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Le Gemme dell’Infinito, l’Occhio di Agamotto e Heimdall, facciamo il punto

La scena post-credits di Avengers Age of Ultron aveva reso la situazione molto chiara. Per prepararsi al meglio alla guerra che ci sarà in Avengers Infinity War, il titano pazzo Thanos ha deciso di fare da solo e di collezionare le Gemme dell’Infinito in autonomia, senza affidarsi a scagnozzi o tirapiedi (vedi Ronan in Guardiani della Galassia).

La scena di cui sopra vedeva il Titano afferrare il Guanto sinistro, privo di Gemme (il destro lo avevamo già intravisto nel 2011, in Thor). Esattamente, quelle Gemme che sono state sapientemente sparpagliate nel MCU e che a breve vedremo tutte riunite, forse su quello stesso Guanto.

Ma andiamo con ordine: nella mitologia del MCU, le Gemme dell’Infinito “sono i resti di sei diverse singolarità che esistevano prima del Big Bang e sono state compresse nelle Gemme dopo la nascita dell’Universo.”

Dove e quando abbiamo visto le Gemme dell’Infinito? E soprattutto quali di esse hanno già esordito al cinema? Fino a questo momento il MCU ci ha raccontato di quattro Gemme su sei.gemme dell'infinito

  • Gemma dello Spazio (blu): è contenuta nel Tesseract, appare brevemente nella scena dopo i titoli di coda di Thor, poi in Captain America Il primo Vendicatore (2011), dove viene usata da Teschio Rosso per potenziare le armi dell’HYDRA, e in The Avengers (2012), dove viene usata da Loki per aprire il portale a New York da cui proviene l’esercito dei Chitauri, alla fine viene ricollocata nella stanza dei trofei di Asgard.
  • Gemma della Mente (giallo): incastonata nello scettro di Loki, che la utilizza per controllare la mente delle persone in The Avengers (2012), l’arma viene poi presa dal Barone Strucker che, come mostrato nella scena a metà dei titoli di coda di Captain America The Winter Soldier (2014), la utilizza per effettuare degli esperimenti sugli esseri umani, i cui unici due sopravvissuti sono i gemelli Quicksilver e Scarlet Witch, dopodiché viene incorporata da Ultron nella fronte dell’androide Visione.
  • Gemma della Realtà (rosso): contenuta nell’arma semi-fluida chiamata Aether, che viene consegnata da Volstagg e Lady Sif al Collezionista nella scena a metà dei titoli di coda di Thor The Dark World (2013), in modo che possa essere tenuta al sicuro e lontana dal Tesseract, poiché, se lasciate vicine, sarebbero un pericolo.
  • Gemma del Potere (viola): contenuta nell’Orb, una sfera ricercata da Ronan per conto di Thanos in Guardiani della Galassia (2014). Viene consegnata dai Guardiani della Galassia ai Nova Corps in modo che possa essere tenuta al sicuro.

collezionistaFino a questo momento è tutto quello che sappiamo con certezza in merito alle Gemme, che, lo ricordiamo, sono state nominate chiaramente soltanto una volta, dal Collezionista, nel momento in cui Star Lord e compagni, in Guardiani della Galassia, gli consegnano l’Orb per capire cosa contiene.

occhio di agamottoA novembre arriva al cinema Doctor Strange, il film Marvel Studios numero 14, e sappiamo, dalle dichiarazioni che sono state rilasciate sul set da Barry Gibbs, responsabile del design di oggetti, armi e materiali di scena, che l’Occhio di Agamotto, magico pendaglio indossato dallo Stregone Supremo, contiene in realtà una pietra dai riflessi opalescenti ma tendenti al verde. Kevin Feige ha inoltre dichiarato tempo addietro che l’Occhio di Agamotto consente a Strange di manipolare il tempo. Se ue indizi fanno una prova, la risposta è semplice: l’Occhio di Agamotto contiene un’altra Gemma, probabilmente quella del Tempo.

Non resta ora che trovare quella dell’Anima, che cattura e manipola le anime. La rete, si sa, è piena di curiosità e congetture, e navigando alla ricerca di storie e notizie sulle Gemme dell’Infinito abbiamo trovato questa immagine che ci suggerirebbe la presenza dell’ultima Gemma da qualche parte (forse incastonata nella parte frontale della sua armatura) addosso a Heidmall, il guardiano del Bifrost, che troveremo di nuovo in Thor Ragnarok.

Gemme dell'Infinito contenitoriOra, con tabella di marcia alla mano, sappiamo che la Gemma dell’Anima potrà comparire soltanto in altri quattro film, prima dell’arrivo di Avengers Infinity War: nell’ordine si tratta di Guardiani della Galassia Vol. 2, Spider-Man Homecoming, Thor Ragnaroke Black Panther.

Escludendo gli “esordienti” Spider-Man e Black Panther, e considerando che già una Gemma, l’Orb, ha fatto il suo esordio con i Guardiani, potrebbe essere plausibile che l’ultimo gioiello spaziale si possa rintracciare in qualche modo in Ragnarok.

Questo vuol dire chiaramente che sapremo esattamente dove sono le Gemme e sapremo in quali post Thanos dovrà andare a cercare per completare il suo Guanto dell’Infinito e dare davvero inizio a quella guerra tanto temuta e già annunciata dal titolo del film che chiuderà la Fase 3 della Marvel.

Le gemelle Avellan nel cast di Machete Kills!

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Le gemelle Avellan, Electra ed Elise, diventate celebri per aver partecipato a Grindhouse – Planet Terror di Robert Rodriguez e Grindhouse – A prova di morte di Quentin Tarantino, vestiranno di nuovo i panni delle due pericolose infermiere Mona e Lisa nel sequel di Machete.

Le Gang des Amazones: recensione del film di Melissa Drigeard – #NoirFest2025

Si apre con una storia vera il concorso internazionale della 35ª edizione del Noir in Festival: quella della banda delle Amazzoni, che tra il 1989 e il 1990 rapinò sette banche gettando in forte agitazione la provincia di Avignone, in Francia. Una banda composta da sole donne, le cui motivazioni dietro quelle gesta portarono alla luce un desolante ritratto del rapporto tra individuo e Stato. Una vicenda ora riproposta dalla regista Melissa Drigeard, che con Le Gang des Amazones va dunque a scavare nel contesto in cui gli eventi sono avvenuti, proponendo così una rilettura che dà molto su cui riflettere.

La vicenda della gang delle Amazzoni è in realtà stata già la fonte d’ispirazione per un film, italiano in questo caso. Si tratta di Brave ragazze (qui la recensione), diretto nel 2019 da Michela Andreozzi e con protagoniste Ambra Angiolini, Ilenia Pastorelli, Serena Rossi e Silvia d’Amico. In quel caso però la vicenda viene rielaborata con spunti di originalità, mentre per il suo quarto lungometraggio Drigeard punta ad una maggiore aderenza al reale, ma anche a sottoporre con maggior durezza la domanda alla base del film: quanto è grave l’illecito che si commette per difendersi da uno Stato che non protegge i suoi cittadini?

La trama di Le Gang de Amazones

Inizi degli anni ’90: cinque ragazze, amiche d’infanzia, rapinano sette banche nella regione di Avignone. La stampa le soprannomina La banda delle amazzoni, anche se non si sono mai viste donne rapinatrici di banche e il fatto suscita ancor più clamore quando vengono arrestate. Sono ragazze semplici, di diversa estrazione sociale, mamme in cerca di sostegno economico, adolescenti a caccia di un sogno di benessere. Il film segue non tanto la cadenza sempre più ravvicinata delle rapine, quanto un processo che ha tenuto col fiato sospeso tutta la Francia.

Lyna Khoudri in Le Gang des Amazones
Lyna Khoudri in Le Gang des Amazones

Raccontare la gang delle Amazzoni

La regista sembra ben consapevole del valore e anche dell’attualità di questo racconto, motivo per cui sceglie di abbracciarlo nella sua interezza, restituendolo al pubblico con un fare quasi documentaristico. Sin dalle prime scene ci porta dunque con sé nel seguire le sue protagoniste, le loro vite e soprattutto le loro difficoltà. Difficoltà di cui molto spesso non hanno colpe, ritrovandosi invece a dover pagare per gli errori altrui. Nel presentarci in questo modo le cinque protagoniste di quello che è un film quasi interamente femminile (i pochi uomini sono immaturi o assenti), Drigeard vuole subito porci dalla loro parte.

Ma non le occorre calcare la mano per far emergere la gravità della situazione, che spinge facilmente ad empatizzare con Katy (Lyna Khoudri), Hélène (Izïa Higelin), Laurence (Laura Felpin), Carole (Mallory Wanecque) e Malika (Kenza Fortas). Consapevole anche di questo, la regista può permettersi di dar luogo ad un racconto asciutto, senza eccessi stilistici né enfasi, che non ha bisogno di spingere sull’acceleratore del ritmo per coinvolgere il pubblico. Non le occorre neanche arrischiarsi in una pericolosa esaltazione della violenza, relegandola anzi a poche scene. Le bastano invece mirate scelte di messa in scena (tra primi piani, linguaggio del corpo e uso degli ambienti) per portare alla luce il mondo interiore delle protagoniste e dire quanto le occorre.

Lo si evince ad esempio nella scena dedicata ad Hélène, quella in cui chiede spiegazioni per l’assegno di mantenimento ridotto a causa di un errore dello Stato. Un unico piano fisso su di lei, sul suo volto che si propone gentile ma su cui progressivamente si dipingono rabbia, dolore e paura. In effetti, è proprio Izïa Higelin a spiccare sulle sue colleghe co-protagoniste, tutte comunque bravissime e convincenti). Le loro interpretazioni conferiscono ulteriore realismo al racconto, permettendoci di vedere le donne prima delle amazzoni. Donne che amano, sperano e soffrono. Ed è qui che si trova racchiuso il senso del film.

Le Gang des Amazones film
Una scena del film Le Gang des Amazones

Le Gang de Amazones offre domande, non risposte

Quello di Drigeard è dunque un racconto che vuole suscitare domande e spingere a riflessioni. Sebbene la regista miri a questo obiettivo senza abbandonarsi ad un’enfasi distraente, talvolta si ha la sensazione di star assistendo ad alcune lungaggini che appesantiscono un po’ la narrazione. Una sensazione che si ha soprattutto nell’ultimo atto del film, dedicato al processo alle cinque protagoniste. Certo, è chiaro l’intento di voler raccontare anche il clamore di quelle udienze, che ebbero grande seguito, ma una maggiore condensazione avrebbe potuto forse giovare al film senza nulla togliergli.

In ogni caso, Le Gang des Amazones riesce ad essere un’opera di grande impatto, capace di emozionare e far indignare quando serve. Lancia soprattutto un monito che trent’anni dopo risulta ancora attuale, ovvero la pericolosità di una sempre maggiore sfiducia nelle istituzioni. Sfiducia che può portare ad atti sconsiderati e con forti conseguenze per chi ne viene coinvolto (convincente in tal senso la scelta di far ascoltare anche i testimoni delle rapine), ma che diventa sempre più difficile giudicare in modo completamente negativo. Il film, in questo non offre risposte facili, ma invita a considerare le tante sfumature esistenti tra nero e bianco.

Le foto di Scarlett Johansson nuda

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Dopo aver denunciato lo scorso Marzo all’FBI che il suo Iphone era stato hackerato, le foto che l’attrice si era fatta senza veli a casa sua sono ora state diffuse in rete.

Le foto della premiere di Burt Wonderstone con Jim Carrey

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Domani, 15 marzo, le sale di tutti gli Stati Uniti vedranno l’uscita del nuovo film della Warner Bros, diretto da Don ScardinoThe Incredible Burt Wonderstone. Un film che promette davvero bene, soprattutto dando un’occhiata al cast, decisamente importante, infarcito di grossi nomi come Jim Carrey e Steve Buscemi, oltre a Steve Carrell, Olivia Wilde, James Gandolfini e Alan Arkin.

La pellicola segue le vicende di Burt Wonderstone (interpretato da Steve Carrell) e Anton Marvelton (Steve Buscemi) due illusionisti sulla cresta dell’onda, che animano e intrattengono Las Vegas con le loro strabilianti esibizioni. I due, nonostante le apparenze e l’impressione che danno in pubblico, non si sopportano e la loro collaborazione mostrerà ben presto delle crepe. Le cose precipiteranno quando un artista di stada, Steve Gray (Jim Carrey), comincia a conquistare notorietà, oscurando gradualmente i più esperti colleghi. Burt dovrà così appassionarsi di nuovo come un tempo alla magia e al suo lavoro per tornare ad essere apprezzato dal pubblico.

Il giorno dell’uscita italiana del film non è ancora stata comunicata, ma intanto arrivano le foto del red carpet tenutosi pochi giorni fa a Los Angeles, direttamente dalla Warner Bros via Twitter, aspettando domani per osservare le prime reazioni del pubblico americano.

Le foto della premiere a Tokyo di Star Wars Il Risveglio della Forza

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Si è tenuta a Tokyo ieri una delle prime premiere di Star Wars Il Risveglio della Forza di JJ Abrams, e oltre al regista anche il cast di giovani leve ha infiammato la platea:

LEGGI ANCHE: Star Wars Il Risveglio della Forza: la premiere sarà più grande degli Oscar

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Star Wars Il Risveglio della Forza uscirà sul grande schermo il 18 dicembre 2015 con un cast che include il ritorno di Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Anthony Daniels, Peter Mayhew e Kenny Baker con le nuove aggiunte John BoyegaDaisy RidleyAdam DriverOscar IsaacAndy SerkisDomhnall GleesonLupita Nyong’oGwendoline Christie Max von Sydow.

Le foto dei collectible di Django Unchained di Tarantino!

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Le foto dei collectible di Django Unchained di Tarantino!

Ecco le foto dei collectible di Django Unchained, il nuovo film uscito questa settimana di Quentin Tarantino. I Toys saranno disponibili all’acquisto già da subito per tutti i fan che lo riterranno indispensabile: 

Le foto dal set di Harry Potter rivelano un importante cambiamento di Voldemort rispetto ai libri

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Nuove foto dal set della serie HBO Harry Potter anticipano un cambiamento fondamentale di Voldemort rispetto al primo libro. Le riprese della serie sono in pieno svolgimento e sono trapelate alcune foto dal set che rivelano scene e personaggi chiave ricreati per il grande schermo. Recentemente è stato svelato il Silente di John Lithgow, così come l’uso di King’s Crossing per il binario nove e tre quarti.

Ora, nuove immagini sembrano mostrare Godric’s Hollow, il luogo dove il giovane Harry viveva con i suoi genitori quando era bambino. Le immagini indicano che il villaggio sta festeggiando Halloween, grazie alla moltitudine di bambini che camminano per le strade in costume. Anche le auto d’epoca sono allineate lungo le strade, indicando che questa scena si svolge nel passato.

Guarda qui le foto dal set della serie Harry Potter.

Sebbene questa scena sia un elemento chiave della saga di Harry Potter, viene menzionata solo nel primo libro, La pietra filosofale, mentre il settimo e ultimo libro, I doni della morte, torna indietro nel tempo per mostrare gli eventi di quella fatidica notte in cui Voldemort tentò di uccidere Harry e riuscì a uccidere i suoi genitori, Lily e James.

Altre foto dal set hanno anche indicato dei cambiamenti rispetto al materiale originale. Lithgow nei panni di Silente è stato visto girare su una spiaggia, una scena che non è inclusa nel primo libro, ma che suggerisce il potenziale coinvolgimento degli Horcrux nelle prime fasi della serie live-action.

Questi cambiamenti impliciti suggeriscono che la serie Harry Potter avrà una portata più ampia quando uscirà nel 2026. Con ogni stagione composta da più episodi, la serie ha l’opportunità di gettare le basi per i punti salienti della trama in un modo che i film non hanno potuto fare con la loro durata ridotta.

Tuttavia, anche il primo film includeva un flashback di quella fatidica notte a Godric’s Hollow, anche se era limitato principalmente alla casa dei Potter piuttosto che a Godric’s Hollow nel suo complesso. Se queste foto indicano davvero che la prima stagione di Harry Potter della HBO amplierà ciò che sappiamo di quella notte, allora ciò confermerebbe altre prove che la serie si sta espandendo oltre le pagine dei romanzi.

Questo sicuramente attenuerebbe le critiche alla serie. Molti hanno messo in discussione il senso della costosa impresa della HBO, dato che le prime immagini della serie indicano una sorprendente somiglianza con i film. Se la serie ampliasse la storia in modi non ancora visti sullo schermo, allevierebbe le preoccupazioni che la serie possa essere solo un rifacimento di ciò che il pubblico già conosce.

Le Follie dell’Imperatore: recensione del film

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Le Follie dell’Imperatore: recensione del film

La recensione del film d’animazione Le Follie dell’Imperatore di Mark Dindal con le voci di David Spade (Kuzco); John Goodman (Pacha); Eartha Kitt (Yzma); Patrick Warburton (Kronk).

Sinossi: Kuzco, giovane e viziato imperatore di una civiltà ignota e fantastica, viene trasformato per sbaglio in lama da Yzma, la sua perfida consigliera che intendeva invece ucciderlo. Con l’aiuto dell’allevatore Pacha, l’imperatore Kuzco farà di tutto per ritornare alla sua regia e riacquistare le sue sembianze umane.

Le Follie dell’Imperatore: recensione del film

Le Follie dell’Imperatore, 40° lungometraggio di casa Disney, si differenzia dai prodotti standard della famosa casa di produzione ”per ragazzi” per l’atipicità della struttura e soprattutto dei contenuti che si rivelano principalmente divisi su due fronti: il lato comico, accentuato soprattutto dai personaggi “cattivi” Yzma e Kronk, e il lato avventuroso, che si risolve in inseguimenti e cacce al tesoro tipiche più dei personaggi animati della Warner Bros che degli eroi Disney.

Il punto forte de Le Follie dell’Imperatore è senza dubbio il lato comico che nella persona di Kuzco raggiunge picchi addirittura sarcastici, più adatti sicuramente ad un pubblico adulto che a bambini. La cura del dettaglio e dei caratteri fa di Le Follie dell’Imperatore uno dei film più interessanti del panorama Disney, proprio per l‘atipicità che lo contraddistingue, l’irriverenza che fa le boccacce a tutte le romantiche ed eroiche storie fino ad ora proposte, ma che non rinuncia nel finale al buonismo del viaggio di iniziazione durante il quale il giovane e viziato imperatore impara ad apprezzare il valore dell’amicizia e della semplicità, l’umiltà di essere una persona normale pur essendo imperatore, la capacità di prendersi le proprie responsabilità senza demandare ad altri i propri doveri.

A metà strada tra La Bella e La Bestia e Il Re Leone, strizzando l’occhio al pubblico, al quale spesso si ci rivolge direttamente, Le Follie dell’Imperatore, è un piccolo gioiello nella sterminata e preziosa produzione Disney, che diverte senza pretendere. Notevole nella traduzione italiana il doppiaggio della Marchesini per il bellissimo personaggio di Yzma.

Le fate ignoranti: recensione della serie di Ferzan Ozpetek

Le fate ignoranti: recensione della serie di Ferzan Ozpetek

Il 13 aprile uscirà sulla piattaforma Disney+ la serie tv Le fate ignoranti, tratta proprio da quello che fu il film nell’anno 2001. Diretta ovviamente da Ferzan Ozpetek, che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme all’inseparabile Gianni Romoli, Carlotta Corradi e Massimo Bacchini, riprendendo sostanzialmente la storia originaria ma cambiando tutto il cast, eccezion fatta per l’iconica Serra Yilmaz.

La Disney ha iniziato a scegliere di proporre nel proprio catalogo almeno la metà dei contenuti che siano inerenti all’inclusività, e che quindi portino alla luce minoranze di ogni sorta. Ed ecco dunque spalancarsi le porte alla prima serie originale italiana Disney, che, tra l’altro, sarà disponibile all’interno della sezione Star.

Uno dei principali aspetti ad essere decisamente curiosi ad un primo sguardo alle sequenze iniziali, è la differenza d’età dell’impatto di determinati argomenti: a partire dal tradimento, fino ad arrivare alle tematiche LGBT+. L’ampio respiro che poteva respirarsi nel film del 2001, oggi ha una vaga aria cupa, quasi di un piccolo microcosmo cristallizzato sulla terrazza di un quartiere soleggiato a sud di Roma.

Le fate ignoranti, un microcosmo cristallizzato

Antonia (Cristiana Capotondi) è sposata con Massimo (Luca Argentero), che un bel giorno incontra Michele (Eduardo Scarpetta) che abita in un vivace condominio la cui amministratrice è Serra (Yilmaz, l’adorabile attrice feticcio di Ozpetek) e dove transitano tante briose personalità, tra cui Annamaria e Roberta (Ambra Angiolini e Anna Ferzetti), Mara e Luisella (Lilith Primavera e Paola Minaccioni) e Luciano e Riccardo (Filippo Scicchitano e Edoardo Purgatori). I due mondi s’incroceranno inevitabilmente ma, soprattutto, per usare le stesse parole in voice over di Luca Argentero: dopo ogni morte c’è una rinascita. E qua ce ne saranno più di una, di rinascite, chiaramente.

Infatti, Le fate ignoranti spalmato su otto episodi, è innegabile che sia godibile e che in parte rievochi la versione filmica di vent’anni fa, con quella leggerezza che inaspettata giungeva dalle labbra di qualche personaggio attinto dagli archivi di Pedro Almodovar. Ma è evidente che oggi tutto assuma una debolezza congenita, se non, addirittura, una punta di anacronismo.

Nel 2001 la rigidità espressa da Margherita Buy veniva guidata con gradualità all’interno di un’umanità nuova, e la novità era vissuta da ambo i lati: da chi la scopriva e da chi si faceva scoprire. E nella presentazione di ogni possibile sfaccettatura, la dolcezza e la fragilità dei due universi diventava il linguaggio comune, che lasciava parlare la sola cosa che contasse veramente in tutta la storia: il bisogno di essere sinceramente amati.

le fate ignorante castIl sottotesto del 2022 è molto diverso da quello del 2001

Nel 2022 è praticamente cambiato tutto il sottotesto. Le relazioni si allacciano e slacciano lasciando i personaggi implicati fissi nel proprio individualismo, che godono sì dell’altro e ne desiderano follemente la presenza, ma solo per abboffarsi il tempo necessario e poi congedarsi velocemente. E nessuno ne soffre, piuttosto a far male è il bisogno insoddisfatto, non la mancanza dell’altro in quanto tale.

Ma è chiaro che il problema non sia certo sulla forma, bensì nei contenuti. Per quanto anche gli attori, talvolta, sembra che interpretino la propria parte senza davvero entrare in relazione tra loro veramente, persino nella recitazione. Il quartiere Ostiense a Roma, così caro a Ferzan Ozpetek, ospita ancora creature umane alla disperata ricerca di qualche stralcio d’amore, ma trovandole tutte disperse, smarrite, e soprattutto ignare di ogni cosa: a replicare una formula che era stata efficace un tempo, ma che oggi non funziona più.

Dal punto di vista estetico la serie Le fate ignoranti racconta un mondo visto e stravisto, nel quale il cinismo di Perfetti sconosciuti del 2016 di Paolo Genovese, ad esempio, è già dato per assunto. E, probabilmente, è proprio a partire da un maggiore realismo relazionale che racconti del genere possono funzionare. Al di là di ogni tema a favore dell’inclusività.

Le fate ignoranti, Ferzan Ozpetek presenta la serie Star per Disney+

Oggi a Roma c’è stata la presentazione in anteprima delle due puntate iniziali della serie tv Le fate ignoranti, sviluppata dall’omonimo film del 2001. Diretta sempre festosamente da Ferzan Özpetek, è il primo prodotto originale italiano di Disney+, che comparirà nella sezione Star a partire dal 13 aprile in cinquanta Paesi.

A presenziare all’evento, oltre al regista, anche quasi tutto il cast: Eduardo Scarpetta che interpreta Michele, il ruolo che fu di Stefano Accorsi, Cristiana Capotondi nei panni di Antonia, che era stata Margherita Buy, Ambra Angiolini e Anna Ferzetti, che nella serie sono una coppia, Carla Signoris che è Veronica, la mamma di Antonia e, naturalmente l’incommensurabile Serra Yilmaz. Assenti Luca Argentero, che veste i panni di Massimo, marito di Antonia, e Paola Minaccioni.

Ozpetek inizia subito col raccontare che, con gli ormai vent’anni trascorsi dall’uscita del film, di differenze su alcune sfumature nei toni della storia, se ne vedono eccome. In particolare rispetto alle reazioni dei personaggi di fronte agli eventi: «Se ora scoprissi che il marito di una tua amica sta anche insieme ad un’altra la tua reazione con ottime probabilità sarebbe: “Ah ok, e allora?”. Quindi oggi la difficoltà è stata raccontare che gli amanti de Le fate ignoranti appartengono a due mondi diversi e spiegare che non potessero effettivamente stare insieme. Vent’anni fa era ancora comprensibile. Ad ogni modo la fortuna che ho avuto nel lavorare con la Disney è stata la grande elasticità che mi hanno dato sulla sceneggiatura: se qualcosa non mi convinceva potevo cambiarla anche in corso d’opera».

Interviene Gianni Romoli, che anche questa volta ha lavorato alla scrittura, confermando e ribadendo che narrare Le fate ignoranti all’inizio del secondo millennio aveva significato mostrare tutto il desiderio di scoperta che si respirava allora, specialmente verso le diversità, «tant’è che il punto di vista era quello di Antonia», spiega Romoli, «una borghese che dava la possibilità al pubblico di identificarsene, potendo essere introdotto man mano in una realtà che allora era nuova. Adesso non è più così. I punti di vista sono molti di più, si parla di un gruppo che, anziché spingersi e aprirsi all’esterno, si ripara e diventa rifugio».

«Quando era uscito il film le Torri Gemelle non erano ancora crollate. Da allora la chiusura è stata sempre maggiore, lo sguardo della gente sul mondo è cambiato», aggiunge il regista.

Il discorso poi si sposta verso la scelta del cast che, con la sola eccezione di Serra Yilmaz, è cambiato interamente: «Ho avuto la fortuna di lavorare con persone meravigliose», dice Ozpetek, «mi innamoro sempre di ognuno di loro, così come spero che loro lo siano di me!», esclama ridendo, «quando li scelgo mi devono comunicare qualcosa. Io mi adeguo al loro carattere: penso che non sia l’attore a dover entrare nel personaggio, ma il personaggio che debba costruirsi sull’attore. Ho visto che è un metodo di lavoro che li rende più efficaci».

Intervengono quindi Ambra Angiolini e Anna Ferzetti, definendo semplice il loro percorso nella costruzione della relazione che le lega nella serie, avendo entrambe puntato a fare solo la coppia innamorata. Prende la parola Ozpetek che dice con sarcasmo di aver ricevuto una telefonata da Pierfrancesco Favino, marito di Anna Ferzetti, che gli chiedeva cos’avesse fatto alla moglie, dal momento che sembrava essere diventata un’altra. E, dopo le risate di tutto il cast, Ferzetti spiega che il lavoro che il regista le ha proposto di fare nella realizzazione del personaggio, era partito già dal cambio di look e l’ha coinvolta molto profondamente: «Gli sconvolgimenti che faccio sulle attrici le fanno diventare delle pazze. Avrei dovuto fare il parrucchiere», conclude il regista, accompagnato ancora dalle risate di tutti. «Con Ozpetek è bellissimo lavorare», aggiunge Carla Signoris, «perché la concentrazione è tanta, ma c’è anche moltissima leggerezza».

Il regista, poi, parla del suo rapporto con Mina, che ha spesso contribuito nel suo lavoro anche dandogli preziosi pareri personali, e la descrive quasi come una strega con poteri da sensitiva. La sigla della serie è cantata da lei, con l’inedito pezzo “Buttare l’amore”, che ha voluto regalare ad Ozpetek per omaggiare lui e il bel rapporto che li lega. Tra pochi giorni ne verrà presentato il videoclip, rivela: «Mina mi emoziona sempre tanto».

Le fantome d’Ismael: recensione del film con Marion Cotillard #Cannes70

Realizzare oggi un film che sia originale dalla prima riga di sceneggiatura sino all’ultima è impresa quasi impossibile, e Arnaud Desplechin con il suo ultimo lavoro Le fantome d’Ismael neppure ci prova a farlo. Il suo cinema ha sempre puntato, e punta ancora adesso, a tutt’altro: a una scrittura complessa, emozionale, giocosa, a una direzione solida degli attori, ad inquadrature in grado di raccontare e creare atmosfere anche in silenzio.

Se Olvier Assayas allo scorso Festival di Cannes, il numero 69, ha raccontato i fantasmi attraverso gli smartphone e gli abiti di lusso, l’autore di Racconto di Natale sceglie oggi temi più inflazionati come l’amore, la nostalgia, l’arte, i sogni infranti e perduti, il riscatto, scegliendo un registro a dir poco particolare. Le linee di trama ci sono, ma non sono affatto fondamentali, ci trasportano avanti e indietro nel tempo come a voler risvegliare ricordi ormai sopiti, lo sfondo perfetto per un racconto fatto di volti, di carne e sangue, di passione e occasioni perdute.

Le fantome d'IsmaelIn Le fantome d’Ismael Charlotte è scomparsa da vent’anni, riposa in una tomba vuota e umida, poiché il suo corpo in realtà non è mai stato ritrovato; defunta solo per comodità legale, per egoismo di chi l’ha cercata per anni, invano. Charlotte invece è viva e vegeta, è soltanto scappata a vent’anni da una vita che la rendeva infelice, appesantita, e ora ha deciso di tornare senza dire niente a nessuno. Della sua vita passata sono rimaste soltanto macerie, un marito distrutto e un padre anziano ormai senza speranza, legato solo a vecchie e sfocate fotografie, è però forte la sua voglia di ricostruire tutto dalle fondamenta.

Ismael, quello che era l’uomo della sua vita, si è ora risposato, ma poco importa con il grande piano di Charlotte, anche perché è forte il dubbio che tutto questo – il ritorno in grande stile alla vecchia vita – sia soltanto mentale, ideale. È sempre Ismael, artista e regista nevrotico, schizzato e trasandato, a inventare tutto con minuzia di dettagli. Questo Desplechin non ce lo dice in modo esplicito, ma basta rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle che abbiamo a disposizione, uniti insieme soprattuto nel finale d’opera, durante il quale lo stesso protagonista paragona il suo film-dentro-il-film – e così la sua vita –  ad un dipinto di Jackson Pollock. Nelle linee apparentemente astratte e insensate si nasconde invece la ragione, la poesia, la linearità della vita.

Le fantome d'IsmaelProbabilmente per questo motivo il regista francese confeziona un film slegato in superficie, un omaggio al cinema noir e alla “nuova ondata” d’oltralpe con uno scopo ben preciso fra le righe, diretto con rigore stilistico e licenze poetiche sparse qua e là. La sua macchina da presa danza, gioca, gira su se stessa e crea dipinti dinamici, atmosfere emozionanti e momenti passionali, tutti rafforzati dagli ottimi interpreti. Charlotte Gainsburg e Marion Cotillard sono nemiche eppure complici, opposte eppure simili, portano a compimento la loro missione con grazia e sensibilità, soprattutto la prima – a cui è affidato l’intimo l’epilogo. A dirigere l’orchestra però è Mathieu Amalric, una vera e propria scheggia impazzita che genera paure e ricordi, fantasmi e desideri usando il corpo e la voce.

Le fantome d’Ismael finisce dunque per essere un viaggio mistico nella mente del suo protagonista folle e traumatizzato, dei suoi incubi ricorrenti e vividi, narrato con un linguaggio cinematografico che colpisce ognuno in modo soggettivo. Un inno visionario al fluire irrefrenabile della vita, che ha sempre un piano B e un modo per risorgere dalle sue stesse ceneri.

Le famiglie più complicate della televisione

Le famiglie più complicate della televisione

Lannister, White, Soprano, Collins. Sono tantissime le famgilie della tv ad avere dei problemi, delle difficoltà e a loro modo delle stranezze. Ecco di seguito le famiglie più problematiche della televisione!

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Famiglie della tvDa Game of Thrones, che struttura la sua trama intricata sull’intreccio delle stesse, a I Soprano, in cui è la protagnista della serie, passando per Mad Men e Dark Shadows, la famiglia in tv è sempre stato un ottimo ambito per mettere in scena problemi e drammi, situazioni divertenti e ogni tipo di dinamica.

Le eroine action più sexy del cinema [FOTO]

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I personaggi femminili forti e combattivi sono la linfa vitale di moltissimi franchise cinematografici. Se poi queste eroine appartengono anche al genere action, sono sempre donne magnifiche, autonome, forti, pericolose, che stimolano non solo la fantasia degli spettatori, ma anche la simpatia delle spettatrici. Ecco di seguito una gallery delle eroine action del cinema:

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Tra queste, una delle più note e amate è senza dubbio Sigourney Weaver, la Ripley che le ha suonate di santa ragione agli alieni per un paio di decenni, in giro per lo spazio; oppure la giovane Vedova Nera/Scarlett Johansson, che sicuramente non ha bisogno del fidanzato per farsi rispettare. E che dire della sexy vampira Kate Backinsale? O Milla Jovovich nei panni di Alice? Ma l’elenco è lungo e tra le famose protagoniste dei franchise citati ci sono anche personaggi che hanno fatto una fugace apparizione in ruoli action, ma che sono diventate comunque icone di un genere: Charlize Theron in Aeon Flux, Olivia Wilde in Tron Legacy, Jessica Alba ne I Fantastici 4, oppure la cara Anne Hathaway nei panni di Selina Kyle per Il Cavaliere Oscuro il Ritorno.

Qual è la vostra preferita?eroine action

Le Easter Eggs nascoste nei costumi di famosi film

Le Easter Eggs nascoste nei costumi di famosi film

Il lavoro del costumista è sempre interessante ma qualche volta diventa vero e proprio scrigno di dettagli e particolari sui film. In particolare, di seguito potete vedere sei Easter Eggs nascoste in altrettanti costumi di film famosi che rimandano a insospettabili (quasi) retroscena o riferimenti culturali.

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Le due vite di Ben Affleck

Le due vite di Ben Affleck

Da uno spot di 30 secondi per il Burger King all’Oscar per il miglior film, annunciato niente meno che dalla first lady Michelle Obama: nel giro di vent’anni, Ben Affleck è riuscito a raggiungere vette insperate di carriera.

Classe 1992, Affleck inizia giovanissimo a coltivare il sogno di fare l’attore. Certo era in buona compagnia: sin dalla più tenera età, stringe infatti amicizia con un bambino di due anni più grande, un certo Matthew Damon, con le stesse identiche velleità. Il loro sodalizio artistico ed esistenziale crescerà negli anni, tanto che anche ad oggi, i due si definiscono (e non abbiamo elementi per pensare il contrario) migliori amici. Dopo aver ottenuto il diploma alla Cambridge Rindge and Latin High School, Ben abbandona gli studi universitari intrapresi senza troppa convinzione e decide di dedicarsi interamente alla recitazione. A quei tempi, ben pochi avrebbero scommesso su di lui: il suo viso da belloccio e l’apparente inespressività lo facevano quotare inizialmente come attore da soap-opera. Non per niente nel 1992 compariva nel cast di Buffy-L’ammazzavampiri nel ruolo di un giocatore di basket alquanto ininfluente.

Nello stesso anno ottiene una parte in Scuola d’onore di Robert Mandel, film che sarebbe caduto nell’oblio se non avesse avuto il merito di lanciare le carriere di Matt Damon, Chris O’Donnel e dello stesso Affleck. Negli anni immediatamente successivi l’aspirante attore stenta a ottenere parti decenti, e gira film mediocri come La vita è un sogno di Richard Linklater (1993) e Ultimo appello di Rich Wilkes (1996), per la prima volta nel ruolo da protagonista.

Il tanto agognato successo arriva come un tuono nel 1997, sotto la guida della fine regia di Gus Vas Sant nella pellicola indipendente Will Hunting – Genio ribelle, dove recita con l’inseparabile Matt. Le performance di entrambi sono eccezionali e decisamente toccanti, ma la vera sorpresa sta nella sceneggiatura scritta a quattro mani proprio dai due amici, un lavoro che li porterà dritti sul palco dell’Academy per ricevere il premio per la Miglior sceneggiatura originale; non male come traguardo per due venticinquenni fino ad ora considerati dei dilettanti. Fino ad ora, appunto: dopo l’Oscar la loro strada per raggiungere la fama di stelle è spianata, e Ben ottiene subito una parte nel fortunato Shakespeare in love (1998) di John Madden, dove conosce la futura fidanzata Gwyneth Paltrow, con cui rimarrà legato per circa un anno. Arrivano poi i grandi blockbuster diretti dal regista Michael Bay, grazie ai quali Affleck impone il suo nome all’intero star system hollywoodiano: il catastrofico Armageddon – Giudizio finale (1998) e il colossal bellico Pearl Harbour (2001), che avrà un successo straordinario di pubblico in continua crescita. Nei due anni precedenti Ben aveva recitato insieme a Damon nel controverso Dogma di Kevin Smith (1999) e insieme all’ormai ex Gwyneth nel romantico Bounce (2001).

La popolarità ha però un rovescio della medaglia, e l’attore, afflitto da un vizio dell’alcol sempre meno controllabile, si fa rinchiudere di sua spontanea volontà nella Promises Rehabilitation Center di Malibù. Dopo essersi riabilitato e aver recitato in due o tre film dimenticabili, nel 2003 riveste la parte del supereroe in Daredevil di Mark Steven Johnson accanto alla futura moglie Jennifer Garner. Ma il colossale flop è ora dietro l’angolo, e porta il nome di Amore estremo – Tough love, imbarazzante film di Martin Brest che sulla locandina sfoggia il connubio Ben Affleck – Jennifer Lopez, nel frattempo diventati fidanzati anche nella vita. I due sembrano proprio inseparabili, tanto da essere soprannominati “Bennifer”; la chiacchieratissima coppia arriva a un passo dall’altare, Ben pazzo di lei compare nel provocatorio video della hit “Jenny from the block” e le regala un anello da 3 milioni e mezzo di dollari. Ma il rapporto si evolve tormentato, e la rottura totale arriva nel luglio 2004. La fine del loro rapporto è stata accolta con un respiro di sollievo dai fan di Ben, preoccupati per l’inarrestabile discesa della sua carriera sempre più trascurata: indimenticabile il disastro del secondo e ultimo film girato con la cantante ispanica, Jersey Girl di Kevin Smith.

Sarà un’altra Jennifer, la Garner, a risollevare la situazione, offrendo a Ben la stabilità di un amore incondizionato, probabilmente ciò di cui aveva più bisogno. I due si sposano nel 2005 e avranno tre figli, Violet Anne nello stesso anno, Seraphina Rose Elizabeth nel 2009, e l’ultimo, Samuel, nel febbraio 2012. Sostenuto dalla moglie, Ben sfodera un grande quanto inaspettato talento come regista: nel 2007 dirige il fratello Casey Affleck, Ed Harris e Morgan Freeman nel riuscitissimo Gone Baby Gone, un thriller dai temi delicati di cui firma anche la sceneggiatura. Nel 2010 scrive e gira The Town, riservando a se stesso la parte del protagonista.

Nel 2012 viene scelto da un regista del calibro di Terence Malick per rivestire il ruolo principale in To the Wonder, sua ultima fatica. Nello stesso anno dirige e produce Argo, sua consacrazione: la pellicola narra il non facile argomento del cosiddetto Canadian Caper, ossia l’operazione segreta congiunta tra Stati Uniti e Canada del 1979 per liberare, nell’ambito della crisi degli ostaggi, sei cittadini americani rifugiatisi nell’ambasciata canadese della capitale iraniana. In realtà il film è una vera e propria dichiarazione d’amore per il cinema e la sua forza rivoluzionaria, e qui Affleck da il meglio di sé anche come attore. Il film si aggiudica tre premi Oscar (Miglior film, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior montaggio), due Golden Globe e tre British Academy Film Awards. Nel discorso di ringraziamento agli Oscar, conclude sincero: “Non importa come sei caduto nella vita, perché succederà. L’importante è rialzarsi”.

Adesso lo aspettiamo al cinema con Runner Runner, film in cui recita la parte del cattivo accanto a Justin Timberlake e Gemma Arterton, un film dal quale non ci aspettiamo molto, ma in cui senza dubbio ci farà piacere ritrovareil nostro Ben.

E lui è riuscito senza dubbio a rialzarsi, con grinta e con spregiudicatezza, tanto che, dopo il trionfo dello scorso anno, ha deciso di rischiare il tutto per tutto e di accettare il ruolo del prossimo Batman cinematografico, comparendo nel prossimo film Batman vs Superman. La scelta, che a molti sembra azzardata, ci confermerà ancora una volta la grandissima capacità di Ben Affleck di trare il meglio da ogni situazione? Aspettiamo e vediamo, intanto noi facciamo il tifo per lui.

Le due vie del destino: recensione del film con Colin Firth

Le due vie del destino: recensione del film con Colin Firth

Le due vie del destino, tratto dalla vera storia di Eric Lomax, diventata anche un’autobiografia, ha due anime: romantica e atrocemente tragica e resta in bilico tra queste due vie, lasciandole entrambe poco approfondite in favore di un racconto di dolore, sì, ma anche di buoni sentimenti. La vicenda del protagonista – guerra e tortura subita, vendetta o perdono, epilogo – si dipana in modo fin troppo prevedibile, tanto consolatorio e buonista, da sembrare irrealistico, sebbene ispirato a una storia vera. A ciò contribuisce una sceneggiatura lacunosa, che non mostra il maturare delle decisioni, l’evolversi dei rapporti, ma piuttosto abbandona gli eventi a un accadere meccanico.

Ne Le due vie del destino Eric Lomax (Colin Firth) è un soldato britannico, fatto prigioniero dai giapponesi durante la Seconda Guerra mondiale e mandato in un campo di lavoro in Tailandia, a costruire la cosiddetta “Ferrovia della morte”. Qui assiste all’orrore ed è vittima di torture per aver costruito clandestinamente una radio. Anni dopo, in patria incontra Patti (Nicole Kidman) e con lei ritrova una normalità, ma i fantasmi del passato restano. Quando Patti viene a conoscenza di quanto Eric ha vissuto e del fatto che uno dei suoi aguzzini è ancora vivo, decide di farglielo sapere, per aiutarlo a chiudere i conti col suo passato.

Fotografia patinata, apertura da perfetta pellicola romantica: un gentleman scozzese con l’ossessione dei treni e l’incontro con la donna della sua vita. Poi i demoni del passato si riaffacciano, attraverso flashback che illustrano la prigionia di Eric. Ma il regista non vuole far troppo male allo spettatore, manca il vero pugno allo stomaco. È questa la scelta dell’australiano Jonathan Teplitzky, al suo quarto lavoro. In alcune scene di tortura o pestaggio, ad esempio, si concentra sul volto dell’aguzzino e sostituisce il sonoro realistico con un tappeto musicale enfatico, o mostra i risultati delle torture, ma non le torture stesse. Non vediamo poi, se non in qualche fugace scena, la quotidianità della vita nel campo, il vero lavoro forzato, la morte. Ci si concentra su singoli episodi, ma manca un contesto dettagliato, necessario per creare una reale partecipazione.

Anche il filone narrativo che riguarda la coppia non è sufficientemente approfondito: alla Kidman, di fatto, un ruolo di moglie più marginale di quanto ripetute dichiarazioni all’interno del film le riconoscano. Il romanticismo dei primissimi piani non basta a rendere il vero spessore di una storia d’amore certamente complessa.

Il valore del film sta dunque – oltre che nella scelta di una pagina poco nota del secondo conflitto mondiale, raccontata al cinema solo da Il ponte sul fiume Kwai – nell’interpretazione di Firth, che abilmente si cala nel complesso universo di Lomax, rendendone il caleidoscopio di stati d’animo, come anche in quella di Jeremy Irvine – Lomax da giovane. Peccato che la retorica prevalga sull’emozione.

Le Due Vie del Destino poster e trailer italiano del drama con Colin Firth e Nicole Kidman

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le-due-vie-del-destino-posterPrimo trailer italiano per Le Due Vie del Destino, il drama di Jonathan Teplitzky (Burning Man, Better Than Sex) basato sul bestseller mondiale The Railway Man di Eric Lomax che vede protagonisti Colin Firth, Nicole Kidman e Stellan Skarsgard.

Lo script è basato sulla vita di Eric Lomax e racconta di come l’ufficiale inglese (Colin Firth) durante la seconda guerra mondiale sia stato torturato dai giapponesi durante la costruzione della ‘ferrovia della morte’. A distanza di dieci anni, comincia la caccia ai colpevoli. Patricia Wallace (Nicole Kidman), moglie di Lomax sostenne il marito aiutandolo ad affrontare le sue paure. Nel cast c’è anche Jeremy Irvine nei panni del giovane Lomax e Hiroyuki Sanada nel ruolo dell’ufficiale giapponese che lo ha imprigionato.

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Le donne più spaventose del cinema [Foto]

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Conosciamo tutti i vari Freddy, Jason e Jack Torrence che dominano il panorama orrorifico cinematografico, ma ci sono anche un sacco di personaggi femminili, donne altrettanto terrificanti nella storia del cinema. Ebbene oggi riassumiamo queste affascinanti (e tremende) signore in una spaventosa gallery. [nggallery id=512]

Donne-spaventose del cinemaSi sa che la femmina può essere terribile, tanto nell’amore quanto nell’odio e se si mette in testa una cosa è difficile farle cambiare idea, un po’ come la cara protagonista di Misery non deve morire, disposta a tutto, letteralmente, affinchè il suo personaggio preferito non venga ucciso dall’autore. Stesso dicasi per l’apparentemente innocua aliena bruna, che ha il volto di Scarlett Johansson: guai a cedere alle sue avances, ci si potrebbe ritrovare in situazioni davvero spinose! E che dire della temibile Alex Forrest di Attrazione fatale? Nonostante la sua manifesta instabilità mentale non è possibile non tifare per lei!

Ma nella nostra gallery c’è spazio per tutte, dalla burbera e cattivissima Mamma Fratelli dei Goonies, alla Strega Ravenna, moderna reinterpretazione della matrigna di Biancaneve, passando per quella che forse è la donna/bambina più spaventosa che il cinema ci abbia mai regalato: la piccola Regan de L’Esorcista. Nessun personaggio altro personaggio, adulto, bambino, maschio o femmina, ha mai generato tanta paura nello spettatore come la protagonista di quello che è uno dei più grandi capolavori della storia del cinema.

Le donne del 6° piano: recensione del film di Philippe Le Guay

Le donne del 6° piano: recensione del film di Philippe Le Guay

In Le donne del 6° piano Jean-Louis è un agente di cambio che vive un’esistenza monotona, scandita dai ritmi sempre uguali del lavoro e da quelli ugualmente poco vivaci della vita famigliare, tra un moglie  troppo attenta ad apparenza e formalità e la poca comunicazione coi due figli pre-adolescenti. Sarà un gruppo di cameriere spagnole con la loro umanità calorosa e debordante a restituire al protagonista il gusto dei rapporti umani prima e dei sentimenti poi,  attraverso la storia d’amore con una di loro.

Le donne del 6° piano sarebbe passato probabilmente inosservato dalle nostre parti se non fosse stato per il successo riscosso in Francia (2 milioni di spettatori raggiunti in poco tempo), che gli ha fatto guadagnare la classica definizione di ‘caso cinematografico dell’anno’. La storia ce la racconta Philippe Le Guay, praticamente sconosciuto dalle nostre parti, e autore non troppo prolifico (“Le donne…” è la sua quarta pellicola in oltre vent’anni): il ‘canovaccio’ potrebbe forse apparire poco originale (il tipo un pò ‘piatto’, che sommerso nell’anonimato di una vita fin troppo convenzionale, ritrova il piacere della vita), così come lo svolgimento all’insegna di una certa prevedibilità, ma alla fine il tutto viene presentato con modi tali da poter sorvolare sulla scontatezza, anche grazie a una sorta di cambio di registro in corso d’opera: laddove ormai sembra di essersi incanalati nei binari della farsa, ecco che si devia verso la commedia sentimentale.

Una scelta comunque azzeccata, il cui limite è che forse il cambio di traiettoria è un pò  improvviso: a un certo punto le risate si esauriscono, e nel proseguio prevalgono i sentimenti, il film perde di ritmo e coesione, con sequenze che finiscono per sembrare un pò ‘giustapposte’, rendendo meno fluido lo scorrimento della storia. A salvare il film ci pensano comunque gli interpreti, a partire da Fabrice Luchini (una lunga carriera nel cinema francese, dall’esordio di In ginocchio da Claire di Rohmer, a Potiche – La bella statuina di Ozon) nel ruolo del protagonista, capace di dare vita a quel personaggio che, prima in modo titubante e poi sempre più convinto, si fa travolgere dagli eventi, con una mimica efficace sia nel suscitare la risata, che nell’evocare maggiore riflessività; con lui le convincenti Sandrine Kiberlaine (una moglie a cavallo tra conspavelozza e voluta indifferenza di fronte al mutamento del marito), Natalia Verbeke (che dipinge con delicatezza la cameriera della quale il Jean-Louis si innamora, dominata dalle incertezze derivanti da un vissuto in parte drammatico).

A fianco a loro naturalmente spicca il gruppo di esuberanti signore, guidate dall’attrice – feticcio di Alomodòvar, Carmen Maura, tra le quali vi è  un’altra frequentatrice abituale dei set del regista spagnolo, Lola Duenas.  Non a caso, la presenza delle due interpreti, accomunate alle altre dalla provenienza spagnola nella finzione cinematografica, può ricordare certe ‘comunità’ dei film di Almodòvar,  finendo in certi frangenti per spingere ad immaginare cosa sarebbe stato questo film nelle sue mani, senza peraltro nulla togliere alla capacità di Le Guay di dare comunque vita a un film gradevole.

Le donne del 6° piano pur con qualche passaggio a vuoto resta infatti un film efficace, divertente, che riesce a strappare in più di un’occasione risate di gusto, e che oltre a raccontarci il ritorno alla vita di un individuo schiavo delle sue abitudine, ci racconta anche di quanto il contatto con altre culture e modi diversi di affrontare la vita alla fine possa essere via per migliorarsi: un messaggio più che mai necessario in tempi nei quali l’immigrato è vissuto fin troppo spesso come una ‘minaccia’ o, nel migliore dei casi, come un problema del quale liberarsi in fretta.

Le donne al cinema sono sotto-rappresentate

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Le donne al cinema sono sotto-rappresentate

Un recente studio ha rilevato che donne al cinema sono significativamente sotto-rappresentate rispetto agli uomini.

donne al cinemaI numeri sottolineano che film come Gravity, in cui è una donna, Sandra Bullock, il personaggio principale, restano una rarità nell’industria e sui grnadi schermi dei multiplex. I personaggi femminili di rilievo erano presenti sono nel 15% dei film che costituiscono la classifica dei 100 film che hanno incassato di più negli Stati Uniti. La ricerca, dal titolo “It’s a Man’s (Celluloid) World”, è stata portata avanti di Martha Lauzen, direttore esecutivo del Center for the Study of Women in Television and Film alla San Diego State University.

Le statistiche dicono che le protagoniste femminili sono solo il 4% dal 2011 e addirittura l’1% dal 2002. Nel sondaggio, le donne ricoprono il 30% dei ruoli parlanti, percentuale ricavata dall’analisi di 7000 personaggi cinematografici in 300 film dal 2002 ad oggi. Solo il 13% dei film nella top 100 (in base agli incassi) del 2013 conta un numero pari di personaggi maschili e femminili.

“Abbiamo registrato un piccolo miglioramento in merito alla presenza di personaggi femminili protagonisti e personaggi femmnili parlanti nell’ultima decade – ha dichiarato Lauzen – Inoltre per i personaggi femminili è più complicato individuare un obbiettivo che permetta di rappresentarle come carattere principale.”

A questo link trovate il report completo.

Fonte: Variety

Le donne al balcone – The Balconettes: recensione del film di e con Noémie Merlant

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Le donne al balcone – The Balconettes di Noémie Merlant non è solo un film, è un affascinante viaggio attraverso un racconto femminista stratificato e punk, che sa essere tanto divertente quanto provocatorio. Presentato a Cannes 77 con il titolo originale Les Femmes au Balcon, questo film esplora la vita di tre donne – Nicole, Ruby ed Elisa – legate da una profonda amicizia e da un’intensa ribellione contro i dogmi della società patriarcale, il tutto ambientato in un appartamento e un balcone condiviso nel caldo di Marsiglia.

La dichiarazione di intenti di Le donne al balcone – The Balconettes

Fin dall’inizio, Merlant ci introduce in un’atmosfera sospesa e surreale, grazie a un piano sequenza che spazia tra due palazzi. La macchina da presa sembra fluttuare, stabilendo una distanza tra il pubblico e la storia, come se fossimo anche noi osservatori dietro una finestra, abbracciando così il più classico dei contesti voyeuristi e impiantandoci sopra il suo racconto. In questo primo momento vediamo una donna, riversa a terra e coperta di lividi, incalzata da un marito che la accusa di essere “esageratamente drammatica.” La scena, che mescola dramma e sarcasmo, offre una chiave di lettura per comprendere la portata del film: un’opera che sfida le convenzioni, trascendendo i generi e mescolando commedia, thriller, e un femminismo mai didascalico. Questa scena fondamentale, un cortometraggio dentro al film: una specie di riassunto di quello che la storia vuole significare e di quello che racconterà.

Le protagoniste di Le donne al balcone – The Balconettes

Al centro della storia ci sono Nicole (Sanda Codreanu), Ruby (Souheila Yacoub) ed Elisa (Noémie Merlant). Ognuna di queste donne ha una storia unica: Nicole è una scrittrice che prova a tratte ispirazione dalla vita delle sue amiche, sempre più divertente e sfrenata della sua; Ruby è una cam girl fiera della propria sessualità, esibizionista almeno quanto Nicole è pudica; Elise invece è un’attrice che cerca di sfuggire da un innamorato opprimente, sembra svampita, ma trova il suo ancoraggio alla realtà grazie alle sue coinquiline. Insieme, condividono momenti di complicità e confidenze, esplorando una libertà autentica e quasi sfacciata, che include un’esposizione del corpo sincera, svincolata da giudizi.

Merlant dimostra una grande padronanza del mezzo cinematografico, mostrando una disinvoltura sorprendente per una regista al suo secondo lungometraggio. La narrazione sembra muoversi disordinata, riflettendo però un caos ben calibrato che rispecchia la vitalità e la libertà delle tre protagoniste. E infatti nulla è lasciato al caso: la scrittura coadiuvata da Céline Sciamma e il montaggio di Julien Lacheray conferiscono alla trama una coerenza interna che esplode solo alla fine, lasciando lo spettatore in una sorta di estasi visiva e narrativa.

Una delle grandi trovate di Le donne al balcone – The Balconettes è il modo in cui affronta la questione della mascolinità tossica senza mai scivolare nella retorica. L’aitante vicino di casa (interpretato da Lucas Bravo), ad esempio, inizialmente oggetto dei sogni di Nicole, si rivela poi un predatore mascherato da principe azzurro. La svolta narrativa è feroce e geniale: un incontro apparentemente innocente si trasforma in una lotta disperata, e le tre protagoniste devono difendersi dalla violenza inaspettata, optando per un’autodifesa radicale e liberatoria. La loro “vendetta” non è solo una reazione istintiva, ma anche un simbolo di una ribellione.

La mescolanza di generi

La commistione di generi è una caratteristica distintiva di questo film: da commedia grottesca e horror leggero si passa a un thriller crudo e spietato, fino a un gore che strizza l’occhio a Tarantino, pur rimanendo sempre vitale e libero, come il primo cinema di Almodovar. Merlant evira il corpo maschio della storia per affermare la femminilità come unica forza vitale, e nonostante questo è sempre ironica e leggera, non perde mai di vista il fuoco del suo racconto. Questo rende Le donne al balcone – The Balconettes un’esperienza visivamente affascinante e emotivamente coinvolgente. La violenza viene messa in scena in modo iperbolico, ma il vero nucleo del film è la ferita invisibile che la violenza infligge all’animo femminile.

La fiera esposizione del corpo femminile

Merlant si dimostra non solo una regista di talento, ma una narratrice coraggiosa, pronta a infrangere le convenzioni e a esplorare i confini della rappresentazione cinematografica del femminile. In questo film, i corpi delle protagoniste non sono mai oggetto di sguardi esterni/giudicanti; sono corpi che si espongono con fierezza, rivendicando il diritto di esistere senza compromessi. Le donne al balcone – The Balconettes non è solo un film che parla di emancipazione femminile: è un atto di insurrezione, un’opera che si rivolge allo spettatore con uno spirito di sorellanza feroce e libera.

Le divise da football utilizzate in Batman vs Superman

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batman-vs-supermanDopo l’annuncio (un po’ a sorpresa) dell’inizio delle riprese di Batman vs Superman al East Los Angeles College’s Weingart Stadium arrivano ulteriori dettagli su cosa Zack Snyder girerà in questa location. Durante l’intervallo della partita del 19 ottobre tra le squadra universitarie (reali), il regista metterà in scena  una partita di football tra la Gotham City University e la rivale Metropolis State University.

Probabilmente non sarà una scena ad alto contenuto spettacolare come quella de Il Cavaliere Oscuro-il ritorno, Snyder infatti prevede di girare solo una ventina di minuti per questa sequenza mentre Christopher Nolan impiegò l’intera giornata.

Grazie a Batman News comunque siamo in grado di mostrarvi le divise che verranno utilizzate.

 

 Gotham City University

Gotham-jersey

 

Metropolis State University

Metropolis-jersey

 

Le discours, recensione del film di Laurent Tirard #RFF15

Le discours, recensione del film di Laurent Tirard #RFF15

Dal regista di Le avventure galanti del giovane Molière, Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, Asterix e Obelix al servizio di sua Maestà e Il Ritorno dell’Eroe arriva alla Festa del Cinema di Roma nella Selezione Ufficiale Le discours, una commedia tratta dal romanzo del fumettista Fabrice Caro Il discorso, che ebbe grande successo in patria nel 2018, edito in Italia nel 2020 dalla casa editrice Nottetempo. In pieno stile francese, il film ironizza su dinamiche familiari sclerotizzate mentre racconta il momento più critico di ogni storia d’amore: la pausa di riflessione.

Quale sarà il discorso perfetto?

Adrien, Benjamin Lavernhe, sta vivendo un momento di crisi: Sonia, Sara Giraudeau, lo ha lasciato, temporaneamente, per una pausa di riflessione. Man mano che i giorni passano senza sue notizie, Adrien, per natura ansioso e ipocondriaco, si agita sempre di più e alla fine le invia un messaggio. Quello che proprio non ci vuole in questa situazione è quello che succede: Adrien è invitato a una cena di famiglia. Mentre la madre, Guilaine Londez, porta in tavola i soliti manicaretti, la sorella Sophie, Julia Piaton, ascolta ammirata Ludo, Kian Khojandi, l’uomo che sta per sposare, e il padre, Francois Morel, inanella per l’ennesima volta il suo repertorio di aneddoti, Adrien aspetta solo il messaggio di risposta di Sonia. Al suo posto arriva una proposta di Ludo che getta il protagonista definitivamente nel panico: tenere un discorso al matrimonio della coppia. Adrien non ama parlare in pubblico e la paura di essere inadeguato prende il sopravvento.

Tra Woody Allen, Michel Gondry e Cédric Klapisch, un adattamento troppo teatrale e ripetitivo

Laurent Tirard, regista de Il discorso, afferma di aver voluto riportare sullo schermo lo stesso andamento caotico e non lineare che ha trovato nel romanzo. In effetti, anziché far procedere cronologicamente la trama, Tirard, anche sceneggiatore della pellicola, si prende la libertà di entrare nella mente del protagonista e proporre al pubblico diverse versioni del discorso che questi immagina di fare alle nozze della sorella, con esiti ovviamente differenti a seconda dei toni utilizzati. Tutto questo avviene appunto nella mente di Adrien, mentre attende il messaggio di Sonia e mentre è in corso la cena coi suoi. Le viarie parti si legano nel montaggio di Valérie Deseine. Tirard mostra gli scenari che la mente di Adrien crea, stimolato dall’ansia di non trovare le parole adatte e di fare una pessima figura. Se però inizialmente questo espediente può risultare simpatico, più il film procede, più la riproposizione della stessa situazione, seppure con delle variazioni di tono, diventa eccessiva e la componente ironica si affievolisce, lasciando languire il film fino alla conclusione.

Inoltre, il lavoro non riesce a staccarsi davvero dalla pagina scritta, mantenendo la verbosità tipica da un lato di certa cinematografia francese, in cui le cene familiari si trasformano in trappole, dall’altro, appunto, del registro scritto più che di quello visivo. Non manca una certa teatralità nell’impostazione, basti pensare al protagonista che spesso si rivolge direttamente al pubblico guardando in camera.

Dunque, nonostante le buone intenzioni e le ottime ispirazioni – tra queste il regista ha citato per questo film il Woodie Allen di Io e Annie e Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry , ma anche Aria di famiglia di Cédric Klapisch, regista de L’appartamento spagnolo – Le discours resta una trattazione scarsamente coinvolgente dei rapporti familiari e delle comuni traversie di una storia d’amore. L’uscita del film nelle sale è prevista per il 23 dicembre.

Le Deuxième Acte: recensione del film con Louis Garrel – Cannes 77

Quentin Dupieux ha abituato il suo pubblico ad un cinema dove la realtà e la sua messa in scena si confondono (Réalité, Au Poste!, Yannick – La rivincità dello spettatore, Daaaaaalì), dove il fantastico è tutt’altro che impossibile (Incredibile ma vero) e dove il grottesco è la condizione a partire dalla quale rileggere la nostra quotidianità (Doppia pelle, Mandibules – Due uomini e una mosca). Con Le Deuxième Acte, presentato come film d’apertura del Festival di Cannes 2024, il regista francese torna dunque a confrontarsi con queste dinamiche, raccontando attraverso il cinema un’umanità sempre più in crisi.

In questa commedia metacinematografica, composta essenzialmente da cinque macro-sequenze, Dupieux si dimostra infatti interessato a raccontare i temi che dividono oggigiorno l’umanità utilizzando la settima arte quale mezzo ideale per mostrare il sempre più labile confine tra vero e falso. In un continuo alternarsi di questi estremi, si stabilisce dunque l’intento di porre in crisi gli spettatori, senza privarli però di abbondante intrattenimento che permette di digerire meglio il tutto e rendere Le Deuxième Acte piacevole da guardare come tutti i precedenti film di Dupieux.

La trama di Le Deuxième Acte

La vicenda ruota attora a Florence (Lèa Seydoux), che vuole presentare David (Louis Garrel), l’uomo di cui è follemente innamorata, a suo padre Guillaume (Vincent Lindon). Ma David non è attratto da Florence e vuole sbarazzarsi di lei gettandola tra le braccia del suo amico Willy (Raphaël Quenard). I quattro personaggi si incontrano in un ristorante in mezzo al nulla ed ha così inizio quello che dovrebbe essere un tranquillo e banale momento conoscitivo. Ma i quattro sono in realtà attori alle prese con la realizzazione di un film, cosa che porrà in crisi la veridicità di quanto si osserva.

Compendio delle nevrosi dell’umanità

Cosa ci pone oggi in crisi? Cosa ci fa sentire inadeguati rispetto al mondo circostante o ci fa credere che questo sia oggetto di una profonda e incomprensibile degenerazione? Quentin Dupieux ha delle idee a riguardo e le riporta in Le Deuxième Acte, film fondato sulla parola e che pertanto trova nelle lunghe conversazioni tra i protagonisti la sua cifra stilistica, attraverso cui far emergere tematiche come l’omosessualità, le guerre attualmente in corso, l’ipocrisia del luccicante mondo dei divi e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Ognuno di questi aspetti trova il suo spazio nel film dando vita sia a interruzioni comiche quanto anche a squarci che fanno entrare nel racconto una realtà che sempre più si vorrebbe ignorare. Ecco allora che per i personaggi diventa proibito affrontare le tematiche poc’anzi citate, pena il rischio di finire sulla lista nera e vedersi banditi per sempre da quello che è il loro mondo. Quando capita loro di allontanarsi da ciò a cui devono attenersi – la sceneggiatura, da intendere come metafora delle linee guida di questa società ipocrita – subentra dunque quella realtà che si dimostrano del tutto impreparati a gestire.

Come per evitare di doversi trovare di fronte a questa incombenza, l’umanità sviluppa allora l’intelligenza artificiale, che con i suoi algoritmi, le sue percentuali e le sue feree regole sembra a suo modo venire in nostro soccorso. Questa ulteriore presenza serve però a Dupieux non solo per ironizzare su chi vorrebbe utilizzare tali strumenti in campo cinematografico (richiamando dunque alla mente i recenti scioperi hollywoodiani), ma anche per immaginare la sterilità di una settima arte governata da queste dinamiche, con trame banali e dialoghi privi di spessore umano.

Le Deuxième Acte Lèa Seydoux
Lèa Seydoux e Raphaël Quenard in Le Deuxième Acte. © Chi-Fou-Mi / Arte France Cinéma

Un divertissement per ridere di sé stessi

Sarebbe però ingiusto etichettare Le Deuxième Acte come un film satirico nei confronti di questi aspetti e, in generale, del politicamente corretto. Dupieux si inserisce senza dubbio in questo genere di discorsi, ma il suo interesse sembra essere non quello di prendere una vera e propria posizione a tal riguardo quanto offrire una semplice raffigurazione di quanto questi temi abbiano portato allo sviluppo di vere e proprie nevrosi nel genere umano, sempre più diviso dinanzi a tali argomenti. Una raffigurazione che però non ha particolari pretese di profondità intellettuale o di esplorazione di tali dinamiche.

Alcune di esse vengono appena accennate, ad altre è dedicata maggiore attenzione, ma tutte appaiono voler essere affrontate da Dupieux come dei veri e propri divertissement, frecce da scoccare nella mente dello spettatore per sollevare riflessioni su cui sviluppare poi autonomamente una propria opinione. In mezzo a questo brillante caos, che regala ben più di una risata, spiccano i quattro attori protagonisti, egualmente eccellenti nel dar vita a questi personaggi che entrano ed escono dalla finzione, lasciando allo spettatore il compito di chiedersi a cosa si stia effettivamente assistendo.

Le Cronache di Narnia: via libera a La sedia d’argento

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Le Cronache di Narnia: via libera a La sedia d’argento

A sei anni dall’uscita de Le Cronache di Narnia Il viaggio del Veliero, si torna a parlare, in maniera ufficiale, del franchise basato sui romanzi per ragazzi di CS Lewis.

Nel 2011 si era parlato di portare al cinema Il nipote del mago, ma sfumato il progetto, la saga era caduta nel dimenticatoio per due anni, fino al 2013, anno in cui si sente parlareper la prima volta di un eventuale adattamento de La sedia d’argento.

Mark Gordon, produttore, ha adesso annunciato che la lavorazione del film comincerà molto presto. Dal momento che dall’ultimo film del franchise a oggi sono passati diversi anni, si tratterà di un nuovo inizio con nuovi attori, con un rinnovo che passerà anche attraverso il reparto creativo e tecnico.

Fonte: CS

Le cronache di Narnia: Netflix svilupperà film e serie tv

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Le cronache di Narnia: Netflix svilupperà film e serie tv

Netflix svilupperà nuovi film e serie TV originali tratti dall’amata saga fantasy di C.S. Lewis “Le cronache di Narnia”.

Sulla base di un accordo pluriennale con The C.S. Lewis Company, Netflix darà vita alle incredibili storie ambientate nell’universo di Narnia con nuovi film e serie TV disponibili in esclusiva per gli utenti di tutto il mondo. I titoli generati da questa collaborazione saranno produzioni originali Netflix, Mark Gordon di Entertainment One (eOne), Douglas Gresham e Vincent Sieber saranno produttori esecutivi delle serie e produttori dei film. In totale, i romanzi della serie “Le cronache di Narnia” hanno venduto oltre 100 milioni di copie e sono stati tradotti in più di 47 lingue in tutto il mondo. Per la prima volta, grazie a questo accordo, i diritti dei sette libri che compongono la saga sono proprietà di una sola compagnia.  

«Le splendide storie di C.S. Lewis hanno conquistato il cuore di generazioni di lettori in tutto il mondo», afferma Ted Sarandos, Chief Content Officer di Netflix. «Intere famiglie si sono innamorate di personaggi come Aslan e dell’intero universo di Narnia, siamo molto emozionati perché Netflix diventerà la loro casa nei prossimi anni».

«È meraviglioso sapere che il pubblico di tutto il mondo potrà scoprire nuovi aspetti del mondo di Narnia. Le nuove tecnologie di produzione e distribuzione avanzata ci consentiranno di far vivere ancora una volta le avventure dei protagonisti in tutto il mondo», osserva Douglas Gresham, figlio adottivo di C.S. Lewis. «Netflix rappresenta il medium migliore per questo progetto, non vedo l’ora di lavorare con loro per realizzarlo».

«Narnia rappresenta un fenomeno raro, una storia che supera i confini geografici, amata da diverse generazioni», afferma Mark Gordon, Presidente e Chief Content Officer, Film & Television di eOne. «eOne ed io siamo emozionati di poter collaborare con la C.S. Lewis Company e con Netflix, che trasformeranno l’universo di Narnia in film e serie TV. Non potremmo essere più felici di iniziare a lavorare su queste nuove produzioni».

Le Cronache di Narnia: le riprese del film di Greta Gerwig inizieranno nel 2024

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Un sorprendente aggiornamento riguardante il film reboot di Le Cronache di Narniaprodotto da Netflix e diretto da Greta Gerwig, è stato appena diffuso. Basandosi sui popolari racconti di C.S. Lewis, Netflix realizzerà come noto un riavvio della saga fantasy, portata per l’ultima volta sul grande schermo con Le Cronache di Narnia: Il viaggio del veliero. Ora, dopo che Netflix ha acquisito i diritti sul franchise, sono state promesse nuove opere dedicate a tale universo narrativo, tra cui due film che saranno appunto diretti dalla regista di Barbie. Si ipotizzava potesse volerci però del tempo prima di poter vedere il primo di questi film, ma sembra che non ci vorrà poi molto.

Parlando con Collider, il responsabile di Netflix Film Scott Stuber ha infatti rivelato a sorpresa  che la produzione del film di Le Cronache di Narnia avrà inizio nel 2024. “Credo che la gente sappia che stiamo cercando di mettere insieme il film di Greta Gerwig, Le cronache di Narnia e di avere quel film. Inizieremo a concretizzarlo il prossimo anno“, ha dichiarato Stuber. Ad oggi ancora non si sa nulla del cast del film, ma è possibile che con il risolversi dello sciopero degli attori inizino ad emergere anche notizie a tal riguardo. Se davvero la produzione del film dovesse svolgersi nel 2024, il film potrebbe idealmente essere pronto per la fine del prossimo anno o per i primi del 2025.

Le Cronache di Narnia arriva su Netflix

Nel 2018 Netflix aveva firmato un accordo pluriennale con la The C.S. Lewis Company per poter sviluppare film e serie televisive basati su tutti e sette i romanzi di Narnia. “È meraviglioso sapere che le persone di tutto il mondo non vedono l’ora di vedere di più su Narnia e che i progressi nella tecnologia di produzione e distribuzione ci hanno permesso di far riprendere vita alle avventure di Narnia portandole tutto il mondo“, aveva dichiarato Douglas Gresham, figliastro di Lewis. Ad ora sono stati annunciati solo i due film affidati a Greta Gerwig, ma gli accordi originali prevedono anche una serie televisiva, quindi potrebbe esserci altro in serbo per il futuro.

Le Cronache di Narnia: le prime foto dal set rivelano un importante cambiamento

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Le prime foto dal set di Le cronache di Narnia di Greta Gerwig rivelano un importante cambiamento di location, confermando inoltre che le riprese riprese del film Netflix hanno avuto o stanno per avere inizio nella zona di Bank Station e The Royal Exchange a Londra. Le foto mostrano i set elaborati che sono stati costruiti per rappresentare la Gran Bretagna del dopoguerra negli anni ’50, con grandi gruppi di comparse sul set insieme alla regista.

Le foto mostrano anche la Gerwig sul set con due giovani attori non identificati che si ritiene interpretino Digory Kirke e Polly Plummer. Le foto dal set sono apparse su @UnBoxPHD su X e What’s On Netflix (le si può vedere cliccando sui link riportati). La prima cosa che queste immagini suggeriscono è che l’adattamento di Gerwig del romanzo Il nipote del mago (il sesto della serie ma il primo in ordine cronologico) aggiorni l’ambientazione agli anni ’50, un cambiamento significativo rispetto allo sfondo vittoriano della fine del XIX secolo del libro, ambientato a Londra durante l’estate del 1900.

Un utente di Instagram che ha immortalato immagini di un banco di fiori e altri elementi del set, @obscuretourslondon, sostiene che il film sia ambientato nel 1955. Tuttavia, non è ancora chiaro se questo cambiamento temporale riguarderà l’intera narrazione o solo alcune scene. Se fosse la prima ipotesi, questo cambiamento potrebbe avere importanti ripercussioni sui futuri adattamenti di Netflix. In Il leone, la strega e l’armadio, la trama è infatti ambientata durante la seconda guerra mondiale, quindi un simile cambiamento temporale potrebbe collocare quegli eventi all’inizio degli anni 2000.

Cosa sappiamo de Le Cronache di Narnia di Greta Gerwig per Netflix 

La piattaforma di streaming aveva annunciato per la prima volta l’intenzione di adattare i famosi libri di C.S. Lewis nel 2018, con la regista di Barbie che è stata coinvolta nel progetto nel 2020. Il film di Greta Gerwig su Narnia sembra adattare il sesto libro della serie, “Il nipote del mago”, il quale si colloca però prima di tutti gli altri per ordine cronologico. Il film dovrebbe essere distribuito nell’autunno del 2026, potendo apparetemente contare su una massiccia distribuzione in sala prima di approdare sulla piattaforma Netflix.

Il cast è stato finora avvolto nel mistero. Gli unici dettagli riportati includono Emma Mackey nel ruolo della Strega Bianca, Daniel Craig in quello dello zio Andrew, Carey Mulligan in trattative per interpretare la madre di Digory e Meryl Streep che dovrebbe doppiare il leone parlante Aslan. Tuttavia, Netflix non ha ancora confermato o annunciato ufficialmente nessuno di questi membri del cast. Con l’inizio delle riprese, è possibile che maggiori annunci vengano fatti nei prossimi mesi.

Le Cronache di Narnia: il Viaggio del Veliero: recensione

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Le Cronache di Narnia: il Viaggio del Veliero: recensione

Le Cronache di Narnia: il Viaggio del Veliero è il terzo capitolo della saga per ragazzi convertita sullo schermo e diretta per i primi due capitoli da Andrew Adamson, lo stesso dei due primi Shrek (i migliori di sempre), e che questa volta lascia lo scettro della regia a Michael Apted. Ritroviamo in questo film Skandar Keynes nel ruolo di Edmund e Georgie Henley in quello di Lucy.

Ne Le Cronache di Narnia: il Viaggio del Veliero Peter e Susan sono ormai grandi, e già ne Il Principe Caspian abbiamo sentito che non torneranno più a Narnia. Adesso tocca a Lucy ed Edmund, i due fratelli minori, affrontare il loro ultimo viaggio nel paese del leone Aslan, ma con sorpresa si porteranno dietro anche l’antipatico e saccente cugino Eustace. Ricomincia così l’avventura, a bordo di un grande veliero (quello del titolo appunto) capitanato da una variegata ciurma agli ordini dell’ormai Re Caspian, conosciuto nel secondo film. Come nei due precedenti film che compongono la saga de Le Cronache di Narnia, anche il terzo capitolo, Il viaggio del veliero, si distingue per la scelta, condivisibile, di lasciare molto spazio al mondo dell’infanzia, al coraggio e ai buoni sentimenti, che presi a piccole dosi offrono un bello spettacolo per i più piccoli, ma forse un po’ noioso per il pubblico adulto che ormai è avvezzo ai film d’animazione ‘per adulti’ come Shrek e il recente L’illusionista.

Le Cronache di Narnia: il Viaggio del Veliero, il film

La storia si dipana però in maniero troppo graduale dando a metà film l’impressioni di doversi protrarre eccessivamente nel tempo e spaventando chi, già a quel punto, si è annoiato. La sceneggiatura, come è noto, si basa sul terzo volume della raccolta di C.S.Lewis che sulla scia del collega Tolkien, ha elaborato, con risultati decisamente più modesti, questo mondo parallelo creatosi del ruggito di un leone/Dio che governa sul suo equilibrio. La regia, a parte qualche guizzo particolarmente epico a seguire le peregrinazioni e i volteggi in questo mare fantastico, non offre particolari spunti. Risulta comunque buona e all’altezza dell’immaginario da video-game che accomuna la giovane platea del 2010. Ritorna la colonna sonora dei due film precedenti, con qualche variazione sul tema ma sempre efficace, senza troppi guizzi artistici, ma sicuramente funzionale.

Quello che soddisfa a pieno lo spettatore è la grafica computerizzata, sempre più simile alla realtà e molto più espressiva dei giovani protagonisti, che purtroppo non rendono giustizia ai re e alle regine di Narnia su carta. Su tutti spicca per cattiva recitazione il Re Caspian Ben Barnes, che abbiamo già visto nel film precedente della serie e che è stato scelto, a sorpresa, per interpretare il Dorian Gray del film di Parker. Ci stiamo ancora chiedendo cosa mai abbia portato a questo tipo di scelta…

Quello che però nuoce davvero al film è il 3D. Ancora una volta un film girato ‘a due dimensioni’ è stato convertito e proiettato con l’aiuto della tecnologia stereoscopica con risultati davvero disastrosi: non solo il cosiddetto 3D non è funzionale alla storia (almeno per il modo in cui è stato utilizzato), ma rischia di aumentare la sensazione di fastidio nel guardare un film carino ma che non brilla per eccellenza. Una minuscola parte è riservata alla splendida Tilda Swinton che torna ad interpretare, nel ricordo di Edmund, la Strega Bianca Jadis, terribile nemico nel primo film.