Conferenza stampa affollata alla
Casa del Cinema per la presentazione de L’industriale, ultimo
lavoro di Giuliano Montaldo, che sarà nelle sale italiane da
venerdì 13 gennaio, distribuito in 85 copie. Presenti i
protagonisti, Pierfrancesco Favino e Carolina
Crescentini, ma anche Elisabetta Piccolomini, Francesco Scianna,
Elena Di Cioccio, Gianni Bissaca, lo sceneggiatore Andrea
Purgatori, il produttore Angelo Barbagallo, e Paolo Del Brocco di
Rai Cinema che coproduce la pellicola e la distribuisce con 01
Distribution.
Montaldo dimostra con
questo film che il suo sguardo su quello che avviene in Italia e
nel mondo non si è mai affievolito e continua a essere interessante
e di forte attualità

Giuliano Montaldo: “Quando abbiamo pensato questo film, un po’
di anni fa, (…) non era così: c’era un mare in burrasca, ma non
c’era certamente lo tsunami che adesso ha colpito tutta Europa e
non solo. Adesso la situazione è grandemente peggiorata”. Riassume
la trama del film (che vede protagonista Favino nei panni di Nicola
Ranieri, industriale travolto dalla crisi che rischia di veder
fallire l’azienda che ha ereditato, creata dal padre, ex operaio,
assieme ai suoi compagni di lavoro. Crisi che diventa presto
esistenziale e travolge il suo rapporto con la moglie
Laura/Carolina Crescentini, facendo emergere il lato peggiore di
lui). Poi torna a parlare di come la realtà oggi vada oltre la
finzione e questa crisi sia più difficile da risolvere di tante
altre nel passato: “(…) Stiamo leggendo ogni giorno cose terribili.
Io continuo a non capire. Leggo sui giornali: oggi hanno bruciato
200 miliardi, ma chi è il piromane? Dov’è il fumo? Perché non
arrivano i pompieri? Non lo so.” “Una volta ce la sbrigavamo da
soli, era l’Italia, se la zecca ti dava un po’ più di soldi (…),
poi magari con qualche piccolo sacrificio, si rimettevano a posto
le cose.” Mentre oggi la crisi è europea: “Ma il cerino sta
bruciando anche nelle nostre mani, ci stiamo scottando tutti. È
chiaro che in un periodo come questo, com’è accaduto al nostro
industriale, Ranieri, nel film, accade che le banche chiudono gli
sportelli, che gli usurai sono pronti a divorare chi ha bisogno di
aiuto.”
A Crescentini e Scianna:
cos’ha rappresentato per voi lavorare con un maestro come Montaldo?
Come avete lavorato sul personaggio? Cosa vi ha dato? Anche a
Favino, parlaci del ruolo di questo industriale.
Carolina Crescentini per questa sua
seconda esperienza con Montaldo parla di “gioia infinita” e
aggiunge che “il suo set è assolutamente speciale. C’è una
concentrazione, un’ironia, una semplicità che non si trovano
facilmente”. Riguardo al suo ruolo spiega: “Il mio personaggio era
una donna in crisi, che compiva anche delle azioni sbagliate,
perché era confusa.” E sul metodo di lavoro: “Mi sono dovuta far
travolgere dalla sua crisi e soprattutto ho dovuto smettere di
giudicarla. Infatti, il primo istante è stato di giudizio e non
riuscivo a capire alcune azioni: anche questo interesse per
Gabriel, in realtà è il risultato della confusione, del provare a
essere vista da qualcuno, provare a sentirsi leggera o speciale.
Quando ho gettato l’ascia del giudizio siamo entrate in contatto,
ed è stato bello. Chiaramente mi ha lasciato con un po’ di
bruciature che poi pian piano si sono risanate.”
Entusiasta anche Francesco Scianna,
che del lavoro col maestro dice: “La cosa che ho percepito
ancora di più lavorando con lui è che la cultura e la conoscenza
sono anche leggerezza (…). Essere diretti da un grande maestro è
fondamentale, perché riesci a entrare in profondità nel lavoro,
nella conoscenza del personaggio, e anche nel gioco di lasciarsi
andare all’istinto, ma con la sicurezza (…) che dietro la macchina
da presa c’è una figura che conosce bene i meccanismi
dell’interpretazione e del racconto” Questo, dice, “è un
regalo bellissimo” ricevuto da parte di Montaldo. Riguardo al
personaggio: “E’ stato bello per me perché è nuovo rispetto a
quelli che ho interpretato finora” soprattutto, aggiunge, è stato
bello poter “lavorare su un personaggio doppio, che fa i propri
interessi a discapito del suo cliente. (…) Non lo stimo come
professionista, però non l’ho giudicato mentre lavoravo,
semplicemente mi ci sono abbandonato”
Pierfrancesco Favino: “Io sono
stato rapito da Giuliano il giorno in cui, incontrandolo a casa
sua, dopo aver iniziato a parlare del film (…) e a un certo punto
mi offre un caffè – che fa lui e di cui è orgogliosissimo
(…), è il nostro Clooney… – mi porta nel bagno di servizio e mi
dice: ‘Alla fine del nostro lavoro, tu finirai qui’. Perché lui ha
tutte le sue locandine in bagno, e questo la dice lunghissima sulla
leggerezza e la serietà di cui parlava prima anche Francesco. Io
sono stato rapito da questa cosa qua e sono molto, molto
orgoglioso, per chiunque di voi che avrà occasione di mingere in
casa Montaldo, di trovare il mio faccione lì.”
Questo film ci riporta alla
tradizione del grande cinema italiano di racconto della nostra
società, di denuncia, che ci fa pensare ai toni di Una vita
difficile, o altri grandi film. Perché in Italia per così tanto
tempo non abbiamo avuto cinema di questo tipo? Quanto è difficile
realizzarlo? Potrebbe tornare ora? Una considerazione sul “cinema
della crisi”, che è anche, come in questo film, crisi esistenziale:
cosa succede alle persone nella crisi?
G.M.: “Di crisi ne ho viste
tante” Racconta, specie nel cinema, dove già si parlava di crisi ai
tempi dei suoi inizi come attore, nel 1950. Ma, “il cinema italiano
ce l’ha fatta, ha superato molte crisi, si è inventato di tutto,
s’è inventato il western all’italiana, ha inventato i film che
Tarantino considera dei capolavori”. Tuttavia, dei problemi pratici
si pongono, come quello di trovare produttori e distributori
disponibili ad investire in progetti di questo tipo. E a tal
proposito Montaldo dice: “Dobbiamo dire grazie (…) a Rai Cinema e a
01 Distribution che tiene alta questo tipo di qualità, devo dire
grazie a un produttore come il mio amico Angelo Barbagallo, che ha
detto sì subito ad un’impresa che all’inizio poteva essere
disperante.” E ricorda come non fosse facile neanche in passato:
“C’ho sempre messo tre, quattro anni a convincere qualcuno a fare
dei film” Anche per Sacco e Vanzetti, a proposito del quale,
racconta, qualcuno che non voleva produrlo disse: “Che è ‘na ditta
de import-export? (…)”. Rivendica poi le sue scelte ribadendo: “Ho
scelto imprese difficili, però volevo raccontare la mia
insofferenza per l’intolleranza, l’ho raccontata con questi
film”.
Ci metti un po’ per fare i
film, quindi non potevi avere già in tasca tutto quello che è
successo negli ultimi anni (per esempio Pierfrancesco sembra uno di
quegli imprenditori che si sono suicidati ultimamente). Come sei
andato a pescare qualcosa che non era ancora successo, come l’hai
trovato?
G. M. “Nel film c’è una scena
con una fabbrica occupata (…). Volevamo cercare una fabbrica
occupata vera (…) a Pinerolo, ma di andare nelle fabbriche
dismesse, occupate o in crisi non ce la siamo sentita, allora
chiedemmo l’autorizzazione ad una fabbrica in funzione, una delle
poche a Pinerolo che aveva un grande successo. Nella notte il
nostro (…) scenografo (Frigeri), si mise a lavoro, mettendo
striscioni (….), fotografie dei figli, scegliendo gli operai uno
per uno, truccati eccetera … E’ scoppiato un casino che non
immaginate: la gente è arrivata, gruppi di persone disperate (…).
Abbiamo dovuto dire: è cinema. Questo accade quando la finzione
diventa realtà. La crisi c’è. È profonda ed è drammatica: quel
giorno abbiamo dovuto quasi abbracciare persona per persona, per
rassicurarli che i familiari fossero dentro a lavorare”.
A Pierfrancesco, una
considerazione “critica”: hai fatto Cosa voglio di più e
L’industriale, che secondo me hanno tantissimo a che vedere l’uno
con l’altro, perché entrambi raccontano la precarietà di un mondo
come il nostro, il momento di difficoltà che poi si tramuta in una
precarietà sentimentale assoluta. Mi faceva piacere una tua
riflessione su questo.
P. F. “Io di mestiere faccio
l’attore e quello che le storie raccontano è quello che capita alle
persone (…). Sicuramente siamo colpiti contemporaneamente nelle
tasche ma forse più gravemente, almeno dal mio punto di vista forse
un po’ ideologico, nella nostra emotività. E questo è quello di cui
non si parla mai, fino a quando non si arriva ai gesti di cui si
parlava prima.” E a proposito di questo ritardo nell’affrontare
certi temi, ricorda che già nelle cronache di cinque anni fa
c’erano casi di imprenditori, fabbriche e lavoratori in difficoltà.
ma in quanto attore, afferma di non essere interessato “alla
storicizzazione o alla politicizzazione degli eventi” “A me
interessa sapere che cosa accade ad un uomo. In questo caso, o nel
caso di Cosa voglio di più, accade che [la situazione economica e
sociale] influisce enormemente su quello che puoi sentire,
addirittura su quello che tu puoi permetterti, in alcuni casi, di
sentire.” Ma sottolinea anche come a risentire di questa crisi, di
questa precarietà, non siano solo i quarantacinquenni come Nicola,
protagonista del film: “Trovo che si parli sempre poco di quello
che succede tra i 18 e i 25 anni, quando le persone si iniziano a
formare un’identità attraverso il lavoro”. “Dal punto di vista
propulsivo per una società, togliere a (…) questi ragazzi la
possibilità di sentirsi integrati (…) è molto grave, (…) e le
conseguenze si raccolgono dopo”. Descrive poi il personaggio di
Nicola come “un uomo che (…) usa una virtù nel lavoro, che è la sua
tenacia. La stessa virtù nel lavoro, nell’ambito familiare,
pratico, diventa il suo difetto, la sua condanna.” E aggiunge:
“Ora, una riflessione su quello che è significato in questi ultimi
vent’anni l’aggressività, l’arroganza come aspetto vincente
dell’essere umano, in particolare maschile, (…) secondo me va
fatta. Credo che sotto questo film ci sia tutto questo, e che sia
meravigliosamente lasciato dall’intelligenza di Giuliano e di
Andrea (Purgatori ndr) a una deriva di fiction.” E su un aspetto
fondamentale del personaggio di Nicola, la solitudine, precisa:
“Una emozione che sente moltissimo chi si trova in una situazione
del genere, è la solitudine, è il fatto di pensare che il mondo gli
si rivolti contro, solo a lui. Vedere rappresentato in un film
questo, è qualcosa che non dico dia speranza, ma ti fa pensare che
non sei solo, perché quando hai i debiti, pensi che (…) ci
sia una scatola che ti si sta chiudendo intorno e nessuno lo
capisce, che sei solo, che sei abbandonato a te stesso.”,
rivendicando anche l’utilità del cinema in questo senso: “Vedere
tutto ciò rappresentato in un film, ora che sembra che si possa
parlare di crisi, (…) credo che abbia un valore molto importante.
(…) Secondo me, fa bene, perché ti fa capire che ci sono altri
nella tua stessa condizione. Negarlo e dire: il pubblico vuole
ridere e basta, secondo me è sbagliato”.
Andrea Purgatori: “(…) Io
venerdì sarei molto felice se Passera e Monti andassero all’Adriano
a vedere questo film, perché se è vero che il cinema italiano
riesce o riprova a raccontare questo paese, è anche vero che chi
guida questo paese forse può avere un punto di vista, una
intuizione, un suggerimento, una suggestione da una storia che, pur
essendo di cinema, può aiutarli ad avere uno sguardo più ampio di
quello che si può avere all’interno di una stanza, per quanto possa
essere grande la stanza di Palazzo Chigi. Mi auguro che Monti e
Passera vadano a vedere questo film anche per un altro motivo: (…)
domenica Monti è andato da Fazio (Fabio Fazio, conduttore di Che
tempo che fa ndr), riconoscendo in qualche modo al servizio
pubblico la capacità di poter spiegare ciò che la politica in
questo momento drammatico sta facendo, dando alla televisione
pubblica un riconoscimento di elemento strategico, fondamentale
nella vita di un paese. Se vanno al cinema a vedere questo film, ma
non solo questo, forse danno anche al cinema un riconoscimento di
elemento strategico nella conservazione, nello sviluppo e nel
mantenimento della cultura italiana, e della nostra capacità
di raccontare”.
Com’è nata l’idea di questo “quasi bianco e nero”,
di raccontare questa storia con questo stile che le dà una
drammaticità, una forza particolare?
G. M.: “Normalmente, finita la
sceneggiatura, faccio degli appunti (…), un’analisi di quello che è
scritto in sceneggiatura per dare ai collaboratori degli elementi
ulteriori. (…) Tra i primi appunti c’era scritto: ‘Questo film io
lo penso, lo vedo, lo sogno in bianco e nero. So che è una
provocazione, che sarà molto difficile arrivarci, ma non riesco a
immaginarlo che così (…), una storia che non ha colore, il colore è
fuori scena’. Devo dire che, quando il direttore della fotografia
Arnaldo Catinari mi ha portato a Cinecittà, mi ha detto: ho una
sorpresa per te (…. E mi ha cominciato a far vedere queste immagini
desaturate con questa nuova tecnologia (…). È cominciato lì il
passaggio. (…) Quando anche il nostro produttore è venuto a vedere
questo esperimento, l’ho visto subito aderire, come anche Rai
Cinema, a questa idea.” Mentre, riguardo a personaggi come il
banchiere presente nel film (interpretato da Roberto Alpi), che
approfittano delle disgrazie altrui per fare profitti, dice senza
mezzi termini: “Ma che sciacalli!”, e aggiunge: “Non si deve dire:
approfitti di chi è in mezzo ai guai, così lei fa un affare. È
sciacallaggio. Come si chiama? Portatemi altri nomi e io sarò
felice di ascoltarli.”
Il contrasto “caldo-freddo”
di cui si parla nelle note di regia, e che emerge durante tutto il
film, è anche legato al concetto di vergogna? Come avete lavorato a
questo aspetto e in generale alla sceneggiatura per arrivare a un
risultato così buono?
A.P.: “Innanzitutto, Giuliano
Montaldo, grande autore del nostro cinema, è (…) tra i pochi che
hanno profondo rispetto per la scrittura di un film. (…) Non solo
ha rispetto per chi scrive il film, ma ha anche la capacità e la
lungimiranza di capire che se non si fa imprigionare dall’essere
semplicemente coautore della sceneggiatura, può accettare di andare
molto oltre e di migliorarla. Questa è una qualità rara nel nostro
cinema, dove invece stranamente, ci si sente autori solo se si fa
tutto: si scrive, si gira ecc … Questo secondo me è un primo
elemento importante, perché quando abbiamo scritto, Giuliano è
stato sempre molto attento negli stimoli e molto capace di aiutarmi
all’interno delle scene, a tirare fuori quel caldo e freddo ogni
volta che ce n’era bisogno, perché mentre io scrivevo lui stava già
lavorando con la testa per cercare di capire come interpretare e
andare oltre la sceneggiatura. Questa è stata un po’ la chiave.”
Inoltre, sempre sull’elaborazione di soggetto e sceneggiatura:
“Questa crisi non la scopriamo nella tragicità di oggi, è una crisi
che si vedeva benissimo anche due o tre anni fa. In questo
naturalmente c’è l’intuizione che ha avuto Giuliano insieme a Vera,
di immaginare un soggetto da calare dentro questa crisi, e poi c’è
il lavoro fatto per cercare di mettere in scena una realtà: quella
delle banche, dello strozzinaggio (…), la solitudine (…). Abbiamo
parlato dei suicidi e abbiamo cercato, ovunque era possibile, di
inserire tutti quegli elementi che oggi incredibilmente fanno sì
che questo film sembri scritto e girato stamattina.”
“Caldo e freddo io l’ho subito
durante le riprese”, scherza Montaldo. Ma poi torna serio e loda
tutti i suoi collaboratori: “Un copione è come un bello spartito,
parte da un’idea (…). Se nel golfo mistico ci sono dei bravissimi
collaboratori (lo scenografo, il direttore della fotografia, il
collaboratore alla regia, l’aiuto, il montatore e (…) dei bravi
cantanti, ergo attori, (…) il regista-direttore d’orchestra basta
che faccia così” e fa il gesto di dirigere l’orchestra col braccio
“ (…) Se hai fatto queste buone scelte, un passo avanti l’hai già
fatto.” È questo il motivo, spiega, per cui scrive: “regia di”,
anziché “film di”, “Perché il film non è mio, è nostro.”
Volevamo sentire due parole
anche dalle due donne borghesi e dall’operaio …
Gianni Bissaca: “(…) Saverio è un personaggio piccolo ma
interessante, perché mi ha un po’ ricordato quando a Torino è morto
l’avvocato (…): c’era una gran folla ai funerali (…). Tra gli
altri, c’erano molti operai della Fiom (…). Non credo che andassero
ai funerali dell’avvocato per una sorta di piaggeria o perché era
morto il re. C’era davvero qualcosa che legava tutto il mondo del
lavoro e che forse oggi non lo lega più. Questo film lo racconta
molto bene.”
Elisabetta Piccolomini dice del suo
personaggio: “C’è un’ottusità in questa mamma ricca”, e afferma
con ironia e schiettezza: “Sono andata a scuola di stronzaggine per
fare questo film”
Elena Di Cioccio: “Qualcuno mi
ha detto: questa è l’esperienza più bella, più accogliente che ti
potrà mai capitare su un set, ed effettivamente è stato così”.
E racconta come nel suo rapporto con Carolina Crescentini set e
vita reale si siano intrecciati, dando vita a una vera amicizia
: “Come sua amica, ho vissuto tutto il suo lavoro, anche
emotivo, sul personaggio. L’amica sta al fianco, sa tutto, conosce,
vede prima, se ne accorge, vive di riflesso ciò che vive la
protagonista. L’abbiamo vissuto, e soprattutto lei me lo ha fatto
vivere.”
Non pensate che la crisi
privata del personaggi prenda un po’ il sopravvento sulla crisi
dell’industriale?
G. M. “Abbiamo pensato che
queste crisi irrompano in maniera terrificante all’interno delle
case, perché abbiamo letto di persone che sono morte, non solo
dentro, come sta per morire lui (Favino/Ranieri), ma si sono
suicidate, anzi pare che siano arrivati ad un numero terrificante,
soprattutto nel Nord-est”. Nel film però, non ci si concentra sulla
morte fisica, ma su “la morte dell’amore, ferito in maniera
terrificante dall’orgoglio di Nicola e dal suo desiderio di farcela
da solo (…).”
Qui la crisi viene vista
per la prima volta dal punto di vista dell’industriale. Potrebbe
accadere secondo lei che operai e industriali si unissero per
combattere la crisi?
G. M. “Credo che nelle piccole
aziende (…) questo possa accadere e accada. Normalmente il cinema,
anche i miei colleghi più illustri, non hanno fatto molti film
sulla classe operaia. (…) A parte Petri, Monicelli (…). È come se
ci fosse un pudore da parte nostra: di raccontare un mondo e non
raccontarlo come protagonista (…), con la passione e con
l’attenzione di chi lo conosce bene (…).”
Chiudono l’incontro gli
interventi di Paolo Del Brocco di Rai Cinema e di Angelo
Barbagallo.
Paolo Del Brocco: “(…) Questo è
un film perfetto dal punto di vista di Rai Cinema (…), perché
racconta (…) la nostra società. Anzi, addirittura forse l’ha
anticipata, perche quando il film è stato pensato e realizzato, sì,
c’erano i segnali, ma forse non eravamo a questo punto. Quindi è
perfetto per quello che deve fare, in molti casi, una società del
servizio pubblico: intercettare la società, rappresentarla,
raccontare quello che accade, non solo con storie che (…)
raccontino il generale, ma che partano dal particolare, dalla vita
di un uomo e da quello che prova una famiglia rispetto a una
situazione che ha un impatto sociale fortissimo.”
Angelo Barbagallo: “(…) Per
tutti quelli che fanno questo mestiere è importante che Rai e Rai
Cinema continuino a produrre e a finanziare questi film,
perché è l’unico modo per farli. (…) Riguardo al fatto che
non se ne vedono tanti di film così, che un film come questo è un
po’ un ritorno, anche a me ha fatto particolarmente piacere
partecipare a questo ritorno”. “Non sono moltissimi gli esempi di
cinema così riuscito su questi temi. (…) Abbiamo attraversato tutto
il periodo del cinema politico, che era noiosissimo (…). Questo
film, pur raccontando una storia così drammatica, è un piacere
vederlo, perché è cinema in una forma classica (…), molto ben
interpretato e molto ben diretto da Giuliano. Lavorare con lui è
stato piacevolissimo (…), verificare la sua passione, vivacità, che
mi fanno sperare che ci sia un seguito.”