di Elisabeth, Kerstin, 19 anni, si ammalò gravemente. Sorprendentemente, Josef la portò in ospedale, dove i medici sospettarono che dietro il pallore di Kerstin ci fosse qualcosa di più. Vennero lanciati appelli affinché la madre di Kerstin si facesse avanti, appelli che Elisabeth e i suoi due figli videro nella televisione della cantina. Lei supplicò Josef di liberarla e alla fine, stremato dagli anni passati a mantenere due famiglie, Josef cedette, credendo di poter spiegare la sua ricomparsa con la fuga di Elisabeth dalla setta. Fortunatamente, non funzionò.
Josef è stato condannato all’ergastolo nel 2009 per incesto, stupro, coercizione, falsa detenzione, riduzione in schiavitù e per l’omicidio colposo del giovane Michael (presumibilmente lo stesso accade al Old Nick del film, anche se non viene menzionato). Bizzarramente, un libro di memorie di Josef, “Die Abgründe des Josef F (Gli abissi di Josef F)”, minimizza i suoi crimini e descrive il suo processo come un “enorme polverone” e si augura persino di riconciliarsi con la moglie se dovesse essere rilasciato. Dopo il processo, a Elisabeth è stato dato un nuovo nome e la sua identità è stata nascosta da leggi severe che ne garantiscono la protezione.
Di conseguenza, si sa molto poco del periodo trascorso dopo la liberazione. Room, invece, si prende il tempo necessario per mostrare le difficoltà che Joy e Jack incontrano nei giorni successivi al loro rilascio nel tentativo di adattarsi alla libertà e, alla fine, come trovano la forza l’uno nell’altra per andare avanti. La storia di Elisabeth Fritzl è stata dunque la fonte d’ispirazione più forte per Room. Ci sono però anche altre storie di vita reale che hanno influenzato la narrazione, frutto delle ricerche di Donoghue sui bambini nascosti e abusati. Si tratta di storie ricche di dolore ma – proprio come avviene anche nel film – anche di speranza e desiderio di voltare pagina.