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Glass Onion, il cast racconta il dietro le quinte del murder mystery

Glass Onion, il nuovo murder mystery di Rian Johnson, è pronto a sorprendere e intrigare il suo pubblico. Dopo il successo di Cena con Delitto, gli appassionati del genere whodonuit sono ora in trepidante attesa di scoprire quale sia il mistero che il regista ha impiattato per loro, e che si cela dentro l’isola greca del miliardario Miles Bron.

Le riprese del film sono iniziate il 28 giugno del 2021 proprio in una delle mete turistiche europee più suggestive, la Grecia, e precisamente a Spetses, per poi concludersi il 13 settembre dello stesso anno. L’hype costruitosi attorno alla pellicola, che porta sul grande schermo il genere per eccellenza dei plot twist, il giallo, è stato decisamente alto e tali perciò sono anche le aspettative.

Poco prima dell’uscita in sala il prossimo 23 novembre, e sulla piattaforma Netflix il 24 dicembre, il cast si è riunito assieme al regista Rian Johnson per discutere e presentare l’avventura crime di Glass Onion, con una conferenza stampa globale. All’incontro, purtroppo, ci si è subito accorti di due grandi assenze: Daniel Craig, la cui partecipazione è venuta meno per alcuni problemi di salute dell’attore, e Dave Bautista, che da quanto si è appreso è in Polonia per alcune riprese.

Glass Onion, una trama che si ispira alla leggendaria “Lady Mallowan”

L’impianto narrativo di Glass Onion, il cui sfondo è una luxury vacation nella ile riche di un magnate, è stato il tema centrale dell’intervista. La storia sembra strizzare un po’ l’occhio a un famoso racconto poliziesco della regina del genere Agatha Christie: Assassinio sul Nilo. Ma se si vuole ampliare il raggio dello sguardo alle altre opere dell’autrice britannica, è chiaro e limpido che in linea generale entrambe le pellicole di Knives Out abbiano seguito la falsariga delle sue storie. Ed è proprio da qui che parte questa nuova avventura.

È stata una sfida – ha iniziato Rian Johnsonma lo è stata anche quando io e Daniel (Craig) abbiamo realizzato il primo film (Cena con Delitto). Ci siamo divertiti tantissimo, ci siamo detti: anche se va modestamente bene possiamo continuare a farlo, ma il modo in cui pensavamo di proseguire il lavoro era non continuando la storia del primo film, ma piuttosto trattarlo come Agatha Christie trattava i suoi libri, quindi un mistero completamente diverso, una location completamente diversa, personaggi molto differenti. Io sono un suo grandissimo fan, ammiro il suo lavoro”. Poi ha proseguito: “Agatha Christie ha cambiato tutto da un libro all’altro, mescolava i generi, creava dei cambi di eventi nelle narrazione che erano fantastici, quindi ogni libro era un qualcosa di completamente nuovo. Questa è stata la strada che ho seguito, cercando al contempo di farla un pochino diversa.”

Johnson, pur prendendo come riferimento Lady Mallowan, ha voluto comunque (e giustamente) far emergere la sua impronta registica e stilistica che, sin dalle prime battute, risulta prediligere l’humor e il sarcasmo. È stato proprio Edward Norton a commentare questo aspetto, sottolineando che “la ragione per cui i film di Rian sono così divertenti è che lui ha sì operato allo stesso modo di Agatha Christie, ma ha poi aggiunto meccanismi convenzionali, sfaccettature divertenti e tradizionali in maniera particolare attraverso cui, guardando il film, si possono rivedere i tempi in cui si vive, poiché si rappresentano le difficoltà del nostro momento, in un contesto molto attuale.”

Un cast ben assortito per una pellicola corale

Johnson ha raccontato poi di aver scritto la sceneggiatura nel 2020, quindi in pieno lockdown, in una condizione limitante che ha scaturito in lui il desiderio di trovarsi su un’isola greca, ambientazione del film e dimora dell’omicidio. Riferendosi sempre ad Agatha Christie, il regista ha sostenuto che non sono solo le tipiche e tradizionali campagne del New England a rappresentare lo sfondo perfetto per questo genere, ma ci sono tanti altri luoghi particolarissimi da cui si può attingere, esattamente come fece la scrittrice nei suoi romanzi.

La chiave del successo di un film però, oltre allo spazio idilliaco in cui si svolge il delitto, risiede anche nella bravura degli attori che, per rendere il più autentici possibili i personaggi di cui si vestono, devono impegnarsi anima, corpo e cuore. Glass Onion, come lo stesso regista conferma, si può definire un lungometraggio corale, in cui ogni figura ha un suo spazio definito e preciso, indi per cui la scelta del cast è stata ancor più minuziosa affinché si potesse restituire al pubblico un prodotto sano e ben sviluppato. “Cerchi sempre di ottenere gli attori migliori – ha detto Rian – e siamo stati fortunati perché siamo riusciti ad averli. Ma c’è anche un ulteriore elemento, come organizzare una cena, che è un qualcosa di corale, e sappiamo che bisogna stare insieme in un luogo per tanto tempo, quindi devi cercare di ingaggiare attori che siano assolutamente capaci di ricoprire quel ruolo ma anche poi di lavorare insieme.”

Kate Hudson ha poi aggiunto che “ci deve essere anche la capacità di rinunciare al proprio ego. Abbiamo trascorso tanto tempo insieme, ogni giorno, anche se c’era il backstage avevamo queste aree di attesa dove stavamo tutti insieme, mangiavamo insieme la maggior parte delle volte ed era come se fossimo in una compagnia teatrale. (…) Come diceva Rian, ci vuole una certa grazia per affrontare questa esperienza con un gruppo di persone, e lui è riuscito a trovarne uno di esseri umani la cui caratteristica era proprio questa, il che è molto raro.”

Miles Bron, un personaggio che ne racchiude mille

Una delle figure più camaleontiche della comitiva di amici in Glass Onion è fuor di dubbio il miliardario Bron interpretato dall’azzeccato Edward Norton. Il suo charme e la sua idea filosofica dietro il concetto di disgregatori impregna gran parte del tessuto contenutistico del film, con questo che li usa come scudo per nasconderne doppiezza e avidità. Osservando il suo Miles è evidente che si sia attinti molto dalla realtà per costruire un personaggio dalle mille sfaccettature ma soprattutto dai mille volti.

A tal proposito è stato lo stesso Norton a rispondere: “è sorprendente che la lista di coloro che potrebbero essere considerati fonte di ispirazione diventi sempre più lunga, anche magari con qualcuno a cui non avevamo mai pensato come possibile candidato ma che invece potrebbe essere considerato fonte di ispirazione.” Poi ha concluso: “Un po’ come la canzone di Carly Simon (You’re so vain) “sei così vanesio che pensi che questa canzone sia su di te”. Secondo me ci sono molti milionari nel campo della tecnologia che magari pensano di vedere se stessi riflessi nel personaggio”.

Il cast è stato molto attento a non svelare alcuno spoiler di Glass Onion, e come lo stesso Rian Johnson ha tenuto a specificare in un videomessagio antecedente la proiezione, il gusto di guardare un murder mystery è proprio nella partecipazione dello spettatore che deve contribuire, in sala, a risolvere il caso.

Glass Onion raggiunge 82,1 milioni di ore guardate nel weekend di apertura di Natale su Netflix

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Come previsto, Glass Onion – Knives Out si è assicurato la prima posizioen nella classifica settimanale dei film di Netflix nel suo weekend di apertura sullo streamer. Il sequel del film di “Knives Out” Rian Johnson del 2019, “Glass Onion” è stato visto per 82,1 milioni di ore nella finestra di visualizzazione dal 19 al 25 dicembre, durante la quale è stato disponibile solo negli ultimi tre giorni. Secondo le stime di Netflix, dividendo le ore di visione per la durata di 2,3 ore del film, ciò significa che 35 milioni di famiglie si sono sintonizzate per vedere Glass Onion – Knives Out.

Il film è arrivato su Netflix dopo un’uscita nelle sale limitata iniziata il 23 novembre, esattamente un mese prima del suo debutto in streaming. Il franchise di “Knives Out” ha segnato un investimento importante per Netflix, che nel 2021 ha pagato 450 milioni di dollari per i diritti di due sequel, più altri 40 milioni di dollari per produrre “Glass Onion – Knives Out”, il primo dell’accordo. Resta da vedere se la società otterrà o meno un solido ritorno sull’investimento.

82,1 milioni di ore guardate collocano “Glass Onion” leggermente indietro rispetto all’apertura di “The Unforgivable” del 2021 (85,9 milioni), che è il titolo comparabile più basso nell’elenco di Netflix dei suoi film più popolari di tutti i tempi. (Il film con Sandra Bullock si trova al n. 8. “The Irishman” e “The Kissing Booth 2” sono rispettivamente al n. 9 e a d una posizione non resa ancora disponibile.) Naturalmente, questo non è un paragone perfetto: “Glass Onion” ha avuto una premiere natalizia, il che significa che più persone erano a casa per guardare i film, anche se erano anche riunite insieme, traducendo in visualizzazioni combinate invece che in visualizzazioni su più dispositivi. “The Unforgivable” è stato presentato in anteprima il 10 dicembre 2021.

Inoltre, “The Unforgivable” non ha avuto debutto così rapido come alcuni degli altri film più popolari di Netflix. Ad esempio, “The Grey Man” ha debuttato con 88,6 milioni di ore guardate a luglio, solo 2,7 milioni in più di “The Unforgivable“”, ma è arrivato al quarto posto con 253,9 milioni di ore guardate dopo 28 giorni di streaming, quasi 40 milioni in più rispetto al conteggio finale di “The Unforgivable” di 214,7 milioni. E quando “Purple Hearts” è stato presentato in anteprima la settimana dopo “The Grey Man” con solo 48,2 milioni di ore guardate prima di risalire la classifica per diventare il settimo film Netflix più popolare di tutti i tempi con 228,7 milioni di ore dopo 28 giorni.

Pertanto, “Glass Onion” potrebbe essere ancora sulla buona strada per diventare un grande successo per Netflix. (Va anche notato che mentre Netflix e le sale cinematografiche hanno rifiutato di commentare i numeri al botteghino, fonti hanno detto a Variety che il film ha incassato circa $ 15 milioni nella prima settimana della sua corsa nelle sale.)

Glass Onion – Knives Out, una clip esclusiva dal film!

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Glass Onion – Knives Out, una clip esclusiva dal film!

In occasione di TUDUM, l’evento Netflix dedicato ai fan, Ryan Johnson ha presentato in esclusiva una clip da Glass Onion – Knives Out, sequel di Cena con delitto.

Glass Onion – Knives Out, il sequel di Cena con delitto – Knives Out diretto nuovamente da Ryan Johnson e sempre con Daniel Craig protagonista, arriverà prossimamente al cinema e poi su Netflix dal 23 dicembre. La trama di questo seguito, come rivelato di recente, si concentra sul magnate della tecnologia Miles Bron che invita alcuni dei suoi più cari amici in vacanza sulla sua isola privata in Grecia. Ben presto, tuttavia, quell’oasi di pace si macchia di sangue e mistero, un mistero che solo il detective Benoit Blanc può risolvere.

Dopo essersi mostrato grazie ad alcune prime immagini ufficiali, il film concede un’ulteriore assaggio di sé attraverso il primo trailer. In questo vengono presentati i personaggi principali, interpretati da un cast di attori del calibro di Edward Norton, Janelle Monáe, Jessica Henwick, Kathryn Hahn, Leslie Odom Jr, Madelyn Cline, Kate Hudson e Dave Bautista. Poco viene invece svelato del mistero alla base del film, anche se il regista ha rivelato che Glass Onion sarà diverso rispetto a Knives Out in quanto a tono, ambizioni e ragion d’essere.

Johnson ha inoltre spiegato che la sua tecnica per la scelta del cast è come “organizzare una cena per gli ospiti. Inviti sempre le persone che ti piacciono, ma è difficile sapere davvero come andrà e alla fine puoi solo cercare di scegliere i migliori attori per una parte, quelli che sembrano più adatti a un ruolo specifico. A quel punto ti tuffi e trattieni il respiro. Per fortuna abbiamo messo insieme un gruppo stupendo e davvero coeso”. Non resta dunque che attendere che il film diventi disponibile per la visione, potendo intanto godere del suo elettrizzante trailer.

Glass Onion – Knives Out, Rian Johnson parla della scena di Angela Lansbury

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Rian Johnson, regista di Glass Onion – Knives Out, ha condiviso il suo pensiero sull’opportunità che ha avuto di girare una scena con Dame Angela Lansbury prima della sua recente scomparsa. Secondo Deadline, Johnson ha parlato del ruolo di Lansbury in Glass Onion – Knives Out durante un evento stampa al London Film Festival.

Durante l’evento, ha rivelato le sue riflessioni sull’opportunità di lavorare sia con Lansbury che con Stephen Sondheim, scomparso lo scorso novembre, in Glass Onion. È rimasto scioccato e onorato che entrambi abbiano detto di sì, condividendo che “personalmente il solo fatto di poter avere 10 minuti con ciascuno di loro per dire loro cosa ha significato il loro lavoro per me è stato davvero speciale”.

“Erano così gentili e così generosi. Non avremmo mai pensato che uno dei due avesse potuto accettare? Non pensavamo che l’avrebbero fatto. Ed entrambi erano così fantastici. Per entrambi, oltre al solo onore di averli nel film, poter avere personalmente 10 minuti con ciascuno di loro per raccontare loro cosa ha significato per me il loro lavoro è stato davvero speciale.”

Glass Onion – Knives Out, il sequel di Cena con delitto – Knives Out diretto nuovamente da Ryan Johnson e sempre con Daniel Craig protagonista, arriverà prossimamente al cinema e poi su Netflix dal 23 dicembre. La trama di questo seguito, come rivelato di recente, si concentra sul magnate della tecnologia Miles Bron che invita alcuni dei suoi più cari amici in vacanza sulla sua isola privata in Grecia. Ben presto, tuttavia, quell’oasi di pace si macchia di sangue e mistero, un mistero che solo il detective Benoit Blanc può risolvere.

Dopo essersi mostrato grazie ad alcune prime immagini ufficiali, il film concede un’ulteriore assaggio di sé attraverso il primo trailer. In questo vengono presentati i personaggi principali, interpretati da un cast di attori del calibro di Edward Norton, Janelle Monáe, Jessica Henwick, Kathryn Hahn, Leslie Odom Jr, Madelyn Cline, Kate Hudson e Dave Bautista. Poco viene invece svelato del mistero alla base del film, anche se il regista ha rivelato che Glass Onion sarà diverso rispetto a Knives Out in quanto a tono, ambizioni e ragion d’essere.

Johnson ha inoltre spiegato che la sua tecnica per la scelta del cast è come “organizzare una cena per gli ospiti. Inviti sempre le persone che ti piacciono, ma è difficile sapere davvero come andrà e alla fine puoi solo cercare di scegliere i migliori attori per una parte, quelli che sembrano più adatti a un ruolo specifico. A quel punto ti tuffi e trattieni il respiro. Per fortuna abbiamo messo insieme un gruppo stupendo e davvero coeso”. Non resta dunque che attendere che il film diventi disponibile per la visione, potendo intanto godere del suo elettrizzante trailer.

Glass Onion – Knives Out, il trailer ufficiale del film!

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Glass Onion – Knives Out, il trailer ufficiale del film!

È ora disponibile il trailer di Glass Onion – Knives Out, sequel di Cena con delitto – Knives Out di Rian Johnson del 2018, in cui il detective Benoit Blanc si dovrà recare in Grecia per indagare su un mistero che coinvolge un nuovo gruppo di personaggi unici. Il film, che può contare su un cast d’eccezione con Daniel Craig, Edward Norton, Janelle Monáe, Kathryn Hahn, Leslie Odom Jr., Jessica Henwick, Madelyn Cline, Kate Hudson e Dave Bautista, arriva al cinema per una sola settimana dal 23 novembre, e su Netflix dal 23 dicembre.

Glass Onion – Knives Out, il sequel di Cena con delitto – Knives Out diretto nuovamente da Ryan Johnson e sempre con Daniel Craig protagonista, arriverà prossimamente al cinema e poi su Netflix dal 23 dicembre. La trama di questo seguito, come rivelato di recente, si concentra sul magnate della tecnologia Miles Bron che invita alcuni dei suoi più cari amici in vacanza sulla sua isola privata in Grecia. Ben presto, tuttavia, quell’oasi di pace si macchia di sangue e mistero, un mistero che solo il detective Benoit Blanc può risolvere.

Dopo essersi mostrato grazie ad alcune prime immagini ufficiali, il film concede un’ulteriore assaggio di sé attraverso il primo trailer. In questo vengono presentati i personaggi principali, interpretati da un cast di attori del calibro di Edward Norton, Janelle Monáe, Jessica Henwick, Kathryn Hahn, Leslie Odom Jr, Madelyn Cline, Kate Hudson e Dave Bautista. Poco viene invece svelato del mistero alla base del film, anche se il regista ha rivelato che Glass Onion sarà diverso rispetto a Knives Out in quanto a tono, ambizioni e ragion d’essere.

Johnson ha inoltre spiegato che la sua tecnica per la scelta del cast è come “organizzare una cena per gli ospiti. Inviti sempre le persone che ti piacciono, ma è difficile sapere davvero come andrà e alla fine puoi solo cercare di scegliere i migliori attori per una parte, quelli che sembrano più adatti a un ruolo specifico. A quel punto ti tuffi e trattieni il respiro. Per fortuna abbiamo messo insieme un gruppo stupendo e davvero coeso”. Non resta dunque che attendere che il film diventi disponibile per la visione, potendo intanto godere del suo elettrizzante trailer.

Glass Onion – Knives Out: recensione del film di Rian Johnson

Glass Onion – Knives Out: recensione del film di Rian Johnson

Rian Johnson torna con un altro mystery saporito da risolvere. Si tratta di Glass Onion – Knives Out, sequel dell’amato Cena con delitto, pellicola che ha portato “alla ribalta” il personaggio carismatico di Benoit Blanc. Il film strizza un po’ l’occhio ad Assassinio sul Nilo di Kenneth Branagh, il cui sfondo è quello di una luxury vacation che si tramuta nel peggiore degli incubi per i suoi partecipanti. A differenza del primo Knives Out, in cui il delitto era consumato all’interno della abbiente famiglia Thrombey, la nuova trama tesse la sua tela attorno ad una compagnia di amici aggrappati alla ricchezza del miliardario Miles Bron.

Il sequel si presenta come storia indipendente dalla precedente, il cui unico elemento in comune è il detective Blanc afflitto a causa della situazione pandemica attuale. Si smorzano un po’ anche i toni, e il cinismo cede il passo al sarcasmo di cui Benoit si fa portatore. Glass Onion – Knives Out, distribuito da Netflix e Lucky Red, sarà al cinema per una sola settimana dal 23 novembre e sulla piattaforma streaming dal 23 dicembre.

Glass Onion – Knives Out, la trama

Benoit Blanc (Daniel Craig) a causa della pandemia è sprofondato nella noia; nessun caso per lui è succulento e intrigante come vorrebbe e passa la maggior parte del suo tempo nella vasca da bagno. Un bel giorno un invito, nascosto in una scatola di legno piena di enigmi da risolvere, lo conduce in Grecia, sull’isola di Miles Bron (Edward Norton), magnate della tecnologia.

Qui Benoit ci arriva assieme alla singolare comitiva di amici del miliardario: Claire Debella (Kathryn Hahn), Lionel Touissaint (Leslie Odom Jr), Birdie Jay (Kate Hudson), Duke Cody (Dave Bautista) e l’ex socia in affari Cassandra Brand (Janelle Monae). Ognuno di loro, per motivi diversi, è legato a Bron non solo da un’amicizia datata, ma anche da un profitto personale. Credendo di trascorrere un weekend all’insegna del relax, il gruppo si troverà di fronte all’omicidio di uno loro, in cui tutti sembrano in qualche modo colpevoli.

Glass Onion - Knives Out Daniel CraigUn delizioso delitto estivo

Johnson impiatta un whodonuit dal set-up tradizionale, alla Agatha Christie story, le cui pedine e indizi si sparpagliano dentro la suggestiva e ricca isola greca del miliardario Miles. La struttura narrativa si modella lungo il mystery crime con un taglio ironico, e costella la diegesi di dialoghi al limite del comico, supportati da alcune gag studiate a puntino per movimentare le scene. La prima parte di Glass Onion – Knives Out è volta a spiegare – rallentando un po’ il racconto – in che rapporti sentimentali i personaggi si trovino l’uno con l’altro, sfruttando la prima ora per mostrare allo spettatore la loro posizione sociale. Ma è nella terza parte, con un incidente scatenate posizionato molto più in là dei canonici trenta minuti (errore), che il vero giallo prende forma con ritmo incalzante.

Nell’ultimo atto si scopre chi è il vero protagonista della storia, in questo caso l’ex socia Cassandra Brand che riesce, con il suo carisma, a eclissare il detective Benoit Blanc che in questo caso tende più a mimetizzarsi che a prorompere. In alcune sequenze che vanno a ritroso nel tempo e raccolgono ciò che si è seminato durante la diegesi, lo spettatore entra finalmente in contatto con l’oggetto del desiderio della Brand, prima oscurato dalla morte improvvisa di uno degli amici. Si mette così in moto il processo di empatia verso la donna, sperimentando la sua transizione di valori – in termini di sceneggiatura – che da negativo/negativo per i buoni sessanta minuti, si trasforma in negativo/positivo iniziando ad alternarsi, restituendo la tipica esperienza emozionale che culmina in frenetici plot twist.

L’impostazione del delitto a cui si partecipa attivamente appare in principio come un mistero fin troppo ingarbugliato e multistrato, capace di risolversi solo diminuendone lo spessore. Ma proprio come la cipolla di vetro – cuore e cupola della villa di Bron – finisce con l’essere più banale e per certi versi più stupido del previsto. Poiché a volte sono le cose che stanno proprio davanti agli occhi a sfuggire allo sguardo dell’attenzione. Esattamente come la glass onion, tanto scontata quanto essenziale.

Glass Onion - Knives Out cast

Avidità e desiderio di potere, le cifre dominanti

Glass Onion – Knives Out si presenta con uno script potenzialmente astuto. I personaggi scelti per questo nuovo gioco – e inizialmente lo è davvero – sono ben assortiti sulla trama-scacchiera. Ognuno di essi è simbolo e incarnazione del concetto di avidità e bramosia di potere all’interno della loro costruita estrazione sociale, volta a rimarcarne la doppiezza. Se all’apparenza sono mossi da libertà verso se stessi e lealtà verso ciò che istituzionalmente rappresentano, in realtà sono pedine tenute sotto scacco dal burattinaio dello show, il capitalismo, raffigurato dalla presenza venale di Miles.

La compagnia sui generis che approda sull’isola sembra condividere un sentimento forte di amicizia, eppure man mano che dell’omicidio se ne dispiegano prove e ragionamenti, si scopre che ciò che si cela nei loro rapporti a volte fin troppo melensi e cringe, ossia il desiderio di rimanere, tutti per un tornaconto personale, sotto l’egida dell’amico/finto benefattore miliardario. E così la trama vira all’analisi minuziosa dei suoi protagonisti, diventando l’omicidio l’ingegnoso escamotage per poterli esaminare, come fossero davanti al tribunale in attesa di giudizio. Nell’assoggettamento di Lionel, Claire, Duke e Birdie a Miles, Johnson ha introdotto un tema caldo della storia contemporanea, quello di un sistema che garantisce posizioni apparentemente semplici da ottenere ma in cambio di quelli che diventano dei privilegi, chiede lealtà e devozione.

La costruzione autoreferenziale del personaggio di Norton, il regista la mostra destrutturando la compagnia di amici. Come i set di enigmi della scatola di legno, questi vengono svelati in maniera progressiva step by step, sbucciati come gli strati di una cipolla, fino ad arrivare al fulcro. Nella loro disgregazione, termine spesso ripetuto nel film, risultano tutti perfettamente coesi e simili, e l’apparente loro diversità che fa di Glass Onion il punto di forza iniziale, costellato da riferimenti della cultura pop, si tramuta nell’uguaglianza attitudinale dei personaggi. In fondo sono tutti pronti a tradire per assicurarsi il posto nella campana di vetro.

Glass Onion – Knives Out risulta perciò una pellicola con un impianto narrativo e contenutistico ben strutturato, la cui suspense viene smorzata dall’humor che imprime i dialoghi dei personaggi e di cui lo stesso Blanc, con il suo accento del sud, sembra impossessarsi. Seppur il finale non raggiunga l’apice del climax e lasci un po’ con l’amaro in bocca, l’omicidio ben scorre fra le varie sfaccettature dei suoi protagonisti coinvolti e, giunti ai titoli di coda, le due ore e venti sembrano essere volate.

Glass Onion – Knives Out: prime foto del sequel con Daniel Craig

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Glass Onion – Knives Out: prime foto del sequel con Daniel Craig

Il detective Benoit Blanc è pronto a tornare! Glass Onion – Knives Out, il sequel di “Cena con delitto – Knives Out”, arriverà in cinema selezionati prossimamente (in data da definirsi) e su Netflix dal 23 dicembre. Diciamo la verità… chi di noi non ha passato gli ultimi anni a sognare una fantastica vacanza in spiaggia? Nel 2020 durante il lockdown, l’autore e regista Rian Johnson ha deciso di fare una vacanza con l’immaginazione… e con un omicidio da risolvere. Così è nato Glass Onion – Knives Out, che segue il detective Benoit Blanc (il candidato ai Golden Globe Daniel Craig) nello stesso ruolo già rivestito in Knives Out, questa volta alle prese con un nuovo mistero da risolvere nella cornice del Mediterraneo.

Se Knives Out si concentrava su sanguinari legami di famiglia, Glass Onion ci ricorderà che è meglio diffidare anche degli amici più stretti. Il magnate della tecnologia Miles Bron (Edward Norton) invita alcuni dei suoi più cari amici in vacanza sulla sua isola privata in Grecia, ma presto si capisce che il paradiso non è proprio perfetto. E se poi ci scappa il morto… nessuno è capace di indagare meglio di Blanc. Johnson spiega che la sua tecnica per la scelta del cast è come “organizzare una cena per gli ospiti”. Intorno alla tavola imbandita questa volta ci saranno il candidato agli Oscar Edward Norton, Janelle Monáe, Jessica Henwick, Kathryn Hahn, Leslie Odom Jr, Madelyn Cline, Kate Hudson e Dave Bautista.

“Inviti sempre le persone che ti piacciono”, spiega il regista, “ma è difficile sapere davvero come andrà e alla fine puoi solo cercare di scegliere i migliori attori per una parte, quelli che sembrano più adatti a un ruolo specifico. A quel punto ti tuffi e trattieni il respiro. Per fortuna abbiamo messo insieme un gruppo stupendo e davvero coeso”. Tutti ruotano intorno al detective-filosofo Craig, che passa sopra sfuriate e sotterfugi con il suo pesante accento per scovare gli indizi essenziali. Johnson rivela che Blanc è un po’ più sotto i riflettori questa volta.

Glass Onion – A Knives Out Mistery chiuderà il BFI London Film Festival

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Glass Onion – A Knives Out Mistery chiuderà il BFI London Film Festival. A giugno, è stato annunciato che Matilda The Musical di Roald Dahl, con Lashana Lynch ed Emma Thompson, aprirà il festival il 5 ottobre e ora sappiamo che al film di Rian Johnson toccherà la chiusura.

Il seguito del divertente e molto apprezzato Knives Out del 2018, Glass Onion – A Knives Out Mistery, vede Daniel Craig tornare nei panni del detective Benoit Blanc, amante dei buchi delle ciambelle, dall’abbigliamento elegante e accento del sud. È lui l’unico tessuto connettivo in questo sequel di tipo antologico, questa volta in Grecia per risolvere un nuovo caso. Sarà affiancato da un cast stellare di nuovi sospetti, tra cui Ethan Hawke, Kathryn Hahn, Jessica Henwick, Dave Bautista, Janelle Monáe, Kate Hudson, Edward Norton e Leslie Odom Jr, gli ultimi quattro dei quali si uniranno a Johnson nella partecipazione al festival stesso.

Il film sarà proiettato come Closing Night Gala della LFF domenica 16 ottobre, data che segnerà anche la sua anteprima europea, prima della sua uscita nei cinema e poi su Netflix nel corso dell’anno.

Scritto e diretto da Rian Johnson, e prodotto dallo stesso Johnson insieme a Ram Bergman, Glass Onion – A Knives Out Mistery presenta un cast stellare che comprende Daniel Craig,Ethan Hawke, Kathryn Hahn, Jessica Henwick, Dave Bautista, Janelle Monáe, Kate Hudson, Edward Norton e Leslie Odom Jr.

Nel sequel di CENA CON DELITTO – KNIVES OUT (Rian Johnson), il detective Benoît Blanc va in Grecia per risolvere un mistero con un nuovo cast di stravaganti sospetti.

Glass Onion – A Knives Out Mistery prima al cinema e poi su Netflix? La piattaforma prova a cambiare strategia

Glass Heart, la spiegazione del finale: Naoki e Akane finiranno insieme?

Glass Heart (titolo originale: Gurasu Haato) è una serie drammatica musicale in lingua giapponese prodotta da Netflix che racconta la storia di una giovane studentessa universitaria, Akane Saijo (Yu Miyazaki), che cerca di farsi un nome nel mondo della musica. Basata sull’omonimo romanzo di Wakagi Mio, questa produzione di formazione accompagna gli spettatori in un viaggio avvincente che si conclude con una nota molto emozionante, fondendo interpretazioni sincere con la dura realtà dell’inseguimento dei propri sogni in un settore spietato.

Dopo aver affrontato molti rifiuti, Akane incontra finalmente Naoki Fujitani (Takeru Satoh), che crede nel suo talento e vuole che entri a far parte della sua band, i TENBLANK. Entrare a far parte della band offre alla batterista una piattaforma per esprimersi e la aiuta a combattere le sue insicurezze. Mentre la band inizia il suo viaggio, Akane capisce cosa la spinge e per cosa è disposta a lottare. SPOILER IN ARRIVO!

Cosa succede nella serie tv Glass Heart?

Lo spettacolo inizia con Akane Saijo che si prepara per esibirsi sul palco. Tuttavia, il suo mondo crolla quando la band la caccia prima dell’esibizione. A causa della forte pioggia, lo spettacolo viene annullato e il pubblico lascia il locale. Desiderosa di dimostrare il suo valore come batterista, inizia a suonare nel parcheggio del locale, spingendo le persone a fermarsi e ad ascoltare la sua musica. Pochi istanti dopo, sente il suono di un pianoforte che si sincronizza perfettamente con il suono della sua batteria. La sua esibizione le vale un applauso, ma poco è cambiato e lei è ancora in attesa di una svolta. Dopo aver affrontato molti rifiuti, Akane decide di smettere di suonare la batteria e di aiutare sua madre nel loro ristorante. Tuttavia, è proprio allora che tutto cambia e incontra qualcuno che sta per cambiare la sua vita.

Dopo che un cliente chiede espressamente di Akane, sua madre le chiede di consegnare l’ordine. Quando la batterista arriva sul posto, vede un biglietto per lei ed entra in casa. Mentre cerca di capire come il proprietario della casa conosca lei, si imbatte in Naoki Fujitani, un musicista brillante ma solitario, che sta lavorando a nuova musica. Sebbene Naoki non ricordi Akane, gli altri membri della band, Sho Takaoka (Keita Machida) e Kazushi Sakamoto (Jun Shison), gli fanno capire che era lui a cercare Akane. Quando Naoki le chiede di entrare a far parte della band TENBLANK, lei accetta immediatamente. Ben presto, i membri della band scoprono il suo stile di lavoro e come questo crei tensione all’interno del gruppo. Mentre la band affronta ogni sfida, si trova faccia a faccia con la band rivale, gli Over Chrome, e il loro cantante, Toya, che crede che il tempo di Naoki sia finito.

Alla fine della stagione, tutti i membri della band capiscono di appartenere a questo mondo, specialmente Akane. Lei inizia come dilettante e scopre le sue capacità mentre crea melodie che riflettono il suo mondo interiore. Nel frattempo, per Naoki, questa band è tutto e vuole vedere il gruppo ottenere il riconoscimento che merita. Tuttavia, raggiungere la vetta non è facile e uno dei nomi più influenti del settore, Ichidai Isagi, sta cercando in tutti i modi di ostacolarli. Di conseguenza, il loro viaggio svela un segreto profondo su Naoki che nessuno conosce, che cambia la traiettoria della band e li costringe a rivalutare il loro futuro. Il cantante ha un tumore al cervello e, se continua a esibirsi, potrebbe morire. Mentre la tensione sale, la band deve decidere se lasciare tutto o restare unita, con la loro musica che parla più forte che mai.

Glass Heart Ending: Naoki e Akane finiranno insieme?

Oltre alla musica, che è il tema principale, “Glass Heart” esplora anche le relazioni umane e come la musica possa essere uno strumento importante per riunire anime spezzate. Quando Akane incontra Naoki per la prima volta, conosce già la sua musica e il suo genio. Anche se sarà difficile per lei dare il meglio di sé ogni volta, la batterista vuole dimostrargli che ha il talento e la voglia di raggiungere la grandezza. Trascorrendo del tempo insieme, Akane impara a conoscere meglio Naoki e il suo modo di creare musica che entra in sintonia con gli ascoltatori. Si rende conto che Naoki si perde nel suo mondo ogni volta che pensa a creare una melodia o a scrivere un testo, il che la attrae sempre di più. Tuttavia, non è l’unica ad apprezzare il talentuoso musicista. Anche un’altra giovane cantante, Yukino, mostra una crescente vicinanza al cantante della band.

Quando la band decide di creare nuova musica, si allontana dalla città rumorosa e trascorre un po’ di tempo insieme in un luogo più tranquillo. Alla fine, vanno in una baita vicino al bosco per creare qualcosa di speciale. Naoki dice che inizieranno presto a lavorare alla musica e che lui scriverà il testo della loro nuova canzone. Nel frattempo, il cantante parla con Akane e le dice di andare nella sua stanza per una battaglia con i cuscini durante la notte, cosa che la sconvolge ma la rende anche eccitata. Ma le cose non vanno come previsto quando Yukino, che lavora con Ichidai Isagi, arriva nello stesso posto. Quando il manager della band chiede perché sia lì, Naoki risponde che ha bisogno della sua voce per l’album. Durante il loro soggiorno al cottage, Yukino fa capire ad Akane che vuole Naoki e che non vuole che lei si intrometta tra loro.

Più tardi quella notte, Akane trova Naoki e gli confessa i suoi sentimenti. Purtroppo, Naoki le dice che ama solo la musica, che è l’unica cosa che lo tiene in vita. Questo le spezza il cuore, ma lei si concentra maggiormente sulla sua musica. Tuttavia, non rinuncia a quel sentimento e continua a vivere con l’amore che prova per il Sensei. Per assicurarsi di rimanere vicina a Naoki, Akane va persino al santuario Kawagoe Hikawa e scrive un desiderio su una tavoletta Ema, augurandosi che le loro strade si intrecciano, sia nella musica che nella vita. Alla fine, Yukino se ne va dalla vita di Naoki dopo aver scoperto che tutte le sue canzoni sono state scritte da Naoki e non da Ichidai, il che la fa sentire tradita. Con lei fuori dai piedi, il legame tra Naoki e Akane diventa più forte.

Tuttavia, quando i membri della band si rendono conto che Naoki ha un tumore al cervello e che potrebbe morire se continua a spingersi oltre i propri limiti, Sho Takaoka decide di lasciare la band e smettere di fare musica. Akane sa che Naoki morirà se non potrà più creare musica. Di conseguenza, lo porta via e lo ispira a scrivere musica. Purtroppo, lui collassa e Akane si sente responsabile. Così, lascia la band e inizia a lavorare nel ristorante di sua madre. Presto, Naoki la chiama e vuole incontrarla, e le confessa i suoi sentimenti. Il cantante le dichiara il suo amore prima di baciarla, segnando l’inizio della loro relazione. Questo emozionante ricongiungimento non solo pone fine al senso di colpa di Akane, ma riaccende anche la scintilla che lei potrebbe aver perso. La loro relazione aggiunge un nuovo livello di vulnerabilità alla narrazione, ricordando a tutti che il legame è sempre una potente forza di guarigione.

Naoki è tornato con Ichidai Isagi?

Una delle trame più importanti di “Glass Heart” è la relazione tra Naoki Fujitani e Ichidai Isagi. All’inizio, gli spettatori ne vedono solo un accenno, che rivela che i due lavoravano insieme. Tuttavia, il musicista lo ha lasciato, cosa che ha fatto infuriare Isagi. Quando Isagi viene a sapere che Naoki ha formato una band e è tornato sulla scena musicale, si infuria all’idea che il suo rivale lavori in modo indipendente e non con lui. Mentre assiste alla prima esibizione dal vivo della band, l’influente produttore chiarisce che Akane, la batterista, è l’anello debole della band. Inoltre, promette di distruggere la band in modo che Naoki torni da lui. Nel corso del film, Isagi fa molte cose maliziose per riportare il geniale musicista da lui.

La cliente di Isagi, Yukino, si avvicina a Naoki per aiutarlo a sciogliere il gruppo. Tuttavia, quando Yukino scopre la verità su Isagi e sul fatto che non ha mai scritto nessuna delle sue canzoni, affronta Naoki e gli chiede di continuare a scrivere per lui. Quando lui rifiuta di parlare con lei, Yukino dice ad Akane che distruggerà tutto. Tuttavia, Isagi esagera quando i TENBLANK iniziano a ottenere il riconoscimento. Il gruppo inizia un tour nazionale che fa il tutto esaurito negli stadi. Quando Isagi viene a sapere della loro popolarità, chiama gli organizzatori e dice loro di cancellare il loro concerto alla Saitama Super Arena. Incredibilmente, anche tutti i concerti in programma vengono cancellati perché nessun organizzatore vuole occuparsi dei loro concerti. Questo spinge il cantante della band a confrontarsi con il suo ex mentore riguardo ai suoi sporchi trucchi.

Isagi gli dice che dovrebbe tornare da lui e che insieme potrebbero creare musica che lo renderebbe più popolare. Il produttore e il cantante hanno iniziato a lavorare insieme quando Naoki era giovane. Il suo talento era speciale fin dall’inizio e ha il potere di creare una melodia di successo in pochi minuti. In uno dei flashback, Naoki lavora con Isagi e lo apprezza per aver suonato una melodia al pianoforte. Prende quella melodia, la mette sul suo strumento e in pochi minuti crea qualcosa di potente ed energico. Questo è uno dei motivi per cui Naoki è famoso e considerato un genio. Isagi non ha mai voluto lasciarlo e lo rivoleva con sé perché sapeva che il cantante dei TENBLANK poteva renderlo una star mondiale nel campo della produzione musicale.

Di conseguenza, quando Naoki lo rifiuta e chiede a Isagi di creare la sua musica, quest’ultimo semina il dubbio nella mente di Sho Takaoka raccontandogli del tumore del musicista. In questo modo, Isagi pensa di essere riuscito a separare la band e, in un certo senso, ci riesce. Nonostante ciò, Naoki non si ferma e riunisce tutti per dare una risposta adeguata ai loro detrattori. Non solo rifiuta di lavorare con Isagi, ma la band lo salva anche dall’imbarazzo di perdere la sua carriera dopo che Yukino rivela al pubblico la sua vera identità. Quando tutte le band rifiutano di esibirsi per lui, i TENBLANK arrivano e offrono una performance straordinaria. Questo potente atto di unità riafferma il loro legame come qualcosa di più di un semplice gruppo di musicisti: sono una famiglia. Opponendosi a Isagi e scegliendo la lealtà invece dell’ambizione, Naoki e i TENBLANK rivendicano la loro voce.

Chi chiude Akane nella sala trucco e perché?

Naoki in Glass Heart

Akane Saijo entra a far parte della band per caso. Non ha mai parlato di unirsi ai TENBLANK e sembra che il destino l’abbia portata da Naoki Fujitani. Lui la recluta come batterista della band senza dirlo alla manager Miyako Kai (Erika Karata). La manager non è contenta dell’ingresso di Akane perché non ha un seguito né una carriera musicale promettente. Per Kai sarà difficile dire alla sua compagnia che Akane fa parte della band. Tuttavia, Naoki difende Akane e vuole che lei faccia parte del gruppo. Mentre lavorano alla loro musica, Naoki sa che vuole che la band attiri l’attenzione. Di conseguenza, prenota la band per un’esibizione televisiva dal vivo che li porterà a un pubblico più ampio.

Kai sa che la band sta andando troppo veloce e che dovrebbe darle la possibilità di rallentare. Nel frattempo, continua a credere che Akane non sia adatta alla band perché li sta trascinando giù con la sua batteria da dilettante. Qualche giorno dopo, la band si prepara per l’esibizione. Tuttavia, Kazushi scopre che tutte le registrazioni sono sparite dal loro sistema e che dovranno lavorare di nuovo sugli arrangiamenti. Nel frattempo, Kai dice ad Akane di andare a truccarsi e di tornare al traghetto in tempo. Quando la batterista raggiunge il trucco, non c’è nessuno che la vede. È allora che vede una batteria e inizia a suonarla, ma qualcuno chiude la porta dall’esterno e le impedisce di raggiungere il traghetto. Alla fine riesce a uscire e finalmente si esibisce con il gruppo.

La verità viene a galla quando Kai parla con Naoki di Anake e di come ha continuato a suonare la batteria, dimenticandosi dell’esibizione. Naoki non sa nulla della batteria, ma Kai capisce che il suo segreto è stato svelato. Naoki dice a Kai di andarsene, ma Sho la segue. Durante una conversazione, Kai fa notare che Akane sembrava così spensierata mentre suonava la batteria e che è una forza da non sottovalutare, il che l’ha spinta a fare una cosa del genere. La sua confessione rivela il lato oscuro della natura umana. Ha chiuso Anaka a chiave per una silenziosa gelosia, perché vederla suonare con tanta passione la faceva sentire insicura e messa in ombra. In quel momento, non si trattava solo di musica, ma della sensazione di perdere il suo posto nella band e, forse, anche agli occhi di Naoki.

Perché Toya odia Naoki?

Glass Heart Sato Solo

Mentre formava la band TENBLANK e la portava a un pubblico più ampio, Naoki voleva che aprissero il concerto di una grande band. Per lo stesso motivo, va da un ex amico e rivale per chiedergli aiuto. Quell’amico è Toya, il cantante degli Over Chrome. Fin dalla loro prima conversazione, è chiaro che c’è molto tra loro e che si conoscono molto bene. Ma Toya non lo sopporta e vuole dimostrare di essere migliore di Naoki. Tuttavia, quando il cantante dei TENBLANK gli chiede un favore, Toya non esita e offre loro un’opportunità. Il gruppo appena formato si esibisce prima degli Over Chrome in uno dei loro concerti, creando una solida base per sé stesso. Di conseguenza, inizia a parlare con Akane della band e di come Naoki volesse smettere di fare musica.

Ciononostante, i TENBLANK stanno lavorando al loro primo singolo e sono entusiasti. Improvvisamente, Toya invia ad Akane un messaggio con una registrazione audio che la mette a disagio. La registrazione è una canzone che gli Over Chrome stanno per pubblicare lo stesso giorno ed è molto simile a quella creata dai TENBLANK. Quando Naoki viene a sapere della registrazione, cancella la canzone e dice alla band che lavoreranno a una nuova composizione. Akane affronta Toya riguardo alla canzone e gli chiede di cancellarla, ma lui non è disposto a farlo. Porta Akane in quello che sembra essere uno studio di registrazione e le chiede di suonare la batteria sulle sue melodie. Improvvisamente, Naiko irrompe e vuole riavere Akane. Quando Akane chiede come fanno a sapere così tante cose l’uno dell’altro, Toya rivela che Naoki è il suo fratellastro maggiore. Nel frattempo, Naoki rivela che la melodia che ha creato per la canzone gli è stata insegnata dalla madre di Toya.

Il motivo per cui lo odia così tanto è che Toya non è mai stato bravo come Naoki fin dall’inizio. È diventato così geloso del suo talento che si è ferito le dita di proposito. La distanza tra loro ha continuato a crescere mentre Toya lottava per affrontare il fatto di essere sempre il secondo migliore. La ferita che si è inflitto non è solo un atto di disperazione, ma un grido di aiuto in un mondo che lo ha ignorato. Anche se è diventato famoso grazie alla sua musica, quell’amarezza si è trasformata in odio. Alla fine, si rende conto del suo errore e non lascia che l’odio lo consumi, ricucendo il rapporto con il fratellastro. Sceglie il perdono invece dell’orgoglio e finalmente si libera dal peso del risentimento che ha portato con sé per così tanto tempo.

Glaskupan – La cupola di vetro: la spiegazione del finale – chi ha rapito Alicia?

Il nuovo thriller svedese di Netflix, Glaskupan – La cupola di vetro, intreccia un mistero intrigante e si conclude con la cattura del colpevole. Il crime drama inizia con Lejla (Léonie Vincent), una donna rapita da bambina, che torna a casa dopo la morte della madre adottiva. Ma mentre si trova nel villaggio immaginario di Granås, in Svezia, la sua amica Louise (Gina-Lee Fahlén Ronander) viene trovata morta e la figlia di Louise, Alicia (Minoo Andacheh), scompare misteriosamente. Lejla inizia a indagare su cosa sia successo ad Alicia e dove possa trovarsi, ma deve affrontare il suo passato e ciò che ha vissuto quando è stata rapita.

Quando i vestiti di Alicia vengono ritrovati all’ingresso della miniera di suo padre Said (Farzad Farzaneh), questi diventa il principale sospettato delle indagini. Tuttavia, viene rilasciato dalla polizia quando emergono nuovi indizi che puntano verso un’altra persona. Più Lejla indaga, più scopre dure verità che collegano il colpevole alla persona che l’ha rapita. Nel terzo atto di questo intenso thriller, Lejla è sicura di aver risolto il mistero, ma rimane scioccata nello scoprire che la persona di cui si fidava di più al mondo le ha mentito per tutta la vita.

Chi ha rapito Lejla e Alicia in Glaskupan – La cupola di vetro

Valter ha rapito Lejla e Alicia

Lejla, una criminologa, è un’esperta in casi di rapimento perché ha vissuto un’esperienza simile. Il suo obiettivo è assicurarsi che Alicia torni a casa dalla sua famiglia sana e salva. Inizialmente, Lejla non pensa che il suo passato abbia qualcosa a che fare con il rapimento di Alicia, ma mentre ascolta le vecchie registrazioni dell’interrogatorio di sua madre alla polizia, deduce che ci sono forti somiglianze tra il suo caso e quello di Alicia. Mentre altre persone, come Said e poi Jim (Victor Ståhl Segerhagen), sono sospettati, non corrispondono al profilo. Tuttavia, Tomas (Johan Rheborg), lo zio di Lejla, sì.

Proprio mentre sta mettendo insieme gli indizi, Lejla viene rapita di nuovo e riportata nella cupola di vetro, dove trova Alicia. Usando il telefono di Louise, che ha rubato a casa di Tomas, chiama Valter (Johan Hedenberg) per avvisarlo della sua posizione. Con grande sorpresa, è Valter che si presenta alla cupola di vetro e chiede il telefono. Si scopre che è stato lui a rapire Lejla, Alicia e molte altre ragazze.

Glaskupan – La cupola di vetro è stato scritto da Camilla Läckberg e diretto da Lisa Farzaneh e Henrik Björn.

Tomas corrisponde al profilo del rapitore, ovvero è cresciuto in una famiglia violenta e non ha mai superato il trauma. Ma considerando quanto è bravo Valter a mentire, è logico che non sia stato sospettato di essere il rapitore. Solo Tomas sapeva davvero quali oscuri segreti nascondeva suo fratello.

Perché Valter ha rapito Lejla e le altre ragazze

Valter aveva un trauma irrisolto

Da giovane, Valter viveva in una famiglia violenta. Suo padre lo picchiava spesso, e Tomas, mentre sua madre non faceva nulla. Le ragazze rapite da Valter hanno tutte i capelli scuri, proprio come sua madre. In un certo senso, rapire e poi uccidere le bambine è il suo modo di riprendere un certo controllo. Poiché sua madre non lo ha protetto quando avrebbe dovuto, ha trovato un modo distruttivo per elaborare il suo dolore e il suo trauma.

Per Valter, conservare i capelli delle sue vittime significava anche poter mantenere un certo controllo su di loro anche dopo la morte. Il caso di Lejla, tuttavia, era diverso. Valter ha trascorso mesi a osservarla prima di rapirla. Era ossessionato da Lelja perché era diversa dalle altre ragazze che aveva rapito in precedenza, motivo per cui l’ha adottata dopo la morte della madre. Voleva affermarsi come il salvatore di Lejla, nonostante fosse lui ad averle causato così tanto dolore. Questo ha funzionato per un po’, finché Lejla non ha scoperto che era un lupo travestito da agnello.

Cosa è successo alle altre vittime di Valter

I corpi delle vittime erano stati gettati in un lago

Mentre Lejla sta esaminando i casi di rapimento avvenuti in Svezia alla ricerca di Alicia, si imbatte in diversi fascicoli di ragazze scomparse che non sono mai state ritrovate. La ricerca di queste ragazze è stata infruttuosa e non ha fornito alcun indizio su cosa fosse loro accaduto, perché Valter si era assicurato che nulla potesse ricondurre a lui. Dopo essere stato arrestato, racconta a Lejla cosa ha fatto dei loro corpi: li ha gettati nel lago dove lui e Lejla erano soliti andare. I corpi delle ragazze vengono recuperati dall’acqua dalla polizia e restituiti alle loro famiglie.

Chi c’era dietro l’omicidio di Louise (e perché l’ha fatto)

Valter ha anche ucciso diverse persone

L’omicidio di Louise dà il via al mistero nella serie originale Netflix. All’inizio sembra che sia morta suicida, ma l’autopsia rivela una ferita da puntura al collo. Dato che aveva una relazione con Tomas, sembra che Said l’abbia uccisa in un impeto di rabbia. Ma si scopre che anche Valter era coinvolto nell’omicidio. Quando un rapitore come Valter subisce un grande cambiamento nella sua vita, che in questo caso è stata la morte di sua moglie e il ritorno di Lejla, a volte torna alle sue vecchie abitudini.

Il modo migliore per evitare di essere catturato era assicurarsi che Louise non fosse nei paraggi per lottare per sua figlia dopo che Valter l’aveva rapita.

Alicia, la cui famiglia è odiata dagli abitanti del piccolo villaggio, era la vittima perfetta perché rapirla avrebbe significato avere diversi sospetti. Tuttavia, Valter sapeva che sua madre non avrebbe avuto pace finché non l’avesse trovata. Il modo migliore per evitare di essere catturato era assicurarsi che Louise non fosse nei paraggi per lottare per sua figlia dopo che Valter l’aveva rapita. Valter doveva anche assicurarsi che la morte di Louise fosse dichiarata un suicidio, quindi le ha tagliato i polsi dopo averla uccisa.

Il finale di Glaskupan – La cupola di vetro prepara il terreno per una seconda stagione?

Il finale di stagione di Glaskupan – La cupola di vetro non ha lasciato nulla in sospeso

Glaskupan – La cupola di vetro è emozionante dall’inizio alla fine, ha personaggi fantastici e costruisce lentamente la sua storia prima di arrivare a una conclusione soddisfacente. Data la qualità della serie Netflix non inglese, ci si potrebbe chiedere se il finale prepari il terreno per una seconda stagione. Il finale di Glaskupan – La cupola di vetro risponde a tutte le domande che vengono poste durante i sei episodi, quindi non c’è bisogno di una seconda stagione. Se dovesse esserci una seconda stagione, potrebbe riguardare Lejla che indaga su altri casi di rapimento.

Il vero significato del finale di Glaskupan – La cupola di vetro

Glaskupan – La cupola di vetro è una storia sulla giustizia

Glaskupan – La cupola di vetro si conclude con Valter che viene punito per i suoi crimini e finisce dietro le sbarre. Valter e Lejla hanno entrambi traumi irrisolti nella miniserie che hanno plasmato le loro vite. Per l’ex poliziotto, il suo trauma lo ha portato a commettere crimini atroci, mentre Lejla ha deciso di aiutare altre persone. In sostanza, Glaskupan – La cupola di vetro è una storia che invita a non giudicare le cose dall’apparenza. Valter è riuscito a nascondersi alla vista di tutti per così tanto tempo perché era in grado di comportarsi come una persona normale che aveva a cuore la sua comunità, quindi non c’era motivo di sospettare di lui.

Alla fine, il finale di The Glass Dome mostra che c’è sempre un karma per chi fa del male, anche quando non sembra il tipo di punizione che merita.

Inoltre, se Valter avesse affrontato adeguatamente ciò che gli era successo durante l’infanzia, forse non avrebbe creduto che fare del male ai bambini fosse la soluzione. Considerando ciò che Valter ha fatto, Lejla capisce finalmente l’importanza di ricevere un aiuto psicologico dopo aver vissuto un’esperienza così difficile. In definitiva, il finale di Glaskupan – La cupola di vetro mostra che c’è sempre un karma per chi fa del male, anche quando non sembra il tipo di punizione che merita.

Gladiatori di Roma in blu-ray dal 21 Febbraio

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Gladiatori di Roma in blu-ray dal 21 Febbraio

Gladiatori di Roma - Luca ArgenteroL’Antica Roma arriva nelle vostre case grazie alle edizioni Home Video del film di animazione tutto italiano Gladiatori di Roma. Fra stregonerie, pazze scorribande nel bosco

Gladiatori di Roma 3D: Recensione del film

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Gladiatori di Roma 3D: Recensione del film

Gladiatori di Roma 3D – Ai tempi della Roma Imperiale il piccolo Timo rimane orfano di entrambi i genitori nella terribile eruzione di Pompei. Viene trovato e adottato dal generale Chirone, che lo crescerà nella prestigiosa Accademia dei Gladiatori, con il sogno di vederlo diventare, un giorno, un eroe. Ma da quando Lucilla, figlia di Chirone e amica d’infanzia di Timo, ha lasciato Roma per andare a studiare in Grecia, il giovane sembra essersi arreso ad un destino di nulla facenza in compagnia dei migliori amici Ciccius e Mauritius.

Quando però la virginea fanciulla torna in città come promessa sposa di Cassio, valoroso quanto spocchioso guerriero nipote dell’Imperatore Domiziano, Timo dovrà correre ai ripari per riconquistare il suo primo amore. Allenato dalla combattiva e sensuale Diana, la “personal trainer” migliore di Roma, si preparerà fisicamente e mentalmente per il torneo d’inaugurazione del Colosseo, sfidandosi all’ultimo sangue con Cassio.

Prodotto dalla Rainbow CGI e distribuito dalla Medusa Film, Gladiatori di Roma 3D ha potuto contare sulla regia e la scrittura di Iginio Straffi, già creatore della serie tv a cartoni animati Winx Club, e sulla preziosa collaborazione dell’americano Michael Wilson, lo sceneggiatore de L’era glaciale e Shark Tale.

Una miscela vincente di sentimenti, avventura, humour e storia in 3D, per dar vita ad un film che diverte i più piccoli e al tempo stesso strizza l’occhio agli adulti. Numerose, infatti, sono le citazioni e i rimandi ai grandi miti del mondo dei fumetti poi divenuti protagonisti di lungometraggi di successo come Batman, L’incredibile Hulk o Superman. La colonna sonora, in cui alle musiche di Bruno Zambrini si affiancano canzoni note al grande pubblico (“The final countdown” o “The Best” di Tina Turner, tanto per citarne alcune), contribuiscono alla modernità accattivante del cartone.

Il tutto è contornato dal doppiaggio di Luca Argentero, Laura Chiatti e Belen Rodriguez, che hanno prestato le voci rispettivamente a Timo, Lucilla e Diana, ciascuno rappresentazione simbolica di un preciso “tipo” umano (l’adolescente scansafatiche e apatico, la giovane bella ma anche intelligente e la donna guerriera, seducente e sicura di sé). Tra tutti spicca Circe, orrenda nonna di Ciccius e fattucchiera attempata specializzata in pozioni miracolose, che parla in napoletano spinto e si rivela tifosa sfegatata dei combattimenti tra gladiatori.

Questi ultimi sono disegnati come antichi precursori dei calciatori d’oggi, tra allenamenti notturni, intrugli magici (il moderno doping) e fans scatenate al seguito. Con una (facile) morale finale: per avere successo bisogna credere in se stessi. Gladiatori di Roma sarà nelle nostre sale il 18 ottobre in 400 copie.

GLAAD Awards 2021: tutti i vincitori della 32° edizione

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GLAAD Awards 2021: tutti i vincitori della 32° edizione

Sono stati assegnati, questa notte, i GLAAD Awards, i premi annuali, creati nel 1990, assegnati dalla Gay & Lesbian Alliance Against Defamation alle persone e alle produzioni dell’intrattenimento, per il loro contribuito nel dare un’immagine più veritiera e accurata della comunità LGBT.

Ecco di seguito tutti i vincitori:

Outstanding Film – Wide Release
Happiest Season (Hulu/TriStar Pictures)

Outstanding Film – Limited Release
The Boys in the Band (Netflix)

Outstanding Documentary
Disclosure (Netflix)

Outstanding Comedy Series
Schitt’s Creek (Pop)

Outstanding Drama Series
Star Trek: Discovery (CBS All Access)

Outstanding TV Movie
Uncle Frank (Amazon Studios)

Outstanding Limited or Anthology Series
I May Destroy You (HBO)

Outstanding Reality Program
We’re Here (HBO)

Outstanding Children’s Programming
The Not-Too-Late Show with Elmo (HBO Max)

Outstanding Kids & Family Programming [TIE]
First Day (Hulu)
She-Ra & The Princesses of Power (DreamWorks Animation/Netflix)

Outstanding Music Artist
Sam Smith, Love Goes (Capitol)

Outstanding Breakthrough Music Artist
CHIKA, Industry Games (Warner Records)

Outstanding Video Game [TIE]
Tell Me Why (DONTNOD Entertainment & Xbox Game Studios)
The Last of Us Part II (Naughty Dog & Sony Interactive Entertainment)

Outstanding Comic Book
Empyre, Lords of Empyre: Emperor Hulkling, Empyre: Aftermath Avengers, by Al Ewing, Dan Slott, Chip Zdarsky, Anthony Oliveira, Valerio Schiti, Manuel Garcia, Cam Smith, Marte Gracia, Triona Farrell, Joe Caramagna, Ariana Maher, Travis Lanham (Marvel Comics)

Outstanding Variety or Talk Show Episode
“Lilly Responds to Comments About Her Sexuality” A Little Late With Lilly Singh (NBC)

Outstanding TV Journalism Segment
“Dwyane Wade One-On-One: Basketball Legend Opens Up About Supporting Transgender Daughter” Good Morning America (ABC)

Outstanding TV Journalism – Long-Form
“ABC News Joe Biden Town Hall” (ABC)

Outstanding Print Article
“20 LGBTQ+ People Working to Save Lives on the Frontline” by Diane Anderson-Minshall, David Artavia, Tracy Gilchrist, Desiree Guerrero, Jeffrey Masters, Donald Padgett, and Daniel Reynolds (The Advocate)

Outstanding Magazine Overall Coverage
People

Outstanding Online Journalism Article
“Gay Men Speak Out After Being Turned Away from Donating Blood During Coronavirus Pandemic: ‘We are Turning Away Perfectly Healthy Donors’” by Tony Morrison and Joel Lyons (GoodMorningAmerica.com)

Outstanding Online Journalism – Video or Multimedia
“Stop Killing Us: Black Transgender Women’s Lived Experiences” by Complex World (Complex News)

Outstanding Blog
TransGriot

Barbara Gittings Award for Excellence in LGBTQ Media
Windy City Times

Special Recognition
After Forever (Amazon)

Deadline’s New Hollywood Podcast

Happiest Season Soundtrack (Facet/Warner Records)

Noah’s Arc: The ‘Rona Chronicles (Patrik Ian-Polk Entertainment)

Out (Pixar/Disney+)

Razor Tongue (YouTube)

“The Son” Little America (Apple TV+)

Outstanding Spanish-Language Scripted Television Series
Veneno (HBO Max)

Outstanding Spanish-Language TV Journalism
“La Hermana de Aleyda Ortiz Narra Cómo Salió del Clóset y Cómo se lo Comunicó a su Familia” Despierta América (Univision)

Outstanding Spanish-Language Online Journalism Article
“Desapareció en México, Solo se Hallaron sus Restos: La Historia de la Doctora María Elizabeth Montaño y su Importancia para la Comunidad Trans” por Albinson Linares y Marina E. Franco (Telemundo.com)

Outstanding Spanish-Language Online Journalism – Video or Multimedia
“Soy Trans: El Camino a un Nuevo Despertar” por Sarah Moreno, Esther Piccolino, y José Sepúlveda (El Nuevo Herald)

Special Recognition (Spanish-Language)
Jesse & Joy, “Love (Es Nuestro Idioma)”

GJ.JOE

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Giustizia privata: trama e cast del film con Jamie Foxx

Giustizia privata: trama e cast del film con Jamie Foxx

Sono i molti i film dove uomini qualunque decidono di farsi giustizia da sé, insoddisfatti da quella offerta dalle autorità. Tra i titoli più recenti di questo filone si ritrovano Il giustiziere della notte e Vendetta finale, ma prima di questi, nel 2009, è arrivato al cinema il film Giustizia privata (qui la recensione), diretto da F. Gary Gray e scritto da Kurt Wimmer. Attraverso la storia qui narrata si esplora dunque la sfiducia nelle istituzioni, come anche il senso di colpa che si genera da situazioni al limite come quella qui raccontata. Il titolo originale, Law Abiding Citizen (letteralmente: cittadino rispettoso della legge), risulta particolarmente esplicito, e ironico, riguardo a tali argomenti.

Pur se accolto in modo negativo dalla critica, Giustizia privata si è affermato come un buon successo a box office. Il film è infatti arrivato ad un guadagno di circa 127 milioni di dollari a fronte di un budget di 53. Girato nella città di Philadelphia, sfondo ideale per una storia crime di questo tipo, il lungometraggio è poi stato candidato come miglior film d’azione ai prestigiosi Saturn Awards, perdendo però contro Bastardi senza gloria. Arricchito da un cast di grandi attori, tra cui alcuni premi Oscar, Giustizia privata è ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, uno dei film più ricercati dagli amanti di questo genere.

Particolarmente teso e dinamico, questo riesce infatti a coinvolgere lo spettatore in una spirale di violenza e vendetta, abbattendo la distinzione tra buoni e cattivi. Ognuno dei personaggi presenti vanta infatti tante ragioni quanti torti. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Giustizia privata trama

La trama di Giustizia privata

Protagonista del film è l’ingegnere Clyde Shelton, il quale conduce una tranquilla esistenza nella città di Philadelphia, insieme alla moglie ed alla figlia. Purtroppo per lui, tutto ciò viene irrimediabilmente spezzato nel momento in cui durante una notte due criminali si introducono nella sua abitazione. Si tratta di Clarence Darby e Rupert Ames, i quali oltre a rubare ciò che possono decidono di violentare e uccidere la moglie e la figlia di Clyde sotto gli occhi di questi. I due vengono però arrestati, e l’ingegnere spera di poter vedere giustizia fatta. A causa di alcuni errori durante le indagini, però, non risultano esserci abbastanza indizi per condannare entrambi gli assassini.

L’avvocato Nick Rice, che ha in mano il caso, decide allora di patteggiare, convincendo Darby a testimoniare contro Rupert. Quest’ultimo verrà dunque condannato alla pena capitale, mentre l’altro viene rilasciato. Deluso e tradito dal sistema, Clyde cova allora il desiderio di ottenere una vendetta personale. Cose orribili iniziano infatti a capitare a quanti non hanno permesso che la famiglia dell’uomo ottenesse giustizia. Ben presto, Rice capisce di essere sulla lista dei condannati a morte e per poter evitare di fare una brutta fine dovrà riuscire a riscattarsi delle sue azioni, ottenendo il perdono di Clyde.

 

Il cast del film

Protagonisti del film, rispettivamente nei ruoli dell’ingegnere Clyde Shelton e dell’avvocato Nick Rice, sono gli attori Gerard Butler ed il premio Oscar Jamie Foxx. Originariamente, però, i due avrebbero dovuto interpretare l’uno il ruolo dell’altro. A proporre lo scambio sembra essere stato Foxx, più interessato ad interpretare il ruolo dell’avvocato. Butler, entusiasta dell’idea, acconsentì subito. Accanto a loro, nei panni del detective Dunningan vi è l’attore Colm Meaney, celebre per aver interpretato il personaggio di Miles O’Brien nel franchise di Star Trek. Il procuratore distrettuale Jonas Cantrell ha invece il volto di Bruce McGill, attore noto per i suoi ruoli da giudice o avvocato. L’attrice Leslie Bibb interpreta invece Sarah Lowell, collega di Nick.

Ad interpretare i due criminali, Clarence Darby e Rupert Ames, vi sono gli attori Christian Stolte e Josh Stewart. Il primo è principalmente noto per il ruolo di Randy “Mouch” McHolland in Chicago Fire, mentre il secondo è ricordato per serie come Squadra emergenza e Dirt. L’attrice Regina Hall, celebre per il ruolo di Brenda la migliore amica della protagonista della saga di Scary Movie, dà vita al personaggio di Kelly Rice, la moglie dell’avvocato Nick. Infine, la premio Oscar Viola Davis è presente nei panni del sindaco della città. Originariamente tale ruolo era stato offerto all’attrice Catherine Zeta-Jones, la quale ha però rifiutato la parte.

Giustizia privata cast

Giustizia privata è tratto da una storia vera?

In un’intervista, il regista ha parlato di alcune decisioni prese durante le riprese del film e delle ricerche effettuate. Uno dei commenti che si è più fatto notare è stata la dichiarazione che Giustizia privata non è “un documentario“. Con ciò il regista voleva intendere di non aver preso spunto da nessuna storia di vita reale a cui sentisse il bisogno di rimanere fedele. Tuttavia, Gray ha portato avanti numerose ricerche con l’obiettivo di rendere il film realistico. “Non ho mai visto un’esecuzione in vita mia, ma ho fatto delle ricerche in video. Penso che tutte le persone coinvolte abbiano fatto un buon lavoro nel creare quella che penso sia un’esecuzione che sarebbe andata male“.

Nella stessa intervista, Gray ha parlato delle armi utilizzate da Shelton, dicendo: “Ho fatto molte ricerche con esperti di armi e persone del Dipartimento della Difesa, e ho studiato molto gli strumenti della CIA. Quasi tutto è possibile. È questa la parte spaventosa. È questo che rende il personaggio così divertente e pericoloso“. Questo dimostra che, pur non essendoci un episodio specifico da cui Gray ha tratto i dettagli, la libertà creativa l’ha portato a cercare altre fonti per sviluppare le sue idee. In ogni caso, si può stabilire che Giustizia privata non è basato su una storia vera.

Il trailer del film e dove vederlo in streaming e in TV

Per poter guardare e approfondire il film e i suoi significati, è possibile fruirne grazie alla sua presenza su una delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Giustizia privata è infatti disponibile nel catalogo di Prime Video per il noleggio, l’acquisto o la visione compresa nell’abbonamento alla piattaforma. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di lunedì 8 aprile alle ore 21:20 sul canale Italia 1.

Fonte: IMDb

Giustizia Privata: recensione del film con Gerard Butler

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Giustizia Privata: recensione del film con Gerard Butler

Giustizia Privata è il film del 2010 diretto da F. Gary Gray con protagonisti Gerard ButlerJamie Foxx.

La trama del film Giustizia Privata – Clyde Shelton (Gerard Butler) è un onesto padre di famiglia la cui moglie e figlia vengono brutalmente assassinate nel corso di una rapina nella loro casa. Quando gli assassini vengono catturati, viene assegnato il caso a Nick Rice (Jamie Foxx), un fin troppo ambizioso procuratore di Philadelphia.

Nick offre ad uno dei sospettati la possibilità di ottenere una sentenza lieve a patto che testimoni contro il suo complice. Dieci anni dopo questi fatti, l’omicida rimasto impunito viene trovato morto. Clyde Shelton ammette con gelido distacco di averlo assassinato e avverte Nick: dovrà trovare il modo di riparare il difettoso sistema giudiziario che ha offeso la memoria della sua famiglia, altrimenti le figure chiave del processo moriranno una dopo l’altra….presto inizieranno una serie di omicidi diabolicamente spettacolari.

Cosa dire di questo legal thriller? Forse far sapere che lascia col fiato sospeso dall’inizio alla fine, che porta lo spettatore ad identificarsi completamente con i due protagonisti di questa storia, definita dallo stesso Buttler, intensa ed agghiacciante, rende un po’ l’idea di che genere è il film che si sta per vedere.

Giustizia Privata, l’action con Gerard Butler

Nato dalle menti di Lucas Foster, Gerard Butler e Alan Siegel, il film getta uno sguardo accusatorio sulle incongruenze di un sistema giudiziario sovraccarico e imperfetto. Come afferma Siegel : ” entrambi i protagonisti vogliono un sistema più perfetto ma hanno una idea differente di ciò che sono pronti a sacrificare a livello personale. La forte determinazione che entrambi posseggono li obbliga a fare cose estreme e il pubblico alla fine del film si chiederà se il fine giustifichi sempre i mezzi.”

È proprio questo il problema che lo spettatore deve affrontare guardando il film: stare dalla parte di Clyde, condividere e giustificare tutto ciò che fa, oppure immedesimarsi con Nick, che di certo ha i suoi difetti ma tenta sempre di fare la cosa giusta? Di sicuro non è facile scegliere, sopratutto quando l’interpretazione degli attori è così coinvolgente da sembrare reale.

Gerard Butler, dopo aver interpretato ruoli molti diversi, ha finalmente tirato fuori il suo lato “pazzo”, lo vediamo trasformarsi da padre di famiglia affettuoso, premuroso ed amorevole, a uomo distrutto dal dolore che arriva addirittura a torturare un uomo (la scena della tortura è talmente intensa che potrebbe dar fastidio a persone troppo sensibili!)… per non parlare delle sue battuttine che, seppur sporadiche, strappano qualche sorriso allo spettatore che subito però si sente in colpa a causa della serietà del tema trattato. Per prepararsi Butler ha trascorso del tempo al fianco di alcuni criminologi, studiando la psicologia dei serial killer e dei cosi detti “revenge killer”…e direi che il risultato è ottimo!

Da parte sua il premio Oscar Jamie Foxx non è certo da meno; è riuscito a vestire i panni di un procuratore che, nonostante sia un uomo di buon cuore e un buon marito e padre, cerca a tutti i costi di farsi strada nella sua professione e non ha alcun problema a lavorare in un sistema legale inefficiente perché vuole disperatamente tentare la scalata del successo. Anche Foxx si è preparato molto per il film, ha infatti incontrato sia dei procuratori che degli avvocati per avere un quadro d’insieme del sistema della giustizia penale….ecco ciò che ha affermato: “la maggior parte dei procuratori distrettuali con cui ho parlato non faceva altro che pensare alla propria percentuale di condanne”…Ed è proprio questo che ha fatto infuriare Clyde Shelton, ottimo doppio di possibili persone reali.

Ad aggiungersi all’ottima sceneggiatura e all’eccellente interpretazione degli attori, c’è il lavoro del regista F. Gary Gray che già aveva ottenuto un grande risultato con The Italian Job. Secondo gli stessi attori, Gray è stato capace di creare quell’atmosfera di drammaticità, di suspence e di coinvolgimento che rendono il film un grande prodotto cinematografico. Ed è vero… grazie al regista lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi, non riesce a capire come un uomo dalla prigione riesca a tenere sotto scacco un intera città…né si rende conto di quale sia la sua prossima mossa.

Infatti sin dall’inizio non sappiamo quale sia il lavoro di Clyde né tantomeno quanto sia intelligente….solo più avanti avremo la consapevolezza di chi è e di cosa sia capace. Di sicuro hanno contribuito non poco le location, Philadelphia è stata infatti scelta non solo per la fantastica architettura ma perché è il luogo in cui i Padri Fondatori hanno affrontato per la prima volta molte questioni di giustizia, mentre, per le scene girate in carcere, la scelta è caduta su Holmesburg Prison, una prigione che dopo un periodo di chiusura è stata riaperta per ospitare i detenuti provenienti da altri penitenziari sovraffollati.

In questo carcere dall’aspetto medievale, gli attori si sono dovuti destreggiare tra detenuti che di tanto in tanto dovevano passare bloccando le riprese, cattivi odori, un grande freddo e l’idea di essere in un posto conosciuto per i suoi assurdi esperimenti medici fatti su alcuni detenuti in tempi passati….insomma un luogo ideale per ricreare un atmosfera colma di tensione!

In conclusione si può affermare che grazie a tutti questi fattori Giustizia Privata è un film interessante, che affronta un tema importante in modo inusuale…di certo non è un film prevedibile.

 

Giuseppe Tornatore presenta La Migliore Offerta a Roma

La_migliore_offerta_tornatore_10La sala si riempie di giornalisti per quella che ci si aspetta sarà una conferenza stampa di altissimo livello. Davanti alla schiera di poltroncine che iniziano a riempirsi in effetti ci troviamo in una situazione particolare quanto interessante: uno dei migliori registi italiani, Giuseppe Tornatore, con accanto il pluripremiato “signore” della musica per film Ennio Morricone.

Giuseppe Tornatore ha trovato un produttore per Leningrad?

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Un sogno che Giuseppe Tornatore si porta dietro da anni che era stato, prima che il suo, quello di Sergio Leone: girare un film sull’assedio di Leningrado. Nella testa del regista partenopeo il film dovrebbe intitolarsi Leningrad. In questi anni Tornatore non ha mai trovato produttori interessati, oggi sembra che sia finalmente spuntato un americano. Il film dovrebbe essere girato nei dintorni di San Pietroburgo e negli studi di Lerner in Bulgaria. Ci sarebbero già accordi con il produttore Avi Lerner su come trasformare la sceneggiatura per renderla più appetibile anche agli spettatori degli Stati Uniti. Una mega-produzione con un costo che si aggira intorno ai 100 milioni di dollari, la cui realizzazione è ancora in bilico. Il regista ha già fatto sapere che se non riuscirà ad entrare in preproduzione entro due mesi trasformerà la sceneggiatura in un libro.

Della sceneggiatura di Sergio Leone esisterebbero solo alcune pagine, con l’incipit del film. Un piano sequenza meraviglioso: a partire dal primo piano sulle mani di Dmitri Shostakovich mentre compone la Settima sinfonia in pieno assedio, l’inquadratura, senza stacchi, si allarga alla strada, al movimento dei volontari che salgono sui bus, raggiungendo le trincee alle porte di Leningrado, fino ad una panoramica aerea sulla steppa, popolata da mille carri armati tedeschi. Aspettiamo di scoprire se questo sogno verrà davvero realizzato.

Giuseppe Tornatore e Nuovo Cinema Paradiso: il passato e il futuro della Sicilia

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In occasione della presentazione del libro Giuseppe Tornatore. Il cinema e i film a cura di Pedro Armocita e Emiliano Morreale avvenuta al Pesaro Film Festival, il regista siciliano parla dei suoi film preferiti, del cinema, della sua carriera e di Nuovo Cinema Paradiso. Tornando al volume, una sezione è dedicata proprio ai film preferiti da Tornatore che cita Salvatore Giuliano di Francesco Rosi:

Ricordo benissimo quando ho visto il film. L’ho visto in televisione e cerco di vederlo ogni due anni. Avevo nove anni ed ero già un assiduo frequentatore del cinema, avevo visto tanti film soprattutto di ambientazione siciliana. Quando vidi Salvatore Giuliano mi colpì il tono realistico. Trovavo in quel film suoni e immagini, situazioni che vedevo solo nella vita di tutti i giorni: le donne che urlavano e piangevano come succedeva nel mio quartiere con un fatto drammatico”.

Al cinema questa realtà io non l’ho mai sentita quindi fu uno shock. In più mi colpì anche il modo di raccontare che non somigliava a niente rispetto a quello che avevo visto in quel momento e ne avevo visti tanti di film, alcuni anche complessi. Ma dalla visione del film di Rosi iniziai a pensare che con il cinema si possono fare tante cose diverse. In seguito ho letto tutto quello che ho potuto trovare su quel film e ho avuto anche la fortuna di conoscere Francesco Rosi e non abbiamo mai smesso di parlare di quel film. Proprio qualche giorno fa mi trovavo a Palermo e girando per quei luoghi mi fa automaticamente rivedere quelle scene”.

Il cinema di Giuseppe Tornatore

La voglia di Giuseppe Tornatore di mettersi in gioco e di cambiare stile registico in continuazione per continuare a fare il cinema e non rimanere intrappolato in un solo genere: “Io mi sono sempre illuso di avere sempre, in un certo senso, fatto film diversi che non avessero un filo tra di loro. A me piaceva l’idea che il regista di Nuovo Cinema Paradiso fosse completamente diverso dal regista del Il camorrista. I critici cinematografici mi fanno vedere il mio stesso lavoro con una prospettiva diversa, che non avevo colto. Ho sempre puntato a cambiare proprio perché al cinema una volta trovavi tutti i generi, la programmazione te lo richiedeva per attirare una fascia di pubblico più ampia possibile”.

Per questo Giuseppe Tornatore è stato titubante sulla lavorazione di Nuovo Cinema Paradiso, perché arrivava dopo Il camorrista che era totalmente diverso: 

Per il Camorrista ho scelto una strada che poi ha anticipato i tempi, un racconto popolare, una ballata. All’epoca girai anche la serie tv, con gli stessi attori. Poi non è mai andata in onda per problemi giudiziari. Ora ne se riparla, ho avuto un incontro e potrebbe uscire non so in quale piattaforma. Quando ho avuto l’idea per il soggetto di Nuovo Cinema Paradiso ricordo di essermi detto che non volevo farlo come secondo film, ma più in là nella carriera perché volevo avere più esperienza. Poi le cose si sono messe diversamente”.

I documentari

Il suo muoversi tra generi e formati del cinema si consolida anche nei documentari. Giuseppe Tornatore inizia con Ritratto di un rapinatore nel 1981, ma è con Lo schermo a tre punte nel 1995 e più recentemente con l’acclamato Ennio nel 2021 che i documentari di Giuseppe Tornatore iniziano a far parlare:

I documentari sono stati la prima esperienza della mia vita e rimane ancora oggi l’aspettò del linguaggio audiovisivo che mi amo. Il documentario ti da quella libertà che il cinema non ti può dare. Da ragazzo quando ho cominciato giravo con la mia cinepresa e c’era sempre qualcosa. Un giorno c’era uno sciopero e allora giravo quello, riprendevo gli anziani che facevano la fila all’ufficio postale, la processione e tutte le scene di vita quotidiana che mi capitavano. Da queste riprese nascevano degli schemi di racconto che non erano precostituiti. Ed è questo quello che mi piace dei documentari che sono aperti. Per Ennio avevo scritto un trattamento che poi però non ho seguito perché mi sono lasciato prendere dall’istinto, dal vortice. Mi piace ogni tanto stare con il piede in due scarpe”.

Un cinema fatto di emozioni

Non solo Nuovo Cinema Paradiso ha rappresentato un momento chiave della filmografia di Giuseppe Tornatore. Un cinema fatto di realtà e di emozioni lo si incontra anche nelle strade di quella Baarìa che lui ricostruisce interamente: 

Devo riconoscere che Nuovo Cinema Paradiso per me ha rappresentato una emozione incredibile. Perché rappresenta un mondo di cui sono innamorato. Anche Baarìa. Ricostruire il mio paese tornando indietro di settant’anni. È stato un privilegio, ricostruire tutto nei minimi dettagli. Quando la mattina andavo sul set facevo una passeggiata nei ricordi. Lo scenografo sbagliava a mettere un cartello e io lo correggevo perché rivedevo tutte le esperienze”.

“Si continueranno a fare film sulla Sicilia”

La settima arte in continua trasformazione con le piattaforme streaming, di cui Giuseppe Tornatore ammette di non essere un assiduo frequentatore.

Non sono un frequentatore di piattaforme, e continuò ad andare al cinema anche se non molto come vorrei. Però cerco quelle due/tre volte alla settimana di andare. Però a casa li guardò sempre e li proiettato nella mia piccola sala o cerco di vederli in uno schermo grande, non mi piacciono i piccoli device. Quando trovo qualche film che si trova su piattaforma cerco sempre di guardarlo sul grande schermo, in proiezione. L’ultimo film che ho visto è il film di Bellocchio e di Salvatores”.

Riguardo la sua Sicilia, una terra che ama e dalla quale è appena tornato dopo le riprese di uno spot pubblicitario per Dolce & Gabbana, il regista ammette che questa terra sarà sempre territorio fertile per nuovi registi e pellicole:

La Sicilia, come diceva Sciascia, è la regione più cinematografica che esista al mondo. Non esiste una regione piccola come la Sicilia ad avere ispirato così tanto cinema su cui si può ancora riflettere. È una terra ricchissima di pensieri, fatti, personaggi e opportunità narrative. Non so come sarà Il Gattopardo, ma mi auguro che possa aiutare il pubblico a conoscere il film di Visconti e il libro di Lampedusa. Io come amante del film di Visconti non sentivo il bisogno di vederlo raccontato come una serie ma ci sono varie fasce di spettatori che sono più portate ad accedere al racconto attraverso una formula nuova”

Sul futuro lavorativo Giuseppe Tornatore non si sbottona: “Sto lavorando a due progetti contemporaneamente. Uno è in pre produzione, uno è in lavorazione. Ma non posso dire molto”.

Giuseppe Tornatore e la magia del cinema

Giuseppe Tornatore e la magia del cinema

Il cinema è molte cose: è la magia del suo farsi, è la possibilità per chi guarda di sognare una realtà diversa dalla propria, è la speranza per chi crea di poterla realizzare e racchiudere in un’unità perfetta e coerente. Può essere un rifugio, un modo di fuggire la vita, o piuttosto uno strumento, un veicolo di memoria e consapevolezza. È un mestiere da artigiani, certosino, quello di stupire e commuovere con le immagini, di saper trasmettere emozioni attraverso una forma rigorosa, far convivere istinto e stile, e far sì che tutto funzioni, come in una danza, o in una partitura musicale.

Tra i registi italiani d’oggi, quello che forse più di tutti ha voluto e saputo raccontare il fascino del cinema e il potere delle immagini, facendone al contempo strumento d’indagine della realtà e dell’individuo, è Giuseppe Tornatore. I suoi sono racconti di grande respiro, anche magniloquenti, grandi affreschi di spazi circoscritti – i paesini della sua terra d’origine, la Sicilia, protagonista di tante pellicole, amata, ma al tempo stesso esposta nelle sue contraddizioni e amaramente criticata; oppure contesti chiusi come il commissariato di polizia di Una pura formalità, o la nave Virginian de La leggenda del pianista sull’oceano -ma dal valore universale. Per questo le sue opere sono apprezzate anche all’estero e Tornatore può vantare tra i premi vinti la famigerata statuetta dell’Academy di Hollywood, ottenuta col suo secondo film Nuovo Cinema Paradiso. Inoltre, ad aumentare l’appeal del suo lavoro a livello internazionale, c’è sicuramente lo sguardo aperto del regista verso quel mondo e quel cinema, che ben volentieri ha coniugato più volte col nostro, scegliendo di dirigere attori di fama internazionale come Ben Gazzara, Philippe Noiret, Gérard Depardieu, Tim Roth e ora, nel suo ultimo film in uscita il 1 gennaio 2013, La migliore offerta, Geoffrey Rush, Donald Sutherland e Jim Sturgess. Una carriera partita dal teatro, proseguita come documentarista e per il grande schermo, dove in quasi trent’anni con una produzione piuttosto contenuta – una decina di lungometraggi  – ha imposto il suo nome nel panorama italiano e internazionale, senza tuttavia essere risparmiato da critiche e attacchi, come è accaduto con Baarìa, non molto apprezzato dalla critica, quasi per nulla premiato, al centro di polemiche per gli alti costi di produzione, solo in parte ripagati dagli incassi.

Giuseppe Tornatore nasce a Bagheria il 27 maggio del 1956. Come il personaggio di Totò in Nuovo cinema paradiso, la cui storia contiene diversi elementi autobiografici, Tornatore inizia presto (a dieci anni) a lavorare nell’ambito del cinema, facendo il proiezionista. Dunque non certo dalla parte delle “star”, bensì come artigiano del mestiere. Ma è l’immagine in tutte le sue forme ad interessare il futuro regista, così comincia anche ad approfondire la fotografia. Ed è proprio grazie ai servizi fotografici che mette da parte i primi risparmi. Questi gli consentono di acquistare la prima attrezzatura da documentarista. Il suo documentario d’esordio, Le minoranze etniche in Sicilia, è premiato e fa da trampolino di lancio verso una collaborazione con la Rai. Seguono infatti diversi lavori per l’emittente nazionale: il documentario Diario di Guttuso e due regie televisive: Ritratto di un rapinatore: incontro con Francesco Rosi, Scrittori siciliani e il cinema: Verga, Pirandello, Brancati e Sciascia.

L’esordio per il grande schermo risale al 1986, quando Tornatore dirige Il camorrista, in cui racconta il mondo della camorra attraverso un suo personaggio di spicco dell’epoca. La figura del protagonista, il Professore di Vesuviano, magistralmente interpretato da Ben Gazzara, si ispira infatti a Raffaele Cutolo – il film è tratto da un romanzo di Giuseppe Marrazzo ispirato proprio a Cutolo. Per questo lavoro il regista siciliano è subito premiato col Nastro d’Argento come miglior esordiente. Della pellicola Tornatore è anche sceneggiatore, come accadrà per diversi lavori successivi (qui assieme a Massimo De Rita). Inizia anche la sua collaborazione col fotografo Blasco Giurato, mentre le musiche sono di Nicola Piovani. Nonostante sia solo all’esordio, Tornatore mostra di saper ben padroneggiare il mezzo, realizzando un film avvincente, ricco di pathos drammatico, ma al tempo stesso senza fronzoli, coadiuvato dalle ottime interpretazioni del cast. Per quel che riguarda la materia, poi, non si limita certo a parlare di camorra come di un fenomeno locale e circoscritto, ma ne dà una visione più ampia che non manca di coinvolgere livelli politici e istituzionali nazionali e internazionali.

Giuseppe Tornatore Nuovo Cinema Paradiso

Due anni dopo è di nuovo dietro la macchina da presa per dirigere quello che a oggi è considerato il suo capolavoro: Nuovo Cinema Paradiso, di cui è anche sceneggiatore. Torna a lavorare con Blasco Giurato e chiama attorno a sé un ricco cast: Philippe Noiret, Pupella Maggio, Isa Danieli, Leopoldo Trieste, Antonella Attili, Enzo Cannavale e Agnese Nano, oltre a confermare la collaborazione con Leo Gullotta e Nicola Di Pinto. Ma oltre a Noiret, che interpreta Alfredo, il proiezionista del Cinema Paradiso nella Sicilia post bellica, il protagonista del film è Salvatore (da bambino, Salvatore Cascio, da adolescente, Marco Leonardi, da adulto, Jaques Perrin): la piccola peste che ama il cinematografo e vuole rubare al burbero Alfredo i segreti del mestiere, Salvatore che più tardi lascerà l’isola per Roma, dove diverrà un affermato regista. Il film è la storia di una grande amicizia, ma è innanzitutto un atto d’amore incondizionato per il cinema visto dalla parte della gente comune – quella che affollava le sale nel dopoguerra, quella come Alfredo che rendeva possibile tutto ciò stando dietro al proiettore – il cinema come mestiere artigianale dalla insostituibile funzione sociale, ma anche come mezzo per recuperare memoria di sé e della propria storia. Poi c’è il tema del coraggio e dell’emancipazione rispetto a una  realtà chiusa – quella dell’isola siciliana – che si ama ma che può diventare ostacolo alla realizzazione  delle proprie aspirazioni e talenti.

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Una realtà da cui è necessario essere lontani per comprenderla, ma a cui tornare per comprendere fino in fondo sé stessi. Un rapporto complesso quello di Tornatore con l’isola natale che, ha affermato, “è stata a lungo il mio tema ricorrente”. Nel personaggio di Salvatore troviamo poi una caratteristica che sarà tipica anche di altri personaggi creati dal regista, un duplice aspetto: da un lato possiedono un’indubbia capacità, un talento, una grandezza in un certo campo – Salvatore, ad esempio, è un affermato regista – dall’altro, rivelano grandi debolezze, sono impauriti e fragili nell’affrontare il passato, l’essenza più profonda di sé a lungo rimossa, oppure il mondo esterno con le sue insidie, le difficili relazioni umane, l’ignoto, la morte. Il film,  prodotto da Franco Cristaldi, ha una strana fortuna: la sua prima versione, di 167 minuti, viene scarsamente presa in considerazione dal pubblico e passa sotto silenzio.

La seconda invece, accorciata a 118 minuti, rinunciando al racconto dell’incontro tra Salvatore e il suo amore di gioventù ormai adulti, ha un enorme successo sia nel nostro paese che all’estero, dove Tornatore riceve i riconoscimenti più prestigiosi, che lo lanciano nel firmamento delle star internazionali come erede della grande tradizione cinematografica italiana: innanzitutto l’Oscar, il Golden Globe e il BAFTA come miglior film straniero – quest’ultimo premio va anche a Philippe Noiret e Salvatore Cascio come migliori attori, protagonista e non, allo stesso Tornatore in veste di sceneggiatore e ad Ennio Morricone per le splendide musiche.  Ma i premi non arrivano solo dal mondo anglosassone. Tornatore si aggiudica anche lo European Film Award, e il Festival di Cannes gli assegna il Premio Speciale della Giuria. È un successo internazionale enorme, cui si aggiunge il David di Donatello ottenuto in patria per la colonna sonora di Ennio Morricone.

Nel ’90 il regista di Bagheria ha l’occasione di dirigere Marcello Mastroianni, che in Stanno tutti bene offre una delle sue ultime intense interpretazioni nei panni di un anziano che gira l’Italia alla ricerca dei suoi figli. La pellicola riceverà il Nastro d’Argento per la sceneggiatura – opera dello stesso regista assieme a Tonino Guerra e Massimo De Rita – e il premio della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes. Nel 2009 l’americano Kirk Jones ne ha tratto un remake, affidando a Robert De Niro la parte che fu di Mastroianni.

L’anno dopo, Tornatore vuole ancora Philippe Noiret come protagonista de Il cane blu, episodio da lui diretto facente parte del film La domenica specialmente.

Una Pura Formalita Giuseppe TornatoreNel ’94, cambia genere e stile con Una pura formalità. Sceglie infatti le atmosfere cupe di un noir claustrofobico, che ruota attorno alla sfida ad alta tensione fra i due protagonisti: Gérard Depardieu e Roman Polanski. Entrambi offrono delle ottime interpretazioni: il primo è il noto scrittore Onoff, che si trova a vagare in un bosco nel mezzo della notte. Raggiunto dai gendarmi, è condotto in commissariato per accertamenti come presunto autore di un omicidio (a stendere il verbale dell’interrogatorio che segue è un giovane Sergio Rubini). Il secondo è il commissario che cerca di farlo confessare, sebbene Onoff dichiari di non ricordare nulla. La chiave del film è appunto il ricordo – Ricordare è anche il titolo del brano cantato dallo stesso Depardieu sui titoli di coda, con testo scritto da Tornatore e musica di Andrea ed Ennio Morricone – che porterà a svelare il mistero e a dare al film nella sua seconda parte una svolta e un significato del tutto diversi da quelli inizialmente intesi.

Sfruttando la dicotomia tra sogno (incubo) e realtà, la pellicola si trasformerà infatti da giallo classico in riflessione sul tema della morte, dell’angoscia dell’uomo di fronte a quest’evento, dell’inconsapevolezza con cui lo affronta. Qui Tornatore è lontano dai grandi affreschi storico sociali dell’Italia, preferisce il sano distacco di un’oscura ambientazione europea e uno stile registico più scarno, funzionale all’ambiente chiuso e ristretto in cui si svolge gran parte dell’azione. Certo meno vistosi dei grandi “kolossal” diretti dal regista, questo tipo di film, che pure occupano una parte non trascurabile della sua produzione, hanno una serie di pregi: offrono uno sguardo inedito, sono aperti alla sperimentazione e meno sentimentali – in essi manca quel romanticismo nostalgico presente nelle pellicole legate all’Italia, e in particolare alla Sicilia. È proprio alla terra d’origine che il regista di Bagheria sceglie di tornare artisticamente col suo successivo lavoro – oltre che col documentario Lo schermo a tre punte –  a dimostrare come i due aspetti convivano nella sua carriera.

uomo_stelle-tornatoreNel ’95 infatti, sceglie ancora il binomio Sicilia-cinema per L’uomo delle stelle, in cui dirige Sergio Castellitto. Siamo negli anni ’50 e il Joe Morelli interpretato dall’attore romano è un cialtrone, un truffatore che sbarca in Sicilia per vendere agli abitanti di un piccolo paesino il sogno del cinema, della fama e del successo attraverso finti provini. Un film sul cinema come sogno, ma con un lato amaro e un disincanto assai più marcati rispetto a Nuovo cinema Paradiso, perché qui il cinema è assieme momento di verità su sé stessi (durante i provini gli aspiranti attori mettono a nudo la loro parte più autentica), ma anche una grande truffa, un raggiro e la miriade di caratteristiche facce sicule che Morelli scova appartiene a una massa di italiani creduloni, pronti a farsi raggirare davanti al miraggio della fama, del successo.

Morelli stesso, appunto, è a sua volta un disgraziato, ma anche un vigliacco truffatore. È esterno a quell’ambiente, che vive e legge da romano, con la tipica concretezza, il disincanto, il sarcasmo e una buona dose di cinismo. Ne esce la fotografia di un’Italia non certo edificante, in cui l’aspetto romantico, lo sguardo indulgente del regista si stemperano, pur essendo presenti. Attraverso quei volti segnati, quegli individui disposti a tutto pur di coltivare una speranza, il regista ci racconta comunque un sud che ama profondamente, con le sue ferite: arretrato, in perenne difficoltà, costretto a vivere di sogni, di miti, abbandonato a sé stesso. La pellicola riceve una buona accoglienza da parte di pubblico e critica e diversi riconoscimenti: David e Nastro d’Argento a Tornatore come miglior regista, Nastro d’Argento anche a Sergio Castellitto come miglior attore e a Leopoldo Trieste come non protagonista, oltre che alla fotografia di Dante Spinotti e alla scenografia di Francesco Bronzi; mentre a Venezia il film ottiene il Premio Speciale della Giuria.

La leggenda del pianista sull’oceanoIl 1998 è l’anno della trasposizione del monologo teatrale di Alessandro Baricco, Novecento, che diventa nelle mani di Tornatore La leggenda del pianista sull’oceano. Potenti uomini e mezzi lo affiancano in quest’impresa di respiro internazionale, che vede protagonista nei panni del pianista Danny Boodman T. D. Lemon, detto Novecento – abbandonato su una nave e lì cresciuto, diventato un portentoso pianista e mai sceso – un Tim Roth in grande spolvero. Se già il monologo di Baricco era toccante, intimo, ricco di piani lettura e sfumature, capace di veicolare emozioni universali, tale ricchezza viene resa perfettamente dal film, che aggiunge l’elegante magniloquenza delle immagini, degli scenari e della musica, quest’ultima opera ancora una volta del Maestro Morricone, al suo meglio. Il film è ricco di momenti e scene che restano impressi nella memoria dello spettatore, poiché è questo il cinema che piace al nostro regista, quello che lascia lo spettatore stupito, a bocca aperta di fronte alle immagini. Si disegna qui in maniera egregia la figura di un uomo vissuto da sempre in un universo limitato, quello del transatlantico Virginian, e abituato a valicare i suoi confini solo con la fantasia e attraverso la magia delle note, della musica che ha imparato a suonare alla perfezione sui tasti del pianoforte. Dunque, come già in altri film di Tornatore, c’è l’idea di uno spazio chiuso, di un universo circoscritto e della difficoltà ad uscirne, a trovare il coraggio di affrontare il mondo esterno. Questa difficoltà è spinta qui alle estreme conseguenze. E come in altre opere del regista, a questa debolezza e fragilità del protagonista fa da contraltare una straordinaria capacità, un talento in un dato ambito. Sembra una fiaba, o appunto, una leggenda, ma c’è nel personaggio di Novecento un’umanità in cui tutti si possono riconoscere. Tornatore ottiene per questo lavoro il Ciack d’Oro,  il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la miglior regia. Con quest’ultimo è premiato anche per la sceneggiatura. Mentre Ennio Morricone riceve il Golden Globe per la colonna sonora.

malena-tornatoreDopo questo successo internazionale, il regista torna all’Italia, e alla “sua” Sicilia con Malèna, che segue la vicenda esistenziale di un’affascinante e disinibita donna (Monica Bellucci) in un paesino della provincia siciliana in tempo di guerra, vittima di una mentalità bigotta e ipocrita, considerata puro oggetto di desiderio dagli uomini e d’invidia e rancore dalle donne. L’unico che sembra nutrire per lei un sentimento autentico è l’adolescente Renato (Giuseppe Sulfaro). Malèna dovrà sopportare una serie di traversie, conoscere umiliazioni e violenze, ma faticosamente e a caro prezzo sarà poi accettata. Ancora un premio alle musiche di Morricone, il Nastro d’Argento, e uno alla fotografia di Lajos Koltai, il David.

A questo punto della carriera, Tornatore si concede una sosta per poi riprendere nel 2006 con quel filone noir, thriller intrapreso anni addietro con Una pura formalità. Riprende però anche, in un cero senso, il tema di Malèna. La sconosciuta infatti, ci porta nel territorio oscuro della suspense, ma la sua protagonista, Irena/Ksenia Rappoport, vive una condizione per alcuni versi non dissimile da quella di Malèna. È cambiata l’epoca, qui siamo all’attualità, e Irena è una donna ucraina venuta in Italia per lavorare, che invece finisce a fare la prostituta per conto di un inquietante protettore di nome Muffa. Una donna che diventa oggetto, viene usata dagli uomini.

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Qui ci si spinge ancora oltre rispetto a Malèna, perché Irena è per di più schiava dell’abbietto Muffa e viene usata non solo come prostituta, ma anche come fattrice di bambini da vendere alle facoltose famiglie del nord Italia che non possono avere figli. Tutto questo però si scopre solo gradualmente durante il film perché svelato poco alla volta da sapienti flashback. All’inizio infatti, Irena è “la sconosciuta” che fa di tutto per guadagnarsi un posto a servizio in casa Adacher. Scopriremo poi il suo doloroso passato e quali conti con esso lei voglia chiudere. Qui il regista, ancora coadiuvato dal Maestro Morricone, sostenuto da un ottimo cast che vede accanto alla talentuosa Rappoport, volti noti del cinema nostrano come Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Michele Placido, Margherita Buy, Claudia Gerini e Pierfrancesco Favino, dà una convincente ulteriore prova della sua grande abilità registica riuscendo a orchestrare un noir che tiene alta la tensione e vivo l’interesse dello spettatore per tutta la sua durata, con un mistero che si svela pian piano e che unisce abilmente una storia di rivincita, un tentativo di riappropriarsi della propria vita e dignità, con la denuncia di una tragedia sociale che si consuma nelle società occidentali. Il film otterrà quattro David, fra cui quello come miglior pellicola e miglior direzione, tre Nastri d’Argento e uno European Film Award.

Tre anni dopo Tornatore si dà alla realizzazione di quello che lui stesso ha definito “il film della mia vita”, ovvero Baarìa, in cui racconta uno spaccato di vita della sua città natale, Bagheria (Baarìa), a partire dagli anni ‘30 e nel suo dipanarsi attraverso tre generazioni. Il film può dirsi davvero corale: se infatti i protagonisti sono Peppino Torrenuova/Francesco Scianna e Mannina Scalia/Margareth Madè con le rispettive famiglie, una miriade di interpreti – quasi tutti siciliani, il che ha permesso di farne una versione in siciliano stretto e una doppiata  dagli stessi attori e destinata alla fruizione fuori dall’isola – si muovono attorno a loro a comporre un affresco poetico ed epico di grande raffinatezza estetica, come solo Tornatore sa fare.

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Il regista è anche autore del soggetto e della sceneggiatura. Le musiche sono come sempre affidate a Ennio Morricone, mentre la fotografia è di Enrico Lucidi. Il film porta con sé grandi aspettative, sia da parte del suo autore, che si è mosso sul terreno a lui più caro con un grande impegno registico, sia da parte del pubblico, che ormai conosce la maestria di Tornatore e si aspetta sempre da lui cinema ai massimi livelli. L’impegno non viene però suffragato dai riconoscimenti sperati: nonostante le molte candidature, il film porta a casa solo il David alla miglior colonna sonora, il David Giovani e il Nastro dell’anno. Altrettanta delusione per quanto riguarda i premi internazionali: è candidato all’Oscar ma non arriva alla cinquina finale, e neppure la nomination al Golden Globe va a buon fine. Per quel che riguarda l’accoglienza da parte del pubblico, il film incassa, sì, più di 10 milioni di euro, a fronte però di un impegno produttivo di 25 milioni da parte di Medusa. Addosso al regista piovono così molte critiche, cui si aggiungono quelle degli animalisti per la sequenza dell’uccisione di un bovino, girata in un mattatoio tunisino. Un’esperienza con luci e ombre, dunque, questa di Baarìa, di cui però Tornatore resta nel complesso soddisfatto e orgoglioso.

Giuseppe TornatoreDal 1 gennaio 2013, invece, nelle sale italiane ci sarà l’ultima fatica del regista siciliano, di nuovo un tuffo nel giallo, come lui stesso lo ha definito: “con una tessitura narrativa un po’ misteriosa, da giallo classico, un po’ thriller, anche se nel film non ci sono morti, assassini, assassinati o investigatori”. Il film si avvale ancora una volta di un cast internazionale: Geoffrey Rush, Donald Sutherland, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, ed ha in comune con La sconosciuta l’ambientazione in una città mitteleuropea. L’azione si svolge nel mondo delle aste: il protagonista è infatti Virgil Oldman/Geoffrey Rush, un battitore d’asta che si trova alle prese con una particolare cliente (Sylvia Hoeks). Molteplici saranno le chiavi della storia, che è anche e soprattutto una storia d’amore, come dichiarato dallo stesso Tornatore. La produzione stavolta è affidata a Paco Cinematografica e Warner Bros.

Mentre, per chi è già oltre e si sta chiedendo quali siano i programmi futuri di uno dei registi più apprezzati del nostro cinema, pare stia cercando di concretizzare un suo vecchio progetto: un kolossal sull’assedio nazista di San Pietroburgo che dovrebbe intitolarsi Leningrado. Al lavoro sull’aspetto produttivo di un progetto da cento milioni di dollari dovrebbe esserci l’americano Avi Lerner. Per il momento però, non c’è nulla di certo.

Giuseppe Tornatore dirigerà The First Dollar, biopic sul fondatore della Bank of America e sostenitore della prima Hollywood

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Giuseppe Tornatore dirigerà The First Dollar, un film biografico sul fondatore della Bank of America, Amedeo Peter Giannini, che, oltre a essere stato un pioniere del sistema bancario moderno, sostenne l’emergente industria cinematografica di Hollywood.

Nato in una famiglia di immigrati italiani a San Jose, in California, Giannini fondò nel 1904 la Banca d’Italia a San Francisco, che in seguito divenne la Bank of America. Divenne noto per aver introdotto pratiche bancarie moderne come le filiali bancarie e i prestiti per la gente comune.

Giuseppe Tornatore girerà il film biografico su Giannini in inglese, con un cast di attori italiani e internazionali. Il film di alto livello è prodotto da RAI Cinema e Kavac Film, casa di produzione di Marco Bellocchio e di altri importanti registi italiani.

The First Dollar sarà il quarto lavoro in lingua inglese di Tornatore dopo La leggenda del pianista sull’oceano con Tim Roth, il thriller d’autore La migliore offerta con Donald Sutherland e La Corrispondenza del 2016 con Olga Kurylenko e Jeremy Irons. Più recentemente, Tornatore ha diretto il documentario Ennio, dedicato a Ennio Morricone e il docufilm Brunello: Il visionario Garbato, in uscita nel 2025, sul “re del cashmere” italiano Brunello Cucinelli.

Tornatore sta attualmente ultimando la sceneggiatura di The First Dollar, che approfondirà il modo in cui Giannini “ha rivoluzionato il sistema bancario mettendo il credito al servizio della gente comune: immigrati, lavoratori, donne e famiglie che in precedenza erano state escluse”, secondo i materiali promozionali.

“Ho accettato con entusiasmo la proposta dei produttori di riprendere un progetto a cui avevo lavorato qualche anno fa: la storia di Amadeo Peter Giannini, l’italiano che ha rivoluzionato il sistema bancario americano”, ha dichiarato Tornatore in una nota, definendo il soggetto del film biografico “una storia quasi leggendaria che sembra nata proprio per essere raccontata al cinema”.

Giuseppe Rotunno: è morto il maestro direttore della fotografia

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Giuseppe Rotunno: è morto il maestro direttore della fotografia

È morto Giuseppe Rotunno, che molti conoscono con il nome affettuoso di Peppino, uno dei grandi direttori della fotografia dell’intero mondo, collaboratore stretto di Luchino Visconti e di Federico Fellini, all’età di 97 anni. È sua la firma sulla fotografia di AmarcordIl gattopardo e Rocco e i suoi fratelli e Il Casanova.

Il suo palmares vede scintillare sette Nastri d’Argento, due David di Donatello e una nomination agli Oscar per All That Jazz – Lo spettacolo continua di Bob Fosse, nel 1980, un BAFTA per il film di Fosse e una nomination ai premi britannici per Il Casanova di Federico Fellini. Attivo fino alla fine, ha supervisionato il restauro di moltissimi film, tra cui Rocco e i suoi fratelli di Visconti, di Amarcord di Fellini.

Ha lavorato con i più grandi del cinema italiano, molto apprezzato anche all’estero: Vittorio De Sica, Pier Paolo Pasolini, Mario Monicelli, Valerio Zurlini, Mario Soldati, Antonio Pietrangeli, Lina Wertmuller, Massimo Troisi e Roberto Benigni, Roberto Faenza, Dario Argento, Stanley Kramer, Martin Ritt, John Huston, Mike Nichols, Monte Hellman, Bob Fosse, Robert Altman, Alan J. Pakula, Fred Zinnemann, Terry Gilliam, Sydney Pollack.

Giuseppe Battiston: 10 cose che non sai sull’attore

Giuseppe Battiston: 10 cose che non sai sull’attore

Popolare e poliedrico interprete del panorama cinematografico italiano, Giuseppe Battiston ha negli anni dato prova di grande talento grazie a ruoli di particolare rilievo in alcuni celebri film di produzione nazionale, affermandosi non solo per la sua presenza scenica ma anche per un carisma raro. Ad oggi, Battiston ha recitato in generi spesso diversi tra loro, dimostrando di poter indossare con naturalezza panni diversi e sempre inediti, grazie ai quali ha conquistato gli onori di critica e pubblico.

Ecco 10 cose che non sai di Giuseppe Battiston.

Giuseppe Battiston altezza

Giuseppe Battiston: i suoi film e le serie TV

10. Ha recitato in celebri lungometraggi. Battiston debutta al cinema con il film Italia-Germania 4-3 (1990), per poi recitare in Un’anima divisa in due (1993) e Pane e tulipani (2000), con cui acquista particolare popolarità. Da quel momento recita in celebri titoli come Chiedimi se sono felice (2000), Agata e la tempesta (2004), La bestia nel cuore (2005), di Cristina Comencini, Uno su due (2006), Giorni e nuvole (2007), La passione (2010), Bar Sport (2011), Il comandante e la cicogna (2012), con Valerio Mastandrea, Zoran, il mio nipote scemo (2013), La sedia della felicità (2014), La felicità è un sistema complesso (2015), Perfetti sconosciuti (2016), con Marco Giallini e Anna Foglietta, Finché c’è prosecco c’è speranza (2017), Io c’è (2018), con Edoardo Leo, Troppa grazia (2018), Il grande passo (2019) e È per il tuo bene (2020).

9. Ha preso parte a produzioni televisive. Nel corso della sua carriera, Battiston non ha mancato di recitare anche per il piccolo schermo, prendendo parte a serie come Cuore (2001), I ragazzi della via Pal (2003), Al di là delle frontiere (2004), Una famiglia in giallo (2004), Tutti pazzi per amore (2008-2010), con Neri Marcoré, Non pensarci – La serie (2009), Le ragazze dello swing (2010), I fantasmi di Portopalo (2017), Trust: Il rapimento Getty (2018), con Donald Sutherland e Luca Marinelli, e Volevo fare la Rockstar (2019).

8. Ha vinto importanti riconoscimenti. Ad oggi, Battiston vanta tre vittorie come miglior attore non protagonista ai David di Donatello, per i film Pane e tulipani, Non pensarci e La passione. In aggiunta a queste, ha all’attivo altre sette nomination, che fanno di lui uno degli attori più candidati al premio. Ha poi vinto anche il Nastro d’argento speciale per il film Perfetti sconosciuti, altro suo grande successo. Sempre a quest’ultimo premio, Battiston vanta poi un totale di tre nomination e una vittoria come miglior attore non protagonista.

Giuseppe Battiston e gli audiolibri

7. Ha registrato le letture di noti romanzi. Un’altra delle tante attività portate avanti negli anni dall’attore è quella relativa agli audiolibri. Registrò il primo di questi nel 2010, e si trattava di Diari di scuola, di Daniel Pennac. Successivamente, ha letto anche Il porto delle nebbie, Il viaggiatore di terza classe, Pietro il Lettone e Il cane giallo di Georges Simenon. Nel 2016 ha invece rilasciato l’audiolibro di Una cosa divertente che non farò mai più, del celebre scrittore David Foster Wallace.

Giuseppe Battiston: ha una moglie?

6. È estremamente riservato. Nonostante la sua grandissima popolarità come interprete, della vita privata di Battiston non si sa pressoché nulla. Egli è infatti sempre stato molto riservato a riguardo, evitando di lasciar trapelare informazioni che potessero dare adito a gossip o pettegolezzi. Per questo motivo, infatti, non si è a conoscenza del suo stato sentimentale, e non è possibile stabilire se abbia o meno una moglie.

Giuseppe Battiston Stefano Fresi

Giuseppe Battiston e Stefano Fresi

5. I due attori vengono spesso confusi l’uno con l’altro. Data la somiglianza con Stefano Fresi, che quest’ultimo sintetizza con “uomo panciuto con la barba”, Battiston e l’attore di Smetto quando voglio vengono spesso confusi dai fan per strada, e numerose volte si sono trovati a firmare autografi in nome dell’altro. I due attori sono ovviamente grandi amici, e hanno sempre dichiarato di star cercando un film che possa riunirli e permettergli di recitare insieme per la prima volta.

4. Hanno recitato nel ruolo di due fratelli. Nel 2019 i due sono infine riusciti a trovare un film dove recitare insieme. Si tratta di Il grande passo, dove data la somiglianza tra di loro si sono ritrovati a recitare nel ruolo di due fratelli, simili fisicamente ma completamente diversi da un punto di vista caratteriale. Grazie alla loro interpretazione, i due hanno inoltre vinto insieme il premio come miglior attore al Torino Film Festival, dove il film era stato presentato.

Giuseppe Battiston in Volevo fare la Rockstar

3. Ha recitato nella nuova serie Rai. Nella serie andata in onda su Rai Uno nel corso dell’autunno del 2019, l’attore ha ricoperto il ruolo di Francesco Colombo, che da Milano si trasferisce nella campagna del Friuli per aprire un piccolo market, cercando riparo dal proprio passato burrascoso. Qui conoscerà e si invaghirà della protagonista Olivia Mazzuccato. Nel raccontare la serie, rivolta ad un pubblico giovanile, Battiston ha affermato che una delle più grandi soddisfazioni è stata quella di poter collaborare con un gruppo di giovani interpreti, rimanendo affascinato dalla loro bravura.

Giuseppe Battiston in Tutti pazzi per amore

2. Ha interpretato un ruolo rimasto iconico. Dal 2008 al 2010 Battiston si è fatto notare in televisione grazie alla serie Tutti pazzi per amore, dove ricopre il ruolo del Dotto Freiss. Questi, oltre a commentare a mo’ di ospite di un talk televisivo le azioni dei protagonisti della vicenda principale, cerca anche di motivarle rifacendosi ogni volta a diversi studi da lui condotti. Il personaggio si dimostra infatti essere un tuttologo, cambiando specializzazione di episodio in episodio.

Giuseppe Battiston: età e altezza

1. Giuseppe Battiston è nato a Udine, in Friuli-Venezia Giulia, Italia, il 22 luglio 1968. L’attore è alto complessivamente 173 centimetri.

Fonte: IMDb

 

Giuseppe Battiston presenta Billy al Bellaria Film Festival

Giuseppe Battiston presenta Billy al Bellaria Film Festival

In occasione della presentazione al Bellaria Film Festival 2023 di Billy, esordio alla regia di Emilia Mazzacurati, abbiamo parlato con Giuseppe Battiston dei temi legati al film: provincia, solitudine e relazioni umane, ma anche del suo lavoro da regista, Io vivo altrove!, e della crisi delle sale.

Giuseppe Battiston e la famiglia Mazzacurati

Per quel che riguarda Billy, presentato nella sezione Eventi speciali del Bellaria Film Festival, non si può non riflettere sul rapporto stretto e consolidato che lega Giuseppe Battiston prima a Carlo Mazzacurati, con cui l’attore ha collaborato a lungo, prendendo parte a diverse pellicole del regista padovano, e poi a sua figlia Emilia Mazzacurati. La giovane regista aveva già lavorato come fotografa di scena ne La sedia della felicita, che vedeva Giuseppe Battiston tra gli interpreti. Ora Battiston l’ha scelta nello stesso ruolo per il suo primo film Io vivo altrove! Dal canto suo, Emilia Mazzacurati lo ha voluto come interprete sia nel cortometraggio Manica a vento (2018), che in Billy, dove interpreta un solitario vigile del fuoco.

Insomma, un universo artistico che appare come una sorta di grande famiglia. Battiston ne parla così, evidenziando soprattutto lo sguardo originale e la freschezza di Emilia: “Emilia è una persona che sento estremamente vicina e familiare per il rapporto che ho con lei […] da tanti anni. Il talento fotografico di Emilia lo avevo già scoperto ne La sedia della felicità, con Carlo. […] Aveva fatto delle foto splendide. È stato bellissimo veder nascere la sua sensibilità, il suo modo personale di raccontare le storie. Di conseguenza è stato per me non solo emozionante, ma qualcosa che sento mi appartiene profondamente. C’è una grande familiarità, ma non c’è nulla che potremmo dare oper scontato. È stata una bellissima scoperta. […] La cosa più bella è che ha realizzato un film che rappresenta un’età, la sua. […] Quindi, è straordinariamente fresco e giovane, nell’accezione più nobile del termine. La freschezza spesso viene considerata come ingenuità, ma qui non c’è ingenuità. È uno sguardo che io, ad esempio, non ho più da tanto tempo”.

Battiston sulla visione della provincia in Billy

La dimensione spaziale ed anche esistenziale di Billy è quella della provincia. Una provincia che la regista definisce come un “non- luogo” dove nascono sentimenti “forti ed estremamente radicati”. Giuseppe Battiston ne parla così: “È come se fosse una sorta di grande acquario, dove queste creature fluttuano tra i loro pensieri e le loro paure. È un microcosmo placido, senza scossoni, senza grandi slanci, ma con dei piccoli, grandi disagi. Sono quelli dei protagonisti, i quali non sanno forse che nome dare a questi disagi, ma li vivono e finiscono, in parte, anche per superarli”. “Questo non-luogo ha anche la caratteristica di raccontare qualcosa che forse è già successo, come se fosse già successo. Come dopo un tornado, i protagonisti raccolgono i pezzi, li vendono. È un mondo veramente bizarro”. Aggiunge poi una considerazione sul ruolo dei genitori e quello dei figli, che sembrano essere invertiti nel film: “La cosa curiosa in questa visione è che gli adulti sono i personaggi più fragili. Vedendo gli adulti di questa storia, non chiederesti loro un consiglio. Un’altra cosa molto matura e bella è che non c’è giudizio su queste figure. Sono così come sono”.

Il personaggio di Massimo in Billy

I personaggi del film, sostiene Battiston, “sono tutti segnati da piccole e grandi paure: la paura del fuoco, la paura di crescere, di invecchiare, di cambiare, di sentire , di parlare. Questa visione è forte e molto interessante”. In particolare Massimo, il vigile del fuoco da lui interpretato, si fa portavoce di una visione del mondo e delle relazioni umane, quando afferma che si può anche “essere soli insieme”. Battiston commenta così questo modo di intendere la vita: “E’ un modo di patire insieme, di “con-patire”, condividere una situazione di vita che forse poteva darci qualcosa un tempo, ora ci da meno, ma essendo il film privo di giudizio, […] non ci interessa sapere se i personaggi siano dei vinti o dei vincitori, sono comunque delle creature che attraversano un luogo. Attraversarlo tenendo per mano qualcuno aiuta, da una parte, a superare delle piccole grandi delusioni, dall’altra, a vedere anche di più l’aspetto positivo nelle cose”.

billy film recensioneLa situazione del cinema italiano secondo Giuseppe Battiston

Billy arriva nelle sale dal 1 giugno. Chiediamo a Giuseppe Battiston se si aspetta un ritorno del pubblico in sala, ora che siamo ufficialmente fuori dalla pandemia di Covid-19: “Speriamo che non abbiano tutti voglia di andare al mare”. “E’ un momento in cui la gente dovrebbe ricominciare tranquillamente a ripopolare le sale”. Siamo peraltro in un momento in cui il teatro, ad esempio, sta conoscendo una grande fortuna in termini di pubblico, come confermato dallo stesso attore, reduce da una fortunata tournée teatrale: “Io sono abituato molto bene, perché ho finito da poco la tournee del mio spettacolo in teatro e avevo i teatri sempre pieni”. Per quanto riguarda le sale cinematografiche, la situazione è in evoluzione: “Si tratta di recuperare la dimensione partecipativa dell’evento. È vero che il teatro, come la musica, la danza, sono situazioni live, che non hanno senso viste sul piccolo schermo, ma anche il cinema è un’esperienza di condivisione. Parlando del mio film [Io vivo altrove! ndr] ad esempio, laddove sono riuscito ad andare a presentarlo, ho riempito le sale, […] si è creato un momento di confronto meraviglioso”. Tuttavia, prosegue Battiston, “Non possiamo andare in tournée anche per i cinema, ma, se dovesse servire, cercheremo di farlo in qualche modo”. È innegabile però, che il pubblico sia chiamato a fare la propria parte: “Non serve un battage pubblicitario per indurre una persona a comprare un libro, ad esempio. Lo si fa spinti dalla curiosità, […] è così che succedono le cose. […] Oppure, piove, ci si infila in un cinema. Certo, se ci fossero ancora le sale in centro, sarebbe molto bello. Ad ogni modo, si può fare senza grossi sforzi”. Ciò che conta, e che occorre recuperare, conclude, è la curiosità: “Il cinema è curiosità”.

Un bilancio dell’esperienza da regista

Reduce dal suo primo lavoro dietro la macchina da presa, Io vivo altrove!, a qualche mese dall’uscita nelle sale, gli chiediamo di tracciare un bilancio dell’esperienza e se intenda ripeterla. Risponde così: “E’ stata un’esperienza ampiamente positiva, non posso che essere enormemente felice di quello che mi ha restituito il pubblico”. “Conto di rifarla, non subito, anche se sono già a lavoro. Sicuramente, per come il film è stato accolto dal pubblico, è una cosa che va rifatta. […] Anche come affluenza, nei luoghi in cui è stato distribuito, il film è andato piuttosto bene. Avrei voluto che questo film si confrontasse con tutta Italia, ma dove è andato ha raccolto bei consensi. Quel che posso fare è continuare a portarlo in giro, sperare che tra un po’ vada in una piattaforma e trovi il suo spazio. Non solo il mio, ma tutti i film d’esordio – che strano, stiamo parlando di un ultra cinquantenne e di una under trenta, esperienze agli antipodi, ma credo che abbiano entrambe la dignità di essere visti. Poi giudicherà il pubblico”.

Billy è in sala dal 1 giugno. Prodotto da Jolefilm e Rai Cinema. Mentre, Io vivo altrove! si potrà forse recuperare nelle arene estive, in attesa di un possibile passaggio su piattaforma.

Giuseppe Battiston contro gli attori ‘cani’ [video]

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Giuseppe Battiston contro gli attori ‘cani’ [video]

Giuseppe Battiston, uno degli attori italiani più apprezzati del momento eppure sempre relegato a ruoli secondari si è lasciato andare ad un divertente eppure tristemente realistico monologo contro “gli attori cani”.

L’occasione l’ha offerta il programma di La7 Victor Victoria.

Ecco il video:

Giurato numero 2: recensione del film di Clint Eastwood

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Giurato numero 2: recensione del film di Clint Eastwood

A tre anni di distanza da Cry MachoClint Eastwood torna in sala con Giurato numero 2, nuovo lungometraggio del leggendario regista che arriva al cinema il 14 novembre. Il film, che vede come protagonista Nicholas Hoult nei panni di un giurato alle prese con un caso controverso, riunisce un cast che include Toni ColletteZoey DeutchKiefer SutherlandChris Messina e J. K. Simmons. Scritto dall’esordiente Jonathan AbramsGiurato numero 2 è poi musicato da Mark Mancina e distribuito in sala da Warner Bros.

La trama di Giurato numero 2

La vita di Justin Kemp (Nicholas Hoult) un giurato in un caso di omicidio, viene sconvolta da una rivelazione scioccante: potrebbe essere stato lui l’autore del crimine. Diviso tra il senso del dovere e la paura del giudizio, l’uomo si trova di fronte a un dilemma morale che metterà alla prova la sua integrità.

Giurato numero 2: rielaborare gli immaginari

Hollywood conosce da sempre due soli modi di regolare i conti: a suon di pistolettate o all’interno di un’aula di tribunale. Vecchi cowboy e brillanti avvocati sono i due volti, le due più consuete manifestazioni, di una giustizia per lo più polverosa, ma efficace. Anime complementari della medesima astrazione che, forse inevitabilmente, convivono anche in quest’ultima creatura di Clint Eastwood. Segno di un cinema che, vissuto davanti e dietro la macchina da presa, prosegue fin dagli albori a fagocitare e rielaborare immaginari. A incarnare valori e significati alti, puntualmente offerti alla rigorosa rilettura poetica del suo autore. Implacabile, eppure immancabilmente lucida.

In quest’ottica, Giurato numero 2 non fa eccezione. Lo capiamo subito, a partire dalla didascalia – ai limiti della western-punch line – che campeggia appena sotto al titolo: “la giustizia è cieca, la colpa vede tutto”. Lo percepiamo nell’atmosfera da saloon che aleggia sul pub di periferia al centro della vicenda. E ancora nel ripetuto gioco di sguardi con cui i protagonisti sembrano a più riprese duellare nel corso della storia – o nel bicchiere di whisky (?) che, silenzioso, sfida il protagonista in uno dei frangenti di maggior tensione del racconto.

Eppure, Justin Kemp non è certo un georgiano dagli occhi di ghiaccio. Né tantomeno uno straniero senza nome – o un cavaliere solitario. Semmai un uomo dal passato torbido, anche se giovane marito e futuro padre. Tormentato da spettri e demoni interiori che bussano alla sua porta come le maschere della notte di Halloween – che guarda caso cade il primo weekend che contribuisce a ritardare il verdetto della giuria.

Giustizia e verità

Fin da subito, dall’establishing shot tematico sulla dea Themis e i suoi attributi (la bilancia e la benda sugli occhi), Clint Eastwood cede la parola al giurato. E attorno alla sua figura, attorno ai dilemmi, agli squarci etici e morali dello script di Jonathan Abrams, il cineasta edifica una complessa architettura di sguardi che si fa frontiera di riferimenti e suggestioni. A imperversare, prevedibilmente, sono innanzitutto gli spazi e le intuizioni del primo Lumet, che Eastwood si diverte a citare e insieme ad aggiornare secondo le coordinate dell’America di oggi – ragion per cui l’ostinata fermezza di Cedric Yarbrough, erede ideale del vecchio Lee J. Cobb, diviene la pur momentanea cassa di risonanza di un divario socio-economico che il regista non manca di mettere a fuoco.

Ma nel grande affresco eastwoodiano, calibrato al millimetro e al contempo quasi bulimico nelle sue vertigini citazioniste, confluiscono anche le principali istanze di molto del legal-thriller (e legal-drama) che ha costituito l’ossatura del genere fin dalle origini. Opportunamente imbevuto della filosofia del suo autore e di un’ironia che, di recente, abbiamo ritrovato solo nell’ultimo Friedkin – presentato postumo nel 2023 in occasione dell’80esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

“Io voglio la verità!” gridava del resto un giovane Tom Cruise nell’epilogo di Codice d’onore di Rob Reiner. Eppure, alimentando il parallelismo, il personaggio di Nicholas Hoult sembra piuttosto concretizzare l’”arringa” pronunciata dal colonnello Jessep di Jack Nicholson – lui giurato e insieme colpevole che “non può reggere” una verità che lo dilania. Epicentro non tanto dell’inevitabile e inflazionata dialettica tra verità processuale e verità storica. Quanto di una ricerca della “realtà dei fatti” che, come avveniva già in Richard Jewell, è più che altro frutto di ricostruzioni, narrazioni ad hoc e scampoli di sguardo catturati da uno smartphone – quando l’unico dispositivo in grado di fare ancora la differenza, sembra suggerirci Eastwood, rimane invece il mezzo cinematografico stesso.

Così, sebbene alla sbarra dei testimoni compaiano forse anche il Ridley Scott di The Last Duel e l’ultimo esperimento seriale di Alfonso Cuaròn – delle cui opere Clint Eastwood ripropone l’acuta frammentarietà audio-visiva – l’atteggiamento del regista classe 1930 non si impronta a un aprioristico rifiuto del valore delle immagini, ma piuttosto si colora dell’invito, premuroso, a maneggiarle con cura. Per un’opera dal respiro classico, ma perfettamente inserita nel presente, che muovendosi come di consueto tra dimensione pubblica e privata, crede ancora fermamente nell’impegno sociale – quindi umano – del singolo. Senza il quale l’intero sistema è destinato a collassare.

Spiazzante, vero, spietato. Buono, brutto e cattivo. A 94 anni inoltrati Clint Eastwood non sbaglia un colpo.

Giurato numero 2: la spiegazione del finale del film

Giurato numero 2: la spiegazione del finale del film

Giurato numero 2 (qui la recensione) termina con un finale sospeso che lascia alcune domande senza risposta. Il film, diretto da Clint Eastwood su una sceneggiatura di Jonathan A. Abrams, vede il personaggio di Nicholas Hoult, Justin Kemp, chiamato a far parte di una giuria, solo per rendersi conto di essere stato al bar la notte in cui James Michael Sythe avrebbe ucciso la sua ragazza Kendall. La memoria di Justin inizia a mostrare al pubblico che forse non ha investito un cervo come si credeva in precedenza, ma proprio Kendall. Justin è tormentato dal senso di colpa per tutto il film di Eastwood e fa di tutto per assicurarsi di non essere implicato nell’omicidio, cercando di provare l’innocenza di James.

Dopo che la giuria ha deciso il verdetto di colpevolezza, il giudice condanna James all’ergastolo. Anche Faith Killebrew, ora procuratore distrettuale, è presente e ha dei sospetti sul caso dopo un incontro con Harold. Sospettando che Justin abbia più cose da nascondere di quanto si credesse inizialmente, Faith lo affronta fuori dal tribunale. Justin lascia intendere indirettamente che la notte in cui potrebbe aver investito Kendall è stato un incidente e che sia lui che Faith avevano persone da proteggere. Justin suggerisce che Faith perderebbe il lavoro e sarebbe perseguitata dalla stampa. Poco dopo, però, Faith si presenta alla porta di Justin.

Cosa succede a Justin Kemp alla fine di Giurato numero 2

Justin aveva appena venduto l’auto con cui avrebbe investito Kendall un anno prima e, dopo la sentenza di James, si credeva libero dal caso, anche se apparentemente si sentiva ancora in colpa. Ma Justin potrebbe non vivere la vita felice che aveva immaginato per sé e la sua famiglia. L’arrivo di Faith è ambiguo, poiché lei non dice nulla a Justin quando arriva a casa sua, ma il finale di Giurato numero 2 suggerisce che il caso è lungi dall’essere chiuso. Faith, fedele al suo nome, stava attraversando una crisi di fede dopo aver capito che la morte di Kendall poteva essere stata causata da un incidente con omissione di soccorso.

Potrebbe essere stata lì per convincere Justin a costituirsi o per dirgli che ora è sospettato nel caso. Questo riaprirà le indagini. Potrebbe aver registrato la loro conversazione per spingerlo a rivelare la verità su quella notte. Faith non sembra aver preso alla leggera gli avvertimenti subdoli di Justin sul suo lavoro. In ogni caso, lui si trova in una posizione vulnerabile. Justin alla fine si considera un uomo buono in una situazione difficile che sceglie di proteggere la sua famiglia. L’arrivo di Faith a casa sua potrebbe fargli cambiare idea sul fare qualcosa.

Faith potrebbe anche costringerlo ad agire perché ora sa che James potrebbe non aver ucciso Kendall, dopotutto. Justin probabilmente dovrà affrontare direttamente le conseguenze delle sue azioni. Allo stesso tempo, il fatto che Faith non si sia presentata con la polizia indica che Justin non è ancora stato arrestato. Indipendentemente dall’esito, Faith probabilmente non lascerà Justin andare così facilmente. Avrebbe potuto andarsene e chiudere il caso per sempre, ma non l’ha fatto e Justin, in un modo o nell’altro, dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni.

Giurato numero 2
Nicholas Hoult in Giurato numero 2. Cortesia di Warner Bros.

La spiegazione del verdetto di colpevolezza e la sentenza di James

James è stato giudicato colpevole di omicidio doloso, considerato la forma più grave di omicidio in Georgia, dove è ambientato Giurato numero 2. Il giudice ha condannato James all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Questo esito è stato un sollievo per Justin perché significava che era fuori dai guai. Con il caso chiuso e il verdetto emesso, James probabilmente non potrà essere processato nuovamente per lo stesso reato in base alla legge sul doppio giudizio. Tuttavia, se ci sono prove significative che indicano l’innocenza di James e un nuovo sospettato in Justin, è possibile che la condanna di James possa portare a un nuovo processo.

Tuttavia, le nuove prove devono indicare Justin come sospettato in modo così forte da gettare un ragionevole dubbio su James come assassino e minare il suo processo originale. Il fatto che Justin fosse al bar e potesse persino essere considerato un testimone mentre faceva parte della giuria chiamata a decidere il destino di James potrebbe essere sufficiente a mettere in dubbio che James sia l’assassino di Kendall. Tuttavia, il verdetto di colpevolezza e la condanna di James potrebbero prolungare il percorso verso un nuovo processo e un appello, rendendo le cose più complicate e strazianti per entrambe le parti coinvolte.

Justin ha davvero investito Kendall con la sua auto?

Giurato numero 2 mantiene i dettagli della notte in cui Kendall è morto abbastanza vaghi da far sorgere nel pubblico un ragionevole dubbio su ciò che è accaduto. Justin ha dei flashback dei ricordi di quella notte: lui al bar, con un drink in mano ma senza bere, che sale in macchina e poi vede il cartello con il cervo dopo aver colpito qualcosa con la sua auto. Ma il fatto che il film non confermi mai effettivamente che Justin abbia investito Kendall, o che James abbia fatto qualcosa dopo aver seguito la sua ragazza lungo la strada, suggerisce dubbi e lacune nella verità, lasciando gli spettatori nell’incertezza.

I ricordi di Justin sono corretti? Stava mentendo sul fatto di non aver bevuto? Queste domande non forniscono risposte chiare e, che siano inventate o meno, uno degli ultimi flashback di Giurato numero 2 mostra James che fa inversione con la sua auto su Quarry Road prima che Justin passi di lì. Questo porta anche a chiedersi se James stesse dicendo la verità sul fatto di non aver seguito Kendall lungo la strada con la sua auto. Allo stesso tempo, il dramma in aula non descrive in dettaglio Justin che vede il corpo di Kendall sugli scogli sottostanti, anche se lui sembra abbastanza sicuro di averla investita durante tutto il film. Tutto sommato, le prove sono inconcludenti e aperte all’interpretazione.

Toni Collette e Nicholas Hoult in Giurato numero 2
Toni Collette e Nicholas Hoult in Giurato numero 2

Perché Justin ha smesso di cercare di convincere la giuria dell’innocenza di James Sythe

Justin voleva che James fosse liberato a causa del proprio senso di colpa. Non sopportava l’idea che un uomo scontasse una pena detentiva e fosse condannato come assassino quando c’era la possibilità che James non avesse commesso il crimine di cui era accusato. Tuttavia, Justin si rese conto che se la giuria non avesse preso una decisione, si sarebbe arrivati a un annullamento del processo e James avrebbe dovuto affrontare di nuovo tutto questo oppure l’accusa avrebbe cercato un altro sospettato. Quel sospettato sarebbe stato probabilmente Justin, soprattutto dopo che la teoria dell’incidente con omissione di soccorso aveva iniziato a guadagnare terreno tra gli altri giurati.

Justin smise di cercare di convincere la giuria dell’innocenza di James Sythe perché sapeva che avrebbe perso molto di più se non l’avesse fatto: la sua famiglia, la sua vita, la sua credibilità. Il processo era diventato più complicato di quanto Justin avesse previsto quando aveva scoperto per la prima volta di aver forse investito Kendall quella fatidica notte. Tra la presenza in giuria di un ex detective, interpretato da J. K. Simmons, che fa parte del cast stellare di Giurato numero 2, e Faith che non era più convinta al 100% della colpevolezza di James, Justin aveva molte cose contro di lui ed è stato continuamente messo alle strette per tutto il film.

Il vero significato di Giurato numero 2

Quello che potrebbe essere l’ultimo film di Clint Eastwood è essenzialmente un dilemma morale ed etico, poiché riflette su cosa significhi essere un uomo buono che fa la cosa giusta, sulle piccole azioni che portano a conseguenze più grandi, sui pregiudizi e sul senso di colpa. Justin, credendo sinceramente di aver investito un cervo la notte in cui Kendall è morto, pensava di aiutare James a essere assolto. Era un’idea sbagliata ed egoista, ma Giurato numero 2 chiede al pubblico, che a suo modo è la giuria, di riflettere sulle implicazioni morali delle azioni di Justin e, in alcuni casi, della sua inazione.

Il film è anche una leggera critica al sistema giudiziario imperfetto. In vari punti del film, i personaggi discutono del pregiudizio di conferma, dell’odio della polizia per le scartoffie e del rifiuto di indagare su altri sospetti per il caso, nonché della riluttanza della giuria (almeno all’inizio) a riflettere sulle argomentazioni ascoltate durante il processo prima di prendere una decisione. Il sistema giudiziario, e tutti coloro che ne fanno parte, stavano decidendo il destino di James, e il fatto che sia finito in prigione come uomo potenzialmente innocente sottolinea le imperfezioni del sistema.

Giurato numero 2: il primo trailer ufficiale del film di Clint Eastwood

Warner Bros. ha rilasciato il primo trailer di Giurato numero 2 (fino ad oggi conosciuto come Juror #2), il nuovo film diretto da Clint Eastwood. Insieme al trailer arriva anche la conferma che il film sarà nelle sale italiane dal 14 novembre.

Scritto da Jonathan Abrams, il film segue Justin Kemp (Nicholas Hoult) che, mentre presta servizio come giurato in un processo per omicidio di alto profilo, si trova alle prese con un grave dilemma morale – che potrebbe usare per influenzare il verdetto della giuria e potenzialmente condannare o liberare l’assassino accusato. Juror No. 2 è interpretato anche dalla candidata all’Oscar Toni Collette (”Hereditary“), dal premio Oscar J.K. Simmons (”Whiplash“), oltre che da Zoey Deutch, Chris Messina, Gabriel Basso, Leslie Bibb e Kiefer Sutherland.

Alcuni rumor fino ad oggi circolati in rete hanno suggerito che questo potrebbe essere il film conclusivo della carriera di Eastwood. Non è certo se Giurato numero 2 sarà davvero il  progetto finale del regista e sebbene da alcuni isia etichettato come tale, Eastwood non ha dichiarato personalmente le sue intenzioni riguardo al ritiro. Tuttavia, con il quattro volte vincitore dell’Oscar che ha compiuto 94 anni ed ha oltre 5 decenni sulla sedia da regista, è possibile che questo possa davvero essere il suo ultimo film. Naturalmente, ci auguriamo di poter continuare a gioire della sua maestria ancora molto a lungo.

Giurato numero 2 è basato su una storia vera? Justin Kemp e James Sythe sono basati su persone reali?

Diretto da Clint Eastwood, Giurato numero 2 (Juror #2) racconta la storia di un uomo che scopre di far parte della giuria di un caso con cui ha un legame scioccante. Il protagonista è Justin Kemp, interpretato da Nicholas Hoult, chiamato a far parte della giuria nel caso di una donna uccisa un anno prima, il cui accusato è il suo fidanzato. Justin non sa nulla del caso, ma nel momento in cui i dettagli gli vengono esposti il primo giorno del processo, capisce che il fidanzato è innocente e che lui stesso è l’assassino.

La domanda ora è: Justin dovrebbe confessare o lasciare che la giustizia faccia il suo corso e che un uomo innocente si prenda la colpa? Il film tocca elementi molto umani attraverso un personaggio che sembra qualcuno che potrebbe vivere proprio nella porta accanto. È interessante notare che l’idea per il film è nata da una situazione reale.

Giurato numero 2 trae ispirazione dalle esperienze vissute in un’aula di tribunale reale

Giurato numero 2 (Juror #2) è una storia interamente immaginaria concepita dalla fantasia creativa di Jonathan Abrams. Lo scrittore ha rivelato di aver avuto l’idea in un tribunale reale. Spiegando le origini del film, ha parlato di un suo caro amico, che ora è giudice in California e prima lavorava come pubblico ministero. Circa dieci anni fa, si trovava a seguire un caso che sembrava destinato a una sconfitta certa. L’unico modo in cui pensava di poter salvare la situazione era presentare un’arringa finale convincente, e per questo chiamò Abrams. Gli avvocati chiesero al suo amico di scrivere qualcosa di così potente da poter commuovere la giuria. Non gli importava che Abrams includesse elementi che sembravano funzionare solo nei film perché, a quel punto, non aveva molto da perdere. Abrams fece la sua magia e, sorprendentemente, l’arringa finale ribaltò la situazione e vinse la causa.

Toni Collette e Nicholas Hoult in Giurato numero 2
Toni Collette e Nicholas Hoult in Giurato numero 2

La vittoria impressionò così tanto l’amico di Abrams che chiese allo scrittore di assistere ai processi con lui. Un giorno, lo scrittore partecipò all’esame preliminare della giuria, dove trovò persone che cercavano di inventare scuse per sottrarsi al dovere di giurato. Il giudice, tuttavia, non ne voleva sapere. Questo portò Abrams a pensare alla cosa migliore che si potesse dire in una situazione del genere per convincere il giudice a lasciarli andare, e gli venne in mente un’idea interessante. E se una persona dicesse che non poteva far parte della giuria perché era stata lei a commettere il crimine? Questo fu il gancio della storia, e la parte sulle persone che cercavano scuse trovò posto nel film.

Una volta capito di cosa trattava la storia, Abrams iniziò a lavorarci. Parlò con i suoi amici avvocati per renderla il più autentica possibile dal punto di vista legale. Quando il film entrò in produzione, anche il regista Clint Eastwood chiese consiglio ai giudici e agli avvocati che lavoravano nel tribunale dove era stato girato il film. Abrams ha rivelato che Giurato numero 2 (Juror #2)  è influenzato da 12 Angry Men, ma è stato Mystic River di Eastwood a ispirarlo nella definizione del tono e del finale della storia. Fortunatamente, è riuscito a convincere lo stesso Eastwood a dirigere il film, e lo sceneggiatore ne è stato molto felice.

Lo sceneggiatore e il regista volevano che Justin e James fossero imperfetti ma identificabili

Giurato numero 2 spiegazione finale film

Mentre scriveva la storia, Jonathan Abrams sapeva che non voleva che il protagonista fosse qualcuno che il pubblico avrebbe odiato. Voleva che Justin Kemp fosse solo un uomo normale con cui il pubblico potesse identificarsi. Non doveva essere un cattivo che voleva mandare in prigione una persona innocente per salvarsi. All’inizio, almeno, il pubblico doveva vedere Justin come un ragazzo normale coinvolto in una situazione straordinaria e capire perché aveva preso certe decisioni. L’umanità del personaggio era il fulcro della storia, e Clint Eastwood era d’accordo. Quando quest’ultimo lesse la sceneggiatura, apprezzò il fatto che la storia fosse incentrata più sulla persona che sul crimine. Come dimostrano le sue opere, l’attore-regista ama adottare un approccio minimalista, in cui l’attenzione è interamente concentrata sui personaggi. Desiderava lo stesso per Justin.

Abrams ha rivelato che Eastwood gli ha persino chiesto di eliminare gli aspetti superficiali e di concentrarsi sul dilemma di Justin e sul suo desiderio di salvarsi, ma anche di non far pagare a una persona innocente i suoi crimini. Allo stesso modo, volevano che James Sythe fosse un personaggio apparentemente cattivo con cui gli spettatori potessero empatizzare nonostante il suo passato turbolento. Ha fornito il contrasto di un cattivo innocente rispetto al buono colpevole di Justin, rendendo la trama più coinvolgente. Il regista riteneva che il pubblico dovesse essere in grado di mettersi nei panni di Justin e allo stesso tempo comprendere la difficile situazione di James, il che conferisce maggiore profondità al dilemma morale molto reale che la storia e i personaggi di  Giurato numero 2 (Juror #2) , anche se fittizi, presentano agli spettatori.

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