Si intitola Triggering, Girls
4×02, il secondo episodio del l’atteso quarto ciclo di puntate
della serie televisiva di successo trasmessa dal network americano
dell’HBO.
In Girls 4×02 nei suoi
primi giorni come studentessa laureata, Hannah scopre che può
ottenere di più per il suo denaro, in Iowa. Più tardi, nel corso di
una video chat, lei pungola furbescamente Marnie su Adam. Al suo
primo seminario, Hannah avverte i suoi colleghi scrittori del
workshop che il suo pezzo potrebbe innescare alcune intense
emozioni ma non ottenere il feedback che aveva sperato.
Cresce l’attesa per la messa in
onda di Girls 4, il quarto ciclo di
episodi della serie televisiva di successo interpretata e prodotta
da Lena Dunham e oggi l’HBO ha svelato il
nuovo trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=lWEuYfww6k4
Girls4 è una serie
televisiva statunitense in onda sul canale via
cavo HBO dal 15 aprile 2012. La serie è creata,
interpretata e prodotta da Lena Dunham. Tra i produttori
esecutivi figura Judd Apatow. La prima stagione è stata
premiata con ilGolden Globe per la miglior serie commedia o
musicale. La HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione
che verrà trasmessa nel 2015. I diritti per la messa in onda
in Italia sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la
prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda dal 13
febbraio 2013. La serie segue le vicende di quattro amiche,
poco più che ventenni, che stanno cercando di costruirsi una vita
dopo essersi trasferite a New York.
Manca ancora un po’
all’arrivo di Girls 4, l’atteso
quarto ciclo di episodi della serie di successo creata ed
interpretata da Lena Dunham e trasmessa dal network amerinca della
HBO. Ebbene, oggi finalmente il network ha reso
nota la data ufficiale dell’inizio della nuova stagione che partirà
11 Gennaio 2015.
Girls è
una serie televisiva statunitense in onda sul canale
via cavo HBO dal 15 aprile 2012. La serie è creata,
interpretata e prodotta da Lena Dunham. Tra i produttori
esecutivi figura Judd Apatow. La prima stagione è stata
premiata con ilGolden Globe per la miglior serie commedia o
musicale. La HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione
che verrà trasmessa nel 2015. I diritti per la messa in onda
in Italia sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la
prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda dal 13
febbraio 2013.
La serie segue le vicende di
quattro amiche, poco più che ventenni, che stanno cercando di
costruirsi una vita dopo essersi trasferite a New York.
Cresce l’attesa per l’arrivo di
Girls 4, quarto ciclo di episodi dello show di successo
interpretata e prodotta da Lena Dunham e
targato HBO. E oggi per ingannare l’attesa vi sveliamo alcune
anticipazioni sui primi episodi.
In Girls 4, Hannah
avrà molto tempo libero dato che ha perso il suo lavoro,
Elijah avrà l’occasione di coltivare le sue
relazioni sociali, Ray e Marnie
parleranno del da farsi prima dell’incisione e
Shoshanna riuscirà ad ottenere un’intervista che
avrà molto successo
Girls4 è una serie
televisiva statunitense in onda sul canale via
cavo HBO dal 15 aprile 2012. La serie è creata,
interpretata e prodotta da Lena Dunham. Tra i produttori
esecutivi figura Judd Apatow. La prima stagione è stata
premiata con ilGolden Globe per la miglior serie commedia o
musicale. La HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione
che verrà trasmessa nel 2015. I diritti per la messa in onda
in Italia sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la
prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda dal 13
febbraio 2013. La serie segue le vicende di quattro amiche,
poco più che ventenni, che stanno cercando di costruirsi una vita
dopo essersi trasferite a New York.
Si è conclusa con ottimi
risultati la terza stagione e oggi vi segnaliamo alcune
anticipazioni su Girls 4, l’atteso quarto
ciclo di episodi della serie di successo scritta e interpretata da
Lena Dunham. Si tratta di una guest-star, ovvero
l’attoreZachary Quinto prenderà parte ad uno
degli episodi della 4 stagione. A confermarlo è l’HBO
Non è chiaro né il nome, né il
ruolo che avrà Quinto, ma pare che sia un
personaggio che si vedrà per un po’. Nella scena incriminata, la
Dunham sembra stia facendo volontariato. La scena è girata a
Bushwick.
Girls è
una serie televisiva statunitense in onda sul canale
via cavo HBO dal 15 aprile 2012. La serie è creata,
interpretata e prodotta da Lena Dunham. Tra i produttori
esecutivi figura Judd Apatow. La prima stagione è stata
premiata con ilGolden Globe per la miglior serie commedia o
musicale. La HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione
che verrà trasmessa nel 2015. I diritti per la messa in
onda in Italia sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la
prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda dal 13
febbraio 2013.
Si è chiusa con ottimi
risultati la terza stagione e oggi vi segnaliamo alcune
anticipazioni su Girls 4, l’atteso
quarto ciclo di episodi della serie di successo di e con
Lena Dunham.
Il network ha annunciato che l’attrice Natasha
Lyonn sarà la guest star di uno degli episodi della
prossima stagione. Al momento però non sappiamo quale personaggio
interpreterà.
L’attrice è nota per la sua parte
in un altra serie di successo, Orange is The New
Black. Lyonne si aggiunge a una stagione ricca di
guest star: Gillian
Jacobs, Jason
Ritter eZachary Quinto. La quarta stagione
di Girls arriverà sugli schermi
americani il prossimo anno.
Girls è una serie
televisiva statunitense in onda sul canale via
cavo HBO dal 15 aprile 2012. La serie è creata,
interpretata e prodotta da Lena Dunham. Tra i produttori
esecutivi figura Judd Apatow. La prima stagione è stata
premiata con ilGolden Globe per la miglior serie commedia o
musicale. La HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione
che verrà trasmessa nel 2015. I diritti per la messa in
onda in Italia sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la
prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda dal 13
febbraio 2013.
Debutta nella sezione Un
Certain Regard del Festival di Cannes
2018 il regista Lukas Dhont, con il film
Girl. Di origine belga, Dhont porta sul grande
schermo una storia dal forte impatto, per le tematiche o per alcune
sue scene. Nasce così una nuova voce nel cinema europeo su cui si
possono riporre grandi aspettative per il futuro.
Struggente racconto di formazione
Girl narra le vicende di Lara (Victor
Polster), sedicenne determinata a diventare una ballerina. Con il supporto del padre inizia a
frequentare una prestigiosa scuola di danza, ma le frustrazioni e
le impazienze da adolescente rischiano di mettere seriamente a
rischio il suo desiderio. Lara è infatti tormentata da un segreto
non indifferente: lei era nata come ragazzo.
L’adolescenza è un periodo molto
complesso, dove si cerca di formare una propria identità e di
affermarsi nella società che ci circonda. Al regista tuttavia non
interessa più di tanto indagare i conflitti esteriori, quanto
quelli interiori. Ed è così che Girl si focalizza
sulla complessità del vivere con sé stessi, specialmente quando si
è ancora alla ricerca di una propria identità. Sin da subito è
infatti possibile notare come la volontà della protagonista di
cambiare sesso sia generalmente accettata da chi la circonda,
mentre è proprio da sé stessa che nascono i crucci principali.
A complicare la situazione di Lara
si aggiunge la sua volontà di diventare una ballerina, simbolo di
grazia e armonia, a cui lei aspira, ma che tuttavia la fa scontrare
con la dura realtà di un mondo dove si è costantemente sotto
pressione per arrivare a dare il meglio di sé. La competizione non
si genera tanto con le sue compagne quanto con sé stessa,
spingendosi all’estremo, auto-lesionandosi o sopportando il dolore
che crede di meritare.
Muovendosi così su due binari
paralleli ma mai indipendenti l’uno dall’altro, il regista ci offre
una panoramica della vita privata e famigliare e una della vita
pubblica della protagonista. Agli occhi di lei sembrano essere due
mondi nuovi, due mondi da riscoprire perché nuovi sono gli occhi
che li guardano. Lara deve imparare da zero ad ambientarsi con un
nuovo corpo negli ambienti che la circondano. Ma prima di tutto
deve imparare ad ambientarsi al suo nuovo corpo, un corpo che non è
ancora come lei desidera e che sembra tenerla incastrata a metà tra
i due sessi, generando così tormenti che la spingeranno sempre più
verso l’oblio.
Il giovane Victor
Polster è una vera e propria rivelazione, riuscendo, a
partire da una brillante e ben scritta sceneggiatura di Dhont, a
diventare un tutt’uno con il suo personaggio, a farne vivere con
estrema credibilità le speranze e le paure. Aiutato dai suoi tratti
androgini, il giovane attore dà prova di estrema mimesi, tanto da
porre realmente in confusione lo spettatore riguardo la sua
natura.
Girl è un piccolo
gioiello, un film tanto delicato nella narrazione, nel soffermarsi
sulle piccole cose, quanto spietato nel mostrare i dolori e le
azioni a cui i personaggi si spingono. Il regista non ha paura di
mostrare entrambi i valori, a volte regalando carezze ai suoi
spettatori, a volte dando loro veri e propri pugni nello stomaco. È
un film crudo, che non nasconde l’altro lato della medaglia ma allo
stesso tempo non lo estremizza mai. Non ci sono pietismi, non ci
sono intenti retorici, tutto è asciutto per raccontare nel più
semplice dei modi della ricerca di un’identità.
Girl, diretto nel 2020 da Chad
Faust, è un
thriller rurale essenziale e cupo che rilegge in chiave
contemporanea il mito della vendetta familiare. Ambientato in
un’America periferica e impoverita, il film segue una giovane donna
senza nome, interpretata da Bella Thorne, che torna nella sua
cittadina natale con l’intento di uccidere il padre violento.
L’atmosfera è quella di un noir sporco, fatto di silenzi, strade
desolate e un costante senso di minaccia, con una tensione che
cresce scena dopo scena.
Il film affronta
temi come l’eredità della violenza, la manipolazione psicologica e
l’illusione della giustizia personale, ponendo al centro una
protagonista fragile ma determinata. In questo,
Girl si avvicina a opere come Un gelido inverno di Debra
Granik o Blue Ruin di Jeremy
Saulnier, che condividono la stessa ossessione per
l’ambiente rurale degradato e per personaggi intrappolati in
segreti familiari corrosivi. La violenza non è spettacolarizzata: è
un peso morale, un’eredità tossica da comprendere prima ancora che
da combattere.
Il confronto con
altri revenge thriller mostra come Girl scelga una
via più intima, concentrata sulla scoperta personale più che sulla
vendetta in sé. La presenza enigmatica del personaggio interpretato
da Mickey Rourke amplifica il senso di pericolo e di ambiguità
morale, mentre l’indagine della protagonista sulla verità del
proprio passato diventa l’asse tematico centrale. Nel resto
dell’articolo si proporrà una spiegazione dettagliata del finale
del film e del suo significato.
Bella Thorne in Girl
La trama di
Girl
Il film racconta la
storia di una ragazza (Bella
Thorne), che fa ritorno nella sua città natale,
intenzionata a vendicarsi del padre violento. Al suo arrivo, però,
trova il genitore già morto, ucciso da qualcuno il giorno prima. La
ragazza, presa con sé, l’ascia paterna, si mette così alla ricerca
di chi possa aver commesso l’omicidio e mentre è sulle tracce
dell’assassino s’imbatte in un sinistro sceriffo (Mickey
Rourke), tramite il quale scopre un’inquietante
eredità familiare, che la giovane non avrebbe mai immaginato.
La spiegazione del
finale del film
Nel terzo atto di
Girl, la protagonista riesce a fuggire dalla
prigionia impostale dallo sceriffo e da Charmer, rivelatisi gli
assassini di suo padre e parte del gruppo criminale dei Brothers.
Braccata e determinata a trovare la verità, la ragazza affronta
Charmer nella sua casa, dove lo scontro precipita in una violenta
escalation che porta alla morte dell’uomo. La fuga successiva,
inseguita dallo sceriffo, la conduce a rifugiarsi da Betty, che
diventa la chiave per comprendere la natura reale del padre e le
motivazioni che hanno portato al suo omicidio.
Dopo aver appreso
da Betty che lo sceriffo e Charmer sono in realtà suoi zii materni
e che suo padre stava risparmiando denaro per offrirle un futuro
migliore, la ragazza torna nella casa d’infanzia per affrontare
definitivamente il suo persecutore. Lo sceriffo la raggiunge,
deciso a estorcerle il nascondiglio del denaro, ma lo scontro
finale si conclude con la morte dell’uomo per mano della ragazza.
Recuperata la borsa di soldi nascosta sotto un tronco, la ragazza
affronta anche la madre: la verità sul tradimento subito e
sull’omicidio del padre emerge dolorosamente, chiudendo il cerchio
della vicenda.
Mickey Rourke in Girl
Il finale di
Girl ribalta dunque le convinzioni iniziali della
protagonista, mostrando come la vendetta immaginata fosse costruita
su un’immagine distorta del padre e su menzogne alimentate dalla
madre. La morte dei Brothers non è solo una resa dei conti fisica,
ma la distruzione di un sistema familiare corrotto che ha
manipolato per anni la percezione della ragazza. Nel ritrovamento
del denaro, simbolo dell’amore silenzioso del padre, la ragazza
scopre che l’uomo che credeva un mostro aveva, negli ultimi anni,
cercato di riscattarsi e proteggerla, ribaltando il cuore morale
del racconto.
La scelta della
protagonista di non vendicarsi sulla madre, ma di costringerla a
rivelare la verità, rappresenta la transizione dal ciclo della
violenza a un atto di consapevolezza. Il film sottolinea come la
verità, per quanto dolorosa, sia necessaria per spezzare le eredità
tossiche e ricostruire la propria identità. La protagonista
abbandona la città non come vittima, né come carnefice, ma come una
giovane donna che ha finalmente il controllo della propria storia,
liberata dalle manipolazioni che l’hanno definita fino a quel
momento.
Girl suggerisce dunque che la violenza ereditaria
non è un destino irreversibile, ma un ciclo che può essere spezzato
attraverso la conoscenza e il confronto con la verità. La
protagonista comprende che l’odio che la muoveva era costruito e
che la giustizia autentica non consiste nel perpetuare vendette
cieche, bensì nel liberarsi dalle bugie che soffocano la
possibilità di crescere. La sua partenza finale, distribuzione del
denaro compresa, indica un gesto di restituzione e di rinascita: un
futuro possibile, lontano dal dolore che ha definito la sua vita
fino a quel momento.
È stato diffuso il trailer
ufficiale italiano di Girl, il clamoroso
debutto alla regia del ventisettenne belga Lukas
Dhont (premiato con la Caméra d’Or), nonché l’esordio a
dir poco sensazionale del giovanissimo protagonista Victor
Polster, premiato come Miglior attore al Certain
Regard di Cannes 2018.
Girl uscirà in Italia con Teodora
il 27 settembre 2018 e si candida a diventare uno dei casi
cinematografici della stagione.
“Il desiderio di raccontare la
storia di un personaggio simile – racconta il regista –
capace di sfidare una società in cui genere e sesso sono ancora
inevitabilmente connessi, era enorme. È così che è iniziato
Girl, dal bisogno di dire qualcosa su come percepiamo il genere,
sulla femminilità e la mascolinità. Ma soprattutto sulla lotta
interiore di una giovane eroina che mette a rischio il proprio
corpo per diventare la persona che vuole essere”.
Protagonista del film è Lara,
adolescente con la passione della danza classica: insieme al padre
e al fratellino si è trasferita in un’altra città per frequentare
una prestigiosa scuola di balletto, a cui dedica tutta se stessa.
Ma la sfida più grande è riuscire a fare i conti con il proprio
corpo, perché Lara è nata ragazzo… Ispirato a una storia vera, il
film segna due debutti-rivelazione: quello del ventisettenne
regista Lukas Dhont e quello, non meno sorprendente, del
giovanissimo protagonista Victor Polster.
Ispirato ad una storia vera, Girl –
spiega il regista – nasce dal “desiderio di raccontare la storia di
un personaggio giovanissimo, capace di sfidare una società in cui
genere e sesso sono ancora inevitabilmente connessi, e dal bisogno
di dire qualcosa su come percepiamo il genere, sulla femminilità e
la mascolinità. Ma soprattutto sulla lotta interiore di una giovane
eroina che mette a rischio il proprio corpo per diventare la
persona che vuole essere. Qualcuno che sceglie di essere se stesso
all’età di 15 anni, quando a molte persone occorre una vita
intera”.
Salutato come una rivelazione
all’ultimo Festival di Cannes, dove ha conquistato
ben 4 premi da 4 diverse giurie (Caméra d’or come migliore opera
prima, Premio alla migliore interpretazione della sezione Un
Certain Regard, Premio Fipresci e Queer Palm),
GIRL uscirà nelle sale italiane il 27 settembre,
distribuito da Teodora, e si candida a diventare uno dei casi
cinematografici della stagione.
Protagonista del film è Lara,
adolescente con la passione della danza classica: insieme al padre
e al fratellino si è trasferita in un’altra città per frequentare
una prestigiosa scuola di balletto, a cui dedica tutta se stessa.
Ma la sfida più grande è riuscire a fare i conti con il proprio
corpo, perché Lara è nata ragazzo… Ispirato a una storia vera, il
film segna due debutti-rivelazione: quello del ventisettenne
regista Lukas Dhont e quello, non meno sorprendente, del
giovanissimo protagonista Victor Polster.
Ispirato ad una storia vera, Girl –
spiega il regista – nasce dal “desiderio di raccontare la storia di
un personaggio giovanissimo, capace di sfidare una società in cui
genere e sesso sono ancora inevitabilmente connessi, e dal bisogno
di dire qualcosa su come percepiamo il genere, sulla femminilità e
la mascolinità. Ma soprattutto sulla lotta interiore di una giovane
eroina che mette a rischio il proprio corpo per diventare la
persona che vuole essere. Qualcuno che sceglie di essere se stesso
all’età di 15 anni, quando a molte persone occorre una vita
intera”.
Dopo oltre
tre anni da quando è stato annunciato inizialmente,
l’adattamento televisivo di Girl With the Dragon
Tattoo è finalmente entrato ufficialmente nella
fase di sviluppo presso Amazon MGM
Studios. Come apprendiamo da
VarietyVeena Sud (The
Killing) è stata ingaggiata per il ruolo di
showrunner.
Secondo quanto riferito, il
riavvio televisivo del franchise, basato sugli omonimi romanzi
thriller psicologici più venduti di Stieg Larsson
, era in lavorazione nel 2020, sebbene nessuno showrunner fosse
incaricato di dirigere il progetto.Un romanzo meglio
conosciuto come la “Trilogia Millennium”, Larsson ha pubblicato il
primo capitolo nel 2005 e da allora ha generato due sequel, come
The Girl Who Played with Fire e The Girl Who Kicked
the Hornets’ Nest.
I diversi adattamenti de Girl
With the Dragon Tattoo
Larsson, morto nel 2004, è
diventato uno degli autori più venduti dopo che i suoi libri sono
stati tradotti in inglese, ispirando una serie di adattamenti
cinematografici e televisivi con protagonista Lisbeth
Salander, il personaggio leaser di Girl With
the Dragon Tattoo.
Nel 2009 è uscito il film
svedese-danese Girl With the Dragon Tattoo, con
Noomi
Rapacee
Michael Nyqvist (Mission:
Impossible – Ghost Protocol). Sono seguiti due sequel,
entrambi pubblicati nello stesso anno, tra cui The Girl Who
Played with Fire e The Girl Who Kicked the Hornets’
Nest.La serie del 2010, intitolata Millennium,
con Rapace e Nyqvist, è stata la versione ampliata della trilogia
cinematografica del 2009.
Nel 2011 è stata la volta del
remake inglese della versione originale Girl With the Dragon Tattoo, diretto da
David Fincher che è diventato un successo di
critica e commerciale, incontrando così bene il pubblico da
riuscire a ottenere numerosi riconoscimenti. E’ stato da
interpretatoRooney Mara e Daniel
Craig. Sfortunatamente, il film del 2018
diretto da Fede Álvarez, Millennium – Quello che non uccide,
non è riuscito a essere all’altezza del primo film ed è stato
addirittura considerato il peggior film della serie.La trama del prossimo riavvio televisivo rimane nascosta, ma
Variety ha riferito che sarà una
storia a sé stante su Lisbeth
Salander .
Ecco il poster di Girl
With All the Gifts, l’atipico zombie movie diretto da
Colm McCarthy (Peaky Blinders) con protagonista
Gemma Arterton, Sennia Nanua, Glenn
Close e Paddy Considine.
Ecco di seguito il manifesto:
La storia del film è ambientata in
un futuro in cui l’umanità è stata decimata da una specie di fungo
che trasforma le persone in creature assetate di carne umana.
Solo un piccolo gruppo di bambini pare essere immune agli effetti
di questo fungo e, pertanto, viene studiato e sottoposto a
esperimenti all’interno di una base militare situata nella campagna
inglese.
Con
Girl Taken,
il crime drama britannico di Paramount+ sceglie un racconto asciutto e
doloroso, concentrato più sulle conseguenze psicologiche del trauma che sull’azione
investigativa in sé. Il finale della serie non punta allo shock o
al colpo di scena sensazionalistico, ma a una chiusura amara e
profondamente coerente con il percorso dei personaggi, soprattutto
della protagonista.
Più
che rispondere a tutte le domande, Girl Taken sceglie di interrogare lo spettatore su
identità, colpa e
sopravvivenza, mostrando come la verità non coincida
sempre con la liberazione.
Cosa succede davvero nel finale di Girl Taken
Nel finale, la verità sul rapimento viene finalmente ricostruita,
ma non nel modo catartico che ci si potrebbe aspettare. I
responsabili emergono, così come le dinamiche che hanno permesso al
crimine di consumarsi, ma il racconto si concentra soprattutto su
ciò che resta
dopo: un vuoto difficile da colmare, fatto di identità
spezzate e relazioni irrimediabilmente compromesse.
La protagonista si trova di fronte a una scelta fondamentale:
accettare una verità che
fa male oppure continuare a vivere all’interno di una
narrazione protettiva, costruita per sopravvivere. Il finale
suggerisce che nessuna delle due strade sia davvero risolutiva.
Conoscere tutto non restituisce ciò che è stato perso, ma ignorare
il passato significa restarne comunque prigionieri.
Il significato del finale: la sopravvivenza non è una vittoria
Il cuore tematico di Girl
Taken sta proprio qui: sopravvivere non equivale a vincere. Il trauma non
si chiude con l’identificazione di un colpevole, né con una
confessione finale. Al contrario, continua a vivere nei silenzi,
nei gesti trattenuti e nelle difficoltà di riconoscersi in una vita
che non è più quella di prima.
Il finale mostra come la protagonista non possa tornare a essere
ciò che era, ma nemmeno riesca a definirsi completamente attraverso
ciò che ha subito. È una condizione sospesa, che la serie sceglie
di rispettare senza forzare una redenzione artificiale.
Una chiusura coerente con il tono della serie
Dal punto di vista narrativo, Girl Taken resta fedele al proprio impianto realistico.
Non c’è giustizia spettacolare, né una punizione che riequilibra il
mondo. C’è invece la
presa di coscienza che alcune ferite restano aperte, e che
il massimo atto di coraggio possibile è imparare a convivere con
esse.
Questa scelta rende il finale più disturbante di molti epiloghi
violenti: perché rifiuta la consolazione e costringe lo spettatore
a restare dentro il disagio. È un approccio che avvicina la serie a
un racconto di trauma più che a un classico giallo televisivo.
Cosa ci dice davvero il finale di Girl Taken
Il messaggio ultimo della serie è chiaro e scomodo:
la verità è necessaria,
ma non basta. Rivelare cosa è accaduto non cancella il
dolore, né restituisce un’identità integra a chi l’ha perduta. Il
finale di Girl Taken non
parla di chiudere un capitolo, ma di imparare a vivere con ciò che
resta.
È
una conclusione sobria, rispettosa e profondamente umana, che
conferma la volontà della serie di raccontare il crimine non come
intrattenimento, ma come esperienza che lascia segni permanenti. Proprio per
questo, il suo epilogo continua a risuonare anche dopo i titoli di
coda.
Tratto dal romanzo di Jennifer
Mathieu e diretto da Amy Poehler Girl power – La rivoluzione comincia a scuola
racconta di Vivian (Hadley Robinson) è una sedicenne all’apparenza
timida che preferisce rigare dritto e passare inosservata. Ma
quando l’arrivo di una nuova studentessa (Alycia Pascual-Peña) la
obbliga a esaminare il comportamento fuori controllo dei suoi
compagni di classe che imperversa a scuola, si rende conto di
averne avuto abbastanza. Prendendo ispirazione dal passato ribelle
della madre (Amy Poehler), Vivian pubblica anonimamente Moxie, una
fanzine clandestina che denuncia i pregiudizi e i torti subiti al
liceo dando vita inaspettatamente a un vero e proprio movimento.
Trovandosi ormai al centro di questa rivoluzione, la ragazza
instaura nuove amicizie con altre giovani donne e alleate superando
le rivalità tra combriccole e club e affrontando insieme le
difficoltà dell’adolescenza.
In esclusiva solo
su Disney Channel arriva la
serie Girl Meets World, sequel
del fortunatissimo “Crescere, che fatica!” che negli anni ’90 ha
fatto appassionare un’intera generazione di teen. Cory Matthews e
Topanga Lawrence, che avevano incollato allo schermo i
telespettatori con le loro avventure, ci introducono la loro figlia
Riley, protagonista di Girl Meets
World. L’appuntamento per tutte le
famiglie è da domenica 9 novembre alle
19:50!
Divertente e coinvolgente, la
serie Girl Meets World, sequel di
“Crescere, che fatica!”, è ambientata a New York. La sit com
racconta le avventure dell’adolescente Riley, figlia di Cory e
Topanga Matthews, protagonisti della serie tv del ‘93 ora
cresciuti, e della sua migliore amica Maya Hart. Le due amiche per
la pelle, appena iscritte alle scuole medie, sognano di trascorrere
un anno scolastico spensierato ma dovranno fare i conti con il papà
di Riley che è il loro nuovo insegnante di storia e la mamma che
invece gestisce il doposcuola dei ragazzi.
I 21 episodi
di Girls Meets World diretti da
Michel Jacobs, stesso regista dello storico successo, incolleranno
allo schermo tutta la famiglia per rivivere le avventure
adolescenziali e ridere insieme delle peripezie dei
protagonisti ogni domenica, a partire dal 9
novembre, alle ore 19:50 su Disney Channel (canale della
piattaforma Sky e Mediaset Premium)
Negli ultimi decenni, la Corea del Sud si è
affermata a livello internazionale grazie a film horror
raffinati e inquietanti come A Tale of Two Sisters, The Wailing e Whispering Corridors. Tuttavia, l’elemento horror non ha
avuto lo stesso peso nel successo globale dei K-drama. Anche se serie come il survival
zombie All of Us Are Dead o
il drama mostruoso Sweet Home hanno ottenuto grande
popolarità, mancava ancora un K-drama a tema
occulto capace di imporsi davvero su scala
mondiale. Girigo, colma questa mancanza.
Con il suo originale
intreccio di teen drama, horror tecnologico e mistero
soprannaturale, Girigo propone infatti la
rivisitazione di un’antica leggenda di fantasmi,
unendo in modo efficace il folklore coreano e le paure
contemporanee legate alla tecnologia, tenendo lo spettatore
costantemente in bilico fino alla conclusione.
Come funziona la maledizione di Girigo?
Girigo è un
K-drama composto da otto episodi che segue le
vicende di un gruppo di amici di scuola coinvolti con una
misteriosa e pericolosa app. L’app, chiamata
Girigo, ha la capacità di realizzare i desideri. Per utilizzarla è
sufficiente registrare un video in cui si esprime il proprio
desiderio, rendendo visibili nome e data di nascita: una volta
inviato, il desiderio si avvera. Ma, come accade spesso in questo
genere di storie, ogni desiderio ha un prezzo
altissimo: la vita stessa di chi lo formula. Dopo
l’esaudimento, si attiva un conto alla rovescia di 24 ore sull’app.
Quando il tempo scade, la persona che ha espresso il desiderio
muore.
Quando il pagliaccio della classe
Hyeon-wook (Lee Hyo-je) usa l’app per desiderare
un voto perfetto nel prossimo compito di matematica, non è
consapevole del prezzo da pagare. Dopo aver ottenuto il massimo dei
voti, racconta felice l’accaduto agli amici Se-ah (Jeon
So-young), Geon-woo (Baek Sun-ho), Na-ri
(Kang Mi-na) e Ha-joon (Hyun
Woo-seok), inviando loro il link a quella che crede essere
una fortuna. Nessuno prende l’app sul serio, finché Hyeon-wook non
si taglia la gola davanti alla classe, apparentemente spinto da una
forza invisibile.
Nel corso della serie, gli amici
sopravvissuti scoprono sempre di più le regole della
maledizione, tra cui il fatto che il conto alla rovescia
di chi ha espresso un desiderio si interrompe quando qualcun altro
ne fa uno. In questo modo, Girigo segue una sorta di logica da
catena di sant’Antonio: è possibile evitare le
conseguenze negative della maledizione convincendo un’altra persona
a esprimere un desiderio. Inoltre, solo chi ha fatto un desiderio
può vedere i fantasmi che alimentano la maledizione. Per questo
motivo, i personaggi diventano vulnerabili a inganni, come messaggi
e telefonate progettati per far credere loro che i propri cari
stiano parlando alle loro spalle.
Al momento della morte di
Hyeon-wook, altri due membri del gruppo hanno già utilizzato l’app
per esprimere un desiderio. Geon-woo, che ha da poco iniziato una
relazione con Se-ah, desidera che l’allenamento di atletica del
fine settimana di Se-ah venga annullato, così da permetterle di
partecipare alla festa di compleanno di Hyeon-wook. Nel frattempo,
Na-ri, senza che gli altri amici lo sappiano, esprime da ubriaca il
desiderio che Hyeon-wook e un conoscente più grande, Dong-jae,
muoiano, entrambi mentre la stanno infastidendo. Il conto alla
rovescia di Na-ri si ferma quando Geon-woo fa il suo desiderio.
In seguito, quando Geon-woo si
ritrova a un passo da una morte quasi certa, Se-ah decide di
salvarlo esprimendo un desiderio, attivando così il proprio conto
alla rovescia. Con il tempo che si riduce rapidamente, Se-ah parte
insieme a Ha-joon per incontrare la sorella maggiore di lui, Ha-sal
(Jeon So-nee), una sciamana molto
potente. Ha-sal vive in una zona rurale con il suo
compagno, Bang Ui (Roh Jae-won), anch’egli
sciamano.
Cos’è lo sciamanesimo
coreano?
Girigo attinge gran parte del suo immaginario
culturale dallo sciamanesimo coreano, noto anche
come mu-sok, una tradizione religiosa originaria
della penisola coreana. Secondo questa visione del mondo,
gli spiriti degli antenati influenzano la vita quotidiana
delle persone, portando loro fortuna o sventura. Gli
sciamani coreani, detti mu-dang, fanno da intermediari tra il
mondo spirituale e quello dei vivi, utilizzando le proprie capacità
per assistere i clienti in vari ambiti: guarigione, protezione,
soluzione di problemi specifici o, più in generale, per attrarre la
buona sorte ed evitare la sfortuna. La maggior parte degli
sciamani in Corea è composta da donne. È abbastanza
comune, nel paese, rivolgersi a uno sciamano anche se si appartiene
a una religione organizzata o non ci si considera particolarmente
religiosi.
Gli sciamani sono da sempre
presenti nella cultura coreana, ma nella società contemporanea
hanno spesso dovuto affrontare pregiudizi e una certa
stigmatizzazione. Negli ultimi anni, però, stanno vivendo
una nuova attenzione nella cultura pop, che li sta reinterpretando
in chiave moderna e più positiva. Sono infatti comparsi diversi
programmi reality dedicati agli sciamani coreani,
tra cui Battle of the
Fates del 2026 su Disney+. Nel 2024, anche il film horror
Exhuma, che racconta la
storia di un gruppo di sciamani impegnati a contenere uno spirito
violento e vendicativo, ha ottenuto un grande successo sia in Corea
che all’estero. In modo simile,
Girigo rappresenta lo sciamanesimo
avvicinandosi a questa tendenza, ritraendo gli sciamani come figure
quasi guerriere, dotate di grande potere e pronte al
sacrificio.
Chi sono Kim Si-won e Do
Hye-rung?
L’app
Girigo nasce da un tragico evento avvenuto
nella scuola dei protagonisti alcuni anni prima del loro arrivo.
Una studentessa, Kim Si-won, era la figlia di una
sciamana del posto. Provando imbarazzo per il lavoro della madre e
ritenendola responsabile della morte del padre, Si-won preferisce
dormire in un magazzino abbandonato invece che a casa. L’unica
persona a scuola a conoscere la verità sulla madre di Si-won era la
sua migliore amica Do Hye-rung (Kim Si-ah).
Si-won possedeva anche un talento
eccezionale nel campo della tecnologia e decise così di partecipare
a una sfida di programmazione di app insieme ad alcuni dei ragazzi
più popolari della scuola, tra cui Gi-tae, di cui Hye-rung era
innamorata. Quando uno dei membri del gruppo propose di sviluppare
un’app per esaudire desideri basata sullo sciamanesimo, Si-won
accettò senza opporsi, spinta dal bisogno di evitare qualsiasi
discorso che potesse portare alla luce il suo legame con la madre,
che lei stessa definiva una “ciarlatana”.
Nel frattempo, la buona e ingenua
Hye-rung era tra le poche persone ancora in contatto con la madre
di Si-won, che nel frattempo aveva sviluppato una dipendenza
dall’alcol. Quando Si-won venne a saperlo, reagì con rabbia. Così
mise in circolazione la sua app, diffondendo a tutta la scuola un
video in cui Hye-rung esprimeva il desiderio che Gi-tae si
innamorasse di lei. Quando Gi-tae lo scoprì, su richiesta di
Si-won, umiliò e aggredì fisicamente Hye-rung davanti agli altri
studenti.
Umiliata,
Hye-rung usò l’app per augurare la morte a Si-won e Gi-tae
prima di suicidarsi. Il desiderio si avverò. Ma prima di
morire, Si-won espresse a sua volta un desiderio intriso di
sangue, conferendo un terribile e perenne potere all’app
Girigo. È lo spirito di Si-won a guidare la malvagità
dell’app, sebbene anche Hye-rung sia intrappolata dal
potere della maledizione.
Spiegazione
del finale di Girigo
Cortesia di Netflix
Nell’ultimo episodio di
Girigo, Se-ah e Ha-sal si addentrano nel
mondo degli spiriti per cercare di spezzare
definitivamente la maledizione. Mentre Ha-sal trattiene lo spirito
di Si-won, Se-ah si mette alla ricerca del telefono della ragazza.
Secondo Ha-sal, infatti, solo distruggendo quel dispositivo è
possibile porre fine alla maledizione. Tuttavia, la missione di
Se-ah viene complicata dall’intervento di Na-ri.
In uno dei momenti più tragici
della serie, Na-ri si schiera contro i suoi amici.
Consumata dal senso di colpa per la morte di Hyeon-wook e
manipolata da Si-won, che la convince di essere stata abbandonata,
finisce per diventare una delle antagoniste. Anche se in parte è
influenzata dallo spirito di Si-won, Na-ri sceglie consapevolmente
di attaccare Se-ah. Nel mondo degli spiriti, le due si affrontano e
Se-ah è costretta a ucciderla per difendersi.
Dopo lo scontro, Se-ah riesce finalmente a trovare il telefono di
Si-won e lo distrugge utilizzando una delle frecce di Ha-sal.
La maledizione si spezza e Si-won e Hye-rung
sembrano finalmente poter trovare pace.
Pur non essendo un finale
lieto, a causa della morte di Hyeon-wook e Na-ri, la storia si
chiude con Se-ah, Geon-woo e Ha-joon ancora vivi. Anche Bang Ui,
gravemente ferito mentre cercava di proteggere i ragazzi dagli
spiriti vendicativi, sopravvive. Lui e Ha-sal ospitano i ragazzi
per una cena e una cerimonia in memoria di Hyeon-wook, per
accompagnarlo serenamente nel passaggio all’aldilà.
Girigo, ci sarà una Stagione 2?
Il finale di
Girigo lascia aperta la possibilità
di un seguito, che potrebbe proseguire la storia con gli
stessi personaggi oppure introdurne di nuovi. Nell’epilogo, l’amico
su Discord di Hyeon-wook, colui che per primo gli aveva parlato
dell’app Girigo, si
mette alla ricerca del telefono abbandonato di Na-ri all’interno
della scuola. A guidarlo è un contatto misterioso su Discord, che
sembra conoscere anche il codice di sblocco del dispositivo. Quando
riesce ad accedere al telefono, scopre che l’app è ancora
presente, suggerendo che potrebbe essere riattivata.
Non è chiaro chi si nasconda dietro
quel messaggio su Discord, ma è possibile che sia lo
spirito di Na-ri. Non solo potrebbe sapere dove si trova
il suo telefono e quale sia il codice, ma avrebbe anche un forte
motivo per agire, sentendosi tradita dai suoi amici. Sappiamo
infatti che la maledizione di Girigo non può esistere senza un desiderio
“macchiato di sangue” al suo centro: è possibile che Na-ri abbia
dato vita a una nuova versione della maledizione prima di
morire?
Girigo (If Wishes Could Kill), la serie
sudcoreana YA horror di Netflix, parte da un’idea estremamente
potente: un’app capace di realizzare desideri… ma a un costo
mortale. Un concept che si inserisce perfettamente nella tradizione
delle narrazioni teen oscure, tra desiderio, conseguenze e
identità. Eppure, nonostante le premesse, l’esordio della serie non
ha generato l’impatto che Netflix probabilmente si aspettava.
Ed
è proprio questo il punto da cui partire per capire il futuro dello
show. Perché la domanda che molti spettatori si stanno facendo –
Girigo avrà una stagione
2? – non dipende solo dal
finale della prima stagione, ma soprattutto da come la serie si
è posizionata nei suoi primi giorni di uscita.
Girigo – stagione
2 non è ancora confermata: i dati di ascolto mettono a rischio il
rinnovo
Al momento, Netflix non ha ancora annunciato ufficialmente una
seconda stagione di Girigo. Ma più che l’assenza di comunicazioni, è il
dato di partenza a raccontare la situazione reale: la serie ha
debuttato con circa 16,9 milioni di ore visualizzate nella prima
settimana, equivalenti a circa 2,8 milioni di visualizzazioni.
Numeri che, per una produzione internazionale Netflix con ambizioni
globali, risultano piuttosto modesti. Non si tratta di un
fallimento netto, ma nemmeno di un debutto capace di garantire
automaticamente un rinnovo. Ed è qui che entra in gioco la logica
della piattaforma: Netflix valuta soprattutto la capacità di una
serie di mantenere o aumentare il proprio pubblico nelle settimane
successive.
Se Girigo non riuscirà a
crescere in termini di visualizzazioni o a generare un forte
passaparola, le probabilità di una seconda stagione potrebbero
ridursi sensibilmente. In questo senso, il destino della serie è
ancora completamente aperto, ma appeso a un equilibrio molto
fragile.
Il significato
della storia: desideri, conseguenze e il lato oscuro della crescita
adolescenziale
Cortesia di Netflix
Al di là dei numeri, Girigo costruisce un impianto narrativo che si
inserisce perfettamente nel filone delle storie in cui il desiderio
diventa una trappola. L’app che permette agli studenti di
realizzare i propri sogni non è solo un espediente horror, ma una
metafora diretta della fase adolescenziale, in cui ogni scelta
sembra avere un peso assoluto e irreversibile.
Il vero cuore della serie sta proprio qui: i protagonisti non sono
vittime passive, ma partecipano attivamente al meccanismo che li
distrugge. Ogni desiderio espresso è, allo stesso tempo, un atto di
autodeterminazione e di autodistruzione. È questa ambiguità a
rendere il racconto interessante, perché sposta il focus dal “cosa
succede” al “perché succede”.
In questo senso, Girigo
dialoga con altre opere del genere teen horror contemporaneo, ma lo
fa con una sensibilità più emotiva, meno spettacolare e più legata
alla fragilità dei personaggi. Tuttavia, proprio questa scelta più
introspettiva potrebbe aver limitato il suo impatto immediato sul
pubblico, rendendola meno “virale” rispetto ad altri titoli
simili.
Cosa potrebbe
raccontare Girigo 2: tra espansione del mistero e nuove regole del
gioco
Cortesia di Netflix
Se dovesse essere rinnovata, la seconda stagione di Girigo avrebbe una direzione narrativa
abbastanza chiara: espandere il funzionamento dell’app e
approfondire le sue origini. Il vero mistero, infatti, non è tanto
legato ai singoli desideri, quanto al sistema che li governa.
Una possibile evoluzione potrebbe portare la serie a esplorare:
chi
ha creato l’app
se
esistono altri gruppi coinvolti
quali sono le vere regole del “patto”
Allo stesso tempo, i personaggi sopravvissuti potrebbero affrontare
le conseguenze delle loro scelte, spostando il racconto da una
dinamica di scoperta a una di responsabilità. Questo passaggio
sarebbe fondamentale per dare alla serie una maggiore profondità e,
soprattutto, una direzione più definita.
Il rischio, però, è evidente: senza un forte rilancio narrativo,
Girigo potrebbe restare
intrappolata nel suo stesso concept, senza riuscire a evolversi
davvero.
Girigo tra K-drama
e horror teen: perché la serie ha bisogno di una seconda stagione
per funzionare davvero
Uno degli elementi più interessanti di Girigo è il suo posizionamento a metà tra
K-drama e horror teen globale. Da un lato, mantiene una forte
attenzione ai personaggi e alle relazioni; dall’altro, utilizza un
meccanismo narrativo tipico delle produzioni occidentali più “high
concept”.
Questa doppia identità è al tempo stesso una forza e una debolezza.
Da un lato, permette alla serie di distinguersi; dall’altro,
rischia di renderla meno immediata per un pubblico abituato a
dinamiche più chiare e riconoscibili.
È
proprio per questo che una seconda stagione sarebbe fondamentale.
Non solo per proseguire la storia, ma per consolidare l’identità
della serie e darle una direzione più precisa. Senza un seguito,
Girigo rischia di
restare un esperimento interessante ma incompiuto.
Ecco il trailer di
Girasoli, l’opera prima di Catrinel
Marlon che, dopo essere stato presentato Fuori Concorso al
41.mo Festival di Torino esce al cinema il prossimo 23 maggio
distribuito da Masi Film. Nel cast del film Gaia Girace (L’amica
Geniale,
The Good Mothers) al suo esordio in un lungometraggio,
Mariarosaria Mingione, Monica
Guerritore, Pietro Ragusa.
Il film, ispirato a
una storia vera, racconta dei “bimbi sperduti” che
abitavano i manicomi fino agli anni ’70 in Italia, cercando di
restare bambini il più a lungo possibile in un luogo senza gioia,
per non venire trasferiti nei reparti degli adulti. Attraverso una
storia d’amore e di solidarietà femminile, i tre personaggi
principali Lucia (una giovane
paziente), Anna(un’infermiera alle prime
armi) e la dottoressa Marie (pioniera
delle successive teorie di Basaglia) mostrano un periodo storico di
cambiamento della disciplina psichiatrica. Un film corale, in cui
l’immaginazione dei ragazzi dimenticati è centrale.
Giraffada
è un piccolo gioiello, un film poetico con tratti surreali che
prova a raccontare una realtà crudele e spietata come quella del
conflitto arabo- palestinese attraverso gli occhi di un bambino,
come se si trattasse di una favola surreale.
La storia ruota intorno a Yacine, un
veterinario dello zoo di Qalqilya (Palestina) che vive solo con il
figlioletto Ziad al confine con la West bank, la zona sorta vicino
al muro di separazione dai coloni israeliani. Nello zoo, oltre ad
una ricca varietà umana, c’è una fauna variegata dove svettano le
due bellissime giraffe Rita e Brownie, la passione del piccolo
Ziad. Ma una notte, durante un raid aereo, Brownie- spaventato
dalle esplosioni- muore sbattendo la testa. La giraffa Rita smette
di mangiare e comincia a lasciarsi morire, pur essendo incinta:
l’unica soluzione per salvarla è rubare una giraffa maschio,
trovandole così un nuovo compagno. Insieme alla giornalista
francese Laura, reporter in cerca della verità nei territori
devastati dalla guerra, Yacine e Ziad si mettono in viaggio, per
portare a termine la loro pericolosa- e folle- missione.
Peripezie surreali e
fiabesche per salvare una giraffa, due vite, un mondo animale così
delicato e fragile sono le vicende che vedono però, sullo sfondo,
il dramma della guerra, la devastazione che attraversa un
territorio conteso e vessato da tempo immemore.
La “favola” animalista diventa una
metafora più profonda per raccontare in generale l’umanità: in
fondo i sentimenti che proviamo, empaticamente, per queste due
giraffe e per la loro sorte, non possono non ricordarci che anche
noi- dietro le sovrastrutture secolari che ci regolano e che
determinano le nostre diverse società- siamo, in fondo, degli
animali. Anche noi soffriamo e spesso per le stesse ragioni: il
dramma di Rita e del suo piccolo, destinato a nascere e crescere
senza padre, non ricorda in fondo il dramma del piccolo Ziad,
cresciuto con l’amore immenso del padre ma senza l’affetto di una
madre, morta prematuramente?
Il regista francese (ma palestinese
di nascita) Rani Massalha confeziona un bel film
per tutti dal tocco delicato e leggero, senza perdersi nelle
assurde lotte tra fazioni politiche e ideologie diverse, bensì
mettendo in risalto una storia universale che, a partire da un
piccolo spunto, prova a raccontare una dimensione universale che
coinvolge tutti gli essere umani e le logiche del sentimento che ci
legano l’uno all’altro: un padre ad un figlio, un uomo ad una
donna, gli amici e tutti gli esseri umani in generale, pronti ad
aiutarsi nelle situazioni di pericolo e pronti a sacrificare tutto
quello che hanno (come accade a Laura o a Yohav) in nome di un
ideale più alto, in nome della libertà stessa, per permettere ad
ognuno di vivere liberamente- e con coraggio- la propria esistenza,
anche a costo di rischiare tutto e di mettersi in gioco fino in
fondo.
Guarda la nostra intervista a
Gipi, fumettista pisano regista del
film Il ragazzo più felice del mondo,
presentato a Venezia 75, nella sezione
Sconfini.
[brid video=”383708″ player=”15690″ title=”Gipi intervista al
regista di Il ragazzo pi felice del mondo”]
È una storia vera. C’è una persona
che da più di vent’anni manda lettere a tutti gli autori di fumetti
italiani spacciandosi per un ragazzino di quindici anni. Nelle
lettere chiede sempre “uno schizzetto” in regalo. C’è un fumettista
italiano, Gipi, che inizia a indagare su questa persona. Vuole
girare un documentario, trovare questa persona, intervistare gli
altri autori che hanno ricevuto la lettera. Per realizzarlo,
recluta degli amici. Sono solo degli amici.
Venezia 75: Il ragazzo più felice del mondo, recensione del film di
Gipi
Completamente incompetenti. Ma c’è
una storia da raccontare e, per Gipi, raccontare storie è la cosa
più importante che c’è. Ma questa è anche una storia non scritta,
che si adatta alle scoperte del momento. Ma le cose non vanno mai
come vorremmo. E durante la lavorazione del documentario tutto si
trasforma, sfugge, scappa di mano. Ed è così che Gipi si troverà a
dover riflettere sul senso stesso del “raccontare storie” e sulle
scelte morali che stanno a monte di questo desiderio. Cercando “il
ragazzo più felice del mondo”, in una ricerca maldestra e dai
contorni comici e deliranti, Gipi troverà tutt’altro, e lo stesso
documentario, alla fine, si trasformerà in un film.
Venerdi 14 dicembre è la penultima
giornata della XXIII edizione di Linea d’Ombra, il
festival diretto da Luigi Marmo in programma a
Salerno fino a sabato 15 dicembre.
Ospite per la sezione “Incontri” Gian Alfonso Pacinotti,
in arte Gipi. Prima dell’incontro l’autore introdurrà al
Cinema Fatima il suo film: Il ragazzo più felice del
mondo. La priezione del film avverra presso
il Cinema Fatima alle ore 19:00 ad ingresso libero. L’incontro con
l’artista si terrà presso la Sala Pasolini alle ore 21:30, sempre
ad ingresso libero fino ad esaurimenti posti.
Storie a fumetti, acquerelli,
illustrazioni, ma anche racconti e attività di regista, frutto di
una creatività senza confini. Val la pena ripercorrere dal vivo gli
orizzonti di un narratore che ha fatto del racconto una forma
d’arte intima e sorprendente. Il fumettista, illustratore e regista
pisano Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, prima
introduce al pubblico del Festival il suo ultimo film Il
ragazzo più felice del mondo e poi si racconta, dialogando
con Boris Sollazzo per parlarci dei suoi “eroi”.
Nasce come fumettista ad olio e ad
acquerello e si caratterizza fin da subito grazie al suo realismo
di cronaca, vincendo già nel 2006 premi all’avanguardia come il
Premio Goscinny e il Premio al Miglior Album al Festival
International de la bande dessinée d’Angouléme. Ricordato inoltre
per la collaborazione con il quotidiano La Repubblica per il quale
illustra racconti e articoli.
Nel 2011 gira il suo primo film dal
nome L’ultimo terrestre seguito dal mediometraggio
Smettere di Fumare Fumando presentato al Torino
Film Festival nel 2012.
Il suo fumetto Unastoria entra nei dodici finalisti del
Premio Strega del 2014 aggiudicandosi il primato come romanzo a
fumetti a ricevere la candidatura nella storia del premio
letterario. Nel 2016 pubblica il graphic novel La terra dei
figli, disegnato completamente in bianco e nero e ambientato
in un futuro distopico e desolato.
La sinossi del suo ultimo film: Tratto da una storia vera. C’è
una persona che da più di vent’anni manda lettere a tutti gli
autori di fumetti italiani spacciandosi per un ragazzino di
quindici anni. Nelle lettere chiede sempre “uno schizzetto” in
regalo. C’è un fumettista italiano, Gipi, che inizia a indagare su
questa persona. Vuole girare un documentario, trovare questa
persona, intervistare gli altri autori che hanno ricevuto la
lettera.
Giovedì 14 novembre
appuntamento nelle sale italiane per il nuovo film di
Giovanni Veronesi, L’ultima ruota del
carro. Il film vede protagonista l’ormai
affermatissimo Elio Germano, reduce dal noir
Padroni di Casa, nei panni di
Ernesto Marchetti, un uomo normale, con una vita
fatta di lavoro, fatiche,’70 ad oggi, come si intuisce
dall’accattivante trailer, rilasciato a inizio ottobre. “È la
amori e delusioni. E con la storia di Ernesto, la pellicola
racconta quella del nostro Paese dagli anni storia di un cittadino
italiano con il vizio dell’onestà – ha spiegato Germano –
lontano dai classici stereotipi”. Fanno compagnia al giovane
attore romano, decollato anni e anni fa come Er Pasticca in Un
medico in famiglia, Alessandra Mastronardi
(la moglie di Ernesto, Angela), Ricky Memphis
(Giacinto) e ancora Ubaldo Pantani, Sergio Rubini, Virginia Raffaele, Alessandro
Haber, Maurizio Battista. L’ultima ruota del carro è stato
scritto da Veronesi, dal fedelissimo Ugo Chiti, da
Filippo Bologna e da Ernesto
Fioretti, la persona le cui vicende hanno ispirato il
soggetto. Prodotto da Warner Bros e Fandango in
associazione con Ogi Film, L’ultima ruota del carro avrà
l’onore, venerdì 8 novembre, di aprire (fuori concorso) l’ottavo
Festival Internazionale del Film di Roma. Sarà proiettato nella
Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica alla presenza
di regista e attori. Prevista anche la partecipazione di
Elisa: la cantautrice triestina ha infatti
composto la colonna sonora della nuova fatica di Veronesi.
C’è attesa, per L’ultima ruota del
carro, che si fa avanti con una certa ambizione e il desiderio di
lasciare qualcosa di più oltre a un paio di ore piacevoli, ben
interpretate, su note probabilmente di grande qualità. Un respiro
più ampio, quindi, rispetto a genitori e figli da agitare e a una
nutrita serie di manuali d’amore. Parlare dell’Italia e di quasi
mezzo secolo di storia patria, certo, è un’opportunità, una leva
per fare film di peso che tocchi con cura e delicatezza il piccolo
e il grande, le storie e la Storia; ma dietro l’angolo c’è sempre
in agguato il rischio di spiccare un salto nel vuoto – o fare il
classico passo più lungo della gamba – dal quale nemmeno un cast di
tutto rispetto può preservare. D’altronde, un film non è soltanto
un investimento economico, ma anche artistico, di credibilità
artistica. Non resta che prender posto in sala – l’8 novembre per i
fortunati presenti al Festival romano, poco più tardi per i profani
– per farsi un’idea.
L’area che comprende il Vesuvio
e i Campi Flegrei —il secondo super-vulcano che periodicamente
ricorda agli abitanti delle zone di Agnano, Pozzuoli e Bagnoli
della sua esistenza attraverso stormi sismici ricorrenti—, è la più
densamente abitata d’Europa. In caso di eruzione i risultati
sarebbero catastrofici.
Abbiamo incontrato Giovanni
Troilo, regista del documentario Vesuvio,
in occasione della presentazione del film al Noir in
Festival. Documentarista di grande successo, noto
principalmente per il suo lavoro con Sky Arte, che porta avanti da
circa dieci anni (di recente abbiamo visto Frida Viva la Vida), Troilo si presenta al
festival con un documentario insolito, dal grande fascino.
Ma che ci fa un documentario sulla regione vulcanica del
napoletano nella selezione di un festival dedicato al cinema di
genere noir?
È un linguaggio al confine tra
fiction e documentario, e devo dire che questa modalità di racconto
a Napoli funziona particolarmente bene. La prima volta che ho
pensato di fare questo film, immaginavo di realizzare un
mockumentary su questo allarme eruzione, su una possibile messa in
atto del piano di evacuazione. In realtà sin dai primi sopralluoghi
è stato subito chiaro che la finzione da noi immaginata non sarebbe
stata nemmeno vagamente simile alla messa in scena del reale che
avremmo intercettato Nella maggior parte dei casi i protagonisti
delle molte storie del film non li abbiamo cercati, ci siamo
imbattuti in loro. I più importanti sono state delle vere e proprie
epifanie, spesso giunte nel momento in cui, dopo una lunga giornata
di esplorazione, eravamo ad un passo dal desistere.
Ad esempio durante le prime
giornate di sopralluoghi, dopo una serie di insuccessi, eravamo
diretti al cratere e su questa strada verso l’apocalisse, tra le
ultimissime case che affollano il cono del Vesuvio, abbiamo scorto
un’insegna: Paradise Tv! La prima epifania ci aveva portato ad una
delle storie più importanti del film.
Come hai
rintracciato i personaggi e le storie, e quanto tempo hai
impiegato?
Abbiamo iniziato con l’idea di
questo film nel 2018, ci è voluto tanto. È stato un paziente
spendere del tempo per cercare di cogliere l’essenza del luogo. In
questo senso è stato fondamentale avere un team che, innamoratosi
del progetto, ha deciso di sposarlo in toto facendosi carico dei
molti sacrifici. Oltre al produttore Davide Azzolini che ha deciso
di imbarcarsi su questo progetto totalmente al buoi, sono molto
grato al cameraman Valerio Coccoli, al fonico Renato Grieco e
soprattutto ad Allegra Nelli che è stata fondamentale nella ricerca
delle storie e nella relazione continua con questi
personaggi.
L’idea di avere tanti
protagonisti che potessero portare ad una percezione collettiva e
condivisa di questo senso del pericolo e di come ci si può
convivere, che investe tutti dalla nascita alla morte, era
necessario. Con il tempo mi sono fatto l’idea che questo gigantesco
apparato vulcanico somiglia molto a quelli che Timothy Morton
definisce iperoggetti, ovvero degli oggetti così grandi e
multidimensionali che risulta impossibile alla singola percezione
umana leggerne l’interezza.
La soluzione che abbiamo tentato
è stata quella di aggregare le singole percezioni in una sorta di
rete sensoriale collettiva per provare a leggere meglio questo
oggetto così complesso. Che continua a sfuggire soprattutto per la
così grande differenza di scala temporale che c’è tra
la vita di un apparato vulcanico e quella di un essere
umano.
Il film è molto democratico
nelle esistenze che racconta, dal Vescovo che presenzia il miracolo
di San Gennaro al fabbricante di fuochi d’artificio, tutte le
storie hanno la stessa importanza. Di alcune Giovanni
Troilo è testimone, di altre è partecipe, con domande e
interviste vere e proprie ai personaggi che di volta in volta
incontra. In base a cosa hai scelto di intervenire o
meno?
C’è una componente
istintiva molto forte per progetti di questo tipo. Dipende molto
dal tempo, ma anche dall’utilità che ci può essere nel chiedere
qualcosa, quando la storia non passa chiaramente attraverso le
immagini. Io credo fermamente che, anche di fronte alla forza delle
parole, spesso un’immagine possa essere molto più permeante. Poi
sicuramente c’è una questione di bilanciamento del racconto,
infatti non è un caso che l’aspetto informativo sia delegato al
personaggio del vulcanologo. Questo serve allo spettatore per
orientarsi, ed è lo scheletro minimo per avere la possibilità di
avere altri momenti lisergici. Il tentativo era quello di far
partire lo spettatore dalla terra ferma, e di traghettarlo pian
piano al largo. Per ritrovarsi qualche minuto dopo un po’
disorientati, per scoprire che sotto i piedi la terra non è così
fissa, ma trema, e trovarsi in un nuovo territorio con nuove regole
fisiche, in cui non si può far altro che abbandonarsi e provare a
immedesimarsi.
Nelle note di
regia scrivi “A Napoli non si è vicini o dentro a un vulcano. Si è
vulcano.” Come sei stato accolto?
Benissimo. Sono stato
felicissimo di avere la possibilità di fare un progetto del genere
a Napoli, dove avevo già fatto diversi lavori ma con un respiro
minore. È una città che mi dà una carica energetica che mi dura per
anni. Ero certo della risposta e le aspettative sono state più che
confermate.
In che modo
Vesuvio si inserisce nel tuo percorso artistico che di recente si
era focalizzato prevalentemente sul documentario
d’arte?
Ci sono dei progetti che
abbracciano archi di tempo così differenti che necessariamente
devono convivere sul piano temporale. L’ultimo lavoro di questo
tipo che avevo fatto è stato Coeurope, un documentario molto affine
nell’approccio a Vesuvio e la cui lavorazione ha richiesto
moltissimo tempo. Sarebbe bellissimo fare solo questo, ma anche
impensabile. E così ci sono questi documentari d’arte che amo
moltissimo e che da quasi dieci anni realizzo per Sky Arte. Mi
appassiona molto il fatto di poter sperimentare dei linguaggi e di
poterli portare al cinema, è capitato di recente con
Frida, con Monet e succederà di nuovo con un progetto su
Borromini.
Presentato in anteprima
al Noir in Festival a Milano,
Vesuvio uscirà a marzo in day and date, al cinema
che in streaming, sulla piattaforma IWonder di I Wonder
Pictures, accompagnato anche da presentazioni con i
protagonisti.
Sono bastati pochi ruoli a
Giovanni Maini per affermarsi come uno dei più
promettenti giovani attori del panorama italiano. Ad oggi presente
unicamente in alcune serie TV, egli sembra avere tutto il
potenziale per espandere sempre più la propria popolarità,
distinguendosi anche in altri contesti. Tra ottima presenza scenica
e doti attoriali in costante miglioramento, Maini è davvero uno dei
nomi da tenere d’occhio per il futuro.
Ecco 10 cose che non sai di Giovanni Maini.
Giovanni Maini: i suoi film e le serie TV
1. Ha recitato in diverse
serie TV. Il debutto come interprete avviene nel 2020,
quando recita nel ruolo di Edoardo nella serie Summertime, con
protagonista Ludovico Tersigni. Maini riprende poi
il suo personaggio anche nella seconda e nella terza ed ultima
stagione. In seguito ha poi recitato nella serie Nudes
(2021), dove interpreta Tommi, mentre nel 2022 è stato tra i
protagonisti di Buongiorno mamma!, dove recita accanto a
Raoul Bova.
2. Non ha ancora compiuto il
debutto sul grande schermo. Attualmente l’attore non ha
ancora avuto modo di recitare in un lungometraggio per il cinema.
Grazie alla popolarità ottenuta negli ultimi anni è però lecito
aspettarsi che anche questo traguardo verrà ben presto raggiunto,
portando dunque l’attore ad estendere la propria popolarità anche
sul grande schermo.
Giovanni Maini è su Instagram
3. Ha un profilo sul social
network. Giovanni Maini è naturalmente presente sul social
network Instagram, con un profilo seguito attualmente da 103 mila
persone. Su tale piattaforma egli ha ad oggi pubblicato appena 46
post, la maggior parte relativi alle sue attività come attore. Si
possono infatti ritrovare diverse immagini legate a momenti
trascorsi sul set ma anche foto promozionali dei suoi progetti. Non
mancano però anche immagini inerenti la sua quotidianità, tra
attività e amici. Seguendolo si può dunque rimanere aggiornati
sulle sue attività.
4. Non è presente su altri
social. Instagram sembra essere l’unico social network
dove è possibile seguire l’attore attraverso un suo account
ufficiale. Non risultano infatti esserci profili verificati su
altre piattaforme come Twitter o Facebook. Ciò permette anche
all’attore di non dover spendere troppo tempo su queste
piattaforme, evitando di condividere ogni dettagli della propria
vita.
Giovanni Maini ha una fidanzata?
5. È molto
riservato. Nonostante la popolarità raggiunta, Maini non
si è lasciato andare ad un’eccessiva sovraesposizione mediatica,
mantenendo invece un forte riserbo per quanto riguarda la sua vita
privata. Al momento, dunque, non è noto se sia o meno impegnato in
una relazione sentimentale. L’attore non lascia infatti trasparire
nulla a riguardo, né nelle sue interviste né sui suoi profili
social.
Giovanni Maini in Summertime
6. Si era candidato per un
altro progetto. L’attore ha raccontato di aver ottenuto il
ruolo di Edo nella serie NetflixSummertime in modo del tutto
inaspettato. Egli si era infatti inizialmente deciso a partecipare
alle selezioni per il film Volevo nascondermi, con
Elio Germano e
dedicato al pittore Liguabue. Pur non avendo ottenuto alcun ruolo,
Maini è in seguito stato ricontattato dai produttori, che gli hanno
proposto di candidarsi per la serie Summertime. Dopo
alcuni provini sostenuti, egli ha infine ottenuto il ruolo.
7. Ha avuto tempo per
studiare. Parallelamente al lavoro sul set della serie,
Maini stava completando i suoi studi liceali. L’attore ha
raccontato di essersi confrontato con la produzione a riguardo,
ottenendo la possibilità di avere del tempo da poter dedicare allo
studio. Alle fine egli è riuscito a portare a termine con successo
entrambe le cose, riprendendo poi il ruolo di Edo anche nelle due
successive stagioni.
Giovanni Maini in Skam Italia
8. Non ha recitato nella
serie Netflix. Ogni volta che un giovane attore diventa
popolare, in molti si chiedono se abbia recitato o meno nella
popolare serie Skam Italia, dedicata alle vite di un
gruppo di adolescenti e disponibile sulla piattaforma Netflix. Come
per Damiano Gavino,
anche per Giovanni Maini si è erroneamente diffusa tale
convinzione. L’attore, tuttavia, non ha partecipato alla serie,
anche se non è da escludere che possa prendervi parte in futuro
qualora vi saranno ulteriori stagioni.
Giovanni Maini: qual è la sua agenzia
9. È rappresentato da una
nota agenzia. Maini è attualmente rappresentato dalla
ttAgency, un’agenzia di
rappresentanza, consulenza e promozione artistica rivolta ad
attori, sceneggiatori e registi. Grazie al lavoro con
quest’agenzia, che rappresenta numerosi volti noti del cinema
italiano, Maini ha avuto possibilità di trovare importanti
opportunità come attore, recitando in diversi progetti.
Giovanni Maini: età e altezza dell’attore
10. Giovanni Maini è nato a
Bologna, il 19 febbraio del 2000. L’attore è alto
complessivamente 1.83 metri.
Figliodoro è il soprannome di un
pescatore di Lipari che si chiama Francesco D’Ambra. Alla
proiezione del film-documentario di Giovanna Taviani, avvenuta
ieri, 30 Marzo, alla Casa del Cinema, parla in qualità di
protagonista dell’opera di Giovanna ma soprattutto di uomo
innamorato delle proprie terre, le Eolie, vere protagoniste
di Fughe e Approdi che uscirà Venerdì 8 Aprile nelle
sale.
Tra le più premiate e apprezzate
interpreti italiane, Giovanna Mezzogiorno si è da
sempre distinta per le sue scelte in ambito cinematografico, che
l’hanno portata in più occasioni a ricoprire ruoli da protagonista,
collaborando con importanti attori e registi, e ottenendo in più
occasioni il plauso della critica.
Tra i meriti della Mezzogiorno vi è
inoltre quello di aver portato sul grande schermo personaggi
tragici, esseri umani piegati dalla vita ma con ancora barlumi di
speranza a cui aggrapparsi.
Ecco 10 cose che non sai di
Giovanna Mezzogiorno.
Giovanna Mezzogiorno: i suoi
film
1. Ha recitato in noti film
italiani. L’attrice debutta al cinema nel 1997 con il film
Il viaggio della sposa, per poi recitare in Del
perduto amore (1998), Un uomo perbene (1999) e
Asini (1999). Nel 2001 ottiene grande popolarità grazie al
film L’ultimo bacio, di Gabriele
Muccino. Con la fama acquisita ottiene ruoli di
rilievo in film come La finestra di fronte (2003), La
bestia nel cuore (2005), Lezioni di volo (2007),
L’amore ai tempi del colera (2007), Palermo
Shooting (2008) e Vincere (2009), che le fa
guadagnare nuove lodi da parte della critica. Negli ultimi anni
recita in Basilicata coast to
coast (2010), I nostri
ragazzi (2014), Come diventare grandi
nonostante i genitori (2016), La
tenerezza (2017), Napoli
velata (2017) e Tornare (2019).
2. Ha preso parte a
produzioni televisive. Nel corso degli anni la Mezzogiorno
è apparsa anche sul piccolo schermo, recitando sia in film come
Più leggero non basta (1999) e Il segreto di
Thomas (2003), sia in serie come I miserabili (2000),
Virginia, la monaca di Monza (2004) e nella terza stagione
di In Treatment (2017), dove ricopre il ruolo di Adele,
recitando accanto all’attore Sergio
Castellitto. Nel 2019 è invece protagonista in TV
della serie La compagnia del cigno.
3. Ha partecipato al
doppiaggio di un film. Nel 2016 l’attrice viene scelta per
partecipare al doppiaggio del film Il libro della giungla,
live-action del classico Disney diretto da Jon
Favreau. Qui l’attrice presta la voce al celebre
serpente Kaa, che in lingua inglese ha la voce di ScarlettJohansson.
Giovanna Mezzogiorno non è su
Instagram
4. Non ha un profilo su
Instagram. L’attrice si è dichiarata profondamente critica
nei confronti dei social network, affermando di ritenersi
«sbalordita da questa voglia di essere continuamente guardati in
ogni fase della propria vita». La Mezzogiorno ha per tanto
confermato di non possedere alcun profilo sui vari social
network.
Giovanna Mezzogiorno: marito e
figli
5. È sposata. Sul
set del film Vincere, l’attrice conosce il macchinista
Alessio Fugolo, con cui intraprende una relazione. Dopo pochi mesi
i due si sposano, nel 2009, con una cerimonia civile
particolarmente riservata, a chi sono invitati solo i parenti e gli
amici più stretti.
6. Hanno avuto due
gemelli. Nell’agosto del 2011 la coppia dà alla luce due
gemelli, e a comunicare la notizia è l’ufficio stampa dell’attrice.
Nel corso degli anni, come è normale che sia, i due genitori si
dimostrano particolarmente protettivi, evitando che i riflettori
della loro vita professionale si riversino anche su quella
privata.
Giovanna Mezzogiorno: chi sono i
suoi genitori
7. È figlia d’arte.
L’attrice è figlia del noto attore napoletano Vittorio
Mezzogiorno, celebre tanto per i suoi ruoli
cinematografici quanto per quelli teatrali. Sua madre è invece
Cecilia Sacchi, anche lei nota attrice, e figlia a
sua volta del celebre critico cinematografico Filippo
Sacchi, nonno di Giovanna.
Giovanna Mezzogiorno e Piazza
Fontana
8. Ha recitato nella
docufiction. Nel dicembre del 2019 l’attrice torna in
televisione con la docufiction Piazza Fontana. Io ricordo,
andata in onda proprio il 12 dicembre, nel cinquantesimo
anniversario dalla nota strage. Qui l’attrice ricopre il ruolo di
Francesca, attraverso cui si intreccia la narrazione storica con
l’amore di una figlia per il padre.
Giovanna Mezzogiorno: il suo
2019
9. È tornata a recita al
cinema. Il 2019 ha segnato il ritorno al cinema per
l’attrice, che ha recitato nel film Tornare, presentato
alla Festa del Cinema di Roma. Nello
stesso anno ha poi preso parte alle riprese del film Gli
indifferenti, basato sull’omonimo romanzo di Alberto
Moravia, ed atteso al cinema nel corso del 2020.
Giovanna Mezzogiorno: età e
altezza
10. Giovanna Mezzogiorno è
nata a Roma, Italia, il 9 novembre 1974. L’attrice è alta
complessivamente 168 centimetri.
Il titolo del famoso film con
Ben
Stiller diceva Giovani, Ricchi e
Disoccupati, tuttavia i dieci soggetti che vi
mostriamo adesso sono tutto fuorchè Disoccupati e di conseguenza
poveri.
Arriva dall’Hollywood Reporter la
notizia che la Sony starebbe lavorando ad un remake di
Giovani Streghe (titolo originale The
Craft), il thriller soprannaturale diretto da Andrew
Fleming nel 1996.
Il noto sito ci informa che la
major ha già ingaggiato Phil Graziadei per
occuparsi della sceneggiatura, mentre la regia è stata affidata a
Leigh Janiak (Honeymoon). Doug
Wick, produttore del film originale, si occuperà anche
della produzione del remake insieme a Lucy Fisher.
Giovani Streghe, divenuto nel tempo un
piccolo cult, aveva come protagoniste Robin Tunney, Fairuza
Balk, Neve Campbell e Rachel True.
Arriva al cinema distribuito
da Eagle Pictures Giovani si diventa il film
diretto da Noah
Baumbach, con protagonisti
Naomi Watts e
Ben Stiller.
Giovani si diventa, la
trama: Jon e Cornelia sono una coppia di quarantenni
newyorchesi della middle class. Josh (Ben
Stiller) è un docente e un documentarista che, dopo un
brillante esordio, non riesce a completare il suo ambizioso e
fluviale progetto sul post-capitalismo. La moglie Cornelia
(Naomi
Watts) è a sua volta figlia, nonché produttrice e
assistente, di un affermato documentarista che si appresta a
ricevere un riconoscimento alla carriera. La loro esistenza, benché
serena, pare bloccata, forse dall’impasse artistico, forse
dal fatto di non essere riusciti ad avere figli, mentre intorno a
loro gli amici più stretti sono sempre più assorbiti
dall’esperienza della genitorialità.
La svolta nelle vite di Josh e
Cornelia arriva inaspettatamente da una giovane coppia di sposi
hipster: Darby (Amanda
Seyfried) e Jamie (Adam
Driver), spregiudicati, vitali, appassionati di
vintage e aperti alla contaminazione di gusti, mode, arti e
tendenze; una contaminazione che diventa per loro cifra identitaria
oltre che espressiva. Il legame tra le due coppie si farà sempre
più stretto, alimentato dal fatto che anche Jamie è un
documentarista, pronto a coinvolgere Josh e Cornelia nel suo
ambizioso progetto. I differenti valori e le divergenti motivazioni
che caratterizzano l’approccio al lavoro di Jamie e Josh – dal
rapporto con le fonti a come far emergere la verità del racconto e
dei protagonisti – costringeranno il personaggio di
Ben
Stiller a fare i conti con le proprie paure, le
proprie debolezze, ma in fondo anche certezze.
Noah Baumbach
dirige la contrapposizione tra la generazione degli anni Ottanta
dell’ormai secolo scorso e quella dei giovani Millennial con toni
ora delicati ora pungenti, dipingendo un quadro piuttosto lucido e
preciso sulla società attuale e sul suo rapporto con la tecnologia
e con la rappresentazione del reale che da essa filtra.
Più indulgente con la coppia degli
“anta” che non con quella degli irriverenti e ambiziosi Jamie e
Darby – e più efficace nel delineare i personaggi maschili delle
due coppie – il regista di Frances Ha
guarda a Woody Allen e flirta con le citazioni per
consegnarci una commedia agro-dolce che probabilmente piacerà di
più ai quarantenni, i quali si identificheranno con la ricerca
esistenziale di Josh e Cornelia. È la ricerca, sembra dirci
Baumbach, di un senso e di un posto nel mondo di un’intera
generazione, schiacciata tra il giudizio e l’eredità delle
precedenti e incalzata da quella successiva, che sul tavolo mette
le proprie regole del gioco.
Con Giovani si
diventa, Noah Baumbach non si limita a ritrarre un
confronto tra diverse generazioni, ma imbastisce una riflessione
più stratificata e sottile sulla società contemporanea, sull’arte e
la sua rappresentazione.