Home Blog Pagina 1666

L’arte della gioia: prima foto della serie di Valeria Golino

0
L’arte della gioia: prima foto della serie di Valeria Golino

Riprese quasi concluse per la nuova serie Sky Original L’arte della gioia, il debutto assoluto da regista di una serie TV di Valeria Golino (Miele, Euforia), prossimamente in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW in tutti i Paesi in cui Sky opera in Europa.

Dall’omonimo romanzo postumo di Goliarda Sapienza (in libreria con Einaudi), rifiutato per tanto tempo dalle case editrici italiane fino a raggiungere il successo all’estero, L’arte della gioiaprodotta da Sky e da Viola Prestieri per HT Film – racconta la storia di una ragazzina della Sicilia di inizio ‘900 che scopre la sessualità e il desiderio di una vita migliore di quella che ha sempre avuto.

Dal set siciliano arrivano le primissime foto di scena, che ritraggono i protagonisti annunciati oggi: Tecla Insolia (La bambina che non voleva cantare, 5 minuti prima) nei panni della giovanissima Modesta, protagonista spregiudicata, sensuale e coraggiosa; Jasmine Trinca (Fortunata, Marcel!, Supereroi, La dea fortuna) in quelli di Leonora, madre superiora del convento in cui Modesta verrà accolta ancora bambina; Guido Caprino (Il Miracolo, Fai bei sogni, 1992-1993-1994) sarà Carmine, l’uomo che gestisce le terre della villa del Carmelo, dimora dei Brandiforti, la famiglia nobile e benestante di Leonora; Alma Noce (Brado, La ragazza ha volato, Gli anni più belli) interpreta Beatrice, la più giovane erede della famiglia Brandiforte, guidata dalla principessa Gaia, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi (I villeggianti, Forever Young – Les Amandiers, Estate ’85, La pazza gioia). Nel cast anche Giovanni Bagnasco (Finalmente l’alba) che sarà Ippolito, figlio di Gaia e unico vero erede dei Brandiforti, e Giuseppe Spata (La mafia uccide solo d’estate – Parte II, La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata, Tutta colpa di Freud) nei panni di Rocco, il loro autista.

L’arte della gioia, la trama

Scritta da Valeria Golino, Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella e Stefano Sardo, L’arte della gioia racconta la sua drammatica e avventurosa vita: nata il primo gennaio del 1900 da una povera famiglia della Sicilia rurale, Modesta fin dall’infanzia ricerca la felicità senza soccombere ai condizionamenti della società. Dopo un tragico incidente che la strappa alla sua famiglia, viene accolta in un convento dove, grazie alla sua intelligenza e caparbietà, diventa la protetta della Madre Superiora. Successivamente approda alla villa della Principessa Brandiforti, dove si renderà indispensabile acquistando sempre maggiore potere a palazzo. Questo incessante movimento di emancipazione si accompagna ad un percorso di maturazione personale e sessuale, che la porta a scoprire e rivendicare il diritto al piacere e alla felicità.

L’arte della gioia è stata realizzata con il sostegno della Regione Siciliana – Assessorato del Turismo, Sport e Spettacolo – Sicilia Film Commission.

L’arrivo di Wang: recensione del film dei Manetti Bros

L’arrivo di Wang: recensione del film dei Manetti Bros

Arriva al cinema L’arrivo di Wang, il film diretto da Marco Manetti, Antonio Manetti, con Ennio Fantastichini e Francesca Cuttica.

Ne L’arrivo di Wang una giovane donna è alle prese con il suo lavoro: dai video che guarda e dal fatto che scrive le battute di un copione capiamo che fa la traduttrice. Una telefonata improvvisa la interrompe: è un uomo con il quale ha collaborato in passato, che vuole di nuovo il suo aiuto per un incarico misterioso, super pagato e decisamente sospetto.

La ragazza viene così bendata e condotta da un poliziotto in un bunker nel cuore di Roma. Di lì a poco si troverà di fronte al Signor Wang, singolare essere che parla solo cinese. L’arrivo di Wang è l’ultimo film dei Manetti Bros, singolari esponenti del cinema di genere in Italia, dove la fantascienza non è esattamente padrona di casa. In questo film i due fratelli registi ci hanno voluto illuminare su quello che potrebbe accedere se un alieno, il signor Wang appunto, decidesse di atterrare su Roma, che non ha nulla da invidiare a tutte le grandi città che nella storia del cinema sono state attaccate, infestate o in vario modo sono venute in contatto con gli E.T.

L’arrivo di Wang si concentra dall’inizio su un’idea geniale di plot, tuttavia sembra che tutto l’apparato scenico non vada molto oltre questa intuizione pur molto valida. Il peggiore difetto del film si rivela essere proprio la regia, un po’ troppo televisiva che non è assolutamente aiutata da una sceneggiatura che, ripetiamo, pur partendo da un’intuizione geniale, rimane ferma, risultando prolissa e ridondante con molti momenti di ripetizione che non portano alcun beneficio allo svolgersi della storia.

Il punto vincente del film però è la realizzazione dell’alieno. Il signor Wang è completamente realizzato in computer grafica dai tecnici della Palantir, che hanno fatto un ottimo lavoro sia da un punto di vista del concept, sia da un punto di vista dell’animazione vera e propria, realizzando un mostriciattolo che per metà ricalca la fisionomia aliena così come siamo abituati a pensarla, con sembianze da pesce viscido, mentre dall’altra mescola a quella acquatica una natura volatile, realizzando una parte inferiore del corpo dell’alieno simile ad un pollo che però cammina seguendo una traiettoria laterale. Un vero e proprio colpo di genio nato dalla mente di specialisti, tutti giovani e tutti italiani. La stessa cura però non è stata applicata per la scena finale, che qui non sveliamo, ma nella quale l’impiego di computer grafica è massiccio e purtroppo un po’ sommario.

Una sufficienza stentata per la recitazione perché se da un lato splende Ennio Fantastichini con la sua ottima interpretazione dall’altro lato abbiamo una giovane Francesca Cuttica che sembra più portata per il teatro che per il cinema, dal momento che la sua recitazione è troppo marcata sia per l’uso delle espressioni facciali che per il timbro di voce.

L’arrivo di Wang è un film tuttavia coraggioso, che nonostante i suoi limiti, svetta nel nostro panorama produttivo perché riesce ancora a parlare di attualità attraverso metafore fantascientifiche.

L’arrivo di Wang – Trailer

0
L’arrivo di Wang – Trailer

Il trailer del film dei Manetti Bros, L’ARRIVO DI WANG, che sarà in sala dal 9 marzo distribuito da Iris Film. Il film racconta di Gaia, un’interprete di cinese, che viene chiamata per una traduzione urgentissima e segretissima. Si troverà di fronte Curti, un agente privo di scrupoli che deve interrogare un fantomatico signor Wang. Per la segretezza l’interrogatorio viene fatto al buio e Gaia non riesce a tradurre bene…Quando la luce viene accesa, Gaia scoprirà perché l’identità del signor Wang veniva tenuta segreta. Una scoperta che cambierà per sempre la sua vita…e non solo.

L’Arminuta: recensione del film di Giuseppe Bonito #RFF16

L’Arminuta: recensione del film di Giuseppe Bonito #RFF16

L’Arminuta, ovvero, “la ritornata”. Questo il titolo del film di Giuseppe Bonito, unico italiano nella Selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma. Tratto dall’omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio, Premio Campiello 2017, il film, prodotto da Lucky Red,  indaga la condizione di un’adolescente divisa tra due famiglie e due modi di vita radicalmente diversi. Terza regia di Giuseppe Bonito, arriva dopo Figli.

La trama de L’Arminuta 

E’ il 1975 quando una ragazzina tredicenne, Sofia Fiore, è costretta a lasciare quelli che pensa siano i suoi genitori – ma sono in realtà gli zii – per tornare dalla sua famiglia di origine. Non ne conosce il motivo. Si trova così catapultata dalla vita che ama, agiata, fatta di studio, giornate al mare e amicizie borghesi, a una vita per lei inimmaginabile, semplice e frugale nelle campagne abbruzzesi. È costretta a rimboccarsi le maniche e non tutti i suoi cinque fratelli prendono bene il suo arrivo. Con la piccola Adriana, Carlotta De Leonardis, però, instaura un buon rapporto. Sarà lei a spiegarle pian piano le regole di quella nuova vita. La ragazza però non si dà pace, lacerata tra l’amore della sua madre adottiva, la zia Adalgisa, Elena Lietti, che sente di aver perso, e quello della sua madre naturale, Vanessa Scalera, che ancora deve scoprire, mentre gli adulti decidono per lei del suo presente e del futuro. Grazie a un’insegnante scoprirà il suo talento. Solo quando inizierà a chiedere, e a ricevere spiegazioni, riuscirà a capire meglio quanto è successo e le scelte degli adulti.

Due mondi a confronto ne L’Arminuta

L’Arminuta è un film di contrasti. Innanzitutto quello fra la città e la campagna, che negli anni Settanta era ancora forte. Si trattava di due modi di vita diametralmente opposti e la protagonista si trova a viverli entrambi, a passare dall’uno all’altro improvvisamente, senza che nessuno le chieda se è d’accordo. Miseria e ricchezza in senso economico, certo, ma anche in senso lato, povertà culturale, semianalfabetismo, da un parte, libri, arte, dall’altra. Una visione che fa tornare indietro a quell’Italia, apparentemente così lontana.

Adolescenti mal amati e animi induriti in un film minimale

Per quel che riguarda il privato e la sfera degli affetti, che è il cuore del film, la giovane protagonista de L’Arminuta deve fare i conti col fatto di essere male amata. Non si può dire, infatti, che nelle due famiglie non vi sia amore per lei. Vi è però l’incapacità di dimostrarlo, soprattutto nella famiglia biologica della ragazza. Lo si vede anche per ciò che riguarda gli altri figli della coppia. Tuttavia, man mano che l’azione procede, ci si rende conto di quanto anche Adalgisa sia una donna debole e una madre non adeguata. Nella casa di campagna dei genitori biologici della protagonista, l’atmosfera è cupa. I volti sono attoniti, tristi, sfatti. Moglie e marito, interpretati da Vanessa Scalera e Fabrizio Ferracane, sembrano quasi fantasmi che si aggirano per casa, tanto le loro facce sono livide. Le parole sono estremamente rare. Ci si affida invece a sguardi e gesti per comunicare un’emozione. Vi è proprio una difficoltà, un’abitudine a tenere tutto per sé. Dinanzi a ciò ci si domanda: è questo il volto della miseria? Non solo. È anche il volto di chi ha l’animo indurito dalla vita, dalle sofferenze, dai lutti, dalle fatiche, non ultima quella di tenere ogni sentimento per sè.

Stilisticamente il film è molto scarno e minimale, parco di parole e di colori. Unica eccezione sono, nella prima parte della narrazione, i flash della vita passata con la zia, idealizzata dalla protagonista, contraddistinti da colori sgargianti e ampi sorrisi, che fanno da contraltare alla vita di campagna, cui la ragazza non riesce ad abituarsi. Il tempo è lento e dilatato. In questo lungo arco il regista delinea con piccoli tasselli che si aggiungono lentamente il costruirsi di nuove relazioni familiari. L’Arminuta rende bene la sensazione di spaesamento e sconforto della protagonista, ma al contempo, fa perno sul forte legame che ella instaura con la sorella minore, Adriana. Le due giovani attrici sono entrambe in parte, ma la piccola Carlotta De Leonardis è una vera forza della natura, portatrice di un impulso vitalistico che riesce solo in parte a risollevare il film dalla sua generale cupezza.  Elemento quest’ultimo che, assieme al ritmo lento, penalizza un po’ il lavoro.

L’Arminuta è ben interpretato – una menzione va fatta per Vanessa Scalera in un ruolo intenso e difficile – acuto e sentito. Non si limita a ricordare il Paese che eravamo, ma è anche un invito ad ascoltare i ragazzi, i figli, i loro bisogni, ad esprimere le emozioni e frle esprimere, a spiegare, a cercare con loro un dialogo.

L’Arminuta, intervista ai protagonisti dalla Festa di Roma 2021

0
L’Arminuta, intervista ai protagonisti dalla Festa di Roma 2021

In occasione della Festa del Cinema di Roma 2021, è stato presentato L’Arminuta, in sala dal 21 ottobre. Qui la nostra intervista al regista Giuseppe Bonito e all’interprete Vanessa Scalera.

Leggi la recensione de L’Arminuta

Tratto dal romanzo bestseller di Donatella Di Pietrantonio vincitore del Premio Campiello 2017.

Estate 1975. Una ragazzina di tredici anni viene restituita alla famiglia cui non sapeva di appartenere. All’improvviso perde tutto della sua vita precedente: una casa confortevole e l’affetto esclusivo riservato a chi è figlio unico venendo catapultata in un mondo estraneo.

L’Armata delle Tenebre e La Casa: novità sui sequel

0
L’Armata delle Tenebre e La Casa: novità sui sequel

l'armata delle tenebre

 Ieri, lo sceneggiatore de La Casa Rodo Sayagues Mendez ha rivelato in un’intervista che lui e Fede Alvarez si sarebbero allontanati dai piani per realizzazione de La Casa 2, aka Evil Dead 2. Tuttavia, Fede Alvarez ha smentito la notizia tramite il suo profilo Twitter ufficiale:

“Apparentemente @ fedalvar non lavorerà su Evil Dead 2, molto ungroovy ” Non credete a tutto quello che leggete on line …

Il regista ha difatti aggiunto che il progetto è ancora in corsa e che la sua intenzione è quella di cominciare al più presto i lavori. Tuttavia è un altro sequel ad avere la priorità assoluta, stiamo parlando de L’Armata Delle Tenebre 2:

Rodo voleva dire che attualmente non stiamo lavorando a La Casa 2 perchè la priorità è L’armata Delle Tenebre 2 di Sam Raimi. Ma i piani per sviluppare un sequel del nostro La Casa sono molto vivi.

Fede Alvarez ha confermato agli inizi di questa settimana che Sam Raimi dirigerà lui stesso L’Armata Delle Tenebre 2. Tuttavia non si sa ancora se Alvarez e Rodo Sayagues saranno coinvolti nella produzione. Non c’è ancora nulla di certo in merito a questo sequel, ma voci di corridoio dicono che il film unirà le storie di Ash, che avrà ancora una volta il volto di Bruce Campbell, e Mia (cosa suggerita anche dalla scena post credit di La Casa di Fede Alvarez).

La Casa 2 rimane quindi in svilupppo, mentre il sequel de L’Armata Delle Tenebre prenderà presto vita.

Fonte: MovieWeb

L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat con Colin Firth su SKY e NOW

0

Arriva in prima tv su Sky L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat, venerdì 30 dicembre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand.

Diretto da John Madden (Shakespeare in Love, Marigold Hotel), il film è una rocambolesca spy story con l’attore premio Oscar Colin Firth (Il discorso del re, Shakespeare in love, Il paziente inglese), Matthew MacFadyen (Orgoglio e pregiudizio), Kelly MacDonald (Trainspotting, Boardwalk Empire – L’impero del crimine), Penelope Wilton (Downton Abbey) e Johnny Flynn (Beast). Il film è stato distribuito nelle sale italiane da Warner Bros. Pictures.

La trama del film

Siamo nel 1943. Gli alleati sono determinati a spezzare la morsa di Hitler sull’Europa occupata, il loro piano è un assalto totale in Sicilia ma si trovano ad affrontare un grande dilemma – come fare per proteggere una massiccia forza d’invasione da un potenziale massacro. Il compito ricade su due straordinari agenti dell’intelligence, Ewen Montagu (Colin Firth) e Charles Cholmondeley (Matthew Macfadyen) che danno vita alla più geniale e improbabile strategia di disinformazione della guerra – incentrata sul più improbabile degli agenti segreti: un uomo morto. L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat, è la straordinaria storia vera di un’idea che sperava di cambiare il corso della guerra – correndo rischi enormi, sfidando ogni logica e mettendo a dura prova il coraggio dei suoi ideatori.

L’arma dell’inganno – Operation Mincemeat: trailer del film con Colin Firth

0

Warner Bros Pictures Italia ha diffuso il trailer del film L’arma dell’inganno – Operation Mincemeat, diretto da John Madden in arrivo al cinema dal 12 Maggio 2022. Nel cast protagonisti Colin Firth, Matthew Macfadyen, Kelly Macdonald, Penelope Wilton, Johnny Flynn e Jason Isaacs.

La trama di L’arma dell’inganno – Operation Mincemeat

Siamo nel 1943. Gli alleati sono determinati a spezzare la morsa di Hitler sull’Europa occupata, il loro piano è un assalto totale in Sicilia ma si trovano ad affrontare un grande dilemma – come fare per proteggere una massiccia forza d’invasione da un potenziale massacro. Il compito ricade su due straordinari agenti dell’intelligence, Ewen Montagu (Colin Firth) e Charles Cholmondeley (Matthew Macfadyen) che danno vita alla più geniale e improbabile strategia di disinformazione della guerra – incentrata sul più improbabile degli agenti segreti: un uomo morto. L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat, è la straordinaria storia vera di un’idea che sperava di cambiare il corso della guerra – correndo rischi enormi, sfidando ogni logica e mettendo a dura prova il coraggio dei suoi ideatori.

L’arena di Tor Bella Monaca: al via dal 4 luglio, ecco la programmazione

0

Al via domani, martedì 4 luglio, l’arena di Tor Bella Monaca, che ospiterà un ciclo di quindici proiezioni fino al prossimo 18 luglio. Alle ore 21, il programma sarà inaugurato da Il mucchio selvaggio, capolavoro di Sam Peckinpah, considerato uno dei migliori western della storia del cinema: il film sarà introdotto dall’attore e regista Valerio Mastandrea. Sempre a partire da domani, gli spettatori avranno l’occasione di votare il film proprio preferito da una lista di titoli che sarà fornita al pubblico prima delle proiezioni: lunedì 17 alle ore 21 sarà proiettata l’opera che avrà ottenuto il maggior numero di preferenze.

Fra i successivi appuntamenti, sabato 8 luglio alle ore 21 sarà la volta di Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, introdotto dal regista Riccardo Milani e dalla protagonista Paola Cortellesi. Sabato 15 luglio (ore 21), il programma ospiterà la proiezione de La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, premiato dall’Academy con 4 Oscar®, presentato alla platea da Virginia Raffaele. Martedì 18 alle ore 21, come film di chiusura, si terrà Ammore e malavita: il pluripremiato musical dei Manetti Bros. sarà introdotto dalla protagonista Serena Rossi.

L’arena di Tor Bella Monaca è realizzata da Zètema Progetto Cultura e Fondazione Cinema per Roma e promossa da Roma Capitale, all’interno della nuova iniziativa “Viva il cinema” che porterà la settima arte nelle periferie della città, con tre diverse sale cinematografiche all’aperto per un totale di quarantaquattro proiezioni gratuite. Dal 5 al 19 luglio, sarà infatti allestito un secondo spazio nella zona di Corviale, presso la Biblioteca Renato Nicolini (XI Municipio), mentre un terzo sarà attivo nel comprensorio di Santa Maria della Pietà (XIV Municipio) dal 20 luglio al 3 agosto.

Il progetto, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU nell’ambito del PNRR, rientra tra gli Interventi Immateriali individuati nella linea progettuale Piani Urbani Integrati M5C2-Investimento 2.2, destinati alle periferie delle Città Metropolitane.

“Il cinema estivo in piazza si arricchisce delle arene di Tor Bella Monaca, Corviale e Santa Maria della Pietà finanziate nell’ambito del PNRR e inserite nel programma dell’Estate Romana, quest’anno decisamente orientato a valorizzare la Settima Arte, con complessivamente 24 arene in tutta la città tra luglio e settembre”. Così l’assessore alla Cultura di Roma Capitale, Miguel Gotor. “Queste tre arene – ha aggiunto – sono particolarmente significative perché si inseriscono in un progetto di valorizzazione di tre aree strategiche per la città, che saranno riqualificate attraverso tre Piani Urbani Integrati. Sono sicuro che la varietà dei programmi di queste rassegne spingerà tanti cittadini ad assistere agli spettacoli e che questa sarà per molti l’occasione per scoprire o rivedere vecchi e nuovi film, insieme e in un’atmosfera di festa”.

COME PARTECIPARE

L’arena, posizionata in via Giovanni Castano (VI Municipio), è a ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili; tutti i film saranno proiettati in italiano.

PROGRAMMA ARENA DI TOR BELLA MONACA

  • Martedì 4 luglio h. 21

IL MUCCHIO SELVAGGIO

di Sam Peckinpah, Stati Uniti, 1969, 145’

Introdotto da Valerio Mastandrea

QUO VADO?

di Gennaro Nunziante, Italia, 2016, 86’

  • Giovedì 6 luglio h. 21

IL LATO POSITIVO – SILVER LININGS PLAYBOOK

di David O. Russell, Stati Uniti, 2012, 117’

  •  Venerdì 7 luglio h. 21

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

di Gabriele Mainetti, Italia, 2016, 112’

  •  Sabato 8 luglio h. 21

COME UN GATTO IN TANGENZIALE – RITORNO A COCCIA DI MORTO

di Riccardo Milani, Italia, 2021, 110’

Introdotto da Riccardo Milani e Paola Cortellesi

  • Domenica 9 luglio h. 21

NOI E LA GIULIA

di Edoardo Leo, Italia, 2015, 115’

  • Lunedì 10 luglio h. 21

JOKER

di Todd Philips, Stati Uniti, 2019, 122’

  • Martedì 11 luglio h. 21

E.T. L’EXTRA-TERRESTRE

di Steven Spielberg, Stati Uniti, 1982, 115’

  • Mercoledì 12 luglio h. 21

TROPPO FORTE

di Carlo Verdone, Italia, 1986, 105’

  • Giovedì 13 luglio h. 21

IL TRADITORE

di Marco Bellocchio, Italia, Francia, Germania, Brasile, 2019, 148’

  • Venerdì 14 luglio h. 21

GLI INCREDIBILI – UNA “NORMALE” FAMIGLIA DI SUPEREROI

di Brad Bird Stati Uniti, 2004, 115’

  • Sabato 15 luglio h. 21

LA FORMA DELL’ACQUA – THE SHAPE OF WATER

di Guillermo del Toro, Stati Uniti, 2017, 123’

Introdotto da Virginia Raffaele

  • Domenica 16 luglio h. 21

NON CI RESTA CHE PIANGERE

di Roberto Benigni, Massimo Troisi, Italia, 1984, 113’

  • Lunedì 17 luglio h. 21

PROIEZIONE FILM PIÙ VOTATO DAL PUBBLICO 

  • Martedì 18 luglio h. 21

AMMORE E MALAVITA

di Marco Manetti, Antonio Manetti, Italia, 2016, 134’

Introdotto da Serena Rossi

L’Ardant incanta il Festival del cinema di Roma

L’Ardant incanta il Festival del cinema di Roma

 

L’affascinante Fanny Ardant presenta in anteprima mondiale al Festival Internazionale del film di Roma il corto da lei scritto e diretto ChimèresAbsentes. Prodotto da Art for the World, con il supporto di Arte France all’interno del nuovo progetto cinematografico Then and nowBeyondBorders andDifferences sulla tolleranza e sulla consapevolezza della complessità delle culture.

L’arcano incantatore: recensione del film cult di Pupi Avati

0

L’arcano incantatore è il film del 1996 di Pupi Avati con protagonisti Stefano Dionisi, Carlo Cecchi, Eliana Miglio, Vittorio DuseConsuelo Ferrara.

La trama del film L’arcano incantatore

L’arcano incantatore: XVIII secolo. Giacomo (Stefano Dionisi), giovane seminarista colpevole d’aver ingravidato e costretto all’aborto una giovane, deve lasciare Bologna per sfuggire a una pesante condanna. Stringe un patto di sangue con una misteriosa dama (può vederne soltanto gli occhi) che lo invia in una sperduta contrada appenninica presso il maniero di un Monsignore (Carlo Cecchi) malvisto dalla Curia per i suoi interessi esoterici.

Giacomo prende il posto di Nerio, precedente servitore del religioso, morto avvolto da un alone sinistro. Il giovane fuggiasco aiuta il Monsignore nei suoi esperimenti esoterici,  lo aiuta nella compilazione e nello smistamento di lunghi messaggi cifrati, nelle ricerche tra gli scaffali della sconfinata libreria. Giacomo, incalzato da un prete investigatore inviato dalla Curia – vuole usarlo per saperne di più sull’oscuro sacerdote – e tormentato da visioni ricorrenti di presunte vittime di Nerio, si trova incastrato in una ragnatela di dubbi e timori, non senza cominciare a provare un po’ d’affetto verso il cupo e affascinante Monsignore. Tuttavia, proprio cercando di aiutare il padrone, Giacomo giunge a una sconvolgente rivelazione, destinata a legarlo per sempre al patto di sangue stretto all’inizio del suo sinistro esilio…

L’horror fantasy di Pupi Avati

C’è lo spaghetti western, c’è il tortellini horror-fantasy: ed è cosa di Pupi Avati. Le puntate del prolifico cineasta bolognese nei territori del brivido e del sovrannaturale non sono frequenti, ma ben distribuite in una quarantennale filmografia generalmente sviluppata su altri toni (ma inaugurata cercando di procurare qualche tremore con Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati).

L’arcano incantatore, uscito nel 1996, è il penultimo lavoro di questo filone (Il nascondiglio, del 2007, è il più recente). Dominato dalla performance di Carlo Cecchi, capace di dare ambigua e tenebrosa consistenza al Monsignore, L’arcano incantatore di Avati riesce a tener desta l’attenzione dello spettatore fino alla fine: il buio di Giacomo è il buio di chi guarda, difficile quindi annoiarsi. La vicenda è raccontata dal protagonista, imprigionato nel patto demoniaco stipulato prima di lasciare Bologna, a un frate che speranzoso lo interroga sulla sua vicenda; in altre parole, la storia principale è un lungo flashback che s’ingenera da un’esile cornice, incarnandosi in immagini e suoni a partire dalla voce sofferente del protagonista.

Il cattolico Pupi elegge la Chiesa a solido scoglio e luce, nonostante tutto; la verità e la quiete, alla fine, altro non sono che il recinto buono di una parrocchia. Nessuna voglia di negare il trascendente e ridurlo ad allucinazione, incubo, visione; né di radiosi sollievi razionali. Anzi: c’è il Maligno, diffuso nella campagna e nel mondo, lesto a far leva sugli errori e le sviste degli uomini, a offrirsi in qualità di servo – come si dice ne L’arcano incantatore – per farsi subito padrone.

Qualche assonanza con Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud (su temi ed elementi assai rilevanti anche nel romanzo di Eco): la biblioteca buia e un po’ labirintica, i messaggi in codice, la conturbante presenza delle converse (in una casa poco distante dal maniero) che richiama l’animalesca foga dell’indemoniata che inizia Adso ai piaceri della carne.

Le converse – espulse dal convento, rifiutate dalla loro case – sono terreno fertile per richiamare l’amato (da Pupi) Fellini: vesti svolazzanti di candore, fianchi torniti, sorrisi. E le ostie vivacemente impastate e ritagliate dalle giovani si offrono ingannevoli alla cinepresa, per pochi istanti, come grasse e non sacre sfoglie pronte a chiudersi su un ripieno di carne, saziando l’ossessione culinaria dell’autore e quasi facendo esclamare: “Mancan sol Gianni Cavina e il jazz”.

L’Arbitro: recensione del film con Stefano Accorsi

L’Arbitro: recensione del film con Stefano Accorsi

Ampliamento di un cortometraggio del 2009, L’Arbitro di Paolo Zucca si snoda attraverso due storie parallele che si intersecano tra loro solo nel finale.

In una Sardegna rurale dal sapore western, la squadra dell’Atletico Pabarile, la più scarsa della terza categoria sarda, viene vessata dall’acerrima rivale del Montecrastu, squadra guidata dall’arrogante e violento fazendero Brai (Alessio di Clemente); l’allenatore cieco del Pabarile, Prospero, (Benito Urgu) non sa più cosa fare, ma sulla sua strada arriva l’immigrato redivivo Matzutzi (Jacopo Cullin). Il ragazzo si rivela un vero goleador: il Pabarile rimonta in classifica e arriva al secondo posto, pronto a sfidare la squadra di Brai. Contemporaneamente, l’arbitro europeo Cruciani (Stefano Accorsi) tenta la sua scalata al successo fino ad una finale internazionale di coppa, spalleggiato dal preparatore Candido (Marco Messeri).

La pellicola gioca con i generi e li mescola sapientemente creando un divertente pastiche grottesco, un divertissement irriverente al quale lo spettatore è invitato a partecipare durante la visione: i registri si alternano passando rapidamente dalla tradizionale commedia all’italiana al grottesco, dallo spaghetti western al thriller teso e adrenalinico; anche la regia si piega alle diverse esigenze e sfodera un impeccabile bianco e nero degno del miglior Nastro Bianco di Haneke (senza essere blasfemi), primissimi piani stretti e serrati alla Sergio Leone e bruschi movimenti di macchina in avanti caratterizzano la narrazione contribuendo a produrre un’opera elegante e particolare incentrata su un tema molto caro a noi italiani: il calcio, lo sfavillante scintillio delle luci della ribalta internazionali e il clima grottesco e spiantato delle squadre d’infimo ordine che però hanno ancora la vera passione del gioco.

Il paesaggio che fa da sfondo alla pellicola è fondamentale, oltre ad essere un protagonista indiscusso: una Sardegna poco conosciuta, selvaggia e arida che segna indelebilmente i volti dei suoi abitanti, creando uno straniamento felliniano attraverso le inquadratura ricercate, i primi piani e i rallenty.

Ottima anche la scelta del cast, con attori che si calano perfettamente nei loro ruoli: un mefistofelico Messeri, il sardo DOC Benito Urgu esilarante allenatore a metà strada tra l’Al Pacino di Ogni Maledetta Domenica e il Lino Banfi de L’Allenatore nel pallone, un Francesco Pannofino gigione nei panni dell’arbitro corrotto Mureno (riferimento a Byron Moreno?), una Geppi Cucciari sorprendente, con la solita vena comica pungente ma stavolta in grado di tirare fuori anche un lato sensuale che riporta alla memoria le attrici italiane che popolavano le commedie degli anni 50’-60’; la sorpresa di Jacopo Cullin, nei panni del bomber “oriundo” Matzutzi e infine un sorprendente Stefano Accorsi con tanto di vena ballerina.

Una comicità “semplice”, quella de L’Arbitro, che si avvicina, forse, all’irriverenza dell’allenatore nel pallone Oronzo Canà con i suoi strampalati metodi e le sue tattiche bislacche, si unisce al virtuosismo tecnico e al piacere di spaziare tra i generi creando questo gioiellino che, si spera, possa distinguersi nel mare cinefilo della rassegna veneziana.

 

L’Apprendistato, recensione del film di Davide Maldi

L’Apprendistato, recensione del film di Davide Maldi

Secondo capitolo di una trilogia sull’adolescenza iniziata nel 2014 con Frastuono, L’Apprendistato di Davide Maldi – Gran premio della giuria al Torino Film Festival nella sezione Italiana.doc – è un film documentario che racconta la formazione di un gruppo di quattordicenni presso un prestigioso collegio alberghiero. Il protagonista Luca Tufano e i suoi compagni Mario Burlone, Lorenzo Campani, Enrico Colombini e Christian Dellamora, interpretano sé stessi nelle loro attività quotidiane e si muovono nel contesto della scuola, in cui si svolge tutta la loro esistenza, in una vera e propria full immersion.

L’apprendistato come rito di passaggio

Davide Maldi – fumettista, illustratore e storyboard artist per il cinema, regista dal 2007 – guarda all’adolescenza e ai suoi cambiamenti con un approccio antropologico. L’apprendistato è per il regista la versione moderna degli antichi riti di passaggio, un’iniziazione che traghetta l’adolescente verso l’età adulta, fatta di regole e responsabilità. L’apprendistato rappresenta il primo vero confronto dell’adolescente con il mondo adulto in una fase molto delicata della vita, in cui la personalità e il carattere si stanno ancora forgiando ed egli sta prendendo pian piano coscienza di ciò che è e che vorrà essere. Il film è scritto a quattro mani con Micol Roubini. L’intento del regista è duplice: da una parte l’osservazione della realtà, filmare la quotidianità dei ragazzi all’interno della scuola, il rapporto tra loro e quello coi docenti. Dall’altra, la narrazione dal proprio punto di vista. E’ questa la parte più interessante del lavoro. Il parallelismo apprendistato-rito di passaggio è reso attraverso i suoni – le musiche sono di Freddie Murphy e Chiara Lee, mentre il suono è curato dallo stesso regista, come la fotografia. Un ritmo incalzante di percussioni accompagna il protagonista nei momenti più significativi del suo percorso all’interno della scuola, evocando i riti tribali.

La contrapposizione natura – società ne L’apprendistato

Allo stesso modo, sono i suoni a sottolineare lo stretto legame del ragazzo con la natura, unica dimensione nella quale è vissuto fino a quel momento: il verso di mucche e capre che abitualmente accudisce, il loro respiro, come il suo, simbolo dei ritmi naturali, sono protagonisti della sequenza iniziale, nel buio della notte. A tutto ciò si contrappone l’ambiente razionalmente regolato e austero della scuola. Qui i suoni sono quelli della voce dell’insegnante che impartisce regole e insegna i princìpi guida della ristorazione, da imparare a memoria; del vetro che tintinna, dei bicchieri da pulire, o da tenere in equilibrio su un vassoio, delle formule di cortesia da rivolgere ai clienti. Gli animali sono morti, pronti per essere cucinati, ad uso e consumo dell’uomo, o impagliati in una stanza della scuola, dove Luca Tufano – sguardo indomito o svagato, mente rivolta al mondo che ha lasciato, ciuffo ribelle, buon interprete delle inquietudini adolescenziali – va spesso a contemplarli. L’opposto della la natura viva e pulsante che il ragazzo conosce e sperimenta nei boschi, di quella fusione con essa che gli dà piacere e gioia.  È proprio questo ad innescare il conflitto con la scuola e le sue regole, ma pian piano Luca cercherà e troverà una mediazione che gli consenta di diventare un bravo cameriere, conservando la propria indole e la propria passione per la natura.

Peccato che il ritmo del film sia davvero molto lento. L’approccio registico basato su lunghi silenzi, immagini e suoni, se da una parte trova alcune soluzioni felici, come quando il regista si concentra sullo sguardo assente del protagonista, sulla sua figura scomposta, o ad esempio nella scena della caccia, dall’altra rende a tratti faticosa la visione. Inoltre, la nuova veste del racconto di formazione e della dicotomia natura-società, che  Maldi propone in chiave socio-antropologica ne L’apprendistato, non basta a ravvivare tematiche ampiamente trattate sul grande schermo e a rendere coinvolgente la ripetitiva routine della vita scolastica.

Prodotto da Invisibile Film, L’Altauro di Davide Maldi e Micol Roubini, Red House, distribuito da Movieday e Slingshot Films, L’apprendistato arriva in sala dall’8 marzo.

L’apprendista stregone: recensione del film

L’apprendista stregone: recensione del film

L’apprendista stregone (The Sorcerer’s Apprentice) è  il film del 2010 diretto da Jon Turteltaub e con protagonisti Nicolas Cage e Jay Baruchel.

Di fronte ad un Jerry Bruckheimer sempre meno re Mida di Hollywood arriva nelle sale anche quest’ultima fatica del produttore, che nonostante le speranzose premesse non riesce nemmeno con questo titolo a guadagnarsi lo scettro di migliore incasso dell’estate, e si aggiunge alla delusione di inizio stagione Prince of Percia.

La storia: una vicenda a metà strada tra il cinema di supereroi e il gusto per il mistico della saga di Harry Potter; destinato a essere l’erede di Mago Merlino, l’adolescente Nerd (Jay Baruchel) viene contattato dallo stregone Nicolas Cage, che lo addestra alle arti magiche (non senza qualche dejavù che ricorda molto il Sam di Transformers) per difendere il mondo dalla minaccia di un’antica strega e dallo stregone traditore che la vuole risvegliare, un simpaticamente crudele e bravo Alfred Molina.

Il problema è che il succo regge ben poco e con un finale privo di attrattiva il film a stento decolla. Senza nominare anche la pessima Bellucci che come presenza è sempre un bel vedere ma quando inizia a parlare in sala suscita soltanto molte risate e non dovute a qualche battuta esilarante ma bensì alla sua voce che è poco affascinante rispetto al resto.

Al film non basta il riferimento esplicito al classico della Disney, Fantasia, che pur presta il titolo originale al film, e a parte una citazione del cortometraggio in una scena dove (Nerd Jay Baruchel attendendo l’arrivo della sua bella, decide di lanciare un incantesimo su scope e ramazze per pulire il suo laboratorio senza faticare) il non male Baruchel si sostituisce al Topolino disneyano, rimane solo un breve tratto che inevitabilmente ribadisce un concetto chiaro che a Hollywood ormai sembra quasi religione: il rifarsi a un marchio per ragioni dettate dal sostegno di un marketing preesistente e a buon mercato (che nasce dal ricordo degli originali), che consente a registi, attori e sceneggiatori di mandare avanti la macchina cinema in tempi di crisi economica (e creativa).

Tutto sommato il film comunque non è del tutto disastroso, e a dirla tutta Nicolas Cage non è poi così male, c’è di peggio. Ormai il povero Nicolas è caduto in un uragano pregiudiziale della critica americana che non manca occasione per distruggere quel poco che riesce a combinare. Anche la regia di Jon Turteltaub sembra abbastanza onesta e servizievole. I due giovani sembrano abbastanza buoni e sicuramente (non me ne vogliano male i fan di Twiligth) la Kirsten Stewart in versione bionda la rivedremo molto presto.

L’apprendista stregone Trailer 2

0

Online secondo trailer di L’apprendista stregone, con nuove scene e nuove immagini di Monica Bellucci nei panni di una strega.

L’apprendista Stregone stasera in tv

0
L’apprendista Stregone stasera in tv

L'apprendista StregoneSulla scia della bella programmazione televisiva delle vacanze di Natale, Rai Due offre ai telespettatori una serata all’insegna della magia con L’Apprendista Stregone, in onda questa sera in prima serata.

Balthazar Blake (Nicolas Cage) è uno stregone che vive nella Manhattan dei giorni nostri e che cerca di proteggere la città dal suo acerrimo nemico, Maxim Horvath (Alfred Molina).

Balthazar non può affrontare la situazione da solo, così recluta Dave Stutler (Jay Baruchel), un ragazzo apparentemente normale, ma che ha mostrato un potere nascosto così come il suo precettore. Il mago con un corso accelerato, prepara il suo riluttante discepolo all’arte e alla scienza della magia e insieme, questi due colleghi alquanto improbabili, affrontano i più feroci e più spietati criminali di tutti i tempi.

Ci vorrà tutto il coraggio di Dave per sopravvivere all’addestramento, salvare la città, conquistare una ragazza mentre è l’apprendista stregone.

L’apprendista stregone stasera in prime time

0
L’apprendista stregone stasera in prime time

L'apprendista StregoneSerata all’insegna della stregoneria quella che ci aspetta su Rai Tre, alle 21.05 infatti Nicolas Cage ci accompagnerà nella sua bottega da stregone per istruire un giovanotto nelle complesse arti della magia. A mettergli bastoni tra le ruote un perfido Alfred Molina. Stiamo ovviamente parlando de L’apprendista Stregone, rivisitazione in live action del celebre cortometraggio con protagonista Topolino presente in Fantasia, classico Disney d’animazione del 1940. Forse in pochi sanno che il frammento del film musicale Disney è basato sull’omonimo poema sinfonico del 1890 di Paul Dukas, ispirato a sua volta all’omonima ballata del 1797 di Johann Wolfgang von Goethe.

Qui la trama: Nella New York dei nostri giorni, un giovane studente di college (Baruchel) è costretto suo malgrado ad accettare un lavoro come assistente ed apprendista per uno stregone di nome Balthazar Blake (Cage). Presso di lui, il ragazzo sarà addestrato a combattere contro le forze del male che incombono sulla moderna Manhattan, orchestrate da un altro stregone, il perfido Horvath (Molina), aiutato dal più giovane illusionista Drake Stone (Kebbel).

Accanto ai due notissimi Cage e Molina ci sono il giovane apprendista Dave, Jay Baruchel e il love interest del nostro eroe Becky, Teresa Palmer.

Come abbiamo detto, il film è ispirato ad un grande classico noto in tutto il mondo e per questo è costellato di citazioni. Eccone alcune:

  • nella stanza di Dave da piccolo è visibile una sveglia che raffigura Buzz Lightyear, personaggio della saga Disney di Toy Story;
  • quando Dave da piccolo trova il negozio di Balthazar, trova una lampada e prova a sfregarla, chiaro riferimento ad Aladdin;
  • la scena in cui Dave incanta le scope per pulire il laboratorio è una citazione del famosissimo omonimo L’apprendista stregone, episodio presente nel film d’animazione Fantasia del 1940 (a sua volta ispirato alla ballata di Goethe), ed ora come allora avente come colonna sonora poema sinfonico di Dukas;
  • nella stessa scena vengono anche incantati piatti e lavandino per essere lavati, come faceva Merlino, ne La spada nella roccia, film del 1963;
  • durante un incontro tra Dave e Becky sul tetto di un palazzo, lei confida al ragazzo che teme l’altezza, lui la fa avvicinare al parapetto tendendole la mano e pronunciando la frase “Ti Fidi di me?”, ricalcando le stesse parole che pronuncia Aladdin a Jasmine sul balcone della camera della principessa nel film Aladdin del 1992;
  • per sapere dove si nasconde Balthazar, Horvath e Drake si recano in un ufficio dell’università. Il mago chiede del ragazzo spacciandosi per un professore, alla richiesta di un impiegato di mostrare un tesserino lo stregone lo ipnotizza facendogli ripetere “Io non devo vedere la sua tessera di identificazione della facoltà”, dietro, facendo il verso al proprio capo, Drake dice “Questi non sono i droidi che state cercando”, riferimento a Guerre stellari;
  • quando Dave prende la Grimhold nell’appartamento di Drake teme che ci sia una trappola e fa contrappeso con la mano, imitando Indiana Jones quando prende l’idolo della fertilità ne I predatori dell’arca perduta (anche se Indiana Jones faceva contrappeso con un sacchetto)
  • Nella fase finale del film la posizione delle mani con cui Dave lancia più volte la folgore plasmatica contro Morgana è esattamente uguale alla posizione con cui Son Goku, protagonista della serie di anime e manga Dragon Ball, lancia la sua famosa tecnica Kamehameha. Subito dopo c’è un altro richiamo all’anime, infatti, quando cerca di far rinvenire Balthazar, evoca intorno a se un cerchio di fuoco rosso che ricorda vagamente la tecnica del Kaioken, sempre usata da Goku.
  • La scena su pergamena del temuto incantesimo Il Risveglio è una illustrazione realizzata da Gustave Dorè per la Divina Commedia (Farinata degli Uberti, per la precisione).

L’apprendista Stregone

0
L’apprendista Stregone

Il trailer ufficiale di L’apprendista Stregone, il film fantasy con Nicolas Cage e Monica Bellucci. L’apprendista Stregone è distribuito da Walt Disney Pictures Italia.

Il film è vagamente ispirato al segmento L’apprendista stregone del film musicale d’animazione Disney Fantasia, che a sua volta si basa sull’omonimo poema sinfonico del 1890 di Paul Dukas, ispirato all’omonima ballata del 1797 di Johann Wolfgang von Goethe.

La pellicola è un film avventura in cui un mago e il suo sventurato apprendista si ritrovano al centro dell’antico conflitto fra bene e male. Balthazar Blake (Nicolas Cage) è un maestro della magia che vive nell’odierna Manhattan e che intende difendere la città dalla sua nemesi per eccellenza, Maxim Horvath (Alfred Molina). Ma per farlo Balthazar ha bisogno di aiuto, e recluta quindi ave Stutler (Jay Baruchel), un ragazzo apparentemente normale ma che possiede doti nascoste, sottoponendolo ad un folle addestramento per fargli apprendere il più in fretta possibile tutti i segreti della magia. In questo nuovo ruolo di apprendista stregone, Dave dovrà fare appello a tutto il suo coraggio per sopravvivere all’ addestramento, arrestare le forze del male e conquistare il cuore della ragazza che ama.

L’applicazione Tarantino Shoots you dedicata a Django Unchained!

0

Ecco l’applicazione TARANTINO SHOOTS YOU dedicata a DJANGO UNCHAINED, il nuovo film di Quentin Tarantino che uscirà in sala Giovedì 17 Gennaio 2013 con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington e Samuel L. Jackson.

Crea il tuo spaghetti western con Tarantino Shoots You, l’applicazione per Django Unchained con le indicazioni di Quentin Tarantino. L’avvertimento, lo sguardo, lo sparo: questi sono i tre momenti chiave, che girerete personalmente insieme al regista.

Creare il vostro video è facilissimo. Basta inserire i propri dati, e poi seguire passo per passo le istruzioni per poi registrare il vostro ciak! al seguente link:
http://django-ilfilm.it/tarantino

L’appello di CNA – Cinema e Audiovisivi: “Indennizzi anche alle imprese della comunicazione cinematografica!”

0

In questo rinnovato momento di crisi sanitaria ed economica nazionale, l’emergenza Covid-19 sta avendo nuovamente pesanti ripercussioni sul settore cinematografico a 360°: esercizio, produzione, distribuzione, festival.

A risentirne, però, è anche tutto un mondo parallelo ma indissolubilmente legato all’industria dell’entertainment: editori digitali on-line verticali specializzati in cinema, uffici stampa, agenzie social, di comunicazione, eventi e promozioni specializzate in gestione dei lanci cinematografici. All’improvviso anche questa tipologia di imprese – tra loro eterogenee, ma tutte accomunate da una grande passione per questa industria culturale e indispensabili allo sviluppo della stessa – si è ritrovata senza contenuti da lanciare, senza clienti e senza investimenti pubblicitari, con una situazione di totale blocco che dovrà poi ritrovare una difficilissima normalità quando l’emergenza sarà rientrata. Parliamo di decine di aziende e centinaia di addetti, dipendenti e/o liberi professionisti, a rischio sopravvivenza.

Un pool rappresentativo di questo vasto settore di supporto già a marzo – quando era scoppiata epidemia e la prima chiusura del sistema cinema – aveva deciso di comune accordo di portare all’attenzione del Mibact e del ministero dello Sviluppo economico le proprie esigenze immediate e future, richiedendo tra le altre cose sgravi fiscali per incentivare lo smart working, sospensione dei versamenti tributari, contributivi ed assistenziali e fin da allora possibilità di rientrare nel perimetro di attuazione del Fondo straordinario(art. 89 del Decreto).

In questa ritrovata emergenza – sottolinea il presidente di CNA Cinema e Audiovisivo, Gianluca Curti –  il governo ha garantito con i Decreti Ristori e Ristori-Bis indennizzi a tutte le attività chiuse a causa delle restrizioni adottate per il contenimento della pandemia, ma purtroppo tutte le aziende in questione, non rientrando nei codici Ateco previsti dai Decreti, non hanno diritto a tale forma di sostegno mentre dovrebbero averlo perché sono equiparabili a tutti gli effetti alle sale cinematografiche. Se il governo chiude le sale cinematografiche di fatto parallelamente chiude il lavoro di aziende che vivono dell’uscita in sala dei film. Chiediamo, di conseguenza, che anche questa tipologia di imprese sia inclusa tra le aziende beneficiarie degli indennizzi indipendentemente dagli eterogenei codici Ateco di riferimento, essendo aziende specializzate verticalmente in un settore, la filiera cinematografica tradizionale, che dal primo lockdown non è mai realmente ripartita e che per le sue peculiarità – conclude Curti – rischia di rimanere sostanzialmente chiusa fino a primavera inoltrata”.

L’appartamento di Billy Wilder

L’appartamento di Billy Wilder

L’appartamento è il film cult del 1960 di Billy Wilder con protagonisti nel cast Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston e Jack Kruschen.

Trama del film L’appartamento:

C. C. Baxter, detto Ciccibello, impiegato in una grossa compagnia d’assicurazioni americana, con una vita solitaria e tutta lavoro, fa carriera in fretta grazie al fatto che presta il suo appartamento ai dirigenti dell’azienda per le loro avventure extraconiugali.

Del “servizio” usufruisce anche il capo del personale, Sheldrake, che porta nell’appartamento Miss Fran Kubelik, una delle addette agli ascensori dell’azienda, sua ennesima amante. In uno di questi incontri, Fran si rende conto che Sheldrake non ha nessuna intenzione di divorziare come le ha promesso, e tenta il suicidio a casa di Baxter. Questi interviene in tempo a salvarla, i due hanno occasione di conoscersi meglio. Baxter è un uomo in fondo buono e gentile, molto solo. La stessa solitudine caratterizza Fran, cui Sheldrake non dedica mai tutte le attenzioni che meriterebbe, dimostrandosi a volte del tutto insensibile ed egoista.

Baxter s’innamora pian piano di Fran. Ciò lo porterà a inevitabili frizioni con Sheldrake. Prenderà decisioni impegnative, comportandosi finalmente da uomo, anche a costo di mettere a repentaglio la propria carriera.

L’appartamento, il fil culto con Shirley MacLaine e Jack Lemmon

Questa commedia del 1960 diretta da Billy Wilder, riconosciuto maestro statunitense del genere brillante, è considerata a buon diritto tra i suoi lavori più riusciti. Non accusa infatti per nulla il trascorrere del tempo. Il merito va senza dubbio a una serie di fattori: l’abilità di Wilder regista, ma anche sceneggiatore accanto ad A. L. Diamond, che riesce a tenere insieme l’anima più comica del film (la comicità di situazione in cui il talento di Lemmon regala momenti assai spassosi) con una riflessione acuta sulla società americana, chiusa nell’individualismo e arrivismo, quasi contro la sua stessa volontà, come accade a Baxter/Lemmon. L’impiegato sfrutta il proprio appartamento e le debolezze dei superiori per far carriera, loro sfruttano lui per le loro scappatelle col ricatto-promessa della promozione, il capo del personale tiene legata a sé l’amante (Fran/Shirley MacLaine)  con la fantomatica promessa del divorzio.

L'appartamento di Billy WilderAlcune donne dipendenti dell’azienda, sfruttano la loro relazione coi dirigenti a fini economici e di carriera (Fran invece sembra davvero innamorata di Sheldrake). Tutto ciò pare normale amministrazione, quasi inevitabile, mentre invece basterebbe, come accade al protagonista, trovare il coraggio di essere “uomini” per sottrarsi a questa logica e riscoprire valori autentici, oltre che una vita forse meno agiata, ma più soddisfacente. Quanto poi sia universale e “sempreverde” il tema del tradimento e tutto ciò che ruota attorno ad esso, è inutile dire.

Ne L’appartamento l’azione si sviluppa in modo vivace, il tono generale è leggero e l’happy end è garantito. Lo spettatore, però, non ha fretta di giungervi, perché coinvolto dal ritmo del racconto e da dialoghi arguti. La scelta di Lemmon e MacLaine è poi più che appropriata: i due attori mostrano qui al meglio le loro doti interpretative rivelandosi capaci di estrema leggerezza, autentica comicità (specie Lemmon), ma caratterizzando con la stessa efficacia i tratti più sconsolati e malinconici dei loro personaggi.

Il regista, che aveva già lavorato con Lemmon in A qualcuno piace caldo, li rivorrà con sé entrambi nel ’63 per Irma la dolce, mentre sarà sempre Wilder ad inaugurare il fortunatissimo sodalizio artistico tra Lemmon e Matthau nel ’66.

L’appartamento si aggiudicò diversi Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura, scenografia e montaggio. Shirley MacLaine fu premiata a Venezia per la sua interpretazione, ma ricevette anche il Golden Globe e il BAFTA. Gli ultimi due premi furono assegnati anche a Lemmon.

L’apparenza delle cose: trailer del film con Amanda Seyfried

0
L’apparenza delle cose: trailer del film con Amanda Seyfried

Netflix Italia ha diffuso il trailer di L’apparenza delle cose, il nuovo film originale Netflix scritto e diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini con Amanda Seyfried, James Norton, Natalia Dyer e F. Murray Abraham.

In L’apparenza delle cose una coppia di Manhattan si trasferisce in un paesino della Hudson Valley e scopre che l’ombra sinistra che avvolge il loro matrimonio si estende anche sulla nuova casa. Tratto dall’acclamato romanzo di Elizabeth Brundage.

L’apparenza delle cose: recensione del film con Amanda Seyfried

L’apparenza delle cose: recensione del film con Amanda Seyfried

L’apparenza delle cose, disponibile dal 29 Aprile su Netflix, basato su un romanzo di Elizabeth Brundage intitolato “All Things Cease to Appear”, è l’ultimo film della coppia Robert Pulcini e Shari Springer Berman.  La pellicola si propone come thriller-horror ed effettivamente si appropria di molteplici clichè endemici al genere, con motivazioni poco eccitanti e largamente prevedibili dei personaggi, alla base di una trama illogica e in cui prevale il disinteresse dello spettatore.

L’apparenza delle cose: la trama

Amanda Seyfried e James Norton sono Catherine e George Claire, una coppia di New York che si trasferisce a metà degli anni ’80 con la loro giovane figlia Franny (Ana Sophia Heger) in una una vecchia fattoria nella Hudson Valley. George ha recentemente ottenuto una proposta di lavoro allettante da parte di un college di arti liberali, grazie alla sua dissertazione sui pittori della Hudson River School. Catherine lascia la sua carriera di restauratrice d’arte per seguirlo; lei è fragile, sola e con tanto tempo a disposizione nella nuova dimora, oltretutto ostacolata da un disturbo alimentare, il che rende George ancora più indifferente al benessere della moglie quando inizia immediatamente a frequentare la ragazza della stalla locale (Natalia Dyer, alias Nancy di Stranger Things), e ancora più un evidente colpevole delle teatralità psicodrammatiche che infangano il resto della trama.

Un miscuglio di cliché del genere ai limiti del prevedibile

La storia si mischia poi all’opera del teologo e filosofo svedese Emanuel Swedenborg (Heaven And Its Wonders And Hell From Things Heard And Seen); attinge al misticismo del XVIII secolo, ai paesaggi del XIX secolo e appunto al romanzo moderno di Elizabeth Brundage. L’apparenza delle cose cerca di mescolare la storia di una casa stregata con un mistero di omicidio, incursioni in relazioni tossiche, abuso emotivo, sedute spiritiche e dedica la maggior parte del suo tempo a costruire una storia di fantasmi piuttosto sbiadita partendo da un dramma relazionale del tutto convenzionale.

Diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini – la coppia di registi che ha iniziato con il classico indie degli anni ’50 American Splendor prima di provare ogni altro genere in corso – L’apparenza delle cose sembra un’opportunità persa. La vera nota di merito è la fotografia di Larry Smith, lo stesso direttore della fotografia che ha incorniciato Only God Forgives e Eyes Wide Shut.

Fantasmi, sedie, libri e mobili ronzanti: L’apparenza delle cose si sforza di abbracciare quanti più clichè possibili dell’horror. Il crescendo tensivo prende forma troppo velocemente, la suspense è rilasciata troppo presto, regalandoci una storia di fantasmi, segreti inconfessabili e crepe interne a una coppia, che però non cattura mai. La pellicola fa leva su una intricata storia di omicidio e un dramma relazionale sulla mascolinità tossica e la sfiducia; non è mai del tutto chiara la funzione degli elementi horror, che accumulano sviolinate superflue all’interno di una sceneggiatura piuttosto debole. Poco dopo il loro arrivo, Catherine inizia a sentire e vedere cose. Una vecchia Bibbia appare su uno scaffale. Il pianoforte inizia a suonare da solo. La luce notturna di Franny si comporta in modo strano e una donna spettrale si nasconde nell’ombra della sua stanza. C’è anche l’odore dei gas di scarico delle auto nel cuore della notte.

La casa, si scopre, era stata precedentemente teatro di infelicità coniugale e possibile omicidio, sia nell’Ottocento che più recentemente. Mentre George si rivela un imbroglione, un benzinaio e un sociopatico a tutto tondo, anche Catherine inizia a manifestare segnali di un disagio incontrollabile, le cui motivazioni dovrebbero essere più interessanti di quello che appaiono. Come dovrebbe esserlo l’ambientazione della città universitaria, che è un alveare di segreti mal tenuti e lussuria appena controllata, con una popolazione che include alcuni attori caratteristici molto raffinati (Rhea Seehorn, James Urbaniak e Karen Allen oltre ad Abraham). Ci sono anche due bersagli attraenti per gli occhi vagabondi di Claires: Alex Neustaedter, come un tuttofare robusto, e Natalia Dyer, come uno studente della Cornell che si prende un periodo di aspettativa per addestrare i cavalli.

L'apparenza delle cose

L’Anticristo: recensione del film di Alberto De Martino

L’Anticristo è il film 1974 diretto da Alberto De Martino con Carla Gravina, Mel Ferrer, Alida Valli, Mario Scaccia, Umberto Orsini.

La trama del film L’Anticristo

La storia ruota intorno alla giovane Ippolita Oderisi, rampolla di una nobile e ricca famiglia romana, con tanto di zio alto prelato, affetta da una paralisi nervosa alle gambe. Niente sembra guarirla, nemmeno la visita ad un santuario ciociaro e la visione degli indemoniati, gente apparentemente posseduta dal demonio che ha bisogno di un esorcismo. Anche l’intervento dell’affascinante psichiatra Marcello Sinibaldi serve a ben poco, anche se le sedute di ipnosi regressiva fanno riaffiorare i ricordi di una vita precedente legata ad una sua antenata condannata in quanto strega ed arsa sul rogo.

Lo spirito antico e malvagio –o il diavolo stesso?- sembrano possedere la ragazza che mostra all’improvviso una gamma di “strani” comportamenti (tutti tratti dal decalogo del bravo indemoniato: vomito verde, membra che appaiono e scompaiono, scandalosi turpiloqui e perfino un incesto col fratello minore) che sembra impossibile ricacciare nell’inferno dal quale sono venuti… almeno fino all’intervento di un inflessibile prete tedesco dall’aria teutonica che saprà ricacciare indietro il demone fin nell’inferno da dove è sbucato. 

Il film L’Anticristo

Negli anni ’70 L’esorcista ha segnato un’epoca diventando un vero e proprio spartiacque a partire dal quale cominciare a scrivere la storia dell’orrore quotidiano. Da quel momento in poi esorcismi, rituali, case infestate e gente posseduta (soprattutto bambini) non sono più stati un segreto per nessuno ed è proliferato un ricco sottogenere dalle scarse qualità.

Ma qualche eccezione c’è, come ben rappresenta la pellicola made in Italy L’anticristo diretta da Alberto De Martino in piena era seventies, ovvero il 1974, proprio cavalcando l’onda del successo della pellicola di Friedkin. Il film è sempre una mera imitazione dell’originale, gli effetti speciali sono qualitativamente inferiori ma regala un crescendo di suspense e disgusto degni dell’originale.

Per chi è un amante del genere o comunque apprezza il gusto gore e fortemente camp dell’horror exploitation anni ’70 L’anticristo non può che rappresentare una vera perla del genere: scandaloso per l’epoca, è stato marchiato dalla lettera scarlatta della censura italiana che non ha retto alle terribili scene che si presentavano sullo schermo ed è arrivato fino ad oggi con la sua fama di film “maledetto”, grottesco e splatter fino all’ennesima potenza, che ha fatto da apripista per un ricco genere nel quale hanno trionfato i tanti Fulci, Argento, Deodato, Bava.

Si sprecano le scene di sesso spinto lasciate ad intendere, come quella del Sabba infernale o del suddetto incesto tra consanguinei; la scena dell’indemoniata che incontra il ciarlatano mostra, da un lato, una carrellata di imbarazzanti effetti speciali “fatti in casa” che però sono funzionali a quella “scrittura della suspense” e che aiutano a fortificare man mano che si va avanti con la narrazione, per non parlare poi della straordinaria performance di Carla Gravina, indemoniata fascinosa e ammaliante, che nulla ha da invidiare alla piccola Regan de L’esorcista. Almeno lei non diventa verde e non è costretta a sottoporsi ad estenuanti sedute di make up prima di andare in scena per apparire al meglio nella sua forma infernale.

L’announcement Trailer di Into Darkness – Star Trek

0
L’announcement Trailer di Into Darkness – Star Trek

Ecco l’announcement Trailer di Into Darkness – Star Trek, il nuovo film di J. J. Abrams in uscita al cinema Giovedì 6 Giugno 2013, in cui possiamo vedere le primissime immagini del film, compreso il nuovo villain Benedict Cumberbatch.

Qui il video:

Vi ricordiamo che il prossimo film Into Darkness – Star Trek uscirà nelle sale il 06 Giugno 2013. Nel cast del film Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban, John Cho, Bruce Greenwood, Alice Eve, Anton Yelchin. Tutte le news sul film le trovate nel nostro speciale: Star Trek 2.

Trama: Quando l’Enterprise è chiamata a tornare verso casa, l’equipaggio scopre una terrificante e inarrestabile forza all’interno della propria organizzazione che ha fatto esplodere la flotta e tutto ciò che essa rappresenta, lasciando il nostro mondo in uno stato di crisi. Spinto da un conflitto personale, il Capitano Kirk condurrà una caccia all’uomo in un mondo in guerra per catturare una vera e propria arma umana di distruzione di massa. Mentre i nostri eroi vengono spinti in un’epica partita a scacchi tra la vita e la morte, l’amore verrà messo alla prova, le amicizie saranno lacerate, e i sacrifici compiuti per l’unica famiglia che Kirk abbia mai avuto: il suo equipaggio.

L’anima in pace: recensione del film di Ciro Formisano

L’anima in pace: recensione del film di Ciro Formisano

Ha avuto un interessante percorso, attraverso festival come l’IFFI Goa in India, quello del Cinema Italiano a Tolosa e quelli di Fano, Foggia e Napoli (dove ha vinto i premi come Miglior Film e per la Miglior Attrice a Livia Antonelli), il film che arriva in sala il 18 gennaio distribuito da Farocinema. Sostenuto dall’azienda Latte Sano, il film L’anima in pace diretto dal vincitore del Globo D’Oro Ciro Formisano (L’Esodo, L’altro buio in sala) conta sulla partecipazione di Donatella Finocchiaro e Daniela Poggi – accanto a Lorenzo Adorni (Un passo dal cielo, Maschile singolare, Adagio), Antonio Di Girolamo, Cinzia Susino e la protagonista Livia Antonelli, debuttante formatasi alla scuola Volonté – per raccontare una storia ambientata entro le barriere invisibili e invalicabili dei sobborghi.

L’anima in pace, la trama

Dora è una giovane di 25 anni con un carattere all’apparenza ruvido ed impenetrabile che lavora portando la spesa a domicilio, un lavoro molto pesante. Non l’unica difficoltà delle sue giornate, che ogni sera si concludono a casa della zia, dove vive con la madre Lia. Questa è una donna instabile ed inaffidabile, da poco uscita di prigione, la cui inadeguatezza ha fatto sì che i gemelli Massimo e Nunzio siano stati affidati a un’altra famiglia. Dora cerca di guadagnare soldi sia attraverso il suo lavoro sia tramite una seconda attività, illegale, consegnando le dosi che il pusher con cui ha una relazione le passa. Soldi che spera le serviranno per costruire una nuova vita, per potersi permettere il ritorno dei suo fratellini, augurandosi che la sentenza imminente possa restituirglieli, che inizia a sembrare possibile con l’arrivo di Andrea, un giovane specializzando in medicina che cerca di aiutarla e spronarla, almeno fino a quando Yuri non scopre il rapporto pulito e sincero dei due giovani, per altro osteggiato dalla madre di lui.

Le fatiche di Dora

Il sostegno dell’azienda casearia Latte Sano alla realizzazione del film è evidente (a partire dalla presenza dei locali dell’Azienda in alcune riprese), e fondante, nel bene e nel male, con il rischio che il risultato appaia quasi prodotto su committenza. Definizione che non sarebbe la più adatta a un film dal forte realismo che si potrebbe descrivere invece come ‘a tesi’, viste le implicazioni e i messaggi che la storia di crescita ed emancipazione della giovane protagonista suggerisce.

Una ragazza problematica, costretta a occuparsi del sostentamento proprio e della famiglia – disfunzionale e divisa, dai traumi passati e dalla giustizia – senza poter contare sulla madre e con tutti i mezzi. Leciti e non. Questa la premessa, sviluppata con forza quasi documentaristica nel pieno della pandemia di Covid-19, fotografata nel momento del lockdown dal quale tutti speravamo di uscire migliorati da una esperienza che oggi risulta più anacronistica di quanto sia in realtà. In parte anche per le scelte fatte nel rappresentarla.

Pregi e difetti del realismo popolare

Intorno il Quarticciolo, un contesto popolare e periferico, quello delle moderne borgate romane, delle quali si sceglie di mettere in luce con onestà gli aspetti più positivi (da solidarietà e dignità all’etica del lavoro) senza nasconderne i peggiori (microcriminalità e diverse forme di abusi e violenza, domestica primis). Peccato che le emblematiche e coinvolgenti sfide che Dora affronta e supera siano accompagnate da qualche disattenzione, figlia evidente di limiti di budget – contrastati anche con l’aiuto delle stesse comparse (scelte tra gli abitanti del quartiere, che hanno messo addirittura a disposizione la propria abitazione per le riprese) – e da una evitabile ricerca del gesto simbolico, come nell’insistenza finale sulla borsa della madre.

Personaggio a suo modo chiave, affidato alla presenza scenica e all’esperienza di Donatella Finocchiaro, cui fa da contraltare l’altrettanto speciale partecipazione di Daniela Poggi, madre borghese e diffidente del ragazzo che Dora inizia a frequentare. Figura alla quale  istintivamente verrebbe da assegnare una funzione liberatoria che nella didascalica conclusione la protagonista reclama giustamente per sé, giovane consapevole e decisa a rompere un circolo vizioso che le impedisce di – anche solo sognare – essere più di quel che è.

L’angelo del male – Brightburn: tutte le curiosità sul film

L’angelo del male – Brightburn: tutte le curiosità sul film

Cosa sarebbe potuto succedere se Superman si fosse rivelato malvagio? Sono partiti da questa idea gli sceneggiatori Brian Gunn e Mark Gunn per scrivere il film L’angelo del male – Brightburn, il quale rivisita il concetto di supereroe immaginandolo in chiave puramente horror. I due, rispettivamente fratello e cugino di James Gunn (celebre per essere il regista di Guardiani della Galassia e The Suicide Squad), hanno proposto il progetto proprio a quest’ultimo, che si è però limitato a produrlo. Uscito nel 2019, Brighburn è infatti poi stato diretto da David Yarovesky, affermatosi grazie all’horror The Hive.  

Le analogie tra questa storia e quella di Superman sono innumerevoli. Entrambi condividono origini extraterrestri ed arrivano sulla terra trovando accoglienza presso una coppia senza figli del Kansas. Il protagonista di Brighburn viene chiamato Brandon, in quello che sembra a tutti gli effetti essere un riferimento a Brandon Routh, interprete di Superman in Superman Returns. La vicenda diverge però nel momento in cui il protagonista di Brightburn sceglie di utilizzare i propri poter per fare del male. A partire da qui si costruisce un horror puro, con gli umani completamente nelle mani di un essere apparentemente invincibile e senza pietà.

Accolto positivamente dal pubblico e dalla critica, pur con qualche riserva circa gli sviluppi della storia, il film si è affermato come un buon titolo del suo genere, da cui potrebbero nascere ulteriori racconti che amplino quanto qui presentato. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori ed ai suoi potenziali sequel. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

L’angelo del male – Brightburn: la trama del film

La vicenda si svolge nella cittadina di Brighburn, in Kansas. Qui, in una fattoria immersa nel verde vivono Tori e Kyle Breyer, giovane coppia molto innamorata ma che non riesce ad avere un figlio nonostante i tanti tentativi fatti. Il loro desiderio di diventare genitori, tuttavia, verrà esaudito in modo del tutto inaspettato nel momento in cui, una notte, una navicella extraterrestre si schianta vicino alla loro fattoria. Accorsi sul luogo, i due trovano in questa un neonato vivo e incolume. Tori e Kyle decidono dunque di adottarlo e chiamarlo Brandon. Crescendo il bambino inizia a manifestare sempre più stranezze, ma i due genitori si convincono che sia dovuto all’ingresso nell’adolescenza.

Le loro convinzioni iniziano però a vacillare nel momento in cui il bambino diventa protagonista di diversi atti di violenza. Uccide infatti tutte le galline dei genitori e rompe una mano ad una sua compagna di scuola. Allo stesso tempo, sono sempre più frequenti le volte in cui Tori lo sorprende a parlare da solo, con una voce che non sembra essere la sua. Più cercheranno di riportare alla normalità il bambino, più questi si ribellerà. Ben presto, la sua furia diventerà inarrestabile e Brandon mostrerà tutti i poteri di cui dispone. Tutte le persone a lui vicine si ritroveranno in grave pericolo e la cittadina di Brightburn si ritroverà a fare i conti con un vero e proprio angelo del male.

L'angelo del male - Brightburn cast

L’angelo del male – Brightburn: il cast del film

Ad intepretare il ruolo del giovane Brandon vi è l’attore Jackson A. Dunn, il primo provinato per la parte. Nato nel 2003, questi aveva iniziato a recitare sin dall’età di 10 anni, comparendo in serie come Shameless. Pur se il suo debutto sul grande schermo lo vede nei panni di Scott Lang a 12 anni in Avengers: Endgame, il primo ruolo di rilievo è proprio quello ottenuto per Brightburn. Per le scene in cui Brandon vola, egli si è letteralmente trovato a dover essere imbracato ad un’attrezzatura di sicurezza per poter essere manovrato da cavi. Il suo personaggio, inoltre, è caratterizzato dai colori blu e rosso. Il primo lo identifica con il pianeta terra, mentre il secondo con le sue origini aliene. Più egli diventa malvagio, più il rosso prevale su di lui.

Per il ruolo di Tori Breyer la prima attrice considerata è stata Elizabeth Banks, fortemente voluta anche dallo stesso James Gunn. L’attore David Denman, visto in film come Big Fish, 13 Hours e Power Rangers, interpreta invece Kyle Brenner. Sono poi presenti nel cast Matt Jones, nel ruolo di Noah lo zio di Brandon, e Meredith Hagner in quelli di Merilee McNichol, sorella di Tori. Becky Wahlstrom è Erika Connor, mentre Emmie Hunter è la figlia di lei Caitlyn. Jennifer Holland interpreta la preside Espenschied, mentre Gregory Alan Williams è lo sceriffo Deever. Nel cast, inoltre, compare anche l’attore Michael Rooker con un piccolo cameo sul finale. Egli è Big T, un blogger cospirazionista affascinato dai supereroi.

L’angelo del male – Brightburn: il sequel, il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Parallelamente all’uscita del film, il regista ha confermato l’intenzione di dar vita anche a dei sequel, così da espandere l’universo narrativo di Brightburn. Ciò, tuttavia, sarebbe stato confermato a condizione di un buon risultato economico del film. Il finale di questo, inoltre, annuncia la presenza di più supereroi avvistati in più parti del mondo, tra cui il Saetta Purpurea già conosciuto grazie al film Super – Attento crimine!!!, diretto nel 2010 dallo stesso Gunn. Ad oggi, tuttavia, non si hanno conferme circa ulteriori capitoli legati a tale primo lungometraggio. Gli incassi non particolarmente entusiasmanti potrebbero infatti aver rallentato le certezze riguardo a questi.

Nella speranza di poter un giorno vedere tali sequel, è intanto possibile fruire di L’angelo del male – Brightburn grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple TV+, Prime Video e Netflix. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di martedì 1 agosto alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

Fonte: IMDb

L’angelo dei muri, la recensione del film Tucker in uscita

L’angelo dei muri, la recensione del film Tucker in uscita

La definizione di “favola nera” rischia di essere troppo vaga e fuorviante per L’angelo dei muri con cui Lorenzo Bianchini raggiunge finalmente il grande pubblico. Grazie all’impegno produttivo di Rai Cinema, MYmovies e per la prima volta della distribuzione Tucker Film, in molti potranno vedere sul grande schermo (a partire dal 9 giugno) il film di Lorenzo Bianchini presentato al Torino Film Festival 39. Non a caso nella serata di chiusura della sezione Le stanze di Roi, caratterizzata da “mistero e inspiegabile” e composta da storie meno omologate e classificabili.

Chi è L’angelo dei muri?

Come quella drammatica dell’anziano Pietro, raggiunto da un’ordinanza di sfratto dal suo vecchio appartamento e costretto a trovare una soluzione per sopravvivere. La sua solitaria quotidianità cambia, ma non troppo, nascosto nella stanzetta segreta che realizza a tempo di record nella stessa casa nella quale vive. E dove ora verranno a vivere altri.

Il via vai di operai guidati dal padrone di casa è infatti interrotto dalle scene di vita familiare di una giovane madre, preoccupata dalla malattia della figlia, cieca e spesso lasciata sola nell’appartamento. Per lei Pietro diventa una presenza abituale, senza esser fisica, e crea un legame quasi soprannaturale, in una realtà parallela fatta di suoni più che di parole.

Un dramma moderno e antico insieme

Ci si muove nelle crepe, delle vecchie pareti e dei nuovi tramezzi, ma soprattutto quelle esistenziali, di una serie di personaggi rotti dalla vita e a un passo dallo sbriciolarsi. Su tutti l’incredibile protagonista – interpretato dall’ottantasettenne Pierre Richard – scelto dal regista, che dopo Oltre il guado e le sue precedenti esperienze torna a occuparsi di solitudine. E a farlo in prima persona, come sceneggiatore, montatore e scenografo, oltre che regista.

Il controllo su tempi, rumori (dagli scricchiolii al sibilare del vento o le musiche scelte per rompere il silenzio) e spazi è totale da parte del direttore italiano, che usa al meglio tutti gli elementi in suo possesso e in un contesto claustrofobico e ossessivo costruisce una storia d’amore e disperazione non banale, dai risvolti sociali, e su più livelli. Nella quale la chiave potrà pure essere prevedibile, ma il “gioco di immedesimazione” cercato compensa con un’empatia particolare la mancanza della carica che ci si aspetterebbe in quello che viene presentato come un “thriller psicologico”, ma che potrebbe rispondere ai canoni meno frequenti dell’horror emotivo.