Arriva al Lido di Venezia The
Canyons, film fuori
concorso diretto da Paul Schrader e scritto da Bret Easton Ellis, autore di
American Psycho e
Less Than Zero. Nel cast
troviamo Lindsay
Lohan, qui al ritorno dopo un lungo periodo di
riabilitazione e scandali, e James Deen, star del cinema pornografico chiamata a
misurarsi con un ruolo drammatico. L’opera, girata in digitale con
budget ridotto, si propone come un thriller erotico contemporaneo, immerso
nella Los Angeles del sesso, del potere e dell’ossessione per
l’immagine — ma l’ambizione si traduce presto in un esperimento
fragile e poco incisivo.
Tra eros e alienazione:
la Los Angeles di Schrader e Ellis
The Canyons racconta la
storia di cinque giovani di circa vent’anni che si muovono nel
ventre lucido e corrotto di Hollywood. C’è Christian (James Deen), giovane
produttore cinematografico ossessionato dal controllo e dal
voyeurismo, che ama filmare i suoi rapporti sessuali;
Tara (Lindsay
Lohan), la fidanzata che alterna sottomissione e ribellione;
Ryan (Nolan
Gerard Funk) e Gina (Amanda Brooks), due attori coinvolti in una
produzione horror dello stesso Christian; e infine
Lindsay, ex
attrice diventata insegnante di yoga, simbolo di una spiritualità
posticcia che tenta di redimere un mondo già condannato.
Il film si muove tra amore, sesso e violenza, ma il vero cuore della
narrazione è l’apatia.
Schrader e Ellis raccontano una generazione di individui alienati,
incapaci di provare emozioni autentiche e immersi in una cultura
dove tutto – il corpo, l’arte, il desiderio – è merce. La Los
Angeles di The Canyons
non è più quella patinata dei sogni hollywoodiani, ma un deserto
emotivo popolato da personaggi che vivono solo attraverso lo
schermo del telefono o la lente di una videocamera.
L’idea di fondo è affascinante, e ben si inserisce nella
filmografia di Schrader, da sempre interessato al peccato, alla
colpa e alla redenzione (American Gigolo, Hardcore, Taxi Driver, di cui fu sceneggiatore).
Tuttavia, in questo caso, l’intento non trova piena realizzazione: il film
appare più come un esercizio concettuale che come una riflessione
compiuta sul presente.
Un’estetica digitale per
un cinema senza emozioni
Girato interamente in digitale con mezzi limitati, The Canyons adotta uno stile visivo
volutamente freddo e impersonale. Le inquadrature statiche e la
fotografia sbiadita costruiscono un senso di distacco coerente con
il vuoto interiore dei protagonisti, ma la scelta stilistica
finisce per diventare un limite. La regia di Schrader, solitamente
capace di tensione e rigore, qui sembra rinunciare alla profondità
psicologica per assecondare una sceneggiatura dispersiva.
La scrittura di Ellis, autore di culto capace di scandagliare la
vacuità della società americana, si traduce in un copione che
replica se
stesso: dialoghi affilati ma ripetitivi, figure femminili
trattate con ambiguità e un erotismo più meccanico che disturbante.
L’insieme evoca atmosfere da noir postmoderno, ma senza mai trovare
la forza di un autentico sguardo critico.
Lindsay Lohan tra
fragilità e provocazione
A
salvare parzialmente The
Canyons è la presenza magnetica di Lindsay Lohan, il cui volto segnato e la
vulnerabilità naturale si fondono con il personaggio di Tara. È una
performance che mescola fragilità e consapevolezza, quasi
metacinematografica: Lohan interpreta se stessa, un simbolo
decaduto della giovinezza hollywoodiana, vittima e carnefice di un
sistema che consuma e dimentica. James Deen, invece, appare spaesato, e il
suo Christian resta prigioniero della caricatura del maschio
dominante.
Quella che poteva essere una riflessione spietata sul narcisismo
digitale diventa così una pellicola disomogenea, più interessante per il
contesto produttivo e le sue premesse che per il risultato finale.
Schrader tenta di costruire un thriller erotico sulla fine del
desiderio, ma il film rimane intrappolato nel suo stesso
cinismo.
Conclusione
The Canyons è un
esperimento mancato, un’opera che cerca di essere attuale ma
finisce per sembrare fuori tempo. Nonostante il fascino del
progetto e qualche intuizione registica, il film manca di forza
narrativa e di coesione emotiva. Paul Schrader, da autore di culto,
firma uno dei suoi lavori meno riusciti: un noir digitale senza
tensione, dove la carne e il peccato non bruciano più.