Ecco il trailer ufficiale di
Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 3, il
film che chiude la trilogia della storia d’amore e di famiglia di
Toula (Nia Vardalos) e Ian (John
Corbett).
Dalla scrittrice e regista
Nia Vardalos, il fenomeno mondiale Il Mio
Grosso Grasso Matrimonio Greco torna al cinema con una
nuova avventura. Unisciti ai Portokalos in una riunione di famiglia
in Grecia per un viaggio commovente ed esilarante, ricco di amore e
di colpi di scena. Opa!
Diretto da Joel
Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio
greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una
giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian
Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast
di supporto stellare che include il defunto Michael
Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e
Lainie Kazan nei panni della madre di Toula,
Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve
durata e un sequel del 2016,
Il mio grosso grasso matrimonio greco 2.
Le prime notizie di un terzo adattamento sono arrivate a giugno del
2022.
La star di Il Mio Grosso
Grasso Matrimonio Greco 3 Nia Vardalos offre un importante
aggiornamento sulle riprese del film. Scritto da Vardalos al suo
debutto alla sceneggiatura, il primo episodio della serie di
commedie romantiche è stato distribuito nel 2002 ed è diventato un
successo travolgente. Nominato all’Oscar per la migliore
sceneggiatura originale, Il mio grosso grasso matrimonio
greco ha spinto la carriera comica di Vardalos a nuovi
livelli ed è diventata una delle commedie romantiche con il maggior
incasso di tutti i tempi.
Diretto da Joel
Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio
greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una
giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian
Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast
di supporto stellare che include il defunto Michael
Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e
Lainie Kazan nei panni della madre di Toula,
Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve
durata e un sequel del 2016,
Il mio grosso grasso matrimonio greco 2. L’anno
scorso, Vardalos ha rivelato che altre avventure della famiglia
Portokalos erano all’orizzonte con l’annuncio di Il Mio
Grosso Grasso Matrimonio Greco 3. Vardalos aveva scritto
la sceneggiatura e stava cercando finanziamenti nel corso del 2021;
ora sembra che il film sia andato avanti considerevolmente.
Nel suo ultimo aggiornamento sulla
terza puntata, Nia Vardalos è andata sui social
media per annunciare che le riprese di Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 3 sono iniziate ad Atene, in Grecia. Nel
video, Vardalos rivela di essere la regista del film e offre una
rapida occhiata al set dalla finestra della sua camera
d’albergo.
Il pubblico del CinemaCon è stato
deliziato dal primo trailer in assoluto di Il Mio Grosso
Grasso Matrimonio Greco 3, l’ultimo capitolo della serie
rom-com sugli scontri culturali, il vero amore, i bundt cake e i
molti, molti usi dello Windex. Il terzo film riprende la storia
anni dopo l’originale e segue la famiglia Portokalos mentre si
riunisce lontano da Chicago.
“Sono successe molte cose dal
mio grosso grasso matrimonio greco”, dice il personaggio di
Nia Vardalos in una voce fuori campo. “Mio
padre è morto e il suo ultimo desiderio era che visitassimo il suo
villaggio d’infanzia in Grecia e ci riconnettessimo con le nostre
radici. Quindi, stiamo facendo una reunion di famiglia.”
Il trailer, che non è ancora
disponibile on line, inizia quando la famiglia Portokalos fa le
valigie pronta per viaggiare all’estero per trovare gli amici e i
cugini (di sangue o meno) del defunto padre di Toula. Lungo la
strada, ci sono un sacco di souvlaki (anche se, Ian Miller di
John Corbett è ancora vegetariano), bevute diurne
e romanticismo per far andare avanti il clan. “Questa è una
riunione che non dimenticheremo mai”, dice Toula.
La Vardalos ha anche scritto e
diretto il film, che uscirà nelle sale a settembre, e ovviamente
recita insieme alle star di ritorno. Oltre a Corbett, ci sono
Louis Mandylor, Elena Kampouris, Maria Vacratsis e
Andrea Martin.
Diretto da Joel
Zwick, Il mio grosso grasso matrimonio
greco segue Fotoula “Toula” Portokalos (Vardalos), una
giovane donna greco-americana che si innamora del non greco Ian
Miller (John Corbett). Caratterizzato da un cast
di supporto stellare che include il defunto Michael
Constantine nei panni del padre di Toula Windex, Gus e
Lainie Kazan nei panni della madre di Toula,
Maria, l’affascinante film ha generato una serie TV sequel di breve
durata e un sequel del 2016,
Il mio grosso grasso matrimonio greco 2.
Ecco le prime immagini da
Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 2, sequel della fortunata
commedia del 2002. Nel film tornano i protagonisti Nia
Vardalos e John Corbett.
Nia Vardalos, che
ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a
John Corbett per una storia che ci racconterà di
Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso
matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la
nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo,
ancora più sfarzoso, matrimonio.
La Playtone di Gary
Goetzman, Tom
Hanks e Rita Wilson si occuperà
ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott
Niemeyer e Steven Shareshian che
cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.
Guarda il primo trailer de
Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 2, sequel della fortunata
commedia del 2002. Nel film tornano i protagonisti Nia
Vardalos e John Corbett.
Nia Vardalos, che
ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a
John Corbett per una storia che ci racconterà di
Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso
matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la
nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo,
ancora più sfarzoso, matrimonio.
La Playtone di Gary
Goetzman, Tom
Hanks e Rita Wilson si occuperà
ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott
Niemeyer e Steven Shareshian che
cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.
Pubblicato il primo poster ufficiale
de Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 2. L’attesissimo sequel
della commedia romantica dall’incasso record è scritto da
Nia Vardalos, nuovamente protagonista insieme a
John Corbett. Il film inizia con Toula e Ian che
faticano a trovare tempo l’uno per l’altro, e, impegnati a
gestire le loro vite e a crescere una figlia adolescente, si
trovano in un momento di difficoltà. Sarà un segreto della famiglia
Portokalos, venuto a galla, che porterà i personaggi
a tornare di nuovo insieme per un matrimonio ancora più
grande e…ancora più greco.
Il film costituisce il seguito
ufficiale della storia di Toula e Ian anche se la
Vardalos nel 2003 ha recitato in una breve
serie della CBS dal titolo La mia grossa grassa vita
greca, che ha visto protagonisti la maggior parte dei
personaggi originali.
Il clan Portokalos torna al completo
anche per quest’occasione. Nel cast, Lainie Kazan, Michael
Constantine, Andrea Martin, Ian Gomez, Alex Wolff, Elena Kampouris,
John Stamos, Rita Wilson e Joey Fatone.
Alla regia del film, (ancora una volta prodotto da Rita
Wilson e dai soci di Playtone Tom
Hanks e Gary Goetzman), Kirk
Jones. Produttori esecutivi, Paul Brooks
e Steven Shareshian, insieme alla Vardalos
e Scott Niemeyer. La commedia uscirà nei cinema il 25
marzo 2016.
Sono passati quattordici anni da
quando i cinema vennero invasi dalla commedia romantica a sfondo
etnico Il Mio Grosso Grasso Matrimonio
Greco. Nella finzione invece sono trascorsi circa
diciotto anni da quando Ian è riuscito a vincere i pregiudizi della
famiglia Portokalos e a coronare il suo sogno d’amore con Toula.
Dopo tutti questi anni la coppia è ancora solida, ma un po’ stanca,
tra preoccupazioni, la giovane Paris, figlia unica pronta per il
college, le incombenze quotidiane e ovviamente la famiglia, sempre
affaccendata intorno a ogni suoi componente, affettuosa e invadente
più che mai.
Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 2 prende le mosse proprio dal
conflitto generazionale tra Toula e la figlia, che come ogni
adolescente si sente soffocata non solo dai genitori, ma in questo
caso da tutta la rumorosa e ingombrante famiglia greca. Quando però
il vecchio Gus scoprirà un’irregolarità nei documenti del
matrimonio con Maria, con cui ha vissuto per 50 anni, la famiglia
si riunirà per organizzare nel minor e nella maniera più chiassosa
e scatenata possibile, un altro grosso grasso matrimonio,
rigorosamente greco.
Nia Vardalos torna
nei panni di Toula e alla sceneggiatura di un film che si presenta
da subito stanco, raffazzonato, che cerca di raccogliere in sé non
solo i luoghi comuni affrontati con fresca novità nel film del
2002, ma unendoli a tutta una serie di problematiche più attuali,
come l’omosessualità e il ruolo della donna nella società e nella
famiglia. La leggerezza estrema del racconto, rende però questo
tentativo di approfondimento solo un piccolo accenno nella baraonda
di urla e parole greche per lo più inventate dai piccoli di
casa.
È vero che la grande e colorita
famiglia fa sempre ridere, per situazioni grottesche che calcano la
mano su quello che già era stato l’aspetto vincente del primo film,
virando però sulle note farsesche di una baracconata enorme,
esagerata, a tratti sgradevole.
Bisogna trovare il tempo
per se stessi e per la coppia, i figli devono essere lasciati in
condizione di vivere la loro vita, costruire una famiglia e tenerla
unita è una vocazione per poche donne, l’amore trionfa su tutto. I
luoghi comuni, non solo legati alla cultura greca, si sprecano e la
baraonda giunge presto allo scontato lieto fine, sempre però
accompagnato dal un largo sorriso, forse di imbarazzo.
E che nessuno dica a nonno Gus che
Alessandro Magno era Macedone, dal momento che nemmeno la Vardalos
sembra ricordarlo.
L’amabile e divertente
famiglia Portokalos è tornata ed è più travolgente che mai ne
Il Mio Grosso Grasso
Matrimonio Greco 2, il tanto atteso sequel della
commedia romantica campione d’incassi, disponibile in Digital HD
dal 2 luglio 2016 e in Blu-ray™, DVD e Video On Demand dal 13
luglio 2016, con Universal Pictures Home Entertainment Italia.
Scritto dalla candidata al premio Oscar® Nia Vardalos (Il Mio
Grosso Grasso Matrimonio Greco, Le Mie Grosse Grasse
Vacanze Greche), Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco
2 riunisce l’intero, amato clan per celebrare il più grande
matrimonio greco di sempre, che Fox Tv definisce “divertente e
commovente… Un grosso grasso momento fantastico!”
Il Mio Grosso Grasso Matrimonio
Greco 2, inoltre, include – in Blu-ray™, DVD e
Digital HD – un’isterica gag reel e contenuti inediti, tra cui una
tavola rotonda con i protagonisti per scoprire cosa è successo
davvero dietro le quinte del film. Toula (Nia Vardalos) e Ian (John
Corbett, Parenti, amici e tanti guai) hanno cresciuto la
figlia Paris (Elena Kampouris, Men, Women, and Children)
nell’affetto della loro famiglia greca allargata. Ma ora la 17enne
è desiderosa di crearsi una sua vita. La commovente commedia
familiare, dolce come una fetta di baklava, si rivela quando un
matrimonio inaspettato minaccia di sconvolgere i delicati equilibri
del clan, unendolo ancora di più e, contemporaneamente, mettendo
tutti l’uno contro l’altro.
L’intera formazione originale
riprende i propri iconici ruoli, tra questi Nia Vardalos, John
Corbett, Michael Constantine (Il Giurato), Lainie Kazan
(Spiagge), Andrea Martin (Notte al museo: il segreto
del faraone), Gia Carides (Austin Powers – La spia che ci
provava), Joey Fatone (The Opposite of Sex – L’esatto
contrario del sesso), Louis Mandylor (Codice
d’onore), Bess Meisler (Una famiglia perfetta), con
Elena Kampouris, John Stamos e Rita Wilson che si sono uniti al
cast per la prima volta.
I CONTENUTI EXTRA IN
BLU-RAYTM E DVD:
ERRORI E PAPERE – Ridi con tutta la famiglia
mentre realizza il film!
LA MIA GROSSA GRASSA CENA GRECA – Afferra una
sedia, riempi il piatto e condividi il pasto familiare con il cast
de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2! Nia Vardalos,
John Corbett, Joey Fatone, Ian Gomez, Lainie Kazan e Michael
Constantine prendono parte ad una tavola rotonda retrospettiva
girata all’interno del celebre ristorante della famiglia
Portokalos, Dancing Zorbas. In questa featurette troviamo
uno sguardo approfondito sulla realizzazione del film, l’enorme
successo del suo predecessore e come non sia necessario essere
greci per sentirsi un membro della famiglia Portokalos!
REALIZZANDO IL
GREQUEL – Uno sguardo dal di dentro alla realizzazione de
Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2, con un filmato
realizzato sul set e in più interviste al cast e alla troupe per
scoprire cosa bisogna fare per riportare in vita un film così amato
dai fan. Nia Vardalos, John Corbett e i membri del cast condividono
alcuni dietro-le-quinte, mentre Elena Kampouris e il regista Kirk
Jones parlano della loro esperienza al fianco del cast
originale nella realizzazione del sequel del film campione
d’incassi del 2002.
Il sequel di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio
Greco, annunciato all’inizio di quest’anno, ha trovato
una casa di produzione e un regista. La Universal si è fatta carico
del film con protagonista Nia Vardalos che questa
volta sarà diretta da Kirk Jones (Tata
Matilda, Cosa aspettarsi quando si aspetta).
Nia Vardalos, che
ha anche scritto il film originale, tornerà nel film accanto a
John Corbett per una storia che ci racconterà di
Toula e Ian a più di dieci anni di distanza dal loro grosso grasso
matrimonio Greco. Non ci sono ancora dettagli ufficiali per la
nuova storia, ma sappiamo che il film si concentrerà su un nuovo,
ancora più sfarzoso, matrimonio.
La Playtone di Gary
Goetzman, Tom
Hanks e Rita Wilson si occuperà
ancora una volta della produzione con Paul Brooks, Scott
Niemeyer e Steven Shareshian che
cureranno la produzione esecutiva insieme alla Vardalos.
Grazie al film The Artist,
Michel Hazanavicius si è consacrato a livello
mondiale, arrivando addirittura a vincere il premio Oscar al
miglior regista. Impostosi così come uno dei grandi nomi del cinema
francese, egli ha poi realizzato nel 2017 un nuovo film con cui ha
esplorato un nuovo aspetto della storia del cinema. Se The
Artist era incentrato sul cinema muto, Il mio
Godard (qui la recensione) è invece la
biografia di un ben preciso momento della vita del celebre regista
della nouvelle vagueJean-Luc Godard.
Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film si configura
anche un’irresistibile commedia sentimentale.
La storia per questo nuovo
lungometraggio nasce a partire dall’autobiografia Un an
après, scritta dall’attrice Anne Wiazemsky,
dove si ripercorre anche del suo rapporto lavorativo e sentimentale
con Godard. Nelle sue pagine Hazanavicius ha ritrovato l’occasione
non solo di portare sul grande schermo una delle icone del cinema
mondiale, ma anche una riflessione sulla sua poetica, la settima
arte e la sua critica. Impegno sociale e commedia si mischiano così
in un film apprezzato per la sua irriverenza ma anche per la sua
lucida trattazione di tematiche affatto semplici.
Con un cast di grandi star, tra cui
anche diversi attori italiani, Il mio Godard si è
affermato come un nuovo buon successo del regista, guadagnando
anche numerosi consensi internazionali. Un film che Godard ha
invece definito “stupido”, contribuendo però alla sua popolarità.
Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente
utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a
questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile
ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e
al cast di attori. Infine, si elencheranno anche
le principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
Il mio Godard: la trama del film
La storia del film si apre nella
Parigi del 1967, dove Jean-Luc Godard è ormai una
figura di spicco del cinema francese e della sua generazione. Ora
egli è pronto a distribuire il suo nuovo film, La cinese,
verso cui ha un legame speciale. Si tratta infatti di un’opera che
vede come protagonista l’attrice Anne Wiazemsky,
la donna che Godard ama. Nonostante i venti anni di differenza, i
due decidono di sposarsi. La felicità dell’unione è però spezzata
dalla cattiva accoglienza del loro film, un evento che segnerà per
il regista l’inizio di una profonda crisi spirituale.
Per Godard è l’inizio di un periodo
particolarmente movimentato, che si muove parallelamente agli
scontri politici del maggio del 1968. Affascinato dai nuovi moti
rivoluzionari, egli intraprenderà un percorso che lo porterà ad
allontanarsi da tutti. La sua mancanza di diplomazia e le sue
posizioni integraliste non faranno che peggiorare la situazione, a
cui la moglie Anne tenterà di far fronte. Ben presto, però, i due
saranno chiamati a scontrarsi, riflettendo sulla vita, l’amore,
l’arte e le passioni.
Il mio Godard: il cast del film
Ad interpretare il ruolo
dell’acclamato regista francese Jean-Luc Godard, vi è il noto
attore francese Louis Garrel, celebre
per film come The Dreamers, L’ufficiale e la spia e
Piccoledonne. L’attore, che si è dichiarato fan
di Godard, ha cercato di interpretarlo mettendosi al completo
servizio del personaggio, senza pretendere di ritrovare in questo
qualcosa di sé. Per assomigliargli, si è ovviamente dovuto
sottoporre a diverse ore di trucco. Per lui, inoltre, era
particolarmente importante far trasparire tanto le spinte
passionali quanto gli elementi più comici del ruolo. Accanto a lui,
nei panni della giornalista e regista Michèle Rosier vi
l’attrice Bérénice Bejo,
moglie di Hazanavicius.
Nel ruolo di Anne Wiazemsky, invece,
vi è Stacy Martin. Attrice divenuta nota grazie ai
film Nymphomaniac e Vox Lux, questa ha studiato a
fondo la vita della Wiazemsky, cercando a sua volta di fornirne
un’interpretazione realistica. Grégory Gadebois è
invece Michel Cournot, sceneggiatore e regista francese dell’epoca.
Nel film sono poi presenti due attori italiani. Il primo di questi
è Guido Caprino, che
interpreta qui il regista premio Oscar Bernardo Bertolucci. Nella
preparazione al ruolo, questi fu aiutato anche dallo stesso Garrel,
che aveva avuto il suo primo ruolo proprio grazie a Bertolucci.
Emmanuele Aita, invece, è il regista Marco
Ferreri.
Il mio Godard: il trailer e dove
vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire del film grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Il mio
Godard è infatti disponibile nei cataloghi di
Rakuten TV, Chili, Google Play, Apple iTunes e Tim
Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso
di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui
guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto
televisivo di venerdì 28 maggio alle ore
21:10 sul canale Rai Movie.
Nel 1967 Jean Luc
Godard realizza La Cinese, tra i
protagonisti c’è Anne Wiazemsky. I due si innamorano e si sposano.
Il film non riceve un buon riscontro e Godard entra il crisi. Il
’68 e la rivoluzione non fanno che peggiorare la sua situazione
personale del regista che arriva a mettere in discussione se
stesso, la sua relazione e la sua arte.50 anni fa si pensava che il
mondo si potesse cambiare. Con la rivoluzione socialista,
essenzialmente, con le idee nuove di giovani attivisti, creativi e
quant’altro. 50 anni dopo, ancora ragioniamo su cosa ci sia ancora
da cambiare.
Poco più 50 anni fa Jean-Luc
Godard e François
Truffaut avevano dato uno scossone al cinema: sguardi
in macchina, jump cut, storie d’amore complicate, mescolanza di
generi, e soprattutto Godard, nei suoi primi film, aveva mostrato
una preponderante affezione per il genere noir. Più di Poi Godard e
Truffaut si allontanano, Godard inizia a fare del cinema militante.
Inizia anche a farsi delle domande, sul suo ruolo di regista, ma
anche di uomo, e dimentica di essere anche un marito.
Il mio Godard
50 anni dopo un regista francese
premio Oscar, Michel Hazanavicius, realizza un film usando
le formule stilistiche di Godard per raccontare un periodo storico
preciso e un evento della vita di Godard.Colori saturi come quelli
dei film anni ’70, parole scritte colorate che riempono lo schermo
nero, ironia delle parole che è in contraddizione con quello che
vediamo sullo schermo, rottura dell’illusione di realtà, il
rapporto sacro e immaginario tra film e spettatore.
Hazanavicius usa un
genere, in questo caso un intero movimento cinematografico, la
Nouvelle Vague, e realizza un film su Godard come se fosse un film
di Truffaut. La storia d’amore, in cui lui ha la peggio è infatti
tipica dei film del regista di Effetto notte, e è
qui inserita nel racconto del Maggio Francese.
Il film di Hazanavicius è anche una
commedia. Difficilmente si può definire un film biografico, anche
se alcuni degli eventi raccontati (come la sospensione del Festival di Cannes nel 1968) sono
veri.Quello che emerge da questo racconto è la rottura interiore
del regista con l’uomo, del regista con la sua epoca e con la sua
donna. Godard essenzialmente si perde, non si riconosce in un
movimento, quello del ’68, in cui lui ora è il vecchio, non riesce
ad amare Anne senza soffocarla, non riesce a capire che cinema
vuole fare.
L’ironia è nascosta nella
rappresentazione dello sfasamento di Jean-Luc
Godard con questo mondo che sta cambiando, ribaltato come
nei film dei Fratelli Marx, altri rivoluzionari
del cinema. Nonostante tutto però la sua vita procede, come ogni
giorno, come avviene sul primo sottomarino nucleare da guerra
francese, da cui il film prende il titolo originale, Le
Redoutable. Il film è stato presentato allo scorso
Festival di Cannes, esce nelle sale in 60 copie il 31 ottobre e
sarà proiettato in anteprima al Festival France Odeon che avrà
luogo a Firenze dal 19 al 22 ottobre.
Il mio domani,
primo film italiano in concorso a Festival
del Film di Roma 2011, si presenta come un lungo
viaggio interiore che lo spettatore vive attraverso gli occhi di
Monica (Claudia
Gerini), donna manager che improvvisamente decide di
allontanarsi dalla vita costruita attorno alla sua routine,
mettendo in discussione lavoro e affetti famigliari. Questo ultimo
lavoro di Marina Spada (Poesia che mi
guardi, Metafisica delle scimmie) affronta tematiche
importanti che però durante tutto la svolgimento del film vengono
solamente sfiorate e mai toccate con profondità: questo è il più
grande limite di questo lungometraggio.
Al termine lo spettatore è assalito
da un senso di vuoto, proprio quel vuoto che la Monica tenta di
spiegare ai suo colleghi nella parte iniziale della pellicola, ma
che contrariamente alle sue parole non potrà mai essere riempito in
questi 88 minuti. L’interpretazione di Claudia Gerini risulta essere appropriata
al suo personaggio, ma ben lontana dallo spessore che richiederebbe
una Monica, il cui viaggio introspettivo andrebbe intrapreso anche
dall’attrice romana per dare più valore ai suoi caratteri.
Il mio domani si sforza di raggiungere quindi un
livello altro di consapevolezza di sè di una donna che ha perso la
sua stabilità e che nei piccoli particolari va ricercando
quell’equilibrio ormai svanito. Peccato che puntualmente fallisca
in questa impresa.
Nonostante l’esito finale, non
felicissimo, del film, Il Mio Domani si
caratterizza comunque per un’ottima collaborazione artistica,
Spada/Gerini, che nella complicità e nell’amicizia ha trovata anche
un ritmo artistico comune che si spera possa portare un domani a
risultati migliori, importantissimi per il cinema italiano.
Dopo la commedia
E se domani, Giovanni la Pàrola realizza
Il mio corpo vi seppellirà e si cimenta con un
western ardito e originale, ambientato nel Regno delle due Sicilie.
Nel cast, Miriam Dalmazio, Maragareth Madè, Rita Abela, Antonia
Truppo e Guido Caprino.
La trama di Il mio
corpo vi seppellirà
Prima dello sbarco delle
truppe garibaldine, i soldati di Vittorio Emanuele II sono volti a
Sud per espandere e consolidare il proprio dominio, in un
territorio ancora senza legge e dove prospera il brigantaggio. Il
Colonnello Romano porta avanti una personale guerra contro i
briganti, che ostacolano la sua missione di riscossione delle tasse
ai signorotti siciliani. Il Colonnello punta in particolare su un
quartetto di donne che si fanno chiamare Drude, che lo hanno ferito
in uno scontro. Sulle tracce delle Drude è anche Murat, ex soldato
borbonico ricattato dal Colonnello, ora divenuto cacciatore di
taglie conosciuto come “Il Macellaio”. Al centro della narrazione
troviamo quindi le Drude, che non combattono solo per un tornaconto
economico ma anche, e soprattutto, guidate da una grande fame di
vendetta.
Una rielaborazione
encomiabile del genere western
La Pàrola ci consegna una
storia all’insegna delle figure femminili, le Drude, brigantesse di
cui ci viene svelato il passato difficile e violento, che porterà a
una vendetta efferata e sanguinolenta. “Il mio corpo vi seppellirà”
indaga tasselli della storia del Sud Italia difficilmente
rappresentati dal cinema e che trovano un nuovo spazio tramite la
regia e la scrittura di la Pàrola.
Le Drude sono un gruppo
di brigantesse datesi alla macchia, nascoste tra le grotte
dell’arido paesaggio siculo. Lo spettro del passato le perseguita,
le ha plasmate ed è ciò che le condurrà alla vendetta. Seguiamo
parallelamente le vicende di Murat e del colonnello Romano che si
andranno poi ad intrecciare con la storyline principale delle
Drude. È un
western dalle sfumature pulp ma anche fumettistiche, con qualche
eco tarantiniano e che si riaggancia alla tradizione di un genere
che non vediamo da tanto sugli schermi italiani. Siamo testimoni di
una ribellione raccontata da una prospettiva
innanzitutto
individualista e che, solo in secondo luogo, assurge a simbolo di
una ribellione collettiva: in questo il film di La Pàrola
si differenzia dal
cinema italiano dell’epoca che raccontava la ribellione come un
qualcosa di collettivo (ne è un esempio Vamos a matar
companeros).
Il mio corpo vi
seppellirà coinvolge irrimediabilmente lo spettatore, con
un comparto tecnico altamente esaltato, una violenza grafica
volutamente esagerata (la grande sparatoria finale ne è un
esempio). L’estetica mitologica che prevaleva nei film di genere
italiani viene qui mitigata da un focus narrativo particolarmente
brillante e originale, facendoci adottare la prospettiva di un
gruppo di brigantesse, che tengono ben salde le redini della
narrazione. L’Italia pre-unificazione può essere assimilata agli
Stati Uniti della Guerra di Secessione e la Pàrola lo fa attraverso
la rivisitazione del genere western, in cui notiamo la grande
somiglianza naturale tra il contesto del selvaggio West e
dell’Italia dello stesso periodo storico.
Una direzione
registica e un cast di tutto rispetto
La Pàrola riesce a
confezionare un prodotto dall’identità propria, che riesce ad
ergersi ad accattivante ed intrigante per lo spettatore. I difetti
tecnici e il budget limitato vengono qui superati da idee vincenti
e originali, dal talento del team di produzione e degli attori: una
ventata d’aria fresca nel cinema italiano che ci fa auspicare a
numerosi prodotti futuri su questa falsariga.
Un’audace lavoro di costumi e
scenografia, enfatizzati da una regia vibrante e un ritmo serrato,
che si innesta tra azione e splatter, e un cast corale ottimamente
assemblato – un quartetto tutto al femminile in versione inedita –
costituiscono i punti di forza della pellicola. L’accuratezza nei
dettagli della messa in scena e della fotografia d’impatto, arida e
calda, rendono palpabili l’atmosfera incendiaria e carica di
tensioni del paesaggio siciliano, tensione che deriva anche
dall’interazione tra i personaggi, caratterizzata da battute
taglienti, scontri all’ultimo sangue e minacce perpetuate. La
Pàrola dimostra un’ottima padronanza del mezzo cinematografico,
riuscendo a confezionare un prodotto di genere di tutto rispetto,
dominato dalla veracità e dall’implacabilità d’azione (e verbale)
delle protagoniste femminili. La narrazione scomposta e il
montaggio inusuale di cui si serve la Pàrola a primo impatto
potrebbero apparire fuorvianti, tuttavia si riesce ad intrattenere
lo spettatore grazie all’alto tasso di azione, rivelazioni e scene
d’impatto che la pellicola ci riserva.
Notevole è anche il
minuzioso lavoro linguistico affrontato: i dialoghi del film sono
infatti in dialetto siciliano e piemontese. Ne risulta un lavoro
fonetico estremamente preciso, per immergere lo spettatore non solo
nelle pagine storiche dell’Italia del 1860, ma anche nella
diversità linguistica italiana, che, di lì a poco, avrebbe portato
a dibattiti sullo statuto della lingua italiana e su come unire la
penisola anche da un punto di vista linguistico.
Arturo è un gallerista rinomato di
Buenos Aires. Ha attenzione soprattutto per gli
autori contemporanei, ma è legato da un’indistricabile amicizia a
Renzo Nervi, un artista argentino molto famoso
negli anni ’80 ora pressocchè dimenticato, forse a causa del suo
carattera burbero.
Il caso, le coincidenze e un colpo
di genio, porteranno questa storia, e questa amicizia, a un livello
differente.
Presentato in selezione ufficiale
alla 75a Mostra del cinema di Venezia, Il mio capolavoro
– Mi obara maestra, secondo lavoro di Gaston
Duprat che arriva nelle nostre sale dopo il
divertente e premiatissimo (anche a Venezia: Coppa Volpi)
El Ciudadano Ilustre, ritorna sul selciato della
commedia cinica e nera, mettendo in scena l’ipocrisia dell’arte
degli artisti e soprattutto di chi l’arte la guarda, senza,
probabilmente, capirci nulla.
Renzo è un pittore arrivato agli 80
anni, ha vissuto e goduto la sua vita da artista a modo suo, e i
suo lavori sono stati apprezzati e venduti, per tutti gli anni ’80.
Era ricco, ora abita in una casa diroccata in affitto, con la
possibilità di essere cacciato.
Arturo si è invece tenuto al passo
con i tempi: gallerista di fiducia di Renzo, ha tenuto la mente
aperta per i cambiamenti dell’arte e delle persone che comprano
l’arte, senza mai perdere di vista il suo migliore amico.
Arturo ha un carattere complementare
a Renzo e i due sono indivisibili. Nonostante le distanze e le
differenze, per quanto si allontanino, tornano sempre insieme.
Duprat realizza un film sull’arte e
sulla percezione della stessa, su come tutto questo sia volatile e
suscettibile a variazioni imprevedibili che sicuramente non hanno a
che fare con l’opera stessa.
Il film è pieno di arte vera:
Carlos Gorrianera è il vero pittore dietro alle
opere di Renzo, e Carlo Herrera è un artista
argentino esistente. Il mio capolavoro, come
The square, indaga l’arte, la sua illusione e il
mondo che le sta intorno, ma anche l’amicizia che va oltre ogni
valutazione.
Quindi il
capolavoro del titolo è la vita stessa, nel suo
compimento e nella sua varietà. Non è il lavoro, non è la fama, non
sono i soldi, è la variabile quotidiana che ci troviamo di fronte.
Si è vivi, secondo quello che sembra pensare Renzo, nel momento in
cui si decide di non essere morti.
Il mio capolavoro è
ambientato prevalentemente a Buenos Aires, ma ha due altre location
di eccezione: Rio de Janeiro e la provincia di Jujuy terra della
montagna dai 7 colori che aggiunge un elemento onirico soprattutto
alla parte finale del film.
Le bici che attraversano il
selciato. Guglie gotiche che spiccano quasi fino a bucare il cielo.
Un complesso di college che spaziano dal Medioevo all’età
vittoriana. Se c’è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato,
dove assaporare il passato e rivivere le storie d’un tempo, quello
è Oxford. Ed è proprio qui – fra la pioggia battente, le poesie
romantiche di Keats, i drammi di Shakespeare e i racconti
sussurrati tra le mura della Bodleian – che si incasella la
storia d’amore di Il mio anno a
Oxford.
Un semi-dramma romantico
scritto da Allison Burnett e Melissa Osborne,
diretto da Iain Morris e ispirato al romanzo di
Julia Whelan. Il
film, che
vede come protagonisti l’ormai rodata Sofia
Carson e al suo fianco Corey Mylchreest,
è la love story perfetta da guardare in piena estate. Si sogna
l’autunno, il profumo della pioggia, l’odore del tè, e quell’amore
che – almeno una volta nella vita – si desidera provare:
sconvolgente, profondo, coraggioso.
Il mio anno a Oxford, la trama
Anna è un’americana con un sogno nel
cassetto che finalmente sta per avverarsi: trascorrere un anno a
Oxford per studiare poesia vittoriana. Ma il primo giorno non è
esattamente da cartolina: mentre cammina per le strade della città,
viene investita da una pozzanghera sollevata da una Jaguar d’epoca.
Alla guida, un ragazzo affascinante e un po’ arrogante: Jamie. Solo
più tardi scoprirà che non è un semplice passante, ma il dottorando
che terrà le lezioni del suo corso. Fra sonetti, versi e
l’inconfondibile profumo di libri antichi, Jamie e Anna iniziano a
conoscersi – e a piacersi. Lui le fa assaggiare il kebab migliore
della città, la porta nella sua libreria segreta piena di volumi
impolverati e storie leggendarie, e le fa scoprire l’atmosfera
vibrante dei pub inglesi. Tra una canzone al karaoke, una poesia
declamata e lezioni che iniziano a profumare d’amore, il loro
legame si fa sempre più profondo. Ma un segreto, inaspettato e
difficile da ignorare, è pronto a rimettere tutto in
discussione.
Una storia sul valore del
tempo
Sofia Carson è uno dei volti più
riconoscibili del genere sentimentale. I suoi occhi da cerbiatta e
il suo sorriso dolce la rendono la protagonista ideale per quelle
storie che sanno strappare più di una lacrima. E ne Il mio anno
a Oxford a dominare è proprio l’intensità dei
sentimenti che tocca le corde del cuore. Non è la solita
commedia a lieto fine, né una storia priva di sostanza, ma una
narrazione che – pur trattando il tema dell’amore in modo
edulcorato – ricorda l’importanza di valorizzare non solo il
sentimento in sé, ma anche il tempo condiviso con chi lo suscita.
Avvolti da una fotografia spesso calda, nonostante il cielo livido,
Jamie e Anna costruiscono in circa due ore un rapporto
maturo, pur non sostenendosi sempre su una sceneggiatura
incisiva. E anche quando il tema della malattia si intrufola tra le
maglie del racconto, questa riesce a non scivolare nel pietismo o
nella lacrima facile.
Un film rassicurante, che si fa
guardare
Indubbiamente Il mio anno a
Oxford si inserisce in quella categoria di comfort movie che
fanno spegnere i pensieri. Uno di quei prodotti da fruire quando si
ha bisogno di evasione, di una dolcezza – ma anche di una
riflessione lieve – che possa cullarci. Bisogna ammetterlo: non è
un racconto impattante, ma non per questo è da scartare. Perché,
anche se difficilmente resterà memorabile, riesce comunque
a portare a termine il compito che si è prefissato:
essere una pausa. Un momento di stacco. Perché
abbiamo tutto il diritto di lasciarci trasportare dal romanticismo
e da quel tocco di leggerezza che ci fa sognare, nonostante i
classici topos di genere visti e rivisti. E poi c’è il fattore
chiave: l’alchimia tra Carson e Mylchreest. Senza quella, il film
non avrebbe funzionato. È lei il vero leitmotiv.
Il
mio anno a Oxford è l’ultima commedia romantica di
Netflix,
un film supportato da un cast eccellente di personaggi forti. Con
il ritorno di una delle più grandi star di Netflix,
Sofia Carson, il nuovo film racconta la storia di
Anna, una giovane donna americana che parte per l’Inghilterra per
studiare poesia vittoriana all’Università di Oxford.
Questa esperienza doveva essere un
soggiorno temporaneo per Anna, che ha un lavoro da Goldman Sachs,
ma le cose si complicano quando incontra Jamie. Il film cattura la
complessità della loro relazione dolce e piccante sullo sfondo di
una delle scuole più belle del mondo.
Basato sul romanzo d’esordio di
Julia Whelan, Il
mio anno a Oxford è stato un film molto atteso. Ciò è
dovuto in parte alla solida sceneggiatura di Allison
Burnett e Melissa Osborne, nonché
all’ottima regia di Iain Morris. Ciò che spicca
sullo schermo, tuttavia, è l’eccellente cast di personaggi
carismatici.
Sofia Carson nel ruolo di Anna De
La Vega
Attrice: Sofia
Carson è nata a Fort Lauderdale, in Florida, e si è fatta
conoscere nel 2015 interpretando Evie, la figlia della Regina
Cattiva, nel film originale Disney Channel Descendants. Ha lavorato come cantante e
attrice e recentemente è diventata famosa per aver recitato in
diversi film romantici di Netflix, tra cui The Life List e
Purple Hearts.
Personaggio: Anna De La Vega è la
protagonista di Il
mio anno a Oxford. Appassionata fin da bambina di
libri e scuola, si reca all’estero per studiare inglese a Oxford,
con l’intenzione di tornare a fine anno. Al suo arrivo, instaura
una forte relazione con Jamie, che porterà con sé una serie di
complicazioni inaspettate.
Corey Mylchreest nel ruolo di Jamie
Davenport
Attore: Corey
Mylchreest è nato a Leytonstone, Londra, Inghilterra, e ha
ottenuto il successo interpretando Re Giorgio III nella serie
NetflixQueen Charlotte: A Bridgerton Story.
Personaggio drammatico e carismatico, Mylchreest ha conseguito una
laurea in recitazione presso la Royal Academy of Dramatic Art ed è
apparso sia in televisione che a teatro.
Personaggio: Jamie Davenport appare
tranquillo e disinvolto, mentre insegna ad Anna al dipartimento di
letteratura inglese di Oxford. Viene presentato come un playboy, ma
una maggiore profondità del suo personaggio, così come alcune
sorprendenti difficoltà, vengono lentamente rivelate nel corso del
film. La sua relazione in crescita con Anna lo porta a chiedersi
cosa desideri veramente, per lui e per lei.
Dougray Scott nel ruolo di William
Davenport
Attore: Dougray
Scott è un attore scozzese che ha raggiunto la notorietà
dopo aver interpretato un importante ruolo secondario come
interesse amoroso nel film del 1998 Ever After. Da lì, l’attore ha
mostrato versatilità nei suoi progetti, apparendo come il cattivo
in Mission: Impossible II e come protagonista della serie
britannica Crime. Continua a lavorare sia al cinema che in
televisione.
Personaggio: Dougray Scott
interpreta il padre di Jamie nel film. Inizialmente viene
presentata una relazione tesa tra i due personaggi, con William che
esce furioso dall’ufficio del figlio nella sua prima apparizione.
La loro relazione incombe su Jamie nel film, e il modo in cui
questa coincide con il suo legame con Anna è una parte cruciale
della storia.
Catherine McCormack nel ruolo di
Antonia Davenport
Attrice: Catherine
McCormack è un’attrice inglese nota soprattutto per il suo
ruolo in Braveheart, dove interpreta la moglie di Wallace. Ha
studiato alla Oxford School of Drama e ha interpretato vari ruoli
in progetti drammatici di ogni genere nel corso dei decenni,
lavorando con diversi registi, tra cui Kathryn
Bigelow e Tony Scott.
Personaggio: Antonia è la madre di
Jamie e il suo atteggiamento nei confronti del figlio è molto
diverso da quello del marito. I due raggiungono un interessante
equilibrio nel ruolo dei genitori di Jamie e contribuiscono a
mostrare l’evoluzione della sua visione della vita, inclusa quella
incentrata sulla perdita dolorosa.
Harry Trevaldwyn nel ruolo di
Charlie Butler
Attrice: Harry
Trevaldwyn è nato in Inghilterra e si è recentemente
affermato interpretando Testa di Tufo nel remake live-action di
Dragon Trainer. L’attore è già apparso in
numerosi progetti di alto profilo, tra cui la serie di Star
Wars The Acolyte e il film del 2022 di Judd Apatow The Bubble.
Lo vedremo prossimamente nel film Or Something Like It.
Personaggio: Charlie Butler è
l’amico sarcastico e spiritoso di Anna, le cui avventure amorose e
sessuali tra gli uomini di Oxford sono audaci e divertenti. Inizia
il film con una battuta maligna sulle scarpe di Anna, ma i due
stringono presto una forte amicizia mentre lui la aiuta a scoprire
i diversi lati della scuola, della città e dell’Inghilterra in
generale.
Poppy Gilbert nel ruolo di Cecelia
Knowles
Attrice: Poppy
Gilbert è nata a Stoccolma, in Svezia, ed è diventata
famosa dopo il suo ruolo di supporto nel cast di Stay Close. È
apparsa in diverse serie britanniche di successo a partire dal 2020
con ruoli in Call the Midwife. Ha conseguito una laurea in
recitazione presso la Guildhall School of Music & Drama.
Personaggio: Cecelia sembra essere
la fidanzata di Jamie nel film e all’inizio gioca un ruolo
importante nel contrastare le sue passioni. La loro relazione
sembra un insolito disallineamento man mano che la storia procede,
ma in realtà i due condividono un legame emotivo e profondo.
Cecelia si rivela profondamente importante per Jamie per diverse
ragioni sorprendenti.
Cast e personaggi secondari di My
Oxford Year
Esmé Kingdom nel
ruolo di Maggie Tims: Esmé Kingdom si è laureata alla Royal Academy
of Dramatic Art nel 2022 e My Oxford Year sarà il suo primo ruolo
in un film importante. In precedenza ha lavorato in cortometraggi e
ha interpretato ruoli importanti in produzioni di Sweeney Todd,
Romeo e Giulietta e altri.
Nikhil Parmar nel
ruolo di Tom Sethi: Nikhil Parmar è nato in Gran Bretagna nel 1990
ed è apparso in film come We Live in Time e Gran Turismo. Tom è un
altro degli amici di Anna nel film, presentato da Maggie, che ha un
ruolo importante nel proteggere Anna con la sua bicicletta.
Hugh Coles nel
ruolo di Ridley: Hugh Coles è un attore teatrale esperto, avendo
vinto il Laurence Olivier Award 2022 come miglior attore non
protagonista in un musical per il ruolo di George McFly in Ritorno
al futuro: Il musical. È apparso in numerose serie televisive di
successo, tra cui Death in Paradise e Atlanta.
Barney Harris nel
ruolo di Ian: affermato attore londinese, Barney Harris è apparso
in diversi film importanti, tra cui Billionaire Boys Club e The
Severed Son. Ha lavorato anche in televisione, interpretando il
ruolo di Mat nella prima stagione di The Wheel of Time, e ha
lavorato come produttore in film come Good Boy.
Romina Cocca nel
ruolo della signora De La Vega: pur essendo presente nel film solo
per un breve periodo, Romina Cocca ha un impatto notevole nel ruolo
della madre di Anna. Lavora regolarmente come attrice dal 2006,
apparendo in film e serie televisive, tra cui Yo soy la Juani e
Reflections. Più recentemente, è apparsa in due episodi della serie
di Sundance Now The Split.
Yadier Fernández
nel ruolo del signor De La Vega: Yadier Fernández recita da anni,
debuttando in televisione nella serie del 2007 Tras las huellas
Caso Alarma. Da lì, l’attore è apparso in vari programmi sia in
inglese che in spagnolo, tra cui The Gold, Nido de Mantis e The
Mother, prima del suo ruolo in My Oxford Year.
Preparatevi a ridere e piangere con
Sofia Carson e Corey Mylchreest in Il mio anno a Oxford
(My Oxford Year), una nuova storia
d’amore scritta da Allison Burnett (Autumn in
New York) e Melissa Osborne e diretta dal
candidato al BAFTA Iain Morris. In uscita il 1°
agosto, il film Netflix è tratto dal romanzo di Julia
Whelan, adattato dalla sceneggiatura originale di Burnett.
Entrate nel campus con il nuovissimo trailer qui sopra.
“Iain Morris ha scritto e
creato uno degli show più iconici della televisione britannica, The
Inbetweeners”, dice Carson, che è anche produttrice esecutiva
del film, il suo secondo lavoro dopo Purple Hearts del 2022.
“La commedia è il suo linguaggio, quindi la sua visione di
questo film ha creato magnificamente una storia d’amore senza
tempo, straziante e travolgente, fondata sulle risate. In una sola
scena potresti innamorarti perdutamente, potresti piangere, ma lui
farà sempre in modo che la gioia delle risate sia
presente”.
Continua a leggere per ulteriori
informazioni sul film, scopri il resto della classe con alcune
nuove foto e preparati per l’inizio del semestre.
Di cosa parla My Oxford
Year?
Quando Anna (Carson), un’ambiziosa
giovane americana, parte per il Regno Unito e l’Università di
Oxford per realizzare il sogno della sua infanzia, la sua vita è
perfettamente in carreggiata. Questo fino a quando non incontra
Jamie (Mylchreest), un affascinante e intelligente ragazzo del
posto che cambierà profondamente la vita di entrambi.
Questa storia era molto vicina a
Mylchreest, nato e cresciuto a Londra, che ha vissuto a sua modo un
anno a Oxford. “Ho un amico che ha studiato all’università di
Oxford, quindi c’è stato un periodo della mia vita in cui andavo
spesso in treno a Oxford”, racconta l’attore. L’esperienza di
Carson nel campus storico è stata molto simile a quella del suo
personaggio, che si sente come un pesce fuor d’acqua. “Ho scelto di
non visitare tutti i luoghi in cui avremmo girato perché volevo
conservare la mia reazione sincera nel vedere la magia di Oxford
per la prima volta, una volta che le telecamere avessero iniziato a
girare”, dice l’attore, “per vivere Oxford proprio come avrebbe
fatto Anna”. Che fossero nuovi al campus o più familiari, entrambi
gli attori concordano sul fatto che la location ha creato uno
sfondo meraviglioso per la storia d’amore dei loro personaggi.
Il film è ricco di letteratura e
poesia. “È stato un onore e una gioia immergermi nel mondo dei
sogni, dell’amore e della poesia di Anna. Studiare i grandi poeti
che hanno calcato i corridoi di Oxford e che da allora hanno
riempito le nostre vite con la magia della letteratura. Nel 1833,
Alfred Tennyson scrisse: ‘È meglio aver amato e perso, che non aver
mai amato’. Duecento anni dopo che Tennyson pronunciò queste parole
così belle, risuonano più vere che mai, nei corridoi di Oxford e
nel cuore del nostro film”, dice Carson.
“La nostra storia è un film che in
ogni fotogramma ribadisce la convinzione che la vita è troppo breve
per non viverla con amore. Per non viverla con gioia”, aggiunge
l’attore.
Chi interpreta Jamie e Anna in
Il mio anno a Oxford (My Oxford Year)?
Carson e Mylchreest sono i
protagonisti di Il mio anno a Oxford (My Oxford
Year), e la loro chimica è il motore del film.
“Hanno interagito bene fin dal primo momento in cui hanno
lavorato insieme”, ha dichiarato il regista Morris, “e si
sono chiaramente divertiti a cercare di far ridere l’uno l’altra –
e forse anche a far piangere?”. Gli attori ci sono riusciti
entrambi. “Spero che guardando il film il pubblico possa provare
tutte le emozioni associate all’esperienza meravigliosa, rumorosa,
caotica, inaspettata, divertente e straziante che è
l’innamorarsi”, aggiunge Morris.
Marty Bowen, produttore del film
per Temple Hill, elogia la dedizione di Carson alla storia, sia
sullo schermo che nella vita reale. “Penso che il motivo per
cui Sofia riesce così spesso a entrare in sintonia con il pubblico
nei film che interpreta è perché è così che vive la sua vita. Non è
artificiale”, ha rivelato a Tudum. “È davvero ciò che è
come persona”.
Carson ha capito fin dall’inizio di
aver trovato il Jamie perfetto per la sua Anna: “Ho guardato
Queen Charlotte con grande ammirazione per Corey. È un
attore straordinario”, dice. “Quando è arrivato il momento di
scegliere Jamie, ho sempre saputo che sarebbe stato Corey. Non
appena è entrato nella stanza per il nostro provino a Londra, Anna
e Jamie hanno preso vita.
Immediatamente. Corey è stato un
vero partner in questa esperienza… E insieme ci siamo dedicati a
immergerci nella storia d’amore di Anna e Jamie, per darle vita con
tutto il nostro cuore“.
Bowen attribuisce in parte a
Mychlreest l’equilibrio tonale del film. ”Quando un ragazzo è bello
come lui e allo stesso tempo divertente come lui, è una
combinazione incredibile e letale”, dice il produttore. “E la sua
arte è fondamentale. Non avrei mai immaginato che fosse così
versatile e carismatico. Tutto parte dalla sua capacità di
prendersi in giro. Questo lo rende davvero speciale”.
Per Mylchreest, il cast è stato il
momento clou della realizzazione di My Oxford Year.
“Incontrare, lavorare, passare del tempo, parlare e scherzare con
il cast e la troupe… sono stati fondamentali per la riuscita del
film”, afferma l’attore di Queen Charlotte: A Bridgerton Story. “Aspettatevi risate, tanto
amore, forse un po’ di tristezza e un paio di sorprese lungo il
percorso, ma [aspettatevi] di incontrare due personaggi davvero
adorabili e molto umani, insieme ai loro fantastici amici e
familiari. Preparatevi a un viaggio incantevole“.
Chi fa parte del cast di Il mio
anno a Oxford (My Oxford Year)?
”Siamo stati davvero fortunati e
abbiamo cercato con grande attenzione di circondare il film con
personaggi davvero divertenti, simpatici e dinamici“, dice Laura
Quicksilver, che produce il film per Temple Hill. ”Abbiamo adorato
il nostro cast e c’era una grande intesa tra tutti loro”.
Sofia Carson nel ruolo di
Anna
Nata e cresciuta nel Queens, New
York, Anna ha pianificato la sua vita nei minimi dettagli quando si
presenta a un programma di poesia di un anno all’Università di
Oxford. Tutto cambia quando incontra Jamie (Corey Mylchreest). I
due iniziano una storia d’amore travolgente che cambia tutto ciò
che Anna pensava di sapere su ciò che vuole dalla vita.
Corey Mylchreest nel ruolo di
Jamie
Jamie e Anna (Sofia Carson) non
hanno avuto un incontro molto tradizionale: lui bagna una ragazza
perfettina mentre guida la sua auto d’epoca in una pozzanghera, lei
lo denuncia quando lui si nasconde da una sua ex in un negozio di
patatine, ma una cosa è certa: la chimica tra loro è immediata e
innegabile. Quando Jamie si rivela essere l’assistente di Anna, i
due legano grazie al loro amore per la poesia. Tuttavia, alcune
delle lezioni più importanti che Jamie insegna ad Anna avvengono
fuori dall’aula, cambiandole la vita per sempre.
Dougray Scott nel ruolo di
William Davenport
William è il padre di Jamie. Il suo
amore e la sua preoccupazione per il figlio a volte creano distanza
tra i due uomini, che hanno prospettive contrastanti sulle grandi
scelte della vita.
Catherine McCormack nel ruolo
di Antonia Davenport
Antonia contrasta l’approccio
severo del marito nei confronti del figlio con un senso
dell’umorismo e uno stile sbarazzini.
Harry Trevaldwyn nel ruolo di
Charlie Butler
Harry è il compagno di stanza di
Anna e uno dei suoi migliori amici a Oxford. La aiuta ad orientarsi
nel nuovo campus con il suo inestimabile senso dell’umorismo e
alcuni consigli fondamentali sulle scarpe.
Esmé Kingdom nel ruolo di
Maggie Timbs
Maggie è la terza moschettiera di
Anna e Charlie, completando un trio inseparabile durante l’anno
all’estero di Anna. È leale e gentile mentre Anna affronta gli alti
e bassi della sua relazione.
Poppy Gilbert nel ruolo di
Cecelia Knowles
Cecelia è la compagna costante di
Jamie, un po’ distaccata ma profondamente gentile. A causa della
sua natura protettiva, il suo rapporto con Anna inizia in modo
difficile.
Il mio anno a Oxford (My Oxford
Year) è tratto da un libro?
My Oxford Year è tratto
dall’omonimo romanzo di Whelan, a sua volta adattato dalla
sceneggiatura originale di Burnett.
La storia ha colpito da vicino
Bowen, che ha vissuto una storia d’amore travolgente durante l’anno
trascorso a Oxford. “Era un periodo di tempo limitato, proprio come
nella storia. Ma questo ha reso il rapporto ancora più intenso,
perché c’era meno pressione sul futuro”, dice Bowen. “In realtà
penso che siano proprio quelle esperienze che diamo per scontate a
diventare così importanti nella nostra vita, come ricordi”. Bowen
conserva ancora una lettera di quel periodo, che tiene in un
cassetto dal 1992, e che ha mostrato al suo collega produttore
Quicksilver e a Carson durante uno dei loro primi incontri.
“Una delle cose che abbiamo sempre
amato di questa storia e che penso risuoni in così tante persone è
che non è necessariamente la quantità di tempo che passi con
qualcuno, ma la qualità di quel tempo”, dice Quicksilver. “Penso
che la lettera conservata nella scrivania di Marty dopo tutti
questi anni lo rappresenti”.
Chi altro è coinvolto in My
Oxford Year?
Oltre a Carson, Caroline Levy,
Christopher Simon, Maggie Monteith, Pete Harris e la madre di
Carson, Laura Char Carson, sono i produttori esecutivi del film.
Bowen, Wyck Godfrey, Quicksilver e Isaac Klausner (per Temple Hill
Entertainment) producono My Oxford Year, mentre George
Berman è coproduttore. “Marty Bowen e Temple Hill ci hanno regalato
alcune delle storie d’amore più amate di questa generazione, da
The Fault in our Stars a
Twilight”, dice Carson. “È stata una bellissima esperienza
collaborare con loro alla produzione di My Oxford Year”.
Quando sarà disponibile My
Oxford Year su Netflix?
Sintonizzatevi per il primo
giorno di lezione il 1° agosto per vedere come si sviluppa la
storia d’amore di Anna e Jamie. Fino ad allora, guardate il trailer
qui sopra.
Il
mio anno a Oxford è sull’omonimo romanzo e segue
Anna De La Vega, una giovane donna che ha ricevuto
un’offerta di lavoro da Goldman Sachs ma ha scelto di rimandarla di
un anno per vivere la vita dei suoi sogni all’estero, nella Terra
delle Delusioni, ovvero Oxford. Nel film, Anna decide di
“divertirsi” un po’ con il suo professore di inglese, Jamie
Davenport. Non preoccupatevi, non c’è nessun segreto,
visto che lui è solo un ricercatore che prende il posto del suo
professore impegnato e pigro. Tutto sembra magico ed esattamente
come Anna lo aveva sognato, ma tutte le cose belle finiscono, e per
Anna finiscono. Detto questo, però, passiamo al finale di Il
mio anno a Oxford.
La grande rivelazione a metà del
film è che Cecelia non è interessata a Jamie in senso romantico, ma
è l’ex fidanzata del suo defunto fratello. Il motivo per cui
Cecelia è sempre con Jamie non è perché le piaccia, ma perché le dà
un senso di chiusura per Eddie e allo stesso tempo può aiutare
Jamie a superare la stessa sofferenza vissuta da suo fratello.
Jamie e Cecelia sono particolarmente
legati perché l’unica cosa che hanno in comune è Eddie. Si tengono
essenzialmente stretti l’uno all’altra per poter superare qualcosa
che è francamente impossibile da superare. È un’amicizia molto
dolce e Cecelia sboccia in un personaggio molto piacevole nel corso
del film. Oh, ma accenna al fatto che sarà zitella per tutta la
vita, cosa che svanisce quando trova un appuntamento alla fine del
film.
Perché Jamie non vuole
curarsi?
Il motivo per cui Jamie non racconta
ad Anna della sua malattia è che voleva solo divertirsi negli
ultimi mesi. Ma come farebbe qualsiasi essere umano in questa
situazione, non voleva che Anna le rovinasse la vita e scoprisse il
suo cancro, solo per poi rimanere lì a trascorrere gli ultimi
giorni con lui. Ma ovviamente, questo è esattamente ciò che finisce
per fare, perché questo è un film romantico.
L’altra cosa è che Jamie è ricco e
le sue scelte derivano chiaramente da una posizione di privilegio.
Ovviamente, se Anna fosse stata al suo posto, avrebbe lottato per
continuare a vivere, e d’altra parte, lui avrebbe probabilmente
fatto tutto il possibile per salvarla.
Cosa gli ha detto il
padre di Jamie?
Il grande mistero di Il
mio anno a Oxford è la conversazione che Jamie e suo
padre hanno avuto il giorno in cui Eddie è morto. Non abbiamo una
risposta definitiva su cosa abbia detto a Jamie, ma sappiamo cosa
implicava, ed è probabile che sia qualcosa che ha fatto apparire
Eddie come il figlio migliore. Quindi avrebbe potuto essere
qualcosa del tipo: “Ho perso il figlio sbagliato“, il che
è una ragione sufficiente perché Jamie non gli parlasse più
dopo.
Cosa fa Anna?
Nel finale di Il
mio anno a Oxford, Anna sceglie di rimanere con Jamie
e di abbandonare definitivamente il suo lavoro di lusso. Questa è
esattamente la cosa che sua madre non voleva che facesse, ma ahimè,
Anna sceglie l’amore al posto del denaro, da qui la propaganda dei
poveri o l’illusione dell’amore al posto del denaro.
Cosa succede dopo la morte di
Jamie?
Il
mio anno a Oxford si conclude con Jamie che
esala l’ultimo respiro tra le braccia di Anna perché si è
rifiutato di cercare ulteriori cure per il suo cancro terminale.
Poco dopo la sua morte, Anna parte per il grande tour europeo,
proprio come Jamie aveva espresso di voler fare, ma da sola. Visita
tutti i luoghi che lui desiderava visitare (con il suo sé
immaginario al suo fianco), vivendo il momento prima di tornare a
Oxford come sua sostituta, arrivando persino a tirar fuori la
famigerata Victoria Sponge per corrompere gli studenti. Jamie non è
altro che un ricordo a questo punto, ma Anna ha trovato la forza di
andare avanti.
In che modo Ariel è
parallela alla vita di Anna?
Nel film, sia Jamie che Anna leggono
una raccolta di poesie intitolata “Ariel” di Sylvia
Plath. Si potrebbe dire che la poesia del titolo sia un
riflesso della vita di Anna, in quanto lei è la cavallerizza
trascinata controvoglia dal cavallo selvaggio e senza freni che è
Jamie. Suppongo che si potrebbe definirlo la sua “ragazza dei
sogni folletto e maniaco“. La narratrice della poesia subisce
una trasformazione psicologica nel corso della lettura, riuscendo a
malapena ad aggrapparsi a un cavallo che la fa sentire viva. A
prima vista, potrebbe sembrare che il cavallo sia quasi suicida in
questa situazione, e che la cavallerizza sia solo lì a fare il
giro, ma lei viene trasformata mentalmente ed emotivamente lungo il
cammino, per poi lanciarsi a capofitto nella mattinata.
Inoltre, Jamie porta ad Anna una
prima edizione di “Walden”, un libro di Henry David Thoreau.
Scrisse questo libro in solitudine e parlò a lungo dell’importanza
di vivere con volontà. Nel corso del film, Anna subisce una
profonda trasformazione, più evidente nel modo in cui la sua
interpretazione di Thoreau cambia alla fine del film. All’inizio
del film, questa idea conferma il piano di vita altamente
organizzato di Anna: “università, Oxford, Goldman Sachs, ecc.”, ma
viene completamente capovolta alla fine del film, quando arriva ad
apprezzare che fugaci momenti di felicità possono essere
profondamente significativi. Quindi vediamo Anna vivere ogni giorno
come le viene, deliberatamente piuttosto che preoccuparsi del
futuro.
La regista, Nicole
Kassell, famosa per aver diretto il pluripremiato The
Woodsman nel 2004, prima delle riprese di Il mio angolo di
paradiso, aveva già le idee molto chiare sul fatto che
“il film avrebbe dovuto far piangere e ridere allo stesso
tempo” e tutti i personaggi sono ben caratterizzati per far sì
che questo effetto contraddittorio funzioni. Sarah (Lucy
Punch), l’amica d’infanzia, riesce sempre a mantenere un
tono scanzonato anche davanti alla difficoltà delle situazioni,
Peter (Romany Malco), il vicino di casa, dosa
allegria e tristezza, mentre Renée (Rosemarie
DeWitt), l’amica che soffre fin dall’inizio, è l’anima
drammatica del film.
La storia de Il mio angolo
di Paradiso scritta dalla sceneggiatrice Gren Wells,
inizia con la presentazione di Marley Corbett (Kate
Hudson), una giovane donna in carriera che vive la sua
vita con il sorriso sulle labbra, spegne i cattivi pensieri con
abbondanti dosi di humor ed è profondamente convinta dell’inutilità
di una relazione sentimentale seria. Circondata da amici
adorabili/adoranti, dal suo fedele bulldog e da uomini-oggetto,
riesce ad avvicinarsi all’amore solo quando il dottor Julian
Goldstein (Gael
García Bernal) le diagnostica un cancro. Il medico,
infatti, lungi da essere solo il messaggero di ingrate notizie,
sarà proprio colui che farà vivere a Marley l’esperienza di una
vera relazione.
Il mio angolo di Paradiso, il film
Nonostante l’idea non sia male,
l’obiettivo della regista -far ridere e piangere
contemporaneamente- è un po’ pretenzioso: battute scialbe e poco
incisive sono intervallate da scene strappalacrime, ma così come le
prime non hanno la forza di scatenare la risata, le seconde
suscitano più noia che tristezza.
Una storia, quella d’amore
pre-morte, che ricorda la trama del recente “L’amore che resta” di
Gus Van Sant. Tutto ciò che però quest’ultimo
risparmia allo spettatore -il piagnisteo continuo, la banalità
della rappresentazione della morte al cinema- viene mostrato a
profusione nel film della Kassell che, nel complesso, tocca picchi
di banalità e melodramma tali da far scorrere sul viso dello
spettatore lacrime di “disperazione” piuttosto che di
“commozione”.
“Non ridere papà, io diventerò
un fantino.” – Il mio amico Tempesta
Il cavallo. Sono tante le culture che hanno venerato questo animale
nel corso della storia, simbolo non solo di libertà, ma anche di
estrema forza. Al suo essere possente e nobile, che indubbio ne
decreta la bellezza, bisogna affiancargli il merito d’essere un
fedele compagno per l’uomo, tanto che il loro rapporto è stato
perfino oggetto di analisi nel tempo.
La relazione
cavallo-cavaliere è caratterizzata da una specifica
connessione emotiva, nella quale mutuo rispetto e fiducia reciproca
sono principi fondamentali e imprescindibili. Ecco perché nel
cinema sono molti i registi che hanno attinto da questo speciale
legame, traslando in linguaggio cinematografico storie intime,
volte a dimostrare quanto l’unione fra uomo e animale possa essere
potente esattamente come quella fra simili. Ed è di questo che
Christian Duguay vuole parlare nel suo nuovo
filmIl mio amico Tempesta: di un
amore senza tempo, che ha la sensibilità giusta per dialogare con
tutti e scavare in profondità, arrivando dritto al cuore. La
pellicola è tratta da un romanzo per ragazzi che si intitola
Tempete au haras di Christophe Donner, e sarà nelle sale
cinematografiche dal 14 settembre, distribuito da
Eagle Pictures.
Il mio amico Tempesta, la
trama
Quanto può essere magico nascere
insieme ad un puledro? Domanda forse strana, ma se immaginata in un
contesto in cui vivere a stretto contatto con la natura è
all’ordine del giorno, allora non lo è più. Questo è quello che
succede a Zoé, la cui madre Marie (Mélanie
Laurent), veterinaria della sua stessa scuderia,
partorisce nell’esatto momento in cui sta assistendo Bella
Intrigante, una cavalla da corsa, in un parto difficoltoso. È
quell’attimo, quella connessione, che alimenta la passione di Zoé
per i cavalli, qualcosa che ha dentro dalla nascita, si potrebbe
dire, e che non può smettere di crescere, soprattutto quando crea
con Tempesta, nuova figlia di Bella Intrigante, un binomio
straordinario.
Una notte, però, a causa di un forte
temporale che si abbatte su tutta la scuderia, i cavalli si
imbizzarriscono e nel tentativo di metterli al sicuro, Zoé si
ritrova sbattuta a terra da Bella Intrigante e poi schiacciata da
Tempesta. Rimasta disabile, la bambina è costretta ad affrontare un
lungo percorso di riabilitazione, che la allontana lentamente dal
mondo equestre. Fino a quando il Grand Prix d’Amerique non la
chiama a rapporto: Tempesta è l’ultima speranza: se non vince lei,
il ranch di famiglia potrebbero chiudere. Ma la cavalla si fa
montare solo in un certo modo e forse il destino vuole che sia
proprio Zoé, che nel frattempo ha trovato una soluzione per salire
ancora in sella, a farlo…
Sulla scia di un cult
Che a Duguay interessasse l’amicizia
fra un uomo e il proprio compagno a quattro zampe, e la lealtà
reciproca costruita secondo le leggi del cuore, è in realtà chiaro
da diversi anni. Non è la prima volta che il regista affronta
l’argomento, e soprattutto che esplora il mondo equestre,
principalmente delle corse: basti pensare a Jappeloup,
uscito dieci anni fa. Ma senza andare troppo indietro, uno degli
esempi più recenti è Belle & Sebastien – L’avventura continua. Il focus
rimane in ogni caso un animale, il suo mondo, la sua devozione. E
quanto essi fungano molto spesso da terapia, da anti-stress,
diventando una piccola oasi di felicità grazie alla quale si fatica
meno ad affrontare la quotidianità.
Per Il mio amico
Tempesta, Duguay sembra però voler seguire le tracce
di un film specifico: L’uomo che sussurrava ai
cavalli, diretto e interpretato da
Robert Redford. Un racconto, dunque, di vera passione, seppur
all’inizio fatichi a ingranare la marcia. I primi trenta minuti
sembrano infatti non avere il carburante necessario per lanciare la
storia. Nel seguire le diverse fasi di Zoé, il regista in un primo
momento affatica la narrazione, allungandola un po’ troppo, tanto
da spostare eccessivamente in avanti l’incidente scatenante (che
ricordiamo non dovrebbe superare la ventina di minuti massimo).
Dopo un primo atto che va abbastanza a rilento, di cui si poteva
sicuramente tagliare qualche scena superflua, il film si scioglie e
inizia ad acquistare movimento e ritmo. Seguiamo Zoé nella sua
crescita, la vediamo prendere confidenza con la scuderia,
approcciarsi a cavalli di razze diverse e poi legarsi ad uno in
particolare, la sua Tempesta. Tempesta di nome e di fatto, che le
regalerà i ricordi più belli della sua adolescenza.
Vivere delle proprie passioni
È dunque dal secondo atto in poi che
Il mio amico Tempesta si concretizza,
lavorando su alcune tematiche dalla grande forza emotiva, operando
su sequenze sì dalla lacrima facile, ma che non scadono mai nel
lezioso o nel posticcio. Duguay indugia spesso sulla sua
protagonista, una Charlie Paulet mai fuori luogo e sempre misurata
nel restituire il dolore di una bambina che vede infrangersi il
proprio sogno davanti agli occhi. Fissando la macchina da presa su
di lei, il regista ne intercetta ogni passaggio, decisione e
sguardo, che la portano ad una chiara consapevolezza di sé e del
suo animale. Insieme a Zoé corriamo. Lei,
gradualmente, corre: incontro alla vita, a cavallo, verso il suo
sogno che, dopo tanti sacrifici, vede alla fine farsi realtà. Tutti
gli step vengono superati, Duguay non vuole lasciare niente al caso
e non dà niente per scontato.
Perché è solo in questo modo che può
rendere vero il legame con la sua Tempesta, la quale la porterà
alla vittoria del Grand Prix d’Amerique. Ed è così, attraverso una
particolare storia di formazione, che Il mio amico
Tempestaparla di disabilità, di ippoterapia,
di resilienza, di paure che si superano con la forza delle proprie
passioni. Perché quando si ama qualcosa e la si ama con
anima, corpo e cuore, la fatica non la si percepisce. E neanche
l’invalidità. Come Zoé, che pur non muovendo le gambe riesce
comunque a montare il suo cavallo perché mossa da sentimenti di
fiducia verso se stessa in primis e poi verso l’animale. Pur con
qualche difetto iniziale, e nonostante non si faccia riconoscere
per l’originalità del racconto, Christian Duguay ci dona un film
delicato, dolce nella sua messa in scena, toccante. Profondo. Che
si fa guardare nonostante le sue prevedibili progressioni e non
chiede tanto, se non quello di ricordarci quanto sia importante non
lasciarsi abbattere dalle difficoltà che si incontrano lungo il
cammino. E quanto sia fondamentale l’empatia con un animale.
Qualsiasi esso sia.
Ecco una clip da Il mio
amico robot, il nuovo film d’animazione di Pablo
Berger (Blancanieves
e Abracadabra) al cinema dal 4 aprile con I
Wonder Pictures in collaborazione con Unipol
Biografilm Collection. Il nuovo capolavoro animato
dell’acclamato regista spagnolo Pablo Berger è un gioiello già
celebrato all’ultimo Festival di Cannes, premiato ad Annecy e
ora candidato al Premio Oscar® come Miglior film d’animazione.
Il mio
amico robotè scritto e diretto da Berger–qui al suo esordio nel cinema di
animazionein 2D–esi
ispira allaomonimagraphicnoveldi SaraVaroncheraccontalafavola modernadi DOG e
ROBOT,una storia sull’importanza
dell’amicizia e sulla sua fragilità.
Dopol’avventura del
pluripremiatoBlancanievesedelsorprendenteAbracadabra,Il mio amico robotrappresenta
unanuovasfida
perBergerche
afferma:“ConIl mio amico robotvolevo tornare all’essenza pura del cinema. Ma questa volta
da un’altra angolazione, quella dell’animazione, ovverouna forma di
rappresentazione e narrazione senza limiti. In quanto regista,
scrivere storie senza dialoghi è sia una grande sfida che un enorme
piacere”.
Ad
affiancare Berger nella realizzazione del mondo diIl mio amico
robot,una squadra di 20 artistidirettidal
notofumettista eillustratoreJosé LuisÁgreda,mentre ilprocesso di
animazione è affidato al talentuoso artista e direttore
dell’animazioneBenoîtFeroumont. Perle musicheil regista si è affidato
nuovamente adAlfonso deVilallonga(già
compositore perBlancanieveseAbracadabra),cheharicreato melodie al piano
delicate,ritmijazz e suoni urbani molto newyorchesi, una giungla sonora
unica nel suo genereper dare vita
aun racconto emozionante e
coinvolgente.
Il mio
amico robotsarà nei cinema dal4 apriledistribuito da
I Wonder Pictures incollaborazione con
Unipol Biografilm Collection.
Il mio amico robot, la
trama
DOG
vive a Manhattan e, stanco di stare sempre solo, si costruisce un
robot. Sulle note degli Earth, Wind and Fire e della travolgente
musica newyorkese degli anni Ottanta, la loro amicizia sboccia e si
fa sempre più profonda. Finché una sera d’estate DOG si trova
costretto ad abbandonare ROBOT sulla spiaggia. Riusciranno i due
amici a ritrovarsi? Dal pluripremiato Pablo Berger
(Blancanieves),
qui al suo esordio nel cinema di animazione, una storia
sull’importanza dell’amicizia e sulla sua fragilità celebrata a
Cannes, premiata ad Annecy e candidata all’Oscar®come Miglior film
d’animazione.
Nell’interessantissima – seppur
limitata – filmografia del regista di Bilbao Pablo
Berger, che comprende film come Torremolinos
73, Blancanieves e Abracadabra, emerge il desiderio di catapultarsi in
mondi antichi, peculiari, o semplicemente lontani dalla realtà in
cui ci muoviamo. Tuttavia, prima de Il mio amico
robot, il cineasta spagnolo non si era mai spinto così in
là nel tentativo di inventare un intero universo da zero e con una
formula che non aveva ancora padroneggiato (animazione), eppure,
non è finita qui: la vera sorpresa è che, riprendendo lo schema di
Blancanieves, anche Il mio amico
robot è un film muto!
Candidato agli Oscar 2024 nella
categoria del miglior film d’animazione, Il mio amico
robot si svela presto, in realtà, come un film pieno di
parole, semplicemente scritte in maniera inedita: queste si
aggrovigliano infatti nelle linee eleganti, precise e chiare che
delimitano i personaggi e che si nascondono negli sfondi di
paesaggi perfettamente riconoscibili. Berger
decide di lavorare solo con le immagini, dando l’impressione di
lasciare più spazio al pubblico per completare ciò che vede.
Il mio amico robot, la
trama: morfologia alleniana
La New York degli anni ’80 in cui è
ambientato Il mio amico robot è una città abitata
da animali antropomorfi un po’ annoiati, dato che l’isolamento
urbano non apre la strada a nessuna possibile amicizia. Tra questi
c’è Dog, un cane solitario che, per porre fine
alla sua solitudine, decide di costruirsi un amico robot, dal quale
diventa presto inseparabile. Insieme, li vediamo fare una
passeggiata con un sacchetto di Naranjito, la mascotte
della Coppa del Mondo 82, e raggiungere Coney Island. Sulla
spiaggia, il robot si incastra nella sabbia e non riesce a
liberarsi: fa diversi tentativi, ma arriva l’autunno e il parco
chiude fino a giugno. Il robot bloccato nella sabbia sogna mondi
possibili, storie di felicità, mentre il cane cerca nuovi amici e
aspetta che qualcosa finisca: il tempo passa e il rapporto si
trasforma. Arriva l’inverno, arriva la neve e il robot rischia di
diventare un semplice rottame; così, sulla falsariga di “Soul”
della Pixar, Il mio amico robot sfrutta
l’animazione come veicolo per riflettere su tematiche come
l’amicizia e la solitudine.
Dog e il suo amico robot in una scena de Il mio amico robot (Fonte:
The Movie Database)
Mano nella mano alla scoperta del
mondo
Pablo Berger è un
regista che non si accontenta di girare in modo convenzionale, ma
vuole giocare o sperimentare con altre possibili forme
dell’immagine. Se con Blancanieves ha indagato il cinema muto, in Il
mio amico Robot, adattamento di un fumetto di Sara
Vanon, realizza un doppio omaggio. Da un lato, scrive una
lettera d’amore per la New York che Berger ha
vissuto in gioventù, dall’altro, si rifà al meglio dell’animazione
contemporanea: il film non è infatti così lontano da Il mio vicino Totoro dello Studio Ghibli e l’uso dell’animazione
senza dialoghi ricorda La tartaruga rossa di Michaël Dudok de
Witt, ma ci sono anche echi di Ernest e Célestine di Stéphane
Aubier.
Se è vero che, in modo obliquo,
Il mio amico Robot parla della morte – o
della separazione forzata tra due persone che si amano –
Pablo Berger non cede alla creazione di un mondo
sotterraneo pieno di anime perdute. La prima cosa da fare,
naturalmente, è costruire un rapporto credibile, prezioso nella sua
delicata empatia, in cui due solitudini – quella di un cane solo e
senza legami e quella del suo animale domestico, un robot con un
cuore da vendere – scoprono di essere fatte per condividersi. In
secondo luogo, il cineasta non ha bisogno di altro che di un
recinto invalicabile per definire l’impotenza della perdita di una
persona cara. Da un lato della recinzione, il cane è pura azione,
idea dopo idea per attraversare il confine; dall’altro, il robot,
immobile e arrugginito, può solo sognare.
(Ri)vedersi nel segno animato
Berger gioca
abilmente con il suono e con una splendida colonna sonora in cui il
tema September degli Earth, Wind and Fire diventa
una vera e propria icona di riferimento. Il mio amico robot si
configura così come una storia per bambini all’interno della quale
risiedono molte altre storie possibili, in cui proprio questo gioco
di strati e di sogni finisce per dare vita a un film tenero e ricco
di immaginazione.
La narrazione de Il mio
amico robot si apre come un libro di segni in cui gli
occhi dello spettatore, anziché limitarsi alla contemplazione
estatica, leggono la propria vita sullo schermo, costruendo con la
loro esperienza, con le loro paure, con i loro amori dimenticati,
con la loro malinconia e persino con i loro rimpianti, un autentico
miracolo senza età. È un film per bambini per la scoperta di alcune
perdite che verranno, ed è un film per adulti per la ricostruzione
di uno spazio quasi sacro di riconoscimento, identificazione,
pienezza e mistero. Non sono cani, non sono robot, siamo
semplicemente noi.
Il mio amico
pinguino è tratto da storia vera, quella dell’insolita e
sincera amicizia tra un uomo e un pinguino di
Magellano. Questo film, presentato in anteprima quest’anno
al Giffoni Film Festival nella categoria Elements
+6, vede per protagonista l’attore francese
Jean Reno ma anche Adriana Barraza, l’attrice
messicana candidata all’Oscar per la sua
indimenticabile interpretazione in Babel di
Alejandro González Iñárritu.
Cosa racconta Il mio amico
pinguino
Questo lungometraggio di
David Schurmann, regista brasiliano dalle origini
tedesche, si ispira all’incredibile racconto avvenuto nella
Primavera 2011 quando un signore brasiliano di nome João
Pereira de Souza trovò sulla spiaggia un pinguino stremato
e sporco di petrolio. Per chi ha letto o ha visto il film
d’animazione La gabbianella e il gatto ricorda
benissimo quanto può essere letale in generale per gli animali quel
liquido oleoso ma per fortuna il pinguino di Magellano incontrò
João che si prese cura di lui fino a quando non si rimise in salute
e tentò di liberarlo vicino a un’isola locale. L’animale però poche
ore dopo tornò dal suo amico umano e rimase lì fino all’Inverno per
poi partire e ritornare a Giugno 2012. Ovviamente la storia diventò
virale tanto da decidere di tranne un film.
Il mio amico
pinguino si prende delle piccole libertà per rendere la
trama più cinematografica. João non è un
muratore in pensione, ma un pescatore che ha trascorso quasi tutta
la sua vita su una spiaggia brasiliana vicino a Rio de
Janeiro.Interpretato nelle scene iniziali
da Pedro Urizzi e poi daJean Reno,questo
João affronta una terribile tragedia durante quella che avrebbe
dovuto essere una splendida giornata in acqua: il compleanno del
suo bambino Miguel, che non desiderava altro che trascorrere la sua
giornata speciale in acqua con il giovane padre. Questo trauma
tormenterà il protagonista per tutto il resto della vita e sarà
grazie al pinguino DinDim, chiamato così da una
bambina del villaggio, che riuscirà finalmente a superare il lutto
per il suo unico figlio. João sarà accompagnato in questa rinascita
dalla moglie Maria, Adriana Barraza, che non ha
mai abbandonato il marito neanche dopo la perdita del piccolo
Miguel.
Il regista però non si ferma solo
all’arco narrativo dell’amicizia tra il pinguino e il protagonista
ma mostra, i periodi in cui DinDim torna dai suoi simili e lo fa
grazie alla trama di un trio di giovani ricercatori. I biologi
marini sono in missione in Patagonia, per studiare
questa specie specifica di pinguini e si imbattono proprio in
DinDim che ovviamente si mostrerà amichevole con gli umani. Intanto
la storia dell’insolita amicizia fa il giro per tutto il Brasile,
tanto da convincere dei colleghi del trio di biologi a studiare
l’animale, ma per fortuna riuscirà a scappare grazie l’aiuto di una
delle due dottoressa e tornerà dall’amico pescatore. Il film
finisce con un arrivederci tra João sdraiato su
un’amaca all’entrata di casa e il pinguino pronto a lasciare la
spiaggia e nuotare per tornare alla sua colonia di
simili.
Un film per grandi e piccoli
Il mio
amico pinguino sembra la sinossi di un vecchio film Disney
o una della serie Free Willyma la storia è
fondamentalmente vera e raccontata con grande cura e attenzione
alle sfumature. Jean Reno è perfetto nel ruolo di un uomo che si è
ritirato dalla vita, finché non scopre inavvertitamente qualcosa
per cui vale la pena interessarsi. L’attore francese colpisce fin
da subito trasmettendo empatia e mostrando sullo schermo la chimica
tra lui e il pinguino, che viene interpretato da ben dieci diversi
esemplari. Per concludere il regista
David Schurmann è un oceanografo e porta in questo
progetto una ricerca di autenticità, per quanto si possa
ragionevolmente pretendere da un film narrativo con dei pinguini
ammaestrati.
Il mio amico pinguino di David
Schurmann è l’incredibile storia vera di un pescatore di
nome João, la cui vita cambiò per sempre quando un
pinguino arrivò nella sua casa al mare in un villaggio brasiliano
chiamato Ilha Grande. E la parte più straordinaria della storia è
che questo pinguino percorse a nuoto 8.000 chilometri per andare a
trovare João, e lo fece ogni anno per otto anni consecutivi.
Cosa accadde quando il pinguino
arrivò da João?
João e Maria vivevano nel villaggio
di Ilha Grande, in Brasile, insieme al figlio Miguel. Nel giorno
del compleanno del bambino, Miguel desiderava pescare con il padre
come regalo speciale. Nonostante le condizioni del mare fossero
pericolose a causa della tempesta, João cedette al desiderio del
figlio. Purtroppo, durante l’uscita in barca, le onde travolsero i
due e Miguel annegò, mentre João riuscì a salvarsi. Questo evento
segnò profondamente la coppia, che da quel momento visse con un
vuoto incolmabile e una quotidianità fatta di silenzi e dolore.
Maria continuava a occuparsi della casa e João a pescare, ma
entrambi erano segnati dall’assenza del figlio.
L’arrivo di Dindim
Molti anni dopo, João trovò un
pinguino coperto di petrolio sulla riva vicino a casa sua.
L’animale, smarrito dalla Patagonia, era in condizioni precarie.
João lo pulì, lo nutrì e gli preparò un rifugio. All’inizio Maria
era diffidente, ma il pinguino iniziò presto a mostrare
attaccamento alla famiglia. Una bambina del villaggio, Lucia, lo
battezzò Dindim, e l’animale divenne parte della comunità.
Sorprendentemente, Dindim riconosceva sempre la casa di João e vi
tornava dopo le sue escursioni. Per João, la presenza del pinguino
riempiva il vuoto lasciato da Miguel: non era solo un animale, ma
un amico e quasi un figlio.
Cosa fece Adriana?
In Patagonia, un gruppo di biologi
marini studiava i pinguini e notò un esemplare diverso dagli altri:
era socievole, intelligente e interagiva con gli esseri umani in
modo unico. Era proprio Dindim, che ogni anno percorreva 8.000
chilometri per tornare in Brasile, rimanendo con João da giugno a
dicembre. Una biologa, Adriana, venne a conoscenza della sua storia
attraverso un notiziario e mandò un giornalista, Paulo, a
intervistare João e Maria. Così ebbe conferma che si trattava dello
stesso pinguino osservato dai ricercatori.
L’università propose una borsa di
studio per studiare Dindim in laboratorio, ma Adriana era
combattuta: da un lato c’era la possibilità di avanzare nella
ricerca, dall’altro il desiderio di rispettare la libertà
dell’animale. Durante il trasferimento, Dindim riuscì a liberarsi
dalla gabbia e a fuggire, e Adriana comprese che il pinguino non
poteva essere imprigionato. Il suo destino era vivere libero, tra
il Brasile e l’Argentina, seguendo il legame speciale che lo univa
a João.
Il ritorno e la speranza
Mentre Dindim tornava in mare, João
lo attendeva con ansia, insieme al villaggio e alla troupe
televisiva. Tuttavia i giorni passavano senza segni del pinguino, e
João temette il peggio, ricordando la perdita di Miguel. Gli
abitanti del villaggio, mossi dalla sua sofferenza, si unirono a
lui in una spedizione per cercare Dindim. Dopo ore di ricerche, lo
trovarono esausto in mare, quasi senza vita.
L’equipaggio gli offrì subito pesce
per aiutarlo a recuperare le forze. Lentamente, Dindim si riprese e
tornò a riva, accolto da un villaggio in festa. Per João fu un
momento di rinascita: rivedere il suo amico vivo e al sicuro gli
restituì la speranza e la gioia di condividere di nuovo la vita con
chi amava.
Arriverà nelle sale dal 15 al 21 dicembre, distribuito da Lucky
Red, il docufilm dedicato
all’indimenticabile attore e regista Massimo
Troisi, Il mio amico Massimo.Diretto da Alessandro Bencivenga, con
le voci narranti di Lello Arena e Cloris
Bosca, il docufilm è un omaggio inusuale, leggero e a tratti
ironico, in cui si racconta la vita e il percorso artistico
dell’attore napoletano a quasi 70 anni dall’anniversario della
nascita.
Il docufilm lega sue esibizioni cabarettistiche,
teatrali e televisive, backstage, foto d’epoca, e interviste ad
amici ed esponenti del mondo dello spettacolo, tra
cui Carlo Verdone, Nino Frassica, Clarissa Burt, Maria
Grazia Cucinotta, Ficarra e Picone e testimonianze di
repertorio di Pippo Baudo e Renzo
Arbore.Infine una
partecipazione speciale, quella di Gerardo Ferrara, la
controfigura di Troisi nel celeberrimo “Il postino”.
« Un
giorno – racconta il
regista Bencivenga – guardando un film di
Troisi, ho pensato: “Sarebbe bello realizzare un docufilm su
Massimo. In fondo lui è stato, ed è tuttora, il mio autore, regista
e attore di riferimento”. Conoscevo alcuni suoi amici, e quella che
all’inizio era soltanto una fumosa idea è potuta diventare una
realtà concreta. Da lì ho cominciato a fantasticare un racconto su
Troisi, ma in un modo non convenzionale».
Il mio amico Massimo è prodotto da Piano B
produzioni, co-prodotto da Lambda, produttori associati Spaghetti
Picture e Screen Studio.È
distribuito in sala da Lucky Red.
Arriverà nelle sale dal 15 al 21 dicembre, distribuito da Lucky
Red, il docufilm dedicato
all’indimenticabile attore e regista Massimo
Troisi, Il mio amico Massimo.Diretto da Alessandro Bencivenga, con
le voci narranti di Lello Arena e Cloris
Bosca, il docufilm è un omaggio inusuale, leggero e a tratti
ironico, in cui si racconta la vita e il percorso artistico
dell’attore napoletano a quasi 70 anni dall’anniversario della
nascita.
Il docufilm lega sue esibizioni cabarettistiche,
teatrali e televisive, backstage, foto d’epoca, e interviste ad
amici ed esponenti del mondo dello spettacolo, tra
cui Carlo Verdone, Nino Frassica, Clarissa Burt, Maria
Grazia Cucinotta, Ficarra e Picone e testimonianze di
repertorio di Pippo Baudo e Renzo
Arbore.Infine una
partecipazione speciale, quella di Gerardo Ferrara, la
controfigura di Troisi nel celeberrimo “Il postino”.
« Un
giorno – racconta il
regista Bencivenga – guardando un film di
Troisi, ho pensato: “Sarebbe bello realizzare un docufilm su
Massimo. In fondo lui è stato, ed è tuttora, il mio autore, regista
e attore di riferimento”. Conoscevo alcuni suoi amici, e quella che
all’inizio era soltanto una fumosa idea è potuta diventare una
realtà concreta. Da lì ho cominciato a fantasticare un racconto su
Troisi, ma in un modo non convenzionale».
Il mio amico Massimo è prodotto da Piano B
produzioni, co-prodotto da Lambda, produttori associati Spaghetti
Picture e Screen Studio.È
distribuito in sala da Lucky Red.
Il documentario Il mio
amico in fondo al mare, titolo originale My
Octopus Teacher, con la regia di Pippa
Ehrlich e James Reed, disponibile su
Netflix
dal 7 settembre 2020, racconta la storia tra il regista Craig
Foster e il suo amico polpo. Il film ha ottenuto una candidatura ai
Premi Oscar, una candidatura ai BAFTA, una candidatura ai Directors Guild e una candidatura ai Producers Guild.
Il mio amico in fondo al mare: la
trama
Il mio amico in fondo al
mare parte dalla decisione di Craig Foster di ritirarsi
nella sua casa in Sud Africa, dopo un periodo di forte pressione
psicologica, che lo ha lasciato a terra. Foster si propone di
combattere l’incalzante depressione con una passione coltivata da
sempre: le immersioni in apnea. Il lasciarsi travolgere dalle
bellezze recondite dell’oceano sarà l’occasione giusta per un
evento da incorniciare: l’incontro con un semplice esemplare di
polpo femmina cambierà infatti la vita del documentarista,
suggellando un rapporto d’amicizia commovente e assolutamente
autentico.
Un viaggio alla scoperta della parte più intima del nostro
Io
Il mio amico in fondo al
mare è un viaggio di riscoperta di sé stessi, di
riconnessione con la parte più profonda del nostro Io; un iter di
immersione e riemersione dalle acque ma anche dai turbamenti
interiori di Foster, immerso in un contatto d’amicizia autentico
con il polpo. La storia raccontataci non si limita all’impianto da
documentario, che rimane piuttosto una cornice, ma pone il focus su
un evento fortuito che entrerà a far parte in maniera preponderante
e prepotentemente nella vita di Foster. Ogni piccola scoperta sulle
abitudini di vita del polpo generano in Foster stupore e
ammirazione, per quanta forza e intelligenza possano risiedere nel
nuovo conoscente marino. Foster e l’animale si lasciano amare e
coinvolgono lo spettatore in un viaggio interiore piuttosto
emozionante.
Riprese magistrali di scorci marini
e fondali cristallini sono lo sfondo di questa storia mirabolante,
cosi incredibile nella purezza con cui dipinge il rapporto tra un
essere umano e un esemplare marino. È la voce di Foster a guidarci
durante il docu-film, voce del suo Io particolare ma che assurge a
voce universale; immersione non solo fisicamente nel mondo marino
per ripotarci le sue parvenze più naturalistiche, ma anche viaggio
alla scoperta di sentimenti profondi, animi puri, di cosa si cela
internamente, di tutto ciò che in superficie non sarebbe mai
emerso.
“Molte persone dicono che un
polpo è come un alieno. Ma la cosa strana è che, man mano che ti
avvicini a loro, ti rendi conto che sei molto simile a lui, in
molti modi. Stai entrando in questo mondo completamente diverso,
una sensazione così incredibile, e ti senti come se fossi a un
passo da qualcosa di straordinario”: dice Foster relativamente
all’animale da lui incontrato. Giochi di luce, riprese mozzafiato,
le sonorità marine: sono tutti elementi che incantano lo spettatore
di Il mio amico in fondo al mare, che rimane
estasiato di fronte alla consapevolezza di quanto la natura può
regalarci.
Il racconto parte da una
dimensione fiabesca, suggerendoci che “Tutto è cominciato un
giorno di tanto tempo fa”, trascinandoci in una dimensione
altra, che scopriremo essere in realtà più vicina a noi di quanto
ci saremmo mai aspettati. Il legame tra l’uomo e il cefalopode
cresce di giorno in giorno davanti agli occhi increduli e incantati
dello spettatore, che fa silenziosamente un passo indietro per
poter ammirare la magnificenza della natura e dei regali che può
donarci.
Il mio amico in fondo al mare: la realizzazione
Il mio amico in fondo al
mare, ha richiesto dieci anni per essere realizzato. Con
temperature dell’acqua fino a 7 gradi Celsius, Foster si è immerso
ogni giorno per un anno intero, senza muta o attrezzatura, nel
gelido oceano Atlantico. Le riprese subacquee hanno richiesto 3.000
ore di riprese e filmati, direttamente girate sulla costa False
Bay, nella foresta di Kelp in Sud Africa. Dopo la realizzazione del
film Craig Foster ha fondato Sea Change Project, una comunità di
scienziati, narratori, giornalisti e registi dediti alla
preservazione delle ricchezze marine. “Raccontiamo storie che
connettono le persone alla nostra casa sottomarina – The Great
African Seaforest. Il nostro lavoro sta motivando scienziati,
responsabili politici e individui a impegnarsi in modo
significativo per la natura e proteggere i nostri oceani”.
Il mio amico in fondo al
mare ci dà la possibilità di ristabilire un contatto con
la natura e con noi stessi, attraverso i movimenti morbidi e
sinuosi della macchina da presa, i paesaggi subacquei dai colori
mesmerici e abitati da creature meravigliose. Un’atmosfera calma e
serena fa da padrona all’intera visione: un film sospeso in una
bolla atemporale, dove lo spettatore, così come il protagonista,
può rifuggire dal caos della vita abitudinaria. In fondo al mare
potremmo essere capaci di immergerci in sfide all’apparenza
insensate o invincibili, che però ci offrono la possibilità di
ritrovare l’armonia e la serenità perse da tempo. Il messaggio
fondamentale di Il mio amico in fondo al mare è
che ogni essere umano deve necessariamente fare un passo indietro
rispetto alla maestosità della natura, di fronte alla quale l’uomo
capisce di non essere poi così intelligente quanto crede. Ogni
angolo della natura può insegnarci qualcosa e noi, in quanto non
solo ospiti, ma parte integrante del nostro pianeta, dovremmo darle
il rispetto che merita, come il titolo originale “My octopus
teacher”, mette in evidenza.
Giorgio Amato,
regista e sceneggiatore, presenta insieme agli attori
Gianmarco Tognazzi, Alessia Barela, Ira Fronten ed Edoardo
Pesce il suo terzo lungometraggio indipendente,
Il Ministro, una commedia cinica e
disincantata – dal ritmo indiavolato – che si rifà alla tradizione
tipicamente italiana, riaggiornandola e inserendosi di diritto nel
solco di quella new wave che sembra “sommergere” il cinema
italiano di questi ultimi 18 mesi.
Il film uscirà il prossimo 5 Maggio
e sarà distribuito nelle sale italiane da
Europictures, giovane casa di
distribuzione indipendente che ha accettato il rischio con venti
copie che verranno proiettate in tutta Italia, in circuiti
selezionati.
Confessa il regista Amato
alla stampa che l’ispirazione per Il
Ministro è nata da una vera e propria “folgorazione”
sorta dopo l’ascolto di un brano di Fabrizio De
Andrè: la ballata medievale narrava la disperazione di un
marchese il quale, pur di non rinunciare al suo titolo nobiliare,
decise di assecondare un capriccio del Re concedendogli la propria
moglie; da questo spunto di riflessione, Amato giunse presto alla
deduzione che, nonostante i mutati tempi, la situazione non fosse
cambiata poi molto. La corruzione è la cornice nella quale si
insinuano le vicende narrate, e i protagonisti non possono far
altro che restare “supini” nei confronti del potere: in fin dei
conti, nonostante l’indignazione generale, chi di noi non
approfitterebbe dei favori di un amico potente, qualora ne avesse
uno? Un altro spunto gli è “giunto” da alcune esperienze personali,
vissute in prima persona o semplicemente osservate da distanza (di
sicurezza); da queste suggestioni iniziali non è stato poi così
difficile ricavare una sceneggiatura dall’impianto teatrale (dotata
di una ferrea integrità spazio/ temporale aristotelica) realizzata
in soli dieci giorni. Tra i vari modelli di riferimento, il regista
non ha mancato di citare un classico della nostra Commedia
all’italiana: I Mostri di Dino
Risi (al quale poi è seguito I Nuovi
Mostri) e soprattutto quel primo episodio che vedeva
protagonista Ugo Tognazzi alle prese con
“l’educazione sentimentale” del figlioletto. Nel suo progetto
inziale c’era l’intento di delineare il personaggio di Franco Lucci
(il protagonista e motore dell’azione nei cui panni si cala
Tognazzi) come quel bambino ormai cresciuto, divenuto un campione
di (dis)educazione civica.
La prima scelta casting era
ricaduta, appunto, proprio su Tognazzi: ma l’attore, impegnato su
un altro set, aveva dovuto declinare la proposta. “Grazie” ad
alcuni ritardi della produzione – che fecero slittare gli inizi
delle riprese di ben quattro mesi – e gli impegni dell’attore
scelto per rimpiazzare Tognazzi stesso, permisero alla fine di
ri-accoglierlo nella “scuderia” insieme ad Alessia
Barela, subentrata nel frattempo ad un’altra prima scelta.
Edoardo Pesce, invece, racconta di come sia stata
la prima – ed unica – scelta per il personaggio di Michele (cognato
di Franco) anche se al provino per lo stesso ruolo si era
presentato anche Fortunato Cerlino, tra i
protagonisti di Gomorra- La serie, e poi
scelto nei panni del ministro Rolando. Invece il personaggio di
Jun Ichikawa, una ballerina di burlesque che si “improvvisa” escort
per una notte, non era stato pensato inizialmente per un’attrice
orientale: è stata Ira Fronten, qui nei panni
della domestica Esmeralda, a suggerire tale spunto ad Amato. Una
domanda riguarda proprio il debito del regista nei confronti di
questa New Wave che sembra investire il nostro cinema
degli ultimi 18 mesi: ottimi prodotti, diversi tra loro, dalla
qualità alta (già in fase di scrittura). Amato conferma che sì,
come ogni persona anche lui è una “spugna” pronta ad assorbire i
riferimenti che provengono dal mondo esterno; molti stimoli
provenivano dai film con i quali era cresciuto, e la loro volontà è
stata fin da subito quella di tenere in bilico due registri per
l’intero arco del film: passando dal grottesco ad uno più leggero,
gli attori stessi cercavano di arricchire i loro personaggi con
sfumature diverse. Non a caso, Il
Ministro vive e si nutre della forza dei suoi
interpreti, più che della maestria tecnica del regista: per via del
budget bassissimo, Amato era costretto a girare dalle sette alle
nove pagine di sceneggiatura al giorno, per abbattere i costi e
ridurre i tempi, affidandosi in buona parte all’esperienza e alla
maestria degli attori. Molto del girato è stato anche tagliato
nella fase finale di post- produzione, ovviamente sempre per
esigenze tecnico- pratiche. Giorgio Amato è un
regista abituato a girare con budget esigui, come già accaduto con
le sue opere precedenti (Circuito Chiuso, The
Stalker), in un paese come l’Italia dove girare un
film indipendente è difficile e rappresenta una vera sfida:
nonostante il riconoscimento, da parte del Ministero, del film (che
ha investito anche un piccolo contributo), il vero ostacolo è stato
trovare una casa di distribuzione disposta a rischiare, qui dove di
solito non si ha nemmeno una risposta via mail, figuriamoci un
sì.
Un’altra domanda, rivolta ancora ad
Amato, si è concentrata soprattutto sulle qualità di scrittura: la
tensione latente che costeggia ogni inquadratura del film nasce fin
dalla stesura della sceneggiatura, per poi rendere più “semplice”
la sintassi registica; la domanda che si rivolge ogni volta è
“quanto ogni scena è in grado di far salire la tensione?” In base
alla risposta valuta se tenerla o tagliarla. Una certa curiosità
desta il taglio maschilista (nella prima parte) e successivamente
femminista che sembra assumere l’occhio della macchina da presa nel
rappresentare le situazioni vissute dai sei personaggi: in realtà
l’attenzione non è tanto rivolta ad una differenza di
gender, quanto ad un assunto fondamentale, legato alla
visione dell’uomo – da sempre convinto di detenere il potere –
mentre invece è la donna a prendere le decisioni. Molti uomini
potenti – afferma Amato – sono caduti in disgrazia per via delle
donne, che riescono a raggirarli. “L’amore è per pochi
eletti, piuttosto nella società si tratta di una danza intorno al
potere”. È Tognazzi a prendere la parola per ultimo,
riconfermando che in realtà la pellicola non porta in scena un
conflitto tra i sessi, ma un conflitto più amaro e radicato tra sei
pessimi individui. Sei individui interessati solo al potere, ai
vantaggi sociali e al lusso. I personaggi sono dei “nuovi mostri”,
meschini, una carrellata di personaggi disdicevoli sui quali
satireggiare. Secondo la Barela, calarsi nei panni di personaggi
del genere è liberatorio per un attore: nonostante le paure di
essere identificati con tali campioni di meschinità, con il
conseguente rischio che il pubblico possa “incasellarli” di
conseguenza: loro- in quanto gruppo di lavoro – non si sono posti
questi problemi legati alla meschinità dei personaggi che si
apprestavano ad interpretare, venendo quindi scelti a discapito di
attori che si sono posti decisamente più problemi. Edoardo
Pesce confessa, alla fine della conferenza, che il
sentimento che prova nei confronti di Franco, Michele, Rita,
Esmeralda e co. è un senso di tenerezza verso degli esseri umani
che tentano di restare a galla in un sistema cinico ed aggressivo
dove, chi non gioca con le regole giuste, rimane ai margini
ritagliandosi il ruolo della vittima.
Una New Wave
sembra essersi abbattuta sul cinema italiano degli ultimi 18 mesi,
segnati da una nuova volontà di sperimentare e rischiare da parte
degli autori, dei registi, degli attori ma soprattutto delle case
di produzione e distribuzione, che sempre più decidono di correre
dei rischi in prima persona investendo su film indipendenti. Anche
la terza fatica cinematografica di Giorgio Amato
rientra di diritto in questa categoria: Il
Ministro è una commedia low budget che recupera la
tradizione “pura” della commedia italiana, mettendo in scena un
valzer di meschinità grottesche sullo sfondo dell’Italia di oggi,
che non è poi cambiata così tanto rispetto a quella immortalata
negli anni ’60-’70 dai grandi Maestri del nostro cinema
(Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi, Luciano
Salce e molti altri) con la loro buona dose di cinismo e
disincanto.
Ne Il
Ministro la domanda fondamentale che supporta la
vicenda mostrata- dotata di un ferreo impianto teatrale,
caratterizzato dall’integrità aristotelica spazio/temporale– è:
dove siamo disposti ad arrivare pur di ottenere un favore da
qualcuno potente che conosciamo?
Franco (Gianmarco
Tognazzi) sembra pronto a tutto pur di ottenere un appalto
stratosferico per la sua ditta, perfino organizzare una “cenetta” a
casa sua- con la benedizione di sua moglie Rita (Alessia
Barela)- invitando un famoso onorevole
(Fortunato Cerlino) e assecondando ogni suo vizio,
da Bacco al tabacco fino ad arrivare a Venere: per tale motivo
incarica il cognato Michele (Edoardo Pesce) di
occuparsi di tutto, partendo dall’acquisto della cocaina fornita da
un noto strozzino (detto “Er Pitone”) fino a contattare una escort
per la serata. Ma la ragazza ha un incidente, e al suo posto l’uomo
recluta una ballerina di burlesque cinese (Jun
Ichikawa) che si concede il privilegio di tenere sul filo
l’esito della serata, mostrandosi non troppo disponibile a
concedere le sue grazie all’arrogante politico, ed innescando così
un crescendo di situazioni degne di una pochade.
Amato riesce a ri-aggiornare la
commedia in quanto genere, senza tradire la sua abilità nella
scrittura della suspense, qui non al servizio di un
thriller (come nei film precedenti Circuito
Chiuso e The Stalker)
quanto di un frenetico ed indiavolato valzer degli arrivi e delle
partenze, con porte sbattute ed entrate a effetto (come nella
migliore tradizione della commedia ungherese); un film a basso
budget che riconferma le potenzialità dell’impianto teatrale al
cinema, della grammatica della “buona scrittura” al servizio di
piccole storie, che si trasformano repentinamente in
macro-affreschi autoriflessivi della condizione storico-socio
culturale di un paese. Più che la regia, agli occhi degli
spettatori risaltano le interpretazioni degli attori: misurate ed
equilibrate, non scadono mai in mere macchiette ma si trasformano,
progressivamente, nelle casse di risonanza delle molte voci del
popolo italiano (medio).
Una telefonata in piena notte e
Bertrand Saint-Jean, Ministro dei Trasporti, si trova di fronte
un’emergenza cui deve dare immediata soluzione. Un incidente
spaventoso ha coinvolto un pullman carico di studenti, causando
numerose vittime e feriti gravi. Bertrand abbandona così moglie e
oniriche visioni notturne per recarsi sul posto, pronto a tamponare
le conseguenze mediatiche di un evento così tragico.
Si apre così Il Ministro –
L’Esercizio dello Stato (L’exercice de
l’État), film drammatico del francese Pierre
Schoeller, già vincitore del Premio FIPRESCI per la selezione
ufficiale Un Certàin Regard al Festival di Cannes 2011 e di tre César,
rispettivamente Miglior sceneggiatura, suono e attore non
protagonista a Michel Blanc, che interpreta Gilles,
direttore di gabinetto e braccio destro del Ministro Saint-Jean
(Olivier Gourmet).
Schoeller ci trasporta direttamente
all’interno dei palazzi del potere, fra conflitti, pressioni,
compromessi, mostrandoci i retroscena e le contraddizioni
dell’amministrazione. Non è, però, un documentario di burocrazia.
Il vero nocciolo del film è un ritratto profondamente umano,
un’analisi del Ministro e dell’uomo Bertrand, sublimata
dall’oneroso e tormentato conflitto fra ambizione personale e
responsabilità pressanti. La solitudine di un politico che si
assume seriamente le proprie responsabilità, schiacciato
dall’incarico e da ciò che rappresenta di fronte al popolo
francese. Bertrand Saint-Jean è
lontano dall’uomo senza macchia, è umano a tutto tondo, con le
proprie pulsioni e ambizioni, in lotta fra il giusto e ciò che va
fatto. Ruolo mirabilmente impersonato da Olivier Gourmet,
capace di incarnare entrambi i lati del suo personaggio, politico e
privato, di trasmettere l’angoscia delle decisioni, che a volte
dovranno andare contro i principi personali, pur di mantenere un
posto privilegiato. Non da meno la spalla Michel Blanc,
attore poliedrico, qui perfetto in un ruolo formale ma forte,
simbolo di Stato. La pellicola offre allo spettatore una sensazione
straniante, a tratti inquietante, data dalla disabitudine ai
meccanismi della politica e dalle immagini surreali e visionarie
che fanno da intermezzo alla narrazione, allegorie sottili ma dal
significato profondo. Un senso di distacco tra mondo politico e
civile rappresentato al meglio da Sylvain Deblè, nel ruolo
dell’autista neo assunto Martin. Personaggio silenzioso che
osserva, senza esprimere mai un giudizio, un mondo agli antipodi
dalla sua condizione umile da precario. Un silenzio che è arguta
metafora dell’odierna incomprensione e incomunicabilità tra
politica e popolazione civile.
Un film complesso, ben costruito
dalla capacità registica di Schoeller, con un montaggio che
permette di non annoiare lo spettatore. Il merito della riuscita
della pellicola va, però, anche alle stupefacenti interpretazioni
di attori navigati come Olivier Gourmet e Michel
Blanc, affiancati dal sorprendente non professionista
Sylvain Deblè, meritevole di altre occasioni
cinematografiche. Il Ministro – L’esercizio dello
stato, non è un film immediato. Le immagini vanno
osservate con accuratezza, le conversazioni seguite, l’insieme
compreso. Un titolo di qualità, tutt’altro che noioso, da guardare,
però, alla ricerca di qualcosa di più di un semplice svago,
dotandosi dell’attenzione necessaria.