Golden Globes 2019

Sarebbe stato davvero difficile prevederlo, eppure i Golden Globes 2019 si sono chiusi con la più grande delle sorprese: A Star Is Born, dato per favorito nelle categorie principali, soprattutto Migliore Attrice Drammatica e Miglior film Drammatico, ha ceduto il passo a concorrenti insospettabili, accontentandosi del premio alla migliore canzone originale. Ebbene sì, perché se Lady Gaga ha dovuto, e a ragione, cedere il posto a Glenn Close, che con The Wife – Vivere nell’ombra, porta a casa il suo primo Golden Globe per un ruolo cinematografico, Rami Malek e Bohemian Rhapsody hanno portato via a Bradley Cooper e al film stesso i premi nelle categorie ‘drama’.

Il biopic su Freddie Mercury e sui Queen, che sarebbe più corretto definire un film-omaggio alla band inglese, ha vinto a sorpresa, sbaragliando una concorrenza alquanto importante. Non solo A Star is Bron, ma anche i bellissimi Blackkklansman e Se la Strada potesse parlare, oltre al cinecomic Marvel, Black Panther.

Per quanto riguarda la categoria comedy-musical, si registra vincitore Green Book, di Peter Farrelly, che porta a casa un totale di tre globi, alla sceneggiatura, al migliore attore non protagonista, Mahershala Ali, e al miglior film, con buona pace di Viggo Mortensen, che si ferma di fronte all’interpretazione mimetica di Christian Bale di Dick Cheney, unico premio assegnato a Vice – L’uomo nell’Ombra, film più nominato alla partenza.

In generale, la Hollywood Foreign Press Association ha distribuito i riconoscimenti, garantendone uno a Se la strada potesse parlare, dato a Regina King per la migliore non protagonista, e un altro al bellissimo La Favorita, di Yorgos Lanthimos, che ha visto trionfare Olivia Colman, che aveva già vinto la Coppa Volpi a Venezia 75 per il ruolo. Niente da fare invece per Willem Dafoe che, insignito dello stesso riconoscimento in laguna lo scorso settembre per Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, ha dovuto cedere il passo a Malek.

Golden Globes 2019: tutti i vincitori

Alfonso Cuaron si porta a casa due premi, quello al miglior film straniero e alla migliore regia, per il suo Roma (Leone d’Oro a Venezia 75). Se il premio al miglior film straniero era atteso visto l’amore con cui è stato accolto il film negli Stati Uniti, è stato più sorprendente il riconoscimento alla regia, data la concorrenza spietata e la presenza di un “avversario” del calibro di Spike Lee.

L’armata Disney è stata sconfitta su tutti i fronti, invece, visto che il suo Il Ritorno di Mary Poppins va a casa a mani vuote (la categoria migliore colonna sonora è stata conquistata da Justin Hurwitz per Il Primo Uomo) e anche i suoi film d’animazione devono lasciare spazio al ben più meritevole Spider-Man: Un nuovo Universo, di SONY.

Nonostante le premesse, la conduzione di Andy Samberg e Sandra Oh è stata piatta, molto tesa alla ricerca della battuta e della parodia, ma mai davvero coinvolgente, semplice e “sicura”. Gli unici momenti di ilarità sono stati portati da alcuni presentatori, come Bill Murray in particolare, e dalla stessa Oh, che oltre a presentare la serata ha anche vinto il Golden Globes per la sua performance in Killing Eve, diventando la prima attrice di origine asiatiche ad aver vinto due riconoscimenti della HFPA.

A un anno dal Time’s Up, il glamour variopinto è tornato sul tappeto rosso, a dispetto del total black della scorsa edizione. Anche se soltanto Lady Gaga si è davvero distinta nell’abbigliamento, mentre gli altri ospiti, per la maggior parte, si sono attenuti a un codice di eleganza e sobrietà, con poche eccezioni di originalità. E la più delusa forse rimane proprio lei, che era stata data per favorita: la popstar ha comunque pianto e ringraziato tutti, quando ha ritirato il premio per la migliore canzone, ma era chiaro che quel Valentino da favola era stato indossato per figurare tra i migliori attori dell’anno.

Se neanche il frivolo chiacchierare della sfilata da red carpet ci dà motivo di interesse nel seguire queste cerimonie in cui Hollywood premia se stessa, resta la grande perplessità per l’utilità e anche il valore di tali premi. Se opere tranquillamente assimilabili a film tv come Bohemian Rhapsody e interpretazioni da cosplayer come quella di Rami Malek vengono incoronati come il meglio dell’anno cinematografico, bisogna davvero rivedere le posizioni in merito a tali cerimonie.

Erano anni che questi premi non facevano registrare un interesse così scarso, una conduzione così sciatta, un tappeto rosso così piatto e dei vincitori così imprevedibili, nel bene e nel male. Forse soltanto per questo ricorderemo i Golden Globes 2019, per la totale imprevedibilità dei suoi esiti.