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#RomaFF12: Luca Marinelli presenta Una Questione Privata dei fratelli Taviani

Ad aprire questa seconda giornata della Festa del Cinema di Roma sono i fratelli Paolo e Vittorio Taviani con la loro ultima fatica cinematografica, Una Questione Privata, melodramma ambientato nell’Italia fascista con Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy e Valentina Bellé.

Tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano morto nel 1963, quello dei Taviani è il primo film italiano della selezione ufficiale del festival, un’opera assai complessa e piena di elementi contrastanti.

In Una Questione Privata va in scena il tipico dramma da triangolo amoroso, una storia vista centinaia di volte al cinema, all’epoca però della Seconda Guerra Mondiale. Si parla infatti di amore, gelosia, tradimento e follia ma in contesto assai ingombrante. Uno dei registi, Paolo Taviani, ha spiegato perché la scelta del soggetto del film è ricaduta proprio sulla storia di Fenoglio.

“Io e mio fratello abbiamo sempre amato Beppe Fenoglio ma non eravamo mai riusciti a fare un film utilizzando una delle sue storie. Ogni volta che leggevamo qualcosa di suo e provavamo ad acquistarne i diritti, scoprivamo che qualcuno ci aveva già preceduto.

Siamo sempre arrivati tardi [ride] Anni più tardi poi mi è capitato di leggere Una Questione Privata e quelle pagine mi hanno commosso profondamente […] Così ho telefonato per cercare di acquistare subito i diritti per un film e dall’altro capo del telefono qualcuno mi ha detto che mio fratello Vittorio aveva già telefonato per lo stesso motivo“.

una questione privata paolo taviani

Questa è la genesi di Una Questione Privata raccontata dal regista che ha anche fatto qualche precisazione riguardo l’importanza del contesto storico.

“Nel film si parla di una semplice storia d’amore, un classico triangolo amoroso visto e rivisto […] ma raccontato da un altro punto di vista […] Questa è una storia che il pubblico può amare perché più o meno l’ha vissuta. Il protagonista per colpa dell’amore per un attimo si dimentica della guerra e della sua missione di partigiano […] Quanto al fascismo, beh, non è un tema così antico e dimenticato […] “

Leggi anche: Una Questione Privata, recensione del film dei fratelli Taviani

Parlando di fascismo come concetto astratto e confinato solo ai libri di scuola, Paolo Taviani ha commentato il recente episodio che ha visto coinvolti alcuni tifosi della Lazio che hanno utilizzato l’immagine di Anna Frank in un fotomontaggio per degli striscioni poi esposti allo stadio durante il derby contro la Roma.

“I fascisti sono tornati ma non sono come li conoscevamo […] L’episodio della Lazio mi ha indignato. Non è ammissibile che al giorno d’oggi ci siano persone capaci di commettere simili indecenze […] E’ tutta colpa della scuola che non insegna ai giovani d’oggi l’importanza del passato.

In un certo senso questi ‘nuovi fascisti’ sono incolpevoli perché non sanno, non conoscono la storia dell’Italia […] Gli adulti sono quello che sono, ormai, nel bene e nel male ma adesso è sui bambini che bisogna lavorare per cambiare il mondo. Conoscere la storia a scuola dovrebbe essere una priorità come oggi lo è l’insegnamento dell’inglese. Bisogna fare qualcosa, mettere un argine […] “

Parole dure ma giuste quelle di Paolo Taviani condivise anche dagli attori, soprattutto dal protagonista Luca Marinelli che ha raccontato della sua esperienza sul set.

una questione privata luca marinelli

“Ovviamente non ho mai vissuto la guerra né tantomeno l’epoca del fascismo ma questo film mi ha aiutato a vedere le cosa da un inedito punto di vista. Per me un film è principalmente un’esperienza fisica e vedere sessanta persone sul set, ragazzi di vent’anni prendere parte alle riprese fingendo di essere dei partigiani accampati nelle tende, è stato molto forte e traumatico […] Tutti dicono che i giovani d’oggi non hanno ideali in cui credere e non hanno più valori ma non credo che sia così.

Grazie al rapido accesso ai socila media, vengono costantemente bombardati dalla verità che li circonda, possono leggere il tempo reale notizie da tutto il mondo quindi sono convinto che sappiano riconoscere quali sono i valori che contano e che ci sono persone disposte a morire per i propri ideali. I valori non si sono perduti ma sono soltanto meno chiari”.

Il fascismo è un tema tutt’oggi molto scottante e difficile da trattare che, nel film dei Taviani, ha un ruolo decisamente marginale. La guerra è infatti solo la cornice della storia d’amore tra Fulvia, Milton e Giorgio, tema che è tuttavia impossibile da ignorare.

una questione privata photocall

Ma se realizzare un film come Una Questione Privata crea dibattito ora, che reazione avrebbe suscitato dieci o anche venti anni fa? Per rispondere a questa domanda, Paolo Taviani ha raccontato un piccolo aneddoto legato all’uscita del primo film diretti con suo fratello Vittorio e con Valentino Orsini.

Il film in questione è Un Uomo Da Bruciare, datato 1962, liberamente tratto dalla vita di Salvatore Carnevale, sindacalista socialista di origini siciliane.

“Io e Vittoria abbiamo sempre fatto parte del Partito Comunita e quando abbiamo presentato il film al partito non abbiamo ricevuto pareri entusiastici. Ricordo che Mario Alicata [parlamentare comunista, partigiano nonché critico letterario] si alzò dopo la proiezione e ci disse che avevamo oltraggiato con il nostro film la memoria di Carnevale […]

Quello stesso anno presentammo il film alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia dove fu accolto molto bene da pubblico e critica […] Il giorno dopo andammo a leggere ansiosi le recensioni sui giornali e ci accorgemmo che alcune di loro non erano esattamente positive […]

Quello stesso pomeriggio incontrammo Amendola [si riferisce a Ferruccio Amendola] sulla spiaggia e fu proprio lui a farci ragionare sul fatto che le recensione negative non sono poi così importanti poiché i giornali non sono organismi autonomi ma vengono sempre influenzati dalle linee di partito”.

#RomaFF12: Luca Marinelli e il cast di Una Questione Privata sul red carpet

Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy e Valentina Bellé hanno sfilato sul red carpet della Festa del Cinema di Roma 2017 per presentare, in Selezione Ufficiale, Una Questione Privata, film basato sul romanzo di Beppe Fenoglio e diretto dai fratelli Taviani. Sul tappeto rosso anche uno dei due registi, Paolo:

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#RomaFF12: Love Means Zero, recensione del film di Jason Kohn

#RomaFF12: Love Means Zero, recensione del film di Jason Kohn

Love Means Zero è un ritratto esaustivo e particolareggiato su Nick Bollettieri, uno dei più grandi allenatori di Tennis di tutti i tempi. Il documentario è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma in abbinamento con Ferrari: race to Immortality, quasi a sottolineare un’abitudine domenicale, giornata notoriamente dedicata allo sport. Forse non avrebbe guastato invece proiettarlo come contrappunto documentaristico all’atteso film Borg vs McEnroe, i due famosissimi tennisti interpretati rispettivamente da Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf.      

Figlio di immigrati italiani, Nick Bollettieri ha oggi ottantacinque anni, è un’autentica leggenda vivente, visto che nelle sue mani sono passati i più grandi campioni di tennis, come Agassi, Courier, Becker,  Rios, Sampras, e anche campionesse donne come Capriati, Janković, Hingis, Seles, Šarapova, Venus e Serena Williams. All’inizio del film Bollettieri fa i conti e con sana presunzione afferma che i suoi campioni sono stati ben 186, aggiungendo che se qualcuno non ci crede può controllare sulle statistiche e sui documenti ufficiali.

Bollettieri, guidato nelle interviste da Jason Kohn, si mette a nudo, affrontando temi che riguardano anche la sua vita privata, le sue scelte personali, gli otto matrimoni, il dissesto finanziario e la rottura con suo figlio. A fargli da contrappunto o da sostenitori ci sono molti dei suoi collaboratori e alcuni dei suoi campioni, come Courier. Manca però la testimonianza di Andre Agassi, continuamente citato nella maggior parte del film, ma che ha deciso di non rilasciare dichiarazioni e non farsi filmare. Il rapporto conflittuale tra Bollettieri e Agassi è comunque ampiamente descritto nel libro Open, scritto dallo stesso tennista.

Love Means Zero, la recensione

Jason Kohn, autore di altri documentari come Manda Bala (Send a Bullet) e di un episodio della serie tv  Signal, alterna saggiamente e con grande mestiere le testimonianze con il materiali di repertorio, con molte sequenze inedite che riprendono gli atleti giovanissimi, agli albori della propria carriera. Ricostruisce quanto avvenuto nella famosa “Nick Bollettieri Tennis Academy” in Florida, dove le promesse del tennis venivano ospitate e addestrate quasi come in un accademia militare, condividendo vita, studi e allenamenti; condizione ideale per la nascita di grandi amicizie, di gelosie, di delusioni e attriti, che poi si sarebbero trascinati e trasformati nel corso di impegnative carriere sportive.

Kohn cerca di sottolineare nel suo percorso di inchiesta soprattutto quanto il prezzo del successo possa condizionare la propria vita e anche quella altrui.

Love Means Zero è un ottimo documentario, che rispetta perfettamente le regole narrative del reportage, senza però mai inventare, andare oltre, o provare a differenziarsi da un prodotto che sembra confezionato esclusivamente per appassionati di tennis.

#RomaFF12: Jake Gyllenhaal re del tappeto rosso – foto

#RomaFF12: Jake Gyllenhaal re del tappeto rosso – foto

Jake Gyllenhaal è la grande star del tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma 2017 di questa terza giornata.

L’attore ha calcato il red carpet dell’Auditorium per presentare Stronger, film che racconta la straordinaria parabola umana di Jeff Bauman, che ha scritto l’omonimo romanzo biografico che racconta i fatti della Maratona di Boston del 2013, a causa dei quali Bauman ha perso le gambe.

Anche il protagonista della storia e scrittore del romanzo era presente alla Festa. Ecco le foto:

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#RomaFF12: Jake Gyllenhaal presenta Stronger

#RomaFF12: Jake Gyllenhaal presenta Stronger

Jake Gyllenhaal e Jeff Bauman hanno presentato alla Festa del Cinema di Roma il film di David Gordon Green, Stronger, concedendosi alla stampa con una piacevolissima chiacchierata a metà tra vita, esperienze e ciò che un film del genere può insegnarci.

Bauman perse le gambe nell’attentato alla maratona di Boston nel 2013 e la sua esperienza e la sua vita sono state riportate sullo schermo da Gyllenhaal, che per l’occasione ha anche prodotto il film.

“Quando la storia è arrivata tra le mie mani era ancora in una prima bozza e mi sono ritrovato a ridere verso la quarta pagina, che non era assolutamente la mia aspettativa, sapendo di cosa avrebbe trattato la storia e avendo conosciuto Jeff solo attraverso la famosa foto”, ha raccontato l’attore, “Penso che la cosa che mi ha spinto a voler far parte di questa storia così intensamente è stato che probabilmente avevo tanto da imparare da essa. La storia parla di resilienza e difficoltà ma alla fine anche dell’opportunità che abbiamo di riemergere dai momenti più duri della nostra vita. E’ un tipo di storia che ha avuto un grande impatto sulla mia vita e avevo una grande voglia di raccontarla.”

Complici, molto in confidenza, amici, Jeff e Jake si scambiano sguardi e battutine durante le domande e così ricordano il loro primo incontro, “E’ divertente ripensarci ora, perché eccoci qui ad avere la nostra conversazione tradotta in un altra lingua e non avrei mai pensato di ritrovarmi qui seduto” racconta Jake Gyllenhaal e Bauman aggiunge, “Il nostro primo incontro è avvenuto proprio in un ristorante italiano a North Boston, quindi è come se si fosse chiuso il cerchio così!”.

“Incontrare Jeff mi metteva paura: lo vedete per come è, come si comporta, lui è una luce. Ha certe qualità che non avevo mai visto in nessun’altro e mi era stato dato il compito di interpretarlo. Mentre camminavo verso il ristorante ricordo di aver pensato ‘Non ce la faccio, non posso fare questa parte, non ho la sua forza, non c’è in me, non ci posso riuscire, non ho assolutamente quello che ha lui e che lo ha fatto sopravvivere’ e poi invece sono entrato e gli ho stretto la mano ed era la più dolce e gentile persona che avessi mai conosciuto e allora ho pensato che forse ce l’avrei potuta fare.” spiega l’attore, “Ed è proprio quello che fa lui, la sua presenza, la sua storia, fa pensare alle persone che magari ce la potrebbero fare anche loro, gli fa credere. Ed è esattamente così che mi sono sentito e da quel momento siamo diventati amici”.

Jeff Bauman è diventato un simbolo della maratona ma non si sente e non vuole essere chiamato eroe, “Non mi piace il termine eroe, sono altri gli eroi nella mia vita, persone a cui mi rivolgo e che mi ispirano per andare avanti. Ero alla maratona per amore, amore per mia moglie e madre di mia figlia, anche se ancora non era nata. Ero lì per essere presente nella vita di una persona, era la mia prima maratona e avevo creato un cartellone davvero bello, che mi piacerebbe avere ancora. Non sarei potuto essere altrove, semplicemente volevo esserci e non sono quindi un eroe, ma sono un ragazzo normale”.

Il film è focalizzato molto sullo stress post traumatico di Jeff Bauman e Jake Gyllenhaal si è preparato lavorando con amici che ne hanno sofferto, militari o persone che hanno avuto situazioni drammatiche nella loro vita e parlando con loro ha potuto capire una parte di quello che avevano provato.

La parte che ho apprezzato di più del film è proprio questa, non il dolore fisico, le cose che puoi vedere, ma le cose che non puoi vedere, cose che io non ho raccontato.” ha confessato Bauman,“Penso che Jake le abbia capite attraverso il mio viso, cosa potevo aver provato. Il film mostra situazioni anche molto cupe, come ad esempio la scena della doccia: quel momento racconta davvero tanto di come possa essere soffrire di PTSD. Quando succede qualcosa di traumatico la tendenza è l’isolamento e per i primi due anni e mezzo circa ho iniziato a bere per scappare dalla realtà, da quello che stava succedendo nella mia mente e al mio fisico. Il modo in cui Jake è riuscito ad interpretare quei momenti è stato molto potente e mi ha fatto piangere. Ho fatto tantissimi errori e il film me li ha mostrati, ma oggi finalmente sto bene mentalmente, sono un bravo padre e marito.”

“Sia quando scrivevo il libro che durante la produzione del film il mio pensiero era mostrare alle persone che si può sopravvivere, andare avanti e sopratutto non sono soli nella lotta, non è capitato solo a loro. Ed era anche importante fargli capire che devono chiedere aiuto alle persone che gli sono intorno, che è stata la parte più difficile per me nella mia convalescenza, cercare di riconnettermi con le altre persone. Spero quindi che arrivi un messaggio positivo dalla mia storia” riflette Bauman sul messaggio del film, e Gyllenhaal continua, “Quello che mi è parso di capire dalla storia di Jeff è che in quei momenti lui cercava di ricalibrare il suo mondo fisico, il suo mondo emotivo e psicologico, che gli era stato spazzato via letteralmente in un minuto. C’era una grande confusione intorno a lui e quella confusione l’ha anche portato a diventare un simbolo, che in realtà lo ha rallentato ancora di più perché sopraffatto da questa enorme responsabilità. La cosa affascinante della storia di Jeff era che doveva contemporaneamente essere un simbolo e cercare di capire cosa gli era successo fisicamente e penso che le intenzioni di tutti erano buone ma era diventato molto difficile per lui… E questo perché lui è semplicemente un essere umano. E questo è il tipo di combinazione per cui facciamo film, per mostrare a tutti che non è tutto così semplice come sembra e la parte più bella della sua storia è che ora è riuscito ad incarnare questo simbolo e se hai l’onore di parlare con lui, sai certo che ti renderà felice. Fa sentire tutti meglio intorno a lui e mi ha insegnato qualcosa grazie a quasi tutte le interazioni che ha avuto davanti a me.”

Infine Jake ha reso omaggio alle scelte della sorella Maggie Gyllenhaal, quando gli è stato chiesto come ma sia lui che la sorella facevano scelte artistiche e di carriera molto interessanti e di qualità: “Siamo stati cresciuti proprio come è stato cresciuto Jeff: da due genitori incredibilmente complicati. Quello che è sempre stato importante per loro è stato insegnarci a credere che c’è sempre qualcosa da dire che è più importante di noi stessi e ancora oggi agiamo pensando a questo… Facendo cose belle, ma facendo anche qualche casino. Anche se crediamo magari in cose diverse, mia sorella mi ha insegnato tantissime cose. Essere una donna in questa industria è molto diverso rispetto ad essere un uomo e penso che lei stia facendo un lavoro incredibile con la sua carriera, in particolare ora che si sta affermando come filmmaker, sta facendo parte della parte produttiva nella narrazione delle storie e affronta tantissime sfide da attrice. Per lei la cosa più importante è sempre stata essere onesta con se stessa come donna, in particolare riguardo a cosa significa per lei il femminismo e penso che lei sia bellissima. Essendo la mia sorella più grande, mi ha ispirato in talmente tanti modi, che è per questo che ho cercato di essere anche io così ma darei il merito anche ai miei genitori. A volte abbiamo successo, a volte arriva il fallimento, ma questo è quello in cui crediamo.”

 

#Romaff12: Jake Gyllenhaal “Nei film per me la parola d’ordine è preparazione”

Dopo aver presentato sabato il suo ultimo film Stronger, accompagnato dall’uomo da lui interpretato nel film Jeff Bauman, Jake Gyllenhaal è nuovamente tornato alla Festa del Cinema di Roma per essere protagonista di un Incontro Ravvicinato con il pubblico.

Leggi anche: Jake Gyllenhaal presenta Stronger

Pantaloni grigi, maglia bordeaux e capelli pettinati indietro, Jake è stato accolto da una Sala Sinopoli stracolma e da grandi applausi ad ogni clip mostrata, sul suo percorso artistico molto interessante. Tra smorfie, sorrisi al pubblico e gesti dolcissimi verso l’interprete Olga Fernando, a cui ha porto un bicchiere d’acqua mentre traduceva le sue parole con la gola secca, Jake è stato al centro di un incontro molto interessante e che ha soddisfatto i tantissimi fan accorsi per lui.

Unica nota dolente: il red carpet annunciato dagli organizzatori della Festa e poi annullato poco prima dell’incontro, che ha lasciato molti fan delusi (ma chi era in sala per l’incontro probabilmente ha guadagnato un autografo sul finale).

Jake Gyllenhaal si racconta al pubblico al #Romaff12

Sei le clip scelte dall’attore per raccontare la sua carriera e non si poteva non iniziare se non con il film del 2001 di Richard Kelly Donnie Darko, ormai diventato di culto e che ha definito il suo successo: “Rivedendomi non riesco a credere alla dimensione delle mie guance enormi in questo film! Per quanto riguarda il fatto che sia diventato un film di culto, penso sia dovuto al fatto che esistono più livelli, c’è sicuramente l’aspetto fanta-scentifico, c’è anche una storia umana che va al di là delle convenzioni, un aspetto un pò fuori dalle righe. E questo penso che riesca veramente a toccare profondamente le persone: quando uno riesce a provare una emozione, un empatia, sicuramente colpisce. Il lavoro di Richard Kelly è stato sicuramente antesignano, ma a volte succede pure che quando un film non va bene commercialmente, alla fine viene definito un cult movie!”

“Metto il cuore in tutto quello che faccio e io credevo molto in quella storia, anche se ero giovanissimo e non conoscevo molto del cinema a quell’epoca” continua Jake, “Per me la storia aveva un valore universale e trattava del passaggio dall’adolescenza all’età adulta in un modo totalmente diverso dai soliti film, tra feste o ragazze. Questo film invece corrispondeva a quello che provavo in quel momento, ai miei sentimenti ed ero sicuro che la stessa cosa sarebbe potuta succedere a tanti altri ragazzi, che si sarebbero rivisti nel mio personaggio”.

La seconda clip invece è tratta da Jarhead, film di Sam Mendes del 2005: “Sam Mendes essendo anche un regista teatrale ci ha fatto fare prove per un mese, prima di iniziare a girare e questa, oltre alla mia preparazione con amici dei Marines e nella marina, era un esperienza che non avevo mai fatto ed è stato utilissimo e mi ha permesso di entrare nel personaggio e capirlo”.

“Non c’è un genere cinematografico in particolare che mi piace,” racconta Jake, “Sono affascinato dall’esperienza umana e dall’inconscio, così come quando uno sogna, si sognano sempre cose diverse, a volte si ripetono ma non sono mai le stesse. Per questo mi piace molto sperimentare sempre cose nuove”.

Il film forse più famoso di Jake Gyllenhaal arriva alla terza clip, quando appare sullo schermo insieme al caro amico Heat Ledger in Brokeback Mountain, film del 2005 di Ang Lee e per cui vinse anche un BAFTA. “Lavorare con Ang Lee penso che sia il sogno di ogni attore, così quando ho sentito che stava facendo un altro film ho subito detto che ne volevo far parte. Appena ho letto il copione mi sono davvero commosso. C’erano diverse combinazioni di attori, alcuni erano magari spaventati o non volevano farlo, e lui voleva solo certe combinazioni di attori insieme: così io sarei stato preso solo in coppia con Heat. La decisione fu totalmente sua alla fine: ci incontrammo, ero un po’ a disagio, lui era seduto in un angolo, parlammo un po’ e poi mi chiese di andarmene. Poi ebbi la parte.”

“Mi hanno chiesto se avessi un po’ di remore nell’accettare una parte del genere, ma io non ragiono in questo modo. Per me questo ruolo non era correre un rischio: per me dall’inizio questa era solamente una storia d’amore e così l’ho valutata senza giudicare e senza pregiudizi” confessa Jake riguardo all’aver interpretato un omosessuale nel film, “I tempi sono cambiati oggi, vediamo storie tra persone dello stesso sesso ovunque nel mondo dello spettacolo, dalla tv al cinema, è accettata la cosa. Ma a quel tempo non era così, almeno parlando a livello di cultura popolare. Ora sono momenti davvero confusi: cosa sta succedendo in America adesso? Davvero non lo so, l’attualità è caratterizzata da degrado culturale e tante paure ma questo non fa che confermare le mie posizioni e quello in cui credo e quello che ritengo sia giusto nel profondo del cuore. Non so se questo film ha cambiato le cose ma sicuramente sono cambiate tante cose dal 2005 e siamo pronti ad accettare meglio quello che è giusto. E per giusto intendo semplicemente di amore tra due persone.”

Il film di David Fincher, Zodiac del 2007 è la quarta scena mostrata al pubblico e a riguardo l’attore ci ha svelato un aneddoto: “Abbiamo rigirato la scena con Mark Ruffalo per tre volte e quella che poi è andata nel montaggio finale è stata l’ultimo tentativo e a quel punto non sapevo nemmeno più cosa stavo dicendo. A volte le battute cambiavano però, non sono proprio capace di ripetere la stessa cosa per due volte di seguito!”.

Monda allora gli fa notare che invece, l’ospite del primo giorno Christoph Waltz, non lascia nulla all’improvvisazione: “Uh, sarebbe bellissimo lavorare con lui! Io non credo nelle regole, credo nel rispettare il testo ma credo anche nel rispettare il momento, il partner nella scena e il regista. Ho fatto dei film nei quali non ho dimenticato nemmeno una virgola della sceneggiatura ed altri invece nei quali il testo è stato abbandonato ed è stata tenuta solo l’essenza. Si parla di improvvisazione, a volte si gira una scena e viene perfetta ma magari poi di rigira e si cerca di improvvisare ricostruendo tutto quello fatto. Per me l’unica parola d’ordine è la preparazione: è l’unica struttura alla quale punto. La libertà sta dall’altra parte della disciplina.”

Leggi anche: Stronger, recensione del film con Jake Gyllenhaal

Per descrivere gli ultimi due registi, Jake dice “Ang Lee non è possibile descriverlo solo con una parola, ma è un cuore con le gambe. Mentre per David Fincher la parola è precisione”.

La quinta clip è tratta da Nightcrawler, film di Dan Gilroy che è anche stato in Selezione Ufficiale alla Festa nel 2014, in cui interpreta l’inquietante Louis Bloom: “Avevo nella mia testa un idea precisa di chi fosse questa persona e sapevo cosa lo spingeva a comportarsi in quel modo e lo avevo capito dai suoi discorsi nel copione, scritto brillantemente da Gilroy. Era evidente che questi discorsi dovevano essere pronunciati con un certo ritmo e che dovevano essere detti in modo che si capisse che non fossero improvvisati ma frutto di una riflessione molto attenta di Luois. Inconsapevolmente quindi quando li pronunciavo avevo un po’ lo sguardo fisso verso la persona davanti a me, un po’ come fa un animale quando punta la preda.” 

L’ultima clip scelta per descrivere la carriera di Jake Gyllenhaal è tratta da Nocturnal Animals di Tom Ford del 2016, “Si può parlare di un dolore straziante, per me questo film è come una metafora di ciò che ti accade quando ti si spezza il cuore” 

A conclusione dell’incontro, la clip scelta dall’attore come “Film della vita” era tratta da La Strada di Federico Fellini: “Questo è un film che ho nel cuore perché ancora prima che capissi cosa fossero i film, mio padre mi disse che il film che lo aveva convinto a voler lavorare nel cinema fu questo. Quindi dovrei ringraziare questo film per essere qui oggi, perché se lui non si fosse innamorato di questo film io probabilmente non sarei stato qui e non mi sarei innamorato anche io del cinema.”

Ed è proprio il regista italiano, il regista del passato con cui gli sarebbe piaciuto lavorare, mentre interrogato su un regista del presente, sorprendentemente nomina Pedro Almodovar: sarebbe una combinazione davvero interessante!

#RomaFF12: Incontro ravvicinato con David Lynch

#RomaFF12: Incontro ravvicinato con David Lynch

Con il suo inconfondibile ciuffo, David Lynch, uno dei registi più visionari della storia del cinema, è stato protagonista di un incontro ravvicinato con il pubblico alla Festa del cinema di Roma 2017. In questa occasione ha ricevuto anche il Premio alla Carriera consegnatogli, a fine incontro, da Paolo Sorrentino.

Raffiguro lo spazio unificato dove spazio e tempo non esistono. Ci sono una serie di forze, energia, amore e questo flusso è presente in ognuno di noi. Non va compresso ma lasciato fluire. Questo si raggiunge con la meditazione ma anche la musica è molto evocativa.

Formula consueta per gli Incontri Ravvicinati alla Festa di Roma, il pubblico ha avuto modo di guardare clip dai film dell’ospite, seguiti poi da commenti e domande in merito.

Eraserhead- La mente che cancella (1982)

Lei ha studiato arte. Prima di intraprendere gli studi per diventare pittore, cosa che peraltro è, era interessato al cinema?

Non ero per niente interessato al cinema. Non andavo a vedere film. Frequentavo Philadelphia e ne conoscevo le caratteristiche più negative: era sporca, degradata e sempre in preda al terrore. E amavo anche la sua architettura ,questi interni dai colori improbabili, i mattoni coperti da fuliggine. Il mio amore per le fabbriche è nato da Philadelphia ed è il mondo che raffiguro in Eraserhead.

Velluto blu (1986)      

Il film è una collaborazione con Dino de Laurentis che gli ha prodotto anche Dune (1984) anche se non aveva l’ultima parola. Con Velluto Blu ha avuto l’ultima parola?

Per Dune, pur non avendo l’ultima parola, ho firmato lo stesso. Era la cosa giusta da fare. Velluto blu  l’avrei fatto solo se avessi avuto l’ultima parola.

Come si svolge il processo di sceneggiatura? Si può parlare di improvvisazione?

Non parlerei di improvvisazione. Parlerei di idee che nascono. Le vediamo sul nostro schermo mentale, le sentiamo. Quando riemerge vengono restituite come frammenti. Le immagino come un rompicapo. Dai frammenti si costruisce la sceneggiatura e bisogna assicurarsi che sia rispettosa dell’idea originale.

Strade perdute (1997)

Personalmente vede un collegamento tra i vari film?

Strade perdute, Mulholland Drive, Inland Empire parlano di Los Angeles.

Mulholland Drive (2001)

Cosa  la affascina di Los Angeles?

Io sono andato a vivere a Los Angeles nel 1970.  Arrivai in città durante la notte e alla mattina vidi il sole e la sua luce meravigliosa. Inoltre la città non sembra avere limiti e questo significa libertà.  Ho come l’impressione che quest’atmosfera ritorni quando fioriscono i gelsomini.

Mulholland Drive nasce come progetto televisivo. C’è differenza tra cinema e televisione?

Creare per il cinema e per la televisione è esattamente la stessa cosa. Inoltre  la qualità delle immagini e suono in televisione  è molto migliorata.

Inland Empire (2006)

 Differenza tra celluloide e digitale

La celluloide è una tecnica bellissima ma si sporca, si rompe e pesa. Il digitale ha una qualità migliore e si possono fare milioni di cose dopo aver girato. Si schiude un mondo meraviglioso.

In un incontro con Bernardo Bertolucci ha parlato dell’alta definizione e ha affermato che mostra troppo. Non si può avere mistero. La pensa ancora così?

Amo molto Bertolucci. Molti la pensano che il digitale sia troppo plastico. Oggi ci sono tecniche che permettono di ottenere effetti più reali e di avvicinarsi alla realtà organica.

In seguito si parla degli artisti che hanno ispirato David Lynch. Uno di questi è  Francis Bacon.

Amo moltissimo Francis Bacon. Uno dei più grandi. Il modo in cui esplora l’organico, distruzione dei corpi organici e mostra la fenomenologia organica. Le idee possono nascere dal cinema ma anche da altre moltissime cose. A volte riesci a coglierle.

David Lynch
foto di Aurora Leone

#RomaFF12: incontro ravvicinato con Christoph Waltz

#RomaFF12: incontro ravvicinato con Christoph Waltz

Nel primo giorno della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma iniziano anche gli incontri con personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura. Nella sezione denominata “Incontri Ravvicinati” si avvicenderanno attori, musicisti, registi, scrittori e stranamente anche uno sportivo.

Il primo ospite è stato l’austriaco Christoph Waltz

Con la sua faccia da irresistibile canaglia, incorniciata dal suo originale sorriso sardonico, divenuto, film dopo film, un vero e proprio inconfondibile stilema anatomico. Waltz è amatissimo dal pubblico e a dimostrazione di questo si è formata per i corridoi dell’Auditorium una fila interminabile e paziente, che per ore ha atteso di poter incontrare il protagonista di tanti personaggi memorabili, entrati prepotentemente e giustamente nel panorama del cinema contemporaneo.

Prima dell’incontro, come una sommessa, ma neanche troppo, benedizione tarantiniana, sono passate sul grande schermo le immagini della notissima scena della gara di ballo di Pulp Fiction, con John Travolta e Uma Thurman, quasi a voler sottolineare la paternità di una clamorosa scoperta attoriale.

Waltz nasce a Vienna nel 1956 da genitori scenografi e con i nonni attori. Dopo aver studiato recitazione al Max Reinhardt Seminar di Vienna e al Lee Strasberg Theatre and Film Institute di New York, negli anni Novanta inizia la sua carriera cinematografica lavorando con Krzysztof Zanussi in Vita per vita – Padre Kolbe e in Fratello del nostro Dio. Nel 2009, avviene la svolta fondamentale della sua carriera e Quentin Tarantino gli affida il ruolo che lo renderà celebre, ovvero quello dello spietato istrionico nazista Hans Landa in Bastardi senza gloria, che gli frutta numerosi premi dal Golden Globe al BAFTA, fino all’Oscar® come Miglior attore non protagonista. Da quel momento tutti i più grandi registi faranno a gara per averlo nei loro film: Michel Gondry, Roman Polanski, Terry Gilliam, Tim Burton, Sam Mendes.

Il suo personaggio è quasi sempre un cattivo, o meglio un antagonista caratterizzato da un sarcasmo tanto istrionico quanto crudele, che si bea nel giocare, con ardite disquisizioni, con le sue vittime di turno.

Durante l’incontro, condotto da Antonio Monda, si sono alternati spezzoni di film con momenti di puntuale chiacchierata, spigliata.

Si inizia chiaramente con Bastardi senza gloria. E Waltz ci tiene a sottolineare che non è solito improvvisare ma che segue in maniera ubbidiente tutte le indicazioni e i suggerimenti che provengono dal regista, in quel caso Tarantino. Racconta di come nei suoi film tutto sia scritto sul copione e come ogni particolare sia pensato e progettato in precedenza alle riprese, anche cose che potrebbero sembrare fortuite o frutto di fortunate intuizioni di set, come ad esempio la felice trovata della parola “Bingo!” . Waltz sostiene di essere un estimatore fedele dello script e di considerare importate ogni parola, ogni annotazione, ogni virgola. E nonostante per lui Tarantino sia un grande fabbricatore di immagini, dall’indiscusso talento visivo, è però prima di tutto un geniale e sapiente sceneggiatore.

E’ poi la volta di Carnage di Roman Polanski.

Waltz accenna alle differenze di due forti personalità autoriali come quella di Polanski e Tarantino, ribadendo per entrambi la totale mancanza di improvvisazione e di rispetto quasi religioso dello script.

Christoph Waltz e Antonio Monda
Christoph Waltz e Antonio Monda – Foto di Aurora Leone © Cinefilos.it

Dopo una sequenza di The legend of Tarzan di David Yates gli viene chiesto perché interpreti sempre il ruolo del cattivo. Lui risponde che nella sua carriera non è stato sempre cattivo, ma che il sistema hollywoodiano porta a ripetere fino all’eccesso quello che va bene, quindi dopo i primi ruoli azzeccati è risultato normale vederlo in situazioni similari, garanzia di successo al botteghino. E comunque fare il cattivo, o meglio l’antagonista, permette di divertirsi di più; ruoli del genere, a detta di Waltz, sono pieni di sfumature e offrono a un interprete la possibilità di costruire con vivacità e un’infinità di colori la propria interpretazione.

Non crede nell’immedesimazione, troppe volte mitizzata e sopravvalutata.

Dice che per fare un nazista non c’è bisogno di costruire un campo di concentramento e nemmeno essere internati in manicomio per interpretare un folle. L’importante è scatenare l’immaginazione, seguendo le indicazioni che lo script contiene.

Accenna poi ai suoi punti di riferimento, ammettendo però di non dargli troppo peso, perché le suggestioni e le infatuazioni variano nel tempo, in base alle proprie esperienze e agli stati d’animo. E poi sostiene che ogni attore, per quanto grande possa essere stato, ha fatto buoni film, ma anche film mediocri e a volte decisamente brutti. Cita come esempio Marlon Brando e Humprey Bogart.

Afferma con convinzione che l’ammirazione non deve mai diventare ideologia.

Scorrono altre sequenze, tratte da Downsizing di Alexander Payne, film di apertura alla recente Mostra di Venezia, poi Django di Quentin Tarantino e infine tre momenti tratti dai suoi film preferiti: Il Momento della Verità di Francesco Rosi, Vivere di Akira Kurosawa e I Vitelloni di Federico Fellini. Cita il suo scrittore preferito Jorge Louis Borges e Pierpaolo Pasolini. Racconta della sua infatuazione per l’opera lirica.

Conclude dicendo che la cosa fondamentale è vivere e non valutare.

#RomaFF12: il red carpet di The Place

#RomaFF12: il red carpet di The Place

Paolo Genovese ha chiuso la Festa del Cinema di Roma 2017 presentando il suo ultimo film, The Place. Il regista, insieme al cast, ha sfilato sul tappeto rosso di chiusura della dodicesima edizione dell’evento.

Presenti sul red carpet: Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, il regista Paolo Genovese, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Silvio Muccino, Silvia D’Amico, Alessandro Borghi, Valerio Mastandrea, Vinicio Marchioni. 

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#RomaFF12: Ian McKellen, la vita e l’arte, tra Shakespeare, X-Men e Gandalf

Un racconto torrenziale e vivace, accompagnato da un gesto da un sorriso. L’irrequietezza del grande interprete, il calore dello showman, la bellezza di una vita vissuta per l’arte, gli amici e la fedeltà alla propria identità: Ian McKellen, per il grande pubblico Gandalf e Magneto, ha letteralmente incantato il pubblico della Festa del Cinema di Roma.

Vita privata, carriera, figli non voluti e ruoli ricercati, in poche battute e tanta energia, ecco l’Incontro Ravvicinato con lo straordinario e vitale interprete.

Il coming out

“Qualunque persona gay abbia fatto coming out, vi dirà che è la cosa migliore mai fatta. Perché tutto migliora, si diventa più sicuri e per me, per esempio, il lavoro è diventato migliore, sono diventato un attore più bravo a detta di tutti. Non dovevo più fingere. Ma capisco che non è semplice per tutti. Ho incontrato ragazzini nelle scuole che a 13 o 14 anni conoscono e parlano della propria sessualità, e hanno fatto una cosa che io ho impiegato 40 anni per fare.”

Gli inizi

“Il passaggio al cinema è stato difficile. Ho fatto un provino per Barbarella con Jane Fonda, da giovane, e una volta a Cinecittà un altro provino per un bandito siciliano. Mi vestirono di tutto punto ma dissero che ero troppo meravigliosamente inglese per quella parte. Non ce l’ho fatta. Soltanto quando ho lavorato con Judi Dench in un piccolo teatro ha cominciato a pensare che recitare poteva significare anche comunicare a un pubblico piccolo e vicino. Così mi sono preparato per quando avrei avuto la mia grande opportunità sul grande schermo, ed è arrivata a 60 anni. Per questo dico sempre ai giovani attori ‘non aspettate che la vostra carriera decolli. Dovete essere pronti a cogliere l’occasione quando arriverà.’ Bisogna pensare ad avere una carriera, non all’essere ricco e famoso, questo non c’entra niente con l’essere attore. Tutto avviene al momento giusto, se avessi interpretato quel bamndito siciliano a 24 anni forse non avreste più sentito parlare di me.”

ian mckellenI figli

“Fino a quando ho avuto 29 anni, per me era illegale fare sesso, era reato, figuriamoci l’idea di avere figli o adottarli. Ma non ho mai pensato ad avere figli, sono troppo egoista. Ma ho comunque tanti giovani fan. L’altro giorno è venuto da me un bimbo di 5 anni, era con i genitori, e mi ha detto ‘voglio fare una foto con Gandalf’. Non è una cosa dolcissima? E non devo nemmeno occuparmi della sua istruzione o di dirgli che è ora di andare a letto!”.

Eduardo De Filippo

“Eduardo De Filippo, non è proprio italiano, vero? È napoletano. Non l’ho mai visto sul palcoscenico, anche se la sua compagnia venne a Londra negli anni ’60. Conoscevo le sue opere e alcune le ho recitate. Una volta venne la sua vedova a trovarmi e in lacrime mi disse che assomigliavo moltissimo a lui quando recitavo quel ruolo. Una volta ero a Milano, mi aveva invitato Giorgio Strehler, e lui mi aveva organizzato una lettura di Shakespeare, dalla Tempesta, l’ultima sua opera. Io l’ho recitata in inglese e lui in italiano. E solo dopo De Filippo si alzò e fece lo stesso in napoletano. Quindi ho lavorato con lui. E amo molto l’idea della creazione di opere per un luogo specifico, una società specifica, per persone che conosci, per chi vive vicino a te. E lui l’ha fatto con la famiglia, con gli studenti, con una Compagnia. E questo è l’ideale. Avrei voluto far parte di una compagnia come quella, lui è una parte importante del mio cuore.”

Shakespeare – Riccardo III

“Mi commuove molto che il più grande inglese che sia mai vissuto non sia un militare, un politico, non un re o un industriale, ma un attore che ha scritto delle opere teatrali. La sua grandezza ha molte caratteristiche, ma essenzialmente lui conosceva la natura umana meglio di tutti gli altri scrittori. Era affascinato da un servo e allo stesso modo da un re. In un senso, lui è il padre di tutti noi, perché ci capiva e ci capisce meglio di chiunque altro. Per me lui è ancora vivo e ancora oggi le sue opere hanno un signifito contemporaneo, perché la natura umana non è cambiata in questi 450 anni. Questo può rassicurare, o forse no. Quindi sì, Shakespeare appartiene al teatro e da giovanissimo mi piaceva pensare che potevo riempire i grandi teatri, ne ero molto orgoglioso. Ma poi mi sono trovato a interpretare il Re Lear in un teatro con appena 300 posti. Per il fatto che Shakespeare rimane uno scrittore moderno, credo sia giusto che venga rappresentato anche in modi moderni. La tv e il cinema. Ed è per questo che dopo aver portato in giro per il mondo Riccardo III, ho deciso che si poteva portare a un pubblico più ampio con il cinema.”

Cinema, teatro e televisione – Vicious

“Ho fatto tv in Vicious, una sit com con Derek Jacobi, con cui studiavo. Ero innamorato di lui, e lui di me forse, ma all’epoca era proibito per legge amarci. E adesso è troppo tardi perché lui è sposato. Ognuno dei media che conosciamo ha i propri meriti. In tv per esempio raggiungi milioni di persone nello stesso momento. Nel caso del cinema lo fai nel corso degli anni. Ma devo confessare che sono affascinato sopra ogni cosa dal teatro dal vivo, perché è vita. Tu sei qui, io sono qui adesso. Non è per domani o per ieri, è per noi adesso. Il teatro dal vivo è la vita (life theatre is life). Qualcuno mi chiede ‘perché fai le sitcom in tv?’. Perché non cogliere l’occasione di intrattenere le persone? Ho anche partecipato alla soap opera più lunga della storia della tv inglese, Coronation Street. Faccio anche improvvisazione con Ricky Gervais, e non lo trovo affatto al di sotto di me. Anzi penso che se posso fare questo sono un vero attore. Non ho ancora fatto musical, ma da grande vorrei farlo.”

Il legame con i personaggi – L’allievo

“Chiunque abbia la mia età conosce bene il nazismo e i nazisti. Quando ero ragazzino, dormivo sotto una tavola di metallo, in attesa dei bombardamenti tedeschi. La guerra era parte quotidiana delle nostre vite ed ero un ragazzino durante la guerra. Ma se fossi stato un uomo? Cosa avrei fatto in circostanza estreme? Se il governo del mio Paese sarebbe marcito, io sarei marcito con lui? Fare l’attore vuol dire essere in grado di fare qualunque cosa, decidere di diventare un nazista o no, di amare, di non amare più. Tutti siamo capaci di fare qualunque cosa, di odiarci, di uccidere. E fare l’attore ci permette di fare le cose per finta.”

Gli X-Men come Shakespeare

“Non ho mai letto i fumetti degli X-Men, ma Bryan Singer mi disse che si trattava di mutanti con qualità speciali che venivano temuti e ignorati dalle persone normali. Mi disse anche che nelle statistiche demografiche di vendita della Marvel, i fumetti e in particolare quelli degli X-Men erano i più venduti soprattutto per i lettori che rappresentavano delle minoranze, come neri, gay ed ebrei. In pratica X-Men parla di diritti civili e nella storia ci sono due posizioni, quella conciliante del professor X e quella violenta di Magneto. X-Men potrà anche avere una radice a fumetti, ma ha la stessa importanza dei temi trattati da Shakespeare.”

La Compagnia – Signore degli Anelli e Lo Hobbit

“Abbiamo fatto tanti film insieme. Eravamo come una compagnia di giro e abbiamo girato tutta la Nuova Zelanda (intanto si spoglia, togliendosi la giacca e la camicia, arrivando a mostrare la spalla nuda e il tatuaggio che ha fatto insieme agli altri membri del cast del film di Peter Jackson, un numero 9, in caratteri elfici, come i 9 compagni della Compagnia dell’Anello). È un posto bellissimo, le donne hanno posizioni di potere, è stato il primo Paese a dare il voto alle donne, trai primi a concedere la possibilità di sposarsi ai gay. E sono molto orgoglioso del fatto che per un anno la faccia di Gandalf è stata scelta per comparire su un francobollo. Abbiamo girato tutto il Paese anche se molte scene erano comunque in studio.”

Gandalf il GrigioEssere gay a Hollywood – Demoni e Dei

Quando fu nominato agli Oscar per l’interpretazione di James Whale (regista di Frankenstein) disse che non avrebbe vinto perché era inglese e gay. “Ricordate chi vinse quell’anno? Roberto Benigni. Non è sicuramente inglese né gay. Quel film però fu un punto di svolta perché interpretavo il protagonista in un film di Hollywood che ha ricevuto enormi consensi da parte della critica. All’epoca vivevo a Hollywood. James Whale, negli anni ’30, era il regista più pagato di Hollywood, viveva apertamente la sua omosessualità e a nessuno importava. Quindi quando qualcuno mi dice che la sua omosessualità va nascosta perché potrebbe avere difficoltà al lavoro, nella vita, io rispondo sempre, guardate la storia di Whale in Demoni e Dei e capirete come vi sbagliate.”

#RomaFF12: Ian McKellen superstar del red carpet

#RomaFF12: Ian McKellen superstar del red carpet

Tra gli ospiti più attesi in assoluto della Festa del Cinema di Roma 2017, Sir Ian McKellen ha sfilato sul tappeto rosso dell’Auditorium subito dopo aver partecipato all’incontro ravvicinato con il pubblico e poco prima della presentazione di McKellen: Playing the part, documentario sulla sua vita e carriera diretto da Joe Stephenson.

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#RomaFF12: Hostages, recensione del film di Rezo Gigineishvili

#RomaFF12: Hostages, recensione del film di Rezo Gigineishvili

Hostages – E’ il 1983 quando un gruppo di ragazzi, tutti studenti della scuola di belle arti, decide di abbandonare il regime oppressivo sovietico fuggendo dalla Georgia verso la vicina Turchia.

Assuefatti alle sigarette americane e ispirati dalla musica trascinante dei Beatles, i ragazzi decidono di prendere con la forza il controllo di un aereo regionale e di dirottarlo verso la Turchia, un posto dove cominciare una nuova vita. Ma la paura e soprattutto l’inesperienza dei giovani dirottatori ha la meglio e, in pochi minuti, quello che doveva essere un semplice volo, si trasforma in tragedia.

Il sesto giorno della Festa del Cinema di Roma si apre con Hostages, il nuovo film di Rezo Gigineishvili ispirato a fatti realmente accaduti. Si parla della Georgia della fine degli anni ottanta del novecento, un paese completamente assoggettato al governo sovietico dove i cittadini erano costretti a vivere rinchiusi quasi come degli animali in gabbia.

Hostages

I confini dello stato, infatti, erano chiusi e chiunque osasse ribellarsi alle leggi russe, andava incontro a pene severe e spesso anche alla morte. Il cosiddetto ‘caso dei ragazzi dell’aereo’ è un fatto di cronaca venuto alla luce soltanto alla fine della Perestrojka nel 1991, anno che ha di fatto sancito l’indipendenza dello stato dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Hostages di Rezo Gigineishvili è di fatto un thriller che punta i riflettori su di un periodo storico assai travagliato per la Georgia, richiamando alla memoria uno dei peggiori dirottamenti aerei degli anni ottanta.

Si parla di giovani culturalmente evoluti, di buona famiglia, appartenenti alla classe medio borghese dell’epoca, studenti modello con una grande passione per l’arte. Ad un occhio disattento le loro vite possono sembrare quasi perfette ma c’è qualcosa che questi ragazzi bramano e che purtroppo non riescono ad ottenere: la libertà.

Hostages

Sin dai primi minuti di film, si avverte un senso di profonda inquietudine pervadere ogni scena che ci accompagna per mano fino alla conclusione. Ad una prima parte però molto lenta, fatta di tempi eccessivamente dilatati e inutili scene filler, nel film segue una seconda parte invece assai più dinamica.

Nel momento in cui i protagonisti mettono piede sull’aereo, l’atmosfera si fa più pesante e l’incertezza iniziale lascia il posto a paura e paranoia. Ma proprio quando sul velivolo si scatena l’inferno e Hostages inizia a diventare un film davvero interessante e coinvolgente, di colpo l’azione si interrompe lasciando di nuovo il posto alla staticità iniziale. A non convincere inoltre, oltre all’approssimativa sceneggiatura, sono i personaggi che non riescono, nemmeno nelle scene più drammatiche, a suscitare empatia nello spettatore.

#RomaFF12: Go Nagai racconta il suo Mazinga Z Infinity

#RomaFF12: Go Nagai racconta il suo Mazinga Z Infinity

La Festa del Cinema di Roma 2017, in collaborazione con Alice nella città, presenta in anteprima mondiale Mazinga Z Infinity, il nuovo film del robot gigante creato da Go Nagai 45 anni fa e ancora amatissimo.

Proprio il maestro Nagai è arrivato a Roma per raccontare il nuovo film e il futuro del personaggio.

Qual è il rapporto di Mazinga Z e di Go Nagai con l’Italia?

“Quando l’ho pensato, ho indirizzato la mia creatura ai bambini giapponesi. Non immaginavo assolutamente che avrebbe attraversato l’oceano e il mondo, quindi il fatto che i temi scelti, questo robot, abbiano superato il mare e siano arrivati fino a qui, mi rende molto felice.”

I temi del manga sono sempre stati più duri e crudi di quelli dell’animazione, ma adesso questa differenza è stata appianata. Oggi, Mazinga Z parla sempre ai bambini o a un pubblico di adulti?

“Gli stessi protagonisti della storia sono cresciuti e affrontano temi più complicati adesso, ma l’assunto di base è sempre lo stesso, si combatte contro il male. Resta completamente attuale.”

Il film racconta di un nuovo inizio di Mazinga Z. È corretto interpretarlo in questi termini?

“Per la prima volta una storia di Mazinga Z non parte da un’ambientazione giapponese, quindi, sì, c’è un’apertura, un nuovo inizio che speriamo possa dare nuovi frutti. Sicuramente ci saranno nuove strade. Io ho sempre puntato sul futuro e lo stile nuovo del nuovo personaggio preannuncia nuove battaglie.

Il futuro sarà quello che porta in direzione di un universo condiviso in cui si riuniscono le sue creazioni e che dovrebbe ricalcare quello realizzato da Marvel al cinema.”

Il Dottor Inferno dice di essere tornato perché gli umani, i politici sono stati incapaci di gestire la pace. Il nuovo Mazinga Z riflette su questo aspetto?

“Era importante che si parlasse di valori condivisi. I protagonisti si riuniscono per avere uno scopo, un obbiettivo comune. Era importante anche che i temi trattati venissero attualizzati. Nella società moderna, la diversità di pensiero può essere qualcosa di pericoloso, nel senso che se non si ha uno scopo comune è difficile affrontare le difficoltà.”

Come sta vivendo il nuovo conservatorismo in Giappone?

“La situazione politica giapponese va verso la chiusura, certo io non mi andrò ad esporre per quello che penso in merito. Ma da persona sono preoccupato per quelle che possono essere le relazioni con i Paesi che ci stanno intorno, e vorrei che venisse data la priorità alla coesistenza pacifica.”

#RomaFF12: gli spettatori premiano Borg McEnroe

#RomaFF12: gli spettatori premiano Borg McEnroe

Borg McEnroe di Janus Metz Pedersen si è aggiudicato il “Premio del Pubblico BNL” alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Borg McEnroe arriverà nelle sale italiane giovedì 9 novembre, distribuito da Lucky Red.

SINOSSI

Da una parte l’algido e composto Bjorn Borg, dall’altra l’irascibile e sanguigno John McEnroe. Il primo desideroso di confermarsi re incontrastato del tennis, il secondo determinato a spodestarlo. Svelando la loro vita fuori e dentro il campo, Borg McEnroe è il ritratto avvincente, intimo ed emozionante di due indiscussi protagonisti della storia del tennis e il racconto, epico, di una finale diventata leggenda: quella di Wimbledon 1980.

Borg McEnroe, recensione del film con Shia LaBeouf

Il “Premio del Pubblico BNL”, in collaborazione con il Main Partner della Festa del Cinema, BNL Gruppo BNP Paribas, è stato assegnato dagli spettatori: utilizzando myCicero, l’app ufficiale della Festa del Cinema “RomeFilmFest” (realizzata da Pluservice), e attraverso il sito www.romacinemafest.org, il pubblico ha espresso il proprio voto sui film in programma nella Selezione Ufficiale.

#RomaFF12: Forzen – Le Avventure di Olaf, il red carpet animato

#RomaFF12: Forzen – Le Avventure di Olaf, il red carpet animato

Enrico Brignano e Serena Rossi hanno sfilato sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma 2017 per presentare il nuovo cortometraggio Disney, Frozen – Le Avventure di Olaf, in cui tornano a prestare la voce ai personaggi del pupazzo di neve Olaf e della Principessa Anna, ruoli già interpretati per Frozen – Il Regno di Ghiaccio.

Il cortometraggio arriverà al cinema in testa a Coco, nuovo film Disney Pixar. Di seguito le foto dal red carpet:

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#RomaFF12: Fiorello protagonista dell’Incontro Ravvicinato

#RomaFF12: Fiorello protagonista dell’Incontro Ravvicinato

Con una giacca rossa come il logo dell’Edicola Fiore, Fiorello è stato protagonista di un incontro ravvicinato con il pubblico all’interno della Festa del cinema di Roma 2017. Lo showman siciliano è stato il mattatore indiscusso di grandi show di successo come Stasera Pago Io, Stasera Pago Io – Revolution, Fiorello Show, Il più grande spettacolo dopo il week-end.

In teatro l’abbiamo visto recentemente in tour con lo spettacolo L’ora del Rosario. Da alcuni anni sfrutta i social e i nuovi dispositivi ne la rassegna stampa quotidiana  L’Edicola Fiore e  nel suo nuovo programma nato per Facebook: Il socialista.

In occasione di questo incontro ravvicinato tenuto in presenza del direttore della Festa del cinema di Roma Antonio Monda, Fiorello ha parlato di cinema senza risparmiare momenti di show.

Non guardo i film coreani che di solito vincono a Venezia, tipo Il volo del calabrone. Io ho iniziato con i film di Maciste che guardavo da bambino al cinema Musmeci di Augusta vicino alla caserma in cui lavorava mio padre. Mio padre, appuntato della Guardia di Finanza, mi portava al cinema alle 16 e mi veniva a prendere alle 20.

foto di Aurora Leone

Monda, per cominciare, ha chiesto a Fiorello di elencare i suoi film preferiti. Si comincia con appunto un film di Maciste intitolato Maciste Gladiatore di Sparta (1965) diretto da Mario Caiano. Viene mostrata una sequenza di un combattimento tra Maciste e una scimmia. Davanti alla palese finzione Fiorello dichiara

Da bambino credi a tutto. Io restavo affascinato anche dalla verosimiglianza dei massi di polistirolo. Ero innamorato di tutto questo. C’era un grado di recitazione pazzesco.

La sua classifica comprende poi E Dio disse a Caino (1970) diretto da Antonio Margheriti, Cinque dita di violenza (1972) di Jeong Chang–hwa, La febbre del sabato sera (1978) di John Bodham, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1978) di Steven Spielberg e Che vita da cani (1991) di Mel Brooks.

La seconda parte dell’incontro si è incentrata sui film interpretati da Fiorello. Si parte da Cartoni animati, film diretto dai fratelli Citti.

Nel film si parla di barboni che vivono appunto in cartoni. L’abbiamo girato a Fiumicino e inevitabilmente passava un aereo ogni sette secondi. Gli attori erano tutte persone prese dalla strada che dopo le riprese erano irreperibili e per questo quando si è trattato di montare il film ho dovuto doppiare quasi tutti i personaggi.

Si continua con il film Il talento di Mr. Ripley, film del 1999 diretto da Anthony Minghella. Di questo film è celebre la scena in cui canta Tu vo’ fa l’americano con Jude Law e Matt Damon.

In questo film mi chiamo Fausto e questa scena in cui canto il grande successo di Renato Carosone è stata scritta per me. Inoltre ho girato anche un’altra scena in cui emerge il corpo senza vita di Stefania Rocca e io mi butto in acqua in preda alla disperazione. Questa scena l’ho dovuta ripetere trentasei volte perché dovevo arrivare perpendicolare a una barca ma è stata tagliata in fase di montaggio.

Fiorello conclude con il film Passione di e con John Turturro, film del 2010 e con la rivelazione che in passato ha ricevuto una proposta per il film del 2009 Nine, diretto da Rob Marshall.

Quando mi hanno proposto il ruolo mi hanno detto che la mia battuta era a pagina 121 del copione. La cerco ma non vedo il mio nome scritto. Richiamo e mi dicono di guardare meglio. Leggo la didascalia e scopro che io facevo parte dell’arredamento. Ho rifiutato il ruolo. Mi avrebbe solo rovinato le vacanze.

#RomaFF12: David Lynch sul red carpet

#RomaFF12: David Lynch sul red carpet

Il grande regista visionario David Lynch ha partecipato alla serata di chiusura della Festa del Cinema di Roma 2017, protagonista di uno degli ultimi Incontri Ravvicinati con il pubblico della kermesse romana.

Di seguito le foto dal tappeto rosso del grande regista statunitense:

Il regista ha ricevuto dalle mani di Paolo Sorrentino il Premio alla Carriera della dodicesima edizione della Festa.

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#RomaFF12: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

#RomaFF12: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

Dakota Fanning ha presentato ad Alice nella Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2017, il suo nuovo film, Please Stand By.

Ecco le foto del tappeto rosso dell’attrice americana:

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#RomaFF12: da attrice a regista, Vanessa Redgrave presenta Sea Sorrow

I grandi del cinema continuano ad arrivare sul tappeto rosso del Festival di Roma e oggi è stata la volta dell’attrice premio Oscar, Vanessa Redgrave che ha presentato il suo primo lavoro da regista.

Dopo aver conquistato il pubblico dell’ultima edizione del Festival di Cannes, il documentario Sea Sorrow arriva anche in Italia e a presentarlo è la stessa regista, una Redgrave particolarmente agguerrita. La sua opera prima tratta la difficile questione dei migranti che ormai affligge non solo l’Europa ma il mondo intero.

Ormai da anni migliaia di persone, in fuga dalla guerra, hanno deciso di tentare il tutto per tutto mettendosi nelle mani di scafisti senza scrupoli e di attraversare le acque internazionali per cercare rifugio altrove.

Il documentario di Vanessa Redgrave, girato in più location in giro per il mondo, ci fornisce un quadro molto ampio della questione migranti e degli aiuti concreti forniti a queste popolazioni in fuga. Si parla di uomini, donne, bambini, famiglie intere costrette ad affrontare l’ignoto e a contare solo sulle proprie forze.

La Redgrave, oltre a mostrare il grande lavoro dei volontari delle onlus, che offrono assistenza a persone meno fortunate, accusa i governi di tutti i paesi coinvolti, compresi quello italiano e inglese, di non fare abbastanza per garantire a queste persone i naturali diritti umani.

Vanessa Redgrave

Non voglio essere sgarbata ma chiamare queste persone ‘migrante’ pare sia diventata una malattia, soprattutto per i media. Chi muore nel mare inseguendo la vita e non la guerra non può essere chiamato migrante. Queste non sono persone che migrano, interessate a cambiare paese, a lasciare la propria terra per andare a raccogliere uva o pomodori lontani da casa […] E’ una parola che viene dalla destra, usata soprattutto dai politici di destra ma i diritti umani sono sia della destra che della sinistra […]

Ci sono persone comuni che raccolgono fondi per i profughi e il governo invece non fa nulla […] Ricordo che Benedict Cumberbatch stava facendo Amleto e a fine spettacolo chiese al pubblico di fare delle donazioni […] C’è chi dice che il nostro sia un governo senza speranza ma questa definizione è troppo gentile: i nostri politici sono ‘less than nothing’ (meno di niente)”.

Fare della sua prima opera da regista un documentario di denuncia politico-sociale, è stata per Vanessa Redgrave una decisione tutto sommato molto semplice. L’attrice ha raccontato infatti di aver vissuto sulla sua stessa pelle, quando era appena una bambina, gli orrori della guerra.

leggi anche: #RomaFF12: A proposito di Michael Nyman, conversazioni di cinema e musica

Vanessa Redgrave

Quando avevo quattro anni, durante la guerra, ho iniziato a recitare non perché desiderassi fare l’attrice ma perché volevo raccogliere soldi per le persone meno fortunate di me. Il primo spettacolo l’ho fatto insieme a mio fratello quando ero appena una bambina e gli spettatori erano solo dodici […] ricordo che dimenticai le battute e dovemmo ricominciare tutto daccapo […] Volevo a tutti i costi raccogliere soldi per darli ai Marinai che ci portavano il cibo attraverso l’Atlantico […]”

Ma la Vanessa Redgrave regista di Sea Sorrow non ha dimenticato i suoi anni da attrice. Negli anni sessanta e settanta infatti si ricordano alcune delle sue interpretazione più belle come quella in Morgan, matto da legare (1966), Giulia (1977) – film grazie a cui ha vinto l’Oscar nel 1978 – e ovviamente in Blow-Up (1966) del grande Michelangelo Antonioni.

Vanessa Redgrave

I sessanta sono stati per me anni molto fortunati perché ho avuto l’onore di lavorare con grandi registi ed attori ma il periodo storico non era dei migliori […] Erano gli anni della guerra del Vietnam, delle rivolte studentesche […] anni di repressione e censura […] Ricordo che il governo inglese in quegli anni vietò la pubblicazione del libro L’amante di Lady Chatterley […] i gay era ritenuti dei fuorilegge e venivano perseguitati […] Molto spesso mi sono unita ai soldati per manifestare contro la guerra […] E’ giusto ricordare le cose belle di quell’epoca ma bisogna ricordare anche quelle brutte: abbiamo tutti bisogno di un promemoria al giorno d’oggi.

Quanto a Michelangelo Antonioni, beh, lui per me era un Dio del cinema. Quando ho saputo che lui mi voleva in un suo film ho subito pensato: ‘Oh mio Dio, avrò un ruolo come quello di Monica Vitti’ […] Io volevo essere proprio come lei, volevo diventare come Monica, bellissima e bionda […] e invece Antonioni mi volle nera [ride]. Quando mi prese per Blow-Up ricordo che venne a Londra e mi fece andare in dieci diversi saloni perché nessuno dei parrucchieri inglesi riusciva a capire lo styling che aveva scelto per me […] Voleva dei capelli neri con delle strisce bianche ma nessun parrucchiere riuscì ad accontentarlo così ci ha rinunciato”.

#RomaFF12: Cuernacava, la recensione del film di Alejandro Andrade

In una sala semi deserta è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma Cuernacava di Alejandro Andrade, apprezzato regista messicano di serie tv e documentari. Un film che forse sarebbe stato più adatto ad Alice nella Città, piuttosto che nella selezione ufficiale.

Andy è un ragazzo introverso che vive solo con la madre. Non ha amici, il padre è lontano e fa fatica a inserirsi nel contesto scolastico,  a rapportarsi con i suoi coetanei. Un giorno sua madre viene uccisa durante una rapina e il ragazzo viene mandato temporaneamente dalla nonna, a Cuernacava, una cittadina nel cuore del Messico, tanto bella, quanto pericolosa.

Trovando un vecchio cellulare comincia a cercare di contattare di nascosto il padre, visto che la severa nonna sembra non volergli rivelare la verità su di lui. Durante la sua permanenza forzata stringerà amicizia con la figlia della donna, una ragazza down che alleva e cura ossessivamente gatti. Stringe anche amicizia con un giovane giardiniere, che lo porterà a perdersi nel suo stile di vita balordo.

Il film si apre con una sequenza folgorante, dove un frutto polposo cade da un albero e viene divorato dalle formiche. La ripresa al rallentatore esasperato, di tipo scientifico, e l’utilizzo del macro per riprendere i famelici insetti rendono questa introduzione la giusta metafora di quanto poi verrà narrato nel corso della storia. Si ritrovano poi altri momenti simili il più punti della pellicola, che fanno da contrappunto di morte a quell’apparente bellezza, che è in realtà solo una patina di superfice.

Alejandro Andrade costruisce un impalcatura solida e funzionale, ma eccessivamente fredda, che non riesce mai a coinvolgere e permettere di empatizzare con il ragazzo protagonista, sicuramente molto bravo, ma non abbastanza libero di giocare con quella gamma di sentimenti che il suo personaggio richiederebbe. Anche la nonna, interpretata da Carmen Maura, soffre dello stesso limite. È sempre severa, trattenuta, senza lasciar trasparire quel briciolo di fragilità di cui è invece carica. Sono scelte, certo, e non si può dire che Cuernavaca non sia un film ben scritto e ben diretto, ma si ha l’impressione che il fattore estetico abbia preso il sopravvento sulle emozioni, lasciando una straniante sensazione di distacco.

Le immagini, appunto, sono bellissime, soprattutto quando descrivono la villa lussuosa della nonna di Andy, la cucina nella serra dove viene preparata la marmellata di frutti tropicali, o il giardino tropicale dove è proibito andare e dove il ragazzo e il giardiniere si rifugiano, entrando da una porticina nascosta tra la vegetazione. Viene chiaramente in mente Il Giardino Segreto e con tutta probabilità è un riferimento voluto. Anche quando il regista esplora il lato degradato del luogo, fatto di baracche, luna park, popolato di ladri, rapinatori e balordi, lo fa con eleganza e con grandissimo gusto visivo.

Una classica storia di passaggio dall’infanzia all’età adulta, attraverso il trauma della morte violenta e improvvisa di una persona cara, ambientata in un microcosmo apparentemente paradisiaco, che cela però dolori e segreti. Un film costruito con eleganza, ma affetto da un eccessiva freddezza che ne limita le grandi potenzialità.

#RomaFF12: Christoph Waltz sul red carpet dell’auditorium

#RomaFF12: Christoph Waltz sul red carpet dell’auditorium

Christoph Waltz è il primo ospite internazionale della Festa di Roma 2017 a calcare il tappeto rosso dell’auditorium. Con Antonio Monda, Waltz sarà il protagonista di un incontro con il pubblico.

Ecco le foto dal red carpet:

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#RomaFF12: Cercando Camille nelle parole di Bindu De Stoppani, con Anna Ferzetti e Luigi Diberti

All’interno della sezione autonoma Alice della Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2017, la regista Bindu De Stoppani, con Anna Ferzetti e Luigi Diberti, ha presentato il suo ultimo film, Cercando Camille, un on the road che incontra commedia e dramma, mescolando i toni e i momenti.

Per la regista era importante ambientare il film all’interno di uno spazio circoscritto in movimento. Così è venuta fuori l’idea dell’on the road, all’interno di un camper pieno di oggetti e ninnoli che ricordassero al protagonista anziano, affetto da Alzheimer, qualcosa della sua “vita di prima”.

“Ogni volta che ho fatto un viaggio pensato di aver avuto lo spazio per pensare a delle cose e pormi domande – ha dichiarato Bindu – Per me questo era molto chiaro e volevo che trasparisse da questa storia in cui una donna trova se stessa nel portare il padre in viaggio. Questa scelta, secondo me, poteva raccontare al meglio questa storia.”

La storia racconta appunto di Camille, giovane donna un po’ in conflitto con se stessa e molto rigida, che decide di partire con il padre malato per un viaggio in Bosnia, fino ai luoghi della guerra che l’uomo stesso aveva vissuto.

A interpretare il buffo e malato Edoardo, è stato chiamato Diberti, che ha spiegato in che modo la De Stoppani gli ha spiegato il ruolo, le sue oscillazioni tra lucidità e assenza: “Lo sguardo del mio personaggio cambia a seconda di quale delle due persone ricopre, la sana o la smemorata, e non è stato difficile perché sono stato molto supportato dalla regista che mi ha dato indicazioni precise spiegandomi quando e come Edoardo era da una parte o dall’altra della malattia. Mi ha guidato davvero.”

Dal canto suo la Ferzetti sembra molto fiera di aver interpretato una donna così normale, che veste in modo semplice, non esattamente il tipo di donna esile tanto di moda al cinema, un personaggio normale, un po’ costretto nel ruolo di figlia. “Il personaggio di Camille è una donna goffa, nelle sue paure e nelle sue difficoltà – ha raccontato l’attrice – Per me è stato un viaggio personale, perché quando ho incontrato Bindu avevo perso mio padre da poco, e quindi per me è stato come ripercorrere un sentiero già battuto. La malattia con cui ha a che fare la mette di fronte al fatto che deve lasciare andare il padre. E così Camille impara a vivere nel momento presente, così come ormai fa il padre smemorato.”

Guarda il trailer di Cercando Camille

Il film vede i protagonisti tornare sui luoghi della guerra in Bosnia e la regista ha raccontato un punto di vista molto interessante in merito al valore della guerra e del suo ricordo: “Non è un film sulla guerra, ma un film sulla memoria. Per quello che vedo, mi rendo conto che, con tv, giornali, veniamo messi al corrente del fatto che ci sono le guerre, ma ce ne dimentichiamo subito. Con questa storia volevo portare questi personaggi sul posto e incontrare persone che non hanno affatto dimenticato la guerra, perché l’hanno vissuta davvero. Volevo giocare con il tema della memoria e mostrare come è facile avere l’ Alzheimer anche da sani.”

I riferimenti del film sono senz’altro altre storie che parlano della stessa malattia, come Still Alice o Nebraska, ma la relazione che interessava approfondire a De Stoppani era quella del rapporto tra padre e figlia, tra genitori e figli, non tanto la malattia e sui suoi effetti, quanto gli effetti che la malattia stessa ha sulle persone che circondano il malato.

Il finale di Cercando Camille è stato costruito in maniera tale che fosse un sospiro di sollievo dalla storia, un bel finale aperto e luminoso, “un passo verso l’alto”, come lo definisce la stessa regista. Un’idea, quella di Bindu, che si rintraccia prima di tutto nel suo modo di fare cinema e nel desiderio di raccontare sempre qualcosa che possa allietare, e farlo anche con un film che racconta di una cosa triste poteva essere un buon modo per tenere fede a questo gusto, “anche se probabilmente la vita è meno clemente.” conclude la regista.

#RomaFF12: Caterina Murino sul red carpet, foto

#RomaFF12: Caterina Murino sul red carpet, foto

Caterina Murino, attrice italiana che ha fatto innamorare James Bond (è stata una Bond Girl in Casino Royale), è stata protagonista del red carpet della Festa del Cinema di Roma 2017, dove ha presentato Cinque, il cortometraggio di cui è protagonista.

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#RomaFF12: Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi sul tappeto rosso

#RomaFF12: Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi sul tappeto rosso

Nell’ambito delle retrospettive e degli omaggi della Festa del Cinema di Roma 2017, Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi hanno partecipato al red carpet dedicato a Borotalco, in occasione del restauro del film da parte di Infinity.

Ecco le foto:

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Era il 1982 quando uscì nelle sale Borotalco, capolavoro della cinematografia del regista e attore Carlo Verdone che ha fatto la storia del nostro cinema. Dopo 35 anni, Infinity il primo servizio di video streaming on demand italiano, celebra la famosa pellicola in versione restaurata nell’importante cornice della Festa del Cinema di Roma, giunta alla sua dodicesima edizione. Il red carpet vedrà sfilare l’attore e regista Carlo Verdone e l’attrice Eleonora Giorgi.  Presente anche il celebre gruppo degli “Stadio” che nella storica formazione farà rivivere le atmosfere della pellicola con una performance che avverrà prima della proiezione del film.

Oltre a essere uno dei suoi film più famosi e citati, Borotalco, opera terza di Verdone,  rappresenta per lui un importante punto di svolta.
In primis perché registra l’abbandono della struttura a episodi in favore di una sola linea di racconto in cui l’attore e regista recita, per la prima volta, nei panni di un solo personaggio.
In Borotalco si delinea quell’irresistibile mix di comicità e malinconia, archetipo narrativo di tutto il Verdone che verrà.
L’autore affida l’elemento più ridanciano dell’opera al parterre dei caratteristi (l’irresistibile guitto Manuel Fantoni interpretato dal compianto Angelo Infanti e il Mario Brega dell’immortale scena delle “olive greche”) per restituirci attraverso quest’uomo qualunque  un’istantanea per nulla scontata dell’Italia dei primi anni ‘80, e una ricostruzione realistica dei sentimenti dei giovani di allora e di una certa epoca poi detta, talvolta anche gratuitamente, del “riflusso”.
Insieme a Carlo Verdone e ai già citati Angelo Infanti e Mario Brega impossibile non menzionare l’intero cast: Eleonora Giorgi, Christian De Sica, Enrico Papa, Roberta Manfredi.

Siamo molto felici di essere stati gli artefici del restauro di questa bellissima pellicola e di celebrarla come merita. Questo progetto porta avanti il nostro impegno nella valorizzazione del cinema e ci caratterizza come unico servizio streaming in Italia pienamente coinvolto nel sostegno del cinema di casa nostra” afferma Pablo Falanga, direttore commerciale di Infinity.

#RomaFF12: Cabros de mierda, recensione del film di Gonzalo Justiniano

Un delicato e struggente ritratto della vita durante la feroce dittatura di Augusto Pinochet, che si impadronì del governo in Chile l’11 settembre del 1973, con un colpo di stato. Pinochet si macchiò di crimini contro l’umanità di crudeltà inaudita, tanto che ancora oggi si fa fatica a stimare realmente le cifre dello sterminio di massa che mise freddamente in opera.

Siamo in una baraccopoli di Santiago del Chile, nel 1983, ancora molto distanti dall’11 settembre del 1990, quando finalmente cadde la dittatura. La dolce ma forte Gladys vive assieme a sua madre e a sua figlia, entrambe con lo stesso nome, all’interno di una povera comunità che nasconde sovversivi comunisti che non riescono e non possono accettare l’oppressione militare di Pinochet. Con le tre Gladys vive anche un tenero bambino occhialuto, dell’età di tredici anni e chiamato Vladi. Il padre del bimbo è un oppositore che vive nascosto sotto falso nome.

Un giorno giunge nella comunità Samuel Thomson, un missionario che cerca di diffondere la parola di Dio, ma che probabilmente deve lui stesso trovare delle certezze. Samuel è appassionato di fotografia e documenta con la sua fotocamera e la sua cinepresa S8 la vita, l’oppressione e i tentativi di ribellione delle persone che comincia a conoscere e amare sempre di più, giorno dopo giorno.

Samuel dovrà fare i conti con la passione, con l’amore, con la fede, con l’ideologia e purtroppo anche con la spietata polizia militare.

Gonzalo Justiniano riesce con semplicità a costruire un racconto corale, che descrive teneramente, dall’interno, il lungo periodo della dittatura in Chile. Orchestra bene i registri del racconto, passando dai toni allegri e scanzonati della commedia, fino al dramma più nero, costringendo a riflettere e facendo dimenticare che si tratta solamente di un film. Questo grazie anche a fotografie e filmati di repertorio, giustificati narrativamente dal lavoro di documentazione di Samuel.

Registicamente parlando, non siamo troppo distanti da quanto visto in Detroit di Kathryn Bigelow, ma il suo tono energico è totalmente “Gringos”, a differenza della poesia, della passionalità e della voglia di vivere che Gonzalo Giustiniano riesce a infondere in ogni fotogramma. Un manipolo di attori bravissimi rende impossibile non amare i personaggi interpretati con immensa sincerità. Su tutti spiccano Nathalia Aragonese (Gladys) passionale, determinata, autentica e il piccolo Elías Collado (Vladi) tenero, ironico ai limiti del sarcastico.

I cabros de mierdas del titolo sono i bambini quando si comportano male. Così a volte viene chiamato Vladi, ma anche i biechi torturatori della polizia militare quando vengono riconosciuti dalle donne che li avevano cresciuti, dalle proprie maestre, dai vicini di casa. Forse anche Gladys, Samuel, e tutti i loro amici oppositori potrebbero essere definiti in questo modo, perchè che il loro gioco non è troppo distante da quello dei bambini, visto che si limitano a sbeffeggiare Pinochet, con caricature e scritte sui muri. Certo, non mancano momenti di ribellione armata, ma è nulla, una bazzecola a confronto della violenza inaudita della controparte.

Cabros de Mierdas è un film semplice, sincero, onesto, ma importante, insieme a tanti altri, per ricordare e riflettere su un dramma immane dei nostri giorni. Un piccolo tassello per non dimenticare i desaparecidos persi nelle fredde acque dell’oceano.

#RomaFF12: C’est la vie – Prendila come viene, recensione del film di Toledano e Nakache

Il successo li ha travolti con Quasi Amici, ma loro, Éric Toledano e Olivier Nakache, non si sono montati la testa e, dopo una breve incursione nel dramma, con Samba, nel 2014, hanno sfornato un nuovo film, vivace, divertentissimo, a briglia sciolta: C’est la vie – Prendila come viene, dal 1° Febbraio nei nostri cinema.

Max è un wedding planner con una grande esperienza e una squadra variegata e multietnica che però non sembra essere troppo all’altezza di un ultimo, grande ricevimento. Un po’ per manifesta cialtroneria, un po’ perché chiunque ha dei momenti difficili e non sempre riesce a separare lavoro e vita privata, tutto il team saboterà involontariamente la cerimonia di nozze, con grande amarezza del protagonista. Tra gag e situazioni comiche intelligenti, la festa volgerà a un finale inaspettato.

Toledano e Nakache confermano un grande talento comico, arricchendo una storia semplice con preziose gag, avvenimenti e dettagli che vivono soprattutto grazie all’ottimo casting e ai personaggi messi in scena in questa commedia pura.

C’est la vie – Prendila come vieneIl più grande pregio di C’est la vie – Prendila come viene è la completa libertà della storia e dello sviluppo degli eventi: non siamo di fronte a un finale educativo e socialmente impegnato come in Quasi Amici, ma pur percorrendo la struttura canonica in tre atti, il film trova il suo modo di rimanere sovversivo e brioso.

E alla fine i protagonisti la prenderanno davvero come viene, abbracciando le proprie imperfezioni e difficoltà, con buona pace di Pier e Helena, sposi ignari dei disastri che si consumano dietro le quinte della loro festa di nozze.

Pur mantenendosi su binari convenzionali, con molte trovate classiche, il film mantiene un punto di vista originale, completamente comico nell’intreccio dei rapporti tra persone e vicende: dalla madre dello sposo che si dà alla pazza gioia, al cameriere che faceva il professore, fino all’amante finta segreta del protagonista, passando per l’erede dell’attività, la fumantina Adele.

C’est la vie – Prendila come viene non ha una morale, una conclusione edificante, una soluzione romantica: è esattamente come la vita, forse un po’ più surreale, ma assolutamente in grado di spiegare il segreto di un’esistenza serena, vero motto di Max. Se qualcosa non va come dovrebbe, ci adeguiamo.

#RomaFF12: Addio Fottuti Musi Verdi, il red carpet del film di The Jackal

Ecco il red carpet di The Jackal, il gruppo comico napoletano che ha presentato alla Festa del Cinema di Roma, insieme con Alice nella Città, il loro primo film, Addio Fottuti Musi Verdi.

Ecco gli scatti:

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#RomaFF12: A proposito di Michael Nyman, conversazioni di cinema e musica

Dopo aver ospitato qualche giorno fa l’eccentrico Chuck Palahniuk e il geniale e coinvolgente Ian McKellen, la Festa del Cinema di Roma ha dato il benvenuto ad un’altra eccellenza del mondo del cinema e della musica. Si tratta del compositore Michael Nyman che ricordiamo per colonne sonore come quella dell’acclamato Lezioni di Piano.

Durante l’incontro con il pubblico, moderato da Mario Sesti e Francesco Zippel, Nyman ha raccontato qualcosa in più del suo lavoro, del rapporto tra cinema e musica e soprattutto della sua grande passione per la regia. In pochi infatti sanno che Michael Nyman non è solo un compositore e musicista ma anche un regista sperimentale.

Dirigere per Nyman non è solo un vezzo ma a volte diventa una vera e propria necessità artistica. Comporre una colonna sonora per un film richiede molto tempo e spesso ci si ritrova a combattere con registi e produttori che hanno idee completamente diverse e che finiscono col modificare l’intera opera.

Michael Nyman

Come regista e compositore posso decidere in autonomia cosa musicare o meno e soprattutto non devo sottostare a decisione di terzi […] Comporre richiede molto tempo perché le colonne sonore devono adattarsi perfettamente ai film e alle esigenze narrative […] bisogna sincronizzare scene e musiche e a volte incorporare alcuni rumori d’ambiente […]

Ad esempio, per il film Goodbye Lenin [film del 2003 la cui colonna sonora è del compositore francese Yann Tiersen], la realizzazione della soundtrack ha portato via ben tre mesi di lavoro […] e per i cortometraggi le cose non cambiano. Non è raro infatti che comporre musiche per i corti porti via anche più tempo di quelle per i film […] Solitamente, quando compongo per altri registi, è la musica che si deve adeguare alle immagini mentre, quanto a girare sono io, il processo si inverte: sono le immagini a spiegare la musica”.

Ben presto l’incontro con Michael Nyman ha preso però una piega insolita e la sua carriera da compositore è passata in secondo piano. Dopo aver ricordato alcune delle sue colonne sonore più belle come quella di Lezioni di Piano (1993), Gattaca (1997), I misteri del giardino di Compton House (1982), il compositore ha spostato l’attenzione tutta sulla sua esperienza diretta dietro la macchina da presa, una macchina in verità più simile ad una comune fotocamera digitale. Nyman ha infatti confessato di portare sempre con sé in giro un piccola camera compatta con cui è solito riprendere la realtà che lo circonda e lo ispira. 

Solitamente faccio riprese ampie di ciò che mi circonda ma capita spesso che mi focalizzi su dettagli che ritengo più importanti e a quel punto utilizzo delle zoommate […] Questo è evidente nei miei corti Witness I e Witness II […] entrambi parlano dei deportati ad Auschwitz, descrivendo l’orrore di quegli anni in modo assai sperimentale […]

In Witness I ho usato fotografie di alcuni gipsy deportati nei campi di concentramento nel 1942-43 […] Fare un film utilizzando delle foto è molto complesso poiché, a causa della staticità delle immagini, è più difficile fare arrivare il messaggio allo spettatore […] Ecco perché, in fase di montaggio, per rendere il risultato più dinamico, ho fatto in modo che le immagini comparissero, scomparissero e si accavallassero come in una visione […]

Witness II, che è stato mostrato al pubblico proprio ad Auschwitz, mostra ancora i volti di alcuni deportati, dipinti che io ho filmato di nascosto al museo dell’Olocausto […] A differenza del primo corto, Witness II non mostra solo i ritratti di queste povere persone ma si concentra anche su alcuni dettagli come ad esempio le date di nascita delle vittime […] alcune di loro non avevano più di dodici anni […] “

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L’amore di Michael Nyman per il cinema e soprattutto per la regia è nato negli anni sessanta quando, in collaborazione con il grande Peter Greenaway, ha girato il suo primo film.

“Ho iniziato a girare nel 1967 a Londra. Il film si chiamava Love Love Love e trattava del tema della legalizzazione della marijuana. Era in effetti in montaggio di riprese fatte di manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Ricordo che portai tutto il materiale al mio amico Peter Greenaway e lui mi disse ‘Michael il girato è una cosa ma il film è tutt’altra cosa. Devi trovare una strada, un punto di vista, un montaggio che sappia cogliere ciò che vuoi dire’. E così ho fatto”.

#RomaFF12, Xavier Dolan: sognare in grande e abbracciare il dolore

Capelli ossigenati, sorriso timido, ma sguardo furbo e sfacciato; si presenta così Xavier Dolan alla Festa del Cinema di Roma. Protagonista di uno degli Incontri Ravvicinati con il pubblico, il regista canadese, bambino prodigio che vanta già sei film (e uno in arrivo) a 28 anni, ha incantato la sala.

Arguto e buffo, umile anche se sempre puntuale, capace di caricare di senso profondo affermazioni che dalle labbra di qualcuno altro risulterebbero banali o frasi fatte, Dolan ha raccontato il suo rapporto con il cinema in sei momenti, ognuno corrispondente a uno dei suoi film. Ma prima, allo sceneggiatore, attore, regista, produttore, montatore si chiede: meglio la regia o la recitazione?

“Credo di preferire la recitazione. Ma quando dirigo continuo a recitare, recito insieme a degli attori che ammiro, questo tipo di recitazione non è però gratificante come quando sono io a recitare, però per un paio di anni ho fatto così, anche perché imparo tanto da ciò che vedo davanti a me, dagli attori che si trasformano sotto i miei occhi. Da loro posso imparare moltissimo, e recitare mi manca. Vorrei farlo di più nei prossimi anni, sia per me che per altri.”

J’ai Tué ma Mère, primo film di Xavier Dolan

A 21 anni. Uno dei motivi per cui il tuo cinema ha conquistato il mondo è perché si sente da subit un’urgenza. Cosa ti ha spinto a girare questo film?

“È stato il mio primo film. Non avevo girato corti, non ho fatto una scuola di cinema, il mio nome è impresso soltanto sul diploma del liceo. Quindi volevo iniziare a recitare ma come attore ero disoccupato e così ho detto ‘Potrei ingaggiarmi da solo per raccontare questa sceneggiatura che parla della mia vita’. Non c’era competizione, ero l’unico contendente al ruolo.

Poi però le cose si sono complicate, ho dovuto investire tutti i miei soldi per produrlo e nessuno credeva sarebbe stato possibile, nessuno tranne gli attori che mi hanno aiutato. Tu parli di urgenza, necessità, io parlo di problema. Il film lo racconto per risolvere un problema che vedo nella mia vita e nella società. In questo caso ho deciso di raccontare la mia vita, risolvendo il problema dell’iniziare la mia vita come artista. Siccome gli altri non me lo permettevano me lo sono permesso da solo.”

Les Amours imaginaires, il piano sequenza e la tensione

Come mai hai deciso di girare la scena (mostrata in sala al pubblico, ndr) in piano sequenza senza stacchi?

“Anche se non posso parlare per gli altri registi, sembra che dai film che ho visto, i registi amano le inquadrature senza stacchi. La tensione che si crea con questo espediente. Ma per il regista e per la troupe è una grandissima sfida, perché tutte le persone che lavorano al film vengono coinvolte. È una coreografia che richiede l’attenzione di tutti. E poi dopo tanto lavoro la maggior parte delle volte non funziona. Io però non voglio che queste scene prendano il sopravvento e schiaccino il ritmo del film. Nessun idea può prendere il sopravvento sulla storia che rimane al centro.”

C’è stato un punto di riferimento cinematografico nella tua formazione di regista?

“Diciamo che ho visto qualche film, ma non troppi. Vedo sempre la delusione nella faccia della gente quando mi parlano di un film e poi scoprono che non l’ho visto. Mi vergogno un po’ di questo. Ci sono dei buchi da riempire nella mia cultura cinematografica, ma, ad esempio, nella scena che abbiamo visto di J’ai Tué ma Mère il riferimento è a Wong Kar-wai. La scena alla In the mood for love è così evidente che se il regista la vedesse potrebbe farmi causa. C’è una citazione da un libro, Steal like an artist, sulla possibilità di diventare artisti, ti dà dei consigli se hai potenziale. Qualcuno può pensare che sia superficiale ma io ci ho trovato tanti suggerimenti. La mia citazione preferita è ‘Inizi che sei finto, e poi diventi sei reale’.

Se leggerete questo libro, vedrete che molti artisti dicono che il furto artistico è naturale ed è spontaneo perché tu non sai chi sei fino a che non crei, con il cuore, con l’anima. Lo puoi fare attraverso il furto, ad esempio, sempre la scena in cui cito Wong Kai-wai: chiaramente avevo visto altri rallenty prima in altri film, ma è stato In the mood for love a farmi trovare la mia idea. Ripeti delle idee fino a che non le fai tue. Il rallenty adesso lo uso a modo mio. Credo di aver smesso questo lavoro di prestito con Tom à la ferme. È stato lì che ho cominciato a capire meglio mes tesso, ma puoi farlo solo dopo che hai creato. Il processo di crescita è fatto da prestiti e cose che hai rubato ad altri. Anche Coppola dice in questo film ‘Noi vogliamo che voi rubiate da noi, rubate le nostre inquadrature, le nostre scene, fino a quando arriverà il giorno che saranno gli altri a rubare da voi’”

Laurence Anyways, il rapporto tra felicità e libertà

I tuoi personaggi sono sempre divisi tra libertà e felicità. Tutti cercano la libertà di essere se stessi ma non tutti riescono poi a raggiungere la felicità.

“Penso che ci siano tanti film su persone che non hanno speranza e fortuna e non lottano per averli. Per ottenere qualcosa, oppure lottano ma tutto gli è contro. Sono film che sono molto popolari, li chiamano la pornografia della povertà.in qualche modo amano parlare di persone che non sono privilegiate, reietti che vivono ai margini della società. Ma questi film non danno mai una vera possibilità ai protagonisti.

Io invece amo i combattenti, quelli che hanno speranza. Alla fine la vita è questo: cercare di combattere per quello che sei, ma la società non lo apprezza perché quando si è autentici si mettono le altre persone di fronte alla falsità e ai fallimenti. Ci sono persone che si sono arrese, ma ci sono anche tanti sognatori. I miei personaggi si portano dentro il desiderio di combattere. Non sempre vincono, ma non sono mai dei perdenti.I miei film parleranno sempre di persone che cercano di trovare un loro spazio, ma se non ci riescono sarà sempre e solo colpa della vita, mai del fatto che si sono arresi.”

Tom à la ferme, il genere e i sogni in grande

In che genere classificheresti il tuo quarto film?

“Un dramma psicologico, un thriller psicologico, non saprei definirlo perché mi manca questo tipo di linguaggio. Se mi chiedono che tipo di film è Titanic, per esempio, potrei dire un dramma storico, ma non lo so. Direi però che può essere un thriller psicologico, o almeno è quello che avrei voluto fare.”

Non è la prima volta che nomini Titanic. È vero che lo ami molto?

“Penso che sia una produzione meravigliosa. Gli effetti visivi, gli attori, i costumi, tutto fanno di questo film un capolavoro dell’intrattenimento moderno. Non tutti sono d’accordo però. Due anni fa il mio agente mi porta a una cena, a cui dice ‘parteciparanno solo pochi amici, una cosa informale’. E mi ritrovo a tavola con Paul Thomas Anderson, Ron Howard, Bennet Miller, Charlize Theron e altri. E Bennet chiede qual è per noi il film che ci ha spinti a fare questo lavoro, e c’erano persone che citavano film anni ’30, o di pittori, o di quando erano in luoghi tipo l’Africa. E io ho pensato ‘E ora questi che penseranno quando dirò Titanic?’.

Ovviamente non si tratta di un film che in un contesto intellettuale si va a cercare, ma la questione che era stata posta era non qual è il miglior film di tutti i tempi, ma qual è il film che ti ha fatto venire voglia di fare cinema. Qual è il tuo film preferito. A 8 anni ho visto Titanic, e questo film mi ha detto ‘vola, pensa sempre in grande’. Adesso non sono più insicuro nel parlare dei film che mi sono piaciuti, sono questi i film che mi hanno reso quello che sono: Mamma ho perso l’aereo, Jumanji, Titanic.”

Mommy, la regia come mezzo per darsi un lavoro da attore

Come reagiscono i tuoi genitori quando vedono i tuoi film?

“Non ne parliamo molto, ma sono orgogliosi. Mia madre è venuta con me a Cannes alla proiezione di E’ solo la fine del mondo. Ma non sono loro i personaggi dei film, non hanno paura di riconoscersi nei miei film. Soltanto per il primo, si capisce che è la mia vita.”

Qual è il momento in cui hai deciso di fare il regista?

“Ho deciso di fare il regista per darmi una possibilità come attore. Forse quando ho visto Titanic in me è rimasto qualcosa, ma non è che sono uscito dal cinema e ho detto ‘Mamma farò il regista’. Le ho detto ‘Mamma voglio scrivere una lettera a Leo DiCaprio’. Ma innanzitutto volevo risolvere il mio problema di attore disoccupato. I miei amici lavoravano, qualcuno faceva film, e io me ne stavo a casa, senza lavoro e senza soldi. Sarei morto, ma dovevo fare qualcosa perché avevo detto a tutti che avrei trovato la mia strada. La prima ragione è stata quindi quella di recitare, ma già nei primi giorni di riprese ho capito che non si trattava più solo di quello ma anche del piacere di raccontare le storie.”

È solo la fine del mondo, l’elogio del dolore

È solo la fine del mondoParlando dei film che hai amato, hai detto che uno dei titoli che maggiormente ti hanno colpito di recente è un film italiano. Vorrei che lo rivelassi e spiegassi perché ti ha colpito?

“Due settimane fa ho visto Call me by your name, di Luca Guadagnino. È un film così tenero e saggio, che cambia completamente il modo di guardare i film ma anche di guardare l’amore. Non penso che siamo molti i film che hanno questo potere. Non solo. Il film insegna molto anche sul dolore. Cerchiamo spesso dei film che ci facciano ridere, che siano di sollievo, a volte si dice ‘Ah, quel film era così deprimente!’. Ma quando qualcuno ha sperimentato davvero l’esperienza del rifiuto d’amore o di essere follemente innamorato di qualcuno e di soffrirne, allora si capisce anche qual è la bellezza del dolore, e questo film lo permette.

Non si trova spesso la celebrazione della bellezza del dolore, perché è importante, è il dolore che ti permette di creare, è da questo che sono nati molti miei film, perché soffrivo per qualcuno di cui ero innamorato, o quando avevo il cuore spezzato. Vedendo questo film mi sono sentito profondamente compreso. Questo regista, come me, sa che il dolore apre tante porte.”

#Romaff12, Dakota Fanning: “È importante che le donne facciano sentire la loro voce”

Dakota Fanning è arrivata alla Festa del Cinema di Roma per presentare il film “Please Stand By” nella sezione dedicata ai giovani Alice nella Città. La commedia, diretta da Ben Lewin, tratta la storia di una ragazza autistica che intraprende un viaggio contro tutti e contro le sue paure, per realizzare il suo sogno di partecipare ad un concorso di sceneggiature di Star Trek.

“Interpretare Wendy non è stata una sfida maggiore rispetto a tanti altri ruoli, è sempre difficile” ha raccontato la Fanning, “Certo è una ragazza affetta da autismo, ma quella è solo una piccola parte di quello che è lei, c’è molto altro di più e questa è la cosa che mi è piaciuta di più di questo film e di questo personaggio. Vediamo le sue difficoltà e di come queste influenzano la sua vita, ma vediamo anche come lei riesce a superarle, come si ribella e come spinge se stessa ad andare oltre e questo è davvero un aspetto interessante del film. La sceneggiatura era scritta benissimo, piena di dettagli, ed è stata essenziale per potermi calare bene nel personaggio.”

Leggi anche: Please Stand By, recensione del film con Dakota Fanning

Star Trek è una parte importante del suo personaggio e così l’attrice ha interpretato questa passione: “Wendy ha problemi di interazione sociale, ha problemi con il mondo che la circonda e a quel punto si serve di Star Trek, che la aiuta a superare diverse difficoltà. In particolare il personaggio di Spok è come se la guidasse ed è come se lei facesse passare le cose che non capisce  del mondo attraverso un ‘traduttore Star Trek’ che gliele rende più comprensibili.” E il regista Ben Lewin aggiunge “Le persone con autismo hanno un legame particolare con Star Trek e possiamo definire forse Spok il primo eroe autistico, perché anche lui è una persona che non riesce a gestire le proprie emozioni”.

Oltre a presentare il film, Dakota è anche stata protagonista di una Masterclass con i giovani: “Questo è film sia per grandi che per piccoli ed è stato bello poter lavorare ad un progetto del genere. Non saprei che consigliare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera, perché soprattutto in questo settore le esperienze sono molto personali. Vorrei poter rispondere a tutte le domande… Ma sono sincera, io non ho tutte le risposte!”

foto di Aurora Leone

Guarda anche: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

A soli 23 anni, Dakota Fanning ha recitato in più di trenta film e una decina di serie tv, avendo iniziato la sua carriera a soli 5 anni: a differenza di tanti altri attori bambini però, il suo è sempre stato un percorso molto tranquillo e non si pente di aver sacrificato magari qualcosa della sua adolescenza per fare l’attrice. “Amo il mio lavoro ed è sempre stato così” ci ha detto la protagonista di Please Stand By, “Fare l’attrice non ha avuto un impatto negativo sulla mia vita, anzi, l’ha arricchita di esperienze uniche. A 9 anni ho vissuto per 5 mesi a Mexico City, a 14 anni ho vissuto ad Hong Kong per 3 mesi e ho conosciuto nuove culture, nuove persone… E quante altre persone possono dire la stessa cosa della loro vita? Mi sento davvero grata di queste esperienze e fortunata di aver trovato una cosa che mi piaceva fare così tanto ad un età così piccola.”

Dakota Fanning ospite di Alice nella Città

Riguardo a progetti futuri, Dakota non si sbilancia sul film che vedrà il debutto alla regia di Kirsten Dunst, che è ancora in sviluppo: “Non posso dire ancora molto, ma è bello avere una amicizia, quasi un sentimento di sorellanza con lei e poterci lavorare, come è successo anche con altre registe donne in passato.”

Un argomento a lei caro, visto che si sta laureando con una tesi su “La figura femminile nel cinema”, molto attuale con il caso Weinstein: “Sono una donna che fa parte di questa industria da tempo e ovviamente sono interessata a queste questioni e a parlarne. Penso che per le donne sia importante avere una voce, parlare, sentire di avere potere e combattere per l’eguaglianza. Sono contenta di far parte di un momento storico nel quale questo tipo di argomenti sono al centro  delle discussioni all’interno della società. Credo più che mai che sia fondamentale che le donne si sentano in una posizione di potere e che si sviluppi tra di noi questa sorellanza”.