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XVI° ed. Da Venezia a Roma

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XVI° ed. Da Venezia a Roma

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LE VIE DEL CINEMA DA VENEZIA A ROMA – XVI° ed. – 13-19 settembre.

Addio a Claude Chabrol

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E’ morto domenica mattina il regista francese Claude Chabrol. A dare la notizia il Comune di Parigi.

Leone d’Argento per “Balada Triste de Trompeta”

Leone d’Argento per “Balada Triste de Trompeta”

venezia

Se il verdetto finale ha visto trionfare Sofia Coppola con il suo delicato “Somewhere”, l’esperienza veneziana si conclude in bellezza anche per il cineasta spagnolo Alex De La Iglesia che ottiene due premi: il Leone d’Argento per la regia e l’Osella per la sceneggiatura. “Balada Triste de Trompeta” è una storia d’“amore, humor e orrore”, come sintetizza il regista. Siamo nel 1937 – guerra civile spagnola. La milizia fa irruzione in un circo e arruola contro il suo volere un pagliaccio.

Clip di Passion Play

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Megan_Fox

Sabato sera al Toronto International Film Festival è stato presentato Passion Play, la commedia romantica di Mitch Glazer con Mickey Rourke e Megan Fox ambientata negli anni cinquanta.

Leone d’Argento per “Balada Triste de Trompeta”

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Leone d’Argento per “Balada Triste de Trompeta”

venezia

Se il verdetto finale ha visto trionfare Sofia Coppola con il suo delicato “Somewhere”, l’esperienza veneziana si conclude in bellezza anche per il cineasta spagnolo Alex De La Iglesia che ottiene due premi: il Leone d’Argento per la regia e l’Osella per la sceneggiatura. “Balada Triste de Trompeta” è una storia d’“amore, humor e orrore”, come sintetizza il regista. Siamo nel 1937 – guerra civile spagnola. La milizia fa irruzione in un circo e arruola contro il suo volere un pagliaccio.

Nuove foto dal set di Capitan America

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Nuove foto dal set di Capitan America

cap america

Comicbookmovie rivela nuove foto dal set di Captain America: The First Avenger, kolossal della Marvel diretto da Joe Johnston ed interpretato da Chris Evans.

Tarantino vs Kitano – registi senza gloria

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tarantino copia

Un libro che vuole essere innovativo nella forma e nel percorso: una duografia che traccia le caratteristiche estetiche e i temi più cari al ragazzaccio del Tennessee e al poeta-pittore stoico giapponese e indirizza il lettore verso una riflessione incondizionata sugli elementi convergenti e divergenti di due cinematografie che continuano a far discutere critici e spettatori da quasi vent’anni.

La Principessa Mononoke: recensione del film

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La Principessa Mononoke: recensione del film

La recensione del film d’animazione La Principessa Mononoke del maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki.

altSinossi: Il giovane Ashitaka, principe Emishi, per difendere il proprio popolo da un demone-cinghiale di nome Nago comparso sul suo territorio, lo affronta e lo uccide, uscendo tuttavia ferito dal combattimento. La ferita del demone abbatte sul principe una maledizione che lo condanna a morte certa, e così Ashitaka decide di abbandonare il villaggio per la salvaguardia dei suoi cittadini e per scoprire le origini del demone. Durante il viaggio, Ashitaka incontra San, una ragazza cresciuta con i lupi e chiamata La Principessa Mononoke. Il principe scoprirà molto presto che l’intera foresta in cui San vive con i lupi, con le scimmie e con il bellissimo Dio della Foresta è in lotta da tempo con la Città del Ferro e con la sua padrona Eboshi, colpevoli di perpetrare lo sfruttamento di alberi e di materie prime, indebolendo in questo modo la foresta stessa.

Ashitaka scoprirà anche che il demone Nago, da lui ucciso, era un Dio tramutato in demone dalla ferita di un proiettile, sparato proprio da Eboshi. La Città del Ferro, alleatasi con gli emissari imperiali, si prepara ad abbattere per sempre il popolo della foresta, tentando di ucciderne il Dio. Ashitaka si troverà coinvolto nella guerra, sperando di riuscire a mediare le varie posizioni e schierandosi infine al fianco di San, di cui si è innamorato. Un altro capolavoro di Miyazaki, rovinato – in parte – dal doppiaggio italiano.

La Principessa MononokeAnalisi: Ogni opera di Miyazaki andrebbe vista con la dovuta preparazione: bisogna prepararsi prima di immergersi in un mondo che ha poco a che fare con le nostre idee di ‘cartone animato’ e di ‘favola’, ma che non può fare a meno di coinvolgerci e trascinarci con sé. ‘Mononoke-hime’ debutta in Giappone il 12 luglio 1997 ed è  immediatamente un successo di pubblico, al punto da essere trasmesso e ri-trasmesso nelle sale cinematografiche e da essere tuttora il secondo film più visto di sempre in terra nipponica (dopo ‘Titanic’). Nel 1998 venne scelto come film rappresentante del Giappone per la candidatura all’Oscar per il miglior film straniero, senza arrivare tuttavia alla fase finale. Nonostante il grande consenso ottenuto dal film in Giappone, in Italia La Principessa Mononoke arriva solo il 19 maggio 2000, grazie alla distribuzione della Buena Vista Pictures (come è possibile immaginare, il film fu comunque distribuito in pochissime sale). Non c’è dubbio che gli amanti del genere e di Miyazaki si siano precipitati a vederlo; il più grande rimpianto sta nel non riuscire a fare arrivare questi capolavori al grande pubblico.

La Principessa Mononoke: recensione del film

La storia de La Principessa Mononoke è ambientata nel periodo Muromachi (1392-1573), un’era considerata rinomatamente di transizione verso i primi bagliori dell’epoca moderna. Umani e dei al tempo coesistevano, insieme ai demoni, ma il periodo era caotico e confuso, privo di punti di riferimento. Miyazaki sceglie l’epoca Muromachi proprio con l’intento di creare un’atmosfera simile a quella che si respirava nel 1997, il tramonto del ventunesimo secolo, un’altra fase di transizione, anche se in altri luoghi e in altri tempi. Eppure le tematiche affrontate – quelle care al regista giapponese – sono più che mai attuali: la distruzione della natura ad opera di popoli ambiziosi, egoisti e senza scrupoli; le guerre, difficilmente utili, che popolano l’intero pianeta; l’amicizia e l’amore. La morale, in fondo, è facile da capire: l’uomo e la natura dovrebbero serenamente coesistere e bisognerebbe imparare a costruire, più che precipitarsi a distruggere. Ma c’è di più: se il mondo va a rotoli, non è detto che non esista una ragione per viverci ugualmente. Ashitaka era un condannato a morte, spinto solo dall’amore per il suo popolo e da una vana speranza di guarigione, eppure rinasce grazie a San. La voglia di proteggerla e di liberarla, nello stesso tempo, dalla condanna di una vita infelice (né donna né lupo, come spiega bene Moro) lo rendono un uomo se possibile più coraggioso, più valoroso e più assennato. Come direbbe il principe Emishi, “vedere cosa accade con occhi non velati dall’odio” ti dà una visione del tutto diversa delle azioni che si compiono. Eboshi, l’arrogante padrona della Città di Ferro, non riesce a liberarsi dalla sua avidità, nemmeno alla fine, come il doppiaggio italiano ci fa erroneamente dedurre. E su questo bisogna inevitabilmente puntare il dito contro la distribuzione italiana, che spesso pensando di far bene commette solo un terribile danno che colpisce tanto il regista quanto lo spettatore. Quando Eboshi dichiara “Oggi ho capito che la foresta è sacra e nessuno ha il diritto di profanarla”, in realtà nella versione giapponese esclamava un ben meno ‘pentito’ “Io ci rinuncio, non posso vincere contro gli stupidi”. Il finale lascia la porta aperta all’immaginazione o, se si vuole essere più precisi, ad un futuro inesplorato. Miyazaki sottolinea che la natura umana non è perfetta, che spesso l’amore incontra difficoltà insormontabili e spesso non ci si pente del male commesso, anche se ha portato solo distruzione. In fin dei conti, però, si va avanti lo stesso, senza un lieto-fine eclatante, ma con piccoli spiragli di luce. A dimostrazione che il mondo si sposta a passi infinitesimali e all’uomo basta poco per vivere il tempo che ha a disposizione il più felicemente possibile.

La principessa Mononoke – scheda

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La principessa Mononoke – scheda

Mononoke

Dal genio di Hayao Miyazaki, un capolavoro del cinema d’animazione. Ecco la scheda di Cinefilos, a cura di Grazia Cicciotti.

La solitudine dei numeri primi: recensione del film

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La solitudine dei numeri primi: recensione del film

La solitudine dei numeri primi è il film del 2010 diretto da Saverio Costanzo tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano.

Nel film La solitudine dei numeri primi due episodi avvenuti durante l’infanzia marchiano in maniera indelebile le future esistenze dei due protagonisti, Mattia e Alice, fino all’incontro e alla scoperta di un legame sottile e necessario, paragonato a quello che esiste tra due numeri primi gemelli. Numeri primi solitari e isolati ma vicinissimi fra loro, accomunati dalle stesse particolarità, attratti l’un verso l’altra, ma che non riescono mai a unirsi, perché divisi da un unico invalicabile ostacolo: la sofferenza.

In La solitudine dei numeri primi Mattia (Luca Marinelli) è un bambino sensibile e con un’intelligenza superiore, ha una sorella gemella, Michela, inferma mentale, della quale si deve occupare sempre, perché così pretende la madre. Mattia, però è solo un bambino e ha bisogno anche di instaurare delle amicizie, tanto che il giorno della festa di compleanno di un suo compagno di classe, decide di lasciare Michela per poche ore in un parco giochi. Quando tornerà, afflitto dai sensi di colpa, non la troverà più.  Alice (Alba Rohrwacher) è una bambina che pur odiando la scuola di sci è costretta a frequentarne un corso dal padre. Una mattina, Alice si separa dal resto del gruppo e, nel tentativo di tornare a valle, finisce in un dirupo rimanendo gravemente ferita.

La solitudine dei numeri primi

La ragazza rimarrà zoppa per il resto della vita. Questi due drammi saranno talmente radicati nelle vite dei due protagonisti, da portarli a vivere in solitudine, emarginati dai compagni di classe, dagli amici e addirittura dalle stesse famiglie. Il mondo che li circonda è spietato, disumano e cruento, proprio come lo è la scena in cui Alice si fa squarciare con un coltello il tatuaggio che si era fatto per Viola, sua compagna di classe, popolare e meschina.

Il dolore è dunque il vero protagonista della storia, motore immobile dell’esistenza dei due personaggi; un dolore che riaffiora sempre, testimoniato da Costanzo attraverso continui stacchi di montaggio che ci mostrano in maniera confusa il riemergere di ricordi. 1984, 1991, 1998, 2007. Lungo questi anni le vite di Mattia e Alice scorrono parallele senza mai riuscire a congiungersi.  Nel 2007, Alice divorziata e anoressica decide di cercare Mattia, che vive in Germania per la sua carriera matematica, e lo invita a tornare da lei, così si rincontrano dopo sette anni, e si ritroveranno ancora vicini nel dolore, proprio nel finale, silenzioso ma intenso, in quel parco giochi e in quella panchina, dove Mattia aveva lasciato Michela.

Costanzo ha destrutturato la linearità narrativa del romanzo premio Strega 2008 di Paolo Giordano, avvertendoci sin dall’inizio, grazie anche alla musica di Mike Patton e a una grafica di forte impatto, che ci troviamo dinanzi ad un horror. L’orrore della sofferenza che attraversa corpi e anime dei due protagonisti. Un film di un regista che si dimostra già maturo, con una piena padronanza dei mezzi tecnici del cinema.

Evidente l’omaggio allo stile kubrickiano, nel quale i rumori e la musica creano maggior tensione delle parole, nel quale si alternano scene lente con movimenti quasi impercettibili a scene intense con l’ausilio della camera a mano, che tutto rende più emotivo. A brillare di luce propria in questo quadro sono i due giovani protagonisti: una scarnificata Alba Rohrwacher, sensuale e perfetta nei panni della tormentata Alice e Luca Marinelli, giovane esordiente, efficace nei panni del timido, impacciato e autolesionista Mattia.

Festival di Venezia 2010: tutti i premi

Festival di Venezia 2010: tutti i premi

Ecco l’elenco completo di tutti i premi del Festival di Venezia 2010: Il Leone d’Oro per il miglior film, le Coppe Volpi per le migliori interpretazioni maschile e femminile e tutti gli altri riconoscimenti della 67ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Festival di Venezia 2010: tutti i premi

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Festival di Venezia 2010: tutti i premi

Ecco l’elenco completo di tutti i premi del Festival di Venezia 2010: Il Leone d’Oro per il miglior film, le Coppe Volpi per le migliori interpretazioni maschile e femminile e tutti gli altri riconoscimenti della 67ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Lo Hobbit: inizio riprese gennaio 2011?

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Ian MKellen ha confermato al Bolton News i rumour degli ultimi giorni: le riprese dello Hobbit  inizieranno a gennaio 2011, o per lo meno questa è la data cui ambisce attualmente la produzione.

Hereafter: trailer del film di Clint Eastwood

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Hereafter: trailer del film di Clint Eastwood

E’ uscito il primo trailer ufficiale di Hereafter, il thriller soprannaturale di Clint Eastwood. Nel cast anche Cecile De France e Bryce Dallas Howard

Il film è un thriller soprannaturale, un intreccio di storie legate al lutto e alla perdita, che parla di come le persone affrontano la morte e le tragedie che colpiscono le loro vite. Scritto da Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon), Hereafter racconta tre storie parallele che finiscono per intrecciarsi – una giornalista TV francese (Cecile de France), che subisce una esperienza quasi mortale durante lo tsunami del sud-est asiatico del 2004; una madre single e drogata inglese (Lyndsey Marshal), che perde uno dei suoi figli gemelli di 10 anni durante un incidente stradale; e il personaggio di Matt Damon, che riesce a parlare con i morti ma preferisce non farlo, e che non riesce a comunicare con la fidanzata (Bryce Dallas Howard). I personaggi della De France e di Marshal lo contatteranno alla disperata ricerca di risposte e consolazione…

 

Lea Seydoux non sostituisce Carla Bruni

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In relazione alle voci diffusesi, secondo le quali l’attrice francese Léa Seydoux avrebbe rigirato le scene di Carla Bruni nell’ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris, è giunta la smentita della diretta interessata.

L’Amore Buio: recensione del film di Antonio Capuano

L’Amore Buio: recensione del film di Antonio Capuano

Tratta temi a lui cari Antonio Capuano nella sua ultima fatica cinematografica: L’amore buio, presentato alle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia, tuttora in corso. Al centro, il rapporto genitori-figli e la condizione esistenziale degli adolescenti. La sfera privata, inserita in un contesto sociale che il regista conosce bene: quello napoletano, adatto forse più di altri a far emergere contraddizioni e complessità.

Insomma, gli ingredienti sono quelli che lo hanno reso noto a pubblico e critica, fin dall’esordio nel 1991 con Vito e gli altri, passando per Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996), fino al recente La guerra di Mario (2005).

Si parte da una violenza. Un gruppo di quindicenni della Napoli popolare, dopo una giornata come tante, “pensa bene” di fare un giro nei quartieri “alti” e violentare una ragazza che rientra a casa. L’indomani, uno dei quattro, Ciro Fossa (Gabriele Agrio), denuncia sé stesso e gli altri alla polizia. Per i ragazzi inizia così l’esperienza del carcere, a Nisida; mentre, per la vittima della violenza, la diciottenne Irene (Irene De Angelis), comincia un percorso per elaborare quanto è successo. Così, Ciro riflette su di sé, su ciò che ha fatto, e comincia a scrivere lettere a Irene. La ragazza cerca in sé la forza per reagire e, pian piano, trova anche il coraggio di rispondere alle lettere di Ciro, in un confronto che si rivelerà proficuo per entrambi e aprirà loro la possibilità di un nuovo inizio.

L’Amore Buio

Il film racconta la contrapposizione tra due realtà che convivono nello stesso spazio, ma che sembrano non avere niente in comune: quella di Ciro e dei suoi amici, che a stento frequentano la scuola e girano Napoli in motorino tutto il giorno, con genitori che lavorano da mattina a sera per pochi soldi, vessati dalla camorra che controlla il territorio.

E, dall’altra parte, la città di Irene: quella alto-borghese, totalmente autoreferenziale, chiusa in sé stessa, fatta di case signorili, servitù, famiglie che offrono tutto il necessario al mantenimento materiale dei propri figli e alla loro formazione culturale. Due mondi opposti, che non dialogano, ma accomunati dalla stessa incapacità di gestire la relazione con gli altri, da un contesto affettivo carente.

È proprio in questo contesto che cresce quella percezione distorta per cui violenza e amore possono coesistere e, magari, coincidere, come pensano Ciro e i suoi amici. Come una percezione distorta è quella che porta Irene a scambiare per amore il rapporto col suo ragazzo, pieno di silenzi, distanze, incomprensioni, e in cui il corpo, anziché rispettato e amato, sembra usato per soddisfare bisogni. Capuano rintraccia le radici di questa aridità nei rapporti familiari: nella famiglia popolare, come in quella borghese, per motivi diversi, i genitori non sanno comunicare coi figli.

L’Amore Buio, personaggi e storie

La madre di Irene (Luisa Ranieri), che pure si preoccupa di quanto sta accadendo alla figlia, non sa stabilire un vero rapporto con lei. Men che meno, sa sostenerla in un momento così difficile. Preferisce non chiedere, non dire, non nominare mai la violenza subita da Irene. Così fa il padre (Corso Salani, nella sua ultima interpretazione), spesso assente e comunque del tutto incapace di comunicare. Lo stesso vale per la famiglia di Ciro: stretta nella morsa dei problemi quotidiani, non è in grado di aiutare il figlio.

 Anzi, che Ciro sia in carcere, dice il padre, è un bene perché, dopo tutto, “il vero carcere è fuori”. Dunque, adolescenti soli, che devono fare i conti con la vita senza una guida e spesso sbagliano, come Ciro, dovendo poi affrontare le conseguenze dei propri errori. Oppure,  non sapendo come gestirle, mettono a tacere sensazioni ed emozioni e si lasciano scivolare tutto addosso, come accade a Irene, che accetta senza convinzione la presenza e i comportamenti del fidanzato e acconsente passivamente alle sue decisioni. In questo scenario, àncora di salvezza è l’arte, che aiuta i protagonisti a crescere, a trovare una via per comprendere sé stessi e comunicare col mondo esterno: i laboratori creativi e la scrittura per Ciro; il teatro per Irene.

Il primo farà un vero percorso di crescita; la seconda riuscirà almeno a superare il trauma subìto. Quindi, l’arte è vista come un valido aiuto, là dove famiglia e società sono carenti, come dimostrano le varie figure di psicologi presenti, nessuno dei quali sembra realmente in grado di offrire il sostegno cui è deputato. Fa eccezione lo psicoterapeuta/organizzatore del laboratorio teatrale, che aiuta Irene a trovare “il suo bandolo”.

Dunque, una società che offre poco o niente, e spesso troppo tardi, come canta Ciro in un rap composto in carcere. Una società che non sa sostenere i giovani e quindi non sa pensare il proprio futuro. Al regista il merito di aver evidenziato come questo problema, che coinvolge soprattutto le presenti generazioni, sia assolutamente trasversale, e non riguardi solo realtà marginali, da relegare comodamente in luoghi lontani da sé.

Un apprezzabile tentativo di analisi, che va al di là dei manicheismi e delle facili semplificazioni. Nel cast, oltre ai noti Gifuni, Golino, Ranieri, che non deludono le aspettative, i due esordienti protagonisti: Gabriele Agrio e Irene De Angelis. Più convincente il primo, mentre appare piuttosto monocorde l’interpretazione della seconda. Sceneggiatura dello stesso Capuano che, per rappresentare l’incomunicabilità, affidata molto ai silenzi e agli sguardi, più che al discorso verbale. Il ciclo comincerà a spezzarsi grazie alla parola scritta.

 

Somewhere: recensione del film di Sofia Coppola

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Somewhere: recensione del film di Sofia Coppola

Somewhere è un film drammatico statunitense del 2010 scritto e diretto da Sofia Coppola, interpretato da Stephen Dorff. A voler essere riconoscenti a Sofia Coppola per averci regalato delle “chicche”  come Lost in Translation o Marie Antoinette, si direbbe un sì, con molte riserve.  A essere, però, più sinceri, il giudizio su Somewhere è più un no, con riserva.Il nuovo film di Sofia Coppola non convince. Manca l’idea, manca la necessità del racconto, manca quella complessità che, pur nella levità e grazia della composizione, era presente – eccome – nelle pellicole precedenti.

Somewhere è la storia di Jhonny Marco (Stephen Dorff), divo hollywoodiano assorto in un vuoto pneumatico fatto di alcol, pasticche, sesso prêt-à-porter e partite alla playstation. Non agisce né reagisce, si addormenta persino davanti agli sconsolati spettacolini di spogliarello privati nella camera dell’albergo in cui vive, il leggendario Chateau Marmont. L’unica cosa su cui riesce ad avere un dominio è la sua Ferrari. L’inaspettato prolungarsi di un weekend con la figlia (Elle Fanning), avuta da un matrimonio fallito, lo farà rinvenire dal suo torpore esistenziale, facendolo ritrovare, prima, come padre, quindi, come uomo.

Somewhere, film

Somewhere della Coppola ripiega troppo spesso in un esercizio di stile, indugiando in delle trovate di regia, come la scena iniziale – la Ferrari che corre in moto perpetuo in un circuito chiuso – o la scena del pattinaggio sul ghiaccio – prolungata tanto da sconfinare in un “peccatuccio” estetico –. Il senso di alienazione e solitudine del personaggio di Jhonny è reso in modo didascalico, con il roboante rumore del motore della Ferrari che fa da voice over per tutta la durata del film, a riempire la cavità di un’esistenza.

Il tocco della regista si sente, nelle scelte musicali, sempre calibrate (anche se meno trascinanti rispetto ai film precedenti) e nella estrema delicatezza – questo sì – con cui la Coppola sa far vedere senza mostrare, immaginare con pochi indizi, raccontare con i silenzi. Ma è davvero un po’ pochino, questa volta. Un po’ di ritmo narrativo in più non avrebbe certamente guastato. Una menzione di demerito a parte spetta alla “parentesi italiana”: il cammeo di Laura Chiatti e di Giorgia Surina, con un doppiaggio che fa rabbrividire; l’intera scena dei Telegatti, che sembra il cliché del cliché. In quella che sarebbe dovuta essere la parte più autobiografica del film – Sofia, da bambina, accompagnò papà Francis proprio a una notte dei Telegatti – si sente la mancanza di quella sensazione di “sottovuoto” in cui si muovono tutte le creature di Sofia.

J.J. Abrams-Jonathan Nolan

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Genio delle serie tv e apprezzato regista J.J.Abrams (Lost, Star Trek)farà coppia a livello produttive e creative al talento di Jonathan Nolan, fratello di Christopher, col quale ha scritto Il Cavaliere Oscuro e The Prestige.

Tree of Life nel 2011!

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Tree of Life nel 2011!

In molti speravano di vederlo prima al Festival di Cannes, poi a quello di Venezia o al Toronto Film Festival, e fino a poco fa c’era ancora qualcuno che sperava che The Tree of Life di Terrence Malick venisse distribuito in tempo per la stagione degli Oscar 2010, senza bisogno di un passaggio nel circuito dei festival.

Primo Spot di Harry Potter e i Doni della Morte Parte I

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Primo Spot di Harry Potter e i Doni della Morte Parte I

La Warner dà ufficialmente il via all’ultima fase della promozione per Harry Potter e i Doni della Morte: parte I. Disponibile – potete vederlo qui sotto – il primo spot tv da trenta secondi.

Primo Spot per HP 7: Parte I

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Primo Spot per HP 7: Parte I

 

La Warner dà ufficialmente il via all’ultima fase della promozione per Harry Potter e i Doni della Morte: parte I. Disponibile – potete vederlo qui sotto – il primo spot tv da trenta secondi.

The Town di Ben Affleck incanta Venezia

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The Town di Ben Affleck incanta Venezia

A Venezia dopo Casey è il turno del fratello maggiore di casa Affleck, che a proposito del documentario del fratello afferma: “sì, l’ho visto e mi è piaciuto. Ma non mi interessano i confronti. Li lascio fare a mia madre…”. Il divo hollywoodiano, premio Oscar per la sceneggiatura di “Will Hunting”, alla sua seconda regia dopo “Gone baby gone” del 2007, è a Venezia con “The Town”, un thriller di cui è anche protagonista. Il film, presentato l’8 settembre fuori concorso, secondo una precisa strategia della Warner Bross, è tratto dal romanzo “Prince of thieves” di Chuck Hogan a cui è stato modificato il finale, come spesso accade nelle trasposizioni hollywoodiane.

È la storia di un gruppo di rapinatori di Boston. L’ingresso in scena di una donna turberà gli equilibri. Durante una rapina, infatti, viene presa in ostaggio Claire (Rebecca Hall) di cui il protagonista Doug MacCray (Ben Affleck) finisce con l’innamorarsi.Questione pericolosa, che mette alla prova la rigida etica criminale, se è sempre valido il precetto secondo cui “se vuoi fare il rapinatore non devi avere affetti, non fare entrare nella tua vita niente da cui non possa sganciarti in 30 secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l’angolo” (De Niro in “Heat – la sfida”, M. Mann, 1995), ma siamo di fronte a personaggi molto diversi.

Il protagonista di “The Town” è un criminale romantico in cerca di riscatto, uno di quei “cattivi” con cui lo spettatore non può non solidarizzare. Per fuggire al manicheismo si rischia talvolta di finire col celebrare i criminali ma a queste osservazioni Ben Afflek risponde: “non volevo glorificare i criminali del film ma capirli. Questo è un film per adulti, dovevo essere realista. I comportamenti di molti personaggi sono sbagliati, ma ad esempio il mio vuole anche cambiare. E cambiare non è facile, per nessuno: in questo senso, il tema è universale. Ho cercato di rappresentare la violenza in modo non cartoonesco”.

La città di Boston è protagonista di questa storia di rapine e amicizia ed è forte nel film l’idea che l’ambiente incide marcatamente sulle scelte dei suoi abitanti e che questi siano quasi il prodotto necessario dei luoghi in cui vivono. In conferenza stampa il regista allude ad un legame tra il suo film e il film di Garrone “Gomorra”: “oltre al realismo sociale dei classici della Warner Bros, genere James Cagney, la mia fonte di ispirazione è stato Gomorra. Un’opera di grande tensione, che ci fa capire un mondo, un luogo, anche se non ci siamo mai stati. Sono stato influenzato dal suo stile: dalla sua verità. Anch’io ho cercato di essere molto vero”.

Con la pioggia torrenziale che ha caratterizzato l’ottava giornata della Mostra del cinema sono piovuti anche molti applausi per gli attori di “The Town”: Rebecca Hall (Claire), Jon Hamm (agente Frawley), il candidato al premio Oscar per “The hurt locker” Jeremy Renner (Jem), tutti presenti alla conferenza stampa al fianco del regista.

Il film uscirà nelle sale il prossimo 8 ottobre.

Rivisitazione per Hansel e Gretel

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Dopo The Hurt Locker e The Town, Jeremy Renner ha rivelato che lui e Noomi Rapace (La ragazza che gioca con il fuoco) interpreteranno Hansel e Gretel in una rivisitazione della fiaba.

Malin Akerman al fianco di Ethan Hawke

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La bella Malin Akerman di Watchmen e 27 Volte in Bianco affiancherà l’attore-regista-scrittore Ethan Hawke nel thriller The Numbers Station.

Ancora notizie su Super 8 di Abrams – Spielberg

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Il canale di informazione locale WTOV9 ha pubblicato alcune informazioni e un filmato sulle location dove stanno per iniziare le riprese di Super 8, il nuovo film di J.J. Abrams prodotto assieme a Steven Spielberg.

La torre nera: Ron Howard dirigerà

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Da Deadline arriva la notizia ufficiale che la Universal porterà davvero la saga della Torre Nera di Stephen King sul grande schermo. Ma non è tutto, perché il piano è ancor più ambizioso:  si parla di una trilogia cinematografica e, contemporaneamente, di una serie televisiva.

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