Nel quarantesimo anno di attività,
la Pixar Animation Studios festeggia con il suo
trentesimo lungometraggio,
Jumpers – Un Salto tra gli Animali,
un’opera che ricorda quella che un tempo era una vocazione per lo
studio di reinventare continuamente il linguaggio dell’animazione
mainstream. Dopo aver definito l’immaginario collettivo
con titoli come Toy Story,
Ratatouille e Inside
Out, la casa di Emeryville sceglie di sorprendere
ancora, mescolando parabola ecologista, fantascienza surreale e
satira politica in un racconto che ribalta le aspettative sin dalle
prime sequenze.
Chi pensa di trovarsi davanti
all’ennesima storia di animali antropomorfi parlanti dovrà
rapidamente ricredersi. Qui l’elemento animale non è un semplice
espediente narrativo, ma un dispositivo concettuale che interroga
identità, tecnologia e responsabilità collettiva.
Jumpers – Un Salto tra gli Animali:
trama e premesse narrative
La protagonista è Mabel, voce
italiana di Tecla Insolia: una diciannovenne
ribelle, cresciuta a Beaverton con una passione quasi ossessiva per
gli animali. Da bambina tenta di liberare le mascotte della scuola
infilandole nello zaino; da adulta è un’attivista universitaria
pronta a tutto per difendere una radura boschiva legata al ricordo
dell’amata nonna.
Il conflitto si accende quando il
sindaco Jerry pianifica la costruzione di una
tangenziale che distruggerebbe quell’ecosistema. In apparenza, lo
schema è quello classico: natura contro progresso, innocenza contro
cinismo politico. Ma il film devia bruscamente verso territori
imprevedibili quando entra in scena la professoressa di biologia,
la Dr. Sam, che si rivela una scienziata eccentrica e segretamente
geniale.
La sua invenzione, il
“jumpers”, consente di trasferire l’identità umana nel
corpo di un androide animale. Mabel diventa così un castoro. Anzi:
un robot a forma di castoro. Questo triplo slittamento –
umano/animale/macchina – costituisce il cuore teorico del film.
All’esterno, il mondo sente solo versi; lo spettatore, invece,
assiste a un continuo cortocircuito tra percezione e realtà.
L’animale parlante, figura archetipica del cinema animato, viene
qui rielaborato come avatar tecnologico, ridefinendo il concetto stesso di
antropomorfismo.
Una regia visionaria tra
ecologia e surrealismo
Il regista Daniel
Chong orchestra la materia narrativa con un tono molto
personale che chiede un patto con lo spettatore davvero solido. La
lotta per salvare la diga dei castori – fulcro ecologico della
radura – assume contorni sempre più bizzarri: alberi metallici con
altoparlanti che emettono suoni udibili solo dagli animali,
consigli reali del regno animale composti da personalità
egomaniache, inseguimenti autostradali al limite del
demenziale.
Il re dei castori, George, doppiato
per la versione italiana da Giorgio Panariello, è
un leader mite e idealista, convinto che anche il sindaco meriti
rispetto e che abbia del buono in sé. La sua interpretazione,
venata di malinconia, costruisce un personaggio sospeso tra
ingenuità e purezza, il vero cuore emotivo del film. Quando
interviene il Consiglio degli Animali, la narrazione vira verso una
satira quasi shakespeariana del potere: la Regina degli Insetti,
domina la scena con un carisma glaciale; suo figlio Titus è un
concentrato di ambizione nervosa.
Non scenderemo ulteriormente in
dettagli, ma una delle idee più assurde e divertenti dell’intero
film coinvolgono uno squalo bianco in autostrada e una fuga in
macchina che fa invidia a Dominic Toretto.
Oltre la favola ambientalista: imparare ad ascoltarsi
Sotto la superficie comica, il film
affronta questioni di stringente attualità: la crisi ambientale, la
polarizzazione politica, l’etica della tecnologia. La scelta di
trasformare Mabel in un androide animale non è soltanto un
espediente narrativo, ma un modo per riflettere sul
concetto di mediazione: per salvare la natura,
l’umano deve diventare altro da sé, ibridarsi, rinunciare a una
prospettiva esclusivamente antropocentrica.
Il “cerchio della vita” di
Jumpers – Un Salto tra gli Animali non è
una formula consolatoria: gli animali accettano con fatalismo di
poter essere mangiati, e la convivenza implica compromessi reali.
Il messaggio finale – la necessità di collaborazione tra specie,
interessi e visioni differenti – potrebbe suonare come un semplice
invito al “volemose bene”, ma la struttura narrativa lo
rende più complesso. Il percorso del sindaco Jerry acquista
sfumature inattese, evitando una rappresentazione puramente
caricaturale del potere.
Mabel, dal canto suo, ricorda per
intensità emotiva la Riley di Inside Out:
è impulsiva, idealista, spesso contraddittoria. La sua crescita non
passa per una lezione morale univoca, ma per la scoperta che
l’azione collettiva richiede ascolto e mediazione.
I massimi livelli della
Pixar sono ancora lontani, ma qualcosa si muove
Jumpers – Un Salto tra
gli Animali non raggiunge forse la perfezione
strutturale dei capitoli di Toy Story, né
l’equilibrio emotivo dei vertici assoluti dello studio. Tuttavia,
rappresenta senza dubbio un ritorno a una Pixar audace, capace di
rischiare sul piano concettuale, forse meno su quello
stilistico.
Il film eccelle nella costruzione
di un universo coerente pur nella sua follia,
nella capacità di sorprendere costantemente lo spettatore. La
scrittura procede per accumulo di trovate, ma raramente perde il
controllo della traiettoria emotiva. La combinazione di slapstick,
satira politica e riflessione ecologica produce un oggetto
cinematografico ibrido, che sfida le categorie tradizionali del
family movie.
Nel suo quarantesimo anno, Pixar si
dà una scossa e prova a smettere di “vivere di rendita“.
Jumpers – Un Salto tra gli Animali è
un’opera imperfetta ma vitale, che riafferma la centralità
dell’animazione come spazio di sperimentazione narrativa. E
soprattutto ricorda che, quando lo studio californiano lavora a
pieno regime, è ancora in grado di portarci in territori che non
avremmo mai immaginato di esplorare.