Marty Supreme segue la vicenda di Marty Mauser, giovane commesso in un negozio di scarpe del Lower East Side che coltiva un’ambizione particolare: diventare un campione internazionale di ping-pong e portare sotto i riflettori americani uno sport relegato ai margini. Prodotto da A24 e in arrivo nei cinema italiani dal 22 gennaio, Marty Supreme è il nuovo film di Josh Safdie, ispirato alla storia vera di Marty Reisman, figura carismatica del tennistavolo statunitense.
Ambientato negli anni ’50 del 1900 tra New York e i circuiti internazionali, il film segue il percorso di un protagonista sfrontato e consapevole di sé, disposto a esporsi, a cercare sponsor e occasioni, a forzare i confini sociali pur di inseguire un sogno che non conosce compromessi. Più che raccontare un’ascesa sportiva, Safdie mette in scena un movimento incessante, fatto di incontri ambigui, figure di potere e traiettorie che si intersecano, costruendo fin da subito un mondo instabile, attraversato da giudizi e aspettative.
Marty Supreme: il sogno come urgenza esistenziale
Marty Supreme non racconta un “semplice” sogno, ma l’impossibilità di farne a meno. Josh Safdie costruisce un film in cui l’ambizione non è un ideale astratto, bensì una necessità vitale, un impulso che precede qualsiasi valutazione morale. Marty non insegue il successo per migliorare la propria condizione, ma perché smettere significherebbe cessare di esistere. Il film si muove interamente dentro questa urgenza, osservandola senza compiacimento e senza indulgenza, lasciando che sia lo spettatore a misurarne il peso.
Ostinazione, derisione, sopravvivenza
Il percorso del protagonista è scandito da difficoltà continue, da rifiuti e umiliazioni che Safdie mette in scena senza mai trasformarle in momenti edificanti. Marty è sfrontato, convinto del proprio valore, spesso incapace di leggere il contesto che lo circonda. Proprio per questo diventa una figura facilmente derisoria, tollerata solo finché utile. Marty Supreme riflette così sulla natura ambigua della determinazione: ciò che in teoria dovrebbe essere una virtù si trasforma in un fattore di isolamento, in una forma di resistenza che non garantisce alcuna ricompensa.
Timothée Chalamet: un corpo in tensione
Timothée Chalamet firma una delle prove più fisiche e spigolose della sua carriera. Dopo aver raccolto negli anni premi e riconoscimenti internazionali, l’attore sceglie qui una strada meno conciliatoria.Il lavoro sul corpo è centrale: l’allenamento pluriennale al ping-pong si traduce in una presenza scenica nervosa, costantemente in tensione. Chalamet non ricerca l’empatia dello spettatore, ma una totale adesione al personaggio, costruendo una prova intensa e senza concessioni. A sostenere e amplificare questa traiettoria contribuisce anche un contorno di figure laterali tutt’altro che ornamentali: le presenze di Abel Ferrara e Tyler, the Creator aggiungono peso e attrito al racconto, rafforzando l’idea di un mondo attraversato da energie dissonanti e rapporti di potere instabili.
Una performance, quella di Timothée Chalamet, che molti indicano già tra le più potenti della stagione, con un futuro Oscar che appare sempre più plausibile, soprattutto dopo la recente conquista del primo Golden Globe della sua carriera, ottenuto proprio per l’interpretazione in Marty Supreme.

Odessa A’zion e la vita che continua ai margini
Accanto a Marty, il personaggio interpretato da Odessa A’zion – Rachel – assume un ruolo fondamentale nel dare profondità emotiva al film. La sua presenza introduce una dimensione concreta, legata alla vita che procede, mentre il sogno assorbe tutto il resto. Non è una figura di supporto né un semplice contrappunto sentimentale, ma lo spazio in cui il film interroga il costo umano dell’ambizione. Attraverso questo rapporto, Marty Supreme suggerisce che inseguire un obiettivo assoluto significa spesso chiedere agli altri di adattarsi, attendere, sacrificare.
Potere e illusioni di controllo in Marty Supreme
Il mondo che circonda il protagonista è abitato da figure che incarnano il potere economico e simbolico. Personaggi interpretati da Gwyneth Paltrow e Kevin O’Leary rappresentano un sistema che promette opportunità senza mai rinunciare al controllo. Il talento viene accolto solo se disposto a piegarsi, a rispettare regole non scritte, talvolta persino a perdere deliberatamente. Safdie osserva con lucidità il meccanismo del compromesso, mostrando come il successo, in certi contesti, non sia una conquista ma una concessione revocabile.

Josh Safdie e l’estetica dell’urgenza
È qui che la regia di Josh Safdie trova la sua piena coerenza. Come in Good Time e Uncut Gems, lo stile è costruito sull’accelerazione continua: camera a mano, montaggio serrato, dialoghi che si sovrappongono, suoni che invadono lo spazio emotivo. Non c’è mai un vero momento di quiete, perché il film aderisce completamente allo stato mentale del protagonista. Anche la sequenza londinese è attraversata da questa instabilità, sottolineata dal cameo vocale di Robert Pattinson (protagonista di Good Time), che presta la voce allo speaker durante la finale dei British Open di ping-pong: una presenza invisibile che amplifica la sensazione di giudizio esterno costante.
Il ping-pong come metafora
Pur ispirandosi a una storia vera, Marty Supreme evita accuratamente la forma del biopic tradizionale. Josh Safdie non è interessato alla celebrazione, né alla costruzione di un mito sportivo, e utilizza il ping-pong (disciplina raramente protagonista sul grande schermo) come un vero e proprio dispositivo narrativo. Lo sport diventa metafora dell’esistenza raccontata dal film: scambi rapidissimi, riflessi immediati, margini d’errore infinitesimali. Non vince chi controlla, ma chi resiste, chi accetta la possibilità costante della caduta e del fallimento senza smettere, però, di restare in gioco. Marty gioca come vive, affidandosi esclusivamente alla propria ostinazione, e in questo senso Marty Supreme si rivela un film sulla resilienza e sul vero senso della vita.
Marty Supreme
Sommario
Un cinema urgente e viscerale, che interroga il prezzo del desiderio e della perseveranza. Josh Safdie trova in Timothée Chalamet un interprete totale, capace di incarnare un’ambizione che diventa forma di vita.
