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Il Mistero del Profumo Verde, recensione del film di Nicolas Pariser

Nicolas Pariser torna al cinema con il suo terzo lungometraggio, Il Mistero del Profumo Verde (Le parfum vert), dopo Le grand jeu (vincitore del Prix Louis-Delluc per la migliore opera prima) e Alice et le maire, che ha vinto il Label Europa Cinémas alla Quinzaine des Réalisateurs e il César per la migliore attrice per Anaïs Demoustier.

Passato ancora una volta per la Quinzaine des Réalisateurs del 2022, il film è un omaggio talmente ispirato al mondo dei fumetti di Hergé da sembrare un adattamento. Ma non è nulla di tutto ciò, poiché questa commedia spionistica ha avuto origine direttamente dalla mente del regista, incrociando come vettori ispiratori gli albi di Tintin e i film di Hitchcock.

Il Mistero del Profumo Verde, la trama: intrigo internazionale

Dopo la morte (per avvelenamento) di un attore nel bel mezzo di una rappresentazione teatrale della Comédie-Française, l’attore Martin Rémi (Lacoste) – che ha sentito le ultime parole del morto – viene seguito e rapito da mafiosi che lo portano in un maniero isolato a Rambouillet. Qui incontra un misterioso criminale che si perde a parlare di una apparente e rinnovata politicizzazione della gioventù, prima di liberarlo definitivamente nelle prime ore del mattino dopo avergli somministrato un tranquillante. Una volta tornato a Parigi, completamente confuso rispetto a ciò che gli è accaduto nelle ultime ore, si reca in una libreria specializzata in fumetti, avendo dedotto che il suo rapitore deve essere un collezionista.

È lì che incontra Claire Cahan (Kiberlain), un’autrice di fumetti in piena crisi familiare, che decide di accompagnarlo nella sua ricerca di risposte per sfuggire alle proprie preoccupazioni. Ricercato dalla polizia e involontariamente coinvolto in un’operazione internazionale, ma determinato a trovare Hartz (il suo rapitore, capo dell’organizzazione Le Parfum Vert), Martin si reca a Bruxelles con la sua nuova complice. Senza comprendere realmente i dettagli di questa vasta macchinazione, i due vengono infine catturati dai servizi segreti francesi, in questo continuo inseguimento tra gatto e topo.

Tra dolce follia e (troppa) seriosità

Fortemente influenzato dai primi fumetti di Hergé e dalla fase inglese del cinema di Alfred Hitchcock, con Il Mistero del Profumo Verde il regista ha voluto recuperare lo spirito di questi due mondi, ancorandoli però al XXI secolo, attraverso una cornice da commedia poliziesca e spionistica. La sceneggiatura, scritta da lui stesso, è ricca di originalità e mistero: un enigmatico omicidio alla Comédie-Française dà inizio a una caccia all’uomo internazionale, da Bruxelles a Budapest.

Il Mistero del Profumo Verde è indubbiamente un film affascinante, anche se non riesce a convincere del tutto. Manca un vero equilibrio tra cinema d’autore referenziale e narrazione efficace, obiettivo raggiunto da Truffaut con Finalmente domenica! e da Pascal Thomas con Due per un delitto, due modelli di commedia poliziesca francese basati su una coppia di dilettanti che conduce le indagini. Nicolas Pariser immerge inizialmente lo spettatore in un’adorabile e dolce follia, dove le risate e la meraviglia sono potenzialmente ad ogni angolo. Ma l’iperterrita intenzione di rendere ogni svolta di trama seriosa, ostacola purtroppo quella che aveva tutte le carte in regola per essere una commedia brillante.

Il Mistero del Profumo Verde (2023)

Investigatori agli antipodi

La piacevole energia trasmessa dal duo di investigatori formato da Vincent Lacoste/ Sandrine Kiberlain, che abbraccia pienamente i codici del genere, è sicuramente uno degli aspetti più appaganti del film. Purtroppo, man mano che la storia si dipana e il regista si allontana dal suo incipit stravagante, il ritmo inizia ad ingannarci e a disperdere la nostra attenzione, complice una trama traballante che non riesce a decidere tra la sottotrama sull’antisemitismo in Europa, il thriller spionistico e la commedia sentimentale.

Sia da soli che in coppia, le loro silhouette e le loro voci – spesso avvolte dal fascino di dialoghi deliziosi – sono ideali per rappresentare questi due personaggi fuori dal mondo. Lo spettatore si affeziona a loro fin dall’inizio e li seguono man mano che procedono nell’indagine e scoprono la grave cospirazione che minaccia il mondo, tratteggiando un racconto che diventa principalmente un giallo, con una frase in codice che potrebbe essere la chiave per risolverlo.

Il “profumo verde” in questione è un misterioso strumento informatico che non è altro che un MacGuffin, un pretesto per organizzare un lungo inseguimento in cui i nostri due protagonisti giocano al gatto e al topo con i loro inseguitori. Ma, poiché sia Martin che Claire non hanno nulla da perdere, diventano ben presto i cacciatori piuttosto che le prede, con un’ingenua incompetenza che diverte molto e che sminuisce volutamente la posta in gioco: una svolta interessantissima, forse la vera chiave che avrebbe svoltato il film, qualora avesse deciso di proseguire sulla strada della commedia quasi surreale.

Il mistero dei Templari 3: il produttore conferma il ritorno di Nicolas Cage

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Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3) riceve un nuovo entusiasmante aggiornamento, con il produttore Jerry Bruckheimer che anticipa il ritorno di Nicolas Cage. Uscito nel 2004, l’originale Il mistero dei Templari rimane uno dei film più amati di Cage, con l’iconico attore nei panni dell’avventuriero Ben Gates.

Cage ha ripreso il suo ruolo nel sequel del 2007, sottotitolato Book of Secrets, ma non è tornato per la serie spin-off di breve durata Edge of History, trasmessa da Disney+ nel 2022. Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3) è in fase di sviluppo da tempo con il regista originale Jon Turteltaub, ma Cage ha già espresso scetticismo sulla realizzazione del progetto.

Ora, in una recente intervista con TheWrap, Bruckheimer conferma che Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3) è ancora in lavorazione. Ci stiamo avvicinando”, ha detto il produttore riguardo al progetto. Bruckheimer rivela anche che l’aspettativa per il film è che sia Turteltaub che Cage tornino.

Dopo l’aggiornamento su Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3), a Bruckheimer è stato chiesto se fosse deluso dal passaggio della serie alla TV in streaming con National Treasure: Edge of History. Il produttore spiega che la serie ha comunque svolto il suo compito di mantenere la serie rilevante per il pubblico. Come spiega:

“No, era completamente diverso. Vogliamo mantenere vivo il nome agli occhi del pubblico [e] nello spirito del tempo”.

Cosa significa questo per Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3)

Nicolas Cage
Nicolas Cage al Festival di Cannes – Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

Nel marzo 2024, Cage ha condiviso alcuni commenti sinceri su Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3). L’attore ha preso di mira la Disney, suggerendo che la società è responsabile del fatto che il film non sia stato realizzato. Nelle sue stesse parole:

No, non c’è National Treasure 3. Se volete trovare un tesoro, non guardate alla Disney, ok? Non è lì.

Le parole schiette di Cage sono in contrasto con i commenti di Turteltaub e dello sceneggiatore Ted Elliot, che negli ultimi anni hanno fornito diversi aggiornamenti promettenti sul progetto. Nell’agosto 2024, Elliot ha dichiarato al National Treasure Hunt podcast che la prima bozza della sceneggiatura era stata completata e che Ben, Abigail (Diane Kruger) e Riley (Justin Bartha) erano tutti inclusi nella storia.

Le ultime dichiarazioni di Bruckheimer sembrano quindi confermare che il lavoro su Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3) non si è interrotto negli ultimi 14 mesi, da quando è stata completata la prima bozza della sceneggiatura. Le sue dichiarazioni potrebbero anche essere un segno che Cage ha cambiato idea sul terzo film.

Se la sceneggiatura di Il mistero dei Templari 3 (National Treasure 3) dovesse essere completata quest’anno, le riprese non inizierebbero prima del 2026, il che significa che l’uscita del film potrebbe avvenire nel 2027 o addirittura nel 2028. Detto questo, potrebbe volerci un altro anno o più prima che la sceneggiatura sia completata in modo soddisfacente per tutti, il che significa che l’attesa potrebbe essere molto lunga.

Il mistero dei Templari 3: aggiornamenti sulla sceneggiatura e sul ritorno di Nicolas Cage

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Nicolas Cage ha interpretato per la prima volta Benjamin Franklin Gates in Il mistero dei Templari nel 2004 e ha ripreso il ruolo in Il mistero delle pagine perdute nel 2007. Entrambi si sono affermati come film d’avventura molto apprezzati dal grande pubblico. Sono però passati 17 anni dal secondo capitolo e i fan si interrogano costantemente sulla possibile realizzazione di un Il mistero dei Templari 3. L’anno scorso, Disney+ ha riavviato il franchise con una nuova serie, intitolata appunto Il mistero dei Templari – La serie, che però non ha mai visto la partecipazione di Cage ed è stata cancellata dopo una sola stagione.

Anche se non ci sono state notizie concrete su un terzo film, il produttore Jerry Bruckheimer ha diffuso un po’ di speranza a marzo, quando ha dichiarato: “Speriamo che ci sia un Il mistero dei Templari 3. Ci stiamo lavorando da tempo. Ci stiamo lavorando da un bel po’”. Ora, il regista Jon Turteltaub ha recentemente partecipato al podcast di National Treasure Hunt e ha rivelato che è in corso la stesura di una sceneggiatura.

La stanno scrivendo”, ha detto Turteltaub. “Questo non significa che sarà finita e che sarà grandiosa, ma se è in fase di scrittura sarà sicuramente epocale quando la leggeremo. Sappiamo tutti cosa c’è dentro. Ma c’è uno scrittore molto, molto bravo che lo sta scrivendo in questo momento e che tende a scrivere film molto belli. Se la sceneggiatura viene fuori quasi buona e si può vedere il traguardo da dove ci si trova, faremo il film”.

Il mistero dei Templari
Nicolas Cage, Justin Bartha e Diane Kruger in Il mistero dei Templari. © Disney Enterprises, Inc./Jerry Bruckheimer, Inc. All rights reserved

Nicolas Cage tornerà in Il mistero dei Templari 3?

Al 100%”, ha poi risposto Turteltaub quando gli è stato chiesto se Nicolas Cage e il resto del cast originale potrebbero tornare. “Dobbiamo sbrigarci perché le persone invecchiano e sono meno interessate, le vite cambiano e tutto il resto. E il mondo cambia. La nostra cultura sta cambiando. Molto. Da quando è stato girato il primo film. Socialmente, certamente politicamente, e sicuramente la nostra lingua e i diversi cambiamenti culturali che abbiamo avuto. E tu devi assicurarti di essere in contatto con tutto questo e di muoverti con esso, e di fare le cose nel modo giusto. … Non è facile fare un altro film. Bisogna tenere conto di molte cose”.

Il mistero dei templari – La serie, si torna a cacciare tesori su Disney+

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Era il 2004 quando Nicolas Cage inaugurava un nuovo franchise con Disney, Il mistero dei templari, una storia d’avventura a metà strada tra Indiana Jones e Tomb Raider, con un potenziale enorme, che ha dato vita a due lungometraggi, entrambi con protagonista Cage, e adesso a una serie tv, disponibile su Disney+ dal 14 dicembre, dal titolo Il mistero dei templari – La serie.

A raccogliere il testimone di Ben Gates, una giovane eroina di nome Jess Morales (Lisette Olivera), in cerca di… green card! Proprio così, la serie Disney+ parte da un presupposto che più realistico non si può, per trasportare all’avventura lo spettatore in una mozzafiato caccia al tesoro, molto classica per sviluppi e svolte, ma anche divertente e di intrattenimento per un pubblico di giovani aspirante cacciatori. E anche in questo caso, come da diverso tempo a questa parte, si sceglie di fare di Il mistero dei templari – La serie una “cosa tra femmine”, visto che di fronte a Jess si erge la spietata villain della storia, Billie Pearce, interpretata da Catherine Zeta-Jones, con un caschetto biondo platino e la ferma intenzione di non lasciarsi sfuggire il tesoro che cerca da una vita.

Abbiamo incontrato le due attrici in occasione della conferenza stampa mondiale di presentazione dello show, momento in cui la semi esordiente Olivera ha raccontato così il suo stato d’animo in merito alla serie e alla produzione: “Onestamente è un onore far parte di questa serie, penso che fin dall’inizio, tutti noi ci siamo entusiasmati tantissimo. Abbiamo lentamente costruito la nostra famiglia su questo set, con un’energia positiva costante, fin dall’inizio. E penso che sarà un’avventura davvero divertente per tutti. Di sicuro ci siamo davvero divertiti a realizzarlo, è la migliore esperienza della mia vita e sono davvero eccitata.”

Veterana del grande schermo e ora nelle vesti di Morticia Addams su Netflix, Catherine Zeta-Jones sta inaugurando una nuova fase delle sua carriera nella serialità, abbracciando un inedito ruolo di villain Disney a tutti gli effetti: “Chi non ama una caccia al tesoro? Penso che questa serie sia una storia indipendente ma anche un grande omaggio a un grande franchise. E penso che questo sia possibile grazie a questa meravigliosa linfa giovane dei nostri protagonisti, a un’ottima sceneggiatura e al fatto che cercare tesori non perde mai il suo fascino, anche dopo 20 anni.” 

“Penso che la chiave per riportare in vita vecchi franchise sia dare loro una nuova vita. Certi film, certe serie TV sono nel nostro subconscio. Quando ho raccontato ai miei ragazzi, che ormai sono grandi, che avrei fatto National Treasure non erano molto entusiasti, ma i film li abbiamo visti quando erano piccoli e li hanno amati, quindi penso che ci sia anche un fattore generazionale. E ora gli stiamo dando una nuova vita. E lo stiamo facendo con gli strumenti che abbiamo oggi, inserendo nel racconto la tecnologia, che oggi è una parte fondamentale della nostra vita. Il mondo è completamente cambiato, ma quello che è rimasto lo stesso è la nostra capacità di divertirci. È un ottovolante. Sono davvero entusiasta di farne parte!”

Il mistero dei templari – La serie è disponibile su Disney+ dal 14 dicembre con i primi due episodi. Oltre a Lisette Olivera e a Catherine Zeta-Jones, la serie è interpretata da Zuri Reed (Flatbush Misdemeanors); Antonio Cipriano (Jagged Little Pill a Broadway); Jordan Rodrigues (Lady Bird); Jake Austin Walker (Rectify); e Lyndon Smith (Parenthood). Inoltre, Harvey Keitel (Pulp Fiction), che ha interpretato Peter Sadusky nel franchise cinematografico de Il mistero dei Templari, si unisce al cast della serie come guest star nello stesso ruolo.

Jerry Bruckheimer, Cormac e Marianne Wibberley, Jonathan Littman e KristieAnne Reed sono gli executive producer della serie insieme a Rick Muirragui, che è anche sceneggiatore. Anche Jon Turteltaub, regista dei film, è executive producer. Mira Nair è regista ed executive producer.

Il mistero dei templari – La serie dal 14 dicembre su Disney+

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Il mistero dei templari – La serie dal 14 dicembre su Disney+

La nuova serie originale Disney+, Il mistero dei templari – La serie prodotta Disney Branded Television prodotta da ABC Signature per Disney+ proseguirà poi ogni mercoledì con un nuovo episodio a settimana.

Il mistero dei templari – La serie, quando esce e

Disney+, Il mistero dei templari – La serie in streaming debutterà il 14 dicembre sulla piattaforma streaming con i primi due episodi.

Il mistero dei templari – La serie, la trama e il cast

La vita di Jess Valenzuela (Lisette Olivera) viene stravolta quando un enigmatico sconosciuto le dà un indizio su un tesoro secolare che potrebbe essere collegato a suo padre, morto da tempo. Jess ha un talento per risolvere gli enigmi e la sua abilità viene messa alla prova quando lei e i suoi amici seguono una serie di indizi nascosti in manufatti e monumenti americani. Ma riuscirà Jess a superare in astuzia un trafficante di antichità del mercato nero in una corsa per trovare il più grande tesoro perduto della storia e scoprire la verità sul passato della sua famiglia?

Il mistero dei templari - La serie

Oltre a Lisette Olivera, la serie è interpretata da Zuri Reed (Flatbush Misdemeanors) nel ruolo di Tasha, l’amica di Jess che si unisce alla caccia al tesoro e che sarà costretta a riconsiderare il suo modo di pensare per aiutare la sua migliore amica; Antonio Cipriano (Jagged Little Pill a Broadway) nei panni di Oren, un simpatico ma egocentrico imbranato con una conoscenza enciclopedica delle teorie cospirative che cerca di riconquistare l’affetto di Tasha; Jordan Rodrigues (Lady Bird) nel ruolo di Ethan, il migliore amico d’infanzia di Jess di cui è innamorato sin dal giorno in cui si sono conosciuti; Jake Austin Walker (Rectify) nei panni di Liam, un musicista in difficoltà che piace a tutti, sempre con il dente avvelenato, che proviene da una lunga stirpe di cacciatori di tesori; Catherine Zeta-Jones (Chicago) nel ruolo di Billie, una miliardaria tosta, esperta di antichità sul mercato nero e cacciatrice di tesori che vive secondo il proprio codice; e Lyndon Smith (Parenthood) nei panni dell’agente dell’FBI Ross, un investigatore ostinato che si rende conto che una cospirazione più grande è in atto. Inoltre, Harvey Keitel (Pulp Fiction), che ha interpretato Peter Sadusky nel franchise cinematografico de Il mistero dei Templari, si unisce al cast della serie come guest star nello stesso ruolo.   Jerry Bruckheimer, Cormac e Marianne Wibberley, Jonathan Littman e KristieAnne Reed sono gli executive producer della serie insieme a Rick Muirragui, che è anche sceneggiatore. Anche Jon Turteltaub è executive producer. Mira Nair è regista ed executive producer.

Il trailer ufficiale

Il misterioso prossimo film di Jordan Peele riceve notizie incoraggianti dopo il rinvio

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Il prossimo film diretto da Jordan Peele torna finalmente a dare segnali concreti di vita. Dopo una lunga serie di rinvii e mesi di silenzio che avevano alimentato dubbi sul futuro del progetto, emergono ora aggiornamenti che lasciano ben sperare i fan del regista premio Oscar di Get Out, Us e Nope.

Secondo quanto riportato da Matthew Belloni nella newsletter di Puck, la sceneggiatura del nuovo film sarebbe stata completata e Universal Pictures sarebbe ancora pienamente coinvolta nella produzione. Si tratta della notizia più significativa arrivata sul progetto negli ultimi mesi, soprattutto dopo che nel 2025 lo studio aveva deciso di rimuovere il film dal proprio calendario delle uscite senza indicare una nuova data. Al momento trama, titolo e cast restano avvolti nel mistero, ma la conferma dell’esistenza di una versione definitiva dello script suggerisce che lo sviluppo stia finalmente entrando in una fase più concreta.

Il progetto era stato inizialmente programmato per dicembre 2024, prima di essere rinviato a ottobre 2026 a causa degli scioperi di sceneggiatori e attori che hanno paralizzato Hollywood nel 2023. Successivamente, nel settembre 2025, Universal aveva deciso di posticipare ulteriormente il film, alimentando speculazioni sulla possibilità che il progetto fosse stato accantonato. Le nuove informazioni sembrano invece confermare che Peele e lo studio stanno semplicemente lavorando per individuare il momento migliore per avviare la produzione e fissare una nuova data di uscita.

Perché il ritorno di Jordan Peele è uno degli eventi più attesi del cinema contemporaneo

L’attesa attorno al nuovo film di Jordan Peele non dipende soltanto dal successo dei suoi precedenti lavori, ma anche dal ruolo che il regista ha conquistato nel panorama cinematografico degli ultimi anni. Con Get Out ha ridefinito il concetto di horror sociale, ottenendo un Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale e incassando oltre 255 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 4,5 milioni. Anche Us e Nope hanno confermato la sua capacità di combinare intrattenimento, riflessione sociale e immaginario fantastico in modo originale.

La pausa che separerà Nope dal suo prossimo lungometraggio sarà la più lunga della sua carriera da regista. Se il nuovo progetto dovesse arrivare nelle sale non prima del 2027, trascorrerebbero almeno cinque anni dall’ultimo film diretto da Peele. Un intervallo insolito per un autore che negli anni precedenti aveva mantenuto una produzione relativamente regolare.

La fiducia di Universal appare comunque significativa. Lo studio mantiene infatti un accordo esclusivo con Peele fino al 2030, segno che continua a considerarlo uno dei propri autori di punta. Anche la sua casa di produzione Monkeypaw Productions rimane una realtà centrale nel settore, avendo realizzato negli anni titoli come Candyman, Monkey Man, Lovecraft Country e Hunters.

In assenza di dettagli ufficiali sulla trama, resta difficile prevedere quale direzione sceglierà Peele per il suo ritorno dietro la macchina da presa. Se c’è però una costante nella sua filmografia, è la capacità di sorprendere il pubblico evitando percorsi prevedibili. Per questo motivo, anche senza conoscere titolo o protagonisti, il nuovo film del regista continua a essere uno dei progetti più attesi di Hollywood.

Il Missionario – recensione del film prodotto da Luc Besson

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Il Missionario – recensione del film prodotto da Luc Besson

Il Missionario è la nuova brillante commedia prodotta da Luc Besson. La trama è molto semplice e non può non ricordare, anche se molto alla lontana, il cult movie dell’1989 Non siamo angeli.

In Il Missionario dopo sette anni di carcere per rapina a mano armata, Mario è finalmente libero. Dopo poche ora di libertà, deve, però, fare i conti con i suoi ex-complici che reclamano la refurtiva. Per garantirsi l’incolumità decide di rivolgersi a suo fratello Patrick, l’unica persona di cui si può fidare, che, per il bene del fratello, decide di mandarlo in un paesino dell’Ardeche.

Il MissionarioQuello che Mario non sa è che in quello stesso paesino stanno aspettando il nuovo parroco. Al suo arrivo, per una serie di equivoci, viene scambiato per il sostituto del defunto padre Etienne. Da qui, cominciano le peripezie di Don Mario. La vena comica è data principalmente dal chiasmo dei personaggi. Mentre Mario acquista sempre maggiori consensi dalla comunità, Padre Patrick si abbandona ad una vita lasciva, fatta di stupefacenti, donne e denaro.

Il Missionario

Meritevoli di lodi soprattutto i due interpreti principali: Jean-Marie Bigard e Doudi Strajmayster che, pressocchè sconosciuti in Italia, raccolgono molti consensi in patria.

Luc Besson ha deciso di affidare la regia al quasi esordiente Roger Delattre, che spesso si è affidato alla verve comica di Bigard, fino quasi allo svilimento del personaggio; puntando, e talvolta calcando troppo la mano, sull’equivoco, che, nonostante in molti casi possa apparire banale, diverte.

Il Miracolo, recensione delle prime due puntate della serie di Niccolò Ammaniti 

L’8 maggio alle 21:15 verrà trasmessa su Sky Atlantic in prima visione una nuova serie tv completamente made in Italy. Il Miracolo segnerà probabilmente l’ennesimo traguardo per le produzioni Sky, che da dieci anni a questa parte hanno permesso la realizzazione di ottimi prodotti come Romanzo Criminale – La Serie e Gomorra – La Serie. Questa mini serie tv consta di 8 puntate totali, ed è stata scritta da Niccolò Ammaniti, Francesca Manieri, Francesca Marciano e Stefano Bises. L’eccezionalità è che stavolta lo scrittore italiano si cimenta anche nel lavoro dietro la macchina da presa, affiancato da due veterani del mestiere: Francesco Munzi e Lucio Pellegrini.

Un cast di incredibili professionisti completa questa grande produzione, annoverando nomi come Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Lorenza Indovina e Tommaso RagnoIl Miracolo parte da un’idea molto semplice e affatto sconosciuta alle nostre orecchie: la statuetta di una Madonnina che comincia a perdere sangue.  Scansando abilmente i facili richiami alle vicende di Civitavecchia, Ammaniti si dedica da subito a ciò che ama maggiormente: concentrarsi sulla natura umana. La serie tv è pregna di questa impronta letteraria (come potrebbe altrimenti?) tale che ogni personaggio viene tratteggiato a 360 gradi. Psicologia, umori, emozioni e persino gesti (la peculiare stretta di mano del Premier) sono indagati da una macchina da presa che ama indugiare sui soggetti prendendosi i suoi tempi.

Parte lenta, Il Miracolo. È una serie tv che si rifiuta di entrare entro dei canoni precisi, a partire appunto dalla volontaria negazione delle tempistiche incalzanti alle quali ormai siamo tanto abituati. Nelle prime due puntate – che abbiamo visto e che verranno trasmesse insieme l’8 maggio su Sky Atlantic – assistiamo a quella che sembra la preparazione ad una storia complessa. In una Roma affetta da un male profondo, si alternano le vite di un Premier preoccupato per il suo futuro politico (Guido Caprino), di una biologa (Alba Rohrwacher) ossessionata dal proprio passato, di un prete corrotto (Tommaso Ragno) e di un generale dell’Esercito (Sergio Albelli). Attorno a loro gravitano anime più o meno tormentate, ma nulla al confronto di ciò che si spalancherà dentro i quattro protagonisti, gli unici che verranno in contatto diretto con “Il Miracolo”: la statuina di una Madonna, del peso di due chili e mezzo, che perde inspiegabilmente 9 litri di sangue l’ora.

Il Miracolo recensione edoardo pesceL’artefatto – segretissimo ed isolato all’interno di una suggestiva piscina svuotata – viene subito controllato, analizzato e monitorato. Ma piuttosto che dare risposte susciterà una serie di domande e di stravolgimenti. Sembra che le nuove serie tv non possano fare a meno di tirare in ballo la religione cristiana e il Vaticano (si vedano ad esempio Suburra – La Serie e The Young Pope), le cui supposte azioni pruriginose sono alla base della cronaca mondiale ormai da diversi anni. E sembrano funzionare anche su celluloide per catturare l’attenzione del pubblico. Cavalcando questa onda, Ammaniti si butta in una storia dove però non si punta il dito contro nulla di preciso (almeno sino alle prime due puntate), e i temi trattati sono molto più aleatori, rifiutandosi per il momento di generalizzare su tematiche di così ampio respiro, ma limitandosi alla caratterizzazione – certo talvolta morbosa – di determinati esseri umani.

Una manciata di individui estremamente diversi eppure così simili tra loro, come spesso evidenziano i parallelismi resi col taglio di scene ad hoc (l’accostamento iniziale tra la prostituzione per disperazione di una tossica e quella per noia della first lady).La Roma bellissima à la Sorrentino lascia il posto ad una città buia, quasi costantemente notturna, perché oscuro è l’animo di chi la abita. Criminali di tutte le specie sopra i quali spicca quello interpretato da un Tommaso Ragno incredibilmente in parte, che riecheggia anche nella capigliatura (e nella freddezza) lo Javier Bardem dei fratelli Cohen.

Tantissimi gli omaggi al cinema, soprattutto quello di matrice kubrickiana, e al neo-mondo delle serie tv che ormai hanno surclassato quello del grande schermo. Tra un rimando a The Leftovers e uno a True Detective, Il Miracolo si caratterizza per essere un ottimo prodotto di intrattenimento, a metà strada tra il dramma fantascientifico e il thriller psicologico, che non ha paura di mostrare quegli aspetti più morbosi della natura umana, finanche a sfiorare il lato ossessivo e orrorifico (diciamo pure splatter) dei singoli individui. In questo perfetto quadro cinematografico, dove nulla è lasciato al caso, si inserisce anche la minuziosa scelta di una colonna sonora estremamente presente (per volere dello stesso Ammaniti) che spazia da Jimmy Fontana ad Umberto Tozzi incastrandosi però perfettamente in un puzzle la cui cornice è composta dalle musiche originali di Murcof.

Il miracolo di Sharon: le differenze tra la storia vera e il film

Il miracolo di Sharon (titolo originale, Ordinary Angels) descrive da vicino le reali sfide  affrontate dalla famiglia Schmitt e il modo in cui Sharon Stevens li ha aiutati, ma si prende alcune libertà creative per aumentare l’impatto emotivo della sua narrazione. Interpretato da Hilary Swank e Alan Ritchson (star di Reacher), il film – tratto dall’omonimo romanzo della Stevens – segue infatti la storia di una parrucchiera che aiuta un padre vedovo a salvare la vita di sua figlia dopo che una tempesta di neve gli impedisce di sottoporre la bambina a un trapianto di fegato. Sebbene la narrazione sia piuttosto lineare, Il miracolo di Sharon non lascia mai un momento di tregua grazie al suo ritratto edificante dello spirito umano e dell’importanza della comunità.

Sia Hilary Swank che Alan Ritchson offrono interpretazioni convincenti, che elevano ulteriormente l’impatto del suo struggente dramma. Tuttavia, ciò che rende la sua trama efficacemente coinvolgente e con cui è facile immedesimarsi è proprio la sua connotazione di storia vera. Grazie al modo in cui il film entra in contatto con gli spettatori attraverso la rappresentazione dei trionfi e delle lotte di persone reali, è difficile non chiedersi quanto di tutto ciò sia accaduto e quanto sia stato inventato. In questo approfondimento, esploriamo dunque la storia vera dietro il film e in che cosa differiscono.

La storia vera dietro Il miracolo di Sharon

Gli eventi reali che hanno ispirato il film si sono svolti all’inizio degli anni ’90 a Louisville, nel Kentucky, e hanno coinvolto Ed Schmitt, un vedovo che cresceva due bambine, Michelle e Ashley. Entrambe erano affette da una malattia epatica congenita e avevano bisogno di un trapianto di fegato per sopravvivere. Ashley ricevette il trapianto nel 1991. Tuttavia, tre anni dopo, Michelle, che all’epoca aveva 3 anni, era ancora in attesa di un fegato disponibile (nel film, invece, viene detto che ha 5 anni). Nel frattempo, la famiglia stava affogando nei debiti sanitari.

Per quanto riguarda la madre delle bambine e moglie di Ed, Theresa Schmitt (in Il miracolo di Sharon interpretata da Amy Acker), la donna era morta un anno e mezzo prima, nell’agosto del 1992. Come indicato nel film, morì a causa delle complicazioni di una rara patologia chiamata malattia di Wegener, oggi nota come granulomatosi. Il film afferma però erroneamente che aveva 35 anni al momento della morte. In realtà ne aveva 29 quando è morta.

Alan Ritchson in Il miracolo di Sharon (2024)
Alan Ritchson in Il miracolo di Sharon. Foto di © Lionsgate

Quando Sharon Stevens Evans, una parrucchiera locale, lesse sul giornale della situazione degli Schmitt, lanciò una raccolta di fondi per aiutare la famiglia. Secondo il Courier Journal, raccolse persino i fondi per far volare Michelle in aereo privato da Louisville a un ospedale pediatrico di Omaha, in Nebraska, dove avrebbe ricevuto il suo nuovo fegato non appena fosse stato disponibile un organo donato. Riguardo al suo lavoro di parrucchiera, il film aggiunge il personaggio di Rose.

In Il miracolo di Sharon, Rose tiene d’occhio Sharon e le impedisce di ricadere nella sua dipendenza dall’alcol (dipendenza che la vera Sharon non ha). Tuttavia, anche se è tra i protagonisti secondari del film, non è basata su una persona reale e ha fatto parte del film solo per migliorare lo sviluppo della storia e le dinamiche dei personaggi. Per quanto riguarda il modo in cui Sharon chiede aiuto per gli Schmitt, nel film la si vede chiamare una stazione televisiva per informare la comunità di ciò che la famiglia sta passando. Nella vita reale, invece, la Stevens aveva contattato una stazione radio, Newsradio 840 WHAS, dove aveva spiegato le condizioni della famiglia e il bisogno di aiuto della comunità.

Come mostrato nel film, la storia vera conferma che l’intervento di trapianto di fegato di Michelle Schmitt era previsto a Omaha, in Nebraska. È inoltre vero che la famiglia aveva solo una manciata di ore per portare Michelle in ospedale affinché l’organo fosse ancora utilizzabile. Quando la nonna di Michelle, Barbara Schmitt, ha risposto alla chiamata per il trapianto alle 9 del mattino di un giorno di gennaio del 1994, le è stato detto che un fegato avrebbe atteso Michelle entro il tramonto. Per avere le migliori probabilità di successo, dovevano arrivare all’ospedale di Omaha entro le 18.00 e al massimo le 19.00.

La notizia è però arrivata nel momento più difficile che si potesse immaginare. Louisville era infatti appena stata colpita da una storica tempesta di neve, con strade chiuse e il percorso per l’aeroporto bloccato, il che rendeva apparentemente impossibile spostarsi. Nel film, a Ed Schmitt viene detto che “Michelle dovrà volare per 700 miglia fino all’ospedale pediatrico”. Per amore della precisione, un calcolo ha rivelato che la distanza in auto è di circa 693 miglia (10 ore e 40 minuti). Tuttavia, la distanza in aereo tra Louisville, Kentucky e Omaha, Nebraska, è di 582 miglia (1 ora e 40 minuti).

Emily Mitchell in Il miracolo di Sharon (2024)
Emily Mitchell in Il miracolo di Sharon. Foto di © Lionsgate

Per risolvere la situazione, i membri della comunità, sentito l’appello via radio di Sharon, si sono precipitati al parcheggio della chiesa pronti per spalare la neve. Si affrettarono a liberare uno spazio di atterraggio per l’elicottero, come si vede in una foto dell’articolo del Courier Journal del 1994 sulla storia degli Schmitt. Michelle fu poi trasportata con successo a Omaha e ricevette il trapianto. Questo commovente episodi di solidarietà e aiuto reciproco è realmente avvenuto, l’unica differenza è che nella realtà si è svolto di giorno e non di notte. Un cambiamento adoperato dagli autori del film per conferire ulteriore drammaticità al momento.

Per quanto riguarda il donatore, questo è Brian Friesen, un bambino di 7 anni deceduto per un aneurisma cerebrale un giorno prima che il padre di Michelle Schmitt ricevesse la telefonata sulla disponibilità di un trapianto di fegato. Friesen è così diventato il donatore della bambina, permettendole di avere una seconda possibilità di vivere la sua vita. Secondo quanto riportato, gli Schmitt hanno persino incontrato i genitori di Brian dopo l’intervento chirurgico di Michelle e hanno mantenuto un rapporto stretto con loro.

Dopo il trapianto di fegato, sia Michelle che sua sorella hanno dovuto sottoporsi a controlli regolari e assumere quotidianamente diversi farmaci. Questo ha finito per compromettere la salute dei loro reni, che sono stati trapiantati nel 2011. Questa volta la donatrice di Michelle è stata la sua migliore amica, Crystal. Negli anni successivi, Michelle si è sposata e ha iniziato a lavorare all’Università di Louisville con un impiego in campo medico, a contatto con i bambini.

Sfortunatamente, all’età di 31 anni, Michelle Schmitt è morta per un aneurisma allo stomaco. Poiché le riprese di Il miracolo di Sharon erano iniziate nel 2021, la Schmitt era a conoscenza del film e, come ha rivelato la sorella, le sarebbe piaciuto sapere che “avrebbe potuto aiutare a salvare la vita di qualcuno portando l’attenzione sulla missione della donazione di organi”. Spiegando come la sorella avrebbe apprezzato gli sforzi compiuti per portare la sua storia sul grande schermo, Ashley Schmitt ha anche aggiunto che “Michelle sarebbe stata onorata da questo film e dalla consapevolezza che la sua storia contribuirà a suscitare”.

Il miracolo di Sharon: la storia vera dietro al film con Hilary Swank

Hilary Swank ha dichiarato di essersi personalmente ispirata a Sharon Stevens Evans, la donna realmente esistita che interpreta nel suo nuovo film in programmazione su Netfix Il miracolo di Sharon (Ordinary Angels).

È più grande della vita. È come una forza della natura, Sharon, ed è imperfetta, come tutti noi”, ha detto la Swank durante una visita a TODAY il 19 febbraio. “Sta attraversando la sua vita e perde la sua fede e poi ha l’opportunità di trovare il suo scopo più vero aiutando questa famiglia e questa giovane ragazza”, ha continuato la Swank. “E poi ha la possibilità di ritrovare la sua fede”.

Il miracolo di Sharon  racconta la storia di una parrucchiera determinata che raduna la sua comunità a Louisville, nel Kentucky, per salvare la vita di Michelle Schmitt, una bambina che ha bisogno di un urgente trapianto di fegato.

L’attore di “Reacher” Alan Ritchman è il co-protagonista nel ruolo del padre di Michelle, Ed Schmitt. In Il miracolo di Sharon compaiono anche Nancy Travis (“The Kominsky Method”), Tamala Jones (“Castle”), Skywalker Hughes (“Joe Pickett”) e Amy Acker (“The Gifted”).

Il miracolo di Sharon è basato su una storia vera?

Sì, Il miracolo di Sharon è basato sulla storia vera di una parrucchiera del Kentucky che ha aiutato una bambina gravemente malata a ricevere un trapianto di fegato salvavita.

Gli eventi reali che hanno ispirato il film si sono svolti all’inizio degli anni ’90 a Louisville, nel Kentucky, e hanno coinvolto Ed Schmitt, un vedovo che cresceva due bambine, Michelle e Ashley, secondo il Louisville Courier Journal.

Entrambe le bambine erano affette da una malattia epatica congenita e avevano bisogno di un trapianto di fegato per sopravvivere. Ashley ricevette il trapianto nel 1991. Tuttavia, tre anni dopo, Michelle, che all’epoca aveva 3 anni, era ancora in attesa di un fegato disponibile. Nel frattempo, la famiglia stava affogando nei debiti sanitari.

Quando Sharon Stevens Evans, una parrucchiera locale, lesse sul giornale della situazione degli Schmitt, lanciò una raccolta di fondi per aiutare la famiglia. Secondo il Courier Journal, raccolse persino i fondi per far volare Michelle in aereo privato da Louisville a un ospedale pediatrico di Omaha, in Nebraska, dove avrebbe ricevuto il suo nuovo fegato non appena fosse stato disponibile un organo da donare.

Alan Ritchson in Il miracolo di Sharon (2024)
Foto di Lionsgate – © Lionsgate

Poi, una mattina del gennaio 1994, la famiglia ricevette la notizia che un fegato da donatore era pronto per Michelle, nel momento più difficile che si potesse immaginare. Louisville era appena stata colpita da una storica tempesta di neve, con strade chiuse e il percorso per l’aeroporto bloccato.

Il trapianto di Michelle non poteva aspettare che la neve si sciogliesse; se non avesse raggiunto Omaha entro quella sera, il fegato donato non sarebbe stato più utilizzabile. I membri della famiglia e della comunità, tra cui Sharon Stevens Evans e la nonna di Michelle, Barbara Schmitt, si sono adoperati per organizzare un elicottero che portasse Michelle all’aeroporto.

Ovviamente, con 17 pollici di neve, la città era chiusa, così mia nonna ha chiamato Sharon per capire cosa avremmo dovuto fare”, ha ricordato la sorella maggiore di Michelle, Ashley, al Courier Journal.

Sharon ha iniziato a chiamare le stazioni radio per radunare la comunità perché il parcheggio della Southeast Christian Church doveva essere sgomberato per permettere a un elicottero di atterrare e prelevare mio padre e Michelle per portarli all’aeroporto e su un aereo privato per portarli a Omaha”, ha continuato Ashley.

I membri della comunità hanno sentito l’appello e sono arrivati al parcheggio della chiesa con le pale. Si affrettarono a liberare uno spazio di atterraggio per l’elicottero, come si vede in una foto dell’articolo del Courier Journal del 1994 sulla storia degli Schmitt. Michelle fu poi trasportata con successo a Omaha e ricevette il trapianto.

Cosa è successo a Michelle Schmitt?

Michelle Schmitt Cobble morì all’età di 30 anni nel 2021 a causa di un aneurisma allo stomaco, come riferì all’epoca l’emittente locale WAVE 3 News.

Ashley Schmitt ha raccontato che Michelle si era laureata alla Spalding University di Louisville e lavorava nel settore medico a contatto con i bambini.

“Ha persino lavorato con alcuni dei nostri pediatri che abbiamo avuto nel corso degli anni, il che ha chiuso il cerchio. Le piaceva molto aiutare gli altri e dare qualcosa alla comunità”, ha dichiarato Ashley Schmitt a WAVE 3.

A Cobble sono sopravvissuti il marito e il padre, oltre alla sorella maggiore.

“Il fatto che siamo arrivati a 30 anni, che siamo riusciti a prendere la patente, ad andare al ballo di fine anno, a fare le cose che la gente dà per scontate perché sa che le farà… con noi non abbiamo mai sognato di arrivare a 16 anni”, ha detto Ashley Schmitt.

Il personaggio di Hilary Swank in Il miracolo di Sharon è una persona reale?

Sì, il personaggio di Hilary Swank in Il miracolo di Sharon è basato su Sharon Stevens, che ora si fa chiamare Sharon Stevens Evans, una parrucchiera di Louisville, Kentucky.

Dopo essere venuta a conoscenza delle difficoltà della famiglia Schmitt, la Evans organizzò una raccolta fondi per aiutare la famiglia a pagare le spese mediche e finì per guidare gli sforzi per trasportare Michelle all’ospedale durante la tempesta di neve di Louisville nel 1994. Nel 2023 Evans ha scritto un libro di memorie sulle sue esperienze, intitolato anch’esso “Ordinary Angels”.

Il mio vicino Totoro: quello che forse non sai sul film di Hayao Miyazaki

Dall’uscita del suo primo lungometraggio e dalla fondazione dello Studio Ghibli, il regista Hayao Miyazaki si è imposto come la mente creativa dietro una serie di classici dell’animazione giapponese. Tra questi, oltre La Città Incantata, non si può non citare Il mio vicino Totoro, uno dei capisaldi della filmografia di Miyazaki, nonché uno dei film d’animazione incentrati sull’infanzia e sulla nostalgia di quegli anni più belli che siano mai stati realizzati.

Ecco di seguito quello che forse non sai su Il mio vicino Totoro:

La storia è in parte autobiografica

Il film è parzialmente autobiografico. Quando Hayao Miyazaki e i suoi fratelli erano piccoli, sua madre ha sofferto di tubercolosi spinale per nove anni e ha trascorso un lungo periodo della sua vita ricoverata in ospedale. È implicito – anche se nel film non viene mai specificato – che anche la madre di Satsuki e Mei soffra di tubercolosi. Una volta Miyazaki ha rivelato che sarebbe stato troppo doloroso per lui se i protagonisti fossero stati due bambini anziché due bambine. 

Totoro è l’equivalente giapponese di Troll

Il personaggio del titolo prende il nome dalla parola giapponese Torōru (equivalente giapponese dell’inglese Troll), parola pronunciata in maniera scorretta dal personaggio di Mei, colei che nel film vede per la prima volta le misteriose creature della foresta. Nella versione originale in lingua giapponese, quando Satsuki trova Mei addormentato nel bosco dietro la loro casa, la più piccola rivela alla sorella maggiore di aver visto un “Totoro” (sbagliando quindi la pronuncia di “Torōru”). Più avanti nel film, quando Satsuki scopre di più a proposito delle misteriose creature, chiede a Mei se queste non siano simili ai “Troll” presenti nel loro libro di favole (libro che non viene effettivamente mai mostrato, se non durante i titoli di coda).

All’inizio, Satsuki e Mei erano un unico personaggio

Inizialmente, Hayao Miyazaki aveva pensato a Satsuki e Mei come ad un unico personaggio. Nella seconda metà del film, però, Miyazaki voleva inserire maggiore suspense, e credeva che ciò che aveva in mente non avrebbe mai funzionato da un punto di vista narrativo con un solo personaggio; così decise di “splittarlo” e dare vita a due personaggi distinti. La ragazzina originale aveva 7 anni e possedeva caratteristiche sia di Satsuki che di Mei.

La “doppia programmazione” con Una tomba per le lucciole

Quando venne rilasciato per la prima volta in Giappone, Il mio vicino Totoro fu vittima di un fenomeno noto come “doppia programmazione”, secondo cui i gestori cinematografici proiettavano due film al prezzo di uno. All’epoca, Il mio vicino Totoro arrivò al cinema associato alle copie di Una tomba per le lucciole: si credeva, infatti, che una storia come quella di Satsuki e Mei non potesse fare leva sullo spettatore. Se il film fosse stato rilasciato nelle sale da solo, avrebbe rappresentato un alto rischio e portato a gravi perdite dal punto di vista economico. In effetti, all’inizio il film non ebbe grandissimo successo: le cose cambiarono quando l’immagine iconografica del personaggio di Totoro iniziò ad entrare nella cultura di massa grazie alla vendita di bambole e peluche ispirati allo stesso.

L’influenza di Totoro nell’industria dell’animazione

A livello mondiale, l’industria dell’animazione risente sicuramente, anche a distanza di decenni, degli effetti de Il mio vicino Totoro e di altri film dello Studio Ghibli. Ad esempio, Peter Docter, animatore e regista al servizio della Pixar, ha parlato spesso dell’influenza di Hayao Miyazaki e delle sue opere per film come Toy Story e Up. Un giocattolo praticamente simile al Totoro di Miyazaki appare addirittura in Toy Story 3 – La grande fuga

La storia è ambientata in una vera città del Giappone

Sapevate che la storia de Il mio vicino Totoro è ambientata in una vera città del Giappone? Si tratta della città di Tokorozawa, per l’esattezza, che si trova nella prefettura di Saitama. Secondo quanto riferito, il regista Hayao Miyazaki viveva a Tokorozawa, una grande comunità di aree agricole. Sebbene ci siano delle terre non ancora sviluppate nella regione, ci sono persone che lavorano per preservare le restanti aree naturali. Negli anni, Totoro è diventato il personaggio simbolo di tale movimento. 

L’ispirazione per il design di Totoro

Nel film, Totoro è conosciuto come uno spirito della foresta. Alcuni hanno notato che la sua forma insolita deriva da diverse influenze. Il design del personaggio di Totoro sembra ispirato a vari animali, tra cui gatti e i cani procioni giapponesi chiamati Tanuki. Le scene in volo e il momento in cui Satsuki e Mei suonano l’ocarina di notte suggeriscono che Totoro sia stato ispirato anche dai gufi.

Le Easter Egg di Totoro

Nell’industria dell’animazione, Totoro ha raggiunto lo status di vera e propria icona. Alcuni animatori e registi sono così affezionati al personaggio da averlo usato in molti film e serie animate, come il già citato Toy Story 3, ma anche Spongebob, Le Superchicche, Samurai Jack e Bob’s Burgers. Inoltre, in diversi altri film dello stesso Studio Ghibli ci sono molti riferimenti a Totoro e al film, come Pom Poko, Kiki – Consegne a domicilio e I sospiri del mio cuore

Il mio vicino Totoro a dicembre torna al cinema

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Il mio vicino Totoro a dicembre torna al cinema

Il 2015 era stato annunciato come l’anno dello Studio Ghibli e gli amanti dei Maestri giapponesi non potranno che ricordarlo così: dopo Il regno dei sogni e della follia (il documentario che per la prima volta ha condotto il pubblico all’interno del magico Studio di Miyazaki e Takahata), Quando c’era Marnie (l’ultimo capolavoro prodotto dallo Studio), Nausicaä della Valle del Vento (il primo scritto e diretto da Miyazaki) e una collana steelbook da collezione dedicata a quest’ultimo, torna nelle sale italiane Il mio vicino Totoro, il film che più di tutti rappresenta l’immagine dello Studio Ghibli.

Un’occasione unica per riscoprire sul grande schermo, in un’edizione di alta qualità completamente rimasterizzata, un capolavoro dell’animazione senza età che ha fatto divertire ed emozionare grandi e piccoli di tutto il mondo.

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SINOSSI. Le sorelline Satsuki e Mei si trasferiscono insieme al padre in una nuova casa in campagna. Per le due bambine inizia un viaggio alla scoperta di un nuovo mondo, abitato da creature fantastiche: dai nerini del buio, spiritelli della fuliggine, a buffi esseri di pelo di varie dimensioni, tra cui Totoro, lo spirito buono della foresta! Insieme a lui, Satsuki e la piccola Mei vivranno una magica e straordinaria avventura all’insegna dell’amicizia!

Il mio vicino Adolf, una clip in esclusiva dal film di Leon Prudovsky

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Ecco una clip in esclusiva dal film Il mio vicino Adolf, diretto da Leon Prudovsky e nei cinema italiani da giovedì 3 novembre con I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

I protagonisti David Hayman e l’iconico Udo Kier (I colori dell’anima, Nymphomaniac) si danno battaglia tra cespugli di rose, steccati, avvincenti partite a scacchi e una buona dose di vodka, mettendo in scena una serie di esilaranti sketch sul tema del cattivo vicinato. Dietro ad accesi battibecchi e divertenti tentativi per “smascherare” un Hitler redivivo e fuggito dall’altra parte del mondo, il nuovo dramedy diretto da Leon Prudovsky nasconde temi importanti, come il pregiudizio e le ferite di un passato doloroso mai dimenticato.

Colombia, maggio 1960. Il Signor Polsky, un solitario e scontroso sopravvissuto all’Olocausto, vive nella sua remota abitazione nella campagna colombiana e trascorre le sue giornate giocando a scacchi e curando i suoi amati cespugli di rose. Un giorno, quando un misterioso anziano di origine tedesca si trasferisce nella casa accanto alla sua, inizia a sospettare che il suo nuovo vicino sia… Adolf Hitler. Dato che nessuno gli crederà, sarà lui ad imbarcarsi in prima persona in una missione investigativa per trovare le prove. Per riuscirci però dovrà essere più vicino al suo prossimo di quanto vorrebbe. Così vicino che i due potrebbero quasi diventare amici.

Il mio vicino Adolf, recensione del film con David Hayman

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Il mio vicino Adolf, recensione del film con David Hayman

Programmato in uscita nelle sale italiane per il prossimo 3 novembre, Il mio vicino Adolf è una commedia diretta dal regista israeliano Leon Prudovsky e scritto dallo stesso in collaborazione   con Dmitry Malinsky. Il film, pur trattando la tematica dell’olocausto, si mantiene molto leggero ed ironico. Nel cast ritroviamo l’attore scozzese David Hayman (Macbeth, il bambino con il pigiama a righe), il quale interpreta uno dei due protagonisti, il signor Polsky, insieme al tedesco Udo Kier (American Animals, figlia mia). Il mio vicino Adolf è stato prodotto congiuntamente da Israele e Polonia, e distribuito da Wonder Pictures.

Il mio vicino Adolf: il tedesco della porta accanto

Sud America, anni 60. L’anziano signor Polsky vive isolato da tutto e da tutti nella sua casa in collina. La sua esistenza calma e tranquilla è dedicata interamente a leggere le strategie di scacchi sul giornale e ad accudire meticolosamente il suo cespuglio di rose nere, unico ricordo della sua amata e della sua famiglia. La sua pace si interrompe quando, un giorno, un individuo sospetto, il signor Herzog, si trasferisce nella casa accanto, grazie all’ausilio della signora Kaltenbrunner (Olivia Slihavy). Dopo le immediate antipatie per via di alcune controversie riguardo ai confini tra le due proprietà, e dopo aver visto Herzog negli occhi, il signor Polsky si convince di una folle teoria: il suo nuovo vicino di casa è Adolf Hitler. Farà di tutto per dimostrare questa sua convinzione, dalle innocue ricerche fino ad introdursi in casa del vicino alla ricerca di prove. Ciononostante, i due anziani vicini riusciranno a legare, fino ad avere un vero rapporto d’amicizia, tramite una passione in comune: gli scacchi.

il mio vicino Adolf
Il signor Polsky che spia Herzog dalla finestra.

Il mio vicino Adolf: dramma e commedia

L’elemento veramente interessante di un film come Il mio vicino Adolf è la perfetta coesistenza di comicità e di tematiche storiche serie. In particolare, in questo caso possiamo notare come l’evento della Shoa, e come è stato elaborato da un sopravvissuto, il Signor Polsky, venga articolato in una pellicola tutt’altro che pesante. Nella storia del cinema si ritrovano altri esempi di opere simili. Si pensi al Grande Dittatore, film di Charlie Chaplin che ironizza sulla figura stessa di Hitler, o, volgendo lo sguardo a film più recenti, a Jojo rabbit. Inoltre, in Il mio vicino Adolf, gli elementi della vicenda che dovrebbero portare maggiore drammaticità vengono lasciati latenti e poco sviluppati, come la morte della famiglia di Polsky. Sono presenti nel film solo in alcuni singoli fotogrammi, come la foto di famiglia sullo scaffale o il numero identificativo tatuato sull’braccio di Polsky. A questi pochi fattori di dramma, si alternano diverse scene di piena commedia: i commenti da parte dei due anziani signori sulla signora Kaltenbrunner, l’ultima prova che Polsky chiede a Herzog per dimostrare di non essere Hitler.

Da un punto di vista prettamente linguistico, si può trovare molto curiosa la presenza di un persistente multilinguismo nel film, guardando il mio vicino Adolf in lingua originale. Le vicende si svolgono in Sud America, quindi le persone locali nel film parlano lo spagnolo, come ad esempio nel caso del postino. Invece, sia Polsky che Herzog parlano in tedesco, ma, comunicando tra loro o con la signora Kaltenbrunner, utilizzano l’inglese.

Herzog e Polsky: nemici amici

Tutte le vicende di Il mio vicino Adolf ruotano attorno a due soli personaggi coprotagonisti: il polacco ebreo Polsky e Herzog, il suo vicino tedesco. Queste due figure inizialmente sembrano essere antitetiche. Il primo vive un’esistenza umile e semplice, in una casa molto spoglia, mentre il secondo è più elegante e curato, sia nel vestiario che nell’arredamento della propria abitazione. Anche i rapporti che si istaurano tra i due anziani sono inizialmente molto tesi. Polsky, sopravvissuto all’olocausto, sembra non riuscire a superare al massimo il trauma subìto e questo lo porta a vedere da subito questo suo vicino di casa come una figura invadente, che rovina la sua quieta vecchiaia, e poi anche come una figura nemica. Dall’altro lato il signor Herzog si presenta in partenza come un individuo misterioso, nascosto dietro degli occhiali da sole e dietro la signora Kaltenbrunner. I due riusciranno poi ad instaurare un rapporto grazie agli scacchi e scopriranno di non essere poi così diversi.

Il mio vicino Adolf, il trailer e poster del film con Udo Kier

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Il mio vicino Adolf, il trailer e poster del film con Udo Kier

Ecco il trailer di Il mio vicino Adolf, nuova commedia di Leon Prudovsky (Israele, Polonia, 2022, 100’) interpretata da David Hayman, Udo Kier e Kineret Peled. Il film arriva nelle sale italiane il 3 novembre distribuito da I WONDER PICTURES in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

Il mio vicino Adolf, la trama

Colombia, maggio 1960. Il Signor Polsky, un solitario e scontroso sopravvissuto all’Olocausto, vive nella sua remota abitazione nella campagna colombiana e trascorre le sue giornate giocando a scacchi e curando i suoi amati cespugli di rose. Un giorno, quando un misterioso anziano di origine tedesca si trasferisce nella casa accanto alla sua, inizierà a sospettare che il suo nuovo vicino sia… Adolf Hitler.

Dato che nessuno gli crederà, sarà lui ad imbarcarsi in prima persona in una missione investigativa per trovare le prove. Per riuscirci però dovrà essere più vicino al suo prossimo di quanto vorrebbe. Così vicino che i due potrebbero quasi diventare amici.

Il mio vicino Adolf, il poster in esclusiva

Il mio vicino Adolf

Il mio Posto è qui: trailer del film con Ludovica Martino

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Il mio Posto è qui: trailer del film con Ludovica Martino

Adler Entertainment è lieta di annunciare che, dopo la proiezione in anteprima assoluta al prossimo Bif&st 2024, arriverà nei cinema italiani dal prossimo 25 aprile Il mio Posto è qui, e per l’occasione ne rilascia l’intenso trailer ufficiale.

Il mio Posto è qui è un film che racconta con verità e coraggio e un taglio fortemente realistico una storia di amicizia ed emancipazione ambientata nella Calabria rurale degli anni ’40, sullo sfondo dei cambiamenti sociali dell’Italia del dopoguerra. Marta è una ragazza madre che per la sua condizione scomoda viene promessa in sposa ad un uomo che non ama. Conosce Lorenzo, l’assistente del parroco, noto come l’uomo dei matrimoni ma scansato da tutti per la sua omosessualità.  Tra loro nasce un intenso rapporto. Grazie a Lorenzo, Marta entra in contatto con quella comunità nascosta e per lei sconvolgente di omosessuali e, lentamente, comincia a prendere coscienza dei suoi diritti come donna. Ma, di quell’angolo remoto di mondo sarà costretta a difendersi in ogni modo dai pregiudizi e dalla cultura patriarcale che la circonda.

Il mio Posto è qui è scritto e co-diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto, quest’ultima autrice anche del romanzo omonimo da cui è tratto il film e appena uscito con Sperling & Kupfer.

Cristiano Bortone, produttore e regista, ha vinto nel 2008 un David di Donatello con Rosso come il cielo e ha diretto nel 2016 Caffè, la prima coproduzione ufficiale tra Italia e Cina. In questo nuovo film affianca Daniela Porto al suo esordio come regista e sceneggiatrice.

Interpreti principali sono Ludovica Martino, giovanissima ma già volto apprezzatissimo del panorama cinematografico italiano (Skam Italia, Sotto il sole di Riccione, Lovely boy, Il campione, I migliori giorni, Vita da Carlo) e Marco Leonardi, attore dalla pluriennale esperienza cinematografica iniziata come Totò di Nuovo cinema paradiso, passata per grandi successi come Come l’acqua per il cioccolato di Alfonso Arau, C’era una volta il Messico di Robert Rodriguez, Mary di Abel Ferrara e più di recente film molto apprezzati come Anime nere di Francesco Munzi, Maradona di Marco Risi, Tutti i Soldi del Mondo di Ridley Scott, Martin Eden di Pietro Marcello e Padre Pio di Abel Ferrara.

Le riprese si sono svolte tra Gerace (RC), storico borgo della Locride, e la Puglia, con location suggestive che raccontano un’Italia dimenticata.

Il film è stato prodotto da Orisa Produzioni in co-produzione con Goldkind Filmproduktion (Germania), con il sostegno della Fondazione Calabria Film Commission, Apulia Film Commission e della Regione Lazio, Fondo Lazio Cinema International, POR-FESR 2014-2020.

IL MIO POSTO È QUI, la trama

All’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, in un piccolo paese calabrese, l’incontro tra Marta (Ludovica Martino), ragazza madre promessa in sposa ad un uomo che non ama, e Lorenzo (Marco Leonardi), l’omosessuale locale conosciuto come “l’organizzatore dei matrimoni”, fa nascere una profonda amicizia che porta la giovane ragazza a sfidare i pregiudizi della comunità che li circonda e a lottare per trovare il proprio posto nel mondo come donna.

IL MIO POSTO È QUI arriverà nei cinema dal 25 aprile distribuito da Adler Entertainment.

Il mio posto è qui: recensione del film con Ludovica Martino

Il mio posto è qui: recensione del film con Ludovica Martino

Quella di Marta, la silenziosa ma curiosa protagonista di Il mio posto è qui, è la storia di tante donne in cerca del proprio posto nel mondo, ma anche delle occasioni per raggiungere il proprio massimo potenziale. Un potenziale a cui, purtroppo, determinati contesti – o, meglio ancora, chi li abita – impediscono di arrivare. Nel film diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto – e tratto dall’omonimo romanzo di quest’ultima – la protagonista si fa dunque incarnazione di una condizione sociale che, dagli anni Quaranta in cui il racconto è ambientato ad oggi, sembra dimostrare meno evoluzioni di quel che si potrebbe credere.

Il mio posto è qui si inserisce dunque in quel filone di film che riportano lo sguardo femminile al centro delle attenzioni, ribadendo l’urgenza di determinati discorsi e tematiche. Un’urgenza resa appunto tale dalla dimostrazione che, pur raccontando del passato questi film parlano in realtà anche del nostro presente. Quasi in modo speculare a C’è ancora domani – ma in modo meno artefatto – il film di Bortone e Porto offre dunque agli spettatori un percorso verso la propria liberazione, che passa inevitabilmente attraverso offese fisiche e morali, ma anche la non scontata scoperta di un mondo intero oltre i propri confini conosciuti.

La trama di Il mio posto è qui

Il racconto, come anticipato, si svolge all’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, in un piccolo paese calabrese. Qui vivono Marta (Ludovica Martino), ragazza madre promessa in sposa ad un uomo che non ama, e Lorenzo (Marco Leonardi), omosessuale locale conosciuto come “l’organizzatore dei matrimoni”. Nel momento in cui proprio a quest’ultimo Marta si rivolge per i preparativi del suo grande giorno, l’iniziale diffidenza lascerà posto ad una profonda amicizia che porterà la ragazza a prendere consapevolezza delle proprie capacità e a sfidare i pregiudizi della comunità che li circonda, lottando per trovare il proprio posto nel mondo come donna.

Il mio posto è qui Ludovica Martino Marco Leonardi
Marco Leonardi e Ludovica Martino in Il mio posto è qui. ©Angrisano

Realtà senza tempo

Con Il mio posto è qui siamo lontani dalla ferita ma vivace Roma di C’è ancora domani. Ci troviamo più a sud, nell’entroterra calabrese, in un paesino dove il tempo sembra scorrere più lento e la comunicazione con il mondo esterno è scoraggiata quando non apertamente ostacolata. Un contesto che i due registi raccontano rifuggendo da quell’artificiosità con qui tali ambienti vengono troppo spesso ricostruiti. Prevale qui invece un’attenzione sui costumi e le scenografie che non necessariamente ricerca il bello quanto piuttosto il vero (e che proprio per questo risulta più affascinante).

È qui che ha inizio il viaggio di Marta, tra pareti di roccia e abiti logori, tra la rigogliosità delle campagne e le occhiatacce dei suoi compaesani. Questo perché Marta – come se già non le bastasse avere i capelli rossi – è una ragazza madre. Un dettaglio visto come una colpa, che la rende oggetto di pregiudizi e bersaglio delle malelingue. La sua è dunque l’esistenza di un’emarginata, accettata ma guardata con sospetto per via di quel “essersi concessa” senza permesso, senza pensare all’onore in una società che vede le donne ancora solo come mogli e madri, come dimostrano le altre figure femminili che la circondano.

Dato che solo tra “ultimi” ci si può capire e sostenere, è dunque dall’incontro con Lorenzo che le cose per lei cambiano. Si manifestano a questo punto nel film sprazzi di colore che alludono ad una nuova speranza, alla possibilità di un futuro diverso da quello che le era stato cucito addosso. Il rosa del foulard che indossa, il rosso della motocicletta di Lorenzo, perfino il bianco di quell’abito da sposa a cui si sente costretta assume un valore inedito, che non immaginava possibile. È così che piano piano Marta entra in contatto con un mondo nuovo, grazie al quale riscopre anche sé stessa.

Il mio posto è qui Ludovica Martino
Ludovica Martino in Il mio posto è qui. ©Angrisano

L’emancipazione di Marta

Lorenzo apre dunque una breccia tra Marta e il contesto in cui è cresciuta. Una crepa che la ragazza andrà poi ad ingrandire sempre di più non solo attraverso la rivalutazione del proprio corpo e delle sue possibilità, ma anche con il dono della lettura e della scrittura, come anche della consapevolezza dell’esistenza di una società pronta ad evolvere, a partire dal tanto agognato voto alle donne. Sviluppando una coscienza politica – che non si limita al votare un partito anziché un altro -, la protagonista di Il mio posto è qui riesce dunque a portare a compimento la propria emancipazione, allontanandosi da quanti vorrebbero tenerla ancorata nel passato.

Oltre la condizione femminile di allora come di oggi, il film lancia dunque un messaggio molto importante: quello dell’importanza dell’interessarsi e partecipare alla vita politica, che altro non è che l’occuparsi della realtà del proprio Paese. Un Paese da riscoprire come proprio e da difendere, cosa che entrambi i protagonisti faranno seppur in modi apparentemente opposti. Per quanto riguarda Marta, ciò avviene appunto anche grazie all’apprendimento di capacità, la lettura e la scrittura, che notoriamente permettono di sviluppare il pensiero e un senso critico nei confronti del mondo circostante.

Il cuore grande di Il mio posto è qui

Con Il mio posto è qui Bortone e Porto realizzano dunque un film capace di portare avanti più discorsi, che trovano nella necessità di un risveglio delle coscienze il loro fine ultimo. Si offre agli spettatori una storia di formazione delicata, avvincente e commovente, portata avanti anche dai due splendidi interpreti protagonisti, estremamente generosi nei confronti dei loro personaggi, resi così veri e umani. Con le loro paure, i loro rimpianti ma anche i loro sogni, Marta e Lorenzo sono personaggi difficilmente dimenticabili di un film dal cuore grande, che ci invita generosamente ad entrare in contatto con questo racconto e a far nostri valori che lo animano.

GUARDA ANCHE: Il mio posto è qui: intervista a Ludovica Martino e Marco Leonardi

Il mio posto è qui: intervista ai registi Cristiano Bortone e Daniela Porto

Esce il 9 maggio al cinema il film Il mio posto è qui (qui la recensione), distribuito da Adler Entertainment. Diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto, questo offre un racconto che si svolge all’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, in un piccolo paese calabrese. Qui vivono Marta (Ludovica Martino), ragazza madre promessa in sposa ad un uomo che non ama, e Lorenzo (Marco Leonardi), omosessuale locale conosciuto come “l’organizzatore dei matrimoni”. Tra loro nasce una profonda amicizia che porta la giovane ragazza a sfidare i pregiudizi della comunità che li circonda e a lottare per trovare il proprio posto nel mondo come donna.

Il film è tratto dal romanzo omonimo della stessa Daniela Porto, pubblicato con Sperling & Kupfer, che compie qui il suo esordio come regista accanto al marito e insieme portano sul grande schermo un’opera che parla del passato ma guarda al presente, offrendo uno sguardo femminile che porta a riflettere sulla condizione femminile, le sue difficoltà e le sue conquiste. Tematiche che hanno portato il film ad essere accostato a C’è ancora domani di Paola Cortellesi, con cui condivide alcuni elementi in comune.

Se sono usciti due film simili come il nostro e quello della Cortellesi a distanza di poco tempo, – afferma Daniela Porto – “significa che c’è un bisogno – e la cronaca purtroppo ce ne dà ragione – di parlare di queste tematiche: dell’emancipazione femminile e del rapporto uomo-donna. Questo perché nonostante il femminismo, le battaglie sociali e le conquiste ottenute non c’è stata ancora la capacità di ricreare e ripensare in modo sano il rapporto tra un uomo e una donna”.

Il film affronta anche la problematicità del chi va via e chi rimane nel meridione. In questo senso il titolo è una manifestazione di resistenza. Si parla troppo del meridione in termini negativi, mentre in questi piccoli paesini si possono ritrovare – e abbiamo effettivamente ritrovato – realtà meravigliose con persone talmente innamorate del loro territorio che non vogliono abbandonarlo ma fanno quel che possono per migliorarlo”, racconta Cristiano Bortone.

Il mio posto è qui: l’adattamento del romanzo

Come si diceva, Il mio posto è qui è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Daniela Porto, chiamata per il film a firmare non solo la sceneggiatura ma anche la regia. “Il libro l’ho scritto per mio piacere personale.”, racconta l’autrice, “Poi Cristiano mi ha convinto ad adattarlo e alla fine ho ceduto”.So perfettamente che il linguaggio della scrittura e il linguaggio cinematografico devono sottostare a delle regole diversa.”, racconta Porto, parlando del processo di adattamento del suo romanzo. “Quindi abbiamo dovuto sacrificare qualcosa del romanzo, ad esempio abbiamo compresso molto i personaggi secondari anche se penso non abbiano perso la loro bellezza”

“Il film deve ovviamente andare dritto al punto, ma è stato più facile del previsto, perché il libro era già scritto con delle scene chiave che abbiamo riportato fedelmente.”, conclude la scrittrice. “Spesso gli adattamenti di un libro vengono criticati perché sembra tradiscano il materiale di partenza”. – aggiunge Bortone – “Sapevo che Daniela non avrebbe resistito alla tentazione di adattare ciò che aveva scritto e conosce così bene. Non a tutti gli scrittori capita questa opportunità e solo con lei a bordo del progetto potevamo avere la certezza che saremmo riusciti a riportare il cuore del romanzo sul grande schermo”.

Il mio posto è qui
Cristiano Bortone, Daniela Porto e Ludovica Martino sul set di Il mio posto è qui. © Angrisano

Ludovica Martino e Marco Leonardi, i protagonisti del film

Nei ruoli di Marta e Lorenzo, come anticipato, si ritrovano gli attori Ludovica Martino e Marco Leonardi. Iniziando da quest’ultimo, i due registi raccontano che: “Quando ha letto il copione ci ha subito chiamato per dirci che era una vita che aspettava di trovare un ruolo così. Si è messo al servizio di Lorenzo e gli ha donato una vitalità incredibile. Mentre scrivevo il romanzo, non avevo delle precise indicazioni fisiche per questo personaggio, ma Marco è riuscito ad interpretarlo nel modo migliore possibile, facendo emergere ogni sua sfumatura”.

“Anche Ludovica è stata subito entusiasta del progetto” – racconta Daniela Porto – “Per un’attrice non è facile trovare un ruolo che non sia “la moglie di…” o “l’amante di…” e questo ruolo da protagonista è stata per lei un’opportunità importante. Ha dato tantissimo al personaggio. Con i suoi sguardi, i suoi movimenti, riesce a trasmettere molto”. “Inizialmente ero esitante nello sceglierla” – rivela la regista – “perché il curriculum di Ludovica sembrava lasciar intendere un orientamento verso altri ruoli”.

“Però quando ci ha spiegato i movimenti di Marta e il suo percorso psicologico, ci ha dimostrato di aver centrato pienamente il personaggio. A quel punto il ruolo era suo“. “Ludovica è un’attrice pazzesca. Nei prossimi anni e decenni ci confermerà di essere un’attrice vera, tra le più brave della sua generazione. Non si sente arrivata, studia e studia continuamente per perfezionarsi sempre. Per questo film ha ad esempio studiato il dialetto calabrese in modo impeccabile“, spiega Bortone.

GUARDA ANCHE: Il mio posto è qui: intervista a Ludovica Martino e Marco Leonardi

Il mio posto è qui Cristiano Bortone Daniela Porto
Cristiano Bortone e Daniela Porto sul set di Il mio posto è qui. © Angrisano

I luoghi e i colori di Il mio posto è qui

Inizialmente ci siamo chiesti se girarlo in bianco e nero, ma ci siamo risposti subito: no. Il fatto che sia ambientato negli anni Quaranta non significa che bisogna per forza richiamare il neorealismo. L’uso dei colori ci ha permesso di restituire ancor di più la durezza e la crudezza di quei luoghi. Poi abbiamo cercato con le scenografie e i costumi di attenerci a delle realtà ben precise. Abbiamo fatto delle ricerche fotografiche dell’epoca e anzi la realtà era anche peggiore in molti casi”, racconta Porto. “Abbiamo girato a Gerace, in provincia di Reggio Calabria. È uno dei paesini mantenuti con meno interventi architettonici, ancora caratterizzato da edifici in pietra“, aggiunge Bortone.

I due registi parlano poi dell’importanza ricopert dal colore nel film: “Abbiamo svolto un lungo lavoro di ricerca anche sui colori e i costumi. Perché effettivamente in quegli anni la gente non andava in giro con vestiti a fiori o a pois. Se si guardano le foto di quell’epoca sono vestiti di sacchi, di stracci, di indumenti color terra, come gli ambienti che li circondano. Nel film abbiamo dunque usato colori accesi come contrasto, legato a momenti di libertà e speranza dei due protagonisti”. Tutti questi elementi, come affermato dai due registi, hanno permesso di ottenere quell’atmosfera realistica che dona ulteriore valore alle vicende di Marta e Lorenzo in Il mio posto è qui.

Il mio posto è qui: intervista a Ludovica Martino e Marco Leonardi

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Ecco la nostra intervista a Ludovica Martino e Marco Leonardi, protagonisti di Il mio posto è qui, film diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto e distribuito nelle sale italiane dal 9 maggio da Adler Entertainment.

Il mio Posto è qui è un film che racconta con verità e coraggio e un taglio fortemente realistico una storia di amicizia ed emancipazione ambientata nella Calabria rurale degli anni ’40, sullo sfondo dei cambiamenti sociali dell’Italia del dopoguerra. Marta è una ragazza madre che per la sua condizione scomoda viene promessa in sposa ad un uomo che non ama. Conosce Lorenzo, l’assistente del parroco, noto come l’uomo dei matrimoni ma scansato da tutti per la sua omosessualità.  Tra loro nasce un intenso rapporto. Grazie a Lorenzo, Marta entra in contatto con quella comunità nascosta e per lei sconvolgente di omosessuali e, lentamente, comincia a prendere coscienza dei suoi diritti come donna. Ma, di quell’angolo remoto di mondo sarà costretta a difendersi in ogni modo dai pregiudizi e dalla cultura patriarcale che la circonda.

Il mio Posto è qui è scritto e co-diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto, quest’ultima autrice anche del romanzo omonimo da cui è tratto il film e appena uscito con Sperling & Kupfer.

Cristiano Bortone, produttore e regista, ha vinto nel 2008 un David di Donatello con Rosso come il cielo e ha diretto nel 2016 Caffè, la prima coproduzione ufficiale tra Italia e Cina. In questo nuovo film affianca Daniela Porto al suo esordio come regista e sceneggiatrice.

Interpreti principali sono Ludovica Martino, giovanissima ma già volto apprezzatissimo del panorama cinematografico italiano (Skam Italia, Sotto il sole di Riccione, Lovely boy, Il campione, I migliori giorni, Vita da Carlo) e Marco Leonardi, attore dalla pluriennale esperienza cinematografica iniziata come Totò di Nuovo cinema paradiso, passata per grandi successi come Come l’acqua per il cioccolato di Alfonso Arau, C’era una volta il Messico di Robert Rodriguez, Mary di Abel Ferrara e più di recente film molto apprezzati come Anime nere di Francesco Munzi, Maradona di Marco Risi, Tutti i Soldi del Mondo di Ridley Scott, Martin Eden di Pietro Marcello e Padre Pio di Abel Ferrara.

Le riprese si sono svolte tra Gerace (RC), storico borgo della Locride, e la Puglia, con location suggestive che raccontano un’Italia dimenticata.

Il film è stato prodotto da Orisa Produzioni in co-produzione con Goldkind Filmproduktion (Germania), con il sostegno della Fondazione Calabria Film Commission, Apulia Film Commission e della Regione Lazio, Fondo Lazio Cinema International, POR-FESR 2014-2020.

IL MIO POSTO È QUI, la trama

All’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, in un piccolo paese calabrese, l’incontro tra Marta (Ludovica Martino), ragazza madre promessa in sposa ad un uomo che non ama, e Lorenzo (Marco Leonardi), l’omosessuale locale conosciuto come “l’organizzatore dei matrimoni”, fa nascere una profonda amicizia che porta la giovane ragazza a sfidare i pregiudizi della comunità che li circonda e a lottare per trovare il proprio posto nel mondo come donna.

IL MIO POSTO È QUI arriverà nei cinema dal 9 maggio distribuito da Adler Entertainment.

Il mio Posto è qui, al via le riprese del film con Ludovica Martino

La casa di produzione Orisa Produzioni è lieta di annunciare l’avvio delle riprese di Il mio Posto è qui. Il film, ambientato nella Calabria rurale degli anni ’40, racconta con verità e coraggio e un taglio fortemente realistico una storia di amicizia e di emancipazione in un tempo e un luogo dominati ancora da una radicata cultura patriarcale. Il mio Posto è qui è scritto e co-diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto, quest’ultima autrice anche del romanzo omonimo da cui è tratto il soggetto e prossimamente edito da Sperling & Kupfer. Il film è prodotto da Orisa Produzioni, con il sostegno della Fondazione Calabria Film Commission, Apulia Film Commission e della Regione Lazio, Fondo Lazio Cinema International, POR-FESR 2014-2020.

Cristiano Bortone, produttore e regista, ha vinto nel 2008 un David di Donatello con Rosso come il cielo e ha diretto nel 2016 Caffè, la prima coproduzione ufficiale tra Italia e Cina. In questo nuovo film affianca Daniela Porto al suo esordio come regista e sceneggiatrice e anche scrittrice del libro che uscirà in concomitanza con il film.

Interpreti principali sono Ludovica Martino, giovanissima ma già volto apprezzatissimo del panorama cinematografico italiano (Skam Italia, Sotto il sole di Riccione, Lovely boy, Il campione, I migliori giorni) e Marco Leonardi, attore dalla pluriennale esperienza cinematografica iniziata come Totò di Nuovo cinema paradiso, passata per grandi successi come Come l’acqua per il cioccolato di Alfonso Arau, C’era una volta il Messico di Robert Rodriguez, Mary di Abel Ferrara e più di recente film molto apprezzati come Anime nere di Francesco Munzi, Maradona di Marco Risi, Tutti i Soldi del Mondo di Ridley Scott, Martin Eden di Pietro Marcello e Padre Pio di Abel Ferrara.

Le riprese iniziate a Gerace (RC), storico borgo della Locride, proseguiranno per diverse settimane fra la Calabria e la Puglia, fra location suggestive che raccontano un’Italia dimenticata.

La trama di Il mio Posto è qui

All’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, in un piccolo paese calabrese, l’incontro tra Marta (Ludovica Martino), ragazza madre promessa in sposa ad un uomo che non ama, e Lorenzo (Marco Leonardi), l’omosessuale locale conosciuto come “l’organizzatore dei matrimoni”, fa nascere una profonda amicizia che la porta a sfidare i pregiudizi della comunità che li circonda e a lottare per trovare il proprio posto nel mondo come donna.

ORISA PRODUZIONI è la società di produzione cinematografica e televisiva del regista e produttore Cristiano Bortone. Attiva dal 1998, alcuni dei suoi film sono stati grandi successi commerciali come “Indovina chi sposa mia figlia” (in Germania più di 1,5 milioni di spettatori) o “Marina” diretto dal candidato Oscar Stijn Coninx, entrato a far parte dei dieci maggiori incassi della storia del cinema belga. Altri hanno vinto premi ai maggiori film internazionali come “Saimir” di Francesco Munzi, Menzione speciale al Festival di Venezia o “Rosso come il cielo” dello stesso Bortone, David giovani nel 2008. La sua produzione più recente è la co-produzione italo-cinese “The Italian Recipe (La ricetta italiana)” che è uscito in sala in Cina a Giugno 2022 con ben 9.000 copie e 90 milioni di visualizzazioni sugli streamers locali.

Il mio nome è vendetta: trailer del film Netflix con Alessandro Gassmann

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Sono ora disponibili il Trailer ufficiale e il Poster di Il mio nome è vendetta, il film diretto da Cosimo Gomez, prodotto da Colorado Film, in arrivo solo su Netflix dal 30 novembre, con protagonista un inedito e sorprendente Alessandro Gassmann. L’attore veste i panni di Santo, un ex sicario della criminalità organizzata, che dopo aver vissuto nell’ombra per anni in una tranquilla cittadina del Trentino-Alto Adige, è alla ricerca di vendetta insieme alla figlia Sofia, interpretata da Ginevra Francesconi.

Il film è prodotto da Iginio Straffi e Alessandro Usai per Colorado Film, e vede nel cast anche Alessio Praticò, Francesco Villano, Mauro Lamanna e Remo Girone. Il mio nome è vendetta sarà disponibile solo su Netflix dal 30 novembre.

La trama

Sofia è una tranquilla teenager che passa il suo tempo tra partite di hockey, di cui è campionessa, e lezioni di guida off-road. Fino al momento in cui, disobbedendo a Santo, suo padre, lo fotografa di nascosto e pubblica la sua foto su Instagram. Il piccolo post è sufficiente a cambiare le loro vite per sempre. Seguendo la traccia informatica, due criminali entrano nella loro casa e uccidono barbaramente la madre e lo zio di Sofia, dando vita a un regolamento di conti covato per quasi vent’anni. Sofia scoprirà che la verità le è sempre stata taciuta e che Santo nasconde un oscuro passato di affiliato alla N’drangheta. Non senza conflitto, Sofia abbraccerà un’eredità fatta di furia e violenza e si alleerà con il padre per cercare una spietata vendetta.

Il mio nome è vendetta: teaser del film Netflix con Alessandro Gassmann

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Il primo teaser ufficiale di Il mio nome è vendetta, il film diretto da Cosimo Gomez, prodotto da Colorado Film, in arrivo solo su Netflix dal 30 novembre, svela il protagonista Alessandro Gassmann in una veste inedita e sorprendente: quella di Santo, un ex sicario della criminalità organizzata, che dopo aver vissuto nell’ombra per anni in una tranquilla cittadina del Trentino-Alto Adige, è alla ricerca di vendetta insieme alla figlia Sofia, interpretata da Ginevra Francesconi.

La trama di Il mio nome è vendetta

Sofia è una tranquilla teenager che passa il suo tempo tra partite di hockey, di cui è campionessa, e lezioni di guida off-road. Fino al momento in cui, disobbedendo a Santo, suo padre, lo fotografa di nascosto e pubblica la sua foto su Instagram. Il piccolo post è sufficiente a cambiare le loro vite per sempre. Seguendo la traccia informatica, due criminali entrano nella loro casa e uccidono barbaramente la madre e lo zio di Sofia, dando vita a un regolamento di conti covato per quasi vent’anni. Sofia scoprirà che la verità le è sempre stata taciuta e che Santo nasconde un oscuro passato di affiliato alla N’drangheta. Non senza conflitto, Sofia abbraccerà un’eredità fatta di furia e violenza e si alleerà con il padre per cercare una spietata vendetta.

Il film è prodotto da Iginio Straffi e Alessandro Usai per Colorado Film, e vede nel cast anche Alessio Praticò, Francesco Villano, Mauro Lamanna e Remo Girone.

  • Regia: Cosimo Gomez
  • Soggetto: Sandrone Dazieri, Cosimo Gomez, Franco Fraternale, Fabio Guaglione
  • Sceneggiatura: Sandrone Dazieri, Cosimo Gomez, Andrea Nobile
  • Produttori: Maurizio Totti, Alessandro Usai, Iginio Straffi
  • Produttore esecutivo: Roberto Amoroso
  • Prodotto da: Colorado Film
  • Cast:  Alessandro Gassmann, Ginevra Francesconi, Alessio Praticò, Francesco Villano, Gabriele Falsetta, Marcello Mazzarella, Mauro Lamanna, Sinja Diecks, Luca Zamperoni
    e con Remo Girone

Il Mio Nome è Vendetta, la recensione del revenge film con Alessandro Gassman

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Uccisi o essere uccisi, questa è la legge – Inizia così Il Mio Nome è Vendetta il film con Alessandro Gassman nei panni di un padre tormentato. Il film di Cosimo Gomez è un thriller carico di azione dove il personaggio di Gassman interpreta Santo, un ex sicario della criminalità organizzata che per anni ha vissuto nell’ombra in una tranquilla cittadina del Trentino-Alto Adige. La sua vita e quella di sua figlia Sofia, un’adolescente campionessa di hockey, interpretata da Ginevra Francesconi, cambiano per sempre.

Due criminali entrano in casa loro e uccidono barbaramente la madre e lo zio di Sofia, scatenando un regolamento di conti covato per quasi vent’anni. Sofia scoprirà che la verità le è sempre stata taciuta e che Santo nasconde un oscuro passato di affiliato alla ‘ndrangheta. Il film di Gomez si trova su Netflix dal 30 novembre.

Il Mio Nome è Vendetta, la recensione

La premessa del film non ci prepara a quella che sarà la visione per la successiva ora e mezza che compone la pellicola. Inizialmente, quando vengono presentati i personaggi tutto ci sembra chiaro come la luce del sole. C’è una famiglia, unita, composta da padre, madre e figlia. Il padre, Santo, e la figlia, Sofia hanno un rapporto speciale e condividono la passione per l’avventura e lo sport. Sofia è una campionessa di hockey, l’orgoglio della sua famiglia e alla soglia dei 18 anni Santo decide di insegnarle a guidare.

In realtà Sofia è già abbastanza preparata sull’argomento e destreggia il volante anche in luoghi atipici, nei quale una adolescente solitamente non va a guidare alle prime armi. La giornata sembra svolgersi normalmente tra padre e figlia. C’è però qualcosa nella musica malinconica di sottofondo e nei colori di Il Mio Nome è Vendetta – ci troviamo nella natura più vivida e incontaminata; eppure, i colori sono spenti e opachi – che lasciano un presagio di incertezza.

Ginevra Francesconi torna a vestire i panni di “figlia di” dopo il precedente Genitori Vs Influencer con Fabio Volo. Questa volta lo fa con un revenge movie italiano inaspettato. L’adolescente Sofia non sa che con quella semplice Instagram stories ha dato inizio a un meccanismo di una portata inimmaginabile. Così, la ndrangheta scova Santo dando inizio al vero plot del film. Gli alberi e la natura che prima verdeggiavano opacamente adesso si sono incupite del tutto rendendo l’atmosfera tetra con un Alessandro Gassman irrequieto.

Il Mio Nome è Vendetta film Alessandro Gassman

Uccisi o essere uccisi, questa è la legge.

Questa citazione che dà inizio a Il Mio Nome è Vendetta racchiude la vita di Domenico Franzè, vero nome del personaggio di Gassman. Uccisi o essere uccisi, questo è il motto con cui Domenico ha condotto la sua esistenza come braccio del crimine organizzato. Il film di Gomez mette in scena un inseguimento come quelli che si vedono spesso nei thriller d’azione americana. Sofia, una semplice adolescente si scopre capace di cose che una ragazza alla sua età ha visto solo nei film: come liberarsi dalle fascette con cui è stata legata o aprire un varco dal cofano dell’auto.

In un calabrese, talvolta poco credibile, il personaggio di Gassman si trasforma in un Liam Neeson che cerca vendetta. Per la prima volta vediamo a volto scoperto il mandante di questo omicidio organizzato: Remo Girone è Don Angelo, boss della ndrangheta. Scopriamo anche il motivo dietro a questa vendetta reciproca: Domenico ha ammazzato il figlio di Don Angelo. Nella criminalità organizzata il torto non è saldato fino a quando non sarà versato ulteriore sangue.

Ne Il Mio Nome è Vendetta mostrare pietà è considerato un atto di debolezza – continua la citazione iniziale del film. I nostri protagonisti non hanno intenzione di mostrare pietà anzi la vendetta è il momento in cui inizia il viaggio di Sofia e Domenico. L’onore e la vendetta vanno di pari passo in questa storia. L’uno non può vivere senza l’altro e così anche Don Angelo chiede al figlio Michele di seguirlo in questa storia. Le colpe dei genitori trovano sempre un modo di colpire anche i figli.

Non si è mai del tutto al sicuro

Nella periferia di Milano padre e figlia troveranno un rifugio provvisorio che verrà fin da subito messo sotto tiro. Il film si trasforma in una specie di guardie e ladri dove nessun posto è mai del tutto sicuro. Entriamo nel vivo del film e dunque abbandoniamo i verdeggianti ambienti del Trentino ed entriamo nella grigia città. Tra le mura della metropoli Domenico insegna alla figlia il motto della sua vita: Uccidere o essere uccisi. Quando ci si trova faccia a faccia con il nemico non esistono le seconde occasioni, ogni colpo deve essere sferrato con la giusta cattiveria e premeditazione.

C’è però un momento in cui in Il Mio Nome è Vendetta che padre e figlia dimenticano per un momento di essere inseguiti da folli criminali e si ritagliano un loro spazio, come si vede all’inizio del film. Pianificano il loro futuro insieme, una volta completato il piano e si immaginano già in Sudafrica. Ma questo momento dura poco perché è il momento di attuare il loro piano.

Il Mio Nome è Vendetta film Ginevra Francesconi

Il richiamo della foresta

La vendetta di Domenico e Sofia ha inizio con un rocambolesco rapimento. Ci avviciniamo alla fine del film, padre e figlia sono ormai del tutto complici in questo girone infernale. Giocando d’anticipo rispetto alla famiglia di Don Angelo, Domenico tende una trappola ai suoi nemici. Diventa un ninja e con il favore delle tenebre riuscirà ad avere la meglio sui suoi avversari. Domenico è come Buck, come quel San Bernando che decide di imparare a difendersi dagli altri e ha fatto della sua storia una storia di vendetta. Domenico, invece, segue il suo istinto e compie l’ultimo gesto disperato nel tentativo di salvare la sua Sofia.

In conclusione, dopo essere stati inghiottiti dalla città e dalle sue costrizioni ritorniamo allo spazio aperto della natura. Quel piccolo angolo di paradiso dove padre e figlia possono prendersi un momento solo per loro. Ma anche questa ormai è un’illusione, un ricordo che vive nella mente di Sofia che come Buck, decide di uscire allo scoperto, di fare sua la storia di vendetta, di seguire il richiamo della foresta. Uccidere o essere uccisi, mostrare pietà è solo un segno di debolezza.

Il mio nome è Leggenda: la serie Sky Arte con Matilda De Angelis

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Il mio nome è Leggenda: la serie Sky Arte con Matilda De Angelis

Rilasciate le prime foto dal set de Il mio nome è Leggenda, la nuova produzione originale Sky Arte, ideata e realizzata da Bottega Finzioni con Matilda De Angelis, in collaborazione con il Comune di Bologna e Bologna Welcome.

La serie, grazie alle parole e alla narrazione dell’attrice bolognese Matilda De Angelis, esplora le storie vere di illustri sconosciuti dai quali sono nati alcuni dei personaggi più noti dell’immaginario collettivo contemporaneo. A chi si è ispirato George Lucas quando ha creato Indiana Jones? E Mary Shelley dove ha tratto ispirazione per la figura del dottor Frankenstein? O ancora: da quale strano angolo di mondo è sbucato un personaggio come Zorro?

Matilda De Angelis, nuova stella del cinema italiano, è la compagna ideale per raccontare questo viaggio e, con un sottile gioco meta-cinematografico, l’origine di questi “miti d’oggi”, che saranno approfonditi dagli interventi del mass-mediologo Roberto Grandi.

Il mio nome è Leggenda, è una serie in 6 puntate in onda in prima serata su Sky Arte a partire dal 7 dicembre. Il format è stato scritto da Michele Cogo e dagli ex-allievi di Bottega Finzioni Gianmarco Guazzo, Alberta Lepri e Silvia Pelati, con la produzione esecutiva di Giuseppe Cassaro e la regia di Antonio Monti.

I PROTAGONISTI DELLE PUNTATE saranno:

  • Indiana Jones – Giovanni Battista Belzoni
  • Frankenstein – Giovanni Aldini
  • Zorro – Joaquin Murrieta
  • Betty Boop – Helen Kane
  • Pippi Calzelunghe – Astrid Lindgren
  • Dracula – Conte Vlad III di Valacchia

Matilda De Angelis ha affermato: “Il mio nome è leggenda è la mia prima esperienza come narratrice e interprete di un programma televisivo solo mio. Era una cosa nuova, che un po’ mi spaventava. Ho deciso di provare perché le storie vere che stanno alle radici di personaggi come Frankenstein, Betty Boop o Indiana Jones, sono storie bellissime, incredibili, e mi hanno fatto venir voglia fin da subito di raccontarle a tutti. Per me che sono attrice, e sono abituata a emozionare con la recitazione, è stato un po’ strano provare a farlo quasi solo con le parole, con il racconto, senza avere nessun altro in scena oltre a me. Spero di esserci riuscita, questo ditelo voi, io intanto sono già contenta di averci provato”.

Roberto Pisoni, Director Entertainment Channels di Sky Italia, ha dichiarato: “Siamo davvero orgogliosi di aver prodotto e poter finalmente lanciare su Sky Arte Il mio nome è leggenda, un progetto che abbiamo sostenuto fin dalla prima idea e che pensiamo verrà molto apprezzato dal nostro pubblico. Il talento narrativo di Matilda De Angelis ha impreziosito e dato una grande forza evocativa a queste ‘incredibili‘ storie vere, biografie di uomini e donne poco illustri, che sono all’origine di miti e leggende del nostro immaginario”.

L’autore e capo-progetto Michele Cogo di Bottega Finzioni ha spiegato: “Il mio nome è leggenda è un progetto nato per caso, come accade spesso con le cose belle. Ero al lavoro su un documentario per Sky Arte quando mi sono imbattuto nella bellissima storia di Giovan Battista Belzoni, l’archeologo Padovano che ha ispirato la nascita di Indiana Jones. Ecco, da quel momento, dialogando con Roberto Pisoni è nata l’idea di cercare altre storie di personaggi realmente esistiti che hanno dato origini a miti d’oggi come Frankenstein, Dracula, Betty Boop e tanti altri. Un lavoro che ci porta a entrare in contatto con storie meravigliose”.

Per quanto riguarda gli aspetti produttivi, il responsabile Giuseppe Cassaro racconta che: “Bottega Finzioni ha seguito “da zero a cento” la nascita e lo sviluppo del format: dalla scrittura delle sceneggiature al coordinamento dei reparti di sviluppo, dall’affiancamento della regia nella definizione degli elementi che compongono il racconto fino al coordinamento dei reparti artistici e tecnici, dal coinvolgimento dei partner al monitoraggio di tutte le fasi di post-produzione. Bottega Finzioni ha inoltre definito tutti gli aspetti relativi ai materiali di repertorio ed il contributo delle musiche originali”.

Il regista Antonio Monti ha infine dichiarato: “Il mio nome è leggenda è uno strano essere a cavallo fra i linguaggi, che procede mescolando i generi: non è un monologo teatrale, non è uno studio tv, non è una location e non è un film. Al contempo è tutti questi elementi assieme che hanno il compito di evocare le leggende e gli elementi di realtà che le hanno ispirate”

IL MIO NOME È LEGGENDA è una produzione originale Sky Arte realizzata da Bottega Finzioni e arriverà in prima assoluta dal 7 dicembre su Sky Arte, On Demand e in streaming su NOW.

Bottega Finzioni Produzioni è una casa di produzione cinematografica che opera dal 2015, gestita da Fondazione Bottega Finzioni con sede a Bologna, realtà attiva da oltre dieci anni che conta al suo attivo anche una scuola di narrazione e uno studio professionale.

Hanno partecipato in forma di partnership il Comune di Bologna e Bologna Welcome, mettendo a disposizione una delle location più suggestive della città: il Salone del Podestà a Palazzo Re Enzo.

Il mio nome è Khan: recensione del film di Karan Johar

Il mio nome è Khan: recensione del film di Karan Johar

Il mio nome è Khan è un viaggio indimenticabile in un mondo a noi lontano, ma anche così vicino. Perché finalmente l’ultima perla di Karan Johar è in grado di oltrepassare le barriere culturali che (purtroppo) hanno a lungo frenato l’approdo della cinematografia bollywoodiana nel nostro Paese. E lo fa con un film che arriva al cuore di qualunque spettatore, senza alcuna distinzione fra Oriente e Occidente.

E’ innegabile che in Italia, come in molti altri Paesi occidentali, esiste un pregiudizio di fondo nei confronti del cinema bollywoodiano, da molti considerato fin troppo distante dalla (nostra) tradizione, per via delle coreografie colorate, dei canti e balli che lo contraddistinguono. Ma è anche vero che, se guardati senza alcun preconcetto, i film della cultura indiana risultano altrettanto godibili di quelli cui siamo abituati, essendo in grado di sviluppare temi semplici e relativi alla vita quotidiana (i rapporti familiari, ad esempio) in maniera mai banale, ma spesso in modo più autentico e genuino di quanto realizzano la cinematografia europea e hollywoodiana. E il cinema di Karan Johar è un perfetto esempio di tutto questo.

Benché senza raggiungere la perfezione del film da lui diretto che ha ottenuto il maggiore successo in patria, ovvero Khabi Khushi Kabhie Gham (Through Smiles or Through Tears), Il mio nome è Khan è un’opera assolutamente valida in ogni sua componente, dal cast alla regia, dalle scenografie alla colonna sonora. La mano di Karan Johar si riconosce, soprattutto nella struttura narrativa che vede contrapporsi a una prima parte più spensierata una seconda decisamente più drammatica. Non vi sono tuttavia balli e colori fluorescenti come nella tradizione indiana, ma tecniche di ripresa più vicine al cinema occidentale, con campi lunghi e panoramiche non sperimentate in precedenza dal regista. E l’impostazione di Karan Johar, che nella credibile rappresentazione dei rapporti umani mostra la sua grande sensibilità e concretezza, è riscontrabile in ogni scena e nel modo in cui dirige (ottimamente) gli attori.

Il mio nome è Khan

Il film si regge ovviamente su Shah Rukh Khan, interprete del protagonista musulmano affetto dalla sindrome di Asperger che, a seguito dell’ondata di razzismo post-11 settembre, intraprende un viaggio irto di difficoltà per incontrare il presidente degli Stati Uniti e dirgli personalmente “Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. L’attore offre un’interpretazione monumentale, di certo la più impegnativa della sua ventennale carriera, e l’intensa preparazione per il ruolo di Rizwan Khan è ravvisabile in ogni gesto, sguardo, espressione e atteggiamento del personaggio.

Per quanto sempre efficace in ogni interpretazione, in questo film in particolare Shah Rukh Khan sveste i suoi panni di attore fino a diventare in tutto e per tutto il suo personaggio. Benché quest’ultimo presenti alcune affinità con i personaggi di Forrest Gump e di Raymond in Rain Man, l’attore non imita i modelli offerti da Tom Hanks o Dustin Hoffman, bensì interpreta in maniera personale un diverso, che questa volta dovrà misurarsi anche con il fanatismo e la discriminazione razziale.

Seguendo una chiave di lettura religiosa, il film è un omaggio alla tolleranza in tutte le sue forme, incarnata da un protagonista che, nella sua purezza morale e genuinità, ricorda molto il principe Lev Myskin de L’idiota di Dostoèvskij. Caratterizzato da una bontà e un candore inediti in un mondo dominato dall’odio e dall’egoismo, Rizwan Khan è un uomo che non sa cosa sia l’individualismo, ma che nella generosità e amore nei confronti dell’altro realizza se stesso. E l’amore per Mandira, la bellissima hindu che sposerà, è per lui il raggiungimento del proprio posto nel mondo; un sentimento che cercherà di preservare nonostante la tragedia che si abbatte sulla loro vita felice. La sincerità e il rispetto di una promessa a lei fatta sono il leitmotiv della sua missione.

Oltre al protagonista, emerge l’ottima performance di Kajol nei panni di Mandira: la brillante attrice è in grado, come in ogni film da lei interpretato, di recitare magnificamente sia le parti più briose sia quelle più drammatiche e ricche di pathos. E anche ne Il mio nome è Khan compare la particolare alchimia tra Kajol e Shah Rukh Khan, la coppia più amata di Bollywood, la cui ultima collaborazione risaliva a nove anni fa, in un’altra acclamata pellicola diretta da Karan Johar.

Sebbene, a differenza degli altri film del regista, non compaiano riferimenti più o meno impliciti alle altre pellicole da lui dirette (come motivetti musicali o nomi di personaggi), in alcuni passaggi è possibile notare qualche similitudine con alcuni spunti presenti in altri film bollywoodiani: ad esempio, l’idealizzazione dell’America come il paese in cui è possibile realizzarsi (ma anche un paio di riferimenti a un’altra pellicola che vedeva protagonista Shah Rukh Khan, ovvero Swades, We the people).

Nello sviluppare tematiche scottanti e attuali come il fanatismo religioso e il razzismo, la minaccia del terrorismo le mistificazioni della giustizia, Il mio nome è Khan non cede al pietismo e al sentimentalismo come si potrebbe temere in partenza. Al contrario, il film esplora tali tematiche seguendo la prospettiva del protagonista, che crede in una morale semplice ma non per questo banale, secondo cui “i buoni fanno le cose buone e i cattivi fanno le cose cattive”. Benché tale principio possa apparire semplicistico, occorre ricordare che esso viene adottato da una persona affetta da una disfunzione mentale, per cui l’etica risulta necessariamente semplificata per essere tale.

In definitiva, Il mio nome è Khan stimola la riflessione, commuove ma diverte anche, in una stretta commistione fra commedia e tragedia come solo il cinema bollywoodiano sa fare. Di certo non si può rimanere indifferenti al messaggio di speranza di cui Il mio nome è Khan si fa portavoce, in un momento buio per l’umanità in cui proprio di fiducia e speranza per l’avvenire abbiamo bisogno.

Il mio migliore incubo! recensione del film con Isabelle Huppert

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Il mio migliore incubo! recensione del film con Isabelle Huppert

In Il mio migliore incubo! Agathe (Isabelle Huppert) è una gallerista ricca e acculturata. Patrick (Benoît Poelvoorde) è un nullafacente povero e alcolizzato. Tanto lei è algida e rigida, quanto lui è spontaneo e volgare… Che cosa succederà quando, grazie all’amicizia dei rispettivi figli, le loro vite saranno costrette a incrociarsi?

Il mio migliore incubo! mette in scena, sottoforma di commedia, l’incontro/scontro tra due personaggi che, apparentemente agli antipodi, scoprono lentamente sé stessi e fanno cadere gradualmente le maschere che li hanno protetti fino a quel momento. I ruoli preconfezionati, quasi attoriali, che i due interpretano nel loro quotidiano sono i volti di una stessa medaglia, due modi diversi di difendersi. Le armature di Agathe e Patrick, però, non possono resistere agli attacchi delle novità (soprattutto di quelle provenienti da un mondo diverso da quello per cui sono state plasmate) e sono destinate ad andare in frantumi.

Il mio migliore incubo!, il film

Nonostante la trama dell’ultimo lavoro di Anne Fontaine (Coco avant Chanel, Entre ses mains) non sia particolarmente originale, Il mio migliore incubo! corre piacevolmente per tutti i suoi 99 minuti, senza avere mai una caduta di ritmo o di stile. La commedia si gioca sul filo che separa la facciata delle persone dal loro lato più profondo e, grazie soprattutto ai suoi interpreti, sa essere allo stesso tempo seria e leggera. Il mio migliore incubo, infatti, racchiude il suo elemento migliore proprio nei dialoghi: ogni parola pronunciata dai protagonisti è un passo verso il loro svelamento, un graduale aprirsi alle novità e al mondo esterno, un passaggio dalla diffidenza alla fiducia. I registri che si alternano negli scambi di battute -elegante quello di lei e triviale quello di lui- si modificano con il passare del tempo, arrivando a trovare un compromesso nel finale (almeno nel film in lingua originale).

Apprezzabile, infine, una sorta di visione (o di critica) che Anne Fontaine lascia affiorare (in modo non troppo velato) sullo stato delle diverse forme d’arte in Francia. Alcune delle battute più divertenti del film, infatti, sono proprio tese a giudicare alcuni “sistemi chiusi”, come quello dell’editoria –che spesso punta su scrittori mediocri per guadagnare- o delle gallerie d’arte che decretano –spesso per il capriccio di un gallerista- chi può entrare nell’olimpo dei cosiddetti “artisti” e chi no.

Il mio migliore incubo! è un film delizioso e intelligente che, invece di sfruttare i cliché per elemosinare una risata, li utilizza come punto di partenza per disfarsene lungo il percorso. Una commedia che non fa solo ridere e pensare, ma che, sommata agli ultimi film francesi usciti nelle sale, arricchisce ulteriormente il panorama cinematografico dei cugini d’oltralpe.

Il mio migliore incubo – Trailer Italiano

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Il mio migliore incubo – Trailer Italiano

Ecco il trailer della commedia “Il mio migliore incubo” , diretto da ANNE FONTAINE (Coco Avant Chanel), con un’inedita ISABELLE HUPPERT nello spassoso ruolo di Agathe, l’attore comicoBENOÎT POELVOORDE, e l’inossidabile ANDRÉ DUSSOLLIER, amato volto del cinema francese dall’umorismo sofisticato.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco: sequel in arrivo

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio GrecoPur essendo un film indie, Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco fu, nel 2002, un vero e proprio successo. Adesso, stando a quello che riporta The Hollywood Reporter, è in cantiere un sequel del film. Nia Vardalos, che scrisse la sceneggiatura e fu protagonista del film originale, ritornerà accanto a John Corbett per raccontarci di nuovo la storia di Taula e Ian dopo più di una decade di matrimonio.

Al momento non ci sono grossi dettagli per il film, ma sembra che il plot principale ruoterà intorno ad un nuovo matrimonio che riunirà tutta la famiglia del film originale.

Gary Goetzman, Tom Hanks e Rita Wilson produrranno con la Playtone, mentre Paul Brooks, Scott Niemeyer, Steven Shareshian e Norm Waitt insieme alla Vardalos saranno i produttori esecutivi.

Fonte: CS

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3: il Trailer Ufficiale

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3: il Trailer Ufficiale

Universal Pictures ha diffuso il trailer ufficiale di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, il film che chiude la trilogia della storia d’amore e di famiglia di Toula (Nia Vardalos) e Ian (John Corbett).

Dalla scrittrice e regista Nia Vardalos, il fenomeno mondiale Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco torna al cinema con una nuova avventura. Unisciti ai Portokalos in una riunione di famiglia in Grecia per un viaggio commovente ed esilarante, ricco di amore e di colpi di scena. Opa!

Diretto da Joel Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast di supporto stellare che include il defunto Michael Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e Lainie Kazan nei panni della madre di Toula, Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve durata e un sequel del 2016, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2. Le prime notizie di un terzo adattamento sono arrivate a giugno del 2022.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, trailer e poster ufficiali

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Ecco il trailer ufficiale di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, il film che chiude la trilogia della storia d’amore e di famiglia di Toula (Nia Vardalos) e Ian (John Corbett).

Dalla scrittrice e regista Nia Vardalos, il fenomeno mondiale Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco torna al cinema con una nuova avventura. Unisciti ai Portokalos in una riunione di famiglia in Grecia per un viaggio commovente ed esilarante, ricco di amore e di colpi di scena. Opa!

Diretto da Joel Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast di supporto stellare che include il defunto Michael Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e Lainie Kazan nei panni della madre di Toula, Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve durata e un sequel del 2016, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2. Le prime notizie di un terzo adattamento sono arrivate a giugno del 2022.