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Black Panther: Wakanda Forever, la recensione del film Marvel

Al cinema dal 9 novembre, il sequel di Black Panther tenta di coniugare azione ed emozioni forti, riflettendo inevitabilmente sull'eredità lasciata da Chadwick Boseman e il suo T'Challa.

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Si fonda sul lutto il film Black Panther: Wakanda Forever. Un lutto tanto esterno quanto interno alla pellicola, legato alla prematura scomparsa di Chadwick Boseman e, di conseguenza, del suo personaggio T’Challa, alias Black Panther. A partire da tale triste e inaspettato risvolto si costruisce dunque il racconto di questo nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe, l’ultimo di questa travagliata Fase 4. Il film diretto da Ryan Coogler, e sequel di quel fortunato Black Panther che nel 2018 conquistò una nomination come miglior film agli Oscar, cerca dunque di riflettere sull’eredità lasciata dall’ormai ex protagonista, di metabolizzare il dolore e di guardare al futuro.

Black Panther: Wakanda Forever trova dunque ora in Shuri (Letitia Wright), la giovane sorella di T’Challa, la sua protagonista. È lei a doversi relazionare con un dolore che sembra insormontabile e a dover garantire il bene del Wakanda insieme alla madre Ramonda (Angela Bassett). Mentre cerca di trovare delle risposte a quanto accaduto e a ritrovare un proprio equilibrio esistenziale, Shuri deve però anche affrontare una nuova minaccia, rappresentata dal mutante Namor (Tenoch Huerta) e il suo esercito degli abissi. C’è qualcosa che questo nemico vuole e Shuri dovrà entrarne in possesso per prima, se vorrà garantire la sopravvivenza della propria nazione.

Mostrare il dolore senza sentirlo

Trentesimo film dell’MCU, Black Panther: Wakanda Forever è anche quello che, per forza di cose, si trova più di tutti gli altri a dover gestire una serie di situazioni e tematiche tutt’altro che liete. In nessun altro film targato Marvel la morte, il dolore e l’elaborazione del lutto hanno un peso simile a quello che posseggono invece qui. Consapevoli di ciò, Coogler e lo sceneggiatore Joe Roberto Cole costruiscono un racconto che non cerca di marginalizzare quanto accaduto, come si temeva potesse avvenire, ma anzi fa di esso una presenza costante, alla base di ogni evento e azione dei nuovi protagonisti.

L’arco narrativo dei personaggi principali appare qui dunque quantomai importante, non solo per farli crescere nel corso del film ma anche per offrire allo spettatore il modo di vivere egli stesso quel processo di elaborazione del lutto necessario a poter proseguire poi il proprio percorso. Solennità è allora la parola d’ordine, senza però dimenticare quella spensieratezza che i Marvel Studios hanno tanto sapientemente coniugato all’azione richiesta da questa tipologia di film. Questo delicato equilibrio, in realtà, si rivela poi il principale punto debole di Black Panther: Wakanda Forever. In mezzo a quanto viene proposto, le emozioni risultano come raffreddate.

La sensazione è dunque quella di un lutto e un dolore più mostrati che sentiti. È certamente lodevole che Coogler scelga di non calcare la mano a riguardo, cosa che al contrario avrebbe fatto cadere il film nella volontà di estorcere allo spettatore lacrime ed emozioni in modo forzato e furbo. Sembrano però mancare quei momenti di sincerità dove si trova il tempo di fermarsi e riflettere su quanto accaduto, potendo così dar vita a momenti realmente coinvolgenti e commoventi. Per un film della durata di due ore e quaranta, non trovare questo tempo evidenzia uno squilibrio tutt’alto che giustificato.

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L’attrice Letitia Wright nei panni di Shuri in una scena di Black Panther: Wakanda Forever.

Black Panther: Wakanda Forever e quelle occasioni sprecate

Non si può negare che Black Panther: Wakanda Forever abbia un suo fascino distintivo, di cui tanti altri film dell’MCU non godono, dato già solo dal fatto di presentare mondi e contesti originali, diversi da quelli degli altri film. In questo caso, sequenze come quella ambientata nel regno di Namor, il Talocan, o gli scontri che si svolgono nel Wakanda, risultano sia avvincenti che affascinanti da vedere. Lo stesso Namor si distingue come un villain ricco di carisma, per quanto le sue motivazioni non siano particolarmente originali e sul finale egli venga sbrigativamente messo da parte. O ancora anche Shuri, che si distingue come un personaggio che trova qui la possibilità di esprimere tutto quel potenziale che nel primo Black Panther lasciava intuire.

Tali elementi di valore sono però contenuti in un film che, come si diceva, appare piuttosto squilibrato. Banalmente, molte sono le scene che risultano ininfluenti ai fini del racconto, come ad esempio tutte quelle che riguardano l’attore Martin Freeman, che torna qui ad interpretare l’agente Everett Ross. Particolarmente sprecato risulta essere anche il personaggio di Riri Williams alias Ironheart, interpretato da Dominique Thorne. Sappiamo che ci sarà una serie interamente dedicata a lei, ma la sua introduzione e il suo ruolo in questo film lascia più dubbi che non aspettative. Ci sono dunque una serie di occasioni perse e altre sfruttate solo in parte, che neanche la regia di Coogler può recuperare.

Questo tempo sprecato avrebbe dunque potuto essere impiegato invece per approfondire meglio il modo in cui il lutto risuona in ognuno dei protagonisti, cosa che avrebbe con buona probabilità permesso al film in sé di dotarsi di un cuore più forte e vivo. Mancando ciò, Black Panther: Wakanda Forever rimane sì un buon blockbuster d’azione con più di un aspetto di valore, ma manca in generale di soddisfare le aspettative generatesi nei suoi confronti, affermandosi come un prodotto Marvel in linea con gli altri di questa Fase 4, ovvero poco incisivo.

Sommario

Black Panther: Wakanda Forever ripropone tutti quegli aspetti stilistici che avevano reso affascinante il primo film, trovando in essi ancora una volta buona parte della propria forza. Sono infatti diversi gli elementi di valore presenti, buona parte dei quali non sembrano trovare però la giusta valorizzazione. Tra percorsi narrativi poco convincenti e la sensazione di un generale appiattimento delle emozioni proposte, il film risulta dunque come un blockbuster poco incisivo.
Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.

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