Penélope
Cruz è una delle attrici oggi più amate, in
Europa e in America. Musa di
Almodóvar, che l’ha lanciata, e ora anche di
Woody Allen per cui ha interpretato il
personaggio che le è valso l’Oscar. È quasi un’icona in Spagna – la
sua patria, alla quale è molto legata – ma ha saputo adattarsi
ottimamente al rutilante mondo di Hollywood.
Gli Usa l’hanno accolta a braccia
aperte e lei ricambia l’affetto: ama New York e suo figlio è nato a
Los Angeles. Ha conquistato pubblico e critica di tutto il mondo
con interpretazioni intense e ritratti leggeri, incarnando
personaggi delicati, così come donne forti e passionali, senza
pregiudizi di sorta nei confronti del ruolo affidatole, ma con la
voglia di capirlo a fondo e mettere al suo servizio la bellezza, il
talento e la bravura di cui è dotata.
Penélope Cruz,
castigliana doc, nata a Madrid il 28 aprile del ’74, figlia del
commerciante Eduardo Cruz e della parrucchiera Encarna Sánchez. È
la maggiore di tre figli: dopo di lei, la sorella Mónica – oggi
nota ballerina di flamenco e attrice – e il fratello
Eduardo, musicista.
Piccola di statura, mora, profondi
occhi scuri, la tipica bellezza mediterranea, e un temperamento
esuberante. Ha le idee chiare fin da piccola Penélope: osserva
attentamente il variegato caleidoscopio femminile che popola il
negozio della madre e ne conserva informazioni, che utilizzerà poi
nella sua carriera di attrice. Sa di volersi esibire davanti a un
pubblico e per farlo, sceglie inizialmente di seguire la sua
passione per la danza. Frequenta infatti per molti anni scuole di
vario genere – il Conservatorio Nazionale spagnolo di danza
classica, la scuola di Angela Garrido, il corso di danza jazz di
Raul Caballero, fino alla scuola di ballo e recitazione di Cristina
Rota che seguirà a New York. Da qui, passando attraverso
l’esperienza della moda, maturerà la decisione di diventare
attrice. Lascia dunque la scuola senza completare gli studi
superiori, e si dedica completamente alla recitazione. Diventa in
breve tempo assai popolare nella tv spagnola, grazie a video
musicali – tra cui quello de La fuerza del destino del
gruppo spagnolo Mecano, col cui leader Nacho Cano avrà una lunga
relazione – film per la tv e trasmissioni per ragazzi.
Di lì a poco, nel 1992 a soli
diciotto anni, esordisce al cinema, diretta da Bigas Luna in
Prosciutto, prosciutto. La pellicola, che riunisce
accanto alla giovane esordiente anche due italiane di fama come
Stefania Sandrelli e Anna Galiena, ha due meriti: far conoscere
Penélope ad altri registi, spagnoli e non, che poi la vorranno per
i loro film, e farle incontrare Javier Bardem, che sposerà, ma solo
diciott’anni più tardi. Tornerà a lavorare con Luna nel ’99 per
altri due film. Lo stesso anno è diretta anche da Fernando Trueba
in Belle époque, ambientato in Spagna negli anni
’30. L’attrice è una delle quattro sorelle che si contendono
l’amore del giovane protagonista, Fernando. Dissacrante nei
confronti della morale spagnola, della prima metà del Novecento e
non solo, la pellicola ottiene l’Oscar come Miglior Film straniero,
contribuendo a portare alla ribalta la giovane Penélope. Tornerà
sotto la direzione di Trueba nel ’99 per La niña dei tuoi
sogni.
Penélope Cruz: da musa del cinema
spagnolo a “piratessa” dei Caraibi
L’attrice riscuote apprezzamento
anche in Italia, dove viene subito reclutata da Giovanni
Veronesi, che la vede bene nei panni di Maria, accanto a
Diego Abbatantuono nel suo Per amore solo
per amore (1993) – adattamento dell’omonimo romanzo di
Pasquale Festa Campanile – e, lo stesso anno, da Aurelio Grimaldi
per La ribelle. Seguono una serie di
collaborazioni con registi spagnoli. Finché nel ’97 non viene
scelta dal suo maestro, Pedro Almodóvar, per una piccola
parte in Carne tremula. L’incontro è senza dubbio
uno dei più importanti della carriera dell’attrice, che corona così
un suo sogno. Ha dichiarato, infatti, che a scatenare in lei la
passione per la recitazione fu proprio un film del regista
spagnolo: Légami!, che vide a soli quattordici
anni. Dopo la visione di quel film, ha affermato, si attivò subito
per intraprendere il mestiere d’attrice, e presto incontrò quella
che sarebbe diventata la sua agente, iniziando così il percorso nel
mondo del cinema. Il sogno di lavorare con Almodóvar, dunque,
diventa realtà nel ’97 e darà il via a un proficuo sodalizio, ricco
di soddisfazioni per entrambi. Lo stesso anno, l’attrice è scelta
invece dal regista Alejandro Amenábar per il ruolo
più corposo di Sofia nel thriller psicologico Apri gli
occhi.
Il film ha una trama complessa, è
incentrato sulla figura di Cesàr/Eduardo Noriega e sul suo amore
per Sofia, la cui possibilità sembra stroncata dal tragico evento
che lo vede protagonista. Un sentimento però così forte, che va
anche al di là della realtà, sconfinando nella dimensione
visionaria, e scavando nei meandri della psiche di Cesàr. Il film
ottiene in Spagna un grandissimo successo e diventa un cult anche
altrove. Anni dopo Penélope sarà chiamata a interpretare nuovamente
il personaggio di Sofia, stavolta nel remake americano del film,
Vanilla Sky (2001), accanto a Tom
Cruise, per la regia di Cameron Crowe. La pellicola non sarà
però efficace quanto l’originale. Sarà invece l’occasione per
l’inizio di un legame sentimentale con Cruise. La vicenda renderà i
due oggetto di gossip per diverso tempo. Intanto, in questi secondi
anni ’90, incontra anche il regista inglese Stephen Frears, che la
dirige in Hi-Lo Country (1998).
Ma il vero spartiacque nella
carriera dell’attrice, quello che la fa conoscere al grande
pubblico e le dà la prima vera notorietà, è il secondo lavoro che
la vede diretta da Almodóvar, e certamente uno dei migliori del
regista spagnolo: Tutto su mia madre (1999). Si
tratta, come spesso nel miglior Almodovar, di una storia tutta al
femminile, caleidoscopica ed eccentrica, allegra, ma allo stesso
tempo tragica, dove non trovano posto stereotipi, ma anzi la loro
demolizione. Abbiamo una madre, Manuela/Cecilia Roth, che vive la
tragica morte del figlio Esteban in un incidente stradale, trova il
suo diario e va alla ricerca della sua attrice preferita, Huma
Rojo/Marisa Paredes. Poi scoprirà che è stata proprio la macchina
dell’attrice a investire accidentalmente Esteban. Intorno alla
protagonista, si muovono una miriade di personaggi, tutti
efficacemente caratterizzati e ben scelti per rappresentare le
sfaccettature dell’essere umano. Dunque un film profondamente
vitale, sull’esistenza umana, nei suoi aspetti più piacevoli e
amari, allegri e tristi, le sue contraddizioni. Un film
profondamente anticonformista. Emblema ne è, tra gli altri, proprio
il personaggio della Cruz, Rosa: una giovane suora che rimane
incinta dopo aver avuto una relazione con un uomo, divenuto poi il
transessuale Lola e che, malato di Aids, l’ha contagiata.
L’interpretazione dell’attrice, seppur non dello spessore di quelle
che seguiranno, riesce a rendere la delicatezza e l’ingenuità della
suora, incredibilmente non scalfite dalla sua esperienza di vita.
Il film raccoglie numerosi riconoscimenti: primo fra tutti l’Oscar
come Miglior Film straniero, il Golden Globe nella stessa categoria
e la Palma d’Oro alla sapiente regia di Almodóvar al Festival di Cannes. Penélope, che lavora
qui al fianco di Marisa Paredes, da sempre musa del regista, entra
così a far parte del gruppo di attrici che egli predilige, e
tornerà a dirigere più volte, sempre con grande sensibilità.
Due anni dopo, la nostra attrice
sbarca oltreoceano, essendo reclutata da Ted Demme per
Blow, dove interpreta Mirtha, la moglie del
narcotrafficante George Young/Johnny Depp, da John Madden per Il
mandolino del capitano Corelli, che la vede accanto a
Nicholas Cage, e, come detto, da Cameron
Crowe per Vanilla Sky. La più riuscita
delle tre pellicole è forse la prima, che racconta la parabola
discendente, vera nell’ispirazione, di George Jung: dalla vita
spericolata dello sballo e dei soldi facili ottenuti grazie alla
gestione del narcotraffico, al carcere e alla solitudine. Vicenda
umana dai molteplici risvolti che vede, accanto a
Johnny Depp, Penélope Cruz cimentarsi
con un ruolo di moglie non certo convenzionale, in un rapporto non
facile, spesso conflittuale.
Un altro incontro importante nella
vita dell’attrice madrilena avviene nel 2004, ed è quello con
Sergio Castellitto, che la vuole in Italia per
il suo Non ti muovere, tratto dall’omonimo romanzo
di Margaret Mazzantini. Una storia di forte
impatto emotivo, estrema, in cui c’è posto per il dolore e la
sofferenza da una parte, ma anche per la travolgente passione, per
l’amore e l’affetto in tutte le loro possibili declinazioni,
dall’altra. La vita del chirurgo Timoteo/Sergio
Castellitto è sconvolta quando la figlia adolescente
ha un incidente in motorino e finisce in coma. Nelle lunghe ore di
apprensione e di angoscia per la sorte della figlia, il
protagonista sente vicina la presenza della donna che più ha amato.
Non la bella moglie in carriera Elsa/Claudia
Gerini, con cui pure ha avuto la figlia, ma Italia: una
Penélope Cruz quasi irriconoscibile, un brutto
anatroccolo raccolto ai margini della società, prima violentata,
usata; poi scoperta nella sua umanità fragile e forte allo stesso
tempo, e amata. Amore ricambiato da lei, che sembra non averne mai
conosciuto prima d’allora, proprio perché non se ne considerava e
non ne era considerata degna. Passione per la quale il medico
rischia di mettere a repentaglio la sua stabilità familiare con
Elsa. Le due donne rimangono incinte, ma Italia, che vede Timoteo
allontanarsi, decide di abortire clandestinamente. Lui lo scoprirà
troppo tardi, quando immancabilmente tornerà da lei. Pur facendo
tutto il possibile, non riuscirà a salvarla dalle conseguenze
dell’aborto improvvisato. Una storia intensa dunque, e anche
dolorosa, che torna alla mente del protagonista proprio quando in
ballo c’è la vita della persona cui, dopo Italia, tiene di più al
mondo: sua figlia. Notevole la capacità di Castellitto regista di
riuscire a trasformare Penélope Cruz in
Italia: capelli corti, sguardo scavato, andatura sghemba e
abbigliamento kitch – e un italiano con inflessione apparentemente
regionale, che in realtà è l’accento spagnolo della Cruz, italo
parlante senza doppiaggio per una felice intuizione.
L’interpretazione è intensissima e coinvolgente e segna senza
dubbio una crescita artistica dell’attrice, che riceve il David di
Donatello come Miglior Attrice protagonista e il People’s Choice
Award alla Miglior Attrice europea agli EFA. Lei stessa ha ribadito
l’importanza dell’esperienza sul set con Castellitto, affermando di
aver imparato molto interpretando Italia. Non ci ha pensato perciò
due volte, prima di accettare la proposta del regista di essere
protagonista del suo Venuto al mondo, targato
2011, ancora una volta tratto da un testo della Mazzantini, di cui
s’attende l’uscita nelle sale.
Due anni dopo Non ti
muovere, intanto, l’attrice ritrova Almodóvar per
Volver, una pellicola che le dà ancora grandi
soddisfazioni, grazie al personaggio di Raimunda, che interpreta.
Ambientato nella Mancha, con più di un occhio alle origini dello
stesso regista, il film è l’ennesimo omaggio al mondo
femminile, e a quella capacità, tutta delle donne, di far fronte
con pragmatismo alle vicende della vita, senza farsene abbattere.
Sentita e notevole, anche qui, l’interpretazione di Penélope, in
veste di madre e figlia al contempo, alle prese con fantasmi del
passato e del presente. La Cruz vince la Palma d’Oro a Cannes per
la migliore interpretazione femminile, assieme alle altre donne del
cast, il Premio Goya in patria e l’EFA per la Miglior Attrice. Il
film – tra i migliori di Almodóvar – ottiene il Nastro d’Argento
come miglior pellicola europea. Penélope sarà diretta ancora da lui
ne Gli abbracci spezzati (2009).
In questi anni, però, l’attrice
spagnola che ha conquistato Hollywood, diventa anche una delle muse
ispiratrici di un altro mostro sacro del cinema mondiale: Woody
Allen. Sarà la collaborazione con lui a portarla a stringere tra le
mani la statuetta più ambita del cinema. Il regista americano la
vuole infatti accanto a Scarlett Johansson nella commedia
Viky, Cristina, Barcelona. Film sull’amore,
ambientato nella solare e viva Barcellona, dove il pittore José
Antonio/Javier Bardem cerca consolazione per la fine del suo
matrimonio con l’instabile Maria Elena/Penélope Cruz, proponendo a
due giovani turiste – la morigerata Vicky/Rebecca Hall e la
spregiudicata Cristina/Scarlett Johansson – una vacanza con lui a
Oviedo, con tanto di noches calientes. L’ex moglie – una
efficacissima Cruz, “variabile impazzita” della vicenda – giungerà
però a dare risvolti imprevisti al tutto. L’interpretazione
dell’attrice nei panni di Maria Elena le vale l’Oscar come Miglior
Attrice non protagonista. A quanto pare, l’eccentrico Allen
dev’essersi trovato bene con Penélope, se l’ha scelta anche per la
sua prossima fatica, che sembra si girerà a Roma nel 2012.
Altrettanto bene s’è trovata la coppia Bardem-Cruz. Javier e
Penélope si sono sposati la scorsa estate, dopo aver tenuto, per
quanto possibile, a riparo da indiscrezioni la loro storia. A
confermare le voci al riguardo è stato lo stesso attore, solamente
a maggio dello scorso anno, durante la passata edizione del
Festival di Cannes. Ricevendo la Palma d’Oro per la Miglior
interpretazione maschile, infatti, non si è lasciato sfuggire
l’occasione per una romantica dedica a Penélope. A gennaio 2011 è
nato il loro figlio.
Per quel che riguarda il lavoro,
negli ultimi anni, la Cruz è stata impegnata ancora in Usa per il
musical di Rob Marshall Nine (2009), ispirato a
Fellini e al suo Otto e mezzo. Occasione per
l’attrice di rispolverare le proprie doti nel ballo, e di lavorare
assieme alle colleghe Marion Cotillard, Nicole Kidman, Judi Dench
e Sophia Loren. Lo stesso Marshall che l’ha fatta entrare nel
cast di Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del
mare, in questi giorni nelle sale, dove l’attrice
madrilena prende il posto di Keira Knightley e
torna a lavorare al fianco di Johnny Depp. È così
che, nell’edizione 2011 del Festival di Cannes, Penélope è
presente, fuori concorso, proprio con la saga dei pirati – il cui
ultimo capitolo è stato accolto, però, piuttosto freddamente dai
critici. Mentre il suo maestro, Almodóvar, porta in gara un
thriller di cui torna a essere protagonista – non succedeva dai
tempi di Légami! – Antonio Banderas.
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