All’epoca dell’uscita di Inception, nel 2010, Christopher Nolan si era fatto conoscere per le sue capacità di lavorare sugli inganni della mente e costruire film strutturalmente complessi, grazie a pellicole come Memento, Insomnia e The Prestige, oltre ad aver già prodotto due terzi della sua famosa trilogia su Batman: Batman Begins, Il cavaliere oscuro, che si sarebbe conclusa con Il cavaliere oscuro – Il ritorno.

 
 

 Ma è proprio con Inception che il regista britannico viene definitivamente consegnato alla fama mondiale. Il film fu tra i più visti al mondo del 2010 e fece incetta di premi e nomination, guadagnando quattro Oscar per la miglior fotografia, il miglior sonoro e montaggio sonoro, per i migliori effetti speciali.

Oggi, a 10 anni di distanza dall’uscita, la pellicola dà vita ancora ad accesi dibattiti, soprattutto inerenti a un finale spiazzante che chiunque abbia visto il film ha tentato di decifrare. Ma anche perché il film è capace di fondere sapientemente generi. Qui si mescolano thriller, spionaggio, azione,  dramma e naturalmente fantascienza. Inception riesce ad essere perturbante scavando nei meccanismi della mente, rendendo labile il confine fra realtà e sogno. La sua analisi non si ferma sullo schermo, ma coinvolge lo spettatore, rendendolo letteralmente parte del meccanismo filmico.

La trama 

Dom Cobb, Leonardo DiCaprio, è un estrattore. Il suo lavoro è carpire segreti dalla mente delle persone, entrando nei loro sogni attraverso il meccanismo del sogno condiviso. Viene ingaggiato da importanti aziende per fare spionaggio industriale ai danni dei loro concorrenti. Non può tornare a casa, negli Stati Uniti, perché è accusato di essere responsabile della morte della moglie Mal, Marion Cotillard, che lavorava con lui. Tuttavia, vuole a tutti i costi tornarvi per rivedere i suoi figli, che ora vivono con il suocero Miles, Michael Caine. Per questo, quando l’imprenditore giapponese Saito, Ken Watanabe, gli propone di scambiare il suo rientro in patria da uomo libero con una missione apparentemente impossibile, Cobb accetta. Si tratta stavolta non di estrarre, bensì di impiantare un’idea nella mente di un concorrente di Saito, Robert Fischer, Cillian Murphy, così da convincerlo a smembrare e vendere l’azienda del padre, eliminando la concorrenza sgradita a Saito. Per compiere l’operazione, Cobb si affida a una squadra di amici fidati: il suo braccio destro, Arthur, Joseph Gordon-Levitt, Eames, Tom Hardy, che nel sogno può assumere diverse identità, Yusuf, Dileep Rao, il chimico che procura a Cobb il sedativo necessario per il sogno condiviso, e Ariadne, Ellen Page, l’architetto che dovrà ricreare in ogni particolare la realtà onirica in cui si muoveranno i partecipanti al sogno. Per arrivare al profondo della mente di Fischer, dove l’idea possa attecchire, il gruppo si imbarcherà in un viaggio onirico complesso e pieno di insidie, il cui rischio più grande è quello di non riuscire più a far ritorno nel mondo reale.

Inception, un lavoro più che decennale per una costruzione perfetta

Il punto di partenza, attorno a cui ruota tutto il film, è che un’idea sia il virus più letale e persistente che possa esistere. Una volta insinuata nella mente, una volta che essa ha avuto origine –  inception – attraverso l’innesto, non la lascia più, fino a diventare una vera e propria ossessione.

Il film ha una struttura a dir poco complessa. Qui il regista mostra tutta la sua perizia nel costruire universi paralleli e portare lo spettatore a a spasso in mondi onirici da lui creati e incastrati uno nell’altro come matrioske. Vi sono infatti tre livelli del subconscio, che si fa via via più profondo. Per accedere al primo occorre un sogno, per il secondo un sogno nel sogno e così via. Fino a raggiungere un livello così profondo da poter innestare in modo sicuro ed efficace un’idea al suo interno. Inoltre, in questi tre universi paralleli il tempo non è come lo conosciamo, ma si dilata man mano che si va in profondità. Il gioco col tempo è una caratteristica del cinema di Nolan. Per questo ed altri elementi ricorrenti nei suoi lavori il regista stesso ha affermato di essere debitore ad autori come lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, nella cui narrativa ricorrono i concetti di doppio, labirinto e appunto una concezione non lineare del tempo. I diversi livelli spazio-temporali sono tenuti insieme, oltre che da una sicura regia, anche dall’efficace montaggio di Lee Smith.

Dell’ampio gioco di rimandi fanno parte i riferimenti al mito di Teseo e Arianna. Ariadne è il nome dell’architetto che costruisce le scenografie dei sogni, pensate come dei labirinti di cui solo gli estrattori conoscono le vie di fuga. Sarà lei ad affiancare Dom e a cercare di far sì che viaggiando nell’inconscio altrui non si perda nei meandri del proprio, come Teseo nel labirinto. Ariadne, infine, guiderà lo spettatore alla scoperta di questo universo, inizialmente nuovo anche per lei. Inoltre, La vie en rose, canzone scelta per sincronizzare i tempi dell’intero gruppo, rimanda a Marion Cotillard, protagonista dell’omonimo film sulla vita di Edith Piaf, e qui presente nel ruolo di Mal, la moglie di Cobb morta suicida, un’oscura presenza che vive nell’inconscio del protagonista.

Dal punto di vista visivo, poi, c’è l’aspetto architettonico, di costruzione vera e propria dei mondi onirici, cui contribuiscono in maniera fondamentale la fotografia di Wally Pfister, e gli effetti speciali di Chris Corbould, Paul J Franklin, Andrew Lockley e Peter Bebb, tutti vincitori del premio Oscar. Alcune delle architetture, immaginarie ma verosimili, che si vedono sullo schermo sembrano uscite direttamente dalla fantasia dell’incisore Maurits Cornelis Escher.

Nolan è il precisissimo e unico regista di questo mondo, la cui visione ha plasmato scrivendo anche soggetto e sceneggiatura. Il processo è stato lungo, il regista vi ha lavorato per più di dieci anni. La sua abilità è indubbia, poiché il meccanismo, ricco di incastri complessi, funziona perfettamente.

Il cerebralismo di Christopher Nolan

inception

Unica pecca può essere l’eccessiva insistenza sul meccanismo del sogno nel sogno e l’articolazione dell’universo onirico eccessivamente cerebrale. Si potrebbe, cioè, obiettare che tutto questo confina pericolosamente con un esasperato ed eccessivamente razionale esercizio di stile. Riesce però a non esserlo perché avvince, tenendo lo spettatore incollato allo schermo per ben 2 ore 28 minuti, sebbene ci sia un po’ di ridondanza. Riesce anzi a rendere lo spettatore parte di quel meccanismo, insinuando in lui il dubbio che lo accompagnerà fino alla fine.

Fondamentale per la riuscita del film è la presenza di un ottimo cast, scelto benissimo dal regista, e la capacità che Nolan ha di dare a ognuno il giusto spazio, la giusta rilevanza. Ciascuno ha i suoi momenti, che interpreta al meglio, offrendo allo spettatore una buona varietà interna. In tal modo il film non grava unicamente sulle spalle del suo protagonista, Leonardo DiCaprio.

Il finale aperto di Inception

inception spiegazione finaleSi è dibattuto a lungo e ancora si dibatte su quella trottola che gira a fine film. Si poserà, dimostrando che la missione è riuscita e Cobb è tornato alla realtà o continuerà a girare, svelando che si trova in un ulteriore livello del sogno? È questo il dubbio che attanaglia lo spettatore, rendendolo a tutti gli effetti parte del gioco. Questa l’idea che si è insinuata nella sua mente e non lo lascia, neanche dopo la conclusione del film. Come interpretare dunque questo finale sibillino?

Stante la possibilità per lo spettatore di costruirsi il proprio finale, proprio grazie alla scelta registica di lasciarlo aperto, si può decidere di dare a Cobb il suo lieto fine reale, immaginando che la trottola si posi, oppure un lieto fine solo sognato, dunque se possibile, ancora più inquietante di quanto fin qui la pellicola ha mostrato, poiché prevede un allontanamento definitivo del protagonista dal mondo reale. Resta però una terza via, forse la più accattivante.

C’è infatti da notare che Cobb, pur estraendo la trottola, il totem che gli consente di verificare razionalmente se si trova in un sogno o nella realtà, smette di osservarne il moto nel momento in cui vede comparire all’orizzonte i propri figli. Dunque, non è più interessato a sapere la verità, se quello che sta vivendo è sogno o realtà. L’unica cosa che gli interessa è riabbracciare i suoi figli, poterli guardare di nuovo negli occhi. Quella è la realtà in cui vuole vivere ed è l’unica cosa che conta. Dunque, seppure si consideri la realtà come una propria percezione e non come qualcosa di oggettivo, ciò che conta è che per chi la vive, nel momento in cui la vive, sia reale. È forse questo che il regista vuole dirci. Tutto può essere reale, se lo vogliamo.

Inception poi, può anche essere visto come una grande metafora del cinema. In fondo, cos’è la settima arte se non la possibilità di rendere reali i sogni – o gli incubi – di costruire realtà parallele, tanto fittizie quanto reali, almeno per la durata della proiezione, e che possono avere delle conseguenze, lasciare delle tracce nelle vite degli spettatori una volta usciti dalla sala?

Certo è che la pellicola fa riflettere sull’enorme potere della mente e sulla tentazione di lasciarsi affascinare da mondi virtuali dove tutto è possibile, coi relativi rischi. È forse per questo che a dieci anni di distanza dalla sua prima apparizione sul grande schermo, Inception ancora fa parlare di sé, mentre il pubblico attende l’uscita dell’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet, che arriverà nelle sale italiane dal 3 agosto.