La recensione del film
d’animazione Rapunzel, la
pellicola diretta da Nathan Greno e Byron
Howard.
In un lontano regno delle fiabe
tutti i sudditi sono preoccupati per la sorte della regina, incinta
del sospirato erede ma malata e in fin di vita: grazie a un fiore
magico giunto sulla terra con una goccia di Sole, la regina riesce
a guarire e a far nascere la principessa
Rapunzel che eredita i magici poteri
curativi della pianta nei suoi biondi capelli; una vecchia
ossessionata dal desiderio di rimanere giovane che aveva già
scoperto i poteri del fiore magico rapisce la piccola e la
rinchiude in una torre dove lei resterà con i suoi lunghi capelli
magici crescendo con la speranza di poter un giorno uscire a vedere
il mondo. Un giorno l’affascinante ladro Flynn Rider si rifugia
nella torre per sfuggire ai suoi inseguitori…
Regia:
Nathan Greno e Byron
Howard
Anno: 2010
Con le voci di:
Mandy Moore/Laura Chiatti: Rapunzel; Zachary Levi
/Giampaolo Morelli –Massimiliano Alto: Flynn Rider; Donna Murphy
/Giò Giò Rapattoni: Madre Gothel; Ron Perlman /Pino Insegno:
Fratelli Stabbington.
Per un lavoro che aveva l’ingrato
onere di rappresentare il cinquantesimo lungometraggio della
canonica tradizione, la fiaba di Raperonzolo viene epurata di tutti
i suoi elementi più inquietanti e incongruenti (raperonzoli
compresi) per inserirsi perfettamente in più familiari contesti:
dopo l’esperienza de La principessa e il ranocchio, affascinante
ritorno alle vecchie tecniche di disegno purtroppo carente di ritmo
ed emozione, il passaggio alla CGI era quasi inevitabile e molti
potrebbero giudicarlo come la sconfitta definitiva, ma quando il
risultato è così strabiliante e incantevole si può
solo gioire e festeggiare per un ritorno di grazia
tanto sperato e atteso: con la regia di Nathan
Greno e Byron Howard (Bolt, Mulan, Koda fratello orso) grazie
anche ai consigli e alle direttive di John Lasseter, storico nome
della Pixar, la Disney impara la
lezione senza però smarrire sé stessa: supportandosi di
una sceneggiatura classica che riacquista
fiducia nelle capacità di quelle principesse che da tanto
tempo erano state dimenticate, Rapunzel
condisce la ricetta con un po’ di sana ironia, prendendo in
giro i suoi stessi meccanismi senza però ridicolizzarli
(l’esperienza di Come D’Incanto, misto
animazione e live action assolutamente riuscito, ha certamente
insegnato a casa Disney a imparare
a ridere di sé stessa e delle sue divinità),
regalandoci protagonisti svecchiati dal ruolo impostogli dai
fratelli Grimm e nei quali diventa facile identificare sorrisi e
paure di ieri e di oggi, citando allo stesso tempo le pellicole più
indimenticabili del suo repertorio. Fra i tanti riferimenti velati
alcuni si fanno più evidenti: la scena assolutamente spassosa nella
locanda non può non ricordare quella de La Bella e La Bestia,
nel regno del Sole hanno certamente usato il castello di
Cenerentola per disegnare le proprie architetture, la curiosità di
Rapunzel durante la visita al villaggio e
la meravigliosa scena delle lanterne nel cielo che i
protagonisti ammirano in barca sul lago sono chiaramente
ispirate alla Sirenetta e il protagonista maschile Flynn Rider,
oltre a scherzare sulla galanteria e il fascino di Erroll
Flynn (storico interprete di Robin Hood), prende da Aladdin alcuni
atteggiamenti e sorrisi (oltre che per le parti cantate il
doppiaggio di Massimiliano Alto), la spettacolare sequenza della
diga pur non di Disneyana memoria non può non ricordare
Indiana Jones.
Rapunzel – l’intreccio
della Torre: recensione del film
In ogni caso, fra tutti i lavori
omaggiati forse il più eclatante per ovvie ragioni di plot è
Il Gobbo di Notre Dame, col quale sembra
quasi correre su un binario parallelo: con lui la dolce
Rapunzel condivide grande creatività e
passione per vita che si esprimono attraverso arti pittoriche e non
solo, cercando di sopravvivere alla prigionia in un gabbia
dorata e dimenticata, col desiderio di andare fuori a vedere il
mondo; non per realizzare chissà quali eroiche imprese ma
semplicemente per essere parte di un evento straordinario che hanno
osservato da lontano per tutta la vita e che nel loro cuore di
adolescenti è diventato più importante di qualsiasi altra cosa (la
festa dei folli per Quasimodo, la scia luminosa delle lanterne per
la nostra protagonista) per infrangersi contro le minacce di
una figura loro vicina che li terrorizza con racconti di
un’umanità malvagia e senza pietà. Distrutti da una cocente
delusione, sia Quasimodo che Rapunzel
ritornano di nuovo nel loro rifugio-prigione , riflettendo su
quanto fossero stati in torto (“avevi ragione su tutto” è una
battuta che viene ripetuta praticamente con le stesse parole da
entrambi al cattivo di turno), per poi rendersi conto della verità
e affrontare il male che tenterà di combatterli con un pugnale
prima che il lieto fine possa finalmente trionfare.
Nonostante gli ovvi punti di
contatto, la nuova pellicola della Disney prende comunque un’altra
direzione che è di per sé ancora più inquietante: se per Quasimodo
l’ostacolo da vincere non è soltanto la paura generata da Frollo ma
quella della repulsione che gli altri possano provare per la sua
diversità, nel caso di Rapunzel a
impedirle di uscire è soprattutto il terrore di disobbedire a
quella che lei crede essere sua madre. Madre Gothel, che ha
cresciuto la bambina come una figlia solo per potersi mantenere
eternamente giovane, è forse uno dei cattivi più perfidi mai
concepiti dalla Disney; priva di qualsiasi potere
magico, simile a Cher nella magnetica fisionomia e nella voluminosa
permanente dei suoi ricci neri, si serve di un sortilegio molto più
terribile di qualsiasi altro mai visto: una spudorata
ipocrisia.
Nonostante sia ovvio per lo
spettatore che sia lei il personaggio negativo della storia dato
che come tale viene introdotto nel prologo, ella si
presenta alla nostra eroina come una madre devota, fingendo il
suo amore con una naturalezza e una spontaneità davvero spaventose;
eppure, dietro dichiarazioni di affetto smisurato e baci e carezze
materne si nasconde sempre, lì dietro l’angolo, una frase o un
commento cattivo e denigratorio, una stoccata sottile come uno
stiletto per sottolineare l’inadeguatezza, l’inconsistenza e
l’inutilità della povera ragazza, mascherata da battuta scherzosa
di pessimo gusto ma pur sempre detta dall’unica madre che lei abbia
mai conosciuto. Ci può essere paura più grande che quella di non
essere amati dai propri genitori?
Ciononostante,
Rapunzel sembra nutrire per lei sincero
affetto e dedizione, che consentono di far emergere quegli aspetti
del suo carattere che la rendono un personaggio vivo e realistico
per ogni spettatore: vivace, allegra e spensierata e ben lontana
dall’essere la solita fanciulla in pericolo che attende un
salvatore, la giovane è totalmente terrorizzata al pensiero di
disubbidire, come ogni ragazzo che vorrebbe trovare il coraggio di
buttarsi dal nido ma è intrappolato (o intrecciato secondo il
titolo originale Tangled) da una famiglia iperprotettiva; la lotta
interiore fra il rimorso per la fuga e la felicità per la grande
avventura dà vita a uno dei momenti più divertenti dell’intera
pellicola proprio per la freschezza e la spontaneità di quella
continua volubilità di cui molte altre eroine, prese dai loro
doveri e dai loro obiettivi, erano completamente prive.
Assolutamente spassosi i
personaggi che, armata di padella e lunghi capelli, incontra sul
suo cammino, con animali non parlanti come da tradizione ma che
nelle loro espressioni sono assolutamente irresistibili: il
camaleonte Pascal, con le sue smorfie e le sue occhiate di
ammonimento, Maximus, cavallo reale col fiuto di un segugio votato
a combattere il crimine anche meglio di tutti soldati del regno che
pendono dalle sue capacità investigative con un debole per le mele
buone e saporite (a patto che siano state comprate e pagate secondo
la legge), il brigante della taverna che invece di terrorizzare
voleva soltanto realizzare il proprio sogno di essere un grande
pianista, e i corpulenti Fratelli Stabbington che già nel nome
nascono tutta la loro determinazione e caparbietà nell’inseguire il
bottino perduto (richiama facile assonanza con l’inglese “stubborn”
che significa testardo). Senza dimenticate naturalmente il bel
Flynn Rider (all’anagrafe Eugene Fitzerbert) che con il suo omonimo
di cinematografica memoria condivide una certa propensione ai furti
anche se per donare unicamente a sé stesso, e che si innamora della
protagonista dopo averne approfondito la conoscenza e conosciuto lo
spirito; il “sorriso che conquista” che tanto era stato utile ai
suoi predecessori, tutti quei principi di rango in calzamaglia che
così avevano fatto scattare istantanei colpi di fulmine di pochi
secondi senza nemmeno scambiare una parola con la loro pulzella,
qui è sufficiente soltanto a fargli guadagnare una padellata sulla
testa: era tempo di provare altre strade.
Come in ogni Cartoon Disney che
voglia definirsi tale, i momenti musicali sono fondamentali e
chiamare al timone lo storico Alan Menken (detentore del record di
ben 8 premi Oscar) non poteva che rivelarsi una scommessa vinta:
certo non siamo ai briosi livelli raggiunti in passato (ma quelli
si erano già iniziati a smarrire nel 91′ dopo la morte dello
storico collaboratore e paroliere Howard Ashman), ma le canzoni
sono comunque orecchiabili e alcune sono davvero elettrizzanti
(provate a stare fermi sulla poltrona durante la scena della danza
del regno…); resta sempre l’ eterno problema della traduzione dei
testi in italiano, che continua a essere piuttosto discutibile ma
considerando che target di pubblico è costituito da bambini è
effettivamente eccessivo nonché impossibile chiedere qualcosa di
diverso a uno spettatore che non solo si stancherebbe subito di
leggere i sottotitoli ma probabilmente nemmeno sarebbe capace di
farlo data la sua giovanissima età. Unica solita pecca che
condivide ormai con buona parte delle uscite di questi ultimi due
anni è l’uso del 3D, che se non altro ha qui il merito di conferire
profondità , ma sacrificando come al solito la luminosità dei
colori che meritavano davvero di essere contemplati in tutta la
loro brillantezza.
Nulla da dire dunque sulla
qualità dell’animazione digitale se non per fare una lunga,
lunghissima standing ovation: sfumature pastello di rosa verde e
azzurro governano un mondo incantato dove ogni dettaglio, dal più
piccolo fiore al più sottile riflesso dei biondi capelli, è curato
alla perfezione, fino alla fantastica scena della diga dove vengono
gettati sullo spettatore ben 87 milioni di litri di acqua virtuale.
Il character design morbido e non troppo spigoloso facilmente
potrebbe essere adattato all’animazione vecchio stile; non
burattini freddi e inanimati in una realtà virtuale, ma personaggi
palpabili dotati di sentimenti e profondità che si leggono
facilmente nella luce dei loro occhi lucidi: ogni sguardo di
amore, odio e lacrime è assolutamente reale, quando proprio in una
lacrima si nasconde il vero cuore di
Rapunzel: quella che il re, dopo quasi 18
anni di separazione dalla figlia perduta, non riesce a trattenere
per la disperazione davanti alla fiduciosa regina prima di
accendere le lanterne della speranza: una sola, per consacrare
Tangled come il meraviglioso e trionfale ritorno della Walt
Disney Pictures.