Joaquin Phoenix ha conquistato tutti
a Venezia 76. Forte già di uno status di attore
molto amato e apprezzato, Phoenix ha regalato al Festival una delle
sue migliori interpretazioni in Joker, di
Todd Phillips.
L’attore è stato il protagonista
del tappeto rosso della serata di sabato alla Mostra del Lido e con
lui, oltre al regista e a Zazie Beetz, che nel film interpreta un
personaggio di contorno, c’era anche Rooney Mara, sua collega e compagna. Di
seguito le foto:
Una giustizia politica ottenuta
grazie al tempo, così Pedro Almodovar ha parlato
del suo Leone d’Oro alla carriera, riconoscimento
che gli viene assegnato nell’ambito di Venezia 76.
Il regista, uscito in sala lo scorso maggio con Dolore e
Gloria, ha ricordato della sua prima volta alla Mostra
e di come proprio al Lido è stato consacrato come regista
internazionale.
“All’epoca della mia prima volta
a Venezia, nel 1983, il direttore era Gianluigi Rondi e al governo
c’era la Democrazia Cristiana. Il mio film era L’indiscreto fascino
del peccato ed era stato considerato troppo osceno, ma la stampa ne
parlò così tanto che fu impossibile, poi, toglierlo dalla
selezione. Questo generò grande empatia e quindi ho un buon ricordo
del mio primo Festival.”
Almodovar è poi
tornato al Lido nel 1988, con il vitale Donne sull’orlo di
una crisi di nervi: “Ricordo la mia seconda volta a
Venezia come una festa. Ricordo le attrici, i colori dei loro
vestiti, la loro varietà e l’immagine così vitale che davano della
Spagna di allora. Abbiamo vinto il premio alla migliore
sceneggiatura, quell’anno.”
Il suo ultimo film, Dolore e
Gloria, è stato presentato al Festival di Cannes 2019,
conquistando il premio alla migliore interpretazione maschile,
Antonio Banderas, e ricevendo il plauso della
critica internazionale e buone possibilità di arrivare anche agli
Oscar.
“Dolore e gloria riassume parole
per cui provo pudore, non voglio lamentarmi del dolore né mi piace
vantarmi della gloria. Questo Leone d’Oro è un premio
importantissimo. Qui a Venezia sono nato come regista, questa è
un’emozione speciale. Se si vive abbastanza a lungo, il tempo
diventa un elemento importante nella considerazione di ciò che ci
accade. Nel ’88, quando ho presentato il film qui, il presidente di
giuria era Sergio Leone, e con lei c’era anche Lina Wertmuller. Li
ho incontrati per strada, in giro, e mi dissero quanto era
importante per loro vedere film come il mio alla Mostra di Venezia.
Mi piace considerare questo Leone come un segno di giustizia,
poetica e politica, dopo 31 anni da quell’incontro.”
Ma Pedro Almodovar non è solo il
regista che racconta di sesso e tabù, è quel regista che lo fa
offrendo al pubblico di tutto il mondo una grande lente sulla
società spagnola, rappresentando da sempre una grandissima libertà
di espressione, di genere, di orientamento.
“Quando ho iniziato a fare il
regista, non si parlava affatto di diversità. Gli anni ’80, in
Spagna, hanno celebrato la fine di una dittatura di 40 anni e la
cosa davvero importante per la popolazione era aver finalmente
perso la paura e poter godere di una libertà mai vista prima. Il
mio potere da regista mi ha permesso di imporre la varietà della
vita che vedevo intorno a me, i miei personaggi stravaganti
rappresentavano la vita e tutti gli orientamenti sessuali. Come
artista il mio potere è quello di dare libertà morale ai miei
personaggi. Quando ho cominciato, la cosa che più mi affascinava
era proprio questo cambiamento, che ho visto e assorbito dalle
strade, dalle infinite notti di Madrid. Io mi sono formato a questa
università e questa ho raccontato, in un tempo in cui la democrazia
in Spagna era reale.”
È stato presentato, durante una
conferenza stampa al cinema The Space Moderno di
Roma, il programma di Venezia 76, la
settantaseiesima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di
Venezia, che si svolgerà al Lido dal 28 agosto al 7
settembre. A presiedere la giuria del concorso ufficiale
di questa edizione 2019 c’è Lucrecia
Martel.
Dopo l’annuncio del titolo
d’apertura della Mostra di quest’anno, La vérité di
Kore-eda Hirokazu, sembrava chiaro che il festival di
Baratta e Barbera stesse riabbracciando la sua
natura di Mostra del cinema, mettendo un po’ da parte il glamour
che ha caratterizzato la selezione degli ultimi anni.
La conferenza stampa e lo svelamento
dei titoli scelti da Barbera e dalla sua commissione mostrano
invece una equilibrata via di mezzo tra quello che è il glamour da
tappeto rosso, l’esigenza cinefila di chi partecipa ai festival epr
amore della settima arte, e una manciata di grandi autori che non
mancano mai nelle selezioni di questo prestigio.
C’è inoltre la gara sotterranea con
Cannes e la “corsa agli Oscar” che da anni è vinta dal festival
lidense che presenta i film che più di tutti vengono premiati
durante la stagione dei premi fino agli Academy
Awards.
Per quanto riguarda il cinema di
casa nostra, quest’anno verrà rappresentato da Mario
Martone con Il Sindaco del Rione Sanità e
dal brillante Franco Maresco, che aveva già fatto
sognare il Lido con Belluscone, che presenta in
concorso La mafia non è più quella di una volta.
Infine Pietro Marcello con Martin
Eden.
Kore-eda, Andersson,
Assayas, Baumbach, Egoyan, Guerra, Soderbergh formano un
gruppo di autori solidi, interessanti e amati dal circuito dei
Festival. A questi si aggiungono James Gray e
Todd Philips i cui Ad
Astra e Joker erano attesi
addirittura in apertura di festival. Coronano un Concorso di grande
prestigio, nomi del calibro di Pablo Larraìn e
Roman Polanski.
Il manifesto di quest’anno, come
accadde anche lo scorso anno, è firmato da Lorenzo
Mattotti, che però quest’anno sceglie un fotogramma dalla
nuova sigla, che vedremo durante il Festival e che quindi
immaginiamo disegnata sempre del celebre fumettista e illustratore
che, ricordiamo, ha esordito al lungometraggio animato con La
famosa invasione degli orsi in Sicilia proprio quest’anno (il film
è stato presentato a Cannes).
Nonostante le testate internazionali
abbiano già puntato il dito sul fatto che solo due film del
concorso sono diretti da donne, sembra che i temi e le storie
selezionati siano attenti alla rappresentazione di genere, come si
può capire dell’intera selezione ufficiale.
Ecco la SELEZIONE UFFICIALE:
FILM D’APERTURA
“The Truth,” Hirokazu Kore-eda
(in competition)
FILM DI CHIUSURA
“The Burnt Orange Heresy,” Giuseppe Capotondi (out of
competition)
CONCORSO
“The Perfect Candidate,” Haifaa Al-Mansour
“About Endlessness,” Roy Andersson
“Wasp Network,” Olivier Assayas
“Marriage Story,” Noah
Baumbach
“Guest of Honor, Atom Egoyan
“Ad Astra,” James Gray
“A Herdade,” Tiago Guedes
“Gloria Mundi,” Robert Guediguian
“Waiting for the Barbarians,” Ciro Guerra
“Ema,” Pablo Larrain
“Saturday Fiction,” Lou Ye
“Martin Eden,” Pietro Marcello
“The Mafia Is No Longer What It Used to Be,” Franco Maresco
“The Painted Bird,” Vaclav Marhoul
“The Mayor of the Rione Sanità,” Mario Martone
“Babyteeth,” Shannon Murphy
“Joker,” Todd Phillips
“An Officer and a Spy,” Roman Polanski
“The Laundromat,” Steven Soderbergh
“No. 7 Cherry Lane,” Yonfan
EVENTO SPECIALE
“Goodbye, Dragon Inn,” Tsai Ming-Liang
FUORI CONCORSO – Fiction
“Seberg,” Benedict Andrews
“Vivere,” Francesca Archibugi
“Mosul,” Matthew Michael Carnahan
“Adults in the Room,” Costa-Gavras
“The King,” David Michod
“Tutto Il Mio Folle Amore,” Gabriele Salvatores
FUORI CONCORSO – Non Fiction
“Woman,” Yann Arthus-Bertrand, Anastasia Mikova
“Roger Waters Us + Them,” Sean Evans, Roger Waters
“I Diari Di Angela – Noi Due Cineasti. Capitolo Secondo,” Yervant
Gianikian
“Citizen K,” Alex Gibney
“Citizen Rosi,” Didi Gnocchi, Carolina Rosi
“The Kingmaker,” Lauren Greenfield
“State Funeral,” Sergei Loznitsa
“Collective,” Alexander Nanau
“45 Seconds of Laughter,” Tim Robbins
FUORI CONCORSO – PROIEZIONI SPECIALI
“No One left Behind,” Guillermo Arriaga
“Il Pianeta in Mare,” Andrea Segre
“Electric Swan,” Konstantina Kotzamani
“Irreversible,” Gaspar Noe”
“Zerozerozero,” Stefano Sollima
“The New Pope,” Paolo Sorrentino
“Never Just a Dream: Stanley Kubrick and Eyes Wide Shut,” Matt
Wells
“Eyes Wide Shut,” Stanley Kubrick
ORIZZONTI
“Zumiriki,” Osker Alegria
“Blanco En Blanco,” Theo Court
“Mes Jours De Gloire,” Antoine De Bary
“Pelican Blood,” Katrin Gebbe
“Un Fils,” Mehdi M Barsaouli
“Nevia,” Nunzia De Stefano
“Moffie,” Oliver Hermanus
“Hava, Maryam, Ayesha,” Sahraa Karimi
“Rialto,” Peter Mackie Burns
“The Criminal Man,” Dmitry Mamuliya
“Revenir,” Jessica Palud
“Giants Being Lonely,” Grear Patterson
“Verdict,” Raymund Ribay Gutierrez
“Balloon,” Pema Tseden
“Just 6.5,” Saeed Roustaee
“Shadow of Water,” Sasidharan Sanal Kumar
“Sole,” Carlo Sironi
“Madre,” Rodrigo Sorogoyen
“Atlantis,” Valentyn Vasyanovych
SCONFINI
“Unposted,” Elisa Amoruso
“The Scarecrows,” Nouri Bouzid
“Once More Unto the Breach,” Federico Ferrone, Michele
Manzolini
“Effetto Domino, Alessandro Rossetto
RESTAURI
“The Incredible Shrinking Man,” Jack Arnold (1957)
“The Grim Reaper,” Bernardo Bertolucci (1962)
“The Spider’s Stratagem,” Bernardo Bertolucci (1970)
“The Criminal Life of Archibaldo del la Cruz,” Luis Buñuel
(1955(
“The Crossing of the Rhine,” “Andre Cayatte (1960)
“Maria Zef,” Vittorio Cottafavi (1981)
“Crash,” David Cronenberg (1996)
“Francesca,” Manoel de Oliveira (1981)
“The House is Black,” Forough Farrokhzad (1962)
“The White Sheik,” Federico Fellini (1952)
“Current,” Istvan Gaal (1963)
“The Hills of Marlik,” Ebrahim Golestan (1964)
“Death of a Bureaucrat,” Tomas Gutierrez Alea (1966)
“Out of the Blue,” Dennis Hopper (1980)
“Ecstacy,” Gustav Machaty (1932)
“Mauri,” Merata Mita (1988)
“Pigeon Shoot,” Giuliano Montaldo (1961)
“New York, New York,” Martin Scorsese (1977)
“The Red Snowball Tree,” Vasiliy Shukshin (1973)
“Way of a Gaucho,” Jacques Tourneur (1952)
Venice College Cinema
“The End of Love,” Keren Ben Rafael
“Lessons of Love,” Chiara Campara
“This is Not a Burial, It’s a Resurrection,” Jeremiah Lemonhang
Mosese
La sedicesima edizione delle
Giornate degli Autori si conclude all’insegna dei festeggiamenti
per Amjad Abu Alala, il filmmaker sudanese regista
e sceneggiatore di You Will die at 20 che
si è aggiudicato il Leone del futuro – Premio Venezia opera
prima “Luigi De Laurentiis”.
Il film è uno delle quattro opere
prime tra gli undici film in concorso alle Giornate. È la
quinta volta che un film delle Giornate degli Autori vince questo
riconoscimento: nel 2005 con 13 Tzameti di Géla Babluani
(Francia), 2006 con Khadak di Peter Brosens e Jessica
Woodworth (Belgio), 2007 con La zona di Rodrigo Plá
(Spagna, Messico), 2010 con Majority (Cogunluk)
di Seren Yüce (Turchia).
Il premio all’opera prima di
Amjad Abu Alala è stato assegnato dalla Giuria
Internazionale composta dal Presidente Emir
Kusturica (Serbia), la regista italiana Antonietta
De Lillo (Italia), l’attrice tunisina Hend
Sabry, il produttore Michael J.
Werner (Hong Kong SAR, USA).
You will die at
20 racconta la voglia di vita di un ragazzo che,
secondo una sentenza magica della tradizione popolare, è destinato
a una morte precoce.
Il regista ha commentato:
“Muzamil è uno di noi, uno dei tanti costretto nel ruolo che la
società gli ha affibbiato! Rinchiuso in uno spazio in cui non è
possibile annusare l’aria che c’è fuori! […] Il mio film è un
invito alla libertà. Nessuno dovrebbe mai dirti: questo è il tuo
destino, così è scritto e non puoi far altro che accettarlo.
Scappa, ragazzo!”.
“Ecco un premio tanto
felicemente inaspettato – dice il delegato Giorgio Gosetti –
quanto sperato per la passione con cui abbiamo creduto in
questo film fin dal primo momento. Il nostro compito non è cercare
gli autori esordienti ma quando il loro talento risplende
cristallino come in questo caso siamo fieri e onorati di
accoglierli a braccia aperte”.
“Il mandato delle Giornate
– scrive il presidente Andrea Purgatori – è da sempre quello di
accompagnare la creatività e l’indipendenza degli autori, ovunque
la loro voce risuoni chiara e potente. Il Sudan era per la prima
volta alle Giornate e questo premio è per noi una bellissima
conferma per la quale ringraziamo la Giuria dell’opera prima e la
Mostra che lealmente accetta e accompagna la nostra autonomia nella
ricerca della qualità”.
Venezia 76 ha
chiuso i battenti, il tappeto rosso è stato riavvolto, gli
accreditati hanno lasciato il Lido, fiumi di parole e articoli sono
stati scritti in merito ai Leoni assegnati dalla giuria presieduta
da Lucrecia Martel. Qualcuno dice che è stata
fatta la storia, con la vittoria di Joker,
qualcuno invece non è contento, perché “non ne possiamo più di
fumetti al cinema”, altri ancora gridano vendetta per quei titoli
rimasti fuori dal palmares.
Dei dieci giorni di proiezioni,
film e ospiti rimane poco, alla fine, tranne qualche scatto
memorabile, come quelli che potete vedere di seguito, firmati da
Luigi De Pompeis:
I Leoni
di Luigi De PompeisJoaquin Phoenix
e Todd Phillips con il Leone d’Oro. Attore e regista hanno ritirato
insieme il prezioso premio, il riconoscimento più ambito che arriva
inaspettato anche se meritato, foriero di tanti discorsi sulla sua
stessa importanza politica all’interno di una Mostra del cinema
così prestigiosa.
Party hard
di Luigi De Pompeis
Zazie Beetz arriva sul tappeto rosso di Seberg
con tanto di calice di champagne e occhiali da sole. L’attrice è
stata presente al festival per più di due giorni, dal momento che
ha partecipato sia al Fuori Concorso di Seberg, con Kristen Stewart, e a Joker, vincitore poi del
Leone d’Oro.
In nome di Roman
di Luigi De Pompeis
L’attrice Emmanuelle Seigner era
presente alla premiazione ed ha ritirato il Leone d’Argento, Premio
Speciale della Giuria, a L’ufficiale e la Spia, di Roman Polanski.
Impossibilitato a lasciare la Francia, il grande regista polacco ha
affidato il compito di presenziare alla premiazione (ma anche
all’attività stampa legata al film) alla moglie, l’attrice
Emmanuelle Seigner, che qui stringe il premio.
La rock star e i flash
di Luigi De Pompeis
Mick Jagger, con
le Nike ai piedi, ha calcato il tappeto rosso della serata di
chiusura del Festival, perché faceva parte del cast di The Burnt Orange
Heresy, film che ha chiuso la rassegna nella sezione
fuori concorso.
Elizabeth spicca il volo
di Luigi De Pompeis
Elizabeth Debicki è la
protagonista di The Burnt Orange
Heresy, il film di chiusura di Venezia 76. La
bellissima e bravissima attrice australiana ha sfilato con un
importante abito Schiaparelli Couture che ne risaltava la forma
longilinea ed elegante.
Ehi, tu!
di Luigi De Pompeis
Un Johnny Depp in grandissima forma ha sfilato alla
presentazione, in concorso, di Waiting for the barbarians, il film
di Ciro Guerra che ha chiuso il concorso di Venezia 76. Commosso
per la presenza della figlia nella stessa categoria, con The King,
e ben disposto verso stampa e pubblico, Depp ha fatto dimenticare
della sua ultima volta al Lido, quando sovrappeso e un po’
appannato, presento Black Mass.
Leggende
di Luigi De Pompeis
Roger Waters,
co-fondatore dei Pink Floyd, ha presentato al Lido il documentario
Us + Them, un film concerto di sicuro appeal sul pubblico e di
grande spettacolo. Lui, da parte sua, si è limitato ad essere come
sempre affabile e impegnato, scagliandosi contro la
politica europea contemporanea e il bisogno di proteggere il
pianeta dall’inquinamento.
Ba-ba-baciami piccina
di Luigi De Pompeis
Teneri e affiatati,
Gabriele Salvatores e Valeria Golino si scambiano un casto
bacio al photocall di Tutto il mio
folle amore, il film che il regista ha presentato
Fuori Concorso a Venezia 76.
La notte di Chiara
Chiara Ferragni – di Luigi De Pompeis
In un magico Dior scintillante blu
notte, Chiara Ferragni è arrivata sul tappeto
rosso della Sala Giardino, per presentare il documentario sulla sua
vita, quell’Unposted che ha fatto discutere molto per via della sua
natura celebrativa, estremamente lontana da quello che può essere
l’intento di ricerca e di originalità che vuole invece promuovere
la sezione Sconfini, in cui il doc è stato presentato. Poco importa
perché intanto, Chiara ha ottenuto ciò che voleva: essere lei la
stella di una delle notti
della Mostra di quest’anno, e il pubblico era dalla sua.
Mary perplessa
di Luigi De Pompeis
L’ancora estremamente affascinante
Julie Andrews arriva al photocall che precede
l’assegnazione del Leone d’Oro alla
carriera (che le è stato assegnato insieme a Pedro Almodovar).
L’attrice, passata alla storia per il ruolo di Mary
Poppins, sembra un po’ perplessa, mentre guarda la schiera
di fotografi che per sua richiesta l’ha accolta in religioso
silenzio, salutandola poi con un caloroso applauso.
Una rosa nel vento
di Luigi De Pompeis
Lily-Rose Depp ha sfilato a
Venezia 76 presentando The King,
uno dei film Netflix in concorso. La sua serata è stata ventosa,
l’unica che non ha accolto gli ospiti nel torrido caldo lagunare,
insieme a quella in cui ha sfilato papà Johnny, quella addirittura
sul fastidioso red carpet interno, causa pioggia.
Bagno di folla
di Luigi De Pompeis
Timothée Chalamet si è dedicato
tantissimo ai fan, durante la serata che lo ha visto protagonista
sul tappeto rosso per The
King, film Netflix in Concorso, di cui lui è il
protagonista.
Principesca
di Luigi De Pompeis
Regina nel cast di Olivier
Assayas, in concorso con Wasp Network,
Penelope Cruz ha messo subito le carte
in tavola, mostrando a tutti che era lei la più bella del reame.
Avvolta in un eccessivo Ralph & Russo e adornata di
gioielli Swarovski, marchio con il quale collabora e con
cui ha ideato una linea tutta sua, l’attrice spagnola più amata del
mondo non lascia dubbi su chi sia la stra più importante sul
tappeto rosso.
La più grande di tutte
di Luigi De Pompeis
Per Lina
Wertmuller è stato un antipasto del prossimo Febbraio. La
regista italiana, prima regista donna a ricevere una nomination
alla migliore regia agli Oscar, ha presenziato al festival come
ospite al premio Kineo ed ha sfilato sul tappeto rosso, in attesa
del prossimo febbraio, appunto, quando le verrà assegnato il premio
Oscar alla carriera.
Fermi tutti, passa Meryl
di Luigi De Pompeis
La leggenda del cinema americano,
Meryl Streep, ha presentato in concorso
The
Laundromat, il nuovo film di Steven
Soderbergh prodotto da Netflix. Nonostante l’atteggiamento
sempre discreto e il tono di voce sempre basso, quando arriva lei
tutti si fanno da parte, si tratta di una leggenda!
Innamorati a Venezia
di Luigi De Pompeis
Chi lo segue su Instagram, lo sa,
Gary
Oldman è praticamente inseparabile dalla bella moglie,
Gisele Smith, che con lui cura un account che con
gioia, allegria e romanticismo racconta una storia d’amore
bellissima. E se spesso i social non rispecchiano la realtà, basta
guardarli sul tappeto rosso per vedere quanto di vero ci sia nelle
loro foto di vita privata.
La Fenice
di Luigi De Pompeis
Joaquin Phoenix è arrivato a
Venezia 76 irriconoscibile. L’attore, noto per il
temperamento poco docile si è invece lasciato andare con i fan, tra
foto e autografi. Sappiamo però che il giorno prima della
presentazione del suo film, Joker, non era
altrettanto sereno, a giudicare dai racconti che la stampa ha
lasciato trapelare!
Ce l’hai con me?
di Luigi De Pompeis
Anche se non è proprio la star più
famosa tra quelle sfilate a Venezia 76,
Zazie Beetz ha dimostrato spirito e attitude sul
red carpet. Qui affronta i fotografi con uno sguardo deciso e
bellissimo.
Fate fare a me!
di Luigi De Pompeis
Sembra stia dicendo “fate largo,
fate parlare i grandi” e di grande lei ha veramente tutto:
Cate Blanchett è davvero una divinità
che sembra più bella e affascinante ad ogni red carpet. Vero è che
è anche sempre più brava e ogni suo ruolo al cinema lo dimostra. Il
fatto che sia affascinante ed elegante aggiunge charme alla sua
grandezza.
Kristen 2.0
di Luigi De Pompeis
Kristen Stewart è
un’altra persona, da un po’ di tempo a questa parte. Ha abbandonato
l’aria dimessa e musona di quando era una giovane attrice
intrappolata nel ruolo di Bella Swan e finalmente è una giovane
donna consapevole, anche se continua a non amare troppo
l’attenzione. Nonostante questo, ha partecipato con grande gioia
alla presentazione a Venezia 76 del suo film
Seberg, ed eccola, generosa anche con i fan.
La prima volta
di Luigi De Pompeis
La dolcissima Margaret Qualley ha partecipato
alla sua prima Venezia, nel cast del film Fuori Concorso
Seberg. L’attrice, che presto vedremo anche in
C’Era una volta a Hollywood si è distinta per semplicità e
delicatezza.
Il più bello di tutti
di Luigi De Pompeis
È sempre lui, il più bello di
tutti, nonostante i suoi 56 anni. Brad
Pitt è il protagonista di Ad
Astra, di James Gray, in Concorso. E
consapevole della sua indiscussa bellezza, si sistema la giacca e
sale sul red carpet. Applausi per lui.
Da quanto tempo!
di Luigi De Pompeis
Sembrano essersi detto proprio
questo Adam Driver e Scarlett Johansson, i due
protagonisti di Storia di un
Matrimonio di Noah
Baumbach. I due attori americani sono stati trai più
penalizzati dai premi, visto che entrambi avrebbero meritato almeno
la considerazione per le Coppe Volpi alle migliori
interpretazioni.
Tatoo
di Luigi De Pompeis
Bella come non mai, forte di una
grande interpretazione e di un film bellissimo, Scarlett
Johansson ha sfilato a Venezia 76 sfoggiando non solo un
bellissimo abito rubino di Celine, ma anche i suoi nuovi
tatuaggi.
Kylo Ren
di Luigi De Pompeis
Nonostante la mole impressionante
di cinema d’autore che Adam Driver scegli per la
sua carriera, è inevitabile che il suo nome e il suo volto siano
legati al personaggio di Kylo Ren in Star
Wars. E lui sembra comunque gradire, firmando poster e
fermandosi per delle foto.
Spice up your life
di Luigi De Pompeis
La vulcanica Mel B
ha sfilato sul tappeto rosso di Venezia 76 in
occasione della prima mondiale di Ad Astra.
Una madrina impeccabile
di Luigi De Pompeis
Nonostante sia uno dei volti
giovani dell’Italia all’estero, Alessandra Mastronardi non è amata
all’unanimità. Dopo due anni di “madrinato” al maschile, lei è
stata la nuova madrina di Venezia 76, portando a
compimento l’incarico con grande classe, con eleganza, senza
sbagliare neanche un look, e con la sua consueta leggerezza. In
questa foto, il bellissimo abito, che le stava divinamente, che ha
scelto per la cerimonia di apertura.
Alla conferenza stampa di La
Favorita, oltre al regista Yorgos
Lanthimos, erano presenti le tre protagoniste,
Emma
Stone, Olivia Colmane Rachel Weisz, insieme a due degli
interpreti maschili, rimasti silenziosamente di contorno, come
avviene anche nel film.
Il regista racconta che la
sceneggiatura non parte da una sua idea originale, ma che ha deciso
di portare avanti il progetto perché intrigato dalla complessità
dei tre personaggi femminili, che gli hanno permesso di giocare
sottilmente con tre diverse personalità intrecciate tra loro.
Inoltre, l’idea di fare un film in costume, gli ha consentito di
avere la giusta distanza per vedere le cose con più chiarezza e
lucidità.
Non è stata assolutamente un’impresa
facile, perché ci sono voluti ben nove anni di sviluppo prima di
approdare alla realizzazione. L’idea di questo film è partita
quindi subito dopo la realizzazione di Dogtooth,
il suo lavoro d’esordio.
Emma Stone confessa di aver compreso
il suo personaggio a poco a poco e di essere arrivata a capire che
il silenzio poteva essere un’arma preziosa a favore della sua
interpretazione.
Ha lavorato sul
sopravvivere, sull’istinto naturale che spinge la sua giovane
protagonista ad andare avanti a qualsiasi costo, senza scrupoli o
timori. Per lei è stata una sfida difficile, perché era l’unica
americana in un cast completamente inglese, con tutte le relative
difficoltà dovute al suo accento.
Inoltre i magnifici costumi di
Sandy Powell per lei sono stati una terribile
tortura, perché le limitavano i movimenti e le davano grandi
difficoltà di respirazione.
Olivia Colman, che
ha interpretato due regine nello stesso anno e in progetti diversi
(oltre a La Favorita sarà anche Elisabetta nella
terza stagione di The
Crown), ha spiegato come il carattere della regina da
lei interpretata in questo film fosse assai vicino a quello di una
povera bambina viziata, senza la minima fiducia in se stessa e
piena di paure e angosce. Per lei la storia è senza tempo e
racconta cose che succederanno sempre, ripetendosi all’infinito.
Sostiene però che non è possibile fare un paragone tra i due ruoli,
perché completamente differenti e non sovrapponibili per nessun
aspetto.
Il regista ha infine risposto alla
domanda: “Tornerebbe a fare dei film in Grecia, la sua patria
di origine?” Lui sostiene che se ci fosse la storia giusta,
con i personaggi e l’ambiente giusto non esiterebbe a farlo. E
afferma, che più lavora all’estero e più si sente greco.
La Giuria di Venezia
75, presieduta da Guillermo Del Toro, ha
assegnato i premi al Concorso Ufficiale della Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica.
Premio Orizzonti per il miglior
film – Kraben Rahu di Phuttiphong
Aroonpheng
Premio Orizzonti per la miglior regia – Emir
Baigazin per Ozen
Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura – Pema
Tseden di Jinpa
Premio speciale della giuria di Orizzonti – Anons
di Mahmut Fazil Coşkun
Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio –
Kado di Aditya Ahmad
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile –
Kais Nashif per Tel Aviv On
Fire
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile –
Natalya Kudryashova per The Man Who
Surprised Everyone
Premio Venezia Opera prima “Luigi De Laurentiis”
– The Day I Lost My Shadow di Soudade
Kaadam
La Settimana Internazionale
della Critica (SIC), sezione autonoma e parallela organizzata
dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici
Italiani (SNCCI) nell’ambito della 75. Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di
Venezia (29 agosto – 8 settembre 2018) ha assegnato oggi, venerdì 7
settembre, i premi della trentatreesima edizione.
Premio del pubblico Sun
Film Group
LISSA
AMMETSAJJEL(STILL RECORDING) di
Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub (Siria, Libano, Qatar, Francia,
Germania)
Premio realizzato grazie al
sostegno di Sun Film Group e consistente in un riconoscimento del
valore di € 5.000.
Sono stati inoltre assegnati:
Premio Circolo del Cinema
di Verona
BETES
BLONDES(BLONDE ANIMALS) di Maxime
Matray e Alexia Walther (Francia)
Premio assegnato da una giuria
composta da soci del Circolo di Verona e destinato al film più
innovativo della sezione.
Motivazione: La testa di Orfeo,
separata dal corpo, chiude gli occhi al mondo e li apre alla
visione. Non cessa però la sua pena, il suo canto non si
interrompe. Per averci invitato ad accogliere questo richiamo, a
guardare al dolore del vivere con sorriso assonnato, a viaggiare
con vorace smemoratezza ingozzandoci di fiori e quintali di tartine
al salmone, in compagnia di giovani feriti e bellissimi alla
ricerca di un sapore che pare perduto. Per aver insinuato che la
memoria è lo scandaglio del nostro presente, ma scordare è un atto
rivoluzionario quanto cercare risposte da una sitcom camp o
consigli da gatti risentiti. Per averci immersi in un ciclo di
letargie e risvegli che riscrive i tratti del reale e affoga
l’immagine nel sogno. Per averci obbligato a resettare i nostri
sensi e le nostre costruzioni, dimostrando che un cinema radicale e
svergognato è sempre possibile, anzi necessario.
Premio Mario Serandrei –
Hotel Saturnia & International per il Miglior Contributo
Tecnico
LISSA
AMMETSAJJEL(STILL RECORDING) di
Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub (Siria, Libano, Qatar, Francia,
Germania)
Premio sponsorizzato dall’Hotel
Saturnia di Venezia e assegnato da un’apposita commissione di
esperti.
Motivazione: Nell’inferno della guerra siriana, l’immagine cattura
l’orrore della battaglia, l’intensità della condivisione, la verità
di un popolo. Dalla teoria dell’azione hollywoodiana all’urgenza
del documentario, la tecnica digitale coglie l’assoluto presente
della storia, testimoniando la resistenza della vita nei campi di
sterminio, con un palpitante montaggio che rende tangibile una
tragedia in corso.
Il Delegato Generale Giona
A. Nazzaro ha così commentato questa edizione: “Una
selezione che porta nel proprio DNA il desiderio del futuro, il
piacere della diversità e la ricerca di sguardi nuovi. Una
selezione che, nel momento in cui la politica chiude le porte,
rossellinianamente vuole aprire tutte le finestre, invitando a
ragionare sulle contraddizioni del tempo presente e a lavorare per
un cinema non conciliato”.
Domani 8 settembre, alle ore 14 in
Sala Perla si terrà la proiezione per pubblico e accreditati di
Lissa Ammetsajjel (Still Recording), film vincitore del
Premio del Pubblico Sun Film Group.
Inoltre, una giuria composta dai
membri della Woche der Kritik (Settimana della Critica di Berlino),
guidati da Michael Hack ha assegnato i premi ai cortometraggi in
concorso alla terza edizione di SIC@SIC (Short Italian Cinema @
Settimana Internazionale della Critica).
Premio al Miglior
Cortometraggio
MALO
TEMPO di Tommaso Perfetti (Italia, 2018. Col.,
19’)
Premio offerto da Frame by
Frame e consistente in servizi di post-produzione per il prossimo
cortometraggio del regista premiato.
Motivazione: Un giovane
gangster confinato nel suo piccolo appartamento – un grande corpo,
quasi troppo grande per l’inquadratura e la sua voce. Slegato dai
vincoli della situazione Tommaso Perfetti sviluppa un ritratto
vivido e sfaccettato di un uomo che cerca di affermarsi e perdersi
nel contempo. Astenendosi da ogni giudizio libera sia il
protagonista che gli spettatori, attraverso un maturo gesto di
cinema documentario.
Premio alla Migliore
Regia
GAGARIN, MI
MANCHERAI di Domenico De Orsi (Italia, 2018. Col.,
20’)
Premio offerto da Stadion Video
e consistente nella realizzazione dell’edizione inglese
sottotitolata per il prossimo cortometraggio del regista
premiato.
Motivazione: Perdersi. Trovare
luce e terra, e acqua. Il cielo è blu,ci si prende cura delle
galline e forse, solo forse, significa avere qualcosa da fare,
lavorare, progettare, costruire. La ricerca che questo film
sviluppa è tutta esteriore, rivolta al mondo e alle fantasie che
evoca. La sua curiosità non richiede risposte, sebbene ce ne siano
alcune.
Premio al Miglior
Contributo Tecnico
QUELLE BRUTTE
COSE di Loris Giuseppe Nese (Italia, 2018.
Col.,11’)
Premio offerto da Fondazione Fare Cinema e consistente nella
partecipazione all’edizione 2019 del Corso di Alta Formazione
Cinematografica in Regia “Fare Cinema”.
Motivazione: La realtà privata
di una famiglia: frammenti del loro passato e presente, momenti
condivisi, scorci di intimità. La voce di una figlia scomparsa si
confonde con un ritmo della memoria, una densità dell’amore, un
flusso di coscienza. Ininterrotto e vivido, come se le separazioni
non fossero altro che un’illusione.
Una selezione di 18
lungometraggi, di cui 11 della sezione
Orizzonti, due di
Biennale College – Cinema, tre di
Sconfini, e dueFuori
Concorso, formano il ricco programma in prima mondiale
della Sala Web della 75. Mostra di Venezia
2018, diretta da Alberto Barbera e
organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta
da Paolo Baratta.
Dopo il grande successo delle
edizioni precedenti, per il settimo anno la Sala
Web di Venezia permette la visione online in tutto il
mondo, raggiungibile dal sito www.labiennale.org,
di film significativi della selezione ufficiale della
Mostra del Cinema, per cinque giorni a partire da
quello in cui vengono presentati in prima mondiale al Lido.
E’ possibile acquistare il
biglietto o il pass digitale per
i 18 film della Sala Weba partire da oggi 21 agosto sul sito della
Biennale di Venezia www.labiennale.org.
Fra i titoli disponibili online sono
inclusi 6 attesi film italiani.
Si tratta de La profezia
dell’armadillo di Emanuele
Scaringi (Orizzonti), Un giorno
all’improvviso di Ciro D’Emilio
(Orizzonti), Il ragazzo più felice del
mondo di Gipi (Sconfini),
Camorra di Francesco
Patierno (Sconfini), Arrivederci
Saigon di Wilma Labate (Sconfini),
1938 Diversi di Giorgio
Treves (Fuori concorso).
Per la sezione
Orizzonti, arricchiranno la programmazione della
Sala Web, tra gli altri, registi come il francese Mikhaël
Hers, già in concorso a Locarno, che qui presenta
Amanda, e l’indonesiano Garin
Nugroho, il cui musical Requiem from Java era in
Orizzonti nel 2006, che quest’anno presenta Memories of
my Body.
Nella programmazione sono inclusi
due titoli realizzati nell’ambito di Biennale College –
Cinema, il laboratorio di alta formazione per lo sviluppo
e la produzione di lungometraggi a micro-budget, che dal 2012 ha
lanciato talenti emergenti quali Duccio Charini con Short
Skin nel 2014, Anna Rose Holmer con The Fits nel 2015
e Alessandro Aronadio con Orecchie nel 2016. Quest’anno
saranno presenti Deva di Petra
Szöcs (Ungheria) e Yuva di
Emre Yeksan (Turchia).
Le proiezioni, per conto della
Mostra, saranno collocate per il territorio internazionale sul sito
protetto operato da Festival Scope (www.festivalscope.com),
mentre per quello geolocalizzato al territorio italiano da
MYmovies.it e Repubblica.it sulla piattaforma MYMOVIESLIVE
– Nuovo Cinema Repubblica (https://www.mymovies.it/live/nuovocinemarepubblica/).
Per le proiezioni sul territorio
internazionale, sarà possibile acquistare il biglietto
digitale a partire dal 21 agosto sul sito web della
Biennale www.labiennale.org
e sul sito www.festivalscope.com. Si potrà
accedere alla proiezione del film prescelto dopo aver effettuato
una registrazione, pagato il biglietto singolo (4
€) oppure un pass per 5 film (10
€) che consentirà una visione non
ripetibile per ogni film. Ciascun titolo (in versione originale con
sottotitoli in inglese) sarà disponibile per la visione in
streaming a partire dalle ore 21 (ora italiana) del giorno della
presentazione ufficiale del film al Lido e fino al 19 settembre.
Per accedere invece alle versioni sul territorio italiano
pubblicate su MYMOVIESLIVE – Nuovo Cinema
Repubblica (con i sottotitoli in italiano) basterà
attivare un abbonamento MYmovies.it nella
fascia di prezzo a partire da 17,90 €,
collegandosi a questo indirizzo: https://www.mymovies.it/live/nuovocinemarepubblica/.
L’abbonamento darà l’accesso a tutti
i film della Sala Web.
IL PROGRAMMA DELLA SALA
WEB
Orizzonti
AMANDA di Mikhaël HERS
(Francia, 107’, v.o. francese s/t italiano/inglese) – dal
31 agosto
DESLEMBRO di Flavia CASTRO
(Brasile, Francia, Qatar, 105’, v.o. portoghese/francese/ spagnolo
s/t italiano/inglese) – dal 31 agosto
ANONS (THE ANNOUNCEMENT) di Mahmut
FAZIL COŞKUN (Turchia, Bulgaria, 95’, v.o. turco
s/t italiano/inglese) – dall’1 settembre
YOM ADAATOU ZOULI (THE DAY I LOST MY SHADOW)
di Soudade KAADAN (Siria, Libano, Francia, Qatar,
94’, v.o. arabo s/t italiano/inglese) – dal 3
settembre
LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO di Emanuele
SCARINGI (Italia, 99’, v.o. italiano/francese s/t
inglese/italiano) – dal 3 settembre
TCHELOVEK KOTORIJ UDIVIL VSEH (THE MAN
WHO SURPRISED EVERYONE) di Natasha
MERKULOVA, Aleksey CHUPOV
(Russia, Estonia,Francia, 105’, v.o. russo s/t italiano/inglese) –
dal 5 settembre
UN GIORNO ALL’IMPROVVISO di Ciro
D’EMILIO (Italia, 89’, v.o. italiano s/t inglese)
– dal 5 settembre
SONI di Ivan AYR (India, 97’,
v.o. hindi s/t italiano/inglese) – dal 6
settembre
HAMCHENAN KE MIMORDAM (AS I LAY DYING) di
Mostafa SAYARI (Iran, 73’, v.o. farsi s/t
italiano/inglese) – dal 6 settembre
KRABEN RAHU (MANTA RAY) di Phuttiphong
AROONPHENG (Thailandia, Francia, Cina, 105’, v.o.
thailandese s/t italiano/inglese) – dal 7
settembre
KUCUMBU TUBUH INDAHKU (MEMORIES OF MY BODY) di
Garin NUGROHO (Indonesia, 106’, v.o.
indonesiano/giavanese s/t italiano/inglese) – dal 7
settembre
Biennale College
YUVA di Emre YEKSAN (Turchia,
127’, v.o. turco s/t inglese/italiano) – dal 30
agosto
DEVA di Petra SZÖCS
(Ungheria, 80’, v.o. ungherese/rumeno s/t inglese/italiano) –
dal 31 agosto
Sconfini
IL RAGAZZO PIÙ FELICE DEL MONDO di
GIPI (Italia, 90’, v.o. italiano s/t inglese) –
dall’1 settembre
CAMORRA di Francesco PATIERNO
(Italia, 70’, v.o. italiano/dialetto napoletano s/t
inglese/italiano) – dal 2 settembre
ARRIVEDERCI SAIGON di Wilma
LABATE (Italia, 80’, v.o.
italiano/inglese/francese s/t inglese/italiano) – dal 5
settembre
Fuori Concorso
1938 DIVERSI di Giorgio
TREVES (Italia, 62’, v.o. italiano s/t inglese) –
dal 4 settembre
INTRODUZIONE ALL’OSCURO di Gastón
SOLNICKI (Argentina, Austria, 71’, v.o. inglese
s/t italiano/inglese) – dal 5 settembre
Shin’ya Tsukamoto
racconta che da tanto tempo, più o meno vent’anni, era intrigato
dal raccontare la storia di un giovane samurai che si rifiuta di
uccidere. Nel Giappone del periodo feudale denominato Edo era del
tutto normale uccidere, ma oggi, che fortunatamente le cose sono
cambiate, uccidere viene immediatamente avvertito come qualcosa di
aberrante. Questo lo ha fatto riflettere su come si sarebbe
comportato un ragazzo di oggi catapultato a quei tempi, trovandosi
nella condizione di essere costretto a togliere la vita ad altre
persone.
Nonostante la violenza eserciti
sempre un enorme fascino, dice il regista, che il suo non vuole
essere un inno alla violenza, ma anzi dovrebbe far avvertire
un senso di rigetto e far riflettere sull’eroismo e sulla figura
dell’eroe, su cosa è da applaudire e cosa no.
Gli viene domandato il perché
dell’inserimento di tanti momenti di ironia e di battute. Ma lui
rimane stupito, affermando che non si è accorto di aver disseminato
tali elementi nel suo film. Ironicamente dice che forse è colpa del
suo spirito da persona non troppo giovane e che tutto dipende da
come si guarda e come si interpreta. Sottolinea che anche in
Tetsuo, nonostante fosse un film drammatico, potevano esserci
situazioni interpretate come ironiche, ad esempio il pene
biomeccanico che continuava a girare dopo la penetrazione. In Zan,
forse potrebbe essere preso come ironico il fatto che il film parte
con violenti combattimenti, che poi si diradano a partire dalla
metà del film, lasciando straniato chi si aspettava altro.
Il
protagonista Sousuke Ikematsu, dice che nonostante
si tratti di una storia di guerra, in un film storico ambientato
nel passato ai tempi feudali, il suo è un personaggio pieno di
modernità e di creatività. Il suo ronin, samurai senza padrone, è
costretto a vivere in un ambiente ristretto, non adeguato alla sua
posizione, ma ci si rifugia sereno, gridando al mondo la sua
percezione del dolore.
Confessa di essere stato sempre un
grande estimatore del cinema di Tsukamoto e che mai avrebbe
immaginato possibile lavorare con lui. Dice che ha un talento
incredibile fuori dal comune, in grado di guidare con le parole,
con i movimenti, e con le idee.
Anche Yu Aoi, la
protagonista femminile, condivide questa opinione e afferma che per
lei lavorare con Tsukamoto le ha fatto provare le stesse emozioni
che avrebbe un musicista se potesse lavorare con Bach. Yu Aoi,
sostiene di non essersi limitata a interpretare il suo personaggio,
ma di averle donato tante sfaccettature del femminile, parlando a
nome di tutte le donne. Il suo è un personaggio del passato
interpretato nel presente e quindi estremamente attuale.
Shin’ya Tsukamoto
confessa di aver evitato di incontrare Cronenberg a Venezia. Lo ha
sempre ammirato e considerato un padre, tanto da chiamarlo papà, ma
nel vederlo si sarebbe sentito in soggezione e sarebbe fuggito a
gambe levate.
Inizio del XVIII secolo.
L’Inghilterra è in guerra con la Francia. Ciononostante, le corse
delle anatre e gli ananas ai banchetti spopolano. Una gracile
regina Anna occupa il trono, mentre la sua amica intima Lady Sarah
governa il paese al posto suo, prendendosi cura della sua salute
cagionevole e del suo carattere volubile. Quando arriva Abigail,
una nuova cameriera, il suo fascino la fa entrare nelle grazie di
Sarah, che la prende sotto la sua ala protettrice, facendole
intravedere l’occasione di tornare alle sue radici aristocratiche.
Poiché la politica bellica assorbe Sarah quasi completamente,
Abigail prende il suo posto come compagna della regina. La loro
fiorente amicizia consente ad Abigail di realizzare le sue
ambizioni: non permetterà che donna, uomo, questione politica o un
coniglio si mettano sulla sua strada.
La collaborazione tra
Hbo-Rai Fiction e Timvision, con a Lorenzo
Mieli, produttore con Mario Gianani per
Wildside (insieme a Domenico
Procacci per Fandango) porta sullo schermo L’Amica
Geniale, la serie basata sulla tetralogia di Elena
Ferrante, che ha partecipato in prima persona al lavoro di
adattamento e di costruzione della serie. Saverio
Costanzo , regista della seria, ha parlato del lavoro di
adattamento e di cosa ha reso L’Amica Geniale il
successo mondiale che l’ha fatta girare in tutto il mondo.
Ma come si lavora con una persona
che nasconde la sua identità? Quello di Elena
Ferrante è infatti ancora un mistero, un genio della
narrativa italiana di cui non si conosce nulla, soltanto un nome,
forse fittizio, e la sua incredibile capacità di raccontare. La
Ferrante ha portato avanti un fitto scambio di e-mail con
Saverio Costanzo, regista che ha diretto la serie
ed è “stata molto vicina al progetto e fin dall’inizio è stata
una specie di sorvegliante dei libri e di questo tentativo di fare
la migliore trasposizione possibile.”
La scrittrice ha quindi collaborato
con mente aperta, per il bene dell’adattamento nel rispetto dei
suoi romanzi, riponendo grande fiducia nel regista. Il lavoro è
stato quello che si fa per un film e il risultato è un insieme di
voci, quella dei libri e della grande autrice, ma anche quella
dell’autore che era stato chiamato a dirigere.
In merito alle altissime aspettative
che tutti ripongono nella serie, Saverio Costanzo
ha commentato: “Il mio coinvolgimento in quest’avventura è
merito di Elena Ferrante. Avevo letto la tetralogia e non avrei mai
pensato di realizzare una serie, ma quando mi è stato proposto non
ho avuto nessuna esitazione, perché un regista per riuscire a
trovare l’orientamento e decidere se raccontare o meno una storia,
deve prima decidere se il nucleo, il cuore di quel racconto
somiglia a quello che lui può mettere in scena. Sin dai primi libri
di Elena, ho sentito che tra di noi c’era una condivisione di idee
e di rappresentazione, un’ostinazione alla ricerca pericolosa di
una verità drammaturgica. Il fatto che fosse un progetto molto
ampio non mi ha spaventato perché io avevo un nucleo piccolo da
salvaguardare e quello non mi avrebbe fatto smarrire. Più che come
una responsabilità, ho vissuto il mio lavoro a questo progetto come
un privilegio.”
“Il successo di
un’opera è il risultato di tantissimi elementi – ha poi
continuato Costanzo, in merito al successo planetario de
L’Amica Geniale – Questa è la storia di
un’amicizia epica, ma non basta, una storia che dal locale si
spinge all’esterno, all’universale, ma nemmeno basta, una storia
sull’educazione, ma nemmeno basta questo. Il romanzo di Elena
Ferrante riesce a raccogliere una coerenza interna alla storia che
le permette di potersi avvicinare al tutto, ovvero raccontare un
universo-mondo, ma rimanere molto coerente a quel famoso nucleo.
Questo è un miracolo letterario drammaturgico e un’occasione per
noi che avevamo questo materiale di partenza. Si potrebbe dire che
il successo viene dai sentimenti raccontati. In realtà è anche una
storia che trova il suo innesco nel personaggio della maestra di
scuola elementare, dunque si può dire che una maestra ti cambia la
vita. E in questo concetto si trova la modernità dell’opera, perché
L’amica geniale è un’opera profondamente politica e nel momento in
cui incontri una maestra, la straordinaria Dora
Romano, può cambiare la vita di due bambine ti accorgi sia
del valore dell’educazione nella formazione dell’anima di una
persona, il valore della conoscenza e ti accorgi attraverso i
sentimenti che stai guardando un’opera contemporanea.”
In merito invece alla messa in scena
della serie, vista nelle prime due puntate mostrate alla Mostra,
Saverio Costanzo ha dichiarato: “Elena
Ferrante è molto precisa nelle descrizioni e la soggettività del
lettore riempie le facce con la sua storia personale. Ma avendo una
matrice così coerente io sapevo esattamente cosa cercare. Cone le
quattro attrici protagoniste è stato così, quando le ho viste
sapevo che erano loro.”
“Saremo
giovani e bellissimi” l’opera prima
di Letizia Lamartire con Barbora
Bobulova, Alessandro
Piavani, Massimiliano
Gallo e Federica Sabatini,
prodotto da CSC Production con RAI CINEMA,è
l’unico film italiano in concorso alla 33ma SIC – Settimana
Internazionale della Critica.
Isabella (Barbora
Bobulova) ha diciott’anni nei primi anni Novanta, ed eÌ una star.
Incide un album che ha un enorme successo e che per un’estate
intera passa su tutte le radio e le televisioni. Poi piùÌ
niente.
Oltre vent’anni più
tardi, canta quegli stessi brani in un locale di provincia con suo
figlio Bruno (Alessandro Piavani), chitarrista. È a causa del
ragazzo che la sua carriera si eÌ fermata, o almeno questo eÌ
quello che si racconta Isabella.
Bruno e Isabella
sembrano più fratello e sorella che madre e figlio. Famiglia non
convenzionale e sgangherata, i due sono legati da un rapporto
a tratti morboso, uniti contro il mondo. Questo legame peroÌ si
rompe quando Bruno incontra Arianna, leader di un gruppo rock che
gli propone di entrare nella sua band. Completano il cast:
Elisabetta de Vito, Ciro Scalera, Paola Calliari, Victoria
Silvestro, Tiziana Viano, Matteo Buzzanca, Gianvincenzo Pugliese,
Gianluca Pantosti.
Il soggetto è di
Marco Borromei, la sceneggiatura di Marco Borromei, Letizia
Lamartire, Anna Zagaglia, la fotografia di Giuseppe Chessa, il
montaggio di Fabrizio Franzini, le Musiche e le canzoni originali
di Matteo Buzzanca, la Scenografia di Laura Inglese, i costumi di
Fiordiligi Focardi, il suono in presa diretta di Denny de Angelis,
il fonico di mixage è Alessandro Checcacci, l’aiuto regista è
Edoardo Ferraro, l’organizzazione è di Elio Cecchin, il Produttore
esecutivo è Elisabetta Bruscolini.
Il film è prodotto
da CSC Production con RAI CINEMA in collaborazione con Annamode
Costumes, C.A.M. una società del gruppo Sugar, F.lli Cartocci, Do
Consulting and Production, Margutta Digital
International; film riconosciuto di interesse culturale con il
contributo economico del MIBACT – Direzione Generale Cinema con il
supporto di Emilia-Romagna Film Commission con il sostegno di
Regione Emilia-Romagna, opera realizzata con il sostegno della
Regione Lazio – Fondo Regionale per il Cinema e l’Audiovisivo con
il patrocinio dei comuni di Ferrara e Comacchio.
Ritorno al lido il regista premio
Oscar Alfonso Cuarón, dopo il successo di
Gravity ritorna con Roma, il suo nuovo film in
concorso con protagonisti Yalitza Aparicio, Marina de
Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio, Veronica Garcia, Marco Graf,
Daniela Demesa, Carlos Peralta, Diego Cortina Autrey.
Roma,
il film più personale mai realizzato finora dal regista e
sceneggiatore Alfonso Cuarón, narra un anno turbolento nella vita
di una famiglia borghese, nella Città del Messico degli anni
Settanta. Cuarón, ispirato dalle donne della sua infanzia, offre
una raffinata ode al matriarcato che ha plasmato il suo mondo.
Vivido ritratto dei conflitti interni e della gerarchia sociale al
tempo dei disordini politici, ROMA segue le vicende
di una giovane domestica, Cleo, e della sua collaboratrice Adela,
entrambe di origine mixteca, che lavorano per una piccola famiglia
nel quartiere borghese di Roma. Sofia, la madre, deve fare i conti
con le prolungate assenze del marito, mentre Cleo affronta
sconvolgenti notizie che minacciano di distrarla dalla cura dei
quattro figli della donna, che lei ama come fossero suoi.
Mentre cercano di costruire un
nuovo senso di amore e di solidarietà, in un contesto di gerarchia
sociale dove classe ed etnia si intrecciano in modo perverso, Cleo
e Sofia lottano in silenzio contro i cambiamenti che penetrano fin
dentro la casa di famiglia, in un paese che vede la milizia
sostenuta dal governo opporsi agli studenti che manifestano. Girato
in un luminoso bianco e nero, Roma è
un ritratto intimo, straziante e pieno di vita dei modi, piccoli e
grandi, con cui una famiglia cerca di mantenere il proprio
equilibrio in un periodo di conflitto personale, sociale e
politico.
Alfonso Cuarón
commenta: Ci sono periodi nella storia che lasciano cicatrici nelle
società, e momenti nella vita che ci trasformano come individui.
Tempo e spazio ci limitano, ma allo stesso tempo definiscono chi
siamo, creando inspiegabili legami con altre persone, che passano
con noi per gli stessi luoghi nello stesso
momento. ROMA è il tentativo di catturare il
ricordo di avvenimenti che ho vissuto quasi cinquant’anni
fa. È un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico,
paese in cui classe ed etnia sono stati finora intrecciati in modo
perverso. Soprattutto, è un ritratto intimo delle donne che mi
hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un
mistero che trascende spazio, memoria e tempo.
La profezia dell’Armadillo, film diretto da
Emanuele Scaringi e basato sull’omonimo fumetto di
Zerocalcare, è stato presentato alla Mostra di
Venezia 2018 nella sezione Orizzonti. A parlarne è
intervenuto Domenico Procacci per
Fandango, produttore, il regista Emanuele
Scaringi, e il cast al completo guidato dall’armadillo
Valerio Aprea, con Simone
Liberati (Zero) e l’ottimo Pietro
Castellitto (Secco).
“Un’elaborazione del lutto con
il tono della commedia” così Emanuele Scaringi esordisce,
parlando del fumetto e dell’adattamento a cui ha lavorato. Il
progetto ha avuto una fase di organizzazione molto complessa:
doveva essere l’esordio alla regia di Valerio
Mastandrea, che compare tra gli sceneggiatori del film,
insieme a Johnny Palomba, Oscar
Glioti e allo stesso Zerocalcare, ma
l’attore romano è poi stato risucchiato a un progetto che uscirà in
autunno e che rispecchiava di più le sue intenzioni.
Per Simone
Liberati, il protagonista, la responsabilità era quella di
interpretare Zerocalcare: “Era questa la sfida, l’insidia
maggiore, poi però mi sono sentito di svincolarmi da tutte le
aspettative derivanti dal fumetto popolare e apprezzatissimo dal
pubblico. Non volevamo banalizzare il racconto e alla sua
complessità. Quando poi ho comicniato a sentirsi sempre più
ansioso, come il personaggio, ho capito che sarebbe stata questa la
direzione giusta.”
Valerio Aprea ha
indossato l’armatura dell’armadillo, confessando di essersi sentito
addosso una responsabilità enorme, facendo un esempio dalla sua
esperienza personale: “Io sono grande amante di Asterix e
Obelix, e quando vidi per la prima volta un cartone animato di quel
fumetto, rimasi turbato anche solo dalla voce dei personaggi. Per
cui capisco perfettamente la responsabilità di portare in vita un
fumetto così famoso e amato. Spero di non fare la fine dell’attore
che ha interpretato Jar-Jar Binks in Star
Wars.”
Sulla struttura apparentemente
frammentata del film, Emanuele Scaringi ha dichiarato che lo sforzo
è andato nella direzione di provare a ottenere una storia più
fluida in contrapposizione alle strisce a fumetti, la verità è che
la storia è esile e che il film funziona “per associazione
emotiva con quello che provano i personaggi, più che per lo
svolgersi di azioni”.
La Biennale di
Venezia e Campari annunciano che è stato
attribuito al montatore statunitense Bob Murawski
(The Hurt Locker, Spider-Man, L’armata delle
tenebre) il nuovo premio Campari Passion for
Film della 75.Mostra
Internazionale d’Arte Cinematograficadi
Venezia. Il premio si propone di valorizzare lo
straordinario contributo che i collaboratori più stretti del
regista, offrono al compimento del progetto artistico rappresentato
da ciascun film. Solo occasionalmente, direttori della fotografia,
montatori, compositori, scenografi e costumisti vedono
adeguatamente riconosciuto il loro apporto, spesso determinante ai
fini della qualità del risultato finale. Passion for
Film premierà a turno una di queste figure, non
semplici artigiani ma artisti e co-autori delle opere a cui offrono
il contributo del loro insostituibile talento.
La consegna del premio a Bob
Murawski avrà luogo venerdì 31 agosto
alle ore 14.00 in Sala Grande
(Palazzo del Cinema), prima della proiezione Fuori Concorso, in
prima mondiale, del suo nuovo lavoro,
The Other Side of the Wind di
Orson Welles. Murawski ha curato
il montaggio della ricostruzione del leggendario film non finito di
Welles, che Netflix presenterà in autunno.
La 75. Mostra di
Venezia si terrà al Lido dal 29 agosto all’8 settembre
2018, diretta da Alberto Barbera e organizzata
dalla Biennale presieduta da Paolo
Baratta.
Alberto Barbera ha
dichiarato: “La prima edizione del Premio Campari
Passion for Film, che si propone di
valorizzare il contributo offerto dai collaboratori più stretti del
regista al compimento del progetto artistico rappresentato da
ciascun film, non poteva che andare a Bob
Murawski. La capacità di sviluppare un rapporto creativo
con alcuni registi, che nasce già al momento delle riprese, come
nel caso di Sam Raimi; la passione per il cinema di genere, che lo
ha spinto a divenire il cofondatore di una società di restauro e
distribuzione di cult movie, soprattutto horror; un metodo
di lavoro che lo mette in condizione di venire a capo, con
successo, di centinaia d’ore di girato, come nel caso di
The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, che gli è valso il
premio Oscar. Infine, l’incredibile lavoro sull’enorme quantità di
pellicola in 35, 16 e 8mm, dalla quale è scaturita la magistrale
ricostruzione del film incompiuto di Orson Welles, The Other
Side of the Wind – sono la conferma del talento straordinario
di Murawski, montatore geniale che ha fatto del proprio mestiere la
manifestazione di un talento creativo autentico e originale.
“Siamo molto orgogliosi di sbarcare
per la prima volta a Venezia in qualità di main sponsor e di avere
avuto la possibilità di creare, insieme alla Direzione Artistica
della Mostra, il nuovo Premio Passion for
Film – dichiara Lorenzo Sironi,
Senior Marketing Director Gruppo Campari Italia –
Mantenendo come filo conduttore tutto ciò che nasce dalla passione,
tema da sempre legato in modo indissolubile a Campari, il Premio è
volto a sostenere e valorizzare tutti coloro che, con grande
maestria artistica e tecnica, contribuiscono ogni giorno a rendere
eccellente l’arte cinematografica, attribuendo così grande
importanza a ogni singola fase creativa che porta alla
realizzazione di un film. Perché nulla si crea senza la passione,
la stessa passione che da sempre accompagna ogni momento
Campari”.
Il classico del cinema
muto Il Golem – Come venne al
mondo (Der Golem – Wie er in die Welt
kam, 1920, 76’), scritto e diretto da Paul
Wegener, è il film scelto per la serata
di Pre-apertura di martedì28
agosto della 75. Mostra Internazionale
d’Arte
Cinematografica dellaBiennale
di Venezia, che si terrà nella Sala
Darsena(Palazzo del Cinema) al Lido.
Il
Golem sarà proiettato in una nuova
copiadigitale tratta dal
negativo originaleritenuto perduto, con
unrestauro in 4K a cura
della Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung di
Wiesbaden (Germania) e della Cinémathèque Royale de
Belgique (Cinematek) di Bruxelles, presentato
in prima mondiale. Il restauro digitale è
stato eseguito dall’Immagine Ritrovata di
Bologna.
La proiezione
de Il Golem sarà sonorizzata
con la musica originale del
maestro Admir Shkurtaj commissionata dalla Biennale di
Venezia, eseguita dal vivo dal Mesimèr
Ensemble così composto: Hersjana
Matmuja (soprano), Giorgio
Distante (tromba in sib, tromba
midi), Pino Basile (cupafon – set di
tamburi a frizione, percussioni, ocarina), Vanessa
Sotgiù (sintetizzatore,
pianoforte), Iacopo
Conoci(violoncello), Admir
Shkurtaj (direzione, elettronica, fisarmonica,
pianoforte).
La 75. Mostra del
Cinema di Venezia si terrà al Lido dal 29 agosto
all’8 settembre 2018 diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla
Biennale presieduta da Paolo Baratta.
In occasione del Leone d’oro
alla carriera della Mostra di Venezia
2018 a Vanessa Redgrave, giovedì 30
agosto in Sala Casinò, alle 11.30, si
terrà una proiezione speciale a inviti del film
The Aspern Papers di Julien
Landais, con Vanessa Redgrave, Jonathan Rhys
Meyers e Joely Richardson.
Julien Landais ha
diretto The Aspern Papers da una
sceneggiatura da lui scritta con Jean Pavans e Hannah Bhuiya,
basata sull’adattamento di Pavans del racconto lungo di Henry
James. Interpretano il film anche Poppy Delevingne, Jon Kortajarena
e Lois Robbins, insieme a Morgane Polanski, Barbara Meier, Alice
Aufraye e Nicolas Hau.
La 75. Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica si svolgerà dal 29 agosto
all’8 settembre al Lido di Venezia, diretta da
Alberto Barbera e organizzata dalla
Biennale presieduta da Paolo
Baratta.
The Aspern
Papers è una storia di ossessione, grandezza perduta
e sogni di avventure byroniane. Ambientata a Venezia nel tardo 19°
secolo, vede al centro Morton Vint (Jonathan Rhys Meyers), un
ambizioso critico affascinato dal poeta romantico Jeffrey Aspern
(Jon Kortajarena) e dalla vita breve e selvaggiamente romantica di
questo mitico personaggio. Dopo aver viaggiato dall’America a
Venezia, vorrebbe mettere le mani sulle lettere che Aspern scrisse
alla sua bellissima amante e musa, Juliana Bordereau (Vanessa
Redgrave). Ora la severa guardiana dei loro segreti, Juliana, vive
in un palazzo veneziano con sua nipote Tina (Joely Richardson), che
lei sembra controllare e che Morton tenta di manipolare. Ma quando
l’ambizioso avventuriero si prende gioco dell’affetto di Tina, lei
comincia a capire il suo piano.
Gabriela Bacher ha
prodotto The Aspern Papers per Film House Germany’s
Summerstorm Entertainment, insieme a Julien Landais per Princeps
Films. I produttori esecutivi sono: James Ivory,
che ha vinto un Oscar® per la migliore sceneggiatura per Call
Me by Your Name, e ha supportato Landais durante la
realizzazione; Charles S. Cohen di Cohen Media Group; Charles-Henri
de Lobkowicz; François Sarkozy; Christian Angermayer e Klemens
Hallmannof Film House Germany; Matthew Helderman, Luke Taylor, e
Patrick Depeters of BondIt Media Capital; e Bastien Sirodot, Adrian
Politowski e Gilles Waterkeyn di Umedia, che hanno co-prodotto e
trattato la post-produzione a Bruxelles. Bruno Wang è
co-produttore esecutivo.
Cohen Media distribuirà il film
negli Stati Uniti, mentre ARRI Media si occupa delle vendite
internazionali. Il film è stato girato a Venezia nell’estate 2017,
con Mestiere Cinema che ha fornito i servizi di produzione.
In omaggio a David
Cronenberg, Leone d’oro alla carriera
della Mostra di Venezia 2018, sarà presentato al
Lido M. Butterfly (1993), su indicazione
dello stesso regista che lo considera tra i suoi film più
personali, anche se meno fortunato di
altri.
David Cronenberg
terrà inoltre una Master Class, condotta da
Giulia D’Agnolo Vallan, mercoledì5 settembre alle ore
15 in Sala Perla 2 (incontro col
pubblico).
Butterfly
(Usa, 95’) interpretato da Jeremy Irons, John Lone, Barbara Sukowa, Ian
Richardson, sarà proiettato in versione originale con sottotitoli
italiani giovedì 6 settembre in Sala
Grande alle ore 14, a seguire la
cerimonia di consegna del Leone d’oro alla
carriera a David Cronenberg.
La 75. Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica si svolgerà dal 29 agosto
all’8 settembre al Lido di Venezia, diretta da
Alberto Barbera e organizzata dalla
Biennale presieduta da Paolo
Baratta.
Ambientato nella Pechino del 1964,
M. Butterfly racconta la vicenda del
diplomatico francese René Gallimard (Irons), che si innamora della
cantante dell’Opera di Pechino Song Liling (Lone), grande
interprete della Madama Butterfly. Gallimard sacrifica la
moglie (Sukowa), compromette la carriera, passa alla donna
documenti riservati per salvare il figlio che crede di aver avuto
da lei. Denunciato dal controspionaggio, al processo scoprirà che
Song non solo è una spia, ma è anche un uomo. Ispirato a una storia
vera, scritta per il teatro da David Henry Hwang e da lui adattata
per lo schermo, M. Butterfly è un
melodramma sulla rappresentazione dell’amore, sugli aspetti
autodistruttivi delle sue illusioni e sul tema della metamorfosi,
caro a Cronenberg: “Sono un uomo che ha amato una donna, creata
da un uomo”, dice nel film Gallimard.
Diretto da Jacques
Audiard, The Sisters
Brothers racconta di Charlie ed Eli Sisters che
vivono in un mondo selvaggio e ostile. Hanno le mani sporche di
sangue: sangue di criminali, ma anche di innocenti. Non hanno
scrupoli a uccidere. È il loro lavoro. Charlie, il fratello più
giovane, è nato per uccidere. Eli, invece, sogna una vita normale.
Il Commodoro li ingaggia per scovare un uomo e ucciderlo. Comincia
così una spietata caccia dall’Oregon alla California: un viaggio
iniziatico che metterà alla prova l’insano legame tra i due
fratelli. Un sentiero che condurrà alla loro umanità?
Oggi sarà presentato in concorso a
Venezia 75 At eternity’s Gate, il film
diretto da Julian Schnabel con
protagonisti Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle
Seigner, Niels Arestrup.
Questo film è un insieme di scene
ispirate a dipinti di Vincent Van Gogh, eventi della sua vita
comunemente accettati come fatti realmente accaduti, dicerie e
scene completamente inventate. Il fare arte dà l’opportunità di
realizzare qualcosa di concreto, che esprime una ragione di vivere,
se esiste una cosa simile. Nonostante tutta la violenza e le
tragedie sofferte da Van Gogh nella sua esistenza, non c’è dubbio
che abbia vissuto una vita caratterizzata da una magica, profonda
comunicazione con la natura e la meraviglia dell’essere. L’opera di
Van Gogh è fondamentalmente ottimista. Le convinzioni e la visione
alla base del suo singolare punto di vista rendono visibile e
fisico ciò che è inesprimibile. Sembra essere andato oltre la
morte, incoraggiando gli altri a fare altrettanto.
Questa non è una biografia del
pittore realizzata con precisione scientifica. È un film sul
significato dell’essere artista. È finzione, e nell’atto di
perseguire il nostro obiettivo, se tendiamo verso la luce divina,
potremmo addirittura incappare nella verità. L’unico modo di
descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte. “Riuscire a
creare qualcosa di imperfetto, di anomalo, qualcosa che alteri e
ricrei la realtà in modo tale che ciò che ne risulta siano anche
delle bugie, se si vuole, ma delle bugie più vere della verità
letterale”.
(Vincent Van Gogh).
L’attore Michele Riondino condurrà
le serate di apertura e di
chiusura della 75. Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica di Venezia 2018, diretta da
Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta
da Paolo Baratta.
Michele
Riondino aprirà la 75. Mostra di Venezia nella serata
di mercoledì 29 agosto 2018, sul palco della
Sala Grande (Palazzo del Cinema al Lido) in occasione
della cerimonia di inaugurazione, e guiderà
la cerimonia di chiusura l’8
settembre, in occasione della quale saranno annunciati i
Leoni e gli altri premi ufficiali della 75. Mostra.
All’incontro con la stampa di
Suspiria,
presentato in Concorso a Venezia 75, erano presenti Luca
Guadagnino e le interpreti Tilda Swinton, Dakota
Johnson, Chloë Grace Moretz,
Mia
Goth e Jessica Harper, la
protagonista di Suspiria di Dario
Argento, qui impegnata in un ruolo diverso, a quaranta
anni di distanza.
Il regista spiega che ha scelto di
ambientare il film a Berlino negli anni settanta per i colori che
rimandano all’Autunno Tedesco, il corrispettivo dei nostri Anni di
Piombo e anche perché tali cromatismi gli suggeriscono in senso
d’inconscio che trasmettono i dipinti di Balthus. Inoltre una città
divisa da un muro gli ha permesso di lavorare nel modo giusto sul
concetto di inclusione-esclusione.
Alla domanda immancabile del perché
cimentarsi in un remake, risponde che il suo film non è un
rifacimento, bensì una espansione del film di Dario Argento, con
una componente politica fortemente accentuata. Aggiunge che uno dei
suoi maggiori punti di riferimento è stato Rainer Werner
Fassbinder, i cui film hanno creato in lui un vero e
proprio shock emotivo. Li considera cibo che permette di avere le
intuizioni e adora il modo in cui riusciva a descrivere le donne,
rendendole tridimensionali.
Tilda Swinton elogia Guadagnino, dicendo che non era
affatto facile descrivere così bene dei personaggi femminili, da
parte di uno sguardo maschile, ma sente che il film è stato diretto
anche da lei e dalle altre interpreti. Il rischio era di
banalizzare e di cadere nei luoghi comuni. Sposta poi il discorso
sulle donne regista, ricordando Kira Muratova,
recentemente scomparsa e dimenticata. Dice che se fosse venuto a
mancare un regista uomo, si sarebbe dato molto più peso alla sua
scomparsa.
Afferma poi con orgoglio che il
cinema è uno stato libero senza connotazioni di genere.
Tutte le attrici hanno sottolineato
come sia stato intrigante e riuscito il lavoro con Guadagnino.
Hanno raccontato della difficoltà di recitare con una doppia
lingua, inglese e tedesco. Jessica Harper si è sentita
superfortunata per essere stata coinvolta in entrambi i film, a
quarant’anni di differenza. Ha potuto rivivere una sua ossessione
che durava da tanti anni, ha visto tecnologie diverse e ha compreso
che i due registi sono due grandi visionari.
Mia Goth ha
parlato del lavoro di gruppo, della convivenza del grande albergo
utilizzato come set, dello spirito di squadra e del comportarsi
come una vera compagnia di danza, con tanto di allenamenti
durissimi, riscaldamento e coinvolgimento fisico.
Chloë Grace Moretz dice che cercava da tempo insieme a
Guadagnino il progetto giusto sul quale poter collaborare e di
essere felice di averlo trovato in Suspiria. Ha potuto trasformarsi
come mai aveva fatto prima, di aver affrontato una vera e propria
sfida recitando in una lingua con un suono così diverso, lavorando
come in teatro, portando avanti 15 pagine di sceneggiatura nella
stessa ripresa.
Suspiria
ha un cast internazionale di grandissimo livello, tra cui
Dakota Johnson,
Tilda Swinton, Mia Goth, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper,
Chloë Grace Moretz, Angela Winkler, Sylvie Testud, Renee’
Soutendijk, Ingrid Caven, Malgorzata Bela
Tra poco più di una settimana
Il Primo Uomo di Damien Chazelle
inaugurerà Venezia 75, i programmi e le giurie
sono stati annunciati e mancano solo i giornalisti e gli
appassionati ad affollare le coste del Lido, per dare il via alla
nuova edizione della manifestazione cinematografica più antica del
mondo.
Quest’anno però il cinema non lo
vedremo solo sugli ampi schermi delle sale della Mostra, ma anche
sulle pagine dei libri, saggi, raccolte, monografie, che nel corso
degli ultimi mesi sono arrivati in libreria, opere scritte da
esperti e appassionati di cinema, che per coincidenze fortunate si
incontreranno, in occasione di Venezia 75, e che
offriranno un calendario di quattro imperdibili appuntamenti con la
letteratura di cinema.
Si parte il 29 agosto, subito dopo
la conferenza stampa del film d’apertura, con la presentazione
di 100 Serie TV in Pillole – Manuale per malati
seriali (Movieplayer.it), a partire dalle 15.00, nella
Sala Tropicana dell’Hotel Excelsior. Il volume è un
manuale per malati seriali, scritto a sei mani da Luca
Liguori, Giuseppe Grossi e Antonio Cuomo
che comprende le migliori 100 serie televisive degli ultimi
trent’anni, dai classici ai successi più recenti.
Il 31 agosto invece toccherà
a Star
Wars – Il mito dai mille volti, per Golem
Libri, il nuovo saggio di Andrea
Guglielmino, a partire dalle 15.00 presso l’Italian
Pavillion (Hotel Excelsior). Con la prefazione di
Oscar Cosulich, il saggio di Guglielmino fa
seguito al precedente ‘Antropocinema’, vincitore del Premio
Domenico Meccoli Scriveredicinema 2015.
Il 3 settembre invece tocca
all’esordiente, nel mondo della saggistica di cinema, Elisa
Torsiello, che presenterà il
suo Joe Wright. La danza dell’immaginazione,
da Jane Austen a Winston Churchill, edito da
Bietti. Una monografia completa dell’autore
inglese che, con la sua ultima fatica, ha condotto Gary
Oldman sul tetto di Hollywood. L’appuntamento è alle 15.00
presso la Sala Taverna dell’Italian Pavillion (Hotel
Excelsior).
La serie di appuntamenti di scritti
di cinema si chiuderà il 6 settembre, sempre presso la Sala Taverna
dell’Italian Pavillion, con la presentazione di
Superheroes, edito da Bakemono
Lab. Un excursus sui supereroi raccontati al cinema, sui
loro conflitti, le loro particolarità, attraverso l’occhio dei sei
autori degli altrettanti saggi racconti nel volume. Presenti
all’incontro tre dei sei autori, Davide Cantire, Chiara
Guida e Cecilia Strazza (gli altri tre
sono Federica Aliano, Diego Altobelli e
Martina Ponziani).
Conclusa la Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, edizione
settantacinque, e in attesa dell’annuncio dei
Leoni, è importante riportare alcune considerazioni a seguito delle
polemiche che hanno seguito l’annuncio del programma, lo scorso
luglio, e di alcune decisioni prese dall’organizzazione in merito
ai tempi di lavoro della stampa accreditata.
Quando è stato annunciato il
programma della Selezione Ufficiale, lo scorso luglio, molte
riviste straniere, in particolare The Hollywood
Reporter, si sono scagliate contro Alberto
Barbera e il suo Festival a causa della mancanza di donne
tra le file dei registi scelti per rappresentare il cinema Mondiale
in Mostra. Tale accusa, in “tempo di #MeToo”, è sembrata
pretestuosa nonché portatrice di una subdola forma di
“razzismo al contrario”, in cui per promuovere la
parità di genere sarebbe stata obbligatoria la presenza di registe
donne nella Selezione Ufficiale, mentre l’unica donna regista del
Concorso è stata Jennifer Kent con la sua opera
seconda, The Nightingale.
Il film è diventato il caso degli
ultimi giorni di Festival, a causa dell’intervento di uno
scriteriato (accreditato stampa) che, a fine proiezione, ha urlato
offese personali alla regista per manifestare di non aver gradito
affatto il film in questione. La Biennale ha provveduto
immediatamente a ritirare l’accredito al soggetto, e l’evento,
lungi dal rimanere un episodio da raccontare nei tanti discorsi dei
“ti ricordi quella volta che al Festival di Venezia…”
dovrebbe rappresentare un punto di partenza per una duplice
riflessione. Da una parte è bene riconsiderare i criteri di
assegnazione dei badge di accredito, valutando attentamente la
professionalità dei richiedenti. Distinzioni e cernite andrebbero
fatte a costo di risultare elitari, oltre a dover essere dovuto a
tutti i film (ma a tutte le opere d’arte in generale) quel rispetto
che si deve all’opera, seppure mediocre, dell’ingegno altrui, ma
che ha “molta più anima del nostro giudizio che la definisce
tale” (cit.).
La seconda riflessione che dovrebbe
stimolare il commento scellerato è quella culturale: tentare di
offendere una donna con l’appellativo che le attribuisce il
mestiere più antico del mondo appartiene a una cultura retrograda e
medievale che resta attaccata addosso a molte persone, persino
inconsapevolmente, e che smaschera la più profonda ignoranza nella
persona in questione, che pronuncia quella parola come offesa. Un
problema culturale che diventa ancora più grave nel momento in cui,
e qui torniamo al primo spunto di riflessione, quest’offesa è
urlata da una persona che, stando al badge che ha appeso al collo e
che la Biennale gli ha concesso, dovrebbe essere un critico o un
giornalista, una persona dunque incaricata di diffondere cultura e
informazione.
Allo spiacevole incidente si
aggiunge il fatto che il film della Kent è stato uno dei più brutti
(peggio accolto nel complesso dei commenti della stampa) presentati
al Lido nella Selezione Ufficiale. L’idea che potrebbe prendere
forma è che pur di prendere almeno una donna in concorso, i
selezionatori abbiano preso un film non all’altezza del resto della
rosa di film scelti, lasciando fuori l’opera magari più completa o
interessante di un regista uomo, solo per evitare una polemica che
comunque è arrivata. E se sulla carta The Hollywood
Reporter poteva avere ragione, basandosi soltanto su
numeri e nomi, alla luce della proiezione di tutti i film di
Venezia 75, è apparso cristallino che tutta la
selezione fosse straordinariamente attenta al mondo femminile, con
storie, attrici e interpretazioni che raccontano la donna e le sue
storie in diversissimi modi, linguaggi e situazioni, con grande
dignità e consapevolezza. Inoltre entrambi i film storici scelti
della commissione (One Nation One King e
Peterloo) avevano importanti riferimenti al
suffragio universale e alla parità di diritti, non un occhio di
riguardo ma una visione completa dell’umanità formata da sessi
differenti, dunque. Una polemica sterile, dunque, quella che arriva
da Oltreoceano e da una società dove il politicamente corretto dopo
lo scandalo Weinstein ha sì portato allo scoperto
il marcio di Hollywood, ma ha anche generato orrori come
l’ostracismo di Woody Allen, solo per fare un
nome. La Mostra e la Biennale (organizzazione in cui lavorano per
la maggioranza donne) sono l’emblema di come, nel mondo del cinema
e del lavoro in generale, siano importanti le competenze, non il
sesso. E non dovrebbe esserci bisogno di aggiungere altro.
La particolarità del Concorso di
quest’anno è stata la presenza di tanti film molto lunghi,
pellicole di oltre due ore, in alcuni casi anche tre ore, che hanno
incollato gli accreditati alle poltrone. I film hanno avuto in
comune anche una qualità medio alta, che sembra il filo rosso che
congiunge almeno le ultime tre edizioni della Mostra. Grandi autori
hanno scelto il Lido per presentare i loro nuovi film, di
conseguenza, i selezionatori hanno giocato sul sicuro, affidandosi
a registi del calibro di Tsukamoto, di
Leigh, di Nemes, di
Guadagnino, addirittura a Orson
Welles nel Fuori Concorso. La mancanza di coraggio
nell’andare a scovare autori sconosciuti e nel prediligere
filmografie nazionali più fruibili o già amate e conosciute è stata
compensata dalla chiara scelta di portare avanti le grandi storie
raccontate sullo schermo. E quindi i “film lunghi” tanto nemici del
pubblico da Festival, sempre alle prese con incastri di proiezioni
e orari tiranni, diventano un modo per spingere alla riflessione,
alla parola ponderata, un invito alla riscoperta del piacere di
discutere di cinema come fosse davvero arte, senza affannarsi alla
corsa al tweet (o al commento rapido su Facebook),
abitudine osteggiata anche dall’embargo sui film annunciato a
inizio festival, fino alla proiezione ufficiale con pubblico
invitato e cast.
Venezia 75 ha
quindi rivendicato il tempo della riflessione, e questa necessità
di darsi il giusto spazio per meditare e contemplare e poi parlare
sembra sempre più urgente nel momento in cui nel corso di
manifestazioni importanti come una Mostra Internazionale di Cinema,
si verificano episodi come quello, discusso prima, di scellerati
che urlano le loro offese “a caldo”, come fossero nella privacy
delle loro camere a esprimere un parere non richiesto ad amici
distratti (per cui diventa necessario alzare la voce). Il tempo
dunque come unità di misura del pensiero, della parola scritta, che
dovrebbe, nel caso della critica, non giudicare ma guidare lo
spettatore interessato. Le storie si sono prese il loro tempo con i
tanti minuti di durata dei film, le parole, grazie anche
all’embargo, sono diventate più importanti e hanno manifestato un
loro peso.
Il divieto, per la stampa, di
commentare il film prima della presentazione ufficiale è stato
mutuato dal Festival di Cannes, che a maggio ha
stravolto i ritmi di programmazione delle proiezioni per impedire
del tutto ai giornalisti di vedere i film prima di cast e invitati.
La scelta di Venezia è stata più democratica e si è affidata al
buonsenso della stampa stessa. Un festival più democratico quindi,
ma apparentemente anche più in salute, stando alla qualità dei
titoli presentati e al coraggio di abbracciare le novità
tecnologiche e le nuove piattaforme di produzione cinematografica,
quelle stesse Netflix e Amazon
allontanate dalla kermesse francese e che “rischiano” di finire
addirittura nel palmares della settantacinquesima edizione
del Festival di cinema più antico del mondo.
Non sappiamo cosa ci riserverà
Venezia 76, ma l’augurio è quello di portarci
dietro, da questa edizione, la giusta prospettiva sul concetto di
parità, il tempo adeguato che rivendica ogni opera d’arte e ogni
pensiero scritto, la bellezza di altre storie raccontate sul grande
schermo.
Con un arrivo in grande stile,
Lady
Gaga è sbarcata al Lido e ha messo subito in chiaro che è lei
la star della Mostra. Non solo la protagonista del film diretto da
Bradley Cooper, ma il vero VIP da fermare, per una foto o un
autografo. E Gaga ha dimostrato subito di essere molto propensa
alle foto, tanto che non ha risparmiato niente, nemmeno durante il
trasbordo in lancia extra lusso sulle rive della lingua di terra
che ospita il festival.
Ecco gli scatti di ieri, che hanno
immortalato il suo arrivo:
Il film è l’anteprima mondiale più
attesa del Festival e ha già raccolto moltissimi fan fuori al
Palazzo del Cinema, che hanno passato la notte in strada nella
speranza di un autografo o di una foto con Lady Gaga. Ovviamente
con lei ci sarà anche Bradley Cooper, che con A Star is Born
esordisc e alla regia.
La Settimana Internazionale della
Critica – sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato
Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito
della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della
Biennale di Venezia – dedica l’immagine della sua trentatreesima
edizione all’indimenticabile e folgorante genio creativo di
Stefano Tamburini, grafico e narratore per
immagini, grande sperimentatore di tecniche e linguaggi – nel
fumetto come nella grafica editoriale e pubblicitaria – scomparso
prematuramente nella seconda metà degli anni ’80.
Nella sua breve ma intensa carriera,
Tamburini ha segnato la storia della grafica italiana e
internazionale. L’immagine scelta per rappresentare la Settimana
Internazionale della Critica 2018, nata come illustrazione
editoriale e pubblicata sul numero 11 della rivista
Frigidaire, mostra una delle principali tecniche usate da
Tamburini, che saccheggiava magazine di moda e ricreava le immagini
con collage di cartoncini colorati, con un occhio ai papier
découpé di Matisse e alle illustrazioni pubblicitarie del
futurista Fortunato Depero. La scelta di Tamburini è un ritorno al
futuro con il quale la SIC rende omaggio ad un giovane artista
innovativo e avanguardista che quasi quattro decenni fa ha
reinventato il mondo delle immagini grafiche con una serie di
visionarie “opere prime” sempre straordinarie e dirompenti, che
ancora oggi conservano una sbalorditiva carica di rottura e
un’inconsueta freschezza.
Il Delegato Generale della SIC,
Giona A. Nazzaro, ha spiegato: ”Stefano Tamburini incarna le
energie più vive e creative del ’77. “Per fare grafica ci vogliono
i muscoli”, era solito dichiarare. Il lavoro tamburiniano
rappresenta un taglio netto con il passato. Politica, moda, musica,
fumetti, grafica: nulla sarà più lo stesso dopo il ciclone
Tamburini. Stefano Tamburini è per la grafica e il fumetto in
Italia quel che i Sex Pistols sono per la musica: un laboratorio
febbrile, pulsante di vita, energia e futuro. Creatore di Ranxerox,
autore di inauditi cut-up rumoristi, Tamburini è la primavera di
bellezza del ’77. La SIC, omaggiando Stefano Tamburini,
consapevolmente vuole creare un ponte fra le urgenze di ieri e le
tensioni del miglior cinema di oggi. Un passaggio di consegne.
Perché il futuro non è scritto. Tanto meno quello del
cinema”.
Stefano Tamburini
(1955 – 1986) – Dopo l’esordio nel 1974 sulla rivista
underground Combinazioni, inizia a collaborare come
grafico e disegnatore per l’agenzia romana di controinformazione
Stampa Alternativa. Tre anni dopo, Tamburini partecipa attivamente
alle azioni e alle lotte del Movimento del ‘77, ritraendone gli
umori sulle pagine di Cannibale, rivista da lui
ideata e realizzata con Massimo Mattioli, Filippo Scozzari, Andrea
Pazienza e Tanino Liberatore. Con Liberatore si consolida presto un
fruttuoso sodalizio artistico, che porterà alla nascita di
Ranxerox, personaggio che gli darà la notorietà. Nel 1980, con
Vincenzo Sparagna e Filippo Scozzari fonda il
mensile Frigidaire, che diventa per Tamburini una
vera e propria palestra di sperimentalismi grafici: dal collage di
cartoncini colorati e scarti di stampa recuperati in tipografia
all’uso di smalti su foto di moda, dalle fotocopie distorte alla
manipolazione di foto polaroid.
Per Frigidaire disegna anche fumetti con
tecniche non convenzionali, intervenendo pittoricamente su foto di
moda o utilizzando fotocopie distorte con la tecnica della Copy
Art. Firma, inoltre, con lo pseudonimo di Red Vinyle, una
provocatoria rubrica, dove indossa le vesti di un arrogante e
spietato critico musicale. Negli stessi anni, si cimenta nella
scrittura di alcuni brani, musicati e registrati dal musicista
Maurizio Marsico, con cui dà luogo a performance artistico-musicali
in locali di tendenza. Mentre la popolarità del suo personaggio
Ranxerox cresce sempre più trovando spazio sulle più importanti
riviste internazionali di fumetto, l’autore intraprende nuovi
percorsi creativi nella pubblicità e nella moda. Nel 1986,
all’apice del successo, muore improvvisamente all’età di soli
trent’anni.
Julian Schnabel
inizia dicendo che At Eternity’s Gate non è una
biografia, ma un approccio sensoriale. per prepararsi ha letto le
lettere, che sono state il punto di partenza del film. Ha visitato
il museo d’Orsay a Parigi, per restituire la stessa sensazione di
quando si osservano le opere. Voleva restituire la sensazione di
accumulazione che si prova dopo essere stati in un museo.
Dice che non si può spiegare il
film. Mentre si lavorava allo sviluppo della sceneggiatura si
aggiungeva sempre qualcosa. Quando lui ha chiesto all’ attore che
fa il pazzo di scegliere e ripetere una parola lui ha scelto
“sergente”, ma di non essere sicuro di riuscire a ripeterla.
Schnabel pensa che gli attori sono come foglie al vento.
Il regista è convinto che Van Gogh
sia lucido e lo dice dopo aver letto le lettere, osservando i suoi
dipinti. Nel film, quando dipinge dice che smette di pensare e il
dottore con cui parla gli chiede se è una forma di meditazione. È
un misto tra la consapevolezza di non potere avere un rapporto con
gli altri e la rassegnazione al fatto di vivere poco.
Willem Dafoe racconta di aver preso
appunti per prepararsi al personaggio e di aver letto le
lettere. Anche per lui è lucido, non è in grado di conciliare le
sue visioni con la realtà. La malattia è un insegnamento attraverso
la quale si può guarire.
Dice di aver letto e poi ha dipinto.
Il regista gli ha insegnato a dipingere e la pittura lo ha aiutato
a spostare il punto di vista, capendo che è un rapporto con la
natura.
Schnabel dice che ha pensato subito
a Willem Dafoe, lo conosce da trent’anni, è un
attore fisico che aiuta gli altri attori. Tutti gli attori presenti
nel cast sono stati la prima scelta, senza ripensamenti.
Schnabel dice che in tutti i
dialoghi Van Gogh è una persona diversa, si rapporta diversamente a
seconda di chi è l’ interlocutore e questo succede a tutti, voleva
fermamente rappresentare questa cosa. Dafoe conferma che è vero, è
diverso in ogni situazione. E anche gli altri personaggi sono
adattabili. Quando dipinge esce fuori l’interiorità.
Alla domanda sull’ipotesi
dell’uccisione di Van Gogh o di suicidio, il regista e lo
sceneggiatore rispondono che non ci sono testimonianze sulla sua
morte. La pistola non è stata mai ritrovata, e risulta strano
suicidarsi e poi nascondere l’arma. Ha dipinto fino all’ultimo ogni
giorno, non era depresso, cupo. Nel film inoltre si dice che gli
appunti potrebbero essere veri ma non è una certezza. La persona
che ha aiutato nelle ricerche, di enorme esperienza e credibilità,
non aveva certo bisogno di notizie sensazionalistiche. Schnabel
sostiene che il punto non è se si è trattato di suicidio. Ma le sue
ultime parole sono state: non dare la colpa a nessun altro.
È stato chiesto se la conversazione
con il prete su Gesù sia reale e se Van Gogh si considerava
Gesu.
Schnabel dice che era molto
religioso e conosceva benissimo la bibbia, per lui Gesù era un
grande lavoratore e in questo sicuramente si identificava con lui.
Ma nessuno era presente durante quella conversazione. È bello che
dica che anche di Gesù si è cominciato a parlare trent’anni dopo la
morte.
Joel e Ethan Coen
incontrano la stampa in una sala dell’hotel Excelsior, in compagnie
di alcuni attori del cast, Tim Blake Nelson, il
pistolero Buster Scrugs, Harry Melling il torso umano e
Bill Heck il colone in cerca di moglie. I due
fratelli raccontano di essere grandi appassionati di film di genere
e in particolare di western fin da quando erano bambini. Ricordano
di averne fatto grandi abbuffate al cinema e in televisione.
In particolare gli torna alla
memoria un giorno, in occasione di una festività ebraica, durante
il quale non entrarono a scuola, per intrufolarsi di nascosto in un
cinema a vedere un film western. Vennero scoperti e puniti dal
preside. Vedevano ogni film possibile su quel genere a loro così
caro, ma in particolare erano affascinati dalle opere di Sergio
Leone, che nella nuova loro fatica a quattro mani viene citato e
omaggiato più volte. Affermano con sicurezza che The Ballad
of Buster Scruggs non é mai stato un progetto di serie
televisiva, nonostante la produzione Netflix. Ci tengono a sottolineare che si tratta di
un equivoco e che la decisione di fare un film a episodi é stata
una ferma idea fin dall’inizio, colpiti oltretutto da tante opere
similari degli anni sessanta e settanta, in cui diversi registi
lavoravano attorno a un tema comune L’idea di rendere la struttura
come quella di un libro illustrato è stata per loro funzionale
all’organizzazione delle sei differenti storie.
Ma non hanno utilizzato un libro
realmente esistente, bensì ne hanno inventato uno, appositamente
progettato per contenere i loro racconti, corredandolo poi di
bellissime e colorate illustrazioni in fase di post-produzione. Gli
viene domandato se credono e sono fiduciosi al ritorno del genere
western, soprattutto dopo il successo dei film di Quentin Tarantino. Loro rispondono che non
si sono mai visti tanti film western come in questi ultimi anni,
neanche negli anni d’oro. A riprova di questo, dicono che mentre
giravano, nelle stesse location, erano impegnate diverse troupe di
altri film.
In apertura di conferenza stampa,
viene domandato alle regista Jenifer Kent come e
perché abbia scelto di raccontare la storia di The
Nightingale, dopo il grande successo del suo film
precedente Babadook.
Lei risponde che le sono stati
proposti tanti progetti, ma che è fondamentale concentrarsi su
storie che la interessano profondamente, altrimenti ci si annoia e
si perde l’entusiasmo. Inoltre ci teneva a lavorare su un tema
attuale, contemporaneo, nonostante la storia si svolga ai tempi del
colonialismo.
È stata intrigata dall’entrare in
un mondo completamente diverso, non volendo necessariamente creare
un dramma sociale, bensì un mito con uno sguardo molto personale,
con tanti riferimenti all’attualità.
Aisling Franciosi,
la protagonista del film, di origini italiano-irlandesi e che parla
la nostra lingua in maniera perfetta, ha detto che dopo aver letto
poche pagine ha sentito che doveva essere parte di questo film
assolutamente. Ritiene che sia onesto e commovente e che solamente
un’artista del calibro di Jennifer Kent poteva
scrivere un film così.
Per prepararsi bene a interpretare
il ruolo ha studiato a lungo i traumi da stupro, confrontandosi e
parlando con vittime reali, per capire bene cosa possa significare
vivere con un trauma così terribile.
Sam
Claflin, il perfido ufficiale inglese, assassino e
stupratore, racconta che è stato difficile interpretare un
personaggio così abbietto e di come si sia dovuto mettere
completamente in gioco. Confessa di non conoscere cosa era
realmente successo nelle colonie in Australia e della brutalità
raggiunta. Si vergogna, ma trova necessario raccontarlo, per
fornire una necessaria lezione di storia.
L’attore aborigeno Baykali
Ganambarr si è sentito sorpreso di imbattersi in un
progetto estremamente onesto e trasparente sul dramma vissuto dalla
sua gente. Si sente felice di rappresentare il suo popolo. Nel
lavoro è stato aiutato molto dagli altri attori del cast, facendolo
sentire a suo agio e che gli hanno permesso di fornire un
personaggio riuscito e realistico.
Si fa poi riferimento agli insulti
sessisti e violenti esternati da uno spettatore durante la
proiezione stampa. Jennifer Kent afferma di essere
orgogliosa del suo lavoro e che, a tali reazioni fuori luogo, è
fondamentale reagire con amore e compassione. E sono buia
ignoranza.