“La mamma è faticosa.”
Dice perentorio il buttafuori Sergej al suo collega Cianca, che gli
racconta del suo difficile rapporto con la medesima, in una serata
di lavoro come tante, fuori dalla discoteca UFO. I due bizzarri
personaggi sono interpretati rispettivamente da Marco
Giallini e Valerio Mastandrea e danno
vita a una esilarante miniserie comico-demenziale-filosofica in
onda su Rai 3: Buttafuori. È il 2006. Torna in mente ora,
non solo per la sua ingegnosità, ma perché in effetti, stare dietro
alle innumerevoli declinazioni di Valerio
Mastandrea è faticoso: il cinema, il teatro, la
letteratura, l’impegno civile, il pessimismo, l’ottimismo, Roma e
la Roma. Ma lo si fa con piacere, perché si da il caso che sia uno
dei più bravi attori italiani in circolazione.
L’ultimo Festival di
Venezia l’ha visto protagonista della pellicola di
Ivano De Matteo
Gli equilibristi, ora nelle sale, in cui veste
egregiamente i panni drammatici, ma anche ironici, dell’impiegato
statale Giulio, in equilibrio precario sull’orlo dell’indigenza. A
Locarno invece, è andato con l’opera seconda di Edoardo Gabriellini
I padroni di casa, in uscita il prossimo 4
ottobre. Mentre, sempre a ottobre, lo vedremo nel nuovo film di
Silvio Soldini
Il comandante e la cicogna.
In circa vent’anni di carriera ha
interpretato giovani in cerca di sé, trentenni in crisi, ladri,
poliziotti, sindacalisti, scrittori, ex mariti ossessivi, ex pugili
depressi, per citarne solo alcuni. I suoi personaggi sono
disillusi, pessimisti, tristi, con un disagio, un malessere
esistenziale più o meno pronunciato, ma sono anche – quasi sempre –
ironici, sarcastici, a volte comici e buffi. Ed è proprio questo
mix a renderli unici. Per interpretarli, ha messo a frutto la sua
indole da romano doc, fatta di disincanto e pungente ironia, ma in
fondo, non priva di un cauto ottimismo. Tuttavia, ha dimostrato
negli anni di saper anche prendere artisticamente le distanze da
quella romanità che incarna così bene, ma che rischiava di
intrappolarlo in un cliché. Così sono nati personaggi come il
protagonista de La prima cosa bella di Virzì, o
quello di Un giorno perfetto di Ozpetek, che ne
hanno rivelato la versatilità.
Oltre a recitare,
produce, dirige – finora solo un cortometraggio e uno spettacolo
teatrale – e scrive, ma sempre mantenendo nell’atteggiamento quel
basso profilo che è dote piuttosto rara nel panorama
cinematografico nostrano. Non è da lui auto incensarsi, anzi,
semmai il contrario. Partecipa e si spende in opere di registi
emergenti. È attore, ma anche cittadino, volto noto che si impegna
in iniziative culturali e sociali: presiede la Scuola Provinciale d’Arte
Cinematografica Gian Maria Volontè, che offre corsi
gratuiti a chi vuole imparate “i mestieri del cinema”; ha
collaborato a un documentario sull’Aquila post terremoto e diretto
il corto Trevirgolaottantasette riguardo le morti
sul lavoro; ha prestato il suo volto per spot pubblicitari a scopo
benefico e di sensibilizzazione (Amref, FAO, test HIV); non teme di
metterci la faccia, quando c’è da schierarsi e manifestare le
proprie idee (a sostegno della legge 194, del Teatro Valle,
del Cinema Palazzo e di altri centri culturali occupati, perché
restino tali e non vengano sottratti alla loro funzione, o contro i
tagli al FUS).
Valerio Mastandrea
nasce a Roma, alla Garbatella, il 14 febbraio del 1972. Frequenta
la scuola fino al diploma, poi due esami all’università e lascia
gli studi per intraprendere il percorso da attore. Esordisce in
teatro nel ’93 e l’anno successivo al cinema, con una commedia di
Piero Natoli, seguita da una piccola parte in Cuore
cattivo di Umberto Marino. Poi è ospite in alcune puntate del
Maurizio Costanzo Show. Ed è il primo incontro con la
notorietà.
Nel ’95 entra a far parte della
scorta che conduce un ragioniere della mafia e sua figlia da
Palermo a Milano per un processo in Palermo – Milano solo
andata di Claudio Fragasso. Interpreta Tarcisio: il più
fragile del gruppo, il più giovane, quello con meno
esperienza, che guadagna e perde di più da quel viaggio. La sua
scena finale è drammaticamente ironica. L’anno successivo, si fa
notare nell’esordio di Fulvio Ottaviano, Cresceranno i carciofi
a Mimongo.
Ma il primo film a vederlo
protagonista indiscusso e a far emergere in maniera inequivocabile
il suo talento è l’intelligente e originale commedia Tutti giù
per terra di Davide Ferrario (1997). Qui, è estremamente
convincente nel dare corpo ai tormenti del giovane Walter, ventenne
degli anni Novanta non molto dissimile da tanti ventenni di oggi,
senza particolari ideali od orizzonti, a disagio in famiglia e
nella società, che mal si adatta al conformismo e vive con
apprensione l’imminente passaggio all’età adulta. L’andatura
dinoccolata, l’espressione sconsolata e rinunciataria
che Valerio Mastandrea dà al personaggio già
dicono tutto, ma a rendere il film divertente e godibilissimo sono
anche una brillante sceneggiatura e una sapiente regia, che
consentono all’attore di dare il meglio di sé in un’interpretazione
senz’altro memorabile. La colonna sonora, affidata ai CSI, non
poteva essere più azzeccata. Così Valerio conquista il pubblico,
specie quello più giovane: impossibile per molti adolescenti
dell’epoca non identificarsi, almeno in parte, col suo personaggio.
Ma convince anche la critica, che gli assegna il Pardo e la Grolla
d’Oro.
Valerio Mastandrea …
filmografia
Conferma le sue doti lo stesso anno
nella commedia-dramma In barca a vela contro mano, di cui
è protagonista nei panni di un giovane laureato in medicina che si
trova ad indagare su presunti traffici tra le corsie di un ospedale
romano. E non sfigura affatto, accanto ad attori del calibro di
Antonio Catania e Maurizio Mattioli. L’atmosfera del nosocomio
romano è resa in modo del tutto realistico grazie alla
perizia nelle caratterizzazioni, mentre la trama oltre che
divertire, avvince e fa riflettere. Il ’98 è un anno di prove dagli
esiti discontinui, ma due sono da segnalare: L’odore della
notte di Claudio Caligari e
Barbara di Angelo Orlando. In
entrambi i film vediamo Valerio Mastandrea
affiancato da Marco Giallini inaugurare un
sodalizio artistico che li vedrà insieme su molti set e regalerà al
pubblico momenti impagabili. La pellicola di Caligari è drammatica
e illustra le gesta di una banda di rapinatori, sulla scorta di
vicende di cronaca di fine anni ’70, primi ’80.
Il capo è il poliziotto Remo Guerra
(Valerio Mastandrea), che lungi dall’essere un
fedele servitore dello Stato, riversa al sua rabbia, la sua
frustrazione, il suo sentimento di rivalsa e una certa presunzione
di superiorità sulle ricche famiglie della “Roma bene”, che deruba
e terrorizza con i suoi compagni di borgata. Per lui quelle
famiglie sono l’emblema del conformismo perbenista e ipocrita al
quale non si vuole arrendere fino in fondo, pur facendone già parte
come poliziotto. Ribellione, dunque, ma non più come fisiologica
fase adolescenziale, bensì come unico orizzonte nel quale sentirsi
vivi. Valerio Mastandrea è perfetto in
questa ulteriore declinazione del disagio esistenzial-sociale con
deriva violenta. E non manca neppure lo spazio per ironia e
sarcasmo.
Di tutt’altro tenore invece, la
commedia dai toni surreali e dagli echi letterari diretta da Angelo
Orlando, che vede il duo Valerio
Mastandrea-Giallini in una prova comica esilarante e
stralunata, basata su una situazione costrittiva (i due sono legati
a un letto) e claustrofobica (lo spazio è quello di una stanza) e
sull’estenuante attesa di un personaggio – la Barbara del titolo. A
completare il tutto, una galleria di personaggi improbabili che
entrano ed escono dalla stanza.
Nel frattempo, l’attore dà prova di
saper incarnare più d’ogni altro della sua generazione la romanità
autentica e verace – sbruffona, irridente, al solito ironica, ma
anche tragicamente dolente – anche in teatro. Ottiene infatti
una vera e propria consacrazione con Rugantino, commedia
musicale di Garinei e Giovannini, ambientata nell’800, che lo vede
protagonista nel ruolo già affidato ai grandi Manfredi e Montesano.
Accanto a lui Sabrina Ferilli, Maurizio Mattioli e Simona Marchini.
Lo spettacolo viene replicato per due anni con grande successo di
pubblico. Atmosfere di una Roma che fu si respirano anche
nell’ultima opera di Luigi Magni, La carbonara,
cui Valerio Mastandrea partecipa unendosi a
un variegato cast.
Il nuovo millennio inaugura anche
un nuovo sodalizio: quello tra l’attore romano e il regista Daniele
Vicari. Infatti, quest’ultimo sceglie proprio Valerio per il suo
esordio nel lungometraggio Velocità massima, e gli affida
il ruolo di Stefano: inaridito e cinico meccanico, con la passione
per la velocità, che modifica macchine nella sua officina assieme
al neoassunto Claudio. I due si danno alle corse clandestine. Non
può mancare una donna da contendersi. Vicari punta il suo obiettivo
sul mondo delle corse, mostrando una capitale per molti inedita e
un’umanità squallida, grigia, greve, che cerca di sentirsi
protagonista almeno sulle quattro ruote. David di Donatello per la
regia. Del cast del film fa parte come attore Ivano De Matteo, che
a sua volta esordirà dietro la macchina da presa con Ultimo
stadio, avvalendosi della collaborazione
di Valerio Mastandrea e lo ritroverà in
seguito in Codice a sbarre (2004) e ne Gli
equilibristi (2012).
Ettore Scola lo vuole
per un affresco di Roma e della sua gente. Partecipa a
Lavorare con lentezza di Guido Chiesa ed è nel
nuovo film di Vicari, L’orizzonte degli
eventi, che però non bissa il successo dell’esordio. Lo
ritroviamo ne Il Caimano di
Moretti. E poi, da amante del pallone (è indefesso
tifoso della Roma) Valerio
Mastandrea non si lascia sfuggire un film a episodi
sul gioco del calcio, opera prima di quattro registi esordienti
(Michele Carrillo, Claudio Cupellini, Francesco Lagi e Roan
Jhonson). Così è nel cast di 4-4-2: il gioco più bello
del mondo, nei panni di un portiere che vende la gara decisiva
dei suoi.
Valerio Mastandrea, il film
Notturno Bus
Nel 2007 lo troviamo in due
riuscite commedie. La prima è Notturno bus (2007),
dove caratterizza al meglio un malinconico e disincantato autista
di bus, Franz, coinvolto in un rutilante vortice di eventi
dall’incontro con la bella ladra Leila/Giovanna Mezzogiorno,
sullo sfondo di una intrigante Roma by night. La coppia
funziona, coadiuvata da ottimi comprimari in un’originale
commistione di generi. L’altra commedia, in cui l’attore dà vita a
uno dei suoi personaggi più riusciti, è la divertente Non
pensarci, di Gianni Zanasi. Il personaggio di Stefano Nardini
sembra cucito addosso a lui (che è anche un appassionato di
musica). Trentaseienne musicista punk frustrato e sfortunato, che
in un momento di crisi esistenziale torna nel natio e operoso nord,
a cercare conforto nella famiglia, salvo scoprire che lì tutti
hanno problemi anche più grossi dei suoi, e che sembrano fare
affidamento proprio su di lui per risolverli. Situazione
paradossale, quindi, una famiglia sconclusionata, stravagante, ma
alla fine unita da un profondo affetto.
Inoltre, un’evoluzione rispetto ai
ruoli precedenti: se infatti finora i personaggi
di Valerio Mastandrea erano stati
contestatari, ribelli, fieri nemici del perbenismo e del
conformismo, chiusi in una loro presunta superiorità, qui il
protagonista – che pure parte da questi presupposti e critica
aspramente la famiglia – vedrà alla prova dei fatti che questa non
è un mondo non così chiuso e lontano da lui, anzi, per certi
aspetti è certo più autentico di quello che ha lasciato a Roma. Si
troverà a dare una mano per risolvere i problemi reali, anziché
limitarsi alle critiche auto compiaciute: un proficuo scambio
d’esperienze che prende il posto della mera contrapposizione. Il
tutto, sorretto non solo dalla sua magistrale interpretazione – per
la quale è candidato al David e al Nastro d’Argento e si aggiudica
il Ciack d’Oro – ma da un’ottima sceneggiatura, che lo rende
protagonista di gag esilaranti e dà il giusto ritmo all’azione, e
da un cast di ottimo livello – basti pensare a Giuseppe Battiston
nel ruolo del fratello maggiore. Il film diventerà poi una serie
televisiva diretta da Lucio Pellegrini e Gianni Zanasi, che lo
vedrà ancora protagonista.
Nel 2008 partecipa al
fortunato Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, tra le
prime pellicole a prendere di petto il problema della precarietà
tra i giovani, protagonista Isabella Ragonese nei panni di una
giovane laureata che trova lavoro in un call center. Virzì ci fa
entrare in questo mondo spietato, dominato da un’agguerrita
competizione, da ipocrisia e logiche da sfruttamento selvaggio,
dipingendolo nei particolari, con personaggi assai
vividi. Valerio Mastandrea interpreta il
sindacalista che aiuterà la protagonista a denunciare gli abusi
commessi dall’azienda. Ma questo è soprattutto l’anno in cui
l’attore romano affronta un’ardua sfida. Ozpetek gli affida infatti
un personaggio che non ha nulla a che vedere con quelli da lui
interpretati finora: è Antonio, l’ex marito ossessivo e violento di
Un giorno perfetto.
È un percorso complesso negli
abissi della follia umana, anzi, al limite dell’umano, come
l’attore stesso ha affermato: “è un personaggio al limite tra
l’animale-uomo e l’uomo, un personaggio devastante” ma dal
quale, dice, “non mi sono fatto devastare”. Antonio non
accetta la realtà – la separazione da sua moglie Emma/Isabella
Ferrari, la rottura del nucleo familiare che lo allontana anche dai
due figli. La rabbia e il desiderio di possesso e controllo
esploderanno nella maniera più devastante. Pur con qualche
ingenuità e qualche caduta nel melodramma, specie nelle storie che
ruotano attorno alla principale, la vicenda dei due protagonisti
non può che impressionare lo spettatore, con un
inedito Valerio Mastandrea che brilla in
questo ruolo cupissimo, da orco, da incarnazione del male, dando
prova di grande versatilità – è premiato con il Golden Graal come
miglior attore drammatico. Mentre Isabella Ferrari rende
ottimamente lo spaesamento stralunato, lo scollamento da una realtà
che nonostante tutte le prove, non riesce a guardare col necessario
realismo.
Altro ruolo di simile cupezza, e
pari straziante efficacia, dove però la violenza si rivolge più
contro sé stesso che contro altri, è quello dell’ex pugile depresso
di Good morning Aman, esordio del regista Claudio
Noce e primo lungometraggio di cui Valerio
Mastandrea è anche produttore – “ho dato
una mano”, perché “oggi non basta più fare i film solo con
la propria faccia”. È la storia di due vite ai margini – l’ex
pugile Teodoro e il giovane italo-somalo Aman/Said Sabrie – e di
un’inattesa amicizia. Crudo realismo, assenza di retorica, di
pietismo; rabbia esibita o repressa, desolazione sono le chiavi del
film, che nonostante le buone prove, non ha avuto un gran
riscontro.
Il 2010 invece, è
l’anno del grande successo che mette d’accordo pubblico e critica.
Arriva grazie ad una nuova collaborazione con Virzì, nel suo film
forse più personale: La prima cosa bella,
ambientato nella sua città natale, Livorno. Con un ottimo cast,
tutto straordinariamente in parte: oltre a Valerio
Mastandrea, Stefania Sandrelli, Micaela
Ramazzotti, Marco Messeri, Claudia Pandolfi. Tutti assieme
a colorare una commedia che è un affresco della provincia italiana
degli ultimi quarant’anni, che parla di affetti e legami familiari
in modo non banale o stereotipato, ma ironico e disincantato e vede
il figlio Bruno/Valerio Mastandrea, insegnante
quarantenne perennemente a disagio, introverso e con molti
“vuoti” da colmare, fare i conti con la figura dell’ingombrante,
esuberante, affettuosa mamma Anna/Ramazzotti e Sandrelli, da cui si
era allontanato tanti anni prima. Il risultato fa sorridere e
commuove al tempo stesso. Il film fa incetta di David e Nastri:
finalmente il nostro ottiene il David di Donatello, con cui sarà
premiata anche Micaela Ramazzotti. Nastro d’Argento per Ramazzotti
e Sandrelli, ma anche per il miglior film, sceneggiatura e
costumi.
Nel 2011 l’attore romano partecipa
a diversi progetti, spaziando dalla commedia al dramma – da
Nessuno mi può giudicare e Cose
dell’altro mondo a
Ruggine. Ed esordisce anche come scrittore
con lo pseudonimo di Saverio Mastrofranco, firmando assieme a
Francesco Abate il romanzo ispirato dalla vicenda di quest’ultimo,
Chiedo scusa.
Quest’anno, lo abbiamo visto in
quello che definisce “il lavoro più difficile che ho fatto
finora”, ovvero vestire i panni del commissario Luigi
Calabresi nel film di Marco Tullio Giordana
Romanzo di una strage. Nella ricostruzione storica che
Giordana fa della strage di Piazza Fontana, delle indagini e dei
processi che la seguirono, dei personaggi che in tutta questa
complessa e lunga vicenda ebbero un ruolo, il controverso
personaggio del commissario capo della questura milanese esce come
avvolto in una nebbia, resta in gran parte oscuro. La morte di
Pinelli, che vola dalla finestra della questura, proprio quella
dell’ufficio di Calabresi, mentre lui non c’è. La violenta campagna
di stampa e d’opinione contro di lui che ne consegue, infine
l’agguato di cui rimane vittima. Ma dell’uomo Calabresi, di come
viva tutto ciò, sappiamo poco, restiamo distanti, non possiamo
approfondire. Forse un eccessivo pudore del regista, che però
influisce sulla resa del personaggio: freddo, trattenuto.
Con Gli
equilibristi di Ivano De Matteo siamo in
tutt’altro ambiente, epoca e situazione, ma c’è anche tutt’altro
coinvolgimento: pur nella chiave estremamente misurata, fatta di
sguardi più che di parole, mai sopra le righe, qui passa tutta
l’emozione necessaria a farci soffrire con l’impiegato Giulio, che
sbaglia e paga caro, non riuscendo poi a sopportare il peso
economico ed esistenziale di una separazione ai tempi della crisi.
Se all’inizio ridiamo amaramente con lui di una realtà cinica, che
non perdona, poi viviamo la sua vergogna, il senso d’indegnità che
lo portano a chiudersi sempre più in sé. Con lui riflettiamo sul
momento che stiamo vivendo e di cui finalmente negli ultimi tempi
si parla anche al cinema. Anche se, dice Valerio
Mastandrea, “la crisi c’è sempre stata, c’è da
quindici anni. Per questo non condivido chi parla di nuova povertà.
Ciò che colpisce oggi, invece, è la normalità con cui ci si può
sprofondare. Oggi tutto è pronto per tirarti giù. È questa la
novità”. Con questa interpretazione si è guadagnato il Premio
Pasinetti al Festival di Venezia, dove il film, attualmente nelle
sale, è stato accolto con dieci minuti di applausi.
Dal prossimo 4 ottobre lo vedremo
invece ne I padroni di casa di Edoardo
Gabriellini, assieme ad Elio Germano, mentre dal 18 ottobre
sarà nelle sale con l’ultima fatica di Silvio Soldini Il
comandante e la cicogna. Nel cast con lui,
Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Claudia
Gerini, Luca Zingaretti.
Chi invece volesse vederlo sul
palcoscenico, dovrà aspettare il prossimo febbraio. Debutterà
infatti il 14 al Teatro Ambra Jovinelli di Roma con uno spettacolo
da lui anche diretto e scritto da Mattia Torre: Qui e ora,
in scena fino al 3 marzo.