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Le Mans ’66 – la grande sfida, recensione del film con Christian Bale

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A sentire il titolo del nuovo film di James Mangold, gli appassionati di Formula 1 sanno già di cosa si andrà a parlare, tuttavia, per coloro a cui lo stesso titolo non fa risuonare nulla nella memoria, la recensione di Le Mans ’66 – la grande sfida può dare qualche possibilità di orientarsi meglio in questa pagina di storia sportiva a quattro ruote.

La storia che Mangold racconta è quella della Ford che, negli anni Sessanta, decide di provare a contrastare lo strapotere del cavallino rampante Ferrari nelle corse di Formula 1, affidandosi a Carrol Shelby, ex pilota che si è reinventato designer di auto da corsa, il quale a sua volta dà tutta la sua fiducia a Ken Miles, pilota collaudatore, anarchico impunito che, come da manuale, è l’uomo adatto al lavoro ma il più difficile da controllare secondo i canoni e le necessità dell’azienda.

Non solo. Le Mans ’66 racconta anche, soprattutto, la storia di un’amicizia, quella tra Carrol e Ken, due uomini che sono i migliori in quello che fanno, le cui doti sono complementari e si equilibrano alla perfezione, che insieme sono in grado di fare il lavoro al meglio, riuscendo a tenere testa ai capi dell’industria.

E ancora. Le Mans ’66 è il racconto di un uomo spaccato a metà tra le necessità della sua famiglia, che ama profondamente, e il proprio sogno selvaggio che mette a rischio proprio quella vita che vorrebbe dedicare a moglie e figlio. Ken Miles è il centro emotivo della storia, ma anche cuore rosso e pulsante è inutile senza un cervello affilato. E a questo serve Carrol.

Le Mans ’66 erede di Rush di Ron Howard

Tratto da una storia vera, il nuovo film di James Mangold si confronta con due ostacoli in partenza. Il primo è la difficoltà di ricezione che il pubblico ha verso film ambientati nel mondo delle corse e sulle piste di Formula 1. L’esempio recente migliore, e forse unico, è quel Rush di Ron Howard che poteva essere un ottimo apripista ma che è rimasto un caso isolato, dal 2013 a oggi. Il secondo ostacolo con cui si confronta Le Mans ’66 è il fatto che il suo regista è, per sua stessa ammissione, profondamente annoiato dalle gare automobilistiche. Questo aspetto lo ha spinto ad andare oltre la pista, fin dentro l’abitacolo, per raccontare l’adrenalina, l’emozione e la passione che vibra dentro chi è al volante della macchina, mettendo da parte il torpore, facilmente condivisibile, di chi le corse le guarda soltanto.

Le Mans ’66 – la grande sfida riesce con equilibrio ad evitare la noia e la maniera, rivelandosi prima di tutto una storia di amicizia. Il rapporto tra il ligio e scaltro Carrol e il fumantino e devoto Ken è il cuore del racconto, l’unico appiglio narrativo che davvero interessa al regista, che anzi, allontanandosi sempre più dall’aspetto sportivo, si addentra in quello umano, facendoci entrare nell’intimità di Ken e della sua famiglia.

La storia di una grande amicizia

Il resto del film, che pure serve a completare la struttura narrativa e a dare un contesto plausibile alla storia è tutto messo in secondo piano, dai leader delle due industrie chiamate in causa, Henry Ford II ed Enzo Ferrari, che sono delle figure bidimensionali e inserite esclusivamente perché necessarie alla trama, a tutta la serie di sottoposti e amministratori che da Ford II a Carrol Shelby formano la catena burocratica contro la quale lo stesso Shelby si è dovuto scontrare, per difendere la sua scelta di lavorare con la “scheggia impazzita” Ken Miles.

E se il titolo italiano ci invita a tendere la nostra attenzione alla gara che consacrerà la Ford e il lavoro di Shelby e Miles, quello americano, Ford vs Ferrari, è ancora più “incompleto” perché dà un’idea molto vaga di ciò che in realtà interessa raccontare a Mangold. Il quale non si tira certo indietro quando si tratta di inseguire e precedere bolidi sull’asfalto, ma lascia quasi andare la camera e dà spazio ai suoi attori quando è il momento, affidandosi completamente a Christian Bale e Matt Damon, che regalano una rara alchimia sullo schermo e restituiscono vizi, virtù e stranezze di due uomini tanto singolari quanto geniali.

Le Mans ’66 – la grande sfida è prima di tutto una profonda storia di amicizia, di fratellanza, di due uomini sconfitti che non hanno perso la dedizione e la gioia per ciò che li appassiona, nonostante i giganti contro cui hanno combattuto.

James Mangold presenta Le Mans ’66: “Solo il cinema può fotografare i pensieri”

Le Mans ’66 – La grande sfida: la storia vera dietro il film

Le Mans ’66 – La grande sfida: la storia vera dietro il film

La 24 ore di Le Mans è una delle gare più celebri dello sport automobilistico, dove i piloti vengono messi duramente alla prova per dimostrare il loro valore e quello delle auto che guidano. Ci sono numerosi celebri racconti legati alla storia di questa gara, ma con il film Le Mans ’66 – La grande sfida (qui la recensione) il regista James Mangold (Quando l’amore brucia l’anima, Logan – The Wolverine, Indiana Jones e il Quadrante del Destino) si concentra su una precisa edizione di essa, che ha riscritto il rapporto esistente tra due celebri scuderie: Ford e Ferrari (non a caso, il titolo originale del film è Ford vs. Ferrari). Uscito nel 2019, il film ha dunque ripercorso i retroscena che portarono all’edizione del 1966 e al suo valore nella storia dell’automobilismo.

Il progetto per un film su tale storia circolava ad Hollywood già dieci anni prima della realizzazione di tale film. Inizialmente, doveva essere il regista Michael Mann a dirigerlo, con protagonisti Brad Pitt e Tom Cruise. Il progetto però non partì mai e alla fine Mann decise di girare il suo film su Ferrari, intitolato appunto Ferrari, andando però a raccontare una storia diversa. Ad occuparsi della vicenda di Le Mans ’66 – La grande sfida è dunque arrivato Mangold, il quale ha dunque avuto l’occasione di mettersi nuovamente alla prova con quello che è poi stato uno dei film più apprezzati dell’anno. Ha poi rievuto quattro candidature ai Premi Oscar 2020 nelle categorie Miglior Film, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Montaggio e Miglior Sonoro, vincendo in queste ultime due.

Il successo di Le Mans ’66 – La grande sfida sta nell’aver raccontato una storia d’amicizia e rivalsa in grado di appassionare tutti, dimostrando che nessun obiettivo è irraggiungibile. Oltre a ciò, ovviamente, è anche un film magnificamente interpretato e diretto, con grandi colpi di scena ed entusiasmanti ricostruzioni storiche. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla storia vera. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Le Mans '66 - La grande sfida trama

 

La trama e il cast di Le Mans ’66 – La grande sfida

Le Mans ’66 – La grande sfida racconta la storica battaglia tra le case automobilistiche Ford e Ferrari per vincere la famosa gara nota come 24 Ore di Le Mans. Dal 1958, le auto Ferrari si aggiudicano il primo posto in ogni gara, ecco perché Enzo Ferrari decide di opporsi fermamente ad un possibile acquisto della compagnia da parte di Henry Ford II. Quest’ultimo però non ci sta a farsi trattare così e incinta dunque il proprio team, composto da ingegneri e designer, a costruire un’automobile più veloce e in grado di sconfiggere la rivale nella corsa del ’66. A capo della squadra di ingegneri incaricati di realizzare il prototipo c’è il visionario Carroll Shelby, il quale decide di affidarsi al talentuoso pilota Ken Miles per ottenere il risultato richiesto.

Ken Miles è interpretato da Christian Bale, il quale in vista del ruolo ha preso lezioni di guida da corsa presso la Bondurant High Performance Driving School, il cui fondatore era un amico di Ken Miles. Così, oltre a guidare, Bale ha avuto modo di ascoltare le storie della scena delle corse degli anni ’60. L’istruttore di Bale e coordinatore degli stunt del film, Robert Nagle, ha dichiarato in seguito: “È senza dubbio il miglior attore che abbia mai addestrato“. Il ruolo è però stato per Bale una sfida anche dal punto di vista fisico, poiché ha dovuto perdere settanta chili prima dell’inizio delle riprese. Bale era infatti ingrassato molto per il suo ruolo in Vice – L’uomo nell’ombra e ha avuto circa sette mesi di tempo per perdere il peso necessario.

Nel ruolo Carroll Shelby vi è invece l’attore Matt Damon, che ha affermato di aver accettato il ruolo primariamente per poter lavorare con Bale, di cui si è detto un ammiratore. Nel film recitano poi Jon Bernthal nei panni di Lee Lacocca, vice presidente della Ford, e l’attrice Caitriona Balfe in quelli di Mollie, moglie di Ken. Noah Jupe, dopo essere stato il figlio di Matt Damon in Suburbicon, è qui Peter, il figlio del personaggio interpretato da Bale. Josh Lucas recita nel ruolo di Leo Beebe, vicepresidente della Ford, mentre Francesco Bauco ricopre il ruolo del pilota italiano Lorenzo Bandini. Si ritrovano poi Tracy Letts nel ruolo di Henry Ford II, amministratore delegato della Ford e l’italiano Remo Girone in quelli di Enzo Ferrari.

Le Mans '66 - La grande sfida cast

 

La storia vera e le differenze con il film

All’inizio degli anni ’60, la Ferrari era imbattibile sulle piste ma si trovava in difficoltà economiche. Anziché cercare di battere le sue auto, Henry Ford II ritenne più facile proporre ad Enzo Ferrari di rilevare la sua azienda. Ci fù dunque realmente un tentativo di acquisto, proprio come mostrato nel film, per 10 milioni di dollari, che però non ebbe esito positivo. Ferrari, infatti, capendo che tutta la sua attività sportiva sarebbe a quel punto dipesa dall’approvazione dei vertici Ford, decise di rifiutare l’offerta. Per risollevare le sorti della sua azienda, Ford si affida allora al suggerimento del vice presidente Lee Lacocca, ovvero di puntare a vincere l’edizione del 1966 della prestigiosa gara 24 Ore di Le Mans. Ford, furioso dal rifiuto di Ferrari, decise dunque di indirizzare ampi finanziamenti allo sviluppo di una nuova imbattibile auto.

Le prime auto prodotte, le Ford GT40, che hanno gareggiato a Le Mans nel 1964 e nel 1965 erano però tutt’altro che perfette e in quelle occasioni le Ford non riuscirono a terminare la gara. Sebbene le auto fossero veloci, semplicemente si ruppero. I cambi si guastarono, le guarnizioni delle teste esplosero e i rotori dei freni anteriori raggiunsero i 1.500 gradi in pochi secondi, smettendo di funzionare. Anche l’aerodinamica era pericolosamente scadente. A oltre 200 miglia orarie, le auto sviluppavano una portanza tale da provocare un’impennata. Per migliorare questi aspetti, viene ingaggiato Carroll Shelby, ex pilota ritiratosi per via di un problema cardiaco e attivo ora come costruttore di automobili. Shelby accetta, ma a condizione di poter portare nel team il proprio pilota e meccanico: Ken Miles.

Per quanto i due abbiano effettivamente contribuito allo sviluppo delle nuove auto Ford, il film omette in gran parte il vasto gruppo di partecipanti che furono a loro volta responsabili del successo della GT40 alla 24 Ore di Le Mans. Oltre a Shelby e Miles, molti altri dipendenti e appaltatori di talento della Ford hanno infatti lavorato per risolvere la complessa serie di ostacoli ingegneristici in un lasso di tempo incredibilmente ristretto. Alla fine, in ogni caso, la Ford GT40 viene perfezionata a Le Mans sbaraglia la concorrenza della Ferrari, ricoprendo i primi tre posti della classifica, ma contrariamente a quanto mostrato dal film, Enzo Ferrari non era fisicamente lì presenta ad assistere alla sconfitta. Al traguardo giungono due, perfettamente allineate le tre Ford in gara, ma la vittoria viene assegnata solamente a quella guidata da Bruce McLaren.

Questo perché partendo più indietro in griglia ha percorso più chilometri rispetto alle altre due auto. Ken Miles viene dunque derubato della vittoria. Sfortunatamente, non avrà modo di rifarsi l’anno successivo, poiché morì due mesi dopo la Le Mans del 1966. Rimase infatti ucciso in un incidente mentre era alla guida della Ford J-car. In quell’occasione, Miles si stava avvicinando al rettilineo in discesa di 1 miglio del Riverside International Raceway, nel sud della California, superando le 200 miglia orarie. Il sollevamento del retrotreno fece sì che l’auto si girasse, si ribaltasse, si schiantasse e prendesse fuoco, andando in pezzi ed uccidendo Miles sul colpo. Fu poi inserito postumo nella Motorsports Hall of Fame of America nel 2001, mentre la Ford continuerà il suo duello con la Ferrari vincendo anche le edizioni 1967, 1968 e 1969.

Il trailer di Le Mans ’66 – La grande sfida e dove vedere il film

È possibile fruire di Le Mans ’66 – La grande sfida grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple TV, Prime Video, Disney+ e Netflix. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video.

Fonte: HistoryvsHollywood

Le Mans ’66 – La grande sfida: curiosità sul film di James Mangold

Matt Damon e Christian Bale sono le star di Le Mans ’66 – La grande sfida, film basato sull’incredibile storia vera del visionario designer di automobili Carroll Shelby e dell’intrepido pilota britannico Ken Miles, che insieme si batterono contro l’interferenza delle corporation, le leggi della fisica e i loro demoni personali per costruire una rivoluzionaria auto da corsa per la Ford Motor Company e sfidare le imbattibili auto di Enzo Ferrari alla 24 Ore di Le Mans in Francia nel 1966.

La trama di Le Mans ’66 – La grande sfida

Nel 1959 Carroll Shelby vince la 24 Ore di Le Mans con l’Aston Martin, ma un problema cardiaco lo costringe a lasciare le corse. Trasferitosi negli Stati Uniti, nel 1963 diventa costruttore di auto sportive con le sue Cobra, gareggiando con la sua squadra nel campionato SCCA. Tra i suoi piloti spicca Ken Miles, talentuoso ma dal carattere spigoloso, che dimostra le proprie doti vincendo a Willow Springs nonostante un acceso scontro con Shelby.

Intanto la Ford, in crisi di immagine, cerca un rilancio: il giovane Lee Iacocca propone di battere Ferrari alla 24 Ore di Le Mans. Dopo il fallito tentativo di acquistare la casa di Maranello, Henry Ford II decide di costruire un’auto vincente. Shelby viene incaricato del progetto, pur ostacolato dal dirigente Leo Beebe. La nuova GT40 si rivela velocissima ma fragile: a Le Mans 1964 tutte le vetture Ford si ritirano. Shelby convince Ford a dargli maggiore autonomia e richiama Miles come collaudatore, anche se Beebe ne ostacola la presenza come pilota.

Con uno stratagemma Shelby riesce a reinserirlo e, dopo la vittoria a Daytona 1966, Miles conquista il diritto di correre a Le Mans. Durante la gara dimostra resistenza e abilità straordinarie, arrivando a dominare dopo una serie di guasti e duelli. Tuttavia Beebe ordina di rallentare per permettere un arrivo congiunto delle GT40: la vittoria viene attribuita a Bruce McLaren, che aveva percorso più distanza partendo da più indietro. Miles, pur deluso, riceve il rispetto di Enzo Ferrari.

Poco dopo, durante i test della nuova GT40, muore in un incidente causato dai freni, lasciando Shelby profondamente segnato. Sei mesi più tardi, Carroll consegna al figlio di Ken la chiave inglese simbolo della loro amicizia. Nei titoli di coda si ricorda che Miles fu inserito postumo nella Motorsports Hall of Fame nel 2001, mentre la Ford dominerà Le Mans fino al 1969.

Le Mans '66 - La grande sfidaLe curiosità su Le Mans ’66 – La grande sfida

  • Per prepararsi al ruolo, Christian Bale ha preso lezioni di guida presso la Bondurant High Performance Driving School. Il fondatore della scuola era amico di Ken Miles, così Bale ha avuto modo di ascoltare storie del mondo delle corse degli anni ’60. Robert Nagle, istruttore di Bale e coordinatore degli stunt del film, ha definito Bale “senza dubbio il miglior attore che abbia mai allenato“.
  • Matt Damon ha affermato che il motivo principale per cui voleva fare il film era lavorare con Christian Bale.
  • Per ricreare il circuito di Le Mans così come esisteva negli anni ’60, le scene ambientate in pista hanno dovuto essere girate in cinque location diverse. Questo si è rivelato una sfida in termini di continuità, poiché non solo le auto dovevano essere posizionate correttamente per ogni inquadratura, ma anche le condizioni meteorologiche dovevano essere costanti. Gli effetti visivi sono stati fondamentali per risolvere una serie di problemi di continuità, alcuni dei quali semplici come la regolazione degli orologi.
  • Secondo Matt Damon, Christian Bale ha dovuto perdere 32 chili prima dell’inizio delle riprese. Bale aveva già preso molto peso per il suo ruolo in Vice (2018) e aveva circa sette mesi per smaltirlo completamente per interpretare il pilota automobilistico snello. Damon ha chiesto a Bale come fosse riuscito a perdere tutto quel peso, e Bale ha risposto che semplicemente non mangiava. Damon ha detto di essere rimasto colpito dalla disciplina monastica di Bale.
  • Dan Gurney è interpretato in questo film dal suo figlio più giovane, Alex Gurney.
  • Matt Damon e Christian Bale hanno concordato che la rissa tra i loro rispettivi personaggi è stata la scena più divertente da girare. Entrambi hanno esperienza in scene di combattimento ampiamente coreografate che hanno richiesto settimane di apprendimento, quindi è stato un cambiamento dover provare la rissa solo per 20 minuti e non essere obbligati a sembrare letali mentre la eseguivano.
  • La Ford prese le distanze dal film prima della sua uscita a causa della rappresentazione di Leo Beebe come antagonista.
  • La vittoria di Carroll Shelby a Le Mans nel 1959 su un’Aston Martin DBR1 fu particolarmente commovente per lui. La Ferrari lo aveva scartato come pilota ufficiale, quindi batterla a Le Mans gli diede grande soddisfazione.
  • La J Car guidata da Ken Miles nel suo incidente mortale si disintegrò, rendendo impossibile determinarne la causa esatta. Tuttavia, un esame dei segni di frenata rivelò che le ruote posteriori si erano bloccate. La curva 9 del Riverside Raceway era una curva facile in leggera salita. Quando l’auto uscì di strada, volò in aria e si schiantò contro il muso, ribaltandosi, prendendo fuoco e sbalzando Miles, che morì sul colpo. Questo accadde dopo una giornata di test di dieci ore, che portò a un problema non diagnosticato.

Le Mans ’66 – La grande sfida in home video

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Le Mans ’66 – La grande sfida in home video

Matt Damon e Christian Bale sono le star di Le Mans ’66 – La grande sfida, film basato sull’incredibile storia vera del visionario designer di automobili Carroll Shelby e dell’intrepido pilota britannico Ken Miles, che insieme si batterono contro l’interferenza delle corporation, le leggi della fisica e i loro demoni personali per costruire una rivoluzionaria auto da corsa per la Ford Motor Company e sfidare le imbattibili auto di Enzo Ferrari alla 24 Ore di Le Mans in Francia nel 1966.

Vincitore di due premi Oscar per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro, il film ha conquistato in pieno sia il pubblico che la critica, raccontando con successo una storia realmente accaduta che farà battere il cuore dall’inizio ai titoli di coda. Le Mans 66 sarà disponibile dal 26 febbraio sulle piattaforme digitali (Itunes, Google Play, Chili, Rakuten.tv e TimVision) e dall’11 marzo nei migliori negozi fisici e online in formato 4K Ultra HD, Blu-Ray e DVD.

CONTENUTI EXTRA Blu-Ray, Le Mans ’66 – La grande sfida

  • Dare vita alla rivalità*: Documentario di 60 minuti in 8 parti che trasporta lo spettatore direttamente sul set del film
  • Prologo: il giro perfetto
  • Il vero Ken Miles
  • Il vero Carrol Shelby
  • La vera Ford GT40
4K UHD:
Durata: 2 ore e 32 minuti circa
Aspect Ratio: Widescreen 2.39:1
Audio: Inglese 7.1.4 Dolby Atmos; Italiano, Francese, Spagnolo, Tedesco DTS 5.1; Inglese DTS-HD MA 2.0; Inglese audio descrittivo, Ceco, Polacco Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Inglese audio descrittivo, Francese, Spagnolo, Danese, Olandese, Finlandese, Tedesco, Norvegese, Svedese, Ceco, Polacco
Rating: Film per tutti
BLU-RAY:
Durata: 2 ore e 32 minuti circa
Aspect Ratio: Widescreen 2.39:1
Audio: Italiano, Tedesco, Francese, Spagnolo DTS Digital Surround; Inglese DTS-HD MA 7.1; Inglese audio descrittivo Dolby Digital 5.1; Inglese Dolby Digital 2.0
Sottotitoli: Inglese, Inglese per non udenti, Francese, Spagnolo, Danese, Olandese, Finlandese, Tedesco, Norvegese, Svedese (alcune lingue potrebbero non essere disponibili per I sottotito.i e l’audio dei contenuti speciali)
Rating: Film per tutti
DVD:
Durata: 2 ore e 26 minuti circa
Screen Format: Widescreen 2.39:1
Audio: Italiano, Inglese, Francese,Tedesco Dolby Digital 5.1; Inglese Dolby Digital 2.0
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Inglese per non udenti, Francese, Olandese, Tedesco
Rating: Film per tutti

Le mani sulla città

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Le mani sulle città è il film 1963 di Francesco Rosi con Rod Steiger, Carlo Fermariero.

Ne Le mani sulle città Napoli, primi anni ’60. Eduardo Nottola è un personaggio spregiudicato che ricopre un doppio ruolo: è infatti sia un costruttore edilizio che un consigliere comunale della città in questione, e porta avanti il suo piano di speculazione edilizia che cambierà per sempre il volto della città.

Tutto inizia quando un palazzo fatiscente, in fase di demolizione (con un solo muro in comune con un altro edificio ancora abitato), subisce un drammatico crollo. Due operai muoiono, un bambino resta ferito al punto che perderà le gambe. Scoppia lo scandalo, e i politici di sinistra subito accusano: dietro a tale tragedia non c’è il destino, ma Edoardo Nottola, consigliere comunale e costruttore edile, con il figlio che lavora all’ufficio comunale per le opere pubbliche.

Niente riesce a fermarlo. Né il crollo di un fabbricato provocato dai lavori di demolizione condotti dalla sua impresa che causerà morti e feriti, né l’impegno del consigliere dell’opposizione De Vita, né il suo stesso partito che comincia a provare qualche rimorso.

Questo film del 1963 diretto da Francesco Rosi è ambientato a Napoli, ma il suo tema permette di adattarlo a tutte le città d’Italia. Infatti, la selvaggia speculazione edilizia degli anni ’50-’60 (e anche quella dei due decenni successivi, sebbene in modo minore) è un’epidemia che investì tutto il Paese da Nord a Sud. Non a caso Napoli viene nominata solo dopo mezz’ora dall’inizio del film.

Ad inizio lungometraggio, una didascalia dice: «I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce». Quale modo migliore per sintetizzare l’essenza di questo lungometraggio, autentica denuncia alla politica che si arricchisce sulla pelle dei cittadini, soprattutto, dei più deboli e poco informati.

I due personaggi protagonisti, Nottola e De Vita, sono agli antipodi non solo per la parte politica che occupano – uno interessato a guadagnare, l’altro ad impedirglielo – ma anche per gli attori che li interpretano. I panni di Nottola sono infatti indossati da Rod Steiger, attore temprato di Hollywood che ha interpretato ruoli di cinico, spesso in modo debordante e sopra le righe. Otteneva spesso parti collaterali nelle quali dimostrò appieno quanto fosse vero l’assioma che “non esistono piccole parti ma solo piccoli attori”. in film leggendari come Fronte del porto, La calda notte dell’ispettore Tibbs (grazie al quale vinse anche l’Oscar), Lucky Luciano; ma anche un ruolo di eroe in Giù la testa di Sergio Leone o come interprete di personaggi storici carismatici quali Mussolini, Napoleone, Papa Giovanni XXIII, Ponzio Pilato e Al Capone.

Gli fa da contraltare l’altro protagonista, il deputato del Pci e sindacalista Carlo Fermariero, napoletano, il cui personaggio era ispirato a Luigi Cosenza, ingegnere e architetto, consigliere comunale comunista che si opponeva alla destra monarchica guidata dal sindaco Achille Lauro.

Sullo sfondo del loro scontro, una Napoli ferita dalla guerra, con tanti poveracci destinati a subire il danno e la beffa. Il finale è di quelli amari, nel quale a vincere è il Male. Come sovente è successo nel nostro Paese.

Pur se quarantennale (primo film del 1958, ultimo del 1997), la carriera di Francesco Rosi alla regia non è particolarmente ricca di film, avendone diretti “solo” 18. Un numero relativamente basso, ma qualitativamente elevato, se si considera il fatto che quasi tutti i suoi lungometraggi sono socialmente e politicamente impegnati, autentiche denunce di eventi italiani troppo spesso dimenticati o archiviati con estrema facilità. Malgrado la loro gravità.

Tra le note di fondo, va detto che il film ha vinto il Leone d’oro al Festival di Venezia; ma anche che Rod Steiger è stato doppiato da Aldo Giuffrè e che Le mani sulla città è il film proiettato da Peppino Impastato al circolo Musica e cultura ne I cento passi. Scelta azzeccatissima, aggiungiamo noi.

Le Maledizioni, spiegazione del finale: Fernando diventerà Presidente?

Le Maledizioni, serie Netflix in tre episodi, racconta la storia di Fernando Rovira, governatore e politico ambizioso che si trova di fronte a una crisi personale e politica: mentre cerca di bloccare una legge sull’acqua che minaccerebbe la sua carriera, sua figlia Zoe viene rapita. Questo evento sconvolge gli equilibri, porta alla luce verità sepolte da anni e costringe Fernando a riconsiderare le sue alleanze, i suoi rapporti familiari e persino il proprio futuro politico.

Trama generale di Le Maledizioni

La serie si apre con Roman Sabaté, fidato collaboratore di Fernando, che sorprendentemente prende in consegna Zoe all’uscita di scuola. La ragazza, inizialmente confusa, presto si rende conto di essere stata drogata e privata del cellulare. Mentre cerca di capire cosa stia succedendo, Fernando è nel suo ufficio, impegnato a radunare consensi contro la legge sull’acqua. Quando Beto, l’autista abituale di Zoe, ricompare raccontando di essere stato abbandonato da Roman in una zona isolata, diventa chiaro che la giovane è stata rapita.

L’indagine rivela che Roman non è solo un collaboratore di fiducia, ma anche un uomo con conti in sospeso con la famiglia Rovira. Nel corso degli episodi emergono legami nascosti, rancori personali e segreti che mettono in discussione non solo la sicurezza di Zoe, ma anche il futuro politico di Fernando.

La legge sull’acqua e i giochi di potere

Fin dall’inizio, Fernando appare deciso a bloccare la legge sull’acqua, che avrebbe limitato le attività di estrazione mineraria e protetto l’ambiente. La sua opposizione, tuttavia, non nasce da motivi ideali: al contrario, dietro c’è un accordo economico e politico con la potente compagnia Mapple Corps, che dipende proprio dallo sfruttamento delle risorse idriche.

Il passato torna a galla: più di dieci anni prima, la madre di Fernando, Irene, aveva concesso alla Mapple terreni destinati alle comunità indigene, permettendo così attività estrattive altamente dannose per l’ambiente e per le popolazioni locali. Fernando, allora giovane giudice alle soglie della carriera politica, aveva accettato il piano per garantirsi l’appoggio economico e politico necessario.

Con il tempo, Fernando capisce di essere stato usato come pedina da sua madre, disposta perfino a eliminare la moglie Lucrecia e a sacrificare Zoe pur di mantenere il controllo sul potere. Di fronte a questa rivelazione, Fernando decide di ribellarsi: invece di opporsi alla legge, sceglie di sostenerla, annullando gli accordi con Mapple e, di fatto, liberandosi dalla morsa di Irene.

La lotta politica e il sogno della presidenza

Parallelamente, Fernando coltiva l’ambizione di candidarsi alla presidenza. Per farlo, costruisce un’alleanza politica con altri rappresentanti, ma tradisce Capardi, vecchio alleato che si aspettava in cambio il controllo del Ministero della Sanità. Quando Capardi scopre di essere stato escluso, si vendica rivelando a Roman la responsabilità di Fernando nell’incidente della madre di quest’ultimo.

Questo porta Roman a rapire Zoe, costringendo Fernando a una situazione disperata. Tuttavia, il governatore riesce a ribaltare la situazione: si riconcilia con Capardi, gli restituisce il Ministero promesso e lo reintegra come braccio destro. Con il sostegno della sua fazione, Fernando non ha più bisogno né della madre né di Mapple.

Determinato a presentarsi come un politico onesto, affronta pubblicamente anche i segreti più scomodi: rivela la verità sulla paternità di Zoe in diretta televisiva, anticipando possibili scandali e guadagnando la fiducia dei cittadini. Con queste mosse, Fernando si afferma come serio candidato alla presidenza, anche se il risultato definitivo rimane incerto.

Zoe e Roman: verità e riconciliazione

Il rapporto tra Zoe e Roman rappresenta uno degli snodi più emotivi della serie. Se inizialmente Roman appare come il rapitore della giovane, presto emerge una verità sconvolgente: lui è il padre biologico di Zoe. La ragazza conosceva già la verità da sei anni, confidatale dalla madre Lucrecia prima di morire, ma aveva scelto di non dirlo a Fernando.

Roman, a sua volta, non aveva mai rivendicato il suo ruolo di padre: l’accordo iniziale prevedeva che Zoe fosse figlia a tutti gli effetti di Fernando. Tuttavia, durante i giorni del sequestro, trascorrendo del tempo con lei, Roman comprende di desiderare un rapporto reale con Zoe. La ragazza, dal canto suo, accetta con entusiasmo di conoscere meglio il suo padre biologico.

Alla fine, quando la vicenda si conclude, Zoe sceglie di non tornare a vivere con Fernando, ma di restare con Roman. Fernando, pur soffrendo, rispetta la sua decisione, dimostrando il suo amore per la figlia. L’ultima scena, con Zoe al volante dell’auto accanto a Roman, simboleggia il suo desiderio di prendere in mano la propria vita e di guidare il proprio destino.

Spiegazione del finale di Le Maledizioni

Il finale di Le Maledizioni intreccia politica, segreti familiari e drammi personali. Fernando, inizialmente figura corrotta e manipolata, trova la forza di liberarsi dal controllo materno e di puntare a una carriera politica indipendente, arrivando a candidarsi alla presidenza. Parallelamente, Zoe conquista la libertà di scegliere e decide di approfondire il legame con il suo vero padre, Roman.

La serie si chiude quindi lasciando aperte due strade: da un lato, il futuro politico di Fernando, che si candida come leader credibile e indipendente; dall’altro, la nuova vita di Zoe, finalmente padrona del proprio destino.

Le Maledizioni è basata su una storia vera?

Le Maledizioni è basata su una storia vera?

Creata da Daniel Burman, la serie Netflix Le Maledizioni (Maledictions o Las maldiciones) racconta il gioco al gatto e al topo tra Fernando Rovira, governatore di una regione argentina, e il suo fidato collaboratore Román Sabaté, che rapisce Zoe, la figlia del politico. Già alle prese con problemi politici dovuti alla potenziale approvazione di una legge nel parlamento regionale, il governatore si trova ad affrontare un caos inaspettato quando deve scegliere tra le sue ambizioni politiche e la sicurezza di sua figlia.

Mentre Fernando cerca di impedire l’approvazione della legge sull’acqua con intrighi e inganni, Román lavora dalla parte opposta per garantire che la legge venga approvata, ma trova anche difficile gestire le complessità del rapimento che ha compiuto, mentre svela misteri che potrebbero avere conseguenze sociopolitiche. La serie thriller poliziesca argentina esplora in modo toccante temi come la moralità, il sacrificio, il potere politico e la segretezza, mentre naviga anche nelle relazioni tra individui complessi.

Le Maledizioni (Maledictions o Las maldiciones) cattura l’essenza del romanzo di Claudia Piñeiro

Le Maledizioni (Maledictions o Las maldiciones) è una storia di fantasia basata sul romanzo di Claudia Piñeiro “Las maldiciones”, che parla di politica in modo intricato. La sceneggiatura, scritta dall’autore insieme a Natacha Caravia, Martín Hodara, Andrés Gelós e Pablo Gelós, riflette le idee del romanzo, pur mantenendo il proprio stile cinematografico. Nella serie, il tema centrale è l’approvazione della legge sull’acqua, che ha una posta in gioco reale per i politici e gli uomini d’affari coinvolti. Anche il romanzo affronta tematiche simili e intreccia le vite di politici, consiglieri e altre parti correlate che ricoprono posizioni di potere.

Parlando con La Nacion, Daniel Burman ha detto che Claudia ha creato personaggi con dilemmi morali che hanno ispirato la creazione della serie. Quando gli è stato chiesto perché avesse scelto di realizzare una miniserie e non un film, ha spiegato la sua scelta, affermando che il libro di Claudia lo ha immediatamente ispirato e che ha trovato molto strano e meraviglioso il fatto che un materiale non suo potesse dettare non solo la storia, ma anche il modo in cui viene narrata. Parlando con La Voz, Gustavo Bassani, che interpreta Román Sabaté nella serie, ha detto che il suo personaggio pensa di poter cambiare qualcosa, ma improvvisamente quel mondo diventa un luogo in cui il desiderio di potere è estremamente forte. Lo descrive come nuotare controcorrente, cosa impossibile che porta all’annegamento. Quindi, l’unica possibilità è uscire dall’acqua vivi.

Claudia Piñeiro ha fatto eco al sentimento dell’attore in un’intervista con Zenda, spiegando che il suo romanzo si concentra sulla dinamica di potere tra due personaggi, Fernando Rovira e Román Sabaté. Questo rapporto si evolve da capo-dipendente a maestro-apprendista e, infine, a leader politico-assistente. L’autrice ha aggiunto che il mondo politico era l’ambientazione più adatta per questo comune squilibrio di potere, in cui il responsabile alla fine detta i sacrifici richiesti per sé stesso e per il partito politico. La serie riflette i messaggi e i personaggi del romanzo in modo da onorarne l’eredità. Nonostante la natura fittizia dei personaggi, essi esistono in un mondo che presenta una sorprendente somiglianza con il mondo reale, anch’esso basato su dinamiche di potere.

La narrazione tocca in modo intricato la politica del litio

Uno dei temi principali della serie è l’esplorazione della politica basata sulle risorse, in particolare in relazione al litio, che è una risorsa importante per il Paese. Questa risorsa, significativa dal punto di vista geopolitico, agisce come una forza decisiva che determina le azioni dei personaggi principali, in particolare Fernando e Román. Secondo un rapporto del 2023 del Lowy Institute, l’Argentina è emersa come uno dei principali attori nell’arena della politica del litio, potenzialmente in grado di rivaleggiare con l’Australia. Il Paese sudamericano detiene la quota maggiore al mondo di litio dei laghi salati, che costituisce il 21% del totale globale, ed è relativamente economico estrarre la risorsa nel suo territorio. Nonostante ciò, produce solo il 6% del litio mondiale, rimanendo indietro rispetto all’Australia e al Cile, che hanno una quota maggiore nella produzione globale.

Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di tecnologia, che ha portato l’Argentina a offrire incentivi come agevolazioni fiscali per attirare capitali stranieri, in particolare dalla Cina. Le aziende cinesi hanno risposto aumentando il loro coinvolgimento in Argentina, costruendo partnership durature con gruppi locali investendo in infrastrutture chiave e condividendo tecnologie rispettose dell’ambiente. Nella narrazione, questa realtà è strettamente simile alle azioni di Fernando, che cerca di formare un’alleanza con la Mapple Corporation per garantire che il litio venga estratto in grande quantità. Questo è anche il motivo alla base della sua opposizione al disegno di legge sull’acqua, che essenzialmente limiterà il potere dello Stato e delle aziende di estrarre litio senza limiti o regolamentazioni.

Quindi, l’arco narrativo del personaggio di Fernando non è solo un caso di rappresentazione di un politico corrotto, ma riflette anche la realtà geopolitica della regione che serve. Egli ignora deliberatamente i costi dell’estrazione non regolamentata del litio e sceglie di ingraziarsi le grandi aziende. Tuttavia, non lo fa esclusivamente a proprio vantaggio, perché crede che le aziende saranno in grado di fornire posti di lavoro e risorse alla popolazione, nonostante il costo ambientale. Questo conflitto tra natura e interessi economici è al centro della narrazione, che aggiunge autenticità alla sua rappresentazione del panorama politico argentino.

Secondo un rapporto del 2025 di Mongabay, nel 2022 l’International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale, ha concesso un prestito di 180 milioni di dollari alla Allkem, una società mineraria australiana. Questo prestito era destinato a una miniera di litio situata nel salar del Hombre Muerto, nella provincia argentina di Catamarca. Il rapporto aggiunge che il Salar del Hombre Muerto deve affrontare una carenza idrica aggravata dall’estrazione del litio e che il progetto non ha consultato adeguatamente le comunità locali. Alcuni critici hanno anche sottolineato che il progetto viola il diritto internazionale e che le miniere compromettono il territorio ancestrale delle comunità indigene. L’intreccio tra finzione e realtà è evidente in questo caso, poiché la serie fa riferimenti molto specifici ai diritti delle popolazioni indigene e al modo in cui l’estrazione del litio le sta danneggiando.

Le livre d’image: recensione del film di Jean-Luc Godard

Le livre d’image: recensione del film di Jean-Luc Godard

Torna in concorso al Festival di Cannes 2018 il celebre autore della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard con il suo nuovo film dal titolo Le livre d’image. Dopo aver vinto il Premio della Giuria al medesimo Festival nel 2014 con Adieu au Langage, Godard prosegue con la sua ricerca sul linguaggio cinematografico, cercando come sempre di stupire per i suoi tentativi di innovazione e allo stesso tempo di fornire uno sguardo nuovo sul mondo e sull’umanità.

Difficile ridurre Le livre d’image ad una trama esplicativa dell’idea dell’autore. Il film non è altro che un costante found footage con immagini, spezzoni di video presi dall’internet o di celebri film del passato. Un libro di immagini, appunto, che tenta attraverso un filo logico di evidenziare la morte del linguaggio, come già teorizzato nel precedente film, e la morte di un’umanità che soccombe sempre più alla guerra e al terrorismo.

È un discorso fortemente politico quello che porta avanti Godard, criticando e domandando in forma retorica dove sia finita l’umanità, in tutte le sue forme. Attacca i testi sacri delle principali religioni, attacca la morte del pensiero, attacca tutto ciò che sta portando sempre più ad una spersonalizzazione dell’essere umano dal suo contesto naturale. Attraverso la giustapposizione di numerose immagini, è il montaggio il vero protagonista, che ci conduce attraverso un percorso criptico che tenta di stimolare riflessioni e fornire domande alle quali non sembra avere risposta neanche l’autore stesso.

Le livre d'image

Le immagini, i suoni, le parole, tutto viene da Godard decontestualizzato per essere riadattato a nuova forma, per ricercare sempre nuovi e infiniti significati al materiale su cui lavora. Egli tenta di dar vita ad una storia globale che possa colpire lo spettatore su più punti facendo risvegliare la sua coscienza.

Nel suo perseguire un linguaggio di questo tipo, così provocatorio così anti narrativo, Godard ottiene però l’effetto di rimaner bloccato nel passato. In un passato in cui il linguaggio da lui inventato poteva essere novità di estrema attrattiva, ma che oggi si rivela essere un modo di comunicare stanco e affatto innovativo. Il messaggio che ne deriva è privato di una reale forza, e sembra in ogni caso aver ben poco da comunicare realmente.

Il risultato finale di questo Le livre d’image è così quello di frastornare lo spettatore, di infastidirlo, con la conseguenza che si arriva a chiedersi quale sia il valore, oggi, di un’opera e di un linguaggio di questo tipo. Il nuovo film di Godard appare così come un’opera dall’indiscussa complessità di ideazione e realizzazione, ma che suscita nello spettatore numerose perplessità.

Le linci selvagge: recensione del docufilm di Laurent Geslin

Le linci selvagge: recensione del docufilm di Laurent Geslin

Laurent Geslin è un fotografo naturalista di fama mondiale che per nove anni ha monitorato immergendosi nella natura, le linci euroasiatiche. La lince, per chi non lo sa, è un predatore fondamentale per l’ecosistema forestale, poiché la sua presenza aiuta a mantenere l’equilibrio naturale, minacciata sempre di più da fattori come i cambiamenti climatici e l’attività umana. Il documentarista alla fine ha realizzato un film intitolato Le linci selvagge che è stato presentato in anteprima durante il Locarno Film Festival 2021.

Cosa racconta Le linci selvagge

Nel corso del 19° secolo, la lince euroasiatica è stata sterminata ed è scomparsa dall’Europa occidentale. Cinquant’anni fa, il predatore però è stato reintrodotto nelle montagne della Svizzera. La lince è un animale fiero, bellissimo, con indole schiva, solitario, ma nonostante la protezione garantita a livello nazionale ed europeo, la specie resta comunque a rischio. Le sue peculiarità fisiche sono i ciuffi di peli sulle punte delle orecchie e il manto che assume varie gradazioni di colore a seconda del territorio di appartenenza. Il pelo delle linci per esempio è più chiaro nei paesi del nord e diventa più scuro man mano che si procede verso sud. Anche se è un felino usa il mimetismo per difendersi dai pericoli dell’ambiente circostante, ma anche per ingannare le sue prede, come caprioli o camosci.

Questo fiero predatore, conosciuto anche con il nome di gattopardo o lupo del Cerviere, ha un comportamento che ricorda un po’ quello di altri animali notturni delle foreste europee, preferendo prevalentemente uscire nelle ore serali e dedicarsi alla vita sociale solo durante il periodo degli accoppiamenti. Il fotografo francese ha seguito, per un lungo periodo, il ciclo della vita di una famiglia di linci euroasiatiche, documentando gli eventi cruciali come la nascita dei cuccioli, l’apprendimento della caccia e la difesa del territorio ma anche quella dagli uomini. Questo documentario, girato tra le montagne della Giura e commentato da Geslin stesso, si apre a fine Inverno dove due linci che si incontrano per riprodursi.

Il film inizia durante la stagione degli amori, quando il maschio della specie “canta” per attirare la femmina, che risponde ad essa. Proseguendo passano alcuni mesi e arriva la Primavera con il risveglio degli animali dal letargo, la rinascita con i suoi primi germogli sulle piante e l’apparizione della lince femmina in dolce attesa alla ricerca di una tana per partorire. Passa un’altra stagione e si rivede la lince madre con ben tre piccoli gattini,  ovviamente questo è un docufilm con animali selvaggi in cui è facile trovare la morte quando sei un cucciolo. Purtroppo durante il racconto due membri della famiglia delle linci vanno incontro a un triste destino. Uno dei tre cuccioli viene ucciso da un bracconiere e l’altro a sette mesi muore investito da una macchina. Il documentario si conclude con la femmina piccola cresciuta, l’unica sopravvissuta, pronta per trovare un compagno e continuare la specie.

Un film che contribuisce alla ricerca

Guardando quest’opera prima di Laurent Geslin si nota fin da subito che chi c’è dietro la telecamera è una persona esperta e appassionata di questo straordinario animale. Uno degli aspetti che meglio lo mostra è quando c’è proprio l’impressione, che la lince stia guardando dritto nell’obiettivo e questo è merito del regista che ormai li conosce bene questi straordinari predatori europei. Il regista comunque non si concentra solo sulla lince ma mostra anche tutti gli altri animali che in qualche modo diventeranno, forse, possibili prede o semplicemente abitano nello stesso habitat naturale.

Le linci selvagge si racchiude benissimo nel genere dei documentari dedicati alla natura incontaminata e alla difficile convivenza tra esseri umani e animali selvaggi. Per concludere questo docufilm è tutt’ora il primo dedicato interamente alle linci, ci sono quelli sui leoni, ghepardi, giaguari e altri grandi felini, ma niente sui gattopardi.

Le Lezioni di cioccolato secondo Federici e il suo cast

Si è svolta nella suggestiva cornice dell’Hotel Bernini Bristol di Piazza Barberini la presentazione alla  stampa di Lezioni di cioccolato 2, che sarà nelle sale da venerdì 11 novembre in 300 copie. Presenti il regista Alessio Maria Federici, al suo esordio, lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, gli interpreti principali Luca Argentero, Hassani Shapi, Nabiha Akkari, assieme ad Angela Finocchiaro e Vincenzo Salemme. A rappresentare Cattleya, Marco Chimenz e Francesca Longardi.

Le Leggi del Desiderio: Silvio Muccino presenta il film a Roma

Le Leggi del Desiderio: Silvio Muccino presenta il film a Roma

Silvio Muccino torna al cinema. A cinque anni di distanza da Un altro mondo, arriva Le Leggi del Desiderio, da lui scritto (in collaborazione con Carla Vangelista), diretto e interpretato. Presentato questa mattina alla stampa italiana presso il Cinema Adriano, il film annovera nel cast anche Nicole Grimaudo, Maurizio Mattioli e Carla Signoris. Ecco cosa Silvio ci ha raccontato della sua nuova creatura:

“Sono giunto a questa storia in maniera molto graduale, lentamente. Volevo realizzare una storia romantica, ma sentivo di aver bisogno di un forte radicamento nel presente. Così, attraverso internet, mi sono imbattuto nel fenomeno dei life coach. Abbiamo visto tantissimo materiale, tra cui i video del famosissimo Anthony Robbins. Si tratta di figure carismatiche, figure che sono figlie del nostro tempo, di questo periodo. Un periodo carico di smarrimento. In un momento di profonda crisi, in cui ci sembra impossibile riuscire a realizzare i nostri desideri, queste figure si propongono come capaci di liberarci dalle nostre frustrazioni. Si tratta di personaggi che non sono mai stati trattati nel nostro cinema. Di cosa parla questo film? Di maschere. Di maschere che tutti noi come esseri umani ci siamo costruiti. Ma quando finisce la maschera e inizia davvero l’essere umano? Ecco di cosa parla il film”.

Sempre parlando del film e del life coaching, Muccino continua: “Volevo fare un film che fosse romantico, positivo e insieme pieno di speranza. Per me la speranza è nel sentimento, al di là di ogni possibile maschera. Quello del life coaching è un fenomeno americano molto diffuso anche in Italia. Non esistono sono persone che ti “insegnano a vivere, ad avere successo”. Esistono tanti tipi di life coach. Credo che le persone al giorno d’oggi vogliano questo: qualcuno che le indichi la strada”.

In riferimento alla sua carriera e alla sua ultima esperienza dietro la macchina da presa con Un altro mondo, dichiara: “Il mio desiderio era tornare al cinema con un film in cui credevo fortemente. Il mio unico e solo desiderio è fare film in cui credo e circondarmi di attori straordinari. Dopo Un altro mondo sentivo il bisogno di prendermi una pausa e di cambiare, di mettermi in gioco. Non sempre si è pronti, non sempre si ha qualcosa da dire. Bisogna saper aspettare e trovare la storia ed il ruolo giusto”.

Interviene poi Nicole Grimaudo, co-protagonista femminile del film, che in merito al suo personaggio e alla collaborazione con Silvio Muccino si è così espressa: “È stata un’esperienza straordinaria. Silvio e Carla mi hanno dato la possibilità di interpretare un ruolo femminile straordinario, come non sempre se ne vedono nel cinema italiano. Mi sono messa in gioco e ho interpretato un ruolo molto lontano da me. Un personaggio che cambia nel corso della storia, e questo per un’attrice è il massimo. Devo confessare che grazie a Silvio ho riscoperto la gioia della recitazione: è un regista che ama i suoi attori, e lavorare con lui è veramente un qualcosa di incredibile”.

La parola torna al regista del film, che in merito al lavoro sul set ha rivelato: “La regia e la scrittura sono qualcosa di estremamente stimolante per me. Mi permettono di creare, di trovare dei personaggi che veramente mi entusiasmano. Da regista, poi, posso concedermi il lusso di passare la palla ad altri colleghi ed è questo uno dei motivi per cui adoro fare il regista. Io amo i bravi attori e amo lavorare con loro. Soprattutto, amo imparare da loro e dal loro lavoro nel mio film. Per realizzare questo film diciamo che ho avuto a disposizione tantissimo tempo. È un film che nasce nelle mie intenzioni come spettacolare. Volevo creare un grande show. Abbiamo fatto davvero un lavoro capillare. L’elemento fondamentale in questo grandissimo gioco è stato usare la luce in macchina, e per questo ringrazio il direttore della fotografia Federico Schlatter, che ha davvero fatto un lavoro incredibile”.

Sull’esplicito riferimento al fenomeno 50 sfumature di grigio presente all’interno del film, attraverso il personaggio interpretato da Carla Signoris, Muccino ha commentato: “È un fenomeno di costume e per quanto mi riguarda un fenomeno di costume molto divertente. Sì, quello del film è un chiaro ammiccamento”.

Le Leggi del Desiderio uscirà al cinema il 26 febbrio distribuito, in 400 copie, da Medusa Film.

Le Leggi del Desiderio: recensione del film di e con Silvio Muccino

A quattro anni di distanza da Un altro mondo, Silvio Muccino torna dietro la macchina da presa per raccontarci un fenomeno attuale, il life coaching, senza tralasciare quella componente sentimentale così candida e schietta che da sempre caratterizza i suoi lavori da regista. Di cosa parla Le Leggi del Desiderio? Di Giovanni Canton (interpretato dallo stesso Muccino), carismatico trainer motivazionale che decide di dimostrare la veridicità delle sue teorie organizzando un concorso per la selezione di tre fortunate persone che verranno da lui stesso portate, in sei mesi, al raggiungimento dei loro più sfrenati desideri. Ben presto, però, il life coach dovrà fare i conti con gli effetti che l’intenso rapporto con il terzetto prescelto avrà nella vita di tutti, soprattutto nella sua…

La cosa che più colpisce de Le Leggi del Desiderio è una notevole crescita che Muccino regista dimostra nella direzione degli attori. In diversi momenti il suo Canton viene messo da parte, quasi eclissato, per lasciare maggiore spazio alle storie e alle dinamiche che coinvolgono i tre concorrenti, intepretati dai bravissimi Nicole Grimaudo, Maurizio Mattioli e Carla Signoris. Il trio di attori dà vita a dei personaggi ben caratterizzati, che spingono alla riflessione nel loro emergere come esempi lampanti e ben radicati di una società disposta a tutto pur di realizzare i suoi sogni, e che proprio per questo spaventa. Eppure, troppo spesso il Muccino sceneggiatore eccede nello stereotipo e nella prevedibilità, ed è qui che viene fuori il problema più grande della terza esperienza da regista dell’attore romano.

Se Muccino dimostra di aver raggiunto una maggiore consapevolezza dal punto di vista tecnico, impreziosendo il suo lavoro con una regia molta più acuta e scorrevole (aiutato anche dalla fotografia di Federico Schlatter), non si può dire lo stesso in merito alla sue capacità narrative: scritto da Silvio in collaborazione con la storica Carla Vangelista (che aveva già firmato con lui Parlami d’amore e Un altro mondo), Le Leggi del Desiderio, pur affrontando un tema mai esplorato dal cinema italiano, insegue l’innovazione filmica senza mai raggiungerla veramente, restando come intrappolato in se stesso e nella visione sognante del suo regista, incapace di liberarsi dalle catene della retorica che spianano la strada ad un finale smorfioso e romantico che si fa specchio di uno spirito idealista attecchito, ma che, al giorno d’oggi, sempre più fatica a trovare un riscontro nella realtà.

Le Leggi del Desiderio, in uscita il 26 febbraio, non è certamente l’opera della maturità. Nel suo impellente, pressante bisogno di dimostrare che quella strada (la strada dell’amore, in qualunque forma esso si manifesti) è l’unica via percorribile, Silvio Muccino confenziona un prodotto che scivola a poco a poco nella mediocrità e nella prevedibilità di una conclusione stantia, impedendo al film stesso di rimanere anche lontanamente impresso nelle mente o nell’animo dello spettatore.

Le ladre: tutto quello che c’è da sapere sul film con Adele Exarchopoulos

Dalla Francia arriva su Netflix un heist movie tutto al femminile, ricco d’azione, adrenalina e che attraverso la propria cornice di genere affronta tematiche come l’amicizia tra donne, l’amore e la sorellanza. Si tratta di Le ladre, nuovo lungometraggio diretto da Mélanie Laurent (meglio nota come attrice), che offre ai suoi spettatori un irresistibile trio di ladre professioniste che basano il proprio successo sul legame che le unisce. Divenuto disponibile sulla piattaforma il 1° novembre, il film è già diventato uno dei titoli più visti del momento, scalando in breve tempo le classifiche.

Questo per via del suo essere in grado di rivolgersi ad un pubblico molto ampio, dagli appassionati di heist movie (ovvero quei film incentrati su una grossa rapina) fino a chi invece apprezza le storie con protagoniste femminili e il rapporto esistente tra esse. Le ladre riesce infatti ad offrire azione, dramma, comicità e romanticismo, affermandosi dunque come un ottima pellicola di genere. Non meno importante, il film, le cui riprese si sono svolte a Parigi e in Corsica, sfoggia alcune location mozzafiato, che con la loro bellezza contribuiscono a rendere Le ladre un titolo da non perdere.

Descritto come un Mission: Impossible al femminile o come un Charlie’s Angels ma senza Charlie, Le ladre è sì tutto questo ma possedendo anche una propria ben distinta identità, che si svela chiaramente lungo il corso della visione. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le procedure da seguire per poter vedere Locked In in streaming su Netflix.

Le Ladre Adele Exarchopoulos

Le ladre: il fumetto da cui è tratto

Il film è l’adattamento cinematografico del fumetto dal titolo La grande odalisca, realizzato da Bastien Vivès insieme alla coppia Florent Ruppert e Jérôme Mulot, i quali hanno tratto il titolo da un dipinto a olio di Jean Auguste Dominique Ingres conservato al Louvre di Parigi. La grande odalisca dà il titolo al fumetto in quanto è proprio il dipinto che le protagoniste aspirano a rubare. Pubblicato in Francia nel 2012 da Dupuis, questo è stato tradotto in Italia da Bao Publishing nel 2014. Nel 2015 è stato poi pubblicato un seguito, Olympia (anch’esso con un titolo basato su un celebre dipinto, quello di Édouard Manet), il quale è però ancora inedito in Italia.

La trama di Le ladre

Protagoniste del film sono due ladre e migliori amiche, Carole e Alex. La coppia, anche per via della complicità che le lega, non fallisce un colpo e la loro specialità sono le opere d’arte di altissimo valore. Stanche di vivere perennemente in fuga, però, hanno ora deciso di cambiare vita. Prima di dire addio alla loro gloriosa carriera, vogliono tuttavia compiere un ultimo clamoroso furto che, idealmente, rimarrà nella storia. Per riuscirci reclutano una terza ragazza, Sam, esperta di motocross e si preparano così per una missione che sarà diversa da tutte le altre e che si preannuncia una straordinaria avventura finale, ma non priva di rischi.

Le ladre Netflix

Il cast di Le ladre

Mélanie Laurent, oltre a firmare la regia del film, si è ritagliata per sé anche il ruolo di Carole. L’attrice è nota per aver recitato in film come Now You See Me, By the Sea e 6 Underground. Il ruolo che l’ha consacrata a livello internazionale è però quello di Shosanna in Bastardi senza gloria. Ad interpretare la sua amica Alex vi è invece l’attrice Adèle Exarchopoulos, divenuta celebre grazie a La vita di Adele ma distintasi anche in Generazione Low Cost e Passages. A completare il terzetto vi è Manon Bresch nei panni di Sam, attrice già vista nel film italiano Maledetta primavera. Completano il film Philippe Katerine nei panni di Abner, Félix Moati in quelli di Clarence e Isabelle Adjani in quelli di Morraine.

Il trailer di Le ladre e come vedere il film in streaming su Netflix

È possibile fruire di Le ladre unicamente grazie alla sua presenza nel catalogo di Netflix, dove attualmente è al 1° posto della Top 10 dei film più visti sulla piattaforma in Italia. Per vederlo, basterà dunque sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di accedere al catalogo e di guardare il titolo in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nella piattaforma.

Le Kardashian, da domani su Sky Uno

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Le Kardashian, da domani su Sky Uno

Il reality show di culto che è diventato un fenomeno di costume negli Stati Uniti, dando vita a innumerevoli spin-off, arriva anche in Italia: da domani su SkyLE KARDASHIAN”, lo show che segue la vita di una delle famiglie più high-profile di Hollywood.

Creatore e produttore esecutivo della serie è Ryan Seacrest (conduttore di American Idol e co-conduttore di LIVE with Kelly and Ryan). Le star dello show sono le sorelle Kourtney Kardashian, Kim Kardashian West e Khloé Kardashian, insieme alle sorellastre Kendall e Kylie Jenner e alla loro “Momager” Kris Jenner. Kris, Kim, Kourtney e Khloé sono anche produttrici esecutive della serie.

Dal 2007 il reality segue gli alti e i bassi delle loro vite personali e professionali, i matrimoni e le rotture, le nascite dei loro figli, tensioni familiari e momenti felici. Uno sguardo senza filtri nelle loro vite che è il segreto del loro impero mediatico. Le cinque sorelle sono diventate celebrities, trendsetter, influencer, imprenditrici con le loro linee di moda o di cosmetica, regine assolute del jet set internazionale. Insieme raccolgono un totale di quasi 600 milioni di followers su Instagram, 170 milioni su Twitter e 100 milioni su Facebook.

Giunto alla 17° stagione negli Stati Uniti, in Italia si comincia dalla 13. “Le Kardashian” è da domani, 21 ottobre, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, alle 18:45 su Sky Uno(canale 108, digitale terrestre canale 455). Disponibile on demand, visibile su Sky Go – su smartphone, tablet e PC, anche in viaggio nei Paesi dell’Unione Europea – e in streaming su NOW TV.

“LE KARDASHIAN” È IN ONDA A PARTIRE DAL 21 OTTOBRE DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ ALLE 18:45 SU SKY UNO (CANALE 108, DIGITALE TERRESTRE CANALE 455), SEMPRE DISPONIBILE ON DEMAND, VISIBILE SU SKY GO – SU SMARTPHONE, TABLET E PC, ANCHE IN VIAGGIO NEI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA – E IN STREAMING SU NOW TV.

Le jeune Ahmed: recensione del film dei fratelli Dardenne – #Cannes72

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Ancora una volta, i fratelli Dardenne portano a Cannes i ritratti dei loro giovani protagonisti, quei ragazzi e ragazze che hanno sempre scelto come centro delle loro storie, ai quali consacravano il loro sguardo, la loro ormai celebre macchina a mano a seguire i loro movimenti, e con Le jeune Ahmed continuano a portare avanti questa tradizione nel loro cinema.

La differenza di questo Le jeune Ahmed rispetto alla loro produzione precedente e costituita dal fatto che questa volta i registi si spostano dal proletariato bianco, ai margini della società, e si concentrano su una questione sociale più specifica, la radicalizzazione delle famiglie di origine araba nel Vecchio Continente, quel fenomeno sociale che si identifica nel terrorismo islamico di origine europea. La questione è stata centrale nella cronaca recente del centro Europa, in particolare nel Belgio dei registi, tuttavia, staccandosi dalle loro tematiche più consuete.

Ne Le jeune Ahmed, il giovane Ahmed viene da una famiglia laica, in cui la madre beve vino e la sorella veste come le pare, una famiglia europea ordinaria, e pure lui sembra essere completamente adeguato ai costumi europei. Il suo incontro con un imam però comincia a cambiare il suo comportamento e il suo modo di vedere la realtà che lo circonda. A partire dal cambiamento del suo atteggiamento nei confronti della sua maestra, che le è sempre stata molto vicina a causa dei suoi problemi di dislessia, cominciamo a capire che la dottrina islamica radicale sta entrando nel modo di vedere la realtà di Ahmed: la maestra è una donna, e lui non la può toccare, secondo quanto dice il Corano, nemmeno tenerle la mano. L’imam inculca nel ragazzo le credenze più radicali dell’islamismo, fino a portare alla luce la storia di un cugino martire.

In un ambiente estraneo, i due registi sembrano però smarriti in Le jeune Ahmed, non riescono ad entrare in empatia con il protagonista, che è un ragazzino sempre con il broncio che adotta una visione estrema della religione. Lo ritraggono senza trasporto, mancando la profondità del personaggio e lasciandolo in balia di un cliché abusato. Di fronte alla necessità di non potere o riuscire a raccontare con tenerezza il loro protagonista, i registi finiscono per semplificare l’argomento banalizzando le sue scelte di vita.

Le indagini di Lolita Lobosco: in arrivo la seconda stagione con Luisa Ranieri

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Debutterà in prima visione su RAI 1 dall’8 gennaio 2023 la seconda stagione de Le indagini di Lolita Lobosco, la fiction Rai con protagonista Luisa Ranieri e diretta da Luca Miniero e liberamente tratto dai romanzi di GABRIELLA GENISI editi da Sonzogno e Marsilio Editori. La fiction è prodotto da ANGELO BARBAGALLO e LUCA ZINGARETTI per BIBI FILM TV e ZOCOTOCO.

Le indagini di Lolita Lobosco, la trama

Lolita Lobosco è una donna del Sud, mediterranea, vivace, empatica, in carriera; vicequestore del commissariato di polizia a Bari, a capo di una squadra di soli uomini. In un mondo ostinatamente maschile, come quello dell’investigazione e della giustizia, Lolita sceglie di rimanere se stessa, un prezioso mix di esplosiva bellezza e intelligenza emotiva che le permette non solo di affermarsi, ma anche di combattere alcuni pregiudizi ancora esistenti nei confronti delle donne al comando. In questa seconda stagione Lolita è alle prese con nuovi casi di omicidio che saprà risolvere con acume e creatività, anche grazie alla collaborazione preziosa dei fidi Forte ed Esposito. Parallelamente, la vicequestore cerca di tener fede alla promessa fatta a suo padre alla fine della prima stagione, ossia quella di trovare il suo assassino.

Chiarito infatti che l’omicidio di Petresine è opera della malavita organizzata che agiva nel porto di Bari, rimane da scoprire chi sia stato l’esecutore materiale del delitto. L’indagine si rivela tuttavia molto complessa, anche perché qualcuno sembra avere interesse a non far avvicinare Lolita alla verità. Se sul lavoro le difficoltà sono molte, la vita privata della nostra protagonista non è meno complessa: alla gestione del fidanzamento con un uomo molto più giovane, Danilo, si aggiungono le preoccupazioni per Nunzia e il suo speciale rapporto d’amicizia con Trifone, i dissidi di Forte con la moglie Porzia e la nuova sfida di Esposito con la fidanzata Caterina, per non parlare dei disastri sentimentali dell’amica del cuore Marietta. Come se non bastasse, nella vita di Lolita si affaccia una vecchia conoscenza, la sua prima cotta, l’affascinante Angelo Spatafora.

Le indagini di Lolita Lobosco ospite del Noir in Festival XXX

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Le indagini di Lolita Lobosco ospite del Noir in Festival XXX

Lunedì 8 marzo, nella giornata inaugurale della XXX edizione del Noir in Festival (in programma fino al 13 marzo), il festival rende omaggio al personaggio iconico creato dalla penna di Gabriella Genisi, Lolita Lobosco

La commissaria, interpretata da Luisa Ranieri, sarà la protagonista  della serie tv Le indagini di Lolita Lobosco in prima visione in 4 serate su Rai 1 dal 21 febbraio.

Nel segno della giornata internazionale della donna il Noir in Festival dedicherà alla serie uno speciale focus, che aprirà gli incontri del festival, in cui interverranno l’autrice dei romanzi Gabriella Genisi, il regista Luca Miniero e le interpreti.

L’appuntamento è per lunedì 8 marzo alle ore 11.00 sui canali social del Noir in Festival.

Le Iene, citazionismo e cinefilia: o come cominciò il mito di Quentin Tarantino

Precisamente vent’anni fa veniva presentata al Sundance Film Festival la pellicola di un anonimo regista del Tennessee con alle spalle una lunga gavetta come correttore di bozze e sceneggiatore. Dopotutto, non è da sottovalutare un quasi-trentenne che vanta già nel suo curriculum una collaborazione con Tony Scott e un’altra con Oliver Stone, due grandi nomi di Hollywood.

Il film presentato ha un nome particolare: Reservoir Dogs, titolo probabilmente ispirato dalla difficoltà del regista- dovuta a dislessia- nel pronunciare il titolo della pellicola francese Au revoir, les enfants, che aveva ribattezzato The Reservoir film. Dopo una prima visione, il pubblico è sconvolto, spiazzato: c’è chi sghignazza e chi grida allo scandalo, perché il film presenta delle scene di una violenza inaudita. Non è, infatti, un successo al botteghino ma la critica osanna il nuovo genio che è nato, presentando al prestigioso Festival di Cannes non tanto l’opera quanto il regista, che finalmente ha un nome e un cognome e che, a partire da quell’anno, si ritaglia la propria nicchia di lusso nel dorato mondo della celluloide: Quentin Tarantino.

E proprio lui dichiara durante la celebre “Proiezione Faye Dunaway” all’Egyptian theater: “Non so voi, ma io adoro la violenza al cinema. Quello che mi sconvolge è tutta quella merda alla Merchant/Ivory!” dove l’accusa non era rivolta tanto contro i singoli tirati in ballo, bensì contro un certo tipo di cinema dall’impianto stantio e datato.

Il suo background non è quello delle scuole di cinema, ma quello delle videoteche e della cinefilia compulsiva, che lo spinge a “saccheggiare” letteralmente più elementi stilistici e registici che può dalle pellicole più disparate, spaziando dai film d’azione e wuxia di Honh Kong ai film francesi della Nouvelle Vague firmati da Godard o Melville, senza tralasciare i sottogeneri italiani anni ’70-’80 come il poliziottesco, lo spaghetti western e l’horror splatter d’autore. Cita tra i suoi maestri gli italiani Leone, Argento, Fulci, Soavi, Lenzi, Di Leo, Bava, G. Castellari ma non disdegna nemmeno Howard Hawks, figura paterna e nume tutelare per il cineasta. Tarantino arriva comunque in un momento particolare per il cinema e per la cultura in generale. Assistiamo, infatti, alle soglie degli anni ’90 ad una vera e propria “crisi dei valori” e della cultura monolitica: se le pellicole degli anni ’80 vedono protagonisti eroi fissi, senza sfaccettature, e personaggi manichei che si muovono in una dimensione divisa tra bene e male, alle soglie invece dei ’90 si assiste ad un cambiamento; nelle pellicole i ruoli si confondono, si assiste ad un gioco continuo delle parti e si perdono i punti fissi di riferimento: gli eroi non sono poi così buoni e i cattivi non sono esclusivamente perfidi e malvagi fino al midollo. Il cinema comincia a popolarsi di antieroi, personaggi ambigui portatori di valori relativi e di una loro sinistra morale. Ed è proprio in questo solco che si innesta il germe del pulp, iperrealistico e pop, specchio dell’assurda violenza grottesca che popola il quotidiano.

Le uniche scuole di formazione professionale che frequenta il giovane cineasta americano sono quelle di recitazione (dove comincia a farsi conoscere per i suoi fitti dialoghi logorroici, costante dei suoi futuri film) e Il Sundance Institute, tappa fondamentale perché è proprio qui che presenta la sua opera, il suo primo prodotto definitivo: Reservoir Dogs, da noi Le Iene.

le_iene_gruppoLa pellicola crea scandalo, divide la critica, scuote gli animi e dà lo slancio alla nascita di un nuovo genere (o forse alla sua rinascita in chiave pop): il Pulp, quel “pasticcio” di cui già aveva parlato Charles Bukowski nel 1995 con il suo romanzo omonimo. Secondo il dizionario, il termine “pulp” può avere un duplice significato: può indicare sia un “pasticcio”, ovvero una massa informe di materia, quanto una serie di riviste di basso costo e scarsa qualità, diffuse prevalentemente nell’America degli anni ’50, costituite da una serie di racconti brevi (spesso scritti da nomi noti della letteratura “di genere” come Cornell Woolrich o Raymond Chandler) a base di sesso, violenza e azione. Le pellicole di Tarantino probabilmente si avvicinano ad entrambe le definizioni e, cavalcando l’onda del successo dei suoi film, si crea così un fenomeno “pulp” globale che riporta in auge anche il già citato capolavoro di Bukowski scritto nel 1964 e dedicato alla “cattiva scrittura” ma edito da Feltrinelli solo nel 1995, ovvero un anno dopo il successo di Pulp Fiction e la morte dello scrittore.

Alcuni Paesi impongono pesanti tagli al film (come gli Stati Uniti, con il discorso sulla censura e il divieto per i minori di 18 anni o l’Italia, dove tutt’ora viene trasmesso dalle tv “epurato” da alcune scene), addirittura la Gran Bretagna arriva a ritirare le copie disponibili in vhs. Ma di lì a breve nascerà un vero e proprio fenomeno mondiale che lancerà il film nell’empireo della cinematografia mondiale facendolo assurge a “cult”.

Tarantino cominciò a girare nel 1990, con a disposizione un budget esiguo di 30.000 dollari, “prestati” dal produttore Lawrence Bender che avrebbe dovuto ricoprire, inizialmente, il ruolo di Eddie il Bello. Ma tutto cambiò quando una copia della sceneggiatura originale venne fornita dalla moglie del suo insegnante di recitazione direttamente al noto attore Harvey Keitel (che proprio nel 1992 fu presente a Cannes con due film: Le Iene e Il cattivo tenente di Abel Ferrara). L’attore non solo rimase colpito dal copione, ma decise addirittura di co-produrlo: così il budget lievitò fino a 1.200.000 dollari, investiti quasi tutti per gli abiti di scena. Tarantino abbandonò definitivamente l’idea di girare il film con pellicola da 16mm, ma decise di mantenere lo stesso alcuni elementi della sceneggiatura originale, come l’integrità spaziale (il film, infatti, è girato principalmente in un garage, in realtà un’impresa di pompe funebri in costruzione) riducendo al minimo perfino le inquadrature elaborate, lasciando libero spazio ai piani sequenza senza apparentemente nessuno stacco (il che ricorda da vicino l’Alfred Hitchcock di Nodo alla Gola) liberamente ispirati al capolavoro di Godard Fino all’ultimo respiro (citato apertamente nella celebre sequenza dove Mr. Orange e Mr. White ripassano i dettagli del colpo in auto).

le_iene_a_tavolaLa storia è semplice e lineare: una banda composta da sei uomini viene formata da Joe Cabot (Lawrence Tierney) per realizzare un colpo in una gioielleria di Los Angeles. Gli uomini, senza nome ma contraddistinti da nomignoli (che richiamano il film Il colpo della metropolitana di Joseph Sargent) sono Mr. Blue (Edward Bunker), Mr. Brown (Quentin Tarantino), Mr. White (Harvey Keitel), Mr. Orange (Tim Roth), Mr. Blonde (Michael Madsen) e Mr. Pink (Steve Buscemi), tutti avanzi di galera e fidati sgherri di Cabot. Ma il giorno del colpo qualcosa va storto: la polizia è già sul posto, Mr. Blonde apre il fuoco e si scatena una carneficina. Brown e Blue muoiono sul colpo, Orange viene ferito durante la fuga e ha i minuti contati. I superstiti si ritrovano in un garage abbandonato, il luogo dove Joe ha detto di aspettare sue indicazioni… Mr. White vorrebbe aiutare Orange, suo pupillo; Mr. Pink è riuscito a scappare con i diamanti e Mr. Blonde (ruolo per il quale, in un primo momento, si era pensato a nomi del calibro di Edward Norton, James Woods e George Clooney) mostra tutto il suo sadismo e la lucida follia nel momento in cui sequestra un poliziotto legandolo nel portabagagli della sua auto. Ma il dubbio si insinua nelle loro menti, un atroce sospetto che li porta a diffidare l’uno dell’altro: c’è una talpa nel gruppo, un infiltrato della polizia, ma chi?

Su questa trama lineare che ricorda da vicino la tradizione del noir-gangsteristico americano della migliore tradizione, Tarantino compone la propria personale sinfonia giocando con la cultura pop, l’American Way, il teatro dell’assurdo pinteriano e addirittura quello shakespeariano. I protagonisti sono  davvero “cani da rapina”, iene, animali sanguinari, sadici e individualisti pronti a sacrificare il loro prossimo pur di salvarsi la pelle. Non è un caso, forse, che l’unico dei sei a salvarsi, alla fine (anche se arrestato dalla polizia) sia proprio Mr. Pink, il più individualista del gruppo, colui che fin dall’inizio dichiara le sue vere intenzioni nel momento in cui rifiuta di dare la mancia alla cameriera.

Il film può essere inteso come una cinica apologia della nostra società contemporanea: siamo animali pronti a sbranare il nostro prossimo pur di preservarci, come recitava il vecchio motto del filosofo Hobbes “Homo Homini Lupus”. I sei uomini sono spietati e pronti a tutto, ma  a loro modo ognuno ha un’etica, una sorta di “codice morale dei ladri” che li porta a seguire un determinato modello di comportamento: Mr. Blonde non tradirebbe mai Joe ed Eddie, è solo un pazzo sadico che vuole divertirsi, un “cane pazzo”; Mr. White si lascia letteralmente “fregare” dal sentimento di amicizia e protezione che lo spinge verso Mr. Orange, tant’è che arriva addirittura a soppiantare la propria etica, anche se nel finale viene punito cinicamente dagli eventi (o dal Destino?) che gli mostrano  inesorabilmente l’errore di valutazione compiuto quando  ormai è troppo tardi.

Da molti critici il film è stato paragonato (o comunque confrontato) con l’opera di Stanley Kubrick Rapina a Mano Armata, ma le diversità tra le due pellicole sono profonde e significative: prima fra tutte, la frammentazione del tempo della storia, di cui Tarantino è un esperto, totalmente assente nel film di Kubrick che invece sceglie di raccontare cronologicamente la preparazione di un colpo in un ippodromo, destinato a finire tragicamente; inoltre, un’altra particolarità che distingue Le Iene è l’assenza della pianificazione, lo spettatore viene coinvolto fin dalle prime inquadrature nella banale quotidianità di un gruppo di uomini rozzi, nevrotici, sboccati che discutono di donne, sesso, canzoni di Madonna, mance e cameriere. Improvvisamente, dopo i titoli di testa (rigorosamente in giallo su fondo nero) ci troviamo a rapina compiuta: non vediamo cosa accade nella gioielleria, il massacro, possiamo solo intuirlo e ricostruirlo dai racconti dei sopravvissuti e dai flashback che ricostruiscono i frenetici eventi e le personalità complesse di questi loschi individui.

le_iene_mr_orange_morteProprio come in un dramma del Bardo, è la parola ad avere la meglio su complesse scenografie e perfino sul potere immaginifico del cinema stesso; la parola, i dialoghi costruiscono la struttura della narrazione proprio dove i personaggi “fanno”, letteralmente, la storia. Fin dalla carrellata iniziale, con il dolly che gira intorno ai personaggi prima prendendone le distanze poi avvicinandosi cautamente, dai loro dialoghi intrisi di cultura popolare e apparentemente senza senso capiamo in realtà la loro psicologia: Mr. Pink è un egoista, individualista che si rifiuta di dare un dollaro di mancia alla cameriera; Mr. Orange è pronto a fare la spia a Joe, svelando subito il suo gioco pericoloso su due fronti; Mr. Blonde è ciecamente fedele al capo Joe, pronto ad ubbidire a qualunque ordine; Mr. White tiene testa al capo, lo conosce bene e ha grinta da vendere, ma il suo lato debole è proprio l’istinto di protezione paterna verso Orange, che siede al suo fianco perfino a tavola;

Mr. Blue è schivo e taciturno; Mr. Brown è assurdo e logorroico come Tarantino stesso, che realizza con questo film il suo sogno di scrivere, dirigere e interpretare una sua opera. Un’ultima attenta analisi riguarda il personaggio di Mr. Orange e il suo aspetto meta- cinematografico: il personaggio interpretato magistralmente da Tim Roth è la quintessenza dell’attore, poiché in realtà il poliziotto Freddy Newandyke è costretto ad interpretare un ruolo, si cala in esso, lo studia attentamente vivisezionandolo al microscopio e finisce non solo per crederci totalmente, per abbandonarsi ad esso, ma per modellarlo su sé stesso e per viverlo fino in fondo, perdendo il labile confine tra finzione e realtà: si sente un gangster, acquisisce il loro linguaggio e il loro modo di pensare; uccide una donna a sangue freddo, e quando l’atto è ormai compiuto lo spettatore non si sente nemmeno più in grado di giudicarlo in alcun modo.

Il gusto di Tarantino per la citazione cinefila si vede già a partire da quest’opera prima: per esempio, l’uso del cosiddetto “Mexican Standoff” nel finale del film, ovvero un “triello” (duello a tre) dove i personaggi di Eddie il bello, suo padre Joe e Mr. White si tengono sotto tiro contemporaneamente; il cineasta usa una tipica inquadratura cara allo spaghetti western italiano e in particolare a Sergio Leone, che ne introduce uno ormai famosissimo nel finale del cult Il buono, il brutto e il cattivo dove i tre protagonisti si affrontano, faccia a faccia, in un cimitero. Allo stesso modo, un’altra scena ad alto tasso di cinefilia può essere considerata la memorabile sequenza della tortura, una delle più censurate della storia del cinema, dove il sadico Mr. Blonde si diverte a torture e tagliuzzare il povero poliziotto sequestrato. La scena ha un gusto fortemente grottesco, e la violenza che la pervade scivola in un’assurda atmosfera ironica ed eccessiva riconfermando quelle tesi che leggono il mondo descritto da Tarantino come chiuso in sé stesso, autistico insomma, fumettistico ed eccessivo quindi per questo totalmente avulso e lontano dalla realtà stessa. L’azione di Mr. Blonde è sottolineata dal sapiente uso di un pezzo rock degli anni ’70, “Stuck In The Middle With You” dei Stealers Wheel, una scelta particolare che ricorda da vicino quella compiuta da Lucio Fulci nel lontano 1972 nel film Non si sevizia un Paperino.

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Eppure, nemmeno il genio di Tarantino è riuscito ad evitare le accuse di plagio che sono state rivolte al film, e a nulla è servito il suo intervento con la famosa frase “i grandi artisti non copiano: rubano” a sua volta “rubata” dal compositore Igor’ Stravinskij. Un fan lo accusò di aver copiato in modo imbarazzante un film di Ringo Lam datato 1987 ed intitolato City on Fire. Le analogie più evidenti sono nella sinossi, nella sparatoria finale (il “triello”) e nella scelta stilistica in base alla quale la scuola di Hong Kong mette in scena un mix letale di realismo, pessimismo, crudeltà, durezza nelle immagini e perdita di qualunque distinzione tra buoni e cattivi, ma alla fine anche queste critiche accese decadono, nel momento in cui Tarantino dichiara di essere un fan del regista Lam e di avere un poster del suo film in casa; ma molti altri sono i film che il regista cita e saccheggia, a partire da Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah fino al cultissimo The Blues Brothers di John Landis. Ma forse è proprio questa una delle abilità maggiori del cineasta del Tennessee: saper rielaborare, secondo una sensibilità e un gusto assolutamente personali, elementi disparati tratti dalla cultura e dall’immaginario pop.

Tarantino modella i suoi personaggi giocando sul labile confine del bene e del male; essi non subiscono un giudizio manicheo da parte del loro demiurgo “creatore”, vivono indipendentemente cogliendo tutte le infinite sfumature della realtà. E la loro forza è proprio in questo: nel riuscire ad essere assurdamente normali, pur essendo calati in un contesto di genere che rafforza l’aspetto fittizio della messinscena cinematografica; i dialoghi riproducono fedelmente il linguaggio della quotidianità, come nel teatro di Harold Pinter o nelle sceneggiature di David Mamet: il linguaggio forte, decisamente “politicamente scorretto”, serve per riprodurre l’alienazione umana nella realtà contemporanea, ormai svuotata di significato. Il cinema di Quentin Tarantino è un’overdose cinefila per gli occhi e per i palati degli spettatori più attenti, un tripudio di immagini e citazioni che celano, però, un significato molto più profondo e stratificato di quanto può apparire, semplicemente, in superficie.

Le Iene di Quentin Tarantino, oggi in tv

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Le Iene di Quentin Tarantino, oggi in tv

le_iene_posterOggi, in onda su Rai 4 in seconda serata, ritornano sul piccolo schermo i Cani da Rapina di Quentin Tarantino, Le Iene, il primo film del regista cult che lasciò sbalordita la platea del Sundance Film Festival nel 1992.

LEGGI IL NOSTRO APPROFONDIMENTO SUL FILM

Nel cast del film Harvey Keitel è Mr. White/Larry Dimmick, Tim Roth è Mr. Orange/Freddy Newandyke, Steve Buscemi è Mr. Pink/Mark Nussy, Michael Madsen è Mr. Blonde/Vic “Sorriso” Vega, Chris Penn è Eddie “il Bello” Cabot, Lawrence Tierney è Joe Cabot, Quentin Tarantino è Mr. Brown/Dennis Koonstock, Edward Bunker è Mr. Blue/Roy Spafucci e Kirk Baltz è Marvin Nash.

Il film è stato fonte di nuemrosissim citazioni e omaggi e a sua volta è il risultato di uno studio attento e cinefilo da parte del regista che sin dal suo primo lungometraggio ha farcito il suo cinema di riferimenti alla cultura cinematografica passata.

Le Idi di Marzo: recensione del film di George Clooney

Le Idi di Marzo: recensione del film di George Clooney

Arriva finalmente nelle sale Le idi di marzo, ultimo film da regista di George Clooney, dopo essersi già imposto alla scorsa Mostra d’Arte Cinematografico di Venezia.  Il ritorno alla regia dell’attore segna anche il ritorno a temi a lui molto cari come la politica e le istituzioni, dopo la breve parentesi costituita da In amore niente regole, commedia più leggera e sentimentale.

Il film racconta la vicenda di un giovane e idealista addetto stampa (Ryan Gosling) che lavora per un candidato alla Presidenza, il governatore Mike Morris (George Clooney), e che si trova suo malgrado pericolosamente coinvolto negli inganni e nella corruzione che pervadono il mondo della politica. Le idi di marzo si colloca nel filone del thriller politico che fiorisce negli anni 60’-70’ grazie a registi del calibro di Elio Petri, o Sidney Lumet. La splendida sceneggiatura, tratta da Farragut North di Beau Willimon e scritta a quattro mani da Grant Heslov e dallo stesso Clooney, supporta mirabilmente l’opera elevandone la caratura artistica e sociale, impreziosita da un brillante uso di dialoghi, che aiuta la narrazione a non cadere in un immobilismo tipico di una messa in scena teatrale. In questo fa la sua parte Clooney che serve la storia con una regia lucida ed elegante, stilisticamente classica e funzionale al racconto in atto.

Le idi di marzo, il film

Al servizio della storia c’è anche un formidabile cast di confermatissime personalità attoriali, che regalano interpretazioni ad altissimi livello e all’altezza delle aspettative. Su tutti spicca come al solito un Paul Giamatti stratosferico, accompagnato da una sorprendentemente brava Evan Rachel Wood, una certezza come Philip Seymour Hoffman e un prezioso Ryan Gosling, ormai definitivamente lanciato nell’Olimpo dei performer di alto livello. Proprio il suo personaggio è il fulcro centrale della storia: un giovane idealista che crede in qualcosa di giusto ma che non necessariamente rappresenta la soluzione migliore per sopravvivere nel mondo che lo circonda.

L’allegoria del film di Clooney è quella propria di una “iniziazione”: il giovane idealista si addentra nel mondo della politica con il proprio bagaglio di valori, lontanissimo  dalle concrete dinamiche politiche e governative, e suo malgrado dovrà imparare a conviverci, sottostando a compromessi e imparando a scoprire il proprio lato oscuro. Il sistema dipinto dal regista è un malato inguaribile, in un perenne stato di dialisi, e nemmeno il recente cambiamento avvenuto sembra rappresentare quel vento di speranza tanto osannato. All’interno del racconto George Clooney ritrova un equilibrio solido che gli consente di raccontare attraverso una lucida e profonda (auto)critica, un mondo che lo sta tradendo (o forse lo ha già tradito). Alla fine il lato oscuro rappresenta sempre l’unica scelta percorribile e con una sorta di velato pessimismo, ma con netto distacco, il suo sguardo accompagna all’epilogo la storia.

Le Idi di Marzo: Clooney porta al cinema il cinismo della politica

Il prossimo 16 di dicembre uscirà nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film diretto da George Clooney, Le idi di marzo, quarto lavoro alla regia dell’attore statunitense che del film è anche interprete co-protagonista. Le idi di marzo è un emozionante quanto amaro thriller politico ambientato in Ohio durante  le primarie del Partito Democratico. Mike Morris (George Clooney) è il candidato sfidante e meno accreditato ma che conquista progressivamente consensi grazie alla sua idealista e onesta interpretazione dei valori costituzionali.

Le idi di marzo – Trailer Italiano

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Le idi di marzo – Trailer Italiano

Il film è ambientato nel mondo politico statunitense in un prossimo futuro, durante le primarie in Ohio per la presidenza del Partito Democratico. Racconta la vicenda di un giovane e idealista guru della comunicazione (Ryan Gosling) che lavora per un candidato alla presidenza, il governatore Mike Morris (George Clooney), e che si trova suo malgrado pericolosamente coinvolto negli inganni e nella corruzione che lo circondano.

Accanto a Ryan Gosling e George Clooney, “Le idi di marzo” è interpretato anche da Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Jeffrey Wright, Max Minghella ed Evan Rachel Wood. La direzione della fotografia è di Phedon Papamichael, il montaggio di Stephen Mirrione, la scenografia di Sharon Seymour, i costumi di Louise Frogley.

Le Idi di Marzo – trailer e locandina

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Le Idi di Marzo aprirà Venezia, ed ecco on line una locandina (foto) e il trailer del film che vede il ritorno dietro la macchina da presa di George Clooney.

Le icone dei cartoni animati secondo Sakimi Chan

Le icone dei cartoni animati secondo Sakimi Chan

Chi segue le proposte di fan art che seleziona Cinefilos.it per i suoi lettori, sa che abbiamo un occhi di riguardo per la disegnatrice Sakimi Chan, che attraverso la sua pagina Facebook e DeviantArt propone quasi ogni giorni un nuovo pezzo d’arte originale. Oggi vi proponiamo, nati dalla maestria dell’artista, i ritratti dei protagonisti e delle icone di alcuni cartoni animati, come i Pokemon o Scooby Doo. Che ve ne pare?

Di Sakimi Chan vi abbiamo già mostrato:[nggallery id=1543]

Naruto Shippuden: le fan-art di Sakimi-chan [foto]

Genderswap: i personaggi dei film d’animazione cambiano sesso [FAN ART]

Le guerriere Sailor in versione steampunk! [foto]

Le guerriere Sailor in versione steampunk! [foto]

L’artista No Flutter ha realizzato una rielaborazione delle protagonista dell’anime/manga Sailor Moon. Ecco le trasformazioni steampunk delle guerriere Sailor!

Guarda anche: Le Principesse Disney diventano Guerriere Sailor! [FOTO]

guerriere Sailor

Pretty Guardian Sailor Moon (美少女戦士セーラームーン Bishōjo senshi Sērā Mūn?, lett. “La bella guerriera Sailor Moon”), meglio noto semplicemente come Sailor Moon, è un manga di genere mahō shōjo creato da Naoko Takeuchi all’inizio degli anni novanta ed esportato in numerosi paesi esteri. Il manga prende il nome dalla divisa alla marinaretta, indossata dalle guerriere nella serie, che è una rielaborazione della divisa scolastica femminile obbligatoria in molte scuole giapponesi.

Sailor Steampunk guerriere SailorIl manga getta le basi con Codename Sailor V, del 1991, per poi nascere ufficialmente con il titolo Bishōjo Senshi Sailor Moon, pubblicato dalla Kōdansha sulla rivista Nakayoshi lo stesso anno, ed in seguito raccolto in 18 tankōbon. Successivamente, andò in onda una trasposizione animata, uscita l’anno seguente e diventata una fra le più note espressioni della cultura pop giapponese del mondo, nonché uno dei maggiori successi dell’animazione giapponese su scala planetaria degli anni novanta, presso il pubblico infantile, adolescenziale e di giovani adulti appassionati di anime.

L’adattamento animato è composto da cinque serie televisive per un totale di 200 episodi, tre film cinematografici, due cortometraggi e tre special televisivi. Dopo la conclusione della versione animata, Sailor Moon sfociò in una trasposizione teatrale, Sailor Moon musical, e in una serie televisiva live action, Bishōjo senshi Sailor Moon. Come ogni altra serie di gran successo, la saga di Sailor Moon ha ispirato e prodotto numerosi articoli da merchandising, dai giocattoli ai videogiochi, dalla cancelleria scolastica fino ai prodotti alimentari. Dal 5 luglio 2014 viene trasmessa in versione anime un adattamento del manga originale, intitolato Pretty Guardian Sailor Moon Crystal.

In Italia, l’anime è stato acquistato da Mediaset, che ha trasmesso dal 1995 al 1997 le prime due serie su Canale 5 e le ultime tre su Rete 4. Il manga, invece è stato pubblicato per la prima volta da Star Comics dal 1995 al 1999 con il titolo Sailor Moon, la combattente che veste alla marinaretta. Nel 2010 viene invece pubblicata una nuova edizione più fedele all’originale da GP Publishing, con il titolo Pretty Guardian Sailor Moon.

Le Guerre Horrende: la conferenza stampa

Le Guerre Horrende: la conferenza stampa

Prodotto da Esperimentocinema, Le Guerre Horrende è il nuovo film di Luca Immesi e Giulia Brazzale, liberamente tratto da Le guerre orrende, testo teatrale scritto nel 1997 da Pino Costalunga, e con un cast di attori teatrali come Livio Pacella, Désirée Giorgetti e Dario Leone. Il film, un commedia fantasy con sfumature di dramma, è stato presentato a Roma alla presenza dei due registi, che al termine della proiezione hanno avuto modo di raccontare l’esperienza sul set e le tematiche del film.

“L’idea del film nasce dal testo teatrale di Costalunga – spiega il regista Luca Immesi – al quale abbiamo aggiunto diverse scene oniriche e cambiato il finale, il tutto per raccontare nel migliore dei modi l’orrore delle guerre e degli sconvolgimenti che queste portano nell’animo umano”.

“Abbiamo sfruttato il basso budget per farne una cifra stilistica – aggiunge la co-regista Giulia Brazzale – girando così pressoché in un unico luogo, il che ha accentuato l’influenza teatrale del film. Abbiamo girato in posti intrisi di racconti della prima e seconda guerra mondiale, e il finale si ispira proprio ad un evento reale e tristemente noto nel Veneto.”

Sul perché abbiano deciso di inserire la H nel titolo del film, Luca Immesi chiarisce: “Il titolo prende spunto da una frase di Machiavelli, che per “horrende” intendeva grandi, straordinarie, ma anche sanguinarie. Ci piaceva il collegamento che si generava tra questi aggettivi, e che descrive perfettamente un evento come quello della Grande Guerra”

“Il testo teatrale arriva a parlare di tutte le guerre della storia – prosegue Giulia Brazzale – mentre noi abbiamo preferito concentrarci sulle due grandi guerre di inizio ‘900, e di come queste abbiano diviso internamente il popolo italiano. L’idea fondante del nostro film è che le guerre e la violenza siano il frutto dei conflitti personali che giacciono irrisolti nel microcosmo di ognuno di noi”.

Il film della coppia di registi si avvale di una distribuzione non classica, ma che procede secondo un tour di proiezioni attraverso l’Italia, e che permetterà al film una maggiore visibilità.

Le guerre horrende, recensione del film di Luca Immesi e Giulia Brazzale

Le guerre horrende è il secondo lungometraggio di Luca Immesi e Giulia Brazzale, che dopo l’esordio con Ritual – Una storia psicomagica, traggono ispirazione per il loro nuovo film dall’omonima pièce teatrale di Pino Costalunga. Il titolo prende spunto da una frase di Machiavelli, che per “horrende”, intendeva grandi, straordinarie. E nell’anno del centenario dalla fine della Grande Guerra, è proprio sui grandi sconvolgimenti bellici della prima metà dell’900 che i due registi decidono di focalizzarsi, per raccontare di come la guerra nasca prima di tutto dentro di noi.

La vicenda del film racconta le avventure del Capitano (Livio Pacella), eccentrico reduce della Grande Guerra e del secondo conflitto mondiale, che in compagnia del suo fedele scudiero (Désirée Giorgetti) si è ritirato a vivere in un misterioso bosco sperduto. I due trascorrono tutto il tempo a narrare ed inscenare epiche battaglie, ma quest’atmosfera fiabesca viene spezzata dall’arrivo di un giovane soldato privo di memoria (Dario Leone), che porterà tensioni e conflitti tra i personaggi.

Di forte impostazione teatrale, il film non rinuncia alle convenzioni per le quali il testo originario è stato scritto, avvalendosi così di un’unica location, pochi attori ed una recitazione enfatica. Se tutto ciò potrebbe funzionare adeguatamente in teatro, non sempre si può dire la stessa cosa al momento della trasposizione cinematografica. Benché la bellezza del luogo in cui le vicende sono ambientate mantenga sempre una certa attrattiva nei confronti dello spettatore, con lo scorrere dei minuti si trovano sempre meno motivi per voler continuare a seguire gli eventi narrati. Complici scelte di sceneggiatura che hanno modificato parzialmente il testo di Costalunga, con l’aggiunta di elementi onirici e surreali che però non fanno che disorientare lo spettatore. Dove il film voglia arrivare risulta ben presto prevedibile, non riuscendo così a generare interesse verso lo svelamento finale dell’intreccio.

Le Guerre HorrendeUlteriore appesantimento è dato dai dialoghi del film, che se da una parte sottolineano come quella dei protagonisti sia tutta una grande recita, dall’altro risultano eccessivamente irrealistici e fuori contesto per il mezzo cinematografico. Tutto ciò non aiuta nemmeno gli attori, che si trovano costretti alle prese con un ibrido tra cinema e teatro che però non riesce a fondere adeguatamente i due medium.

Benché da un punto di vista fotografico il film trovi il suo punto di forza, è un’opera quella dei due registi inadatta per il cinema o che comunque non si avvale di una trasposizione in grado di renderla facilmente fruibile né godibile. Trattare il tema delle guerre ricercandone l’origine nei conflitti interiori che animano ognuno di noi è un’idea interessante, ma ridurre il tutto a soluzioni surreali e risvolti macchinosi risulta assai difficile da digerire.

Le grand Bain: recensione del film di Gilles Lellouche #Cannes71

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Le grand Bain: recensione del film di Gilles Lellouche #Cannes71

Al suo esordio in solitaria dietro la macchina da presa, Gilles Lellouche presenta nel fuori concorso della selezione ufficiale di Cannes 2018, Le grand Bain, una commedia con un cast stellare il cui titolo internazionale è Skin or Swim (Affonda o nuota).

Un gruppo di uomini quasi tutti di mezza età cerca di trovare un nuovo scopo nella vita nella partecipazione a un campionato europeo amatoriale di nuovo sincronizzato. Ognuno con le sue paure, i suoi problemi di famiglia o lavoro e le sue insicurezze, troverà nuovo spirito in questa avventura.

Commedia alquanto convenzionale, Le grand Bain sfrutta il carisma del super cast di star francesi, guidato da Guillaume Canet, Virginie Efira e Mathieu Amalric, e lo inserisce in un contesto assurdo, il nuovo sincronizzato maschile. Tuttavia l’intuizione del film si esaurisce in questo, in quanto le risate arrivano ma la scrittura sacrifica i talenti e non presenta particolare spirito.

Una commedia per il grande pubblico che si riveste di qualche cliché di troppo nel tratteggiare gli uomini in crisi di mezza età e che alla fine resta un piacevole passatempo senza troppe pretese. Dalle crisi di coppia, alla depressione post licenziamento, sono molti i momenti di difficoltà che affrontano i nostri aspiranti nuotatori, e dopo qualche difficoltà iniziale, ognuno trova conforto nella disgrazia dell’altro, trasformando lo spogliatoio della piscina in un luogo di confronto e di conforto.

Peccato perché il potenziale comico del cast era notevole e le poche scene davvero ispirate sono esilaranti e trascinanti, probabilmente affidate al talento recitativo dei protagonisti.

Le giurie di Venezia 2010

Sarà Quentin Tarantino a presiedere la giuria del Concorso internazionale di lungometraggi del Festival di Venezia 2010.