Veronica Roth pubblicherà due nuovi
libri ambientati nel
mondo di Divergent, ma con una svolta
sorprendente. Roth ha pubblicato la trilogia di Divergent tra il
2011 e il 2013, seguita poco dopo da un adattamento cinematografico
incompiuto. Sebbene l’autrice abbia scritto alcuni racconti
ambientati nel mondo distopico/young adult da lei creato, non ha
pubblicato un romanzo completo di Divergent per 13 anni.
Dopo tutti questi anni, Roth
pubblica The Sixth Faction, il primo di una nuova duologia
che reinventa Divergent attraverso uno scenario ipotetico. Invece
di scegliere gli Intrepidi come nel primo romanzo di Divergent, The
Sixth Faction seguirà la protagonista Tris Prior mentre prende una
decisione completamente diversa dopo una tragedia che cambia
tutto.
Il nuovo romanzo uscirà il 6
ottobre 2026, mentre il secondo libro sarà pubblicato a febbraio
2027. Roth ha annunciato l’importante notizia su Instagram,
rivelando anche la copertina, che mostra Tris in piedi sul bordo
del tetto di un edificio, con Quattro alle sue spalle.
La trilogia originale di Divergent
è ambientata in una Chicago futuristica in cui gli adolescenti si
sottopongono a un test attitudinale e scelgono una delle cinque
fazioni (Abnegazione, Intrepidi, Eruditi, Amicizia e Candore) che
determinerà il resto della loro vita.
La protagonista, Tris Prior, è una
Divergente, il che la rende una minaccia per la società
autoritaria. Cresciuta nella fazione degli Abneganti, la abbandona
il Giorno della Scelta e incontra un giovane di nome Quattro. I due
sequel, Insurgent e Allegiant, continuano il
viaggio di Tris e Quattro, mentre la spietata Jeanine Matthews
scatena una guerra e prende di mira i suoi avversari.
Un anno dopo l’uscita dell’ultimo
libro, Summit Entertainment e Lionsgate hanno distribuito
l’adattamento cinematografico di Divergent, che ha incassato 289
milioni di dollari al botteghino e ha ottenuto un punteggio del 41%
su Rotten Tomatoes. Nonostante le recensioni non fossero benevole,
gli ottimi incassi al botteghino portarono a due
sequel:
The Divergent Series: Insurgent incassò 297
milioni di dollari (ottenendo un punteggio del 29% su Rotten
Tomatoes).
Il franchise incontrò poi delle
difficoltà quando lo studio decise di dividere l’ultimo libro in
due film, una tendenza in voga all’epoca dopo essere stata
utilizzata per Harry
Potter,
Twilight e
Hunger Games, con risultati altalenanti. Questi
due film furono girati simultaneamente, a differenza di Allegiant,
che avrebbe avuto due produzioni separate.
Dopo che The Divergent Series: Allegiant
incassò solo 179 milioni di dollari e ottenne un punteggio
dell’11%, la Summit cambiò rotta e decise di completare
l’adattamento con un film per la televisione. Anche questi piani
furono però abbandonati e la serie cinematografica di Divergent non
fu mai completata.
La Bingbing avrà il ruolo di Blink,
una mutante con potere di teletrasportarsi. Lanciatissima in
patria, l’attrice è stata presente in Double Exposure
e Lost in Thailand, grandissimi successi al Box Office
cinese e ha già 3 film in cantiere per il 2013: The Lady in the Portrait, The Moon & the Sun e Empress
Wu Ze Tian. Sta anche negoziando per entrare nel cast del
sequel di Crouching Tiger, Hidden
Dragon.
La star di
S.W.A.T.
David Lim reagisce alla sorprendente notizia dello spin-off,
condividendo le sue opinioni in un lungo post sui social media. A
pochi giorni dalla messa in onda del
finale della serie S.W.A.T. il 16 maggio, è stato
annunciato che la Sony Pictures Television, che produce il dramma
d’azione, sta portando avanti lo spin-off S.W.A.T. Exiles.
Shemar Moore riprenderà il ruolo di Daniel “Hondo” Harrelson Jr.,
anche se secondo alcune indiscrezioni sarà affiancato da un nuovo
cast di volti noti.
Lim, che interpreta Victor Tan, ha reagito alla notizia dello
spin-off su Instagram. In un lungo post, riportato qui sotto, Lim
ha confessato che la sorpresa dello spin-off di Hondo ha
“fatto male”, sottolineando la mancanza di un riferimento al
cast originale. L’attore, che ha fatto parte del cast di
S.W.A.T. fin dal primo episodio, ha poi ringraziato i fan
per i messaggi di sostegno e ha detto di non sapere cosa riserva il
futuro.
Cosa significa lo spin-off di
S.W.A.T. per il futuro della serie
Successive notizie su come è nato lo
spin-off di S.W.A.T. hanno rivelato che il progetto è andato
avanti con sorprendente rapidità. La velocità con cui è stato
annunciato, poche ore dopo il finale, è dovuta al fatto che Sony
Pictures Television voleva cheS.W.A.T. Exilesfosse pronto per essere presentato all’annuale LA
Screenings, dove Sony TV sperava di mettere in evidenza la
nuova serie agli acquirenti internazionali e nazionali.
Ma la rapidità ha anche contribuito
al fatto che gli ex membri del cast non siano stati informati dello
spin-off, secondo un articolo di Deadline.
Un altro motivo per accelerare lo
spin-off, secondo alcune fonti, è che c’era poco tempo per
assicurarsi la partecipazione di Moore e dei membri della troupe
dello show. Exiles, ideato dal showrunner di Lucifer
Jason Ning, vede Hondo alla guida di un’unità SWAT sperimentale
composta da reclute SWAT inesperte e imprevedibili.
L’attore del film Black Panther: Wakanda
Forever, Tenoch Huerta,
interprete di Namor, è stato
accusato di essere un violento predatore sessuale dalla musicista e
attivista Maria Elena Rios in una serie di post
sui social media. In questi la Rios è partita spiegando la sua
rottura con l’organizzazione Poder Prieto, un gruppo antirazzista
in Messico, e la sua rabbia per il fatto che il gruppo avrebbe
pubblicato un podcast che la coinvolgeva sul loro sito Web dopo che
si era separata dal gruppo (e poi non l’aveva pagata per
questo).
Quando il gruppo ha poi contestato
l’account di Rios (sostenendo di non avere alcun coinvolgimento con
la produzione del podcast e di avere semplicemente pubblicato un
collegamento ad esso sul suo sito Web), la Rios li ha poi accusati
di proteggere Huerta, scrivendo che “quando ho lasciato il loro
gruppo ho chiarito loro che proteggono il violento predatore
sessuale Tenoch Huerta“. Ma chi è la Rios? Si tratta di una
rinomata sassofonista in Messico, diventata più nota per il suo
attivismo dopo che un ex fidanzato ha assunto due uomini nel 2019
per gettarle dell’acido in faccia. Grazie al suo lavoro di
attivista ha così iniziato ad associarsi con Poder Prieto.
La Rios ha dunque ora scritto sui
propri social “è molto difficile parlare dell’abuso emotivo e
dell’abuso di potere di un predatore sessuale come Tenoch Huera,
che è amato nel mondo per aver interpretato un personaggio
cinematografico. Affascinante in apparenza, il grande tratto
distintivo di un narcisista più una buona dose di
vittimizzazione“. Ha anche dato alcune risposte generali alle
domande che le persone le avevano rivolto, “‘E perché non hai
denunciato?’ Dicono quelli che vivono in un paese maschilista, dove
la giustizia è irraggiungibile, dove quasi ti ammazzano e ancora
non ti credono o la giustizia arriva. E no, non voglio essere
famosa, e no, non voglio soldi perché so lavorare“. Al
momento, Huerta non ha ancora risposto pubblicamente alle
affermazioni della Rios.
Come riportato da Variety, l’attore Danny
Masterson è stato condannato a 30 anni di carcere dopo
essere stato giudicato colpevole di stupro all’inizio di
quest’anno. Masterson, meglio conosciuto per aver recitato nella
sitcom di successo della Fox “That 70’s Show” e in
“The Ranch” di Netflix, stava da tempo affrontando una potenziale
condanna da 30 anni all’ergastolo, cosa che si è poi
concretizzata.
L’attore, che sostiene la sua
innocenza, è stato condannato per due delle tre accuse di stupro
forzato lo scorso maggio. Masterson è stato accusato di aver
violentato tre donne nella sua casa di Hollywood Hills tra il 2001
e il 2003, durante il periodo in cui era in “That 70’s
Show“. La giuria lo ha dunque condannato per aver violentato
due donne nel 2003, ma non è riuscita a raggiungere un verdetto su
un’accusa del novembre 2001 che coinvolgeva un’ex fidanzata,
sebbene i giurati abbiano votato a favore della condanna.
Entrambi i processi hanno inoltre
gettato luce sulla Chiesa di Scientology, di cui Masterson è
membro, con il verdetto che ha dunque segnato una sorprendente
caduta per uno dei membri più importanti di Scientology. Tutte e
tre le vittime erano a loro volta membri della chiesa al momento
delle aggressioni, ma da allora hanno dichiarato di non farne più
parte.
Le tre hanno inoltre affermato – sia
durante la sentenza che nelle testimonianze – che la chiesa le ha
dissuase dal denunciare Masterson alla polizia. I pubblici
ministeri hanno sostenuto durante tutto il processo che Masterson
aveva approfittato della sua posizione nella chiesa per violentare
le donne senza timore di ripercussioni e che la chiesa proibiva
alle donne di rivolgersi alla polizia per denunciare una violenza
sessuale.
Dopo la sentenza, l’avvocato di
Masterson ha detto ai giornalisti fuori dal tribunale che intende
presentare appello contro la sua condanna. “Gli errori che si
sono verificati in questo caso sono sostanziali e sfortunatamente
hanno portato a verdetti non supportati da prove“.
L’attimo fuggente
(il cui titolo originale è Dead Poets
Society) è uno dei film più celebri e amati di sempre.
Affronta le difficoltà degli studenti di una scuola maschile che
devono scontrarsi con le rigide regole imposte della società pur di
perseguire le loro passioni, e ci sono diverse citazioni che
esaltano quesi temi. Protagonista è dunque Robin Williams nei panni di un insegnante di
inglese che diffonde l’amore per la poesia alla sua classe, molti
dei quali stanno affogando sotto le aspettative dei loro genitori.
Il film è un dramma forte, scritto e diretto magistralmente, che è
valso a Williams una nomination all’Oscar come miglior attore.
Il film ha anche ottenuto una
nomination all’Oscar come miglior film e miglior regista (per
Peter Weir), ma è stata la sceneggiatura di
Tom Schulman a distinguersi, con lo sceneggiatore
che ha vinto lui stesso l’Oscar per la migliore sceneggiatura
originale. Nel film si trovano infatti diverse battute ispiratrici
che ancora oggi emozionano e fanno sognare gli spettatori. Da
battute spiritose a consigli motivazionali, il John Keating di
Williams ha una lunga lista di citazioni che si applicano a ogni
dilemma della vita. Scopriamole in questo approfondimento.
“O Capitano! Mio
Capitano!”, la Setta dei Poeti Estinti Al signor Keating
Sebbene l’intero film sia una storia
bella e profonda, il finale di L’attimo fuggente è
considerato una delle migliori e più emozionanti conclusioni della
storia del cinema. Sembra che la storia stia andando verso una fine
tragica, poiché l’insegnamento non ortodosso di Keating viene
ritenuto responsabile del suicidio di uno studente, il che porta al
suo licenziamento. Gli studenti rimasti sono costernati nel vedere
che sono costretti a seguire lezioni di poesia più rigide sotto la
supervisione del signor Nolan.
Tuttavia, quando Keating sta per
andarsene, gli studenti lo salutano in modo commovente, alzandosi
in piedi sui banchi e salutandolo con questa frase tratta dalla
poesia di Walt Whitman. È un gesto d’addio che
mostra a Keating quanto gli studenti abbiano imparato da lui, il
loro modo di protestare contro il suo licenziamento e la promessa
che continueranno a esprimersi come lui ha insegnato loro.
“Signor Anderson! Non pensi che
io non sappia che questo compito la spaventa a morte“, John
Keating a Todd Anderson
Il ruolo che ha lanciato Ethan Hawke è stato quello di Todd Anderson in
L’attimo fuggente. Todd è uno degli studenti più
timidi della scuola, inizialmente molto riservato, ma come gli
altri, gli insegnamenti del signor Keating fanno emergere qualcosa
in lui. Ciò che è ancora più speciale è il modo in cui Keating
riconosce in Todd qualcosa che il giovane sembra non riuscire a
concepire di sé stesso.
Dopo aver assegnato alla classe il
compito di scrivere una poesia originale, Keating comunica loro che
dovranno leggere la propria poesia ad alta voce in classe. Poi si
prende un momento per riconoscere quanto questa idea spaventi Todd.
Keating non è tipo da mettere in imbarazzo uno studente con
malizia, né da fare favoritismi. Nel richiamare Todd, sta
semplicemente facendo capire al giovane che non permetterà che la
paura sia una scusa nella sua classe.
“Non dimenticarlo”, John
Keating a Todd Anderson
Quando arriva dunque il momento di
leggere le poesie ad alta voce in classe, Todd è pieno di paura e
dice al signor Keating che non ne ha scritta una. Keating non ha
intenzione di lasciar passare così facilmente uno dei suoi
studenti, ma invece di dargli un voto negativo, fa alzare Todd in
piedi davanti alla classe e recitare una poesia originale sul
momento. Anche in questo caso, non si tratta di un tentativo di
umiliare il ragazzo, ma di costringerlo a uscire dalla sua zona di
comfort.
Keating fa chiudere gli occhi a Todd
e gli dice di iniziare a parlare con il cuore. Anche se nervoso,
Keating aiuta Todd a bloccare tutto il resto. Quando recita una
poesia davvero impressionante, la classe lo applaude e Todd è pieno
di orgoglio. Keating lo prende da parte e gli ricorda di conservare
questo ricordo dentro di sé, assicurandosi che la paura di
mostrarsi vulnerabile davanti agli altri non ostacoli mai la
soddisfazione di esprimersi.
“Che il potente spettacolo
continui e che tu possa contribuire con un verso. Quale sarà il tuo
verso?”, John Keating alla sua classe
Quando spiega ai suoi studenti il
vero motivo per cui la poesia e la letteratura dovrebbero essere
apprezzate, il signor Keating ne approfitta anche per ispirare i
suoi studenti a lasciare un segno nel mondo. Insiste sul fatto che
tali forme d’arte aiutano le persone a sentirsi vive e a vivere la
vita con più passione e sentimento, riuscendo così a dare un
contributo maggiore. Celebra l’idea che ci sia ancora qualcosa che
tutti loro possono dare al mondo.
Questa semplice domanda, rivolta ai
giovani: “Quale sarà il vostro verso?”, mostra quanto
Keating possa essere fonte di ispirazione per questi ragazzi. Li
costringe a riflettere su come vogliono contribuire al “gioco”
dell’umanità. In questo contesto, diventa difficile per loro
ignorare le loro vere passioni e li costringe a confrontarsi con i
loro veri sentimenti su ciò che sono chiamati a fare.
“Non importa quello che ti
dicono gli altri, le parole e le idee possono cambiare il
mondo”, John Keating alla sua classe
Ci sono molti film che parlano
dell’importanza dell’arte, ma pochi lo fanno in modo così efficace
come L’attimo fuggente. In questo caso, l’idea di
abbracciare l’arte e la poesia è ribelle, dato che la natura
soffocante del collegio è più focalizzata sull’apprendimento
“pratico” piuttosto che sulla frivolezza apparente delle storie e
delle poesie. Tuttavia, in diretta contraddizione con ciò che
pensano alcuni degli altri insegnanti, Keating insiste sul fatto
che queste cose hanno un’importanza nel mondo.
Dire ai giovani che le parole e le
idee possono cambiare il mondo è il modo in cui Keating dà loro il
permesso di abbracciare questi aspetti della loro mente e
condividerli con il mondo. Non è un caso che inizi dicendo “non
quello che vi dicono gli altri”, poiché Keating è consapevole
di come la loro società cercherà di soffocare questo tipo di
pensiero e insiste sul fatto che quelle persone dovrebbero essere
ignorate.
“Carpe Diem. Cogliete l’attimo,
ragazzi. Rendete straordinarie le vostre vite”, John Keating
alla sua classe
Uno dei motivi principali per cui
così tante citazioni da L’attimo fuggente sono
entrate a far parte della cultura popolare è che il personaggio di
Robin Williams, John Keating, è il modello
perfetto di un educatore dedicato. Ciò è evidente nel momento in
cui Keating insiste affinché i suoi studenti escano e sfruttino al
massimo la loro vita, non solo dal punto di vista accademico o
professionale.
Questa citazione da L’attimo
fuggente arriva quando John Keating mostra ai ragazzi
alcune foto di studenti del passato esposte lungo il corridoio
della scuola. Egli dice loro che non sono diversi. Hanno lo stesso
livello di testosterone e lo stesso taglio di capelli. I ragazzi in
foto, però, sono ora tutti morti. Vuole instillare in queste menti
curiose l’idea che finché sono giovani e capaci, devono vivere la
loro vita al massimo. “Carpe diem, cogli l’attimo”, dice
Keating, intendendo che vuole che i ragazzi si godano il momento
finché dura.
“Poesia, bellezza,
romanticismo, amore… Queste sono le cose per cui viviamo”,
John Keating alla sua classe
John Keating è un insegnante di
inglese alla Welton Academy in Dead Poets Society, un collegio
d’élite dove l’obiettivo dell’istruzione per la maggior parte dei
suoi studenti è quello di garantire loro il successo professionale
nella vita adulta. Questo è il motivo per cui Keating diventa così
amato dai suoi studenti, poiché il suo obiettivo non è il loro
successo, ma la loro realizzazione personale, e la citazione da
L’attimo fuggente che illustra perfettamente
questo concetto è quando egli sostiene i valori delle arti (e
alcuni degli aspetti più profondi dell’esperienza umana in
generale).
“Medicina, economia, diritto,
ingegneria… sono tutte attività nobili e necessarie per sostenere
la vita. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore… sono
ciò per cui viviamo”. Pur riconoscendo che le persone hanno
bisogno della scienza e della tecnologia per sopravvivere, John fa
capire ai suoi studenti che hanno anche bisogno di un canale per
esprimere se stessi. Crede nell’equilibrio tra bisogni e desideri,
tra cuore e mente. Ricorda loro che le persone scrivono poesie
perché sono membri della razza umana, non solo perché è “carino”.
Gli esseri umani sono pieni di passione e alimentati da essa, e
questo può avvenire solo risvegliando quella parte di loro.
“Mi alzo in piedi sulla
cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose in
modo diverso”, John Keating alla sua classe
Una parola che non può assolutamente
essere usata per descrivere i metodi di insegnamento di John
Keating in L’attimo fuggente è “ortodosso”,
come dimostra questa citazione. In una lezione, gli studenti di
John lo trovano in piedi sulla sua cattedra invece che seduto
dietro di essa. Nel tentativo di approfondire ulteriormente le sue
lezioni, John spiega che il motivo per cui è in piedi sulla
cattedra è per vedere le cose in modo diverso.
Spesso le persone guardano solo
l’immagine che hanno davanti e dimenticano che bisogna tenere conto
anche degli altri aspetti. Chiede ai suoi studenti di salire sulla
sua cattedra, in modo che possano provare cosa significa guardare
le cose da una nuova prospettiva. Questi studenti sono normalmente
confinati nelle loro routine e tradizioni, e intraprendere la
strada meno battuta a volte può fare bene alla loro anima.
“Devi sforzarti di trovare la tua
voce”, John Keating alla sua classe
“… perché più aspetti a
iniziare, meno probabilità avrai di trovarla”. Ci sono molte
citazioni ispiratrici di John Keating tratte da L’attimo
fuggente che provengono dai numerosi momenti in cui
incoraggia i suoi studenti a non sottovalutare mai il valore
dell’introspezione e dell’autonomia intellettuale. Continua a
motivare i suoi studenti a pensare liberamente e con la propria
testa, a trovare ciò che funziona meglio per loro e a scoprire come
rendersi soddisfatti della propria vita.
È un tema ricorrente in molte delle
lezioni di John nel film, ma questa citazione da L’attimo
fuggente in particolare cattura l’idea in modo più
succinto rispetto a quasi tutte le altre. John dice che non bisogna
mai rassegnarsi a vivere una vita insoddisfacente, perché porta
alla disperazione. Bisogna uscire dagli schemi per trovare nuovi
orizzonti ed esplorare nuove idee, luoghi e credenze. Mentre John
convince i suoi studenti a credere in se stessi, sa anche che c’è
sempre qualcosa là fuori che cercherà di rovinare la loro
individualità.
“Il linguaggio è stato
sviluppato per un unico scopo, e cioè… corteggiare le donne”,
John Keating alla sua classe
Sebbene L’attimo
fuggente sia uno dei pochi film di Robin
Williams celebrati per ragioni diverse dalle
impareggiabili doti comiche del defunto attore, ci sono comunque
diversi momenti in cui la star riesce a strappare una risata agli
spettatori. Non tutto ciò che John Keating diceva era profondo, e a
volte nelle sue lezioni parlava con umorismo. Una delle citazioni
chiave che lo dimostrano è quando John spiega ai suoi studenti che,
a suo avviso, le complessità del linguaggio umano sono state
perfezionate per un unico motivo: migliorare il romanticismo.
Neil Perry ha ragione: il linguaggio
è stato sviluppato per comunicare. Tuttavia, nella speranza di
raggiungere aspirazioni più elevate e conquistare nuovi territori,
il linguaggio è diventato lo strumento principale dell’uomo per
esprimere i propri desideri. L’uso del linguaggio si è evoluto nel
corso dei secoli. John chiede alla classe quali altre parole
potrebbero sostituire “stanco” e “molto triste”, e Knox Overstreet
risponde ‘cupo’. In questo senso, “corteggiare le donne”
significa semplicemente trovare affetto usando le parole.
“C’è un tempo per osare e uno
per essere cauti, e l’uomo saggio comprende a quale è
chiamato”, John Keating a Charlie Dalton
Essere espulsi per uno scherzo non è
audace, e John ha avvertito Charlie Dalton di non mettersi più nei
guai dopo che questi ha fatto uno scherzo davanti a tutta la
scuola. Pensava che il signor Keating ne sarebbe stato felice, ma
chiaramente non aveva capito il punto. Questa citazione da
L’attimo fuggente trasmette una serie di
significati che non si possono cogliere facilmente a meno che una
situazione specifica non richieda un’azione immediata. Charlie era
un idiota, pensava solo a se stesso quando ha messo la loro società
segreta sotto il pubblico scrutinio. John si rende conto che deve
insegnare la responsabilità oltre alla libertà di esprimersi.
“Ma solo nei loro sogni gli
uomini possono essere veramente liberi”, John Keating a un
altro insegnante
“È sempre stato così e sempre
così sarà”. Come si è potuto notare, la maggior parte delle
migliori citazioni di L’attimo fuggente proviene
dalle lezioni di John e dai consigli che dà ai suoi studenti.
Tuttavia, non è sempre così, poiché ci sono diverse frasi
memorabili che derivano dalle varie discussioni (e dibattiti) di
John con altri membri della facoltà della Welton Academy. Un
esempio lampante è quando John Keating spiega a uno dei suoi
colleghi quale sia, secondo lui, il vero scopo dell’istruzione,
dopo essere stato interrogato sul suo modo diverso di
insegnare.
La scuola sostiene da anni il valore
della tradizione e della disciplina. Per John, è giusto scuotere un
po’ le cose. Crede nei liberi pensatori, proprio come ha detto al
signor Nolan quando lo ha affrontato sui suoi metodi “non
ortodossi” di insegnamento agli studenti. Solo vivendo i propri
sogni un uomo può essere veramente libero. Purtroppo per John,
anche se le sue affermazioni sono vere, nei confini di questa
particolare scuola c’è poco spazio per realizzare i propri
sogni.
“Vi ho portati qui per
illustrare il concetto di conformità”, John Keating ai suoi
studenti
“… la difficoltà di mantenere le
proprie convinzioni di fronte agli altri”. John Keating
rappresenta l’antitesi di tutto ciò che la sua classe si aspetta
dalle figure autoritarie, e questo è uno dei motivi principali per
cui diventa una presenza così stimolante nelle loro vite. Tuttavia,
questo non è l’unico motivo per cui si distingue agli occhi dei
suoi studenti, poiché i suoi metodi rappresentano per loro un
cambiamento di ritmo tanto rinfrescante quanto i suoi valori. In
L’attimo fuggente, gli studenti della Welton
Academy rimangono affascinati dal modo vivace ed energico di
insegnare del signor Keating.
Li fa camminare, correre e
arrampicare per trasmettere il suo messaggio. Dice a tre ragazzi
della classe di fare una passeggiata e, centimetro dopo centimetro,
iniziano a marciare all’unisono. Questo è il punto che vuole
dimostrare, che gli esseri umani sono destinati a conformarsi agli
standard della società e a perdere le proprie convinzioni solo per
essere accettati. Ricorda loro che, per quanto strano o diverso sia
il proprio sogno, bisogna esserne orgogliosi. Questo è, ancora una
volta, il desiderio del signor Keating di vedere i ragazzi
realizzare i propri sogni.
“Ho sempre pensato che lo scopo
dell’istruzione fosse imparare a pensare con la propria
testa”, John Keating al signor Nolan
Sebbene non manchino battute
profonde e filosofiche in questo film dai molteplici livelli
tematici, il messaggio centrale di L’attimo
fuggente è racchiuso in questa singola citazione meglio di
qualsiasi altra. Riassume tutto ciò che guida John Keating come
educatore e, per estensione, la linfa vitale tematica del film
stesso. La citazione arriva quando John ha un confronto con il
signor Nolan, uno degli altri membri della facoltà della Welton
Academy.
È ciò che John Keating vuole dire ai
suoi studenti: usare l’istruzione come mezzo per conoscere meglio
se stessi e gli altri. Usarla per prendere posizione e lottare per
ciò in cui si crede, non solo per rimanere neutrali o scendere a
compromessi. Poiché il signor Nolan lo rimprovera, ponendo fine a
questo modo di insegnare, il signor Keating si trova di fronte a un
dilemma. I suoi studenti sono profondamente colpiti dalle sue
parole e iniziano a pensare fuori dagli schemi. Tuttavia, la scuola
li costringe a tacere e a conformarsi.
“Amo insegnare. Non vorrei
essere in nessun altro posto”, John Keating a Neil Perry
John Keating rappresenta l’idea di
un educatore perfetto, che non solo è motivato dal desiderio di
garantire ai suoi studenti le migliori possibilità di una vita
appagante, ma che comprende e apprezza anche la sua importanza
nella loro vita. Tuttavia, per John, questo comporta anche un
notevole sacrificio personale. Quando Neil Perry
(Robert Sean Leonard) chiede a John Keating perché
ha scelto di rimanere a scuola invece di andare a Londra per stare
con sua moglie, John risponde che ama così tanto insegnare che
preferisce stare da solo piuttosto che non vivere i suoi sogni.
La sua passione per l’istruzione ha
plasmato profondamente molte vite, specialmente quelle dei suoi
studenti. Un insegnante come il signor Keating è un buon mentore e
confidente, ed è questo che rende sia lui che L’attimo
fuggente sono così accattivanti per il pubblico. Ispira
sempre tutti quelli che incontra e irradia un’energia vibrante che
li porta a riflettere su come vivono la loro vita. Anche se la sua
permanenza in questa scuola si è conclusa in tragedia, John ha
sicuramente aiutato più di uno studente a cambiare il proprio modo
di pensare per diventare una persona migliore.
Indubbiamente tra i più celebri film
di formazione di sempre, L’attimo
fuggente (il titolo originale è Dead Poet
Society), racconta la storia di un gruppo di studenti
della Welton Academy, una scuola preparatoria
maschile del Vermont, nel 1959. Nel film, questi giovani sono
ispirati a far rivivere una società segreta ormai defunta dal loro
entusiasta insegnante di inglese, John Keating, interpretato dallo
straordinario Robin Williams. Keating stesso era uno dei
membri fondatori della Dead Poets Society quando era studente alla
Welton.
L’insegnante ispira però questi
ragazzi anche a pensare con la propria testa e a “succhiare il
midollo dalla vita”, trovando la loro passione per la vita, la
poesia e le arti. Sebbene questo film sia generalmente un’opera di
finzione, si ispira in realtà alla vita dello sceneggiatore
Tom Schulman, che ha poi vinto l’Oscar per la
Miglior sceneggiatura originale proprio per questa sua storia. In
questo approfondimento, però, esploriamo nel dettaglio cosa del
film è basato su elementi reali e cosa invece no.
La fittizia Welton Academy si
troverebbe nel Vermont, ed è ispirata all’esperienza dello
sceneggiatore Tom Schulman presso la Montgomery Bell
Academy a Nashville, nel Tennessee. Il film, come
anticipato, è vagamente ispirato alla vita di Schulman e i
personaggi sono basati più o meno vagamente su persone della sua
vita. In un’intervista con la University of California Television,
Schulman ha ad esempio detto che Knox Overstreet
(Josh Charles) è basato su un amico del college
che era follemente innamorato di una ragazza di nome Chris.
In un’intervista tra Schulman e il
preside della Montgomery Bell Academy, Schulman ha parlato di come
stava lavorando a una sceneggiatura ispirata al suo corso di
recitazione e scrittura a Los Angeles, spiegando come, dopo aver
cambiato l’ambientazione in una scuola maschile, la sua storia
abbia preso forma. Schulman si è reso conto che la storia non
riguardava solo un insegnante stimolante, ma anche il modo in cui
questo insegnante aveva contribuito a trasformare la vita dei suoi
studenti.
L’alma mater di Schulman, la
Montgomery Bell Academy, è stata fondata nel 1867 ed è l’unica
scuola maschile nella zona di Nashville. Anche oggi, nel XXI
secolo, possiamo vedere l’enfasi sulla storia e la tradizione della
fittizia Welton Academy riecheggiare nella missione della MBA di
formare i propri studenti come “gentiluomini, studiosi, atleti”.
Sebbene la MBA sia una scuola diurna piuttosto che un collegio,
l’ispirazione che Schulman ha tratto dalla sua alma mater è dunque
evidente.
Come ha rivelato Tom Schulman in
un’intervista alla Montgomery Bell
Academy, ha iniziato a lavorare alla sceneggiatura che è poi
diventata L’attimo fuggente mentre frequentava
l’Actors and Directors Lab di Los Angeles. Il mentore del suo
insegnante, Harold Clurman, che veniva a trovare
gli studenti per dare loro consigli prima di lanciarsi in discorsi
appassionati, ha ispirato Schulman. Schulman sentiva però che alla
sua sceneggiatura mancava qualcosa di essenziale e dunque la mise
da parte.
Nella stessa intervista, Schulman ha
spiegato come, dopo aver messo in pausa la sceneggiatura, abbia
ricordato con una sua amica Samuel F. Pickering
Jr., che insegnava inglese a Schulman al secondo anno alla
Montgomery Bell Academy. Lei disse a Schulman che Pickering era
l’insegnante stimolante di cui Schulman avrebbe dovuto scrivere, e
lui iniziò quindi a rielaborare la sceneggiatura, ambientandola in
una scuola maschile. Con questo cambiamento di ambientazione, il
progetto prese forma e emersero i personaggi che conosciamo.
Pickering ispirò lo stile di insegnamento insolito di John Keating,
mentre Harold Clurman influenzò i discorsi motivazionali di
Keating.
Pickering disse al Times Daily:
“Qualunque cosa di me ci sia in quel personaggio deve essere
minima. Io ero un ragazzo e lui era un bambino. Ventitré anni fa.
Quanto di me potrebbe esserci nel film?” Pickering ha però
riconosciuto il suo stile di insegnamento non ortodosso, ammettendo
di tenere lezioni in piedi sulla cattedra o su un cestino della
spazzatura per mantenere viva l’attenzione dei suoi studenti. Più o
meno verificato che sia, il suo contributo alla definizione del
personaggio è dunque presente e ha permesso di dar vita ad uno dei
personaggi del cinema più amati di sempre.
L’attimo fuggente
(il cui titolo originale è Dead Poets Society) è uno dei
pochi film definiti quasi interamente dal suo finale. L’iconica
scena conclusiva non è facile da dimenticare, anche per coloro che
hanno visto il film per la prima volta. L’immagine dei ragazzi
della scuola superiore, un tempo timidi, in piedi sui loro banchi
per rendere omaggio al loro insegnante di inglese appena
licenziato, il signor John Keating (Robin
Williams), è destinata a rimanere nel cuore degli
spettatori. Senza quel momento “O, Capitano, mio
Capitano“, L’attimo fuggente sarebbe stato un
film molto diverso.
Ma non è l’unico che ha trasformato
il film nel classico che è diventato. Come in tutte le buone
storie, il finale è infatti solo un momento culminante. Per quanto
gli eventi possano apparire pedestri – almeno fino allo scioccante
suicidio dell’atto finale -, accadono davvero molte cose, anche se
solo sotto la superficie. Questo fa sì che L’attimo
fuggente sia molto di più di un film liceale per
antonomasia, e che sia anche un commento su un importante
cambiamento della società e sul ciclo di abusi perpetuato da una
cultura di mascolinità tossica.
La trama di L’attimo
fuggente
La storia si svolge a Welton, un
prestigioso collegio maschile con tradizioni rigide e personale
ancora più severo. La storia inizia quando la classe del 1959
arriva al campus per il semestre autunnale. Con il nuovo anno
accademico arriva anche un nuovo insegnante, Keating (Robin
Williams). Egli ha frequentato quella stessa scuola,
quindi conosce fin troppo bene gli strascichi del suo programma di
studi soffocante. Vuole dunque che i suoi studenti trovino la loro
voce finché sono giovani. Inizia così ad impartire loro una serie
di lezioni di vita che scuoteranno profondamente le coscienze di
alcuni e daranno vita ad eventi straordinari.
La riformatasi Setta dei Poeti
Estinti (Dead Poets Society), composta da alcuni studenti
di Keating, adotta quindi il mantra del professore, “carpe
diem“, come solo gli adolescenti sanno fare.
Charlie è probabilmente il discepolo più
appassionato di Keating, organizza elaborate campagne per portare
le studentesse a Welton e adotta persino un nuovo soprannome,
Nuwanda. Knox usa il noto potere della poesia per
conquistare una ragazza di una scuola vicina. E poi c’è
Neil, che sembra l’ultima persona ad aver bisogno
dell’aiuto di Keating, almeno in apparenza.
In fondo, però, è vero l’esatto
contrario: pur essendo uno studente di talento e un leader nato,
deve spesso mettere da parte le sue aspirazioni personali e fare
quello che gli dice il padre prepotente. In circostanze normali,
Neil si concederebbe a suo padre senza fare domande. Finché non si
diploma a Welton, poi all’università e (infine) alla facoltà di
medicina, la sua vita non è sua. Solo dopo che le lezioni di
Keating cominciano ad essere recepite, Neil capisce che può vivere
in modo diverso, senza sottomettersi al padre. Fa quindi
un’audizione per una produzione locale di “Sogno di una notte
di mezza estate” nel tentativo di riprendere il controllo
della sua vita.
L’unico problema è che lo fa
all’insaputa del padre, e la cosa gli si ritorce contro in modo
terribile quando questi scopre la verità e chiede a Neil di
abbandonare la produzione. È questo conflitto che dimostra
l’approccio semi-formale di Neil alla filosofia di Keating. Come
altri membri della Setta dei Poeti Estinti, non riesce ad assorbire
la vera essenza del “carpe diem”. Onorare la propria verità
interiore e scrollarsi di dosso lo status quo sono entrambi
fondamentali per cogliere l’attimo, ma non senza una comprensione
delle conseguenze. Keating dice alla sua classe: “C’è un tempo
per osare e c’è un tempo per la cautela. Un uomo saggio
capisce qual è il momento giusto“.
Keating cerca di incoraggiare la
temperanza e la pazienza nei suoi studenti, soprattutto quando Neil
si rivolge a lui con il suo dilemma. Per far sì che Neil trovi
davvero la libertà che sta cercando, Keating dice che deve
affrontare suo padre. Anche se il signor Perry non riesce a
immedesimarsi nel figlio, non è la fine del mondo. La sua “servitù”
non durerà per sempre e presto sarà libero di recitare in qualsiasi
opera teatrale gli piaccia. È un bel sentimento, ma un concetto
totalmente estraneo a Neil, che non riesce a vedere oltre la sua
soffocante realtà.
Si sente in trappola qualunque cosa
faccia, e questa sensazione non fa che aumentare la sua disperata
volontà di liberarsi. Questo è, ironicamente, ciò che rende il
ruolo di Todd nella storia così importante. È
l’anello di congiunzione di Neil in tutto e per tutto, poiché
entrambi i personaggi rappresentano i diversi modi in cui la
vergogna può manifestarsi all’interno di una persona. La vergogna
di Todd gli impedisce di esternare le proprie idee ed emozioni al
mondo. “Il signor Anderson pensa che tutto ciò che è dentro di
lui sia inutile e imbarazzante“, osserva astutamente Keating.
E Neil, con tutto il suo fuoco interiore, viene fatto sentire dal
padre.
Nonostante la sua sicurezza
proiettata, Neil lotta anche per dimostrare il suo valore, ma è
molto più bravo a nasconderlo. Come Keating sottolinea in seguito,
è un attore di grande talento. Ha recitato per tutta la vita,
interpretando la parte del figlio doveroso, il signor futuro
dottore dei sogni di suo padre. Ma dopo aver assaggiato la libertà,
si rende conto che non può più continuare a recitare, soprattutto
con la minaccia della scuola militare – e di altri 10 anni al
“servizio” del padre – che incombe sulla sua testa.
Dopo il suo scontro finale con il
signor Perry, Neil vede solo un modo per fuggire, per essere
finalmente libero secondo i propri termini. Il suo suicidio provoca
però comprensibilmente uno shock a Welton, e il preside
Nolan (Norman Lloyd) si affretta
a ripristinare l’ordine sulla scia della tragedia. Egli coinvolge
Keating nella morte di Neil e minaccia i restanti membri della
Setta di espulsione se non confermano la sua versione dei fatti.
Con Charlie espulso, Keating licenziato e Nolan pronto a
sostituirlo come insegnante di inglese, lo status quo è
praticamente ripristinato, ed è qui che l’attenzione si sposta
quasi interamente su Todd.
Tra tutti i membri della Setta dei
Poeti Estinti, era inizialmente lui il più restio agli insegnamenti
di Keating. Tra tutti i suoi amici, era il più propenso a tirarsi
indietro di fronte a una sfida. È solo quando gli viene presentata
la sfida più difficile di tutte, quella di onorare la verità a
prescindere dalle conseguenze, che è in grado di dimostrare una
completa comprensione del “carpe diem”. Keating vede la sua classe
per l’ultima volta quando torna a prendere le sue ultime cose e lì
Todd trova il coraggio di confessare il piano di Nolan.
Quello che succede dopo, il già
citato momento “O Capitano, mio Capitano”, è un simbolo
dell’effetto che Keating ha avuto sui suoi studenti, in particolare
su Todd. Il ragazzo non può tornare indietro su ciò che ha fatto (e
potrebbe benissimo essere espulso per ciò che fa dopo), ma i
principi che ha imparato hanno acceso un fuoco dentro di lui, e non
sarà facile spegnerlo. Come lui, anche altri ragazzi si ergono in
piedi sui propri banchi, ignorando le urla del preside Nolan e
spiccando così su quanti scelgono di rimanere seduti, a capo chino.
Questi ragazzi, toccati dalla luce di Keating, potranno aspirare ad
una vita degna di essere vissuta.
Pochi film hanno avuto un impatto
generazionale come L’attimo fuggente (il cui
titolo originale è in realtà ben diverso, ovvero Dead Poets
Society). Diretto nel 1989 da Peter Weir,
noto anche per i film Witness – Il testimone
e The Truman Show, questo
ha il merito di trascendere il proprio tempo per trasmettere
lezioni di vita universali, sempre valide e sempre capaci di
toccare l’animo umano. Non a caso, l’American Film Institute lo ha
collocato al 52° posto nella classifica dei 100 film più commoventi di
sempre.
A distanza di più di trent’anni, è
dunque ancora un film assolutamente imperdibile. Scritto da
Tom Schulman, premiato poi con l’Oscar per la
sceneggiatura originale, il film non è basato su alcuna opera
preesistente, bensì su alcune esperienze che lo stesso Schulman
visse al tempo degli studi al college.
Ispirato dalla figura di un suo professore sopra le righe, egli
costruisce una vicenda che mira a risvegliare le coscienze dei più
giovani, sempre più resi passivi da istituzioni e contesti sociali
alienanti.
Si tratta di dinamiche molto care a
Weir, che con i suoi film è solito prestare attenzione ai
comportamenti del soggetto il cui microcosmo è sottoposto al
difficile confronto con un macrocosmo, a volte naturale, a volte
sociale. Sono dunque molti i motivi per vedere o rivedere
L’attimo fuggente, un’opera non esente da difetti ma
indubbiamente capace di comunicare con una forza speciale con i
propri spettatori.
Prima di intraprendere una visione
del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle
principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella
lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli
relativi alla trama, al cast di
attori e al significato generale del
film. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il titolo nel
proprio catalogo. Se si desidera leggere le frasi più
belle, invece, si rimanda a
questo articolo.
Ambientato nell’autunno del 1959
all’Accademia Welton, una scuola elitaria e conformista ubicata
sulle colline del Vermont, il film ha per protagonista l’insegnante
di materie umanistiche John Keating. I suoi
metodi, assolutamente insoliti, sono considerati con timore e
sgomento dal preside Nolan e dalle famiglie degli
studenti. Keating, infatti, usa la poesia per far nascere e
sviluppare lo spirito creativo, insegnando a cogliere ogni attimo
della propria vita. Nella classe di Keating, sette allievi lo
seguono con interesse particolare, capeggiati da Neil
Perry. Sia loro che lo stesso Keating, però, dovranno
scontrarsi sempre più con il conformismo e la serietà che sempre
hanno regnato a Welton.
Ad interpretare il professor John
Keating, come noto, vi è l’attore Robin Williams,
in una delle sue interpretazioni più amate di sempre, che gli ha
fatto guadagnare una nomination all’Oscar. Ad aver attratto
l’attore nei confronti del personaggio vi è stato il fatto che egli
avrebbe desiderato tanto avere un insegnante come Keating durante i
suoi anni scolastici. Williams ebbe poi la possibilità di
improvvisare molto, arricchendo il personaggio di ulteriore
carisma. In seguito, l’attore ha affermato di considerare
L’attimo fuggente il suo film preferito tra quelli in cui
ha recitato e Weir il miglior regista con il quale abbia mai
lavorato.
Accanto a lui, nel ruolo dello
studente Neil Perry vi è invece l’attore Robert Sean
Leonard. Per tale personaggio si era candidato con molto
interesse anche River Phoenix, ma il regista
preferì affidare la parte ad un attore poco conosciuto. Ethan Hawke,
qui nel suo primo ruolo di rilievo, è invece Todd Anderson, un
altro degli studenti di Keating. Per far sì che i giovani
interpreti sviluppassero un solido rapporto tra di loro e fossero
consapevoli del cambiamento emotivo dei loro rispettivi personaggi,
Weir decise di girare il film in ordine cronologico e di far stare
quanto più tempo possibile insieme gli attori. Nei panni del severo
preside Nolan, invece, vi è l’attore Norman
Lloyd.
Come traspare dalla sintesi della
trama qui riportata, uno dei principali temi del film è quello che
vede una generazione di giovani andare contro le rigide imposizioni
imposte dalla società. Tale ribellione viene però messa in moto da
una nuova consapevolezza che i protagonisti acquisiscono grazie al
professor Keating e che diventa il tema alla base del film, ovvero
la fugacità della vita. “Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi,
rendete straordinaria la vostra vita” afferma Keating parlando
con i suoi studenti, poiché “strano a dirsi, ognuno di noi in
questa stanza, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e
morirà“.
Prima che ciò accada, bisogna dunque
esprimere tutto il proprio potenziale, donando dunque significato
alla propria esistenza. Come si può riuscire in ciò? Il film
suggerisce di tenere sempre vivo il fuoco della passione, cosa che
può essere fatta attraverso il mezzo della poesia, che permette di
estrapolare e far crescere anche le più profonde emozioni presenti
nell’animo di ogni essere vivente. Nel corso del film dunque gli
studenti di Keating acquisiscono sempre più consapevolezza di sé
stessi, del mondo e dei propri desideri, imparando a inseguirli
anche se ciò vuol dire andare contro l’ordine precostituito. A tal
riguardo, è entrata a far parte dell’immaginario colletivo la scena
in cui Keating sale sulla cattedra.
In questa scena, tra le più
importanti ed esplicative del messaggio del film, il professore
invita i suoi studenti a guardare alle cose da prospettive diverse,
poiché solo così si può comprendere meglio ciò che ci circonda.
Keating stimola dunque i suoi studenti a non rimanere con il capo
chino, bensì a divenire liberi pensatori, capaci di trovare e
percorrere la propria strada e la propria identità. Nell’ultima
scena del film, nella quale sono i suoi alunni illuminati a salire
sulla cattedra, ponendosi in contrasto con chi invece rimane
seduto, si compie il senso e l’invito del film, valido tanto al
momento della sua uscita in sale quanto, e forse ancor di più, al
nostro quotidiano.
Il trailer di L’attimo
fuggente e dove vedere il film in streaming e in TV
L’attimo fuggente in streaming è disponibile sulle seguenti
piattaforme:
Per vederlo, una volta scelta la
piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o
sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video.
Quando il re incontrastato del cinema
d’avventura (Spielberg) torna dietro alla macchina da presa e il
suo più accreditato erede (Jackson) produce il progetto, è lecito
aspettarsi qualcosa di veramente grosso. “Le avventure di Tin Tin:
il segreto dell’unicorno” è un film d’animazione realizzato con la
tecnica del performance capture che porta sul grande schermo le
avventure di un eroe non proprio conosciutissimo qui da noi ma che,
con una sola striscia di 24 avventure realizzate dal fumettista
belga Hergè (pseudonimo di Georges Prosper Remi)
40 anni fa, è riuscito a diventare un’icona molto popolare,
soprattutto in Francia.
L’attesa è il film
che segna il debutto alla regia di lungometraggi di Piero Messina,
abile regista di prodotti per televisione, tra spot e documentari,
nonché di cortometraggi. Assistente alla regia di Paolo
Sorrentino per This Must be the Place e La
grande bellezza, Messina ha confezionato un film che si basa
sul lutto e sulla sua elaborazione, reso magnifico soprattutto
dalla performance di Juliette Binoche. Ecco dieci cose da
sapere su L’attesa.
L’attesa film
1. C’è stato un grande
lavoro con la sceneggiatura. Scritta da Giacomo
Bendotti, Ilaria Macchia, Andrea Paolo Massara e Piero Messina, la sceneggiatura è stato il
primo passo per mettere in scena il primo
film da regista di Messina stesso. Lo spunto è stato preso
dalla storia vera di una persona che ha deciso di superare le fasi
del lutto semplicemente non parlando del lutto stesso.
2. È stato girato in
Sicilia. Il film è ambientato in questa splendida isola
italiana e, più precisamente, le riprese sono state effettuate
nelle zone del ragusano (tra cui Chiaramonte Gulfi), nel calatino e
nei paesini che si trovano alle pendici dell’Etna.
3. È stato candidato a
diversi premi. Presentato in concorso alla 72°
Mostra del Cinema di Venezia, L’attesa ha ricevuto i premi
Leoncino d’Oro Agiscuola per il Cinema, menzione speciale per il
Premio SIGNIS e per il Premio FEDIC. Inoltre, è stato candidato a
due David di Donatello (per il Miglior regista esordiente e la
Miglior attrice protagonista), a tre Nastri d’argento (per il
Miglior regista esordiente, Miglior scenografia e Miglior sonoro in
presa diretta) e conquistando una nomination per la Miglior musica
e una vittoria come Miglior opera prima al Globo d’oro.
L’attesa streaming
4. È disponibile in
streaming. Grazie alla sua presenza sulle varie
piattaforme di streaming digitale legale, è possibile vedere o
rivedere L’attesa. Questo film, infatti, è disponibile su
Chili, Infinity e Tim Vision.
L’attesa trailer
5. L’attesa del
trailer. Prima di visionare il film, è consigliabile dare
un occhio al trailer per capire se possa essere appropriato a
seconda dei propri gusti cinematografici.
L’attesa cast
6. Juliette Binoche ha
lavorato con l’immaginazione. L’attrice
ha rivelato di sentirsi piuttosto insicura rispetto a quello che
voleva fare per interpretare il suo personaggio. Per potergli dare
vita, quindi, ha preferito lavorare con la mente, esplorando
l’animo interiore della protagonista.
7. Indispensabile lavorare
con il regista. Per Giorgio Colangeli,
che in questo film interpreta Pietro, parlare con Piero Messina,
regista del film, è stato un processo basilare. Il suo è un
personaggio che rispecchia la razionalità ed è stato essenziale
avere in mano tutte le sfumature possibili di Pietro per poterlo
interpretare al meglio.
8. Lou de Laâge ha lavorato
sulle sensazioni. Per la giovane attrice francese è stato
importante lavorare sul proprio io, cercando la parte interiore più
semplice e pura. Ciò è servito per poter dare vita al personaggio
di Jeanne, una giovane ragazza che vive nel mistero e non conosce
la verità.
L’attesa trama
9. Una fede
incrollabile. L’attesa è un periodo di tempo di cui non si
conosce la durata e, quindi, diventa un vero e proprio atto di
fede. In questo caso, questo atto lo devono compiere Anna e Jeanne,
una nei confronti dell’altra, in attesa che Giuseppe, figlio di
Anna e fidanzato di Jeanne, faccia il suo ritorno, con la
differenza che la prima conosce la verità e la seconda vive nel
mistero.
L’attesa colonna sonora
10. Un film con un brano di
Leonard Cohen. La musica del film, curata meticolosamente
da Alma Napolitano, Marco Mangari e Piero
Messina, possiede anche un brano del compositore
Leonard Cohen, ovvero Waiting for the
Miracle. È proprio con questo brano che il regista ha voluto
sottolineare una delle scene chiave del film.
Il
film L’attachement – La
tenerezza è una delle opere più intense e toccanti
dell’ultima stagione cinematografica. Diretto con sensibilità e
attenzione ai dettagli emotivi, si concentra sulla vita di Sandra
(Valeria
Bruni Tedeschi), una donna che affronta il difficile
percorso di liberarsi dal proprio guscio interiore e imparare ad
accogliere i legami affettivi.
Sin
dall’inizio, la pellicola intreccia intimità e distanza, mostrando
il conflitto interiore della protagonista: la paura di lasciarsi
andare e il bisogno profondo di connessione. In questo senso, il
film è una riflessione sulla vulnerabilità umana e sul coraggio di
aprirsi all’altro.
Il
finale ha sollevato numerosi interrogativi, poiché si presenta come
un epilogo aperto e pieno di sfumature. Non chiude la vicenda con
una soluzione definitiva, ma lascia lo spettatore con un senso di
rinnovamento e speranza, offrendo una chiave interpretativa che
merita di essere approfondita.
L’attachement – La tenerezza: la trama del film
La storia segue Sandra, una donna segnata da un passato di
isolamento emotivo. La sua vita prende una svolta quando incontra
Alex e
attraverso di lui entra in contatto con David e i suoi figli. Inizialmente restia
a coinvolgersi, Sandra mantiene una distanza protettiva, quasi
timorosa di abbandonare il proprio equilibrio precario.
Col passare del tempo, però, la protagonista si ritrova sempre più
immersa nella quotidianità di questa nuova realtà. L’affetto
genuino dei bambini e la sincerità dei rapporti che le si
presentano diventano una sfida al suo bisogno di solitudine e
controllo. Sandra comincia a sperimentare un calore diverso, fatto
di piccole attenzioni, gesti di cura e condivisione che minano il
muro che ha eretto attorno a sé.
Il film alterna momenti di intimità delicata a conflitti che
mettono in evidenza le resistenze della protagonista. Il rapporto
con Alex e la famiglia di David si trasforma lentamente in un
crocevia di emozioni contrastanti, dove emergono paura, desiderio e
un bisogno crescente di appartenenza.
Cosa succede nel finale di L’attachement – La tenerezza
Nel finale, Sandra compie un passo decisivo: si apre finalmente ai
legami che ha tentato a lungo di respingere. Le ultime immagini
mostrano la protagonista che accetta di formare una connessione
autentica con i bambini e con le persone più vicine ad Alex e
David. Non si tratta di una conclusione netta, ma di un
nuovo inizio, in
cui Sandra abbraccia una forma di famiglia diversa, non biologica,
eppure profondamente significativa.
Il film si chiude con un tono sospeso, quasi poetico, che trasmette
un senso di speranza e possibilità. Sandra appare trasformata: non
più una donna barricata dietro il proprio dolore, ma una figura
capace di accettare la vulnerabilità come parte integrante
dell’amore e della vita.
Qual è il significato del finale di L’attachement – La
tenerezza
Il significato del finale si articola in più livelli tematici.
Abbracciare le famiglie scelte: il film
sottolinea che le famiglie non sono definite solo dal sangue, ma
possono nascere da legami scelti, da connessioni profonde e
autentiche. Sandra trova nella comunità di Alex e David una nuova
forma di appartenenza.
Un inizio aperto: il finale non chiude la
storia ma la lascia spalancata al futuro. Lo spettatore è invitato
a immaginare gli sviluppi dei nuovi legami di Sandra.
Lasciar andare l’armatura emotiva: dopo
anni di isolamento, Sandra smette di resistere e si lascia guidare
dalla vita, accogliendo il rischio della connessione umana.
L’amore oltre il romanticismo: la
pellicola suggerisce che l’amore più autentico può trovarsi anche
fuori dalle relazioni sentimentali, nei rapporti con i bambini e
nella comunità.
Crescita personale: il percorso della
protagonista è quello di una rinascita emotiva. La sua indipendenza
non è solitudine, ma libertà di scegliere i propri legami.
In definitiva, il finale di L’attachement – La
tenerezza è un inno alla vulnerabilità e alla capacità di
reinventare la propria vita attraverso connessioni sincere e non
convenzionali.
Secondo quanto riportato
da Deadline, dopo il grande successo
di Animali fantastici e dove trovarli
la Warner Bros. sarebbe ora intenzionata a
dare corpo a un nuovo interessante progetto di adattamento
cinematografico, questa volta riguardante il famoso
manga L’attacco dei giganti già padre di
un ricco e variegato frachise. Le poche informazioni circolate
finora fanno intendere che, qualora lo studio dovesse
effettivamente acquisire i diritti, il progetto sarebbe affidato al
produttore David Heyman, già artefice dei
grandi successi di Gravity e dell’intera saga
di Harry Potter.
L’attacco dei
giganti nasce nel 2009 come manga shōnendi
genere action-horror grazie alla fantasia di Hajime
Isayama e narra di un mondo post-apocalittico
nel quale i pochi esseri umani sopravvissuti sono costretti a
vivere in città fortificate da altissime mura, nel disperato
tentativo di difendersi dai Titani, enormi
esseri mostruosi e carnivori. Pubblicato in origine sulla rivista
Bessatsu Shōnen Magazine e in seguito
raccolto in un albo dedicato, il manga è stato successivamente
riadattato sotto forma di romanzo e di serie animata – di cui la
seconda stagione sarà in arrivo a fine anno -, senza contare i
numerosi videogiochi e addirittura due film d’animazione
(L’attacco dei giganti – Il film parte I. L’arco e la
freccia cremisi e L’attacco dei giganti – Il
film parte II. Le ali della libertà) tratti proprio dalla
serie televisiva.
In realtà non si tratterebbe del
primo adattamento live-action di L’attacco dei
giganti, in quanto vanno segnalati i due capitoli di un
progetto cinematografico intitolato Shingeki no kyojin –
Attack on Titanrealizzati in Giappone per
la regia di Shinji Higuchi usciti nel
2015.
Qualora la Warner
Bros. dovesse acquisite i diritti di sfruttamento del
franchise di L’attacco dei giganti allora si
tratterebbe del primo progetto di adattamento live-action in terra
americana del franchise, e sicuramente la grande esperienza di
un produttore come David
Heyman risulterebbe centrale per il buon esito
dell’operazione. Se tutto dovesse procedere come previsto e la
risposta del pubblico fosse conforme o superiore alle aspettative,
nulla toglie che lo studio potrebbe scegliere di dare vita a un
progetto i lungo corso piuttosto che optare per
comprimere l’intero universo di L’attacco dei
giganti in un’unica pellicola, seguendo perciò l’esempio
giapponese.
Al momento non si hanno ancora
ulteriori informazioni riguardo all’esito del progetto, dunque
bisognerà aspettare ancora un pò prima di poter conoscere qualcosa
di più circa la possibilità di un nuovo adattamento live-action
de L’attacco dei giganti.
Il sito ufficiale del manga
Attack on Titan ha rivelato in via
ufficiale che presto arriverà un film in live-action basato sul
popolare fumetti di Hajime Isayama e che sarà
al cinema nel 2015. La pellicola è attualmente in sviluppo e le
riprese inizieranno nel 2014 per la regia di Shinji
Higuchi. A scrivere la sceneggiatura Yuusuke
Watanabe. Da noi il manga è meglio noto con il nome
de L’attacco dei Giganti.
Attualmente sono in corso una serie
di casting per trovare gli attori protagonisti del film. Lanciato
nel 2009 il manga Attack on
Titan ha venduto oltre 25 milioni di copie nel
mondo. Sono quest’anno ha venduto la spaventosa cifra
di 15.933.801 di copie , diventando così il secondo manga più
venduto dietro One Piece ( 18 milioni). La sua serie si divide in
25 Episodio e ancora non è chiaro se il film si baserà su uno di
essi, più probabilmente sarà un film delle origini.
A produrre e distribuire la pellicola sarà la TOHO. Data la
popolarità del manga, non è detto che si possa vedere il film anche
in Italia, ma al momento non si hanno notizie in merito.
L’attacco dei Giganti
(Attack on Titan) è un manga shōnen
di genere horror e action scritto e disegnato dal mangaka
Hajime Isayama. È pubblicato in Giappone, dal
settembre 2009, da Kodansha sulla rivista Bessatsu Shōnen Magazine
e raccolto in formato tankōbon. In Italia è edito da Planet Manga,
etichetta della Panini Comics, dal 22 marzo 2012 sulla collana
Generation Manga. L’opera è ambientata in un mondo dove i
superstiti dell’umanità vivono all’interno di città circondate da
enormi mura difensive a causa dell’improvvisa comparsa dei Giganti,
enormi creature umanoidi che divorano gli uomini senza un apparente
motivo. La storia ruota attorno al giovane Eren Jaeger e a sua
sorella adottiva Mikasa Ackermann, le cui vite vengono stravolte
dall’attacco di un gigante colossale che conduce alla distruzione
della loro città e alla morte della loro madre.
Sin dal suo debutto, nel 2013,
L’Attacco dei Giganti è diventato immediatamente
un grande successo presso il pubblico, tanto che quasi subito si è
cominciato a parlare di “miglior anime di tutti i tempi”, togliendo
il titolo a serie come Naruto, One Piece e Death Note.
Oggi, all’indomani dell’atteso epilogo, si può ragionare su quali
siano i motivi che effettivamente rendono L’Attacco dei
Giganti il miglior anime di tutti i tempi.
Mikasa Ackerman
Pochi anime shonen offrono
ai loro personaggi femminili l’opportunità di brillare come fa
Mikasa in L’Attacco dei Giganti. La
potente Mikasa Ackerman si trova in cima alla scala del potere per
l’intera serie. Anche dopo essersi innamorata di Eren o essere
stata costretta a entrare nel campo di battaglia con i Titan
Shifters, Mikasa non ha mai perso il suo posto al vertice e il suo
ruolo di punto di riferimento. Alla fine, Mikasa diventa uno degli
ultimi grandi eroi del mondo che sono riusciti a resistere a Eren
Yeager quando diede inizio all’apocalittico Boato della
Terra.
È stato guardato da molte più
persone rispetto agli altri anime
Il numero di spettatori
di L’Attacco dei Giganti è inaudito, per i numeri
che si registrano nel mondo degli anime. Questa serie di nuova
generazione fa sì che il seguito internazionale di Dragon Ball
sembri poco più che una scia di fumo rispetto ai numero di
spettatori che conta L’Attacco dei Giganti.
La serie ha attirato migliaia di spettatori che forse non avevano
mai dato una possibilità agli anime. Inoltre, Hajime Isayama è
riuscito a padroneggiare molti dei tropi dell’anime,
rivoluzionandoli e raccontando una storia che ha un sapore
universale. Un anime con la reputazione di L’Attacco dei
Giganti è destinato ad attirare regolarmente nuovi fan,
facendo leva su un potentissimo passa parola.
L’Attacco dei
Giganti non spreca un secondo in riempitivi inutili
Per guadagnarsi il titolo
di “Miglior anime di tutti i tempi”, la serie in questione deve
superare tre colossi sacri. Naruto, Bleach e One Piece sono i
capisaldi degli anime che nel tempo si sono guadagnati a periodi
alterni il titolo.
Una cosa che accomuna molti anime, e
anche questi tre che sono considerati l’eccellenza del genere, sono
le “puntate filler” ovvero episodi riempitivi che raccontano
aspetti dei personaggi e della storia che però non incidono sulla
trama principale. Per One Piece, questo tipo di contenuti possono
funzionare, ma non per Bleach e Naruto. L’Attacco dei Giganti non
deve mai preoccuparsi di rimanere impantanato nei riempitivi perché
non ne ha, cosa che regala agli spettatori un ottimo ritmo.
Nessun anime gestisce i colpi di
scena come L’Attacco dei Giganti
L’Attacco dei
Giganti tratta i colpi di scena in modo diverso rispetto
alla maggior parte degli anime, con ottimi risultati. Nella serie,
i colpi di scena sono continui e quasi ogni episodio si conclude
con un twist che traghetterà lo spettatore nella puntata
successiva.
Il mondo di L’Attacco dei Giganti è
realisticamente cupo. La morte è normale e le persone mettono
parlano delle proprie insicurezze più spesso che dei propri punti
di forza. Quando viene rivelato che il protagonista ha la capacità
di trasformarsi in un Gigante, i fan sono disposti ad accettare la
svolta e a sospendere la propria incredulità perché significa che
il protagonista è ancora vivo. Molti anime shonen possono sembrare
prevedibili e di routine con vittorie basate sul “potere
dell’amicizia” o sulla redenzioni dei cattivi, ma la trama di
questa storia mantiene i fan attenti con colpi di scena audaci che
nessun altro anime oserebbe prendere in considerazione.
Eren Jaeger è il protagonista più
“protagonista” nella storia degli anime
Nessun protagonista di
anime dai tempi di Light Yagami è riuscito a
confondere i fan spingendoli a mettere in discussione la
definizione di “protagonista” tanto quanto lo stesso Eren Jaeger.
Nel mondo della narrativa, la parola protagonista è spesso usata
come sinonimo della parola eroe, ma L’Attacco dei Giganti ha un approccio più
preciso alla parola.
Nella serie, la parola
protagonista viene utilizzata nel modo più accurato
possibile. Eren è l’unico personaggio che porta avanti
costantemente la trama senza esitazione. Senza il complicato codice
morale di un eroe, Eren è in grado di portare avanti la trama più
rapidamente di qualsiasi altro protagonista shonen visto
fino ad oggi. Ciò significa anche che Eren offusca il confine tra
eroe, antieroe e cattivo, prestandosi a molte interpretazioni
diverse ma ugualmente valide su che tipo di persona sia veramente:
salvatore, mostro, ladro o qualsiasi altra cosa.
L’Attacco dei Giganti fonde la narrativa
distopica con la narrativa di guerra storica
Quando l’Attacco dei
Giganti ha debuttato per la prima volta nel 2013, ha affascinato i
fan con una nuova interpretazione del genere narrativo distopico.
Il mondo in cui i fan sono stati coinvolti racconta la storia di un
popolo intrappolato dietro tre mura concentriche, ognuna delle
quali respinge la minaccia degli zombi giganti e dell’anarchia.
Man mano che la serie andava avanti,
si trasforma in un genere di narrativa completamente diverso. Le
stagioni 3 e 4 hanno aperto l’Attacco su Titano al mondo della
narrativa di guerra storica. La serie è riuscita a dominare
entrambi i generi, gratificando allo stesso tempo anche i fan di
azione-avventura e anime mecha.
La morte è reale nel mondo
de L’Attacco
dei Giganti
A parte le rare occasioni
in cui i Titan Shifters vengono colpiti alla testa da proiettili,
la morte in L’Attacco
dei Giganti viene presa molto più sul serio
rispetto all’anime medio. Anche se alcuni potrebbero vederlo come
uno svantaggio per i fan occasionali, è comunque uno dei motivi per
cui la serie è così divertente.
La storia di Sasha è il miglior
esempio della definitività della morte in L’Attacco dei Giganti. Essendo un
personaggio amante del cibo, Sasha Braus incarna la spensieratezza
che la maggior parte dei fan cerca in un anime. Quando viene uccisa
mentre è in servizio, i fan sono costretti a fare i conti con la
posta in gioco estrema di questo mondo.
La trasformazione in Gigante rende
la serie un mecha rivisitato
Il genere degli anime
mecha ha una lunga storia di gratificazioni per gli spettatori di
anime. Neon Genesis Evangelion, Code Geass e Gurren Lagann sono tre
anime popolari che rientrano in questo genere. Un altro anime che
tecnicamente rientra in questo genere è L’Attacco dei Giganti.
Sebbene non ci siano veri e propri
mecha, i Titan Shifter controllano tutti i loro Giganti come Asuka
e Shinji di Evangelion. Quando ci si rendono conto che L’Attacco
dei Giganti è un anime che potrebbe essere considerato
azione-avventura, narrativa distopica, narrativa di guerra e mecha,
diventa chiaro anche quanto sia brillante questa serie. Mostra
anche come il concetto stesso di Gigante sia inteso come un’arma,
non come un fenomeno naturale. Entità come i Giganti sono strumenti
che possono essere utilizzati o abusati in qualsiasi modo, a
seconda di chi li “pilota”.
La stagione 4 di L’Attacco dei Giganti trasforma il tropo
del flashback in un espediente narrativo
L’Attacco dei
Giganti prende una direzione unica quando utilizza
i flashback. La maggior parte degli anime utilizza i flashback per
aggiungere contesto alla propria scala di potere, evidenziare
sequenze d’azione e spiegare un colpo di scena. Quando Sasuke usa
per la prima volta il Chidori in Naruto, il flashback che segue
assolve a tutte e tre queste caratteristiche.
I flashback in L’Attacco dei Giganti sono usati con molta
più parsimonia. Quando arrivano, offrono informazioni cruciali
sulla trama, rendendole preziose come l’oro agli occhi degli
spettatori. Questi flashback assumono ancora più peso quando Eren
li trasforma in uno svolgimento effettivo della trama nella quarta
stagione.
Il potere dei Giganti è tanto
misterioso quanto affascinante
Come i Titani che
sfondarono le mura di Shiganshina, come il cattivo Reiner Braun con
il suo Gigante corazzato, il sistema di potere in L’Attacco dei Giganti è una bestia
complicata da affrontare. Isayama ha deciso di condividere
lentamente le informazioni sul potere dei Giganti, rendendo quasi
impossibile dar loro un senso fino alla stagione finale.
Oltre al potere semplice ma
diversificato dei nove giganti intelligenti, c’è il potere
dell’artiglieria moderna e il sangue degli Ackermann da considerare
quando si analizza il sistema di potere di L’Attacco dei Giganti. Questa diversità ha
permesso a Isayama di creare sequenze d’azione complesse, mentre la
semplicità di ciascun potere ne ha reso facile tenerne traccia.
NHK e MAPPA hanno annunciato che
L’attacco dei giganti 3, la terza stagione sarà
diviso in due parti, con la prima metà che andrà in onda a
marzo. L’attacco dei giganti 3 ha
tradotto un messaggio da MAPPA affermando che la parte 3 della
stagione finale sarebbe stata divisa a metà, con la prima metà che
debutterà il 3 marzo e la seconda metà in anteprima più tardi nel
2023. Puoi controllare la dichiarazione completa qui sotto:
Come parte dell’annuncio è stato
rilasciato anche un nuovo trailer di L’attacco
dei giganti 3, che potete vedere di seguito:
“Quattro anni dopo che il Survey
Corps ha raggiunto la riva oltre le mura, Falco Grice e Gabi Braun
sono tra i ‘Warrior Candidates’ di Marley che desiderano ereditare
il potere dei titani.” recita la sinossi dell’ultima
stagione. “Dopo essere usciti vittoriosi da una guerra
combattuta duramente, continuano il loro addestramento militare
quando Marley sposta ancora una volta la sua attenzione
sull’invasione di Paradis. Tuttavia, nel bel mezzo di questo
annuncio, Reiner ha un incontro inaspettato con una persona chiave
del suo passato… una persona che porta con sé terrore e caos.
La prima stagione di L’attacco dei giganti ha debuttato nel
2013 con recensioni entusiastiche, portando la serie ad accumulare
un’enorme base di fan nei prossimi mesi e anni. Sebbene la
stagione 2 non sarebbe arrivata fino al 2017, la serie ha mantenuto
questa base di fan e da allora ha visto l’uscita di più nuove
stagioni, videogiochi, serie spin-off e altro ancora.
Dopo lo straordinario successo al
botteghino de L’attacco dei giganti-Il Film: parte I solo
per due giorni, l’1 e il 2 settembre arriva nei cinema
italiani il secondo capitolo della saga L’attacco dei giganti –
Il Film: parte II. Le ali della libertà (elenco delle
sale e dettagli sulla stagione degli anime al cinema su www.nexodigital.it).
L’anime, ambientato nella città di
Shiganshina, è tratto dall’acclamato manga di Hajime
Isayama (che ha vinto il prestigioso Premio Kodansha, è
stato nominato alla sedicesima edizione del Premio culturale Osamu
Tezuka ed è uno dei 13 manga ad aver ricevuto una nomination per il
premio Manga Taishō). E’ prodotto da Wit Studio in collaborazione
con Production I.G. e propone scene inedite
rispetto agli episodi televisivi che hanno fatto la fortuna di
questo titolo oltre che una nuova colonna sonora
5.1. In questi anni il fenomeno de L’attacco dei
Giganti ha letteralmente travolto il Giappone dove gli
è stato dedicato un parco a tema all’interno degli Universal
Studios Japan di Osaka: qui i fan della saga possono
imbattersi in enormi statue dei giganti e in un set dedicato per
farsi ritrarre tra le mani di un titano per essere… sbranati
vivi. La storia de L’attacco dei Giganti ci trasporta
infatti indietro nel tempo di centinaia e centinaia di anni, quando
gli umani sono stati quasi completamente sterminati dai giganti.
Alcune popolazioni però sono sopravvissute barricandosi in una
roccaforte protetta da altissime mura. Nessuno di questi colossi si
è più mostrato per oltre cento anni, ma un giorno il giovane Eren e
sua sorella Mikasa restano testimoni di un’agghiacciante scena: le
mura della città cadono sotto i colpi di un super-gigante che si
crea un varco e divora viva la loro mamma. Eren giura che li
sterminerà tutti, non avrà pace finché l’ultimo gigante camminerà
sulla terra!
Ne L’attacco dei giganti
– Il Film: parte II. Le ali della libertà la saga
continua ed Eren scopre che per tutto il tempo è stato rinchiuso
nei sotterranei della sede della commissione e che verrà sottoposto
al giudizio della corte marziale, presieduta dal comandante supremo
Dallis Zacklay, l’uomo a capo di tutti i tre Corpi militari. Mentre
il Corpo di Guarnigione ha del tutto rinunciato ad avanzare pretese
su Eren per il terrore che la sua trasformazione in Gigante suscita
in molti dei suoi uomini, il Corpo di Gendarmeria desidera
studiarlo minuziosamente per poi eliminarlo. La sua unica speranza
di salvezza è costituita dal Corpo di Ricerca (nel quale, fra
l’altro, Erin desidera entrare da tempo). Il Corpo lo utilizzerebbe
infatti in battaglia per eliminare il maggior numero possibile di
nemici…
È da tanto tempo che i
fratelli Wachowski (Andy e
Lana, che adesso si fanno chiamare la Nave
Spaziale Wachowsi) non mettono mano alla macchina da presa
per raccontarci una storia. Finalmente, le geniali menti dietro
alla trilogia di Matrix, hanno
abbandonato il loro ritiro artistico, che durava dai tempi del poco
felice Speed Racer del 2008.
L’adattamento di “L’Atlante delle Nuvole” di David Mitchell sarà
diretto ufficialmente nientemeno che da i Wachowski e Tom Tykwer e
si chiamerà: Cloud Atlas. Confermato nel cast Tom
Hanks, le riprese inizieranno a settembre…
La Universal Pictures
Italia ha diffuso il trailer italiano di
L’assistente della star, l’attesa commedia con
protagonista Dakota Johnson che debutterà dal 26 Giugno sia
al cinema che a casa, nelle migliori piattaforme on demand.
ll film è diretto da e vede nel cast
anche Tracee Ellis Ross, Kelvin Harrison Jr. , Ice Cube Zoe
Chao ,Eddie Izzard, Bill Pullman e Diplo.
L’assistente della star: la trama
Ambientato nella scintillante scena
musicale di Los Angeles, il film racconta le vicende di Grace Davis
(Tracee Ellis Ross), una superstar che ha portato il proprio
talento, e conseguentemente il proprio ego, a vette incredibili.
Maggie (Dakota
Johnson) è la sovraccarica assistente personale di
Grace, rimasta invischiata fra le sue continue richieste, ma ancora
speranzosa di poter realizzare il sogno d’infanzia di diventare una
produttrice musicale. Quando il manager di Grace (Ice Cube) le
presenta l’opportunità che potrebbe cambiare il corso della sua
carriera, arriva il momento che le due donne realizzino un piano
che possa avere un impatto definitivo anche sulle loro vite.
Il
film L’assistente della
star, diretto da Nisha
Ganatra e interpretato da
Dakota Johnson e Tracee Ellis
Ross, si inserisce in quel filone di cinema
che racconta il dietro le quinte dell’industria musicale, lontano
dalle luci del palco e più vicino alle dinamiche quotidiane, spesso
invisibili, che tengono in piedi il sistema. La storia segue il
rapporto tra una superstar affermata e la sua assistente, offrendo
uno sguardo su ambizione, compromessi e desiderio di
affermazione.
Fin dalle prime sequenze, però, il film solleva una questione che
intercetta perfettamente l’intento di ricerca dello spettatore:
quello che vediamo è una storia vera? La risposta, in questo caso,
richiede una distinzione netta. L’assistente della
star non racconta una vicenda realmente accaduta, ma nasce
da esperienze autentiche che vengono rielaborate in forma
narrativa. È proprio in questo spazio intermedio – tra realtà
vissuta e costruzione cinematografica – che il film trova il suo
equilibrio, rendendo necessario analizzare cosa sia reale e cosa
invece appartenga alla finzione.
La “storia
vera” dietro il film: l’esperienza reale della sceneggiatrice nel
mondo della musica
A
differenza di altri titoli che si dichiarano esplicitamente “basati
su una storia vera”, L’assistente della star
costruisce la propria autenticità su un elemento più sottile ma
altrettanto significativo: l’esperienza diretta della sua
sceneggiatrice, Flora
Greeson. Prima di affermarsi nel cinema,
Greeson ha lavorato per anni come assistente nel settore musicale,
in contesti come grandi etichette discografiche e agenzie di
talenti.
Questo vissuto rappresenta il vero nucleo realistico del film. Il
rapporto tra assistente e datore di lavoro, così come viene
mostrato sullo schermo, non è una costruzione arbitraria, ma deriva
da dinamiche realmente osservate: orari imprevedibili, compiti che
vanno ben oltre le mansioni ufficiali, e una relazione
professionale che spesso sfuma nel personale. L’assistente diventa
una figura onnipresente, che conosce ogni dettaglio della vita
della star, dai codici di sicurezza alle abitudini più intime, pur
rimanendo in una posizione gerarchicamente subordinata.
Anche alcuni episodi apparentemente eccentrici – come richieste
logistiche assurde o situazioni limite – non sono invenzioni, ma
rielaborazioni di esperienze realmente vissute. In questo senso, il
film riesce a restituire una verità concreta sul funzionamento
dell’industria dell’intrattenimento: dietro l’immagine pubblica
perfettamente costruita, esiste un sistema complesso sostenuto da
figure invisibili, spesso sottoposte a pressioni continue.
Personaggi tra
realtà e finzione: Maggie e Grace come sintesi di esperienze
reali
Se il contesto è autentico, i personaggi principali rappresentano
invece una sintesi narrativa. Maggie, interpretata da
Dakota Johnson, è chiaramente ispirata alla stessa
Flora Greeson e a molte altre giovani
professioniste che cercano di costruirsi uno spazio nel mondo della
musica. Il suo conflitto – essere eccellente nel proprio lavoro ma
sentirsi intrappolata in un ruolo che non rappresenta le sue
ambizioni – riflette una condizione diffusa, soprattutto nei
settori creativi.
Diverso è il discorso per Grace Davis, la diva
interpretata da Tracee Ellis Ross. Il personaggio
non è basato su una figura specifica, ma nasce come un amalgama di
diverse icone musicali, tra cui Aretha
Franklin, Joni
Mitchell e Carole King.
Questa scelta consente al film di affrontare un tema reale senza
legarsi a una singola biografia: la difficoltà, per le artiste
mature, di mantenere controllo creativo e rilevanza in un’industria
che privilegia la giovinezza e l’immagine.
Il rapporto tra Maggie e Grace, quindi, non è la cronaca di una
relazione specifica, ma una costruzione che mette in scena tensioni
reali: da un lato l’ammirazione e la dipendenza professionale,
dall’altro il desiderio di autonomia. È proprio questa dinamica a
rendere il film credibile, pur muovendosi su un piano
dichiaratamente fiction.
Quanto è
accurato il film: tra realismo delle dinamiche e semplificazioni
narrative
Quando si valuta l’accuratezza di L’assistente della
star, è utile distinguere tra due livelli: quello delle
dinamiche professionali e quello dello sviluppo narrativo. Sul
primo piano, il film mostra una sorprendente aderenza alla realtà.
Il lavoro dell’assistente, spesso invisibile e totalizzante, è
rappresentato con una precisione che deriva chiaramente
dall’esperienza diretta della sceneggiatrice. Anche il senso di
precarietà emotiva – il sentirsi sempre sul punto di “superare un
limite invisibile” – è uno degli aspetti più realistici del
racconto.
Sul piano narrativo, invece, emergono alcune inevitabili
semplificazioni. Il percorso di Maggie verso la realizzazione
professionale segue una traiettoria più lineare e risolutiva
rispetto a quanto accade nella realtà, dove l’accesso a ruoli
creativi richiede tempi lunghi e spesso incerti. Allo stesso modo,
la figura di Grace Davis concentra in sé diverse problematiche
dell’industria musicale, rendendole più evidenti ma anche meno
sfumate.
Un altro elemento da considerare è il tono del film, che alterna
leggerezza e riflessione. Questa scelta permette di rendere il
racconto accessibile, ma comporta anche una parziale attenuazione
delle difficoltà reali del settore, che nella vita quotidiana
possono essere più dure e meno conciliabili con una risoluzione
positiva.
Tra verità
emotiva e costruzione cinematografica: cosa resta davvero del mondo
reale
Alla fine, L’assistente della star si colloca in
una zona ben precisa: non è una storia vera nel senso tradizionale,
ma è profondamente radicata nella realtà. La sua autenticità non
deriva dalla fedeltà a eventi specifici, bensì dalla capacità di
catturare un’esperienza condivisa da molte persone che lavorano
nell’industria musicale.
Il film funziona proprio perché riesce a trasformare una serie di
vissuti individuali in una narrazione coerente e riconoscibile.
Maggie rappresenta chi cerca di emergere in un sistema competitivo,
Grace incarna le contraddizioni del successo, e il loro rapporto
diventa il luogo in cui queste tensioni si incontrano. Anche quando
semplifica o riorganizza la realtà, il film mantiene un nucleo di
verità che riguarda il lavoro, l’ambizione e il prezzo da pagare
per entrambi.
In questo senso, la domanda iniziale – quanto è storicamente
accurato? – trova una risposta meno netta ma più interessante: non
è accurato nei fatti, ma lo è nelle emozioni e nelle dinamiche. Ed
è proprio questa forma di verità, più difficile da definire ma
immediatamente riconoscibile, a rendere L’assistente della
star un racconto credibile, anche senza essere realmente
accaduto.
Debutterà il 26 Giugno sia in
streaming che al cinema L’assistente della Star,
la nuova commedia diretta da Nisha Ganatra e con
protagonisti
Dakota Johnson, Tracee Ellis Ross, Kelvin Harrison Jr., Ice
Cube, Zoe Chao, Eddie Izzard Bill Pullman e Diplo.
Ambientato nella scintillante scena
musicale di Los Angeles, L’assistente della Star
racconta le vicende di Grace Davis (Tracee Ellis Ross), una
superstar che ha portato il proprio talento, e conseguentemente il
proprio ego, a vette incredibili. Maggie (Dakota
Johnson) è la sovraccarica assistente personale di
Grace, rimasta invischiata fra le sue continue richieste, ma ancora
speranzosa di poter realizzare il sogno d’infanzia di diventare una
produttrice musicale. Quando il manager di Grace (Ice Cube) le
presenta l’opportunità che potrebbe cambiare il corso della sua
carriera, arriva il momento che le due donne realizzino un piano
che possa avere un impatto definitivo anche sulle loro vite.
Netflix
sta lentamente cedendo alle lusinghe delle
docuserie. Il colosso streaming, e lo evidenziano
i prodotti lanciati da un po’ di mesi a questa parte, ama molto far
luce su fatti di cronaca sconvolgenti. A testimonianza di queste
parole abbiamo Volo MH370 e Conversazioni con un
killer, due delle offerte in catalogo che hanno lasciato molti
spettatori, letteralmente, a bocca aperta.
Una reazione simile arriva con
L’assedio di Waco, miniserie che sfrutta ancora
una volta il genere del documentario per far conoscere al pubblico
la setta religiosa dei davidiani, la quale contribuì a scrivere una
delle peggiori pagine di storia americana. Si tratta, per chi non
lo sapesse, di una vera e propria tragedia, a causa della quale
morirono 82 persone, bambini compresi. A dirigere il racconto c’è
Tiller Russell, in una ricostruzione degli eventi
che parte dalla prima giornata di assedio, ossia il 28 febbraio del
1993, per arrivare al sanguinoso epilogo il 19 aprile dello stesso
anno.
L’assedio di Waco, dentro le mura
di Mount Carmel
A Mount Carmel, un ranch vicino Waco, in Texas, viveva una setta
religiosa il cui leader David Koresh credeva di essere il secondo
Messia. Nel 1993 gli agenti dell’ATF, dopo che era stata segnalata
la presenza di una grossa quantità di armi nel complesso in cui
l’organizzazione risiedeva, arrivarono a Mount Carmel con l’intento
di perquisirlo, ma ci fu un conflitto di fuoco a causa del quale
persero la vita quattro agenti.
Iniziò così un assedio che
durò ben 51 giorni e che portò al coinvolgimento dell’FBI
che avrebbe dovuto negoziare con Koresh per liberare gli ostaggi,
mentre sul posto erano state schierati i team di salvataggio. La
mancata comunicazione fra le parti portò, alla fine, alla tragedia
finale. Circondarono il complesso con carri armati per lanciare gas
lacrimogini ma un errore accidentale causò un grosso incendio. Non
avendo gli strumenti per spegnerlo, furono costretti a guardare
Mount Carmel bruciare, mentre dentro perdevano la vita anche dei
bambini.
Un racconto poco
esplorato per una storia molto profonda
C’è una cosa in particolare che
rende L’assedio di Waco interessante: il
suo repertorio inedito. Russell ha dovuto lavorare con una
grande quantità di prodotti d’archivio per dar vita al
documentario, i quali sono stati poi accuratamente assemblati per
conformare una storia che avesse un filo logico e chiaro. A questi,
a cui vengono spesso scelte soluzioni di split screen per
mostrarli, sono alternate – o affiancate – testimonianze e
ricostruzioni digitali del complesso di Mount Carmel. A costituire
il fulcro di tutta la narrazione sono però le interviste svolte, le
quali ci forniscono i quattro principali punti di
vista attraverso cui affiorano le incongruenze
dell’evento: l’FBI, i giornalisti, i davidiani e gli agenti
dell’ATF. Il regista aveva perciò fra le mani un nutrito materiale
da sfruttare, eppure nel corso della docuserie l’uso che se ne fa è
pressoché superficiale.
Seppur molto concettuale sul piano
narrativo, il contenuto proposto rimane
noiosamente didascalico fino all’ultimo episodio.
Non ci sono approfondimenti riguardo quel che visivamente è
riportato, non si scava a fondo negli errori commessi dai federali
né nella mancata comunicazione con il reparto di salvataggio, a
causa della quale si innescò l’incendio finale. Resta solo una
semplice esposizione cronologica dei fatti e un continuo scaricarsi
le colpe fra FBI e ATF, che si riverberano fino alle battute
finale. Un espediente, questo, che risulta infruttuoso poiché non
coinvolge lo spettatore. Né tantomeno crea una connessione con il
prodotto di cui sta fruendo.
Perché, di base, mancano dei
tasselli. O meglio, chi guarda è consapevole dell’operazione
minima, poco impegnata, svolta da Russell. E questo lo porta a
distrarsi, cercando nel mentre di scoprire qualche particolare in
più prima di proseguire. Un peccato, considerato il terreno fertile
di spunti, grazie ai quali potevano essere introdotte una serie di
riflessioni e analisi, volte ad arricchire la conoscenza del
pubblico. E che avrebbero senz’altro contribuito a dare un taglio
molto più gradevole e compiuto all’intera opera.
L’assedio di Waco
aveva un compito. O se vogliamo una vera e propria missione.
Celebrare le vittime del disastro nel suo trentesimo anniversario.
E per dar loro onore, memoria e giustizia, avrebbe dovuto osare di
più. Sforzarsi di guardare oltre il mero dibattito fra le parti
coinvolte nell’assedio, poiché non era questa la miglior scelta per
ricordarle. Non se ne fanno nulla, né loro né noi. Non
basta neanche empatizzare con i sopravvissuti per capire la portata
di questo dramma. Era indispensabile che si andasse in
fondo a tutta la questione sollevata, alle controversie saltate
fuori, alla semplice – ma in questo caso mortale – incomprensione
della Polizia. Spiegare senza puntare il dito contro. Cosa se ne
ricava altrimenti? Un ricordo adombrato da inutili attacchi e
accuse. E questa modalità di narrare di sicuro non ci porta ad
avere un quadro più generale. Solo tanta, tantissima rabbia.
Dune,
trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller di Frank
Herbert, per la regia del visionario Denis
Villeneuve (Blade
Runner 2049) è finalmente realtà. L’attesissima pellicola,
presentata Fuori Concorso in anteprima mondiale
alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della
Biennale di Venezia, arriverà nelle sale italiane dal
16 settembre. Per approfondire ogni aspetto della
genesi del film, Panini Comics propone
L’arte e l’anima di Dune, un imperdibile
artbook firmato dalla produttrice esecutiva
Tanya Lapointe che permetterà ai lettori di
immergersi completamente nella realizzazione del
lungometraggio.
Viaggio mitico ed emozionante di un
eroe, Dune racconta la storia di Paul
Atreides, giovane brillante e talentuoso che deve
raggiungere il più pericoloso pianeta dell’universo per assicurare
un futuro alla sua famiglia e al suo popolo. Mentre forze malvagie
si fronteggiano in un conflitto per ottenere il controllo della più
preziosa risorsa esistente sul pianeta – una spezia capace di
sbloccare tutte le potenzialità della mente umana – solo coloro che
vinceranno le proprie paure riusciranno a sopravvivere.
Dalla scelta del cast alla
straordinaria progettazione degli ambienti e delle creature, fino
agli incredibili effetti speciali, in L’arte e l’anima
di Dune non verrà tralasciato nessun dettaglio
nell’illustrare la minuziosa realizzazione di quello che si
prospetta un successo al box office. Nell’artbook si racconta
l’approccio visionario di Denis Villeneuve alla trasposizione sul
grande schermo del classico di fantascienza
diFrank Herbert, ed è un compendio
essenziale per chiunque voglia apprezzare al meglio l’ultimo
capolavoro del regista.
Inoltre, dal 30
settembre sarà disponibile, in libreria, fumetteria e
online, anche Dune – Casa degli Atreides
1, il prequel a fumetti di Dune,
adattato dai romanzi basati sugli appunti di Herbert e scritti da
Brian Herbert e Kevin J. Anderson. Disegnato da Dev Pramanik,
Dune – Casa degli Atreides ci porta all’inizio del
fantastico mondo di Dune.
Assunto come general manager della squadra
di baseball degli Oakland’s Athletics, Billy Beane cerca di trovare
in un complesso sistema computerizzato d’analisi statistica il modo
di trovare i giocatori migliori da mettere sotto contratto e da
schierare. Per tornare finalmente a vincere. Scritto da Aaron
Sorkin, con Brad Pitt,
Jonah Hill,
Chris Pratt,
Philip Seymour Hoffman e Robin Wright.
L’arte di Vincere –
Moneyball racconta di un sogno, di una scommessa fatta
contro un sistema solido e chiuso, di un uomo coraggioso che voleva
più della vittoria, voleva stravolgere il suo mondo, quello del
baseball.
L’arte di Vincere –
Moneyball è la storia di Billy Beane (Brad
Pitt) che nella stagione del 2002 è stato general
manager degli Oakland Athletic’s e si è trovato a dover rifondare
la squadra senza soldi e con tre dei giocatori migliori ceduti a
società più importanti. Contro tutto e tutti Billy si affida a
Peter Brand, giovanotto goffo di movimenti ma agilissimo di mente,
laureato in economia a Yale, e con lui costruisce una squadra
servendosi di un metodo numerico, basato sulle percentuali di
successo e le caratteristiche singole del giocatore, contro la
grande tradizione del baseball, raccogliendo mezzi giocatori,
alcuni troppo vecchi, altri troppo giovani e irrequieti, altri
ancora infortunati, e formando una squadra che riuscirà a sfondare
il muro delle 19 vittorie consecutive, arrivando a 20.
L’arte di Vincere –
Moneyball filmL’arte di Vincere – Moneyball diretto da
Bennett Miller, ci trasporta nel mondo del
baseball scandagliandolo con attenzione, dilungandosi nei dettagli
squisitamente tecnici, una vera gioia per gli appassionati. Non c’è
da stupirsi quindi se il film ha ricevuto diverse candidature ai
prossimi Oscar in un Paese in cui il baseball è un rito sociale
piuttosto che uno sport. A gareggiare per la statuetta non è solo
il film stesso, ma i suoi protagonisti.
Prima di tutto Brad Pitt, nei panni di Billy, è
disgustosamente convincente mentre sgranocchia, divora, mangia e
ingurgita tutto quello che si trova a tiro sputacchiando qua e la
tabacco masticato a dovere. La sua interpretazione riesce a
mostrare con grande sobrietà e funzionalità le sfaccettature di un
personaggio che oscilla tra l’euforia e l’ottimismo fino a cadere
nei più bui antri dello scoramento. Accanto a lui c’è il giovane
Jonah Hill, candidato come migliore non
protagonista, molto conosciuto in America per un certo genere di
commedia demenziale, e qui invece nei panni goffi, divertenti ma a
suo modo carismatici dell’esperto di economia che riesce, insieme a
Billy, a cambiare il volto del baseball. E chissà che questa bella
coppia non possa riservarci sorprese agli Oscar, visto che Miller
ha già portato fortuna al ritrovato Philip Seymour
Hoffman qui nei panni dell’allenatore Art Howe.
Il film si fregia anche di
un’ottima partitura musicale di Mychael Danna, già
autore della colonna sonora di Little Miss
Sunshine. Quello che però rende davvero prezioso questo
film è la fotografia del premio Oscar Wally
Pfister, che disegna l’inquietudine dei personaggi sui
loro volti attraverso ombre sapientemente distribuite.
Bennett Miller ci mette il resto, riservandoci una
regia sobria e davvero brillante in alcune scelte di
inquadratura.
L’arte di Vincere
lascia la sensazione di un grande trionfo, di quelli silenziosi e
duraturi, è la storia di un ‘magnifico perdente’ che con il suo
sogno ha cambiato per sempre le regole. Gli appassionati di
baseball lo adoreranno, gli appassionati di cinema pure.
Brad
Pitt parla dei protagonisti del film L’Arte di Vincere, per il
quale lui e Jonah Hill sono stati candidati all’Oscar
(rispettivamente per Miglior attore protagonista e Migliore attore
non protagonista). Dal 27 gennaio al cinema.
L’arte di
arrangiarsi (The Art of Getting), ultimo
film diretto da Gavin Wiesen, uscirà nelle sale
italiane il 5 agosto con il titolo tradotto L’arte di arraggiarsi.
La storia racconta di George (Freddie
Highmore), un giovane adolescente che per la sua
apatia, solitudine e mancanza apparente di emozioni e di buona
volontà rischia di non superare il suo ultimo anno di liceo,
compromettendo il suo futuro. Viene descritto fin dalle prime
scene, uno studente dotato di un talento particolare nel disegno,
ma che a causa della sua indifferenza verso le regole e
dell’intenzione di non trovare stimoli nella vita, è praticamente
un fallito a livello sociale e accademico. E’ sicuramente un
artista, ma senza idee.
Un giorno, però incontra Sally
(Emma
Roberts), una sua compagna di corsi, è bella e
intrigante; i due trovano un punto di contatto e diventano amici.
Lei provoca una trasformazione in lui: lo introduce a una vita più
avvincente e meno solitaria. Come ogni storia di adolescenti e non,
l’amicizia si trasforma in qualcos’altro…causando inevitabili
squilibri e cambiamenti. Il plot principale è incentrato proprio su
questa pseudo amicizia, che fin da subito comprendiamo possa
portare ad altro, soprattutto dalle attenzione che il giovane
George riserva a Sally. Fanno da sfondo altri problemi da
affrontare, come i difficili rapporti con le rispettive famiglie, i
problemi a scuola e l’alto rischio di bocciatura del
protagonista.
Dopo aver visto L’arte di
arrangiarsi, si evince che probabilmente il regista ha
voluto raccontare una storia generazionale: di George ormai ne è
pieno il mondo. Lui rappresenta quei giovani che si sentono quasi
obbligati a non credere più a niente, trovando una scusa per non
impegnarsi, per non appassionarsi, perché le passioni conducono a
indispensabili sacrifici, che pochi ormai sono disposti a fare.
Nonostante questo importante tema sociale, L’arte di
arrangiarsi risulta troppo semplice, nell’accezione
negativa del termine. È una storia comune, già sentita e vista
soprattutto nel cinema americano. Non esprime molto. Ci sono dei
momenti in cui la sceneggiatura può colpire lo spettatore e farlo
sorridere e anche la musica si fonde bene con le scene. Il suo
problema risiede nella trama, banale e già sentita.
L’inquadrature iniziali dei film
spesso bastano a dare un’idea del genere e della grandezza del film
stesso, tante volte invece sono fuorvianti e ci mostrano qualcosa
che con la storia che stiamo per vedere non c’entra nulla.
Ma è innegabile che presentarsi bene
è importante, e questo vale per le persone come per il film. Che
sia un’eclissi lunare, un fondoschiena di una ragazina o dei numeri
fluorescenti che si trasformano in codici informatici, l’inizio dei
film, dei grandi film, entra di prepotenza nell’immaginario
collettivo e di seguito vi mostriamo un video supercut intitolato
L’arte delle inquadrature iniziali, pubblicato dal sito
danese Filmnørdens
Hjørne.