Esther è il film del 1986 diretto da
Amos Gitai e con
protagonisti Mohammed Bakri, Rim Bani, Simona
Benyamini, David Aharon Cohen, Sara Cohen e Juliano
Mer.
- Anno: 1986
- Diretto da: Amos Gitai
- Con: Mohammed Bakri, Rim Bani, Simona
Benyamini, David Aharon Cohen,
Sara Cohen, Juliano Mer.
“Non opprimete e non sfruttate lo
straniero; voi conoscete l’animo dello straniero,
giacché voi stessi siete stati stranieri nel paese d’Egitto.”
Esodo 23:9
Esther, la trama
Esther è
basato sulla storia biblica del libro di Ester. Al tempo in cui i
giudei sono sotto il dominio persiano, il re Assuero di Susa
sceglie come moglie una giovane giudea,
Esther.
Sotto consiglio del sacerdote
Mardocheo, suo zio, la donna tiene nascosta la propria origine al
sovrano. Aman, uno dei dignitari di corte, ordina la persecuzione
dei giudei, poiché non sembrano riconoscere altra autorità fuorchè
il proprio Dio, come Mardocheo, che sventa un complotto ai danni
del re. Aman intende uccidere il sacerdote, ma
Esther rivela al re i piani di Aman, che viene
messo a morte. Mardocheo ed Esther, ottengono
dal re che i giudei possano organizzarsi e difendersi dalle
persecuzioni: in breve tempo, coloro che dapprima erano stati
perseguitati divengono persecutori.
Esther, l’analisi
Non sono molti i casi della storia
del cinema in cui un regista alla sua opera prima riesca a essere,
pur tra le acerbità di vario tipo che contraddistinguono gli
esordi, intenso e ricco nell’ispirazione, appassionato e asciutto
al contempo. Direi che Esther, di Amos
Gitai, rientra in questa categoria. Il film è uscito in
cofanetto dalla Rarovideo in edizione restaurata e accompagnato
dagli altri due capitoli di quella che è considerata la trilogia
dell’esilio nell’opera del cineasta di Haifa.
Gitai afferma di
essere rimasto colpito dal fatto che nel libro biblico di Ester non
si nomina direttamente “Dio” e che voleva rintracciare in esso
qualcosa dell’ebreo contemporaneo, laico. Egli riprende il testo in
maniera sostanzialmente fedele, ma la sua operazione diviene
particolarmente interessante alla luce del fatto che la storia
narrata è quella di un popolo perseguitato che diviene persecutore
a propria volta, ed Esther diviene a propria volta
sanguinaria ordinando il massacro di altri “nemici” dei giudei. Ciò
è particolarmente interessante, e coraggioso, se si pensa che
Gitai non cela i riferimenti all’attualità di
quella terra costantemente promessa e costantemente insanguinata
che è la Palestina e quello stato in qualche modo sempre utopico
che è Israele, dove accade che i confini tra persecutori e
perseguitati siano estremamente labili e fluttuanti.
E Gitai, che è
nativo di Haifa (dove il film è stato girato), città nel nord di
Israele, mette in discussione, pone quesiti, rimette in gioco la
storia e la tradizione affrontando sempre criticamente il presente
del suo paese che egli certamente ama, cortocircuitando col suo
cinema le distinzioni tra generi, lingue, tecniche.
Esther è girato con una tecnica particolare: si
tratta infatti di una serie di tableaux (ispirati alle miniature
persiane, di cui posseggono l’impianto ieratico) in cui la macchina
da presa si muove poco, effettuando delle carrellate.
Le inquadrature del film sono
centripete, e ciò che fornisce dinamicità ai quadri sono le azioni
degli attori e gli splendidi effetti di luce della fotografia di
Herni Alekan, che permea gli oggetti e i colori sgargianti di una
patina magica e irreale. Gitai ha sempre ammesso (e i suoi
film lo dimostrano) di preferire le riprese lunghe, i
piani-sequenza, poiché più delle inquadrature brevi cui tanto
linguaggio televisivo ci ha abituati, sanno restituire la
complessità del reale. E’ interessante, questo, se pensiamo al
fatto che il suo paese è (pur-troppo) spesso al centro degli
obiettivi televisivi, oggetto di servizi a ripetizione, in cui la
realtà è frammentata in una serie di informazioni il cui senso
sembra già dato una volta per tutte e si rende impermeabile alle
interpretazioni.
Esther, la messa in
scena
Nella messa in scena di Gitai di
Esther, coi personaggi in costume storico, ci sono
però degli elementi stranianti, brechtiani, che fanno saltare il
gap temporale tra il tempo in cui si svolge la storia e il tempo in
cui il film è stato girato. Quando i personaggi si aggirano infatti
per le strade dissestate di Haifa o le sue rovine delle sue mura,
la mdp include spesso elementi (intenzionalmente) anacronistici:
cavi elettrici, pali del telefono, palazzi moderni. Ciò fa
effettivamente deflagrare il confine tra il tempo della storia
narrata e la situazione in cui è stata girata. Quel che Gitai vuole
offrirci, non è una mera ricostruzione storica, ma una riflessione
sul presente. Ci fa sentire il dispositivo cinematografico,
attraverso quelli che potrebbero sembrare dei “fianchi aperti” se
si trattasse di un normale film a soggetto biblico-storico.
Brechtianamente, invece, siamo mantenuti vigili con un occhio alla
storia e l’altro alle condizioni reali, attuali, in cui essa è
stata girata. È lo stesso per un personaggio che appare più volte
in diverse vesti (mendicante, banditore, commerciante, etc)
intervenendo a spiegare, come una sorta di cantastorie, alcuni
punti della storia, e lo fa guardando in macchina, coinvolgendo
direttamente lo spettatore.
Quando Aman viene giustiziato
(sequenza splendida, in cui la mdp panoramicando passa da una
costruzione antica dove l’uomo sta per essere ucciso, a una strada
moderna, con degli autobus e una moschea sullo sfondo),
Esther, a sera, chiede al re che il giorno
successivo abbia luogo un altro massacro: secondo il regista, in
poche righe, il testo biblico mostra tutte le contraddizioni del
potere.
L’epilogo mostra, in un lungo
cameracar per le strade di Haifa, dove ad angoli ancestrali si
alternano altri moderni, gli interpreti principali camminare e
riflettere criticamente sul ruolo interpretato, sul senso della
vendetta, sull’”utopia” che era Israele, sulle proprie origini.
Tutti gli attori sono ebrei, ma
ciascuno di diversa nazionalità: chi egiziano, chi ungherese, etc,
e benché il film sia interamente parlato in ebraico, ciascun attore
lo pronuncia con la propria cadenza. Si potrebbe dire che Gitai
attui col cinema l’operazione che Deleuze rintracciava nella
letteratura degli autori minori: Kleist, Kafka..etc. Essi fanno
“balbettare” la propria lingua, quasi che le fossero stranieri,
come esuli, e si ritaglino nelle proprie opere una sorta di
idioletto. Gitai, che ha vissuto come esule tra il suo paese, la
Francia, gli USA, la Germania, ha fatto egli stesso un cinema esule
e riflessivo, che pone interrogativi, che rimette in discussione
non la tradizione in sé, ma piuttosto la rianalizza per
rianalizzare il presente (per farlo “balbettare”, verrebbe da
dire), come accade, appunto, in Esther, parlato in
ebraico, che, come ricorda lo stesso autore in un’intervista, è una
lingua in cui manchi una vera e propria coniugazione verbale del
presente, possendo, al contrario, numerose forme al passato, e, al
contempo, gravida di una sorta di utopia e tensione al futuro.