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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, trailer e poster ufficiali

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Ecco il trailer ufficiale di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, il film che chiude la trilogia della storia d’amore e di famiglia di Toula (Nia Vardalos) e Ian (John Corbett).

Dalla scrittrice e regista Nia Vardalos, il fenomeno mondiale Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco torna al cinema con una nuova avventura. Unisciti ai Portokalos in una riunione di famiglia in Grecia per un viaggio commovente ed esilarante, ricco di amore e di colpi di scena. Opa!

Diretto da Joel Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast di supporto stellare che include il defunto Michael Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e Lainie Kazan nei panni della madre di Toula, Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve durata e un sequel del 2016, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2. Le prime notizie di un terzo adattamento sono arrivate a giugno del 2022.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, sorprendenti aggiornamenti

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La star di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3 Nia Vardalos offre un importante aggiornamento sulle riprese del film. Scritto da Vardalos al suo debutto alla sceneggiatura, il primo episodio della serie di commedie romantiche è stato distribuito nel 2002 ed è diventato un successo travolgente. Nominato all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, Il mio grosso grasso matrimonio greco ha spinto la carriera comica di Vardalos a nuovi livelli ed è diventata una delle commedie romantiche con il maggior incasso di tutti i tempi.

Diretto da Joel Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast di supporto stellare che include il defunto Michael Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e Lainie Kazan nei panni della madre di Toula, Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve durata e un sequel del 2016, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2. L’anno scorso, Vardalos ha rivelato che altre avventure della famiglia Portokalos erano all’orizzonte con l’annuncio di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3. Vardalos aveva scritto la sceneggiatura e stava cercando finanziamenti nel corso del 2021; ora sembra che il film sia andato avanti considerevolmente.

Nel suo ultimo aggiornamento sulla terza puntata, Nia Vardalos è andata sui social media per annunciare che le riprese di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3 sono iniziate ad Atene, in Grecia. Nel video, Vardalos rivela di essere la regista del film e offre una rapida occhiata al set dalla finestra della sua camera d’albergo.

https://twitter.com/NiaVardalos/status/1539292023068532738?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1539292023068532738%7Ctwgr%5E%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Fscreenrant.com%2Fbig-fat-greek-wedding-3-update-nia-vardalos%2F

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, presentato il primo trailer

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Il pubblico del CinemaCon è stato deliziato dal primo trailer in assoluto di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, l’ultimo capitolo della serie rom-com sugli scontri culturali, il vero amore, i bundt cake e i molti, molti usi dello Windex. Il terzo film riprende la storia anni dopo l’originale e segue la famiglia Portokalos mentre si riunisce lontano da Chicago.

“Sono successe molte cose dal mio grosso grasso matrimonio greco”, dice il personaggio di Nia Vardalos in una voce fuori campo. “Mio padre è morto e il suo ultimo desiderio era che visitassimo il suo villaggio d’infanzia in Grecia e ci riconnettessimo con le nostre radici. Quindi, stiamo facendo una reunion di famiglia.”

Il trailer, che non è ancora disponibile on line, inizia quando la famiglia Portokalos fa le valigie pronta per viaggiare all’estero per trovare gli amici e i cugini (di sangue o meno) del defunto padre di Toula. Lungo la strada, ci sono un sacco di souvlaki (anche se, Ian Miller di John Corbett è ancora vegetariano), bevute diurne e romanticismo per far andare avanti il clan. “Questa è una riunione che non dimenticheremo mai”, dice Toula.

La Vardalos ha anche scritto e diretto il film, che uscirà nelle sale a settembre, e ovviamente recita insieme alle star di ritorno. Oltre a Corbett, ci sono Louis Mandylor, Elena Kampouris, Maria Vacratsis e Andrea Martin.

Diretto da Joel Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast di supporto stellare che include il defunto Michael Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e Lainie Kazan nei panni della madre di Toula, Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve durata e un sequel del 2016, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2.

Le prime notizie di un terzo adattamento sono arrivate a giugno del 2022.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2: le prime immagini

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2: le prime immagini

Ecco le prime immagini da Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, sequel della fortunata commedia del 2002. Nel film tornano i protagonisti Nia Vardalos e John Corbett.

Nia Vardalos, che ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a John Corbett per una storia che ci racconterà di Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo, ancora più sfarzoso, matrimonio.

La Playtone di Gary Goetzman, Tom Hanks e Rita Wilson si occuperà ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott Niemeyer e Steven Shareshian che cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2: il primo trailer

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2: il primo trailer

Guarda il primo trailer de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, sequel della fortunata commedia del 2002. Nel film tornano i protagonisti Nia Vardalos e John Corbett.

Nia Vardalos, che ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a John Corbett per una storia che ci racconterà di Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo, ancora più sfarzoso, matrimonio.

La Playtone di Gary Goetzman, Tom Hanks e Rita Wilson si occuperà ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott Niemeyer e Steven Shareshian che cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2: il poster ufficiale

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Pubblicato il primo poster ufficiale de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2. L’attesissimo sequel della commedia romantica dall’incasso record è scritto da Nia Vardalos, nuovamente protagonista insieme a John Corbett. Il film inizia con Toula e Ian che faticano a trovare tempo l’uno per l’altro, e, impegnati a gestire le loro vite e a crescere una figlia adolescente, si trovano in un momento di difficoltà. Sarà un segreto della famiglia Portokalos, venuto a galla, che porterà i personaggi a tornare di nuovo insieme per un matrimonio ancora più grande e…ancora più greco.

Il film costituisce il seguito ufficiale della storia di Toula e Ian anche se la Vardalos nel 2003 ha recitato in una breve serie della CBS dal titolo La mia grossa grassa vita greca, che ha visto protagonisti la maggior parte dei personaggi originali.

Il clan Portokalos torna al completo anche per quest’occasione. Nel cast, Lainie Kazan, Michael Constantine, Andrea Martin, Ian Gomez, Alex Wolff, Elena Kampouris, John Stamos, Rita Wilson e Joey Fatone. Alla regia del film, (ancora una volta prodotto da Rita Wilson e dai soci di Playtone Tom Hanks e Gary Goetzman), Kirk Jones. Produttori esecutivi, Paul Brooks e Steven Shareshian, insieme alla Vardalos e Scott Niemeyer. La commedia uscirà nei cinema il 25 marzo 2016.

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Fonte: comingsoon.net

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 recensione del film con Nia Vardalos

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Sono passati quattordici anni da quando i cinema vennero invasi dalla commedia romantica a sfondo etnico Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco. Nella finzione invece sono trascorsi circa diciotto anni da quando Ian è riuscito a vincere i pregiudizi della famiglia Portokalos e a coronare il suo sogno d’amore con Toula. Dopo tutti questi anni la coppia è ancora solida, ma un po’ stanca, tra preoccupazioni, la giovane Paris, figlia unica pronta per il college, le incombenze quotidiane e ovviamente la famiglia, sempre affaccendata intorno a ogni suoi componente, affettuosa e invadente più che mai.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 prende le mosse proprio dal conflitto generazionale tra Toula e la figlia, che come ogni adolescente si sente soffocata non solo dai genitori, ma in questo caso da tutta la rumorosa e ingombrante famiglia greca. Quando però il vecchio Gus scoprirà un’irregolarità nei documenti del matrimonio con Maria, con cui ha vissuto per 50 anni, la famiglia si riunirà per organizzare nel minor e nella maniera più chiassosa e scatenata possibile, un altro grosso grasso matrimonio, rigorosamente greco.

Nia Vardalos torna nei panni di Toula e alla sceneggiatura di un film che si presenta da subito stanco, raffazzonato, che cerca di raccogliere in sé non solo i luoghi comuni affrontati con fresca novità nel film del 2002, ma unendoli a tutta una serie di problematiche più attuali, come l’omosessualità e il ruolo della donna nella società e nella famiglia. La leggerezza estrema del racconto, rende però questo tentativo di approfondimento solo un piccolo accenno nella baraonda di urla e parole greche per lo più inventate dai piccoli di casa.

È vero che la grande e colorita famiglia fa sempre ridere, per situazioni grottesche che calcano la mano su quello che già era stato l’aspetto vincente del primo film, virando però sulle note farsesche di una baracconata enorme, esagerata, a tratti sgradevole.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 2Bisogna trovare il tempo per se stessi e per la coppia, i figli devono essere lasciati in condizione di vivere la loro vita, costruire una famiglia e tenerla unita è una vocazione per poche donne, l’amore trionfa su tutto. I luoghi comuni, non solo legati alla cultura greca, si sprecano e la baraonda giunge presto allo scontato lieto fine, sempre però accompagnato dal un largo sorriso, forse di imbarazzo.

E che nessuno dica a nonno Gus che Alessandro Magno era Macedone, dal momento che nemmeno la Vardalos sembra ricordarlo.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 in Home Video

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 in Home Video

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 3L’amabile e divertente famiglia Portokalos è tornata ed è più travolgente che mai ne Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, il tanto atteso sequel della commedia romantica campione d’incassi, disponibile in Digital HD dal 2 luglio 2016 e in Blu-ray™, DVD e Video On Demand dal 13 luglio 2016, con Universal Pictures Home Entertainment Italia. Scritto dalla candidata al premio Oscar® Nia Vardalos (Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco, Le Mie Grosse Grasse Vacanze Greche), Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 riunisce l’intero, amato clan per celebrare il più grande matrimonio greco di sempre, che Fox Tv definisce “divertente e commovente… Un grosso grasso momento fantastico!

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, inoltre, include – in Blu-ray, DVD e Digital HD – un’isterica gag reel e contenuti inediti, tra cui una tavola rotonda con i protagonisti per scoprire cosa è successo davvero dietro le quinte del film. Toula (Nia Vardalos) e Ian (John Corbett, Parenti, amici e tanti guai) hanno cresciuto la figlia Paris (Elena Kampouris, Men, Women, and Children) nell’affetto della loro famiglia greca allargata. Ma ora la 17enne è desiderosa di crearsi una sua vita. La commovente commedia familiare, dolce come una fetta di baklava, si rivela quando un matrimonio inaspettato minaccia di sconvolgere i delicati equilibri del clan, unendolo ancora di più e, contemporaneamente, mettendo tutti l’uno contro l’altro.

L’intera formazione originale riprende i propri iconici ruoli, tra questi Nia Vardalos, John Corbett, Michael Constantine (Il Giurato), Lainie Kazan (Spiagge), Andrea Martin (Notte al museo: il segreto del faraone), Gia Carides (Austin Powers – La spia che ci provava), Joey Fatone (The Opposite of Sex – L’esatto contrario del sesso), Louis Mandylor (Codice d’onore), Bess Meisler (Una famiglia perfetta), con Elena Kampouris, John Stamos e Rita Wilson che si sono uniti al cast per la prima volta.

 

I CONTENUTI EXTRA IN BLU-RAYTM E DVD:

  • ERRORI E PAPERE – Ridi con tutta la famiglia mentre realizza il film!
  • LA MIA GROSSA GRASSA CENA GRECA – Afferra una sedia, riempi il piatto e condividi il pasto familiare con il cast de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2! Nia Vardalos, John Corbett, Joey Fatone, Ian Gomez, Lainie Kazan e Michael Constantine prendono parte ad una tavola rotonda retrospettiva girata all’interno del celebre ristorante della famiglia Portokalos, Dancing Zorbas. In questa featurette troviamo uno sguardo approfondito sulla realizzazione del film, l’enorme successo del suo predecessore e come non sia necessario essere greci per sentirsi un membro della famiglia Portokalos!

REALIZZANDO IL GREQUEL – Uno sguardo dal di dentro alla realizzazione de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, con un filmato realizzato sul set e in più interviste al cast e alla troupe per scoprire cosa bisogna fare per riportare in vita un film così amato dai fan. Nia Vardalos, John Corbett e i membri del cast condividono alcuni dietro-le-quinte, mentre Elena Kampouris e il regista Kirk Jones parlano della loro esperienza al fianco del cast originale nella realizzazione del sequel del film campione d’incassi del 2002.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 ha un regista

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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio GrecoIl sequel di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco, annunciato all’inizio di quest’anno, ha trovato una casa di produzione e un regista. La Universal si è fatta carico del film con protagonista Nia Vardalos che questa volta sarà diretta da Kirk Jones (Tata Matilda, Cosa aspettarsi quando si aspetta).

Nia Vardalos, che ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a John Corbett per una storia che ci racconterà di Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo, ancora più sfarzoso, matrimonio.

La Playtone di Gary Goetzman, Tom Hanks e Rita Wilson si occuperà ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott Niemeyer e Steven Shareshian che cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.

Fonte: CS

Il mio Godard: trama e cast del film con Louis Garrel

Il mio Godard: trama e cast del film con Louis Garrel

Grazie al film The Artist, Michel Hazanavicius si è consacrato a livello mondiale, arrivando addirittura a vincere il premio Oscar al miglior regista. Impostosi così come uno dei grandi nomi del cinema francese, egli ha poi realizzato nel 2017 un nuovo film con cui ha esplorato un nuovo aspetto della storia del cinema. Se The Artist era incentrato sul cinema muto, Il mio Godard (qui la recensione) è invece la biografia di un ben preciso momento della vita del celebre regista della nouvelle vague Jean-Luc Godard. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film si configura anche un’irresistibile commedia sentimentale.

La storia per questo nuovo lungometraggio nasce a partire dall’autobiografia Un an après, scritta dall’attrice Anne Wiazemsky, dove si ripercorre anche del suo rapporto lavorativo e sentimentale con Godard. Nelle sue pagine Hazanavicius ha ritrovato l’occasione non solo di portare sul grande schermo una delle icone del cinema mondiale, ma anche una riflessione sulla sua poetica, la settima arte e la sua critica. Impegno sociale e commedia si mischiano così in un film apprezzato per la sua irriverenza ma anche per la sua lucida trattazione di tematiche affatto semplici.

Con un cast di grandi star, tra cui anche diversi attori italiani, Il mio Godard si è affermato come un nuovo buon successo del regista, guadagnando anche numerosi consensi internazionali. Un film che Godard ha invece definito “stupido”, contribuendo però alla sua popolarità. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il mio Godard: la trama del film

La storia del film si apre nella Parigi del 1967, dove Jean-Luc Godard è ormai una figura di spicco del cinema francese e della sua generazione. Ora egli è pronto a distribuire il suo nuovo film, La cinese, verso cui ha un legame speciale. Si tratta infatti di un’opera che vede come protagonista l’attrice Anne Wiazemsky, la donna che Godard ama. Nonostante i venti anni di differenza, i due decidono di sposarsi. La felicità dell’unione è però spezzata dalla cattiva accoglienza del loro film, un evento che segnerà per il regista l’inizio di una profonda crisi spirituale.

Per Godard è l’inizio di un periodo particolarmente movimentato, che si muove parallelamente agli scontri politici del maggio del 1968. Affascinato dai nuovi moti rivoluzionari, egli intraprenderà un percorso che lo porterà ad allontanarsi da tutti. La sua mancanza di diplomazia e le sue posizioni integraliste non faranno che peggiorare la situazione, a cui la moglie Anne tenterà di far fronte. Ben presto, però, i due saranno chiamati a scontrarsi, riflettendo sulla vita, l’amore, l’arte e le passioni.

Il mio Godard cast

Il mio Godard: il cast del film

Ad interpretare il ruolo dell’acclamato regista francese Jean-Luc Godard, vi è il noto attore francese Louis Garrel, celebre per film come The Dreamers, L’ufficiale e la spia e Piccole donne. L’attore, che si è dichiarato fan di Godard, ha cercato di interpretarlo mettendosi al completo servizio del personaggio, senza pretendere di ritrovare in questo qualcosa di sé. Per assomigliargli, si è ovviamente dovuto sottoporre a diverse ore di trucco. Per lui, inoltre, era particolarmente importante far trasparire tanto le spinte passionali quanto gli elementi più comici del ruolo. Accanto a lui, nei panni della giornalista e regista Michèle Rosier vi l’attrice Bérénice Bejo, moglie di Hazanavicius.

Nel ruolo di Anne Wiazemsky, invece, vi è Stacy Martin. Attrice divenuta nota grazie ai film Nymphomaniac e Vox Lux, questa ha studiato a fondo la vita della Wiazemsky, cercando a sua volta di fornirne un’interpretazione realistica. Grégory Gadebois è invece Michel Cournot, sceneggiatore e regista francese dell’epoca. Nel film sono poi presenti due attori italiani. Il primo di questi è Guido Caprino, che interpreta qui il regista premio Oscar Bernardo Bertolucci. Nella preparazione al ruolo, questi fu aiutato anche dallo stesso Garrel, che aveva avuto il suo primo ruolo proprio grazie a Bertolucci. Emmanuele Aita, invece, è il regista Marco Ferreri.

Il mio Godard: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il mio Godard è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili, Google Play, Apple iTunes e Tim Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 28 maggio alle ore 21:10 sul canale Rai Movie.

Fonte: IMDb

 

 

Il mio Godard: recensione del film di Michel Hazanavicius

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Il mio Godard: recensione del film di Michel Hazanavicius

Nel 1967 Jean Luc Godard realizza La Cinese, tra i protagonisti c’è Anne Wiazemsky. I due si innamorano e si sposano. Il film non riceve un buon riscontro e Godard entra il crisi. Il ’68 e la rivoluzione non fanno che peggiorare la sua situazione personale del regista che arriva a mettere in discussione se stesso, la sua relazione e la sua arte.50 anni fa si pensava che il mondo si potesse cambiare. Con la rivoluzione socialista, essenzialmente, con le idee nuove di giovani attivisti, creativi e quant’altro. 50 anni dopo, ancora ragioniamo su cosa ci sia ancora da cambiare.

Poco più 50 anni fa Jean-Luc Godard e François Truffaut avevano dato uno scossone al cinema: sguardi in macchina, jump cut, storie d’amore complicate, mescolanza di generi, e soprattutto Godard, nei suoi primi film, aveva mostrato una preponderante affezione per il genere noir. Più di Poi Godard e Truffaut si allontanano, Godard inizia a fare del cinema militante. Inizia anche a farsi delle domande, sul suo ruolo di regista, ma anche di uomo, e dimentica di essere anche un marito.

Il mio Godard

50 anni dopo un regista francese premio Oscar, Michel Hazanavicius, realizza un film usando le formule stilistiche di Godard per raccontare un periodo storico preciso e un evento della vita di Godard.Colori saturi come quelli dei film anni ’70, parole scritte colorate che riempono lo schermo nero, ironia delle parole che è in contraddizione con quello che vediamo sullo schermo, rottura dell’illusione di realtà, il rapporto sacro e immaginario tra film e spettatore.

Il mio Godard stacy martinHazanavicius usa un genere, in questo caso un intero movimento cinematografico, la Nouvelle Vague, e realizza un film su Godard come se fosse un film di Truffaut. La storia d’amore, in cui lui ha la peggio è infatti tipica dei film del regista di Effetto notte, e è qui inserita nel racconto del Maggio Francese.

Il film di Hazanavicius è anche una commedia. Difficilmente si può definire un film biografico, anche se alcuni degli eventi raccontati (come la sospensione del Festival di Cannes nel 1968) sono veri.Quello che emerge da questo racconto è la rottura interiore del regista con l’uomo, del regista con la sua epoca e con la sua donna. Godard essenzialmente si perde, non si riconosce in un movimento, quello del ’68, in cui lui ora è il vecchio, non riesce ad amare Anne senza soffocarla, non riesce a capire che cinema vuole fare.

L’ironia è nascosta nella rappresentazione dello sfasamento di Jean-Luc Godard con questo mondo che sta cambiando, ribaltato come nei film dei Fratelli Marx, altri rivoluzionari del cinema. Nonostante tutto però la sua vita procede, come ogni giorno, come avviene sul primo sottomarino nucleare da guerra francese, da cui il film prende il titolo originale, Le Redoutable. Il film è stato presentato allo scorso Festival di Cannes, esce nelle sale in 60 copie il 31 ottobre e sarà proiettato in anteprima al Festival France Odeon che avrà luogo a Firenze dal 19 al 22 ottobre.

Il mio Domani: recensione del film di Marina Spada

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Il mio Domani: recensione del film di Marina Spada

Il mio domani, primo film italiano in concorso a Festival del Film di Roma 2011, si presenta come un lungo viaggio interiore che lo spettatore vive attraverso gli occhi di Monica (Claudia Gerini), donna manager che improvvisamente decide di allontanarsi dalla vita costruita attorno alla sua routine, mettendo in discussione lavoro e affetti famigliari. Questo ultimo lavoro di Marina Spada (Poesia che mi guardi, Metafisica delle scimmie) affronta tematiche importanti che però durante tutto la svolgimento del film vengono solamente sfiorate e mai toccate con profondità: questo è il più grande limite di questo lungometraggio.

Al termine lo spettatore è assalito da un senso di vuoto, proprio quel vuoto che la Monica tenta di spiegare ai suo colleghi nella parte iniziale della pellicola, ma che contrariamente alle sue parole non potrà mai essere riempito in questi 88 minuti. L’interpretazione di Claudia Gerini risulta essere appropriata al suo personaggio, ma ben lontana dallo spessore che richiederebbe una Monica, il cui viaggio introspettivo andrebbe intrapreso anche dall’attrice romana per dare più valore ai suoi caratteri. Il mio domani si sforza di raggiungere quindi un livello altro di consapevolezza di sè di una donna che ha perso la sua stabilità e che nei piccoli particolari va ricercando quell’equilibrio ormai svanito. Peccato che puntualmente fallisca in questa impresa.

Nonostante l’esito finale, non felicissimo, del film, Il Mio Domani si caratterizza comunque per un’ottima collaborazione artistica, Spada/Gerini, che nella complicità e nell’amicizia ha trovata anche un ritmo artistico comune che si spera possa portare un domani a risultati migliori, importantissimi per il cinema italiano.

Il mio corpo vi seppellirà, recensione del film di Giovanni la Pàrola

Dopo la commedia E se domani, Giovanni la Pàrola realizza Il mio corpo vi seppellirà e si cimenta con un western ardito e originale, ambientato nel Regno delle due Sicilie. Nel cast, Miriam Dalmazio, Maragareth Madè, Rita Abela, Antonia Truppo e Guido Caprino. 

La trama di Il mio corpo vi seppellirà

Prima dello sbarco delle truppe garibaldine, i soldati di Vittorio Emanuele II sono volti a Sud per espandere e consolidare il proprio dominio, in un territorio ancora senza legge e dove prospera il brigantaggio. Il Colonnello Romano porta avanti una personale guerra contro i briganti, che ostacolano la sua missione di riscossione delle tasse ai signorotti siciliani. Il Colonnello punta in particolare su un quartetto di donne che si fanno chiamare Drude, che lo hanno ferito in uno scontro. Sulle tracce delle Drude è anche Murat, ex soldato borbonico ricattato dal Colonnello, ora divenuto cacciatore di taglie conosciuto come “Il Macellaio”. Al centro della narrazione troviamo quindi le Drude, che non combattono solo per un tornaconto economico ma anche, e soprattutto, guidate da una grande fame di vendetta.

Una rielaborazione encomiabile del genere western

La Pàrola ci consegna una storia all’insegna delle figure femminili, le Drude, brigantesse di cui ci viene svelato il passato difficile e violento, che porterà a una vendetta efferata e sanguinolenta. “Il mio corpo vi seppellirà” indaga tasselli della storia del Sud Italia difficilmente rappresentati dal cinema e che trovano un nuovo spazio tramite la regia e la scrittura di la Pàrola.

Le Drude sono un gruppo di brigantesse datesi alla macchia, nascoste tra le grotte dell’arido paesaggio siculo. Lo spettro del passato le perseguita, le ha plasmate ed è ciò che le condurrà alla vendetta. Seguiamo parallelamente le vicende di Murat e del colonnello Romano che si andranno poi ad intrecciare con la storyline principale delle Drude.  È un western dalle sfumature pulp ma anche fumettistiche, con qualche eco tarantiniano e che si riaggancia alla tradizione di un genere che non vediamo da tanto sugli schermi italiani. Siamo testimoni di una ribellione raccontata da una prospettiva innanzitutto  individualista e che, solo in secondo luogo, assurge a simbolo di una ribellione collettiva: in questo il film di La Pàrola si  differenzia dal cinema italiano dell’epoca che raccontava la ribellione come un qualcosa di collettivo (ne è un esempio Vamos a matar companeros). 

Il mio corpo vi seppellirà coinvolge irrimediabilmente lo spettatore, con un comparto tecnico altamente esaltato, una violenza grafica volutamente esagerata (la grande sparatoria finale ne è un esempio). L’estetica mitologica che prevaleva nei film di genere italiani viene qui mitigata da un focus narrativo particolarmente brillante e originale, facendoci adottare la prospettiva di un gruppo di brigantesse, che tengono ben salde le redini della narrazione. L’Italia pre-unificazione può essere assimilata agli Stati Uniti della Guerra di Secessione e la Pàrola lo fa attraverso la rivisitazione del genere western, in cui notiamo la grande somiglianza naturale tra il contesto del selvaggio West e dell’Italia dello stesso periodo storico. 

Una direzione registica e un cast di tutto rispetto

La Pàrola riesce a confezionare un prodotto dall’identità propria, che riesce ad ergersi ad accattivante ed intrigante per lo spettatore. I difetti tecnici e il budget limitato vengono qui superati da idee vincenti e originali, dal talento del team di produzione e degli attori: una ventata d’aria fresca nel cinema italiano che ci fa auspicare a numerosi prodotti futuri su questa falsariga.

 Un’audace lavoro di costumi e scenografia, enfatizzati da una regia vibrante e un ritmo serrato, che si innesta tra azione e splatter, e un cast corale ottimamente assemblato – un quartetto tutto al femminile in versione inedita – costituiscono i punti di forza della pellicola. L’accuratezza nei dettagli della messa in scena e della fotografia d’impatto, arida e calda, rendono palpabili l’atmosfera incendiaria e carica di tensioni del paesaggio siciliano, tensione che deriva anche dall’interazione tra i personaggi, caratterizzata da battute taglienti, scontri all’ultimo sangue e minacce perpetuate. La Pàrola dimostra un’ottima padronanza del mezzo cinematografico, riuscendo a confezionare un prodotto di genere di tutto rispetto, dominato dalla veracità e dall’implacabilità d’azione (e verbale) delle protagoniste femminili. La narrazione scomposta e il montaggio inusuale di cui si serve la Pàrola a primo impatto potrebbero apparire fuorvianti, tuttavia si riesce ad intrattenere lo spettatore grazie all’alto tasso di azione, rivelazioni e scene d’impatto che la pellicola ci riserva. 

Notevole è anche il minuzioso lavoro linguistico affrontato: i dialoghi del film sono infatti in dialetto siciliano e piemontese. Ne risulta un lavoro fonetico estremamente preciso, per immergere lo spettatore non solo nelle pagine storiche dell’Italia del 1860, ma anche nella diversità linguistica italiana, che, di lì a poco, avrebbe portato a dibattiti sullo statuto della lingua italiana e su come unire la penisola anche da un punto di vista linguistico.

Il mio capolavoro, recensione del film di Gaston Duprat

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Il mio capolavoro, recensione del film di Gaston Duprat

Arturo è un gallerista rinomato di Buenos Aires. Ha attenzione soprattutto per gli autori contemporanei, ma è legato da un’indistricabile amicizia a Renzo Nervi, un artista argentino molto famoso negli anni ’80 ora pressocchè dimenticato, forse a causa del suo carattera burbero.

Il caso, le coincidenze e un colpo di genio, porteranno questa storia, e questa amicizia, a un livello differente.

Presentato in selezione ufficiale alla 75a Mostra del cinema di Venezia, Il mio capolavoro – Mi obara maestra, secondo lavoro di Gaston Duprat che arriva nelle nostre sale dopo il divertente  e premiatissimo (anche a Venezia: Coppa Volpi) El Ciudadano Ilustre, ritorna sul selciato della commedia cinica e nera, mettendo in scena l’ipocrisia dell’arte degli artisti e soprattutto di chi l’arte la guarda, senza, probabilmente, capirci nulla.

Renzo è un pittore arrivato agli 80 anni, ha vissuto e goduto la sua vita da artista a modo suo, e i suo lavori sono stati apprezzati e venduti, per tutti gli anni ’80. Era ricco, ora abita in una casa diroccata in affitto, con la possibilità di essere cacciato.

Arturo si è invece tenuto al passo con i tempi: gallerista di fiducia di Renzo, ha tenuto la mente aperta per i cambiamenti dell’arte e delle persone che comprano l’arte, senza mai perdere di vista il suo migliore amico.

Arturo ha un carattere complementare a Renzo e i due sono indivisibili. Nonostante le distanze e le differenze, per quanto si allontanino, tornano sempre insieme.

Duprat realizza un film sull’arte e sulla percezione della stessa, su come tutto questo sia volatile e suscettibile a variazioni imprevedibili che sicuramente non hanno a che fare con l’opera stessa.

Il film è pieno di arte vera: Carlos Gorrianera è il vero pittore dietro alle opere di Renzo, e Carlo Herrera è un artista argentino esistente. Il mio capolavoro, come The square, indaga l’arte, la sua illusione e il mondo che le sta intorno, ma anche l’amicizia che va oltre ogni valutazione.

Quindi il capolavoro del titolo è la vita stessa, nel suo compimento e nella sua varietà. Non è il lavoro, non è la fama, non sono i soldi, è la variabile quotidiana che ci troviamo di fronte. Si è vivi, secondo quello che sembra pensare Renzo, nel momento in cui si decide di non essere morti.

Il mio capolavoro è ambientato prevalentemente a Buenos Aires, ma ha due altre location di eccezione: Rio de Janeiro e la provincia di Jujuy terra della montagna dai 7 colori che aggiunge un elemento onirico soprattutto alla parte finale del film.

Il mio anno a Oxford: recensione del film su Netflix con Sofia Carson

Le bici che attraversano il selciato. Guglie gotiche che spiccano quasi fino a bucare il cielo. Un complesso di college che spaziano dal Medioevo all’età vittoriana. Se c’è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove assaporare il passato e rivivere le storie d’un tempo, quello è Oxford. Ed è proprio qui – fra la pioggia battente, le poesie romantiche di Keats, i drammi di Shakespeare e i racconti sussurrati tra le mura della Bodleian – che si incasella la storia d’amore di Il mio anno a Oxford.

Un semi-dramma romantico scritto da Allison Burnett e Melissa Osborne, diretto da Iain Morris e ispirato al romanzo di Julia Whelan. Il film, che vede come protagonisti l’ormai rodata Sofia Carson e al suo fianco Corey Mylchreest, è la love story perfetta da guardare in piena estate. Si sogna l’autunno, il profumo della pioggia, l’odore del tè, e quell’amore che – almeno una volta nella vita – si desidera provare: sconvolgente, profondo, coraggioso.

Il mio anno a Oxford, la trama

Anna è un’americana con un sogno nel cassetto che finalmente sta per avverarsi: trascorrere un anno a Oxford per studiare poesia vittoriana. Ma il primo giorno non è esattamente da cartolina: mentre cammina per le strade della città, viene investita da una pozzanghera sollevata da una Jaguar d’epoca. Alla guida, un ragazzo affascinante e un po’ arrogante: Jamie. Solo più tardi scoprirà che non è un semplice passante, ma il dottorando che terrà le lezioni del suo corso. Fra sonetti, versi e l’inconfondibile profumo di libri antichi, Jamie e Anna iniziano a conoscersi – e a piacersi. Lui le fa assaggiare il kebab migliore della città, la porta nella sua libreria segreta piena di volumi impolverati e storie leggendarie, e le fa scoprire l’atmosfera vibrante dei pub inglesi. Tra una canzone al karaoke, una poesia declamata e lezioni che iniziano a profumare d’amore, il loro legame si fa sempre più profondo. Ma un segreto, inaspettato e difficile da ignorare, è pronto a rimettere tutto in discussione.

Una storia sul valore del tempo

Sofia Carson è uno dei volti più riconoscibili del genere sentimentale. I suoi occhi da cerbiatta e il suo sorriso dolce la rendono la protagonista ideale per quelle storie che sanno strappare più di una lacrima. E ne Il mio anno a Oxford a dominare è proprio l’intensità dei sentimenti che tocca le corde del cuore. Non è la solita commedia a lieto fine, né una storia priva di sostanza, ma una narrazione che – pur trattando il tema dell’amore in modo edulcorato – ricorda l’importanza di valorizzare non solo il sentimento in sé, ma anche il tempo condiviso con chi lo suscita. Avvolti da una fotografia spesso calda, nonostante il cielo livido, Jamie e Anna costruiscono in circa due ore un rapporto maturo, pur non sostenendosi sempre su una sceneggiatura incisiva. E anche quando il tema della malattia si intrufola tra le maglie del racconto, questa riesce a non scivolare nel pietismo o nella lacrima facile.

Un film rassicurante, che si fa guardare

Indubbiamente Il mio anno a Oxford si inserisce in quella categoria di comfort movie che fanno spegnere i pensieri. Uno di quei prodotti da fruire quando si ha bisogno di evasione, di una dolcezza – ma anche di una riflessione lieve – che possa cullarci. Bisogna ammetterlo: non è un racconto impattante, ma non per questo è da scartare. Perché, anche se difficilmente resterà memorabile, riesce comunque a portare a termine il compito che si è prefissato: essere una pausa. Un momento di stacco. Perché abbiamo tutto il diritto di lasciarci trasportare dal romanticismo e da quel tocco di leggerezza che ci fa sognare, nonostante i classici topos di genere visti e rivisti. E poi c’è il fattore chiave: l’alchimia tra Carson e Mylchreest. Senza quella, il film non avrebbe funzionato. È lei il vero leitmotiv.

Il mio anno a Oxford: guida al cast e ai personaggi

Il mio anno a Oxford: guida al cast e ai personaggi

Il mio anno a Oxford è l’ultima commedia romantica di Netflix, un film supportato da un cast eccellente di personaggi forti. Con il ritorno di una delle più grandi star di Netflix, Sofia Carson, il nuovo film racconta la storia di Anna, una giovane donna americana che parte per l’Inghilterra per studiare poesia vittoriana all’Università di Oxford.

Questa esperienza doveva essere un soggiorno temporaneo per Anna, che ha un lavoro da Goldman Sachs, ma le cose si complicano quando incontra Jamie. Il film cattura la complessità della loro relazione dolce e piccante sullo sfondo di una delle scuole più belle del mondo.

Basato sul romanzo d’esordio di Julia Whelan, Il mio anno a Oxford è stato un film molto atteso. Ciò è dovuto in parte alla solida sceneggiatura di Allison Burnett e Melissa Osborne, nonché all’ottima regia di Iain Morris. Ciò che spicca sullo schermo, tuttavia, è l’eccellente cast di personaggi carismatici.

Sofia Carson nel ruolo di Anna De La Vega

Attrice: Sofia Carson è nata a Fort Lauderdale, in Florida, e si è fatta conoscere nel 2015 interpretando Evie, la figlia della Regina Cattiva, nel film originale Disney Channel Descendants. Ha lavorato come cantante e attrice e recentemente è diventata famosa per aver recitato in diversi film romantici di Netflix, tra cui The Life List e Purple Hearts.

Personaggio: Anna De La Vega è la protagonista di Il mio anno a Oxford. Appassionata fin da bambina di libri e scuola, si reca all’estero per studiare inglese a Oxford, con l’intenzione di tornare a fine anno. Al suo arrivo, instaura una forte relazione con Jamie, che porterà con sé una serie di complicazioni inaspettate.

Corey Mylchreest nel ruolo di Jamie Davenport

Attore: Corey Mylchreest è nato a Leytonstone, Londra, Inghilterra, e ha ottenuto il successo interpretando Re Giorgio III nella serie Netflix Queen Charlotte: A Bridgerton Story. Personaggio drammatico e carismatico, Mylchreest ha conseguito una laurea in recitazione presso la Royal Academy of Dramatic Art ed è apparso sia in televisione che a teatro.

Personaggio: Jamie Davenport appare tranquillo e disinvolto, mentre insegna ad Anna al dipartimento di letteratura inglese di Oxford. Viene presentato come un playboy, ma una maggiore profondità del suo personaggio, così come alcune sorprendenti difficoltà, vengono lentamente rivelate nel corso del film. La sua relazione in crescita con Anna lo porta a chiedersi cosa desideri veramente, per lui e per lei.

Dougray Scott nel ruolo di William Davenport

Attore: Dougray Scott è un attore scozzese che ha raggiunto la notorietà dopo aver interpretato un importante ruolo secondario come interesse amoroso nel film del 1998 Ever After. Da lì, l’attore ha mostrato versatilità nei suoi progetti, apparendo come il cattivo in Mission: Impossible II e come protagonista della serie britannica Crime. Continua a lavorare sia al cinema che in televisione.

Personaggio: Dougray Scott interpreta il padre di Jamie nel film. Inizialmente viene presentata una relazione tesa tra i due personaggi, con William che esce furioso dall’ufficio del figlio nella sua prima apparizione. La loro relazione incombe su Jamie nel film, e il modo in cui questa coincide con il suo legame con Anna è una parte cruciale della storia.

Catherine McCormack nel ruolo di Antonia Davenport

Attrice: Catherine McCormack è un’attrice inglese nota soprattutto per il suo ruolo in Braveheart, dove interpreta la moglie di Wallace. Ha studiato alla Oxford School of Drama e ha interpretato vari ruoli in progetti drammatici di ogni genere nel corso dei decenni, lavorando con diversi registi, tra cui Kathryn Bigelow e Tony Scott.

Personaggio: Antonia è la madre di Jamie e il suo atteggiamento nei confronti del figlio è molto diverso da quello del marito. I due raggiungono un interessante equilibrio nel ruolo dei genitori di Jamie e contribuiscono a mostrare l’evoluzione della sua visione della vita, inclusa quella incentrata sulla perdita dolorosa.

Harry Trevaldwyn nel ruolo di Charlie Butler

Attrice: Harry Trevaldwyn è nato in Inghilterra e si è recentemente affermato interpretando Testa di Tufo nel remake live-action di Dragon Trainer. L’attore è già apparso in numerosi progetti di alto profilo, tra cui la serie di Star Wars The Acolyte e il film del 2022 di Judd Apatow The Bubble. Lo vedremo prossimamente nel film Or Something Like It.

Personaggio: Charlie Butler è l’amico sarcastico e spiritoso di Anna, le cui avventure amorose e sessuali tra gli uomini di Oxford sono audaci e divertenti. Inizia il film con una battuta maligna sulle scarpe di Anna, ma i due stringono presto una forte amicizia mentre lui la aiuta a scoprire i diversi lati della scuola, della città e dell’Inghilterra in generale.

Poppy Gilbert nel ruolo di Cecelia Knowles

Attrice: Poppy Gilbert è nata a Stoccolma, in Svezia, ed è diventata famosa dopo il suo ruolo di supporto nel cast di Stay Close. È apparsa in diverse serie britanniche di successo a partire dal 2020 con ruoli in Call the Midwife. Ha conseguito una laurea in recitazione presso la Guildhall School of Music & Drama.

Personaggio: Cecelia sembra essere la fidanzata di Jamie nel film e all’inizio gioca un ruolo importante nel contrastare le sue passioni. La loro relazione sembra un insolito disallineamento man mano che la storia procede, ma in realtà i due condividono un legame emotivo e profondo. Cecelia si rivela profondamente importante per Jamie per diverse ragioni sorprendenti.

Cast e personaggi secondari di My Oxford Year

Esmé Kingdom nel ruolo di Maggie Tims: Esmé Kingdom si è laureata alla Royal Academy of Dramatic Art nel 2022 e My Oxford Year sarà il suo primo ruolo in un film importante. In precedenza ha lavorato in cortometraggi e ha interpretato ruoli importanti in produzioni di Sweeney Todd, Romeo e Giulietta e altri.

Nikhil Parmar nel ruolo di Tom Sethi: Nikhil Parmar è nato in Gran Bretagna nel 1990 ed è apparso in film come We Live in Time e Gran Turismo. Tom è un altro degli amici di Anna nel film, presentato da Maggie, che ha un ruolo importante nel proteggere Anna con la sua bicicletta.

Hugh Coles nel ruolo di Ridley: Hugh Coles è un attore teatrale esperto, avendo vinto il Laurence Olivier Award 2022 come miglior attore non protagonista in un musical per il ruolo di George McFly in Ritorno al futuro: Il musical. È apparso in numerose serie televisive di successo, tra cui Death in Paradise e Atlanta.

Barney Harris nel ruolo di Ian: affermato attore londinese, Barney Harris è apparso in diversi film importanti, tra cui Billionaire Boys Club e The Severed Son. Ha lavorato anche in televisione, interpretando il ruolo di Mat nella prima stagione di The Wheel of Time, e ha lavorato come produttore in film come Good Boy.

Romina Cocca nel ruolo della signora De La Vega: pur essendo presente nel film solo per un breve periodo, Romina Cocca ha un impatto notevole nel ruolo della madre di Anna. Lavora regolarmente come attrice dal 2006, apparendo in film e serie televisive, tra cui Yo soy la Juani e Reflections. Più recentemente, è apparsa in due episodi della serie di Sundance Now The Split.

Yadier Fernández nel ruolo del signor De La Vega: Yadier Fernández recita da anni, debuttando in televisione nella serie del 2007 Tras las huellas Caso Alarma. Da lì, l’attore è apparso in vari programmi sia in inglese che in spagnolo, tra cui The Gold, Nido de Mantis e The Mother, prima del suo ruolo in My Oxford Year.

Il mio anno a Oxford è disponibile su Netflix.

Il mio anno a Oxford: cast, trama, citazioni e tutto quello che sappiamo

Preparatevi a ridere e piangere con Sofia Carson e Corey Mylchreest in Il mio anno a Oxford (My Oxford Year), una nuova storia d’amore scritta da Allison Burnett (Autumn in New York) e Melissa Osborne e diretta dal candidato al BAFTA Iain Morris. In uscita il 1° agosto, il film Netflix è tratto dal romanzo di Julia Whelan, adattato dalla sceneggiatura originale di Burnett. Entrate nel campus con il nuovissimo trailer qui sopra.

Iain Morris ha scritto e creato uno degli show più iconici della televisione britannica, The Inbetweeners”, dice Carson, che è anche produttrice esecutiva del film, il suo secondo lavoro dopo Purple Hearts del 2022. “La commedia è il suo linguaggio, quindi la sua visione di questo film ha creato magnificamente una storia d’amore senza tempo, straziante e travolgente, fondata sulle risate. In una sola scena potresti innamorarti perdutamente, potresti piangere, ma lui farà sempre in modo che la gioia delle risate sia presente”.

Continua a leggere per ulteriori informazioni sul film, scopri il resto della classe con alcune nuove foto e preparati per l’inizio del semestre.

Di cosa parla My Oxford Year?

Quando Anna (Carson), un’ambiziosa giovane americana, parte per il Regno Unito e l’Università di Oxford per realizzare il sogno della sua infanzia, la sua vita è perfettamente in carreggiata. Questo fino a quando non incontra Jamie (Mylchreest), un affascinante e intelligente ragazzo del posto che cambierà profondamente la vita di entrambi.

Questa storia era molto vicina a Mylchreest, nato e cresciuto a Londra, che ha vissuto a sua modo un anno a Oxford. “Ho un amico che ha studiato all’università di Oxford, quindi c’è stato un periodo della mia vita in cui andavo spesso in treno a Oxford”, racconta l’attore. L’esperienza di Carson nel campus storico è stata molto simile a quella del suo personaggio, che si sente come un pesce fuor d’acqua. “Ho scelto di non visitare tutti i luoghi in cui avremmo girato perché volevo conservare la mia reazione sincera nel vedere la magia di Oxford per la prima volta, una volta che le telecamere avessero iniziato a girare”, dice l’attore, “per vivere Oxford proprio come avrebbe fatto Anna”. Che fossero nuovi al campus o più familiari, entrambi gli attori concordano sul fatto che la location ha creato uno sfondo meraviglioso per la storia d’amore dei loro personaggi.

Il film è ricco di letteratura e poesia. “È stato un onore e una gioia immergermi nel mondo dei sogni, dell’amore e della poesia di Anna. Studiare i grandi poeti che hanno calcato i corridoi di Oxford e che da allora hanno riempito le nostre vite con la magia della letteratura. Nel 1833, Alfred Tennyson scrisse: ‘È meglio aver amato e perso, che non aver mai amato’. Duecento anni dopo che Tennyson pronunciò queste parole così belle, risuonano più vere che mai, nei corridoi di Oxford e nel cuore del nostro film”, dice Carson.

“La nostra storia è un film che in ogni fotogramma ribadisce la convinzione che la vita è troppo breve per non viverla con amore. Per non viverla con gioia”, aggiunge l’attore.

Chi interpreta Jamie e Anna in Il mio anno a Oxford (My Oxford Year)?

Carson e Mylchreest sono i protagonisti di Il mio anno a Oxford (My Oxford Year), e la loro chimica è il motore del film. “Hanno interagito bene fin dal primo momento in cui hanno lavorato insieme”, ha dichiarato il regista Morris, “e si sono chiaramente divertiti a cercare di far ridere l’uno l’altra – e forse anche a far piangere?”. Gli attori ci sono riusciti entrambi. “Spero che guardando il film il pubblico possa provare tutte le emozioni associate all’esperienza meravigliosa, rumorosa, caotica, inaspettata, divertente e straziante che è l’innamorarsi”, aggiunge Morris.

Marty Bowen, produttore del film per Temple Hill, elogia la dedizione di Carson alla storia, sia sullo schermo che nella vita reale. “Penso che il motivo per cui Sofia riesce così spesso a entrare in sintonia con il pubblico nei film che interpreta è perché è così che vive la sua vita. Non è artificiale”, ha rivelato a Tudum. “È davvero ciò che è come persona”.

Carson ha capito fin dall’inizio di aver trovato il Jamie perfetto per la sua Anna: “Ho guardato Queen Charlotte con grande ammirazione per Corey. È un attore straordinario”, dice. “Quando è arrivato il momento di scegliere Jamie, ho sempre saputo che sarebbe stato Corey. Non appena è entrato nella stanza per il nostro provino a Londra, Anna e Jamie hanno preso vita.

Immediatamente. Corey è stato un vero partner in questa esperienza… E insieme ci siamo dedicati a immergerci nella storia d’amore di Anna e Jamie, per darle vita con tutto il nostro cuore“.

Bowen attribuisce in parte a Mychlreest l’equilibrio tonale del film. ”Quando un ragazzo è bello come lui e allo stesso tempo divertente come lui, è una combinazione incredibile e letale”, dice il produttore. “E la sua arte è fondamentale. Non avrei mai immaginato che fosse così versatile e carismatico. Tutto parte dalla sua capacità di prendersi in giro. Questo lo rende davvero speciale”.

Per Mylchreest, il cast è stato il momento clou della realizzazione di My Oxford Year. “Incontrare, lavorare, passare del tempo, parlare e scherzare con il cast e la troupe… sono stati fondamentali per la riuscita del film”, afferma l’attore di Queen Charlotte: A Bridgerton Story. “Aspettatevi risate, tanto amore, forse un po’ di tristezza e un paio di sorprese lungo il percorso, ma [aspettatevi] di incontrare due personaggi davvero adorabili e molto umani, insieme ai loro fantastici amici e familiari. Preparatevi a un viaggio incantevole“.

Chi fa parte del cast di Il mio anno a Oxford (My Oxford Year)?

”Siamo stati davvero fortunati e abbiamo cercato con grande attenzione di circondare il film con personaggi davvero divertenti, simpatici e dinamici“, dice Laura Quicksilver, che produce il film per Temple Hill. ”Abbiamo adorato il nostro cast e c’era una grande intesa tra tutti loro”.

Sofia Carson nel ruolo di Anna

Nata e cresciuta nel Queens, New York, Anna ha pianificato la sua vita nei minimi dettagli quando si presenta a un programma di poesia di un anno all’Università di Oxford. Tutto cambia quando incontra Jamie (Corey Mylchreest). I due iniziano una storia d’amore travolgente che cambia tutto ciò che Anna pensava di sapere su ciò che vuole dalla vita.

Corey Mylchreest nel ruolo di Jamie

Jamie e Anna (Sofia Carson) non hanno avuto un incontro molto tradizionale: lui bagna una ragazza perfettina mentre guida la sua auto d’epoca in una pozzanghera, lei lo denuncia quando lui si nasconde da una sua ex in un negozio di patatine, ma una cosa è certa: la chimica tra loro è immediata e innegabile. Quando Jamie si rivela essere l’assistente di Anna, i due legano grazie al loro amore per la poesia. Tuttavia, alcune delle lezioni più importanti che Jamie insegna ad Anna avvengono fuori dall’aula, cambiandole la vita per sempre.

Dougray Scott nel ruolo di William Davenport

William è il padre di Jamie. Il suo amore e la sua preoccupazione per il figlio a volte creano distanza tra i due uomini, che hanno prospettive contrastanti sulle grandi scelte della vita.

Catherine McCormack nel ruolo di Antonia Davenport

Antonia contrasta l’approccio severo del marito nei confronti del figlio con un senso dell’umorismo e uno stile sbarazzini.

Harry Trevaldwyn nel ruolo di Charlie Butler

Harry è il compagno di stanza di Anna e uno dei suoi migliori amici a Oxford. La aiuta ad orientarsi nel nuovo campus con il suo inestimabile senso dell’umorismo e alcuni consigli fondamentali sulle scarpe.

Esmé Kingdom nel ruolo di Maggie Timbs

Maggie è la terza moschettiera di Anna e Charlie, completando un trio inseparabile durante l’anno all’estero di Anna. È leale e gentile mentre Anna affronta gli alti e bassi della sua relazione.

Poppy Gilbert nel ruolo di Cecelia Knowles

Cecelia è la compagna costante di Jamie, un po’ distaccata ma profondamente gentile. A causa della sua natura protettiva, il suo rapporto con Anna inizia in modo difficile.

Il mio anno a Oxford (My Oxford Year) è tratto da un libro?

My Oxford Year è tratto dall’omonimo romanzo di Whelan, a sua volta adattato dalla sceneggiatura originale di Burnett.

La storia ha colpito da vicino Bowen, che ha vissuto una storia d’amore travolgente durante l’anno trascorso a Oxford. “Era un periodo di tempo limitato, proprio come nella storia. Ma questo ha reso il rapporto ancora più intenso, perché c’era meno pressione sul futuro”, dice Bowen. “In realtà penso che siano proprio quelle esperienze che diamo per scontate a diventare così importanti nella nostra vita, come ricordi”. Bowen conserva ancora una lettera di quel periodo, che tiene in un cassetto dal 1992, e che ha mostrato al suo collega produttore Quicksilver e a Carson durante uno dei loro primi incontri.

“Una delle cose che abbiamo sempre amato di questa storia e che penso risuoni in così tante persone è che non è necessariamente la quantità di tempo che passi con qualcuno, ma la qualità di quel tempo”, dice Quicksilver. “Penso che la lettera conservata nella scrivania di Marty dopo tutti questi anni lo rappresenti”.

Chi altro è coinvolto in My Oxford Year?

Oltre a Carson, Caroline Levy, Christopher Simon, Maggie Monteith, Pete Harris e la madre di Carson, Laura Char Carson, sono i produttori esecutivi del film. Bowen, Wyck Godfrey, Quicksilver e Isaac Klausner (per Temple Hill Entertainment) producono My Oxford Year, mentre George Berman è coproduttore. “Marty Bowen e Temple Hill ci hanno regalato alcune delle storie d’amore più amate di questa generazione, da The Fault in our Stars a Twilight”, dice Carson. “È stata una bellissima esperienza collaborare con loro alla produzione di My Oxford Year”.

Quando sarà disponibile My Oxford Year su Netflix?

Sintonizzatevi per il primo giorno di lezione il 1° agosto per vedere come si sviluppa la storia d’amore di Anna e Jamie. Fino ad allora, guardate il trailer qui sopra.

Il mio anno a Oxford, spiegazione del finale: Jamie muore, alla fine?

Il mio anno a Oxford è sull’omonimo romanzo e segue Anna De La Vega, una giovane donna che ha ricevuto un’offerta di lavoro da Goldman Sachs ma ha scelto di rimandarla di un anno per vivere la vita dei suoi sogni all’estero, nella Terra delle Delusioni, ovvero Oxford. Nel film, Anna decide di “divertirsi” un po’ con il suo professore di inglese, Jamie Davenport. Non preoccupatevi, non c’è nessun segreto, visto che lui è solo un ricercatore che prende il posto del suo professore impegnato e pigro. Tutto sembra magico ed esattamente come Anna lo aveva sognato, ma tutte le cose belle finiscono, e per Anna finiscono. Detto questo, però, passiamo al finale di Il mio anno a Oxford.

Chi è Cecelia in Il mio anno a Oxford?

La grande rivelazione a metà del film è che Cecelia non è interessata a Jamie in senso romantico, ma è l’ex fidanzata del suo defunto fratello. Il motivo per cui Cecelia è sempre con Jamie non è perché le piaccia, ma perché le dà un senso di chiusura per Eddie e allo stesso tempo può aiutare Jamie a superare la stessa sofferenza vissuta da suo fratello.

Jamie e Cecelia sono particolarmente legati perché l’unica cosa che hanno in comune è Eddie. Si tengono essenzialmente stretti l’uno all’altra per poter superare qualcosa che è francamente impossibile da superare. È un’amicizia molto dolce e Cecelia sboccia in un personaggio molto piacevole nel corso del film. Oh, ma accenna al fatto che sarà zitella per tutta la vita, cosa che svanisce quando trova un appuntamento alla fine del film.

Perché Jamie non vuole curarsi?

Il motivo per cui Jamie non racconta ad Anna della sua malattia è che voleva solo divertirsi negli ultimi mesi. Ma come farebbe qualsiasi essere umano in questa situazione, non voleva che Anna le rovinasse la vita e scoprisse il suo cancro, solo per poi rimanere lì a trascorrere gli ultimi giorni con lui. Ma ovviamente, questo è esattamente ciò che finisce per fare, perché questo è un film romantico.

L’altra cosa è che Jamie è ricco e le sue scelte derivano chiaramente da una posizione di privilegio. Ovviamente, se Anna fosse stata al suo posto, avrebbe lottato per continuare a vivere, e d’altra parte, lui avrebbe probabilmente fatto tutto il possibile per salvarla.

Cosa gli ha detto il padre di Jamie?

Il grande mistero di Il mio anno a Oxford è la conversazione che Jamie e suo padre hanno avuto il giorno in cui Eddie è morto. Non abbiamo una risposta definitiva su cosa abbia detto a Jamie, ma sappiamo cosa implicava, ed è probabile che sia qualcosa che ha fatto apparire Eddie come il figlio migliore. Quindi avrebbe potuto essere qualcosa del tipo: “Ho perso il figlio sbagliato“, il che è una ragione sufficiente perché Jamie non gli parlasse più dopo.

Cosa fa Anna?

Nel finale di Il mio anno a Oxford, Anna sceglie di rimanere con Jamie e di abbandonare definitivamente il suo lavoro di lusso. Questa è esattamente la cosa che sua madre non voleva che facesse, ma ahimè, Anna sceglie l’amore al posto del denaro, da qui la propaganda dei poveri o l’illusione dell’amore al posto del denaro.

Cosa succede dopo la morte di Jamie?

Il mio anno a Oxford si conclude con Jamie che esala l’ultimo respiro tra le braccia di Anna perché si è rifiutato di cercare ulteriori cure per il suo cancro terminale. Poco dopo la sua morte, Anna parte per il grande tour europeo, proprio come Jamie aveva espresso di voler fare, ma da sola. Visita tutti i luoghi che lui desiderava visitare (con il suo sé immaginario al suo fianco), vivendo il momento prima di tornare a Oxford come sua sostituta, arrivando persino a tirar fuori la famigerata Victoria Sponge per corrompere gli studenti. Jamie non è altro che un ricordo a questo punto, ma Anna ha trovato la forza di andare avanti.

In che modo Ariel è parallela alla vita di Anna?

Nel film, sia Jamie che Anna leggono una raccolta di poesie intitolata “Ariel” di Sylvia Plath. Si potrebbe dire che la poesia del titolo sia un riflesso della vita di Anna, in quanto lei è la cavallerizza trascinata controvoglia dal cavallo selvaggio e senza freni che è Jamie. Suppongo che si potrebbe definirlo la sua “ragazza dei sogni folletto e maniaco“. La narratrice della poesia subisce una trasformazione psicologica nel corso della lettura, riuscendo a malapena ad aggrapparsi a un cavallo che la fa sentire viva. A prima vista, potrebbe sembrare che il cavallo sia quasi suicida in questa situazione, e che la cavallerizza sia solo lì a fare il giro, ma lei viene trasformata mentalmente ed emotivamente lungo il cammino, per poi lanciarsi a capofitto nella mattinata.

Inoltre, Jamie porta ad Anna una prima edizione di “Walden”, un libro di Henry David Thoreau. Scrisse questo libro in solitudine e parlò a lungo dell’importanza di vivere con volontà. Nel corso del film, Anna subisce una profonda trasformazione, più evidente nel modo in cui la sua interpretazione di Thoreau cambia alla fine del film. All’inizio del film, questa idea conferma il piano di vita altamente organizzato di Anna: “università, Oxford, Goldman Sachs, ecc.”, ma viene completamente capovolta alla fine del film, quando arriva ad apprezzare che fugaci momenti di felicità possono essere profondamente significativi. Quindi vediamo Anna vivere ogni giorno come le viene, deliberatamente piuttosto che preoccuparsi del futuro.

Il mio anno a Oxford è disponibile su Netflix.

Il mio angolo di Paradiso: recensione del film

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Il mio angolo di Paradiso: recensione del film

La regista, Nicole Kassell, famosa per aver diretto il pluripremiato The Woodsman nel 2004, prima delle riprese di Il mio angolo di paradiso, aveva già le idee molto chiare sul fatto che “il film avrebbe dovuto far piangere e ridere allo stesso tempo” e tutti i personaggi sono ben caratterizzati per far sì che questo effetto contraddittorio funzioni. Sarah (Lucy Punch), l’amica d’infanzia, riesce sempre a mantenere un tono scanzonato anche davanti alla difficoltà delle situazioni, Peter (Romany Malco), il vicino di casa, dosa allegria e tristezza, mentre Renée (Rosemarie DeWitt), l’amica che soffre fin dall’inizio, è l’anima drammatica del film.

La storia de Il mio angolo di Paradiso scritta dalla sceneggiatrice Gren Wells, inizia con la presentazione di Marley Corbett (Kate Hudson), una giovane donna in carriera che vive la sua vita con il sorriso sulle labbra, spegne i cattivi pensieri con abbondanti dosi di humor ed è profondamente convinta dell’inutilità di una relazione sentimentale seria. Circondata da amici adorabili/adoranti, dal suo fedele bulldog e da uomini-oggetto, riesce ad avvicinarsi all’amore solo quando il dottor Julian Goldstein (Gael García Bernal) le diagnostica un cancro. Il medico, infatti, lungi da essere solo il messaggero di ingrate notizie, sarà proprio colui che farà vivere a Marley l’esperienza di una vera relazione.

Il mio angolo di Paradiso, il film

Nonostante l’idea non sia male, l’obiettivo della regista -far ridere e piangere contemporaneamente- è un po’ pretenzioso: battute scialbe e poco incisive sono intervallate da scene strappalacrime, ma così come le prime non hanno la forza di scatenare la risata, le seconde suscitano più noia che tristezza.

Una storia, quella d’amore pre-morte, che ricorda la trama del recente “L’amore che resta” di Gus Van Sant. Tutto ciò che però quest’ultimo risparmia allo spettatore -il piagnisteo continuo, la banalità della rappresentazione della morte al cinema- viene mostrato a profusione nel film della Kassell che, nel complesso, tocca picchi di banalità e melodramma tali da far scorrere sul viso dello spettatore lacrime di “disperazione” piuttosto che di “commozione”.

Il mio amico Tempesta: recensione del film di Christian Duguay

Il mio amico Tempesta: recensione del film di Christian Duguay

Non ridere papà, io diventerò un fantino.” – Il mio amico Tempesta Il cavallo. Sono tante le culture che hanno venerato questo animale nel corso della storia, simbolo non solo di libertà, ma anche di estrema forza. Al suo essere possente e nobile, che indubbio ne decreta la bellezza, bisogna affiancargli il merito d’essere un fedele compagno per l’uomo, tanto che il loro rapporto è stato perfino oggetto di analisi nel tempo.

La relazione cavallo-cavaliere è caratterizzata da una specifica connessione emotiva, nella quale mutuo rispetto e fiducia reciproca sono principi fondamentali e imprescindibili. Ecco perché nel cinema sono molti i registi che hanno attinto da questo speciale legame, traslando in linguaggio cinematografico storie intime, volte a dimostrare quanto l’unione fra uomo e animale possa essere potente esattamente come quella fra simili. Ed è di questo che Christian Duguay vuole parlare nel suo nuovo film Il mio amico Tempesta: di un amore senza tempo, che ha la sensibilità giusta per dialogare con tutti e scavare in profondità, arrivando dritto al cuore. La pellicola è tratta da un romanzo per ragazzi che si intitola Tempete au haras di Christophe Donner, e sarà nelle sale cinematografiche dal 14 settembre, distribuito da Eagle Pictures.

Il mio amico Tempesta, la trama

Quanto può essere magico nascere insieme ad un puledro? Domanda forse strana, ma se immaginata in un contesto in cui vivere a stretto contatto con la natura è all’ordine del giorno, allora non lo è più. Questo è quello che succede a Zoé, la cui madre Marie (Mélanie Laurent), veterinaria della sua stessa scuderia, partorisce nell’esatto momento in cui sta assistendo Bella Intrigante, una cavalla da corsa, in un parto difficoltoso. È quell’attimo, quella connessione, che alimenta la passione di Zoé per i cavalli, qualcosa che ha dentro dalla nascita, si potrebbe dire, e che non può smettere di crescere, soprattutto quando crea con Tempesta, nuova figlia di Bella Intrigante, un binomio straordinario.

Una notte, però, a causa di un forte temporale che si abbatte su tutta la scuderia, i cavalli si imbizzarriscono e nel tentativo di metterli al sicuro, Zoé si ritrova sbattuta a terra da Bella Intrigante e poi schiacciata da Tempesta. Rimasta disabile, la bambina è costretta ad affrontare un lungo percorso di riabilitazione, che la allontana lentamente dal mondo equestre. Fino a quando il Grand Prix d’Amerique non la chiama a rapporto: Tempesta è l’ultima speranza: se non vince lei, il ranch di famiglia potrebbero chiudere. Ma la cavalla si fa montare solo in un certo modo e forse il destino vuole che sia proprio Zoé, che nel frattempo ha trovato una soluzione per salire ancora in sella, a farlo…

Sulla scia di un cult

Che a Duguay interessasse l’amicizia fra un uomo e il proprio compagno a quattro zampe, e la lealtà reciproca costruita secondo le leggi del cuore, è in realtà chiaro da diversi anni. Non è la prima volta che il regista affronta l’argomento, e soprattutto che esplora il mondo equestre, principalmente delle corse: basti pensare a Jappeloup, uscito dieci anni fa. Ma senza andare troppo indietro, uno degli esempi più recenti è Belle & Sebastien – L’avventura continua. Il focus rimane in ogni caso un animale, il suo mondo, la sua devozione. E quanto essi fungano molto spesso da terapia, da anti-stress, diventando una piccola oasi di felicità grazie alla quale si fatica meno ad affrontare la quotidianità.

Per Il mio amico Tempesta, Duguay sembra però voler seguire le tracce di un film specifico: L’uomo che sussurrava ai cavalli, diretto e interpretato da Robert Redford. Un racconto, dunque, di vera passione, seppur all’inizio fatichi a ingranare la marcia. I primi trenta minuti sembrano infatti non avere il carburante necessario per lanciare la storia. Nel seguire le diverse fasi di Zoé, il regista in un primo momento affatica la narrazione, allungandola un po’ troppo, tanto da spostare eccessivamente in avanti l’incidente scatenante (che ricordiamo non dovrebbe superare la ventina di minuti massimo). Dopo un primo atto che va abbastanza a rilento, di cui si poteva sicuramente tagliare qualche scena superflua, il film si scioglie e inizia ad acquistare movimento e ritmo. Seguiamo Zoé nella sua crescita, la vediamo prendere confidenza con la scuderia, approcciarsi a cavalli di razze diverse e poi legarsi ad uno in particolare, la sua Tempesta. Tempesta di nome e di fatto, che le regalerà i ricordi più belli della sua adolescenza.

Vivere delle proprie passioni

È dunque dal secondo atto in poi che Il mio amico Tempesta si concretizza, lavorando su alcune tematiche dalla grande forza emotiva, operando su sequenze sì dalla lacrima facile, ma che non scadono mai nel lezioso o nel posticcio. Duguay indugia spesso sulla sua protagonista, una Charlie Paulet mai fuori luogo e sempre misurata nel restituire il dolore di una bambina che vede infrangersi il proprio sogno davanti agli occhi. Fissando la macchina da presa su di lei, il regista ne intercetta ogni passaggio, decisione e sguardo, che la portano ad una chiara consapevolezza di sé e del suo animale. Insieme a Zoé corriamo. Lei, gradualmente, corre: incontro alla vita, a cavallo, verso il suo sogno che, dopo tanti sacrifici, vede alla fine farsi realtà. Tutti gli step vengono superati, Duguay non vuole lasciare niente al caso e non dà niente per scontato.

Perché è solo in questo modo che può rendere vero il legame con la sua Tempesta, la quale la porterà alla vittoria del Grand Prix d’Amerique. Ed è così, attraverso una particolare storia di formazione, che Il mio amico Tempesta parla di disabilità, di ippoterapia, di resilienza, di paure che si superano con la forza delle proprie passioni. Perché quando si ama qualcosa e la si ama con anima, corpo e cuore, la fatica non la si percepisce. E neanche l’invalidità. Come Zoé, che pur non muovendo le gambe riesce comunque a montare il suo cavallo perché mossa da sentimenti di fiducia verso se stessa in primis e poi verso l’animale. Pur con qualche difetto iniziale, e nonostante non si faccia riconoscere per l’originalità del racconto, Christian Duguay ci dona un film delicato, dolce nella sua messa in scena, toccante. Profondo. Che si fa guardare nonostante le sue prevedibili progressioni e non chiede tanto, se non quello di ricordarci quanto sia importante non lasciarsi abbattere dalle difficoltà che si incontrano lungo il cammino. E quanto sia fondamentale l’empatia con un animale. Qualsiasi esso sia.

Il mio amico robot: una clip del film

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Il mio amico robot: una clip del film

Ecco una clip da Il mio amico robot, il nuovo film d’animazione di Pablo Berger (Blancanieves e Abracadabra) al cinema dal 4 aprile con I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection. Il nuovo capolavoro animato dell’acclamato regista spagnolo Pablo Berger è un gioiello già celebrato all’ultimo Festival di Cannes, premiato ad Annecy e ora candidato al Premio Oscar® come Miglior film d’animazione.

Leggi la recensione di Il mio amico robot

Il mio amico robot è scritto e diretto da Berger qui al suo esordio nel cinema di animazione in 2D e si ispira alla omonima graphic novel di Sara Varon che racconta la favola moderna di DOG e ROBOT, una storia sull’importanza dell’amicizia e sulla sua fragilità.

Dopo l’avventura del pluripremiato Blancanieves e del sorprendenteAbracadabra, Il mio amico robot rappresenta una nuova sfida per Berger che afferma: Con Il mio amico robot volevo tornare all’essenza pura del cinema. Ma questa volta da un’altra angolazione, quella dell’animazione, ovvero una forma di rappresentazione e narrazione senza limiti. In quanto regista, scrivere storie senza dialoghi è sia una grande sfida che un enorme piacere.

Ad affiancare Berger nella realizzazione del mondo di Il mio amico robot, una squadra di 20 artisti diretti dal noto fumettista e illustratore José Luis Ágreda, mentre il processo di animazione è affidato al talentuoso artista e direttore dell’animazione Benoît Feroumont. Per le musiche il regista si è affidato nuovamente ad Alfonso de Vilallonga (già compositore per Blancanieves e Abracadabra), che ha ricreato melodie al piano delicate, ritmi jazz e suoni urbani molto newyorchesi, una giungla sonora unica nel suo genere per dare vita a un racconto emozionante e coinvolgente.

Il mio amico robot sarà nei cinema dal 4 aprile distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

Il mio amico robot, la trama

DOG vive a Manhattan e, stanco di stare sempre solo, si costruisce un robot. Sulle note degli Earth, Wind and Fire e della travolgente musica newyorkese degli anni Ottanta, la loro amicizia sboccia e si fa sempre più profonda. Finché una sera d’estate DOG si trova costretto ad abbandonare ROBOT sulla spiaggia. Riusciranno i due amici a ritrovarsi? Dal pluripremiato Pablo Berger (Blancanieves), qui al suo esordio nel cinema di animazione, una storia sull’importanza dell’amicizia e sulla sua fragilità celebrata a Cannes, premiata ad Annecy e candidata all’Oscar® come Miglior film d’animazione.

Il mio amico robot: recensione del film d’animazione di Pablo Berger

Nell’interessantissima – seppur limitata – filmografia del regista di Bilbao Pablo Berger, che comprende film come Torremolinos 73, Blancanieves e Abracadabra, emerge il desiderio di catapultarsi in mondi antichi, peculiari, o semplicemente lontani dalla realtà in cui ci muoviamo. Tuttavia, prima de Il mio amico robot, il cineasta spagnolo non si era mai spinto così in là nel tentativo di inventare un intero universo da zero e con una formula che non aveva ancora padroneggiato (animazione), eppure, non è finita qui: la vera sorpresa è che, riprendendo lo schema di Blancanieves, anche Il mio amico robot è un film muto!

Candidato agli Oscar 2024 nella categoria del miglior film d’animazione, Il mio amico robot si svela presto, in realtà, come un film pieno di parole, semplicemente scritte in maniera inedita: queste si aggrovigliano infatti nelle linee eleganti, precise e chiare che delimitano i personaggi e che si nascondono negli sfondi di paesaggi perfettamente riconoscibili. Berger decide di lavorare solo con le immagini, dando l’impressione di lasciare più spazio al pubblico per completare ciò che vede.

Il mio amico robot, la trama: morfologia alleniana

La New York degli anni ’80 in cui è ambientato Il mio amico robot è una città abitata da animali antropomorfi un po’ annoiati, dato che l’isolamento urbano non apre la strada a nessuna possibile amicizia. Tra questi c’è Dog, un cane solitario che, per porre fine alla sua solitudine, decide di costruirsi un amico robot, dal quale diventa presto inseparabile. Insieme, li vediamo fare una passeggiata con un sacchetto di Naranjito, la mascotte della Coppa del Mondo 82, e raggiungere Coney Island. Sulla spiaggia, il robot si incastra nella sabbia e non riesce a liberarsi: fa diversi tentativi, ma arriva l’autunno e il parco chiude fino a giugno. Il robot bloccato nella sabbia sogna mondi possibili, storie di felicità, mentre il cane cerca nuovi amici e aspetta che qualcosa finisca: il tempo passa e il rapporto si trasforma. Arriva l’inverno, arriva la neve e il robot rischia di diventare un semplice rottame; così, sulla falsariga di “Soul” della Pixar, Il mio amico robot sfrutta l’animazione come veicolo per riflettere su tematiche come l’amicizia e la solitudine.

Il mio amico robot (2024)
Dog e il suo amico robot in una scena de Il mio amico robot (Fonte: The Movie Database)

Mano nella mano alla scoperta del mondo

Pablo Berger è un regista che non si accontenta di girare in modo convenzionale, ma vuole giocare o sperimentare con altre possibili forme dell’immagine. Se con Blancanieves ha indagato il cinema muto, in Il mio amico Robot, adattamento di un fumetto di Sara Vanon, realizza un doppio omaggio. Da un lato, scrive una lettera d’amore per la New York che Berger ha vissuto in gioventù, dall’altro, si rifà al meglio dell’animazione contemporanea: il film non è infatti così lontano da Il mio vicino Totoro dello Studio Ghibli e l’uso dell’animazione senza dialoghi ricorda La tartaruga rossa di Michaël Dudok de Witt, ma ci sono anche echi di Ernest e Célestine di Stéphane Aubier.

Se è vero che, in modo obliquo, Il mio amico Robot parla della morte – o della separazione forzata tra due persone che si amano – Pablo Berger non cede alla creazione di un mondo sotterraneo pieno di anime perdute. La prima cosa da fare, naturalmente, è costruire un rapporto credibile, prezioso nella sua delicata empatia, in cui due solitudini – quella di un cane solo e senza legami e quella del suo animale domestico, un robot con un cuore da vendere – scoprono di essere fatte per condividersi. In secondo luogo, il cineasta non ha bisogno di altro che di un recinto invalicabile per definire l’impotenza della perdita di una persona cara. Da un lato della recinzione, il cane è pura azione, idea dopo idea per attraversare il confine; dall’altro, il robot, immobile e arrugginito, può solo sognare.

(Ri)vedersi nel segno animato

Berger gioca abilmente con il suono e con una splendida colonna sonora in cui il tema September degli Earth, Wind and Fire diventa una vera e propria icona di riferimento. Il mio amico robot si configura così come una storia per bambini all’interno della quale risiedono molte altre storie possibili, in cui proprio questo gioco di strati e di sogni finisce per dare vita a un film tenero e ricco di immaginazione.

La narrazione de Il mio amico robot si apre come un libro di segni in cui gli occhi dello spettatore, anziché limitarsi alla contemplazione estatica, leggono la propria vita sullo schermo, costruendo con la loro esperienza, con le loro paure, con i loro amori dimenticati, con la loro malinconia e persino con i loro rimpianti, un autentico miracolo senza età. È un film per bambini per la scoperta di alcune perdite che verranno, ed è un film per adulti per la ricostruzione di uno spazio quasi sacro di riconoscimento, identificazione, pienezza e mistero. Non sono cani, non sono robot, siamo semplicemente noi.

Il mio amico pinguino: recensione del film con Jean Reno

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Il mio amico pinguino: recensione del film con Jean Reno

Il mio amico pinguino è tratto da storia vera, quella dell’insolita e sincera amicizia tra un uomo e un pinguino di Magellano. Questo film, presentato in anteprima quest’anno al Giffoni Film Festival nella categoria Elements +6, vede per protagonista l’attore francese Jean Reno ma anche Adriana Barraza, l’attrice messicana candidata all’Oscar per la sua indimenticabile interpretazione in Babel di Alejandro González Iñárritu

Cosa racconta Il mio amico pinguino

Questo lungometraggio di David Schurmann, regista brasiliano dalle origini tedesche, si ispira all’incredibile racconto avvenuto nella Primavera 2011 quando un signore brasiliano di nome João Pereira de Souza trovò sulla spiaggia un pinguino stremato e sporco di petrolio. Per chi ha letto o ha visto il film d’animazione La gabbianella e il gatto ricorda benissimo quanto può essere letale in generale per gli animali quel liquido oleoso ma per fortuna il pinguino di Magellano incontrò João che si prese cura di lui fino a quando non si rimise in salute e tentò di liberarlo vicino a un’isola locale. L’animale però poche ore dopo tornò dal suo amico umano e rimase lì fino all’Inverno per poi partire e ritornare a Giugno 2012. Ovviamente la storia diventò virale tanto da decidere di tranne un film.

Il mio amico pinguino si prende delle piccole libertà per rendere la trama più cinematografica. João non è un muratore in pensione, ma un pescatore che ha trascorso quasi tutta la sua vita su una spiaggia brasiliana vicino a Rio de Janeiro. Interpretato nelle scene iniziali da Pedro Urizzi e poi da Jean Reno, questo João affronta una terribile tragedia durante quella che avrebbe dovuto essere una splendida giornata in acqua: il compleanno del suo bambino Miguel, che non desiderava altro che trascorrere la sua giornata speciale in acqua con il giovane padre. Questo trauma tormenterà il protagonista per tutto il resto della vita e sarà grazie al pinguino DinDim, chiamato così da una bambina del villaggio, che riuscirà finalmente a superare il lutto per il suo unico figlio. João sarà accompagnato in questa rinascita dalla moglie Maria, Adriana Barraza, che non ha mai abbandonato il marito neanche dopo la perdita del piccolo Miguel. 

Il regista però non si ferma solo all’arco narrativo dell’amicizia tra il pinguino e il protagonista ma mostra, i periodi in cui DinDim torna dai suoi simili e lo fa grazie alla trama di un trio di giovani ricercatori. I biologi marini sono in missione in Patagonia, per studiare questa specie specifica di pinguini e si imbattono proprio in DinDim che ovviamente si mostrerà amichevole con gli umani. Intanto la storia dell’insolita amicizia fa il giro per tutto il Brasile, tanto da convincere dei colleghi del trio di biologi a studiare l’animale, ma per fortuna riuscirà a scappare grazie l’aiuto di una delle due dottoressa e tornerà dall’amico pescatore. Il film finisce con un arrivederci tra João sdraiato su un’amaca all’entrata di casa e il pinguino pronto a lasciare la spiaggia e nuotare per tornare alla sua colonia di simili. 

Un film per grandi e piccoli

Il mio amico pinguino sembra la sinossi di un vecchio film Disney o una della serie Free Willy ma la storia è fondamentalmente vera e raccontata con grande cura e attenzione alle sfumature. Jean Reno è perfetto nel ruolo di un uomo che si è ritirato dalla vita, finché non scopre inavvertitamente qualcosa per cui vale la pena interessarsi. L’attore francese colpisce fin da subito trasmettendo empatia e mostrando sullo schermo la chimica tra lui e il pinguino, che viene interpretato da ben dieci diversi esemplari. Per concludere il regista David Schurmann è un oceanografo e porta in questo progetto una ricerca di autenticità, per quanto si possa ragionevolmente pretendere da un film narrativo con dei pinguini ammaestrati.  

Il mio amico pinguino, la spiegazione del finale del film con Jean Reno

Il mio amico pinguino di David Schurmann è l’incredibile storia vera di un pescatore di nome João, la cui vita cambiò per sempre quando un pinguino arrivò nella sua casa al mare in un villaggio brasiliano chiamato Ilha Grande. E la parte più straordinaria della storia è che questo pinguino percorse a nuoto 8.000 chilometri per andare a trovare João, e lo fece ogni anno per otto anni consecutivi.

Cosa accadde quando il pinguino arrivò da João?

João e Maria vivevano nel villaggio di Ilha Grande, in Brasile, insieme al figlio Miguel. Nel giorno del compleanno del bambino, Miguel desiderava pescare con il padre come regalo speciale. Nonostante le condizioni del mare fossero pericolose a causa della tempesta, João cedette al desiderio del figlio. Purtroppo, durante l’uscita in barca, le onde travolsero i due e Miguel annegò, mentre João riuscì a salvarsi. Questo evento segnò profondamente la coppia, che da quel momento visse con un vuoto incolmabile e una quotidianità fatta di silenzi e dolore. Maria continuava a occuparsi della casa e João a pescare, ma entrambi erano segnati dall’assenza del figlio.

L’arrivo di Dindim

Molti anni dopo, João trovò un pinguino coperto di petrolio sulla riva vicino a casa sua. L’animale, smarrito dalla Patagonia, era in condizioni precarie. João lo pulì, lo nutrì e gli preparò un rifugio. All’inizio Maria era diffidente, ma il pinguino iniziò presto a mostrare attaccamento alla famiglia. Una bambina del villaggio, Lucia, lo battezzò Dindim, e l’animale divenne parte della comunità. Sorprendentemente, Dindim riconosceva sempre la casa di João e vi tornava dopo le sue escursioni. Per João, la presenza del pinguino riempiva il vuoto lasciato da Miguel: non era solo un animale, ma un amico e quasi un figlio.

Cosa fece Adriana?

In Patagonia, un gruppo di biologi marini studiava i pinguini e notò un esemplare diverso dagli altri: era socievole, intelligente e interagiva con gli esseri umani in modo unico. Era proprio Dindim, che ogni anno percorreva 8.000 chilometri per tornare in Brasile, rimanendo con João da giugno a dicembre. Una biologa, Adriana, venne a conoscenza della sua storia attraverso un notiziario e mandò un giornalista, Paulo, a intervistare João e Maria. Così ebbe conferma che si trattava dello stesso pinguino osservato dai ricercatori.

L’università propose una borsa di studio per studiare Dindim in laboratorio, ma Adriana era combattuta: da un lato c’era la possibilità di avanzare nella ricerca, dall’altro il desiderio di rispettare la libertà dell’animale. Durante il trasferimento, Dindim riuscì a liberarsi dalla gabbia e a fuggire, e Adriana comprese che il pinguino non poteva essere imprigionato. Il suo destino era vivere libero, tra il Brasile e l’Argentina, seguendo il legame speciale che lo univa a João.

Il ritorno e la speranza

Mentre Dindim tornava in mare, João lo attendeva con ansia, insieme al villaggio e alla troupe televisiva. Tuttavia i giorni passavano senza segni del pinguino, e João temette il peggio, ricordando la perdita di Miguel. Gli abitanti del villaggio, mossi dalla sua sofferenza, si unirono a lui in una spedizione per cercare Dindim. Dopo ore di ricerche, lo trovarono esausto in mare, quasi senza vita.

L’equipaggio gli offrì subito pesce per aiutarlo a recuperare le forze. Lentamente, Dindim si riprese e tornò a riva, accolto da un villaggio in festa. Per João fu un momento di rinascita: rivedere il suo amico vivo e al sicuro gli restituì la speranza e la gioia di condividere di nuovo la vita con chi amava.

Il mio amico Massimo, il trailer del film evento al cinema dal 15 al 21 dicembre

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Arriverà nelle sale dal 15 al 21 dicembredistribuito da Lucky Red, il docufilm dedicato all’indimenticabile attore e regista Massimo Troisi, Il mio amico Massimo. Diretto da Alessandro Bencivenga, con le voci narranti di Lello Arena e Cloris Bosca, il docufilm è un omaggio inusuale, leggero e a tratti ironico, in cui si racconta la vita e il percorso artistico dell’attore napoletano a quasi 70 anni dall’anniversario della nascita.

Il docufilm lega sue esibizioni cabarettistiche, teatrali e televisive, backstage, foto d’epoca, e interviste ad amici ed esponenti del mondo dello spettacolo, tra cui Carlo Verdone, Nino Frassica, Clarissa Burt, Maria Grazia Cucinotta, Ficarra e Picone e testimonianze di repertorio di Pippo Baudo e Renzo Arbore. Infine una partecipazione speciale, quella di Gerardo Ferrara, la controfigura di Troisi nel celeberrimo “Il postino”.

 « Un giorno – racconta il regista Bencivenga – guardando un film di Troisi, ho pensato: “Sarebbe bello realizzare un docufilm su Massimo. In fondo lui è stato, ed è tuttora, il mio autore, regista e attore di riferimento”. Conoscevo alcuni suoi amici, e quella che all’inizio era soltanto una fumosa idea è potuta diventare una realtà concreta. Da lì ho cominciato a fantasticare un racconto su Troisi, ma in un modo non convenzionale».

Il mio amico Massimo è prodotto da Piano B produzioni, co-prodotto da Lambda, produttori associati Spaghetti Picture e Screen Studio. È distribuito in sala da Lucky Red.

Il mio amico Massimo, evento speciale al cinema dal 15 al 21 dicembre

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Arriverà nelle sale dal 15 al 21 dicembredistribuito da Lucky Red, il docufilm dedicato all’indimenticabile attore e regista Massimo Troisi, Il mio amico Massimo. Diretto da Alessandro Bencivenga, con le voci narranti di Lello Arena e Cloris Bosca, il docufilm è un omaggio inusuale, leggero e a tratti ironico, in cui si racconta la vita e il percorso artistico dell’attore napoletano a quasi 70 anni dall’anniversario della nascita.

Il docufilm lega sue esibizioni cabarettistiche, teatrali e televisive, backstage, foto d’epoca, e interviste ad amici ed esponenti del mondo dello spettacolo, tra cui Carlo Verdone, Nino Frassica, Clarissa Burt, Maria Grazia Cucinotta, Ficarra e Picone e testimonianze di repertorio di Pippo Baudo e Renzo Arbore. Infine una partecipazione speciale, quella di Gerardo Ferrara, la controfigura di Troisi nel celeberrimo “Il postino”.

 « Un giorno – racconta il regista Bencivenga – guardando un film di Troisi, ho pensato: “Sarebbe bello realizzare un docufilm su Massimo. In fondo lui è stato, ed è tuttora, il mio autore, regista e attore di riferimento”. Conoscevo alcuni suoi amici, e quella che all’inizio era soltanto una fumosa idea è potuta diventare una realtà concreta. Da lì ho cominciato a fantasticare un racconto su Troisi, ma in un modo non convenzionale».

Il mio amico Massimo è prodotto da Piano B produzioni, co-prodotto da Lambda, produttori associati Spaghetti Picture e Screen Studio. È distribuito in sala da Lucky Red.

Il mio amico in fondo al mare, recensione del docu-film di Craig Foster

Il documentario Il mio amico in fondo al mare, titolo originale My Octopus Teacher, con la regia di Pippa Ehrlich e James Reed, disponibile su Netflix dal 7 settembre 2020, racconta la storia tra il regista Craig Foster e il suo amico polpo. Il film ha ottenuto una candidatura ai Premi Oscar, una candidatura ai BAFTA, una candidatura ai Directors Guild e una candidatura ai Producers Guild.

Il mio amico in fondo al mare: la trama

Il mio amico in fondo al mare parte dalla decisione di Craig Foster di ritirarsi nella sua casa in Sud Africa, dopo un periodo di forte pressione psicologica, che lo ha lasciato a terra. Foster si propone di combattere l’incalzante depressione con una passione coltivata da sempre: le immersioni in apnea. Il lasciarsi travolgere dalle bellezze recondite dell’oceano sarà l’occasione giusta per un evento da incorniciare: l’incontro con un semplice esemplare di polpo femmina cambierà infatti la vita del documentarista, suggellando un rapporto d’amicizia commovente e assolutamente autentico.

Un viaggio alla scoperta della parte più intima del nostro Io

Il mio amico in fondo al mare è un viaggio di riscoperta di sé stessi, di riconnessione con la parte più profonda del nostro Io; un iter di immersione e riemersione dalle acque ma anche dai turbamenti interiori di Foster, immerso in un contatto d’amicizia autentico con il polpo. La storia raccontataci non si limita all’impianto da documentario, che rimane piuttosto una cornice, ma pone il focus su un evento fortuito che entrerà a far parte in maniera preponderante e prepotentemente nella vita di Foster. Ogni piccola scoperta sulle abitudini di vita del polpo generano in Foster stupore e ammirazione, per quanta forza e intelligenza possano risiedere nel nuovo conoscente marino. Foster e l’animale si lasciano amare e coinvolgono lo spettatore in un viaggio interiore piuttosto emozionante.

Riprese magistrali di scorci marini e fondali cristallini sono lo sfondo di questa storia mirabolante, cosi incredibile nella purezza con cui dipinge il rapporto tra un essere umano e un esemplare marino. È la voce di Foster a guidarci durante il docu-film, voce del suo Io particolare ma che assurge a voce universale; immersione non solo fisicamente nel mondo marino per ripotarci le sue parvenze più naturalistiche, ma anche viaggio alla scoperta di sentimenti profondi, animi puri, di cosa si cela internamente, di tutto ciò che in superficie non sarebbe mai emerso.

“Molte persone dicono che un polpo è come un alieno. Ma la cosa strana è che, man mano che ti avvicini a loro, ti rendi conto che sei molto simile a lui, in molti modi. Stai entrando in questo mondo completamente diverso, una sensazione così incredibile, e ti senti come se fossi a un passo da qualcosa di straordinario”: dice Foster relativamente all’animale da lui incontrato. Giochi di luce, riprese mozzafiato, le sonorità marine: sono tutti elementi che incantano lo spettatore di Il mio amico in fondo al mare, che rimane estasiato di fronte alla consapevolezza di quanto la natura può regalarci.

Il mio amico in fondo al mareIl racconto parte da una dimensione fiabesca, suggerendoci che “Tutto è cominciato un giorno di tanto tempo fa”, trascinandoci in una dimensione altra, che scopriremo essere in realtà più vicina a noi di quanto ci saremmo mai aspettati. Il legame tra l’uomo e il cefalopode cresce di giorno in giorno davanti agli occhi increduli e incantati dello spettatore, che fa silenziosamente un passo indietro per poter ammirare la magnificenza della natura e dei regali che può donarci.

Il mio amico in fondo al mare: la realizzazione

Il mio amico in fondo al mare, ha richiesto dieci anni per essere realizzato. Con temperature dell’acqua fino a 7 gradi Celsius, Foster si è immerso ogni giorno per un anno intero, senza muta o attrezzatura, nel gelido oceano Atlantico. Le riprese subacquee hanno richiesto 3.000 ore di riprese e filmati, direttamente girate sulla costa False Bay, nella foresta di Kelp in Sud Africa. Dopo la realizzazione del film Craig Foster ha fondato Sea Change Project, una comunità di scienziati, narratori, giornalisti e registi dediti alla preservazione delle ricchezze marine. “Raccontiamo storie che connettono le persone alla nostra casa sottomarina – The Great African Seaforest. Il nostro lavoro sta motivando scienziati, responsabili politici e individui a impegnarsi in modo significativo per la natura e proteggere i nostri oceani”.

Il mio amico in fondo al mare ci dà la possibilità di ristabilire un contatto con la natura e con noi stessi, attraverso i movimenti morbidi e sinuosi della macchina da presa, i paesaggi subacquei dai colori mesmerici e abitati da creature meravigliose. Un’atmosfera calma e serena fa da padrona all’intera visione: un film sospeso in una bolla atemporale, dove lo spettatore, così come il protagonista, può rifuggire dal caos della vita abitudinaria. In fondo al mare potremmo essere capaci di immergerci in sfide all’apparenza insensate o invincibili, che però ci offrono la possibilità di ritrovare l’armonia e la serenità perse da tempo. Il messaggio fondamentale di Il mio amico in fondo al mare è che ogni essere umano deve necessariamente fare un passo indietro rispetto alla maestosità della natura, di fronte alla quale l’uomo capisce di non essere poi così intelligente quanto crede. Ogni angolo della natura può insegnarci qualcosa e noi, in quanto non solo ospiti, ma parte integrante del nostro pianeta, dovremmo darle il rispetto che merita, come il titolo originale “My octopus teacher”, mette in evidenza.

Il Ministro: conferenza stampa della commedia con Gianmarco Tognazzi

Giorgio Amato, regista e sceneggiatore, presenta insieme agli attori Gianmarco Tognazzi, Alessia Barela, Ira Fronten ed Edoardo Pesce il suo terzo lungometraggio indipendente, Il Ministro, una commedia cinica e disincantata – dal ritmo indiavolato – che si rifà alla tradizione tipicamente italiana, riaggiornandola e inserendosi di diritto nel solco di quella new wave che sembra “sommergere” il cinema italiano di questi ultimi 18 mesi.

Il film uscirà il prossimo 5 Maggio e sarà distribuito nelle sale italiane da Europictures, giovane casa di distribuzione indipendente che ha accettato il rischio con venti copie che verranno proiettate in tutta Italia, in circuiti selezionati.

il-ministro1Confessa il regista Amato alla stampa che l’ispirazione per Il Ministro è nata da una vera e propria “folgorazione” sorta dopo l’ascolto di un brano di Fabrizio De Andrè: la ballata medievale narrava la disperazione di un marchese il quale, pur di non rinunciare al suo titolo nobiliare, decise di assecondare un capriccio del Re concedendogli la propria moglie; da questo spunto di riflessione, Amato giunse presto alla deduzione che, nonostante i mutati tempi, la situazione non fosse cambiata poi molto. La corruzione è la cornice nella quale si insinuano le vicende narrate, e i protagonisti non possono far altro che restare “supini” nei confronti del potere: in fin dei conti, nonostante l’indignazione generale, chi di noi non approfitterebbe dei favori di un amico potente, qualora ne avesse uno? Un altro spunto gli è “giunto” da alcune esperienze personali, vissute in prima persona o semplicemente osservate da distanza (di sicurezza); da queste suggestioni iniziali non è stato poi così difficile ricavare una sceneggiatura dall’impianto teatrale (dotata di una ferrea integrità spazio/ temporale aristotelica) realizzata in soli dieci giorni. Tra i vari modelli di riferimento, il regista non ha mancato di citare un classico della nostra Commedia all’italiana: I Mostri di Dino Risi (al quale poi è seguito I Nuovi Mostri) e soprattutto quel primo episodio che vedeva protagonista Ugo Tognazzi alle prese con “l’educazione sentimentale” del figlioletto. Nel suo progetto inziale c’era l’intento di delineare il personaggio di Franco Lucci (il protagonista e motore dell’azione nei cui panni si cala Tognazzi) come quel bambino ormai cresciuto, divenuto un campione di (dis)educazione civica.

La prima scelta casting era ricaduta, appunto, proprio su Tognazzi: ma l’attore, impegnato su un altro set, aveva dovuto declinare la proposta. “Grazie” ad alcuni ritardi della produzione – che fecero slittare gli inizi delle riprese di ben quattro mesi – e gli impegni dell’attore scelto per rimpiazzare Tognazzi stesso, permisero alla fine di ri-accoglierlo nella “scuderia” insieme ad Alessia Barela, subentrata nel frattempo ad un’altra prima scelta. Edoardo Pesce, invece, racconta di come sia stata la prima – ed unica – scelta per il personaggio di Michele (cognato di Franco) anche se al provino per lo stesso ruolo si era presentato anche Fortunato Cerlino, tra i protagonisti di Gomorra- La serie, e poi scelto nei panni del ministro Rolando. Invece il personaggio di Jun Ichikawa, una ballerina di burlesque che si “improvvisa” escort per una notte, non era stato pensato inizialmente per un’attrice orientale: è stata Ira Fronten, qui nei panni della domestica Esmeralda, a suggerire tale spunto ad Amato. Una domanda riguarda proprio il debito del regista nei confronti di questa New Wave che sembra investire il nostro cinema degli ultimi 18 mesi: ottimi prodotti, diversi tra loro, dalla qualità alta (già in fase di scrittura). Amato conferma che sì, come ogni persona anche lui è una “spugna” pronta ad assorbire i riferimenti che provengono dal mondo esterno; molti stimoli provenivano dai film con i quali era cresciuto, e la loro volontà è stata fin da subito quella di tenere in bilico due registri per l’intero arco del film: passando dal grottesco ad uno più leggero, gli attori stessi cercavano di arricchire i loro personaggi con sfumature diverse. Non a caso, Il Ministro vive e si nutre della forza dei suoi interpreti, più che della maestria tecnica del regista: per via del budget bassissimo, Amato era costretto a girare dalle sette alle nove pagine di sceneggiatura al giorno, per abbattere i costi e ridurre i tempi, affidandosi in buona parte all’esperienza e alla maestria degli attori. Molto del girato è stato anche tagliato nella fase finale di post- produzione, ovviamente sempre per esigenze tecnico- pratiche. Giorgio Amato è un regista abituato a girare con budget esigui, come già accaduto con le sue opere precedenti (Circuito Chiuso, The Stalker), in un paese come l’Italia dove girare un film indipendente è difficile e rappresenta una vera sfida: nonostante il riconoscimento, da parte del Ministero, del film (che ha investito anche un piccolo contributo), il vero ostacolo è stato trovare una casa di distribuzione disposta a rischiare, qui dove di solito non si ha nemmeno una risposta via mail, figuriamoci un sì.

Un’altra domanda, rivolta ancora ad Amato, si è concentrata soprattutto sulle qualità di scrittura: la tensione latente che costeggia ogni inquadratura del film nasce fin dalla stesura della sceneggiatura, per poi rendere più “semplice” la sintassi registica; la domanda che si rivolge ogni volta è “quanto ogni scena è in grado di far salire la tensione?” In base alla risposta valuta se tenerla o tagliarla. Una certa curiosità desta il taglio maschilista (nella prima parte) e successivamente femminista che sembra assumere l’occhio della macchina da presa nel rappresentare le situazioni vissute dai sei personaggi: in realtà l’attenzione non è tanto rivolta ad una differenza di gender, quanto ad un assunto fondamentale, legato alla visione dell’uomo – da sempre convinto di detenere il potere – mentre invece è la donna a prendere le decisioni. Molti uomini potenti – afferma Amato – sono caduti in disgrazia per via delle donne, che riescono a raggirarli. L’amore è per pochi eletti, piuttosto nella società si tratta di una danza intorno al potere”. È Tognazzi a prendere la parola per ultimo, riconfermando che in realtà la pellicola non porta in scena un conflitto tra i sessi, ma un conflitto più amaro e radicato tra sei pessimi individui. Sei individui interessati solo al potere, ai vantaggi sociali e al lusso. I personaggi sono dei “nuovi mostri”, meschini, una carrellata di personaggi disdicevoli sui quali satireggiare. Secondo la Barela, calarsi nei panni di personaggi del genere è liberatorio per un attore: nonostante le paure di essere identificati con tali campioni di meschinità, con il conseguente rischio che il pubblico possa “incasellarli” di conseguenza: loro- in quanto gruppo di lavoro – non si sono posti questi problemi legati alla meschinità dei personaggi che si apprestavano ad interpretare, venendo quindi scelti a discapito di attori che si sono posti decisamente più problemi. Edoardo Pesce confessa, alla fine della conferenza, che il sentimento che prova nei confronti di Franco, Michele, Rita, Esmeralda e co. è un senso di tenerezza verso degli esseri umani che tentano di restare a galla in un sistema cinico ed aggressivo dove, chi non gioca con le regole giuste, rimane ai margini ritagliandosi il ruolo della vittima.

Il Ministro recensione del film con Gianmarco Tognazzi

Il Ministro recensione del film con Gianmarco Tognazzi

il-ministro1Una New Wave sembra essersi abbattuta sul cinema italiano degli ultimi 18 mesi, segnati da una nuova volontà di sperimentare e rischiare da parte degli autori, dei registi, degli attori ma soprattutto delle case di produzione e distribuzione, che sempre più decidono di correre dei rischi in prima persona investendo su film indipendenti. Anche la terza fatica cinematografica di Giorgio Amato rientra di diritto in questa categoria: Il Ministro è una commedia low budget che recupera la tradizione “pura” della commedia italiana, mettendo in scena un valzer di meschinità grottesche sullo sfondo dell’Italia di oggi, che non è poi cambiata così tanto rispetto a quella immortalata negli anni ’60-’70 dai grandi Maestri del nostro cinema (Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi, Luciano Salce e molti altri) con la loro buona dose di cinismo e disincanto.

Ne Il Ministro la domanda fondamentale che supporta la vicenda mostrata- dotata di un ferreo impianto teatrale, caratterizzato dall’integrità aristotelica spazio/temporale– è: dove siamo disposti ad arrivare pur di ottenere un favore da qualcuno potente che conosciamo?

Franco (Gianmarco Tognazzi) sembra pronto a tutto pur di ottenere un appalto stratosferico per la sua ditta, perfino organizzare una “cenetta” a casa sua- con la benedizione di sua moglie Rita (Alessia Barela)- invitando un famoso onorevole (Fortunato Cerlino) e assecondando ogni suo vizio, da Bacco al tabacco fino ad arrivare a Venere: per tale motivo incarica il cognato Michele (Edoardo Pesce) di occuparsi di tutto, partendo dall’acquisto della cocaina fornita da un noto strozzino (detto “Er Pitone”) fino a contattare una escort per la serata. Ma la ragazza ha un incidente, e al suo posto l’uomo recluta una ballerina di burlesque cinese (Jun Ichikawa) che si concede il privilegio di tenere sul filo l’esito della serata, mostrandosi non troppo disponibile a concedere le sue grazie all’arrogante politico, ed innescando così un crescendo di situazioni degne di una pochade.

Amato riesce a ri-aggiornare la commedia in quanto genere, senza tradire la sua abilità nella scrittura della suspense, qui non al servizio di un thriller (come nei film precedenti Circuito Chiuso e The Stalker) quanto di un frenetico ed indiavolato valzer degli arrivi e delle partenze, con porte sbattute ed entrate a effetto (come nella migliore tradizione della commedia ungherese); un film a basso budget che riconferma le potenzialità dell’impianto teatrale al cinema, della grammatica della “buona scrittura” al servizio di piccole storie, che si trasformano repentinamente in macro-affreschi autoriflessivi della condizione storico-socio culturale di un paese. Più che la regia, agli occhi degli spettatori risaltano le interpretazioni degli attori: misurate ed equilibrate, non scadono mai in mere macchiette ma si trasformano, progressivamente, nelle casse di risonanza delle molte voci del popolo italiano (medio).

Il Ministro – L’esercizio dello Stato – Recensione

il-ministro-l-esercizio-dello-statoUna telefonata in piena notte e Bertrand Saint-Jean, Ministro dei Trasporti, si trova di fronte un’emergenza cui deve dare immediata soluzione. Un incidente spaventoso ha coinvolto un pullman carico di studenti, causando numerose vittime e feriti gravi. Bertrand abbandona così moglie e oniriche visioni notturne per recarsi sul posto, pronto a tamponare le conseguenze mediatiche di un evento così tragico.

Si apre così Il Ministro – L’Esercizio dello Stato (L’exercice de l’État), film drammatico del francese Pierre Schoeller, già vincitore del Premio FIPRESCI per la selezione ufficiale Un Certàin Regard al Festival di Cannes 2011 e di tre César, rispettivamente Miglior sceneggiatura, suono e attore non protagonista a Michel Blanc, che interpreta Gilles, direttore di gabinetto e braccio destro del Ministro Saint-Jean (Olivier Gourmet).

Schoeller ci trasporta direttamente all’interno dei palazzi del potere, fra conflitti, pressioni, compromessi, mostrandoci i retroscena e le contraddizioni dell’amministrazione. Non è, però, un documentario di burocrazia. Il vero nocciolo del film è un ritratto profondamente umano, un’analisi del Ministro e dell’uomo Bertrand, sublimata dall’oneroso e tormentato conflitto fra ambizione personale e responsabilità pressanti. La solitudine di un politico che si assume seriamente le proprie responsabilità, schiacciato dall’incarico e da ciò che rappresenta di fronte al popolo francese. Il Ministro – L’esercizio dello Stato posterBertrand Saint-Jean è lontano dall’uomo senza macchia, è umano a tutto tondo, con le proprie pulsioni e ambizioni, in lotta fra il giusto e ciò che va fatto. Ruolo mirabilmente impersonato da Olivier Gourmet, capace di incarnare entrambi i lati del suo personaggio, politico e privato, di trasmettere l’angoscia delle decisioni, che a volte dovranno andare contro i principi personali, pur di mantenere un posto privilegiato. Non da meno la spalla Michel Blanc, attore poliedrico, qui perfetto in un ruolo formale ma forte, simbolo di Stato. La pellicola offre allo spettatore una sensazione straniante, a tratti inquietante, data dalla disabitudine ai meccanismi della politica e dalle immagini surreali e visionarie che fanno da intermezzo alla narrazione, allegorie sottili ma dal significato profondo. Un senso di distacco tra mondo politico e civile rappresentato al meglio da Sylvain Deblè, nel ruolo dell’autista neo assunto Martin. Personaggio silenzioso che osserva, senza esprimere mai un giudizio, un mondo agli antipodi dalla sua condizione umile da precario. Un silenzio che è arguta metafora dell’odierna incomprensione e incomunicabilità tra politica e popolazione civile.

Un film complesso, ben costruito dalla capacità registica di Schoeller, con un montaggio che permette di non annoiare lo spettatore. Il merito della riuscita della pellicola va, però, anche alle stupefacenti interpretazioni di attori navigati come Olivier Gourmet e Michel Blanc, affiancati dal sorprendente non professionista Sylvain Deblè, meritevole di altre occasioni cinematografiche. Il Ministro – L’esercizio dello stato, non è un film immediato. Le immagini vanno osservate con accuratezza, le conversazioni seguite, l’insieme compreso. Un titolo di qualità, tutt’altro che noioso, da guardare, però, alla ricerca di qualcosa di più di un semplice svago, dotandosi dell’attenzione necessaria.