Cella 211
– “Forse si mettono a un uomo i ferri ai piedi solo perché non
fugga o ciò gli impedisca di correre? Niente affatto. I ferri non
sono altro che un ludibrio, una vergogna e un peso, fisico e
morale. Così almeno si presuppone. Essi non potranno mai ad alcuno
impedire di fuggire.
Il più inesperto, il meno abile dei
detenuti saprà ben presto, senza gran fatica, segarli o farne
saltare la ribaditura con un sasso.” Così
Dostoevskij, in Memorie da una casa di morti e
nell’incipit di questa recensione. In Cella
211, in cui si parla proprio di detenuti che riescono
a fare saltare i propri ferri, tutto inizia però con una ferita,
quella di un detenuto che si taglia le vene e tutto prosegue con un
buon livello di tensione emotiva. Il regista stesso Daniel
Monzòn (El corazon del guerriero, El robo mas grande jamàs
contado, La caja Kovak) ha parlato di ferite a proposito del film,
ferita che scava dentro e fa male come poche perché “spiega la
nostra fragilità e parla di come la vita di ognuno di noi sia
appesa ad un filo.” Questa ferita è la storia di Juan Olivier, che
dovrebbe iniziare il suo lavoro come secondino per un carcere di
massima sicurezza. Dovrebbe, perché un frammento di intonaco del
braccio più turbolento del carcere gli cade addosso e lo colpisce
alla testa. Le guardie lo distendono temporaneamente nella cella
211, quella del detenuto morto suicida, ma non hanno il tempo di
rianimarlo che i detenuti più pericolosi, guidati dal loro leader
Malamadre, scatenano una rivolta e assumono il pieno controllo del
carcere. Una volta rinvenuto, Juan non avrà altra scelta che
fingersi detenuto a propria volta, tentando così di salvarsi, ma il
gioco si rivelerà estremamente pericoloso…
Cella 211
uscirà nelle sale italiane il 16 aprile, distribuito dalla Bolero
film. Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia
nelle giornate degli autori e ha vinto 8 premi Goya nel suo paese
d’origine, tra cui quello per Miglior Film, Miglior Regia e Miglior
Attore. Il film è tratto dal romanzo di
Francisco Pèrez Gandul, che ha affascinato molto
affascinato il regista con la sua tensione e i suoi colpi di scena
nonché per la descrizione di un universo realistico e di grande
umanità.
Per filmare questo universo, la mdp
(non è mai superfluo ricordare che si tratta di una digitale) si
mette a servizio dei personaggi, priva di tecnicismi lambiccati e
artifici stilistici, adottando uno stile di ripresa che alterna la
macchina a mano a inquadrature fisse, intensissimo ed essenziale,
ma sicuramente non povero di spettacolarità, per quanto il modello
registico di Monzòn fosse, a suo dire, il documentario. Del resto,
il regista ha all’attivo dei film particolarmente dinamici, forti
di azioni spettacolari.
C’è una parte della critica che si
sente chiamata a storcere pressoché aprioristicamente il naso
dinanzi a quelle opere europee che peccano nell’avere un sapore
simile ai blockbuster USA (e getta). In effetti il film appartiene
a un genere largamente sperimentato dall’industria hollywoodiana,
quello carcerario, e c’è da dire che spesso gioca a infilare scene
madri –pestaggi, morti, e il rapporto tra Juan e Malamadre – una
dietro l’altra (perdonabili, comunque, perché almeno non
stupidamente gratuite), ma sarebbe un errore, bollarlo
negativamente solo perché in parte riconducibile a una
cinematografia hollywoodiana ad alto tasso spettacolare. Del resto,
perché vergognarsi di essere spettacolari (o competitivi sul
mercato che è dominato dagli USA), se si riesce a fare comunque un
film valido? Perché Cella 211 non è un
capolavoro ma è un film interessante e teso narrativamente.
Interessante, anche per come mostra luci e ombre degli esseri umani
(di nuovo Dostoevskij, che certo Monzòn non ha scomodato) a
contrasti forti come nella fotografia del folgorante incipit,
contrasti che sono tanto dei detenuti quanto dei secondini e
politicanti impegnati nelle trattative coi carcerati, tutti un po’
doppiogiochisti, chi più chi meno. Si può lamentare, in effetti, il
fatto che questo film non sia sceso tanto nel profondo lì dove
poteva insistere di più, cioè proprio sui rapporti tra i
personaggi, che sembrano a tratti ovvi e non compiutamente
sviluppati e lasciati a un cliché di amicizia virile. Ma più che
lamentare quello che a un film manca, e prima di rimpiangere altri
grandi oggi dimenticati che si sono cimentati con il film
carcerario senza essere americani né europei (Yilmaz Guney: chissà
come e che film girerebbe oggi e se fosse accusato di essere anche
lui vittima dello stereotipo carcerario hollywoodiano), è bene dire
di quanto invece offre.
Se condividiamo le parole di Samuel
Fuller nel godardiano Pierrot le fou, secondo cui un film è un
campo di battaglia con amore odio violenza morte, in una parola
“emozione”, ecco che siamo confermati nella nostra prima
impressione a proposito di questo film. È una ferita. Ed
emoziona!