In concorso alla
XXX edizione del Noir in Festival,
Wildland è il primo lungometraggio della
regista danese Jeanette Nordahl, già assistente
alla regia nella fortunata serie tv Borgen – Il
potere, oltre che di film danesi come
Carl Mørk – 87 minuti per non morire e il
successivo The absent one – Battuta di
caccia. In quest’edizione del Festival,
Nordahl è tra le più attese della nutrita pattuglia al
femminile. Ci si aspetta molto da questo giovane talento, classe
1985. Il suo film, ultimato nel 2019, infatti ha già convinto alla
Berlinale 2020, dove è entrato a
far parte della sezione Panorama.
Wildland, la trama
La diciassettenne Ida,
Sandra Guldberg Kampp, perde la madre in un
incidente d’auto. Viene così affidata alla zia materna, Bodil,
Sidse Babett Knudsen, che la accoglie a casa sua,
dove vive con i figli Jonas, Joachim Fjelstrup, e
Mads, Besir Zeciri, la moglie di Jonas, Marie,
Sofie Torp, e la nipotina. Poco dopo si unisce a
loro anche il terzo figlio di Bodil, David, Elliot Crosset
Hove, con la sua ragazza Anna, Carla Philip
Røder. Ida li osserva, non sa cosa aspettarsi da loro.
Presto si rende conto che Bodil ha un legame morboso con i figli. I
tre fanno tutto ciò che dice la madre, che dirige letteralmente le
loro vite. In più, la famiglia ha dei loschi affari e mentre Bodil
si occupa della parte “amministrativa”, i tre figli fanno il lavoro
sporco. Presto anche Ida viene coinvolta, come nuovo membro della
famiglia e sperimenta su di sé quanto sia complicato svincolarsi da
quel legame malato. Quando la situazione si complica ulteriormente,
Ida è costretta a una scelta difficile.
La famiglia è una terra selvaggia e
pericolosa
A prima vista il titolo del
film, Wildland, “terra selvaggia”,
sembrerebbe in aperto contrasto con l’immagine che lo accompagna:
una famiglia apparentemente normalissima seduta su un divano. Non
vi è infatti nessun segno di catastrofi, di minacce incombenti
legate al mondo della natura, una natura che si riveli un pericolo
per l’uomo e lo metta a dura prova. È proprio questo che la regista
vuole mostrare: come una famiglia, che dovrebbe essere il luogo più
sicuro, in cui ci si sente più protetti, possa essere invece quello
in cui si è più in pericolo, peggio di una giungla. Soprattutto se,
come nel caso dei protagonisti, si tratta di una famiglia
disfunzionale, dedita ad attività criminali. Jeanette
Nordahl dunque si mostra ben più interessata ai meccanismi
emotivi, relazionali e psicologici che possono innescare una
situazione di tensione, di suspense e di pericolo, piuttosto che a
indagare pericoli esterni.
Wildland
entra a pieno nella contraddizione e ne esplora i paradossi, grazie
anche a un gruppo di buoni attori che riescono a incarnarne le
varie sfumature. Tra questi spicca, nel ruolo della matriarca
Bodil, Sidse Babett – già protagonista della
serie tv Borgen – il
Potere, ha lavorato con Susan Bier,
Emmanuelle Bercot e con Ron
Howard per Inferno.
La giovane Ida, timida e
indecifrabile, è invece interpretata da Sandra Guldberg
Kampp, con la sua fresca grazia. Ella si pone inizialmente
come outsider che osserva questo gruppo e le sue dinamiche, ma ne
viene presto risucchiata, proprio a causa della natura perversa dei
legami in gioco. Se da una parte la ragazza percepisce come assurdo
il funzionamento di questa famiglia e vorrebbe staccarsene,
dall’altra ne trae un senso di protezione e appartenenza e si
fa lusingare dalle attenzioni di una madre ossessivamente
protettiva, a suo modo perfino amorevole, che non si rende conto di
danneggiare i figli proprio mentre cerca di proteggerli, essendo al
tempo stesso manipolatrice. Una splendida Sidse
Babett sa abilmente incarnare entrambi gli aspetti
di questa sorta di mostro a due teste che è Bodil. I tre
figli maschi rappresentano in vario modo le tre declinazioni
dell’essere succubi: Jonas sembra il più responsabile, ma è un
burattino nelle mani della madre, David è il più fragile, vorrebbe
ribellarsi ma non ne ha la forza e così annulla sé stesso nella
dipendenza, Mads è un bambinone. Ma i veri punti di forza del film
sono le figure femminili. Sono le giovani donne quelle che
potrebbero in qualche modo sovvertire questo ordine malato. Non
tanto Marie, quanto la stessa Ida ed anche Anna, la compagna di
David. Sembrano quelle più forti e più in grado di
autodeterminarsi, ma qui la regista delude in parte le aspettative,
non dando a queste tre figure lo slancio che sembravano promettere.
Forse una su tre prenderà una strada diversa. Lasciamo allo
spettatore scoprire chi sarà.
Ad ogni modo,
l’ambiguità, l’ambivalenza dei legami morbosi al centro del film
avvince lo spettatore, alimenta la sua curiosità, insieme a un
sentimento di angoscia crescente, dovuto all’aggravarsi della
situazione, man mano che una vera e propria trappola si stringe
attorno all’ultima arrivata, Ida. Dunque, il film funziona, pur con
qualche sbavatura in scrittura: qualche traccia narrativa accennata
e poi abbandonata, dunque prescindibile. Il film è scritto da
Ingeborg Topsøe e basato su un’idea della regista
assieme alla stessa Topsøe. Un evento tragico nel sottofinale e il
finale aperto lasciano sul piatto più di un interrogativo, e se
quest’indeterminatezza può non piacere a tutti, si tratta di una
scelta d’impatto, che spinge lo spettatore ad immaginare un
possibile futuro.
Wildland
conferma quindi in Jeanette Nordahl un talento da
seguire.