I Molti Santi del New Jersey recensione film
Copyright: © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. Photo Credit: Barry Wetcher

Al di là dell’innegabile appeal che possa avere sul pubblico la scelta di lanciarlo come “prequel dell’innovativa e pluripremiata serie HBO I Soprano”, sin dal sottotitolo originale di “A Sopranos Story”, il film di Alan Taylor merita decisamente un credito maggiore. Per quanto in I Molti Santi del New Jersey siano presenti diversi personaggi delle sei stagioni della serie originale alla quale ci si è ispirati, riferimenti e connessioni non sono la sua forza principale.

 
 

La sceneggiatura, firmata del creatore della serie David Chase insieme a Lawrence Konner, spazia sul piano temporale e tematico per offrire al regista di Mad Men, Il trono di spade, Sex and the City e molti altri (inclusi Thor: The Dark World e Terminator Genisys) materia per realizzare molto di più di un gangster movie. I Molti Santi del New Jersey è una tragedia, ricca di humor e colpi di scena più che di violenza, che la Warner Bros. Pictures offre al pubblico italiano a partire dal 4 novembre 2021, dopo un passaggio alla Festa di Cinema di Roma 2021.

Sopranos e Molti Santi

Tutto si svolge a Newark – come da titolo originale, trasformato genericamente in New Jersey per i meno pratici della zona – raccontato in un momento nel quale la criminalità organizzata sfiorava il naive e le strade e le cronache erano infiammate dalla Guerra del Vietnam e dalla rivolta della comunità afroamericana. Considerata come è facile immaginare tanto dai locali quanto dagli immigrati italiani, impegnati nei propri affari. Roba da gangster, di basso cabotaggio, quelli dell’affresco folcloristico dinanzi al quale ci pone da subito il film, ponendo la prima pietra di una costruzione più ampia e solida, che vedremo svilupparsi via via.

È un gioco di specchi, che non nascondono completamente, ma distolgono l’attenzione. Come fa la voce narrante dell’ultimo dei Moltisanti che ci accoglie spoilerandoci il ruolo che avrà nella sua vita il tanto annunciato e atteso Tony Soprano. Che vediamo crescere all’ombra del vero protagonista della vicenda, il Dickie Moltisanti di un ottimo Alessandro Nivola, capace di rendere le molte ombre – nel male e (incredibilmente) nel bene – del vero Padrino di quella nicchia di anni ’60 particolarmente “esplosivi”.

Intorno a lui un incredibile e mai tanto carismatico Ray Liotta, nel doppio ruolo di “Hollywood Dick” e Salvatore “Sally” Moltisanti, e l’erede al trono di quel James Gandolfini che ci lasciò nel 2013 dopo una notte di eccessi e piaceri tra Trastevere e il centro di Roma. Gli occhi sono tutti per lui – nonostante un cast ben assortito e gestito impreziosito da Vera Farmiga, Leslie Odom Jr., Jon Bernthal, Nick Vallelonga, Corey Stoll e una Michela De Rossi che dalle prime piccole prove italiane sta ritagliandosi uno spazio anche a Hollywood – per il Michael Gandolfini chiamato a interpretare proprio il ruolo del padre, da giovane.

I Molti Santi del New Jersey film recensione
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I Molti Santi del New Jersey – Una storia di crescita, in tutti i sensi

Dopo questa prova siamo ancora più curiosi di rivedere il giovane per metà italiano, tre ottavi polacco e uno slovacco. Che non a caso ritroveremo prossimamente nel The Gray Man dei fratelli Anthony and Joe Russo, nel Cat Person di Susanna Fogel e in Disappointment Blvd., horror comedy diretta da Ari Aster e interpretata con lui da Joaquin Phoenix. Nella finzione, il futuro è suo, come viene ripetuto più volte e come la HBO ci ha già mostrato, per il resto vedremo. Di certo, qui si mostra in grado di tenere la scena in una storia che tra le ‘pieghe’ accennate riesce a parlare di questione nera, condizione femminile (anche in Italia, dove “si invecchia presto”, le donne vestono di nero e comandano i preti), obiezione di coscienza e della malinconia di non poter vivere di sogni propri ed emozioni sincere.

I Molti Santi del New Jersey ray liotta
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Photo Credit: Barry Wetcher

Il rapporto tra Nivola e Gandolfini cambia, continuamente, mentre i due personaggi crescono. E crescono le influenze e gli insegnamenti di una esistenza nella quale il dolore è norma, la morte un accidente, i piaceri passeggeri e da godere rapidamente, anche a costo di contravvenire a principi saldi quanto le ambiguità che li accompagnano. Non una vera e propria educazione siberiana, ma una rappresentazione riveduta e corretta del Sogno Americano. Come in molti han già fatto prima, ma che nella forma ibrida filmico-televisiva del presupposto acquista un’interessante aura, e forse trova una strada diversa per raggiungere gli spettatori.

Che potranno apprezzare le connessioni con la serie della quale sono stati a lungo fan o fare tesoro delle tante lezioni e perle di filosofia targate New Jersey, o farsi conquistare da una saga familiare dominata dalle assenze (di figure paterne e di riferimento, in primis) e dai rimpianti. Dove al crescendo dell’intreccio si associa l’approfondimento dei rapporti tra i diversi personaggi e delle loro caratterizzazioni. E nella quale a vincere su tutto – alla fine – sembra essere il dolore, che come Moltisanti insegna: “viene dal desiderare le cose”, “troppo” o “troppe” verrebbe da aggiungere in uno slancio didascalico.