“Once you’ve ruled out the
impossible, whatever remains, however improbable, must be
true.” “But adapting the story, I did feel more of
a responsibility to include things from the original than you would
with The Sign of Four, because there are a lot of landmarks in The
Hound of the Baskervilles and more people are more familiar with
them”. Le dichiarazioni di Mark Gatiss non sono da
biasimare per Sherlock 2×02: Il Mastino dei
Baskerville (The Hound of The Baskervilles) è uno di quei
libri su cui sai sempre di poter contare, di quelli che saltano
fuori dai bauli polverosi delle soffitte per passare di generazione
in generazione o abitano stabilmente gli scaffali della tua
libreria di fiducia, al punto da caricare ogni adattamento di
pressanti responsabilità. Con Sherlock 2×02: I mastini di
Baskerville anche la serie della BBC
Sherlock
schiera in campo la sua versione, in un secondo episodio che pur
preservando diversi ingredienti del romanzo preferisce abbracciare
un plot di maggiore attualità, reinventato ad arte ma sempre con
grande reverenza da Gatiss.
La Gotica Magione di Baskerville
Hall diventa una blindatissima Base Militare mentre Sir Henry,
ultimo rampollo dell’antica famiglia ad essere perseguitato dal
leggendario mastino, è sostituito dal commoner Henry Knight
(Russell Tovey): afflitto dal ricordo della notte
in cui ancora bambino fu testimone dell’assassinio del padre,
ucciso anni prima dalla furia di una strano animale il giovane si
reca personalmente da Sherlock Holmes (Benedict
Cumberbatch), reso intrattabile dalla mancanza di
nuovi casi( “Oh, John, I envy you so much.Your mind, it’s so
placid, straight-forward, barely used. Mine’s like an
engine, racing out of control. A rocket, tearing itself to pieces,
trapped on the launch pad. I need a case!), ma come già
accaduto in passato non viene preso sul serio; solo quando il
giovane dichiara di aver scoperto nella brughiera le impronte di un
gigantesco mastino(“Mr Holmes, they were the footprints of a
gigantic hound!”come da Canone) Sherlock decide
improvvisamente di accettare il caso e recarsi nel Devon insieme a
John Watson (Martin
Freeman), per indagare sugli spaventosi esperimenti
svolti nella Base di Baskerville e capire se gli incubi di Henry
sono reali.
Tuttavia, una volta giunti nel
Dartmoor le certezze di Holmes vengono inaspettatamente messe alla
prova: sempre infallibili ma stavolta pronti a tradirlo, i suoi
occhi non possono negare gli aver colto l’enorme bestia
nell’oscurità della brughiera, gettando il Detective in uno stato
di terrore tale da portarlo quasi a incrinare il rapporto con
John, che incredulo assiste al crollo dell’amico.
Sherlock 2×02: I mastini di
Baskerville, l’episodio
Il diverbio fra i due è però presto
risolto, quando Sherlock comprende che dietro la spaventosa e
realistica visione del Mastino deve nascondersi una spiegazione
razionale: una droga che si nutre delle paure altrui, un
allucinogeno creato in laboratorio come arma di distruzione che si
diffonde per via aerea mischiandosi alla nebbia notturna. Il Dottor
Bob Frankland (Clive Mantle), affabile virologo al
lavoro nella Base ma in realtà parte attiva del progetto
H.O.U.N.D.(in italiano, appunto, mastino), acronimo formato dalle
iniziali dei principali scienziati coinvolti, aveva ucciso il padre
di Henry per impedirgli di denunciare i devastanti effetti
collaterali provocati dalla droga: la parola di Henry, testimone
scomodo del delitto, doveva essere screditata e l’esposizione
prolungata alla sostanza psicotropa, portatrice di potentissime
allucinazioni, si era rivelata il mezzo ideale. Nel tentativo di
sfuggire alla giustizia Frankland si rifugia nella brughiera ma la
sua corsa è breve: nel campo minato di Grimpen (Grimpen
Minefield), area off limits che circonda il Complesso
Militare, lo scienziato trova la sua fine saltando in aria su una
mina.
Dopo aver inseguito la ricchissima
sceneggiatura di Steven Moffat per tutta la durata di A Scandal in
Belgravia, lo sforzo che Mark Gatiss chiede con
Sherlock 2×02: I mastini di Baskerville è
senza dubbio meno titanico: alla struttura vertiginosa proposta
dall’amico Gatiss risponde con un impianto narrativo semplice e
lineare, un’architettura dal gusto classico che in perfetta
sintonia col percorso intrapreso dall’opera letteraria si rivela
più che benvenuta.
Se a terrorizzare la
contemporaneità non sono tanto le vecchie case e le notti nebbiose
quanto i progressi che scienza e tecnologia portano avanti dietro
le quinte, allo spettatore che vaga disorientato per la brughiera
non sfuggirà la trasformazione della dimora dei Baskerville in una
fredda Base Militare dove si svolgono strani esperimenti:
esplorandone i blindatissimi corridoi ritroverà nomi familiari come
quello di Barrymore, un tempo maggiordomo della casa promosso per
l’occasione a maggiore dell’esercito(insieme alla sua anacronistica
ma inconfondibile barba) e il Naturalista Stapleton, che ceduto lo
scettro di cattivo della storia diventa una mamma colpevole della
sparizione del coniglietto della figlia, regalandoci con il caso
Bluebell il plot twist più divertente dell’episodio (ulteriore
prova di quanto gli autori si divertano a giocare col pubblico). Il
ruolo del villain viene allora ereditato da Frankland, scienziato
pazzo quasi impaziente di dichiararsi subito colpevole a pochi
minuti dalla sua entrata, mentre il vero tocco di classe
nell’attualizzazione della storia è piuttosto il Grimpen Minefield,
campo minato perfettamente funzionale a sostituire la misteriosa
palude dell’opera chiamata Grimpen Mire.
Se la rivelazione del cattivo non
risulta particolarmente illuminata, a dare il meglio in THOB è la
raggelante atmosfera, satura dei brividi che dagli oscuri paesaggi
del Dartmoor alle inquietanti pareti di laboratorio corrono addosso
ai personaggi senza risparmiare nessuno, nemmeno il più razionale
degli uomini: seduto davanti al camino con gli occhi lucidi e lo
sguardo atterrito, mentre sorseggia tremante un bicchiere di Whisky
e cerca senza successo di riacquistare il controllo sui suoi sensi,
Benedict Cumberbatch si lancia in un vortice
di deduzioni senza controllo talmente estenuante da risultare quasi
ipnotico, una raffica di battute inafferrabili che ci conferma
quanto la sua performance nei panni di Sherlock sia unica e
sconvolgente.
La vera scena assoluta
dell’episodio è però affidata al John Watson di Martin Freeman, che rinchiuso in laboratorio
da Holmes per ragioni ” scientifiche” lascia allo spettatore,
inevitabilmente prigioniero con lui nella stessa claustrofobica
gabbia, un’ansia e un’oppressione non da poco. Lo spirito della
maledizione di Baskerville continua intanto a perseguitare il
povero Henry Knight, che nell’interpretazione di un disperato
Russell Tovey riesce ad essere credibile senza
risultare forzatamente eccessivo. Nonostante le scelte piuttosto
scorrette che Sherlock intraprende contro John a beneficio dell’
indagine e gli affettuosi insulti che gli rivolge continuamente
(“You’ll never be the most luminous of people, but as a
conductor of light, you’re unbeatable! Some people who aren’t
geniuses have an amazing ability to stimulate it in others.”),
al di là di ogni incomprensione l’amicizia fra i due rimane salda e
sincera: quando Holmes dice a Watson di avere solo un amico
(“I don’t have friends, I’ve just got one”) cercando di
riparare al suo errore, la cornice del piccolo cimitero di campagna
non può che presagire con amarezza all’appuntamento con The
Reichenbach Fall, terzo episodio della serie dove Sherlock
affronterà per l’ultima volta Jim Moriarty (Andrew Scott); nel frattempo, il
Napoleone del Crimine si limita a concederci un piccolo cameo,
dando forma alla grande paura di Holmes e dimostrandoci quanto
questi tema il momento del confronto con la sua nemesi.
Pur sempre attento alle citazioni,
con Sherlock che mette piede a Baker Street armato di arpione e
letteralmente coperto di sangue( riferimento a The Adventure of
Black Peter) prima di cadere in una divertente crisi
d’astinenza, ma soprattutto nell’immortale citazione che strizza
l’occhio a The Sign of Four(“Once you’ve ruled out the
impossible, whatever remains, however improbable, must be
true.”), l’incursione horror operata da Mark Gatiss in
Sherlock 2×02: I mastini di Baskerville ha un
tono meno scoppiettante di quello che abbiamo gustato in A
Scandal In Belgravia, ma l’impeccabile spirito d’indagine
dimostrato nello scrutare al microscopio pregi e difetti dei nostri
beniamini, anche in alcune brevi ma fantastiche parentesi
domestiche, ci rende impossibile non amarlo incondizionatamente: se
Mark Gatiss avesse inserito nella sceneggiatura la
mitica partita a Cluedo di Sherlock e John, sarebbe stato tutto
perfetto.