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La Cordigliera dei Sogni: una clip in esclusiva dal film di Patricio Guzman

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Ecco una clip da La Cordigliera dei Sogni, film del maestro cileno, Patricio Guzman, che chiude la trilogia iniziata con La memoria dell’acqua e Nostalgia della luce. Il film arriva al cinema dal 10 giugno distribuito da I Wonder Pictures.

L’esplorazione del territorio va di pari passo con l’esplorazione della storia, per svelare l’anima più profonda del Cile. Proprio come ci ha abituati Guzmán. Nel documentario, presentato nel 2019 al Festival di Cannes, le alte cime della Cordigliera si caricano di una moltitudine di significati simbolici, spesso contraddittori, stratificati come la roccia. La poesia visiva del paesaggio si sovrappone alle testimonianze dei cittadini cileni, che rivivono i loro ricordi della dittatura di Pinochet. Una nostalgia, un senso di frustrazione schiacciante che non affligge solo il popolo cileno ma anche la sua Cordigliera, le voci umane si fondono con quella silente della roccia, in un commovente grido di avvertimento alle nuove generazioni, affinché non si rassegnino mai.

La Cordigliera dei Sogni di Patricio Guzmán dal 10 giugno al cinema

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I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection, in collaborazione con Fil Rouge Media, annunciano l’uscita nelle sale cinematografiche de La Cordigliera dei Sogni del maestro cileno Patricio Guzmán. Dopo gli acclamati Nostalgia della luce e La memoria dell’acqua arriva sul grande schermo giovedì 10 giugno l’opera che chiude la trilogia dedicata al Cile, terra natia del regista che, con il suo sguardo, ne ha svelato l’anima più profonda e nascosta.

La Cordigliera dei sogni è stato presentato al Festival di Cannes con grande riscontro di pubblico e critica. Assolute protagoniste le alte cime della Cordigliera, cariche di una moltitudine di significati simbolici, spesso contraddittori, stratificati come la roccia. Per il regista cileno, che ha lasciato la sua terra dopo il colpo di Stato del ’73 e non è mai tornato a viverci, La Cordigliera dei sogni è un viaggio nel suo passato, un ritorno nostalgico e a tratti onirico nel cuore della sua terra.  La poesia visiva del paesaggio si sovrappone alle testimonianze dei cittadini cileni, che rivivono i loro ricordi della dittatura di Pinochet: le voci umane si fondono con quella silente della roccia, in un commovente grido di avvertimento alle nuove generazioni, affinché non si rassegnino e non smettano di sperare nel futuro.

Il film – dichiara Guzmán – continua ad occuparsi del conflitto tra uomo, cosmo e natura. Ma queste montagne immense, che sono il cuore del progetto, sono diventate per me metafora dell’immutabile, di ciò che abbiamo lasciato e di ciò che continua a vivere con noi quando pensiamo che sia tutto perduto. Immergermi nella Cordigliera mi consente di nuotare nei miei ricordi. Quando scruto le ripide vette o mi tuffo nelle profonde valli, inizio un viaggio introspettivo che rivela parzialmente i segreti della mia anima cilena.

La Cordigliera dei sogni di Patricio Guzmán sarà nelle sale italiane da giovedì 10 giugno con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

La Corazzata Potemkin: il capolavoro di Ejzenstejn che fece epoca

La Corazzata Potemkin è il film del 1925 di Serge Ejzenštejn con Vladimir Barskij, Aleksandr Antonov, Grigorij Aleksandrov, Konstantin Feldman, Beatrice Vitoldi, Julia Eisenstein e Sergei M. Eisenstein.

Anno: 1925

Regia: Serge Ejzenštejn

Cast: Vladimir Barskij, Aleksandr Antonov, Grigorij Aleksandrov, Konstantin Feldman, Beatrice Vitoldi, Julia Eisenstein, Sergei M. Eisenstein

La trama de La corazzata Potemkin: Odessa, 1905. La Russia zarista è scossa da una serie di rivolte e sommosse che incrinano il suo governo totalitario e oppressivo che da secoli riduce il popolo alla fame. Sulle acque del Mar Nero, nei pressi del porto di Odessa, l’incrociatore Potemkin vive giorni di grande tensione in quanto buona parte della truppa è ormai insofferente alle penose condizioni a cui è costretta da cinici ufficiali senza pietà. Maltrattamenti vari e cibo avariato non sono più tollerabili ed il vento della rivoluzione giunge anche tra i marinai sobillati dal compagno Grigorij Vakulincuk (Aleksandr Antonov) che li esorta a reagire.

Quando i ribelli vengono individuati il comandante ordina la loro fucilazione; ecco la scintilla che scatena la rivolta e l’ammutinamento di tutta la truppa la quale getta in mare gli ufficiali di bordo. Durante gli scontri però sarà proprio il leader della rivolta a perdere la vita colpito a bruciapelo. Conquistata la nave, il cadavere di Grigorij Vakulincuk viene portato sul molo del porto e qui esposto come martire della rivoluzione anti-zarista. In poche ore tutta la popolazione di Odessa tributa il suo omaggio alla salma del marinaio e solidarizza con gli ammutinati della Potemkin.

Ma la reazione delle truppe dello zar non si farà attendere e sorpresa la folla inerme sulla grande scalinata che guarda verso il mare compirà una strage di civili. Intanto la squadra ammiraglia zarista circonda l’incrociatore ribelle ma non se la sentirà di infierire sugli eroici compagni pronti a morire.

La corazzata Potemkin

Analisi: Siamo abbastanza sicuri che il colto Paolo Villaggio quando interpreta lo sfortunato rag. Fantozzi nel memorabile “Il secondo tragico Fantozzi” non pensi veramente che il film “La corazzata Potemkin” sia “una cagata pazzesca”, per usare il suo colorito commento. Il capolavoro del maestro Sergej M. Ejzenstejn del 1925 è indubbiamente una delle pietre miliari del cinema mondiale, punto di riferimento per generazioni di registi.

Finanziato dal governo sovietico in quanto straordinario strumento di propaganda rivoluzionaria il film di Ejzenstejn è una sorta di colossal che impressiona per i mezzi utilizzati a partire dall’incredibile numero di comparse. Ma è a livello tecnico che questo film si fa apprezzare ancora oggi da chi vuole analizzarne le scelte puramente registiche; a partire dalle inquadrature mai banali o fini a se stesse ma sempre pronte a cogliere elementi chiave del corso narrativo sino alle varie scelte di luci che conferiscono uno straordinario effetto visivo.

In Ejzenstejn  convergono una serie di influenze stilistiche che vanno dall’espressionismo al futurismo sino al cubismo, una commistione tra cinema e arte visiva che testimoniano la grandezza di questo regista.

La struttura narrativa voluta da Ejzenstein è simile alla composizione di un’opera sinfonica, cinque atti che si susseguono senza perdere il filo del racconto: “uomini e vermi”, “dramma sul ponte”, “il sangue grida vendetta”, “la scalinata di Odessa” e “passaggio attraverso la squadra”.

Come in un’opera, ovviamente, un ruolo fondamentale è ricoperto dalle musiche scritte e composte per il film da Sostakovic il quale riesce ad accompagnare le varie sequenze cogliendone ogni volta il fulcro emotivo alternando quindi note di grande drammaticità ad altre dal ritmo tambureggiante, tensione ed euforia, in uno straordinario susseguirsi di emozioni.

In realtà le musiche di Sostakovic furono adattate al film diversi anni dopo in una delle tante riedizioni che modificarono, in parte, il lavoro iniziale di Ejzenstejn. La primissima versione fu proiettata al teatro Bol’soj di Mosca in occasione del ventennale della rivoluzione del ’05. Per molti anni il film rimase precluso ai paesi occidentali ed ebbe in ogni caso scarso successo di pubblico, quindi nel 1950 si fece una prima riedizione con musiche scritte da Nicolaj Kriukov e in Italia arriverà solo nel 1960 con la voce narrante di Arnoldo Foà.

Oggetto di dibattiti e confronti critici La corazzata Potemkin ha sempre pagato il peso di essere un film di propaganda con il conseguente interrogativo se sia giusto o meno affibbiare al cinema tale compito politico. Indubbiamente questo film rappresenta un momento chiave nella vita e soprattutto nel percorso artistico di Sergej Ejzenstejn il quale qui trova una sorta di punto di incontro tra avanguardia e tradizione, tra formalismo e idealismo.

La conversione: Marco Bellocchio comincia le riprese del nuovo film

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Iniziate a Roccabianca (Parma), le riprese del nuovo film di Marco Bellocchio, La conversione, ispirato alla storia di Edgardo Mortara, il bambino ebreo che nel 1858 fu allontanato dalla sua famiglia di origine per essere allevato da cattolico sotto la custodia di Papa Pio IX.

La conversione è interpretato da Paolo Pierobon, Barbara Ronchi, Fausto Russo Alesi, Filippo Timi e Fabrizio Gifuni e da Enea Sala (Edgardo Mortara da bambino) e Leonardo Maltese (da ragazzo).

Il film è una produzione IBCmovie e Kavac Film con Rai Cinema con il sostegno della Regione Emilia Romagna e il supporto della sua Film Commission, in coproduzione con Ad Vitam Production (Francia) e Match Factory Productions (Germania) ed è prodotto da Beppe Caschetto e Simone Gattoni.

La sceneggiatura è di Marco Bellocchio e Susanna Nicchiarelli con la collaborazione di Edoardo AlbinatiDaniela Ceselli e la consulenza storica di Pina Totaro; la fotografia è di Francesco Di Giacomo, la scenografia di Andrea Castorina, i costumi di Sergio Ballo Daria Calvelli, il montaggio è di Francesca Calvelli.

Il film si gira in diverse location dell’Emilia Romagna, a Roma e Parigi e le riprese termineranno a settembre. La conversione sarà distribuito in sala da 01 Distribution.

La Conversazione: Tornatore insieme a Jeremy Irons e Olga Kurylenko a Roma

Per presentare il film La Corrispondenza, ultima fatica del regista Giuseppe Tornatore, si sono ritrovati all’Hotel St. Regis il regista stesso e i due protagonisti Jeremy Irons e Olga Kurylenko.

Il primo ad aprire le danze è il regista Giuseppe Tornatore, pronto ad affrontare una round table con la stampa.

Collegati in diretta Skype con la stampa milanese, la prima domanda arriva però da Roma e riguarda la storia d’amore – apparentemente impossibile, ma non da fantascienza- che lega Ed e Amy, i due protagonisti del film: la tecnologia permette l’impossibile, disseminando inoltre il film di elementi magici, che sospendono la dimensione dello spettacolo filmico. Tornatore spiega che la tecnologia – altra protagonista della pellicola – crea una rete tale da rendere realistico e realizzabile elementi che, altrimenti, trascenderebbero la realtà e la vita stessa. La volontà del regista era quella di dare spazio a delle percezioni che vanno oltre le nostre percezioni legate ai cinque sensi, sfiorando elementi vicini ad una sfera ineffabile legata al sesto senso, ovvero tutto ciò che non si può razionalmente capire ma che possiamo percepire. Il sogno eterno dell’uomo è sempre stato quello di sperare in forme di estensione della propria esperienza sensoriale di vita; la tecnologia sembra aver reso possibile tutto ciò, che fino a poco tempo prima era stato solo ipotizzato/ pensato/ teorizzato. Il film ruota attorno ad un sogno, perché il destino e l’esistenza umana si possono manipolare ma fino ad un certo punto, nonostante la tecnologia possa aiutarci nel modificare il nostro codice di comportamento con gli altri, facendo sì che le nostre relazioni interpersonali ne risultino influenzate: tutto ciò esercita un processo di fascinazione, e per Tornatore era necessario raccontare tutto questo attraverso le immagini.

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A proposito della tecnologia, essa cambia anche la “macchina cinema” stessa: la tecnologia permette di relazionarsi con qualcosa che non ha più la stessa forma; per il regista è lo stesso con le forme filmiche ormai desuete (ad esempio, la pellicola)?

Secondo Tornatore un certo tipo di cinema non è mai morto e mai lo sarà, si è solo trasformato; ha cambiato i codici espressivi dell’audiovisivo, si sono evoluti con la stessa velocità dei tempi, ma “la pellicola” in sé non morirà mai. Quindi la storia d’amore raccontata nel film non è un’allegoria anomala tra gli astrofisici che si relazionano con le stelle morte e un’idea di cinema scomparso: si tratta di una forzatura, perché in fondo anche il cinema è fatto di un codice particolare, anche perché nell’istante stesso in cui un fotogramma raggiunge la nostra retina, esso non è, in fondo, già passato?

Un’altra domanda riguarda la scelta dei due attori protagonisti, Irons e la Kurylenko: perché loro due? Perché ha scelto di raccontare una storia d’amore complessa- come in altri suoi film?

Il primo spunto, nato diversi anni fa, prevedeva la presenza di un uomo e di più figure femminili, ma il senso della storia veniva travisato in un racconto di pura fantascienza. Ma con l’evoluzione tecnologica, nel corso degli anni, quell’intuizione fantascientifica è diventata realistica, e l’intrusione di un elemento sci-fi non era più necessario, e la storia poteva essere così adattata. Si è arrivati in tal modo ad un’unica donna e ad un uomo. Per quanto riguarda gli attori, ne ha visti diversi, valutando diverse possibilità, parlandone con i produttori: poi quando, dopo un incontro, ha avuto una sorta di rivelazione sentendo che lì, in quel momento, c’erano davvero i personaggi, allora scegliere è stato più facile. Per quanto riguarda Jeremy Irons, pochissimi attori in verità potevano calarsi in quel ruolo: la prima – ed unico – è stato Irons, con una lunga conversazione via Skype (altro elemento dominante del film). Gli sembrò perfetto, e fu scelto come Ed.

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Per quanto riguarda la natura complessa dell’amore, il regista riflette su tale argomento in ogni storia raccontata: non esistono amori felici, storie semplici, che in fin dei conti non destino interesse negli autori. Sono gli amori che hanno a che fare con le difficoltà ad essere interessanti.

Le prime domande milanesi via Skype non tardano ad arrivare, e riguardano sempre la tecnologia: nel film essa sembra quasi un dispositivo che rende impossibile l’oblio, l’abbandono dei ricordi. Ed in effetti, in alcune parti del film si assume questo tono, come di una sorta di amore ostinato e violento che tende a passare a tutti i costi attraverso il mezzo virtuale; spetta a noi l’abilità di bilanciare e mediare l’uso che di essa facciamo.

Proprio la distanza virtuale ha coinvolto i due attori in prima persona: nella pellicola Irons e la Kurylenko condividono solo due scene, di cui una fisica e una, invece, via Skype, girata come un vero collegamento “live”: invece tutti i messaggi che si vedono sono stati girati prima dell’inizio delle riprese effettive del film, con una troupe ridotta, rimarcando il carattere “artigianale” di quest’ultime; in tal modo l’attrice ha sempre avuto modo di relazionarsi, in ogni momento, con un interlocutore virtuale già presente (in qualche modo). Il tema della distanza è una pena ed un dolore per i due amanti, ma essa rende tutto più chiaro come una lente d’ingrandimento: si vede tutto in modo molto più limpido e lineare, a distanza di sicurezza. Spesso è anche la paura a tenerci a distanza.

La colonna sonora è stata firmata da Ennio Morricone, fresco vincitore di un Golden Globe per la colonna sonora di The Hateful Eight, cominciando a lavorare sulla partitura già all’inizio, con solo la prima stesura della sceneggiatura in mano; l’intento era quello di usare dei tappeti sonori non tradizionali, inoltrandosi in una ricerca sperimentale sui suoni elettronici che spesso non sono vicini alla produzione musicale di Moricone, più incline all’orchestrazione. Piccola curiosità post- Golden Globes: è stato Tornatore a convincere Morricone a non rifilare a Quentin Tarantino un terzo rifiuto di fila.

Il film uscirà in oltre 400 copie, di cui alcune sottotitolate.

Changer la dame, la prossima è Olga Kurylenko, che confessa di aver desiderato subito di voler fare questo film e di volere questo ruolo, immediatamente: era attratta dal ruolo, dal personaggio e dalla stravaganza della storia. Lei come affronterebbe una vicenda come quella del film del nella realtà, e com’è stato lavorare con un regista italiano?

Beh, per lei è stata la prima buona occasione per lavorare con un regista italiano, e ha incontrato un contesto così diverso: poi si trattava comunque di Tornatore, per lei uno dei registi italiani più importanti. I suoi personaggi femminili sono molto interessanti ed oggi è così difficile trovare dei ruoli scritti così bene, così sfaccettati, forti e ben delineati. Inoltre si tratta di uno di quei rari casi in cui un regista sa bene come immortalare, attraverso le inquadrature, una donna. Nella realtà una situazione come quella del film non la spaventerebbe, sottolinea la Kurylenko, perché per quanto in amore siamo tutti egoisti e c’è una forte componente legata al senso di possesso, in realtà quello che lega i due personaggi è davvero amore, puro e semplice amore.

Oggi internet, messaggi, mail e social possono sostenere una relazione e farla crescere, accorciando anche le distanze: ma l’amore vero è davvero immortale, e se finisce forse non si tratta, davvero, d’amore; quello vero resiste, sopravvive anche ad un termine, una separazione, una fine; ed è bello e poetico che Tornatore abbia creato un parallelismo così poetico tra le stelle e l’amore vero, stelle che continuiamo a vedere anche quando sono morte, colte nella loro fulgida immortalità. Non si può poi smettere di amare qualcuno così, all’improvviso: il personaggio di Amy non riesce, ad un certo punto del film, a sostenre il peso di quella relazione, e l’unico modo per scappare è chiudere; ma è impossibile, razionalmente, imporsi di non amare qualcuno. Non scegliamo razionalmente chi amare e quando.

Per quanto riguarda il suo, personale, rapporto con la tecnologia, la Kurylenko ammette di usarla per necessità: comoda per restare in contatto con le persone accorciando distanze e tempi, per il resto non ne fa un abuso, soprattutto per quanto riguarda i social media il cui uso è stato ampiamente travisato: chi ha sempre avuto un lato narcisista/egoista/egocentrico vive su di essi perdendo la percezione di ciò che lo circonda. Bisogna evitare gli estremi e trovare un equilibrio, come in tutte le cose. Comunque è impossibile non far parte di quest’onda anomala, tirandosi indietro: soprattutto per i giovanissimi, la pressione sociale è fortissima e si abbatte su di loro pesantemente.

Amore ed astrofisica: questi i due cardini del film, i due principali. Come si è rapportata ad un argomento così complesso, che forse non conosceva prima? Studiando, studiando, studiando! Sorprendendo anche se stessa, oltre a Tornatore, ha cercato di approfondire di cosa parlava Amy, il suo personaggio, per provare a capire e ad approfondire l’argomento nel profondo, suscitando lo stupore di Tornatore sul set, che la vedeva totalmente concentrata. Immortali le stelle, nonostante la morte, immortale l’amore; distanti loro, distanti i sentimenti. Come si è ritrovata ad affrontare un coprotagonista… praticamente un fantasma per tutto il corso del film, visto che si comunicano solo tramite video (e mai dal vivo): premettendo che era da sempre una fan di Irons, fin dalla prima visione di “Lolita”, per lei era un vero onore condividere con lui il set; i messaggi – pre- registrati precedentemente- hanno reso più facile il suo lavoro, aiutandola.

Infine, arriva Jeremy Irons: charmant e dall’inconfondibile fascino britannico, ironicamente replica a chi gli ricorda di aver dichiarato, pochi giorni fa, di aver trovato delle similitudini tra lui e il suo personaggio. In realtà, il suo personaggio è semplicemente un astrofisico e… niente più! Ma è importante riflettere sull’immortalità delle proprie opere, come per Ed dei suoi studi astrofisici, così come per gli artisti (e qui il pensiero corre a David Bowie, scomparso proprio oggi: se il lavoro comunica con il pubblico, instaurando un rapporto, esso allora è destinato a rimanere, anche quando la persona non c’è più, non è più tra noi.

Irons trova interessante cercare di capire qual è il rapporto che si sviluppa tra la coppia protagonista, un legame che si crea solo virtualmente: le due persone sono distanti e non vicine, come è già accaduto storicamente innumerevoli volte; oggi è più facile, ma le persone si conoscono prima in rete e poi si incontrano. Nel film, accade il contrario, cioè due persone si conoscono per poi “perdersi”.

Quando è stato girato il film, Irons conosceva già Olga, cercando comunque- nonostante la mancanza di scene in comune-di poter creare un background di una storia tra i due. Certo, la cosa che lo preoccupa della tecnologia è la velocità, tutto avviene in modo talmente rapido, mentre quando si scriveva una lettera c’era una procedura, un rituale lento e malinconico, che rendeva reale la possibilità di instaurare una comunicazione emotiva, una vicinanza impossibile dietro uno schermo. Il tempo che si impiegava per scrivere una lettera, rileggerla, leccarla, chiuderla ed imbucarla permetteva di riflettere e prendere tempo.

E per quanto riguarda l’amore, esso è immortale?

Secondo Irons l’amore è immortale, se letto da un punto di vista di puro spirito: ma l’amore è mortale, come noi, come gli umani coinvolti; l’amore rimane, il suo spirito resta ma tutto è destinato a passare inesorabilmente. Tutte le persone che Irons ha amato rimangono nel suo io più recondito, sia per quanto riguarda quelle che se ne sono andate, sia quelle che sono rimaste. Rimangono e non scompaiono mai definitivamente.

Cos’è l’amore? È una forma di comunicazione più che di arte. E l’arte è una forma di comunicazione e di amore tra lo spirito di chi l’ha creata e lo spettatore. Dipende da cosa si riesce a comunicare. L’amore è simile alla comunicazione perché ci deve essere qualcuno pronto a donare e qualcun altro disposto a ricevere: non sempre è così, ma è la magia della vita, essere sempre disponibili nei confronti delle possibilità dell’universo.

A proposito di tecnologia: come si è sentito a dover registrare i videomessaggi prima dell’inizio delle riprese? Ammette di aver provato un senso di solitudine, dovendo ricreare con la sua immaginazione quello che era il rapporto con Amy: ed è ciò che tecnicamente avviene ad ogni film, immergendosi in una realtà “altra” e simulando che essa sia reale. Ha desiderato in più di un momento di averla lì con lui, per instaurare una vera comunicazione fatta di compresenza fisica e reciproco scambio tra attori.

La Contea, Grande Inverno, Hogwarts: ecco le location fantasy da collezione [FOTO]

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Si chiamano Peter e Radu i due artisti che utilizzando gli strumenti di Photoshop hanno realizzato una serie di tavole che raffigurano le location fantasy più amate di sempre. Il bacino fantasy da cui hanno attinto i due artisti è quello della letterature di Tolkien, di Martin e della Rowling, con luoghi familiari che vengono dalle pagine di Harry Potter, del Signore degli Anelli e delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Ecco le belle immagini:

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La Conseguenza, recensione del film con Keira Knightley

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La Conseguenza, recensione del film con Keira Knightley

Adattamento cinematografico del romanzo di Rhidian Brook, La Conseguenza è il nuovo film di James Kent (Generazione perduta, 2014) che vede ancora una volta Keira Knightley protagonista di un dramma in costume, sono gli anni ’40 del post Seconda Guerra Mondiale.

Il film racconta un classico triangolo amoroso, in cui Rachel Morgan, moglie dell’ufficiale inglese Lewis Morgan (Jason Clarke), si trova sradicata dal suo Paese per seguire i doveri del marito con l’esercito e si lascia sedurre dal Signor Lubert (Alexander Skasgard), proprietario della villa confiscata poco fuori Amburgo, dove i Morgan vanno a vivere. Devastata dalla perdita del figlio durante i bombardamenti di Londra e trascurata dal marito che sembra essere troppo preso dal lavoro per curarsi della moglie, Rachel troverà conforto tra le braccia dell’affascinante Lubert, anche lui alle prese con la sofferenza per la morte della moglie, e con una figlia adolescente.

La trama sembra apparentemente semplice e i meccanismi messi in gioco elementari, tuttavia il film di Kent possiede un cuore più cupo, rivelandosi un racconto fatto di rabbia e di coraggio, ma anche di perdono e di espiazione.

La Conseguenza, guarda le interviste al cast

Il film è connotato storicamente e geograficamente in maniera molto precisa: 1945, Amburgo distrutta, il signor Lubert che sottostà agli ordini dell’esercito inglese e ospita l’ufficiale e sua moglie potrebbe essere un simpatizzante nazista, ma “ha perso la guerra” ed è quindi relegato a prigioniero nella sua stessa casa. La tensione emotiva è forte sin dall’inizio e le parti in gioco sono ben delineate.

Tuttavia lo sguardo di Kent decide deliberatamente di non raccontarci la Storia e la città, limitandosi alle stanze, ai saloni, con qualche piccola significativa incursione nei boschi circostanti alla casa. Quello del film è un microcosmo domestico, all’interno del quale esplode la passione.

Tuttavia, nonostante l’innegabile sex appeal di Skasgard e la comodità con cui la Knightley indossa la donne d’altri tempi, i due non hanno una grande chimica né l’esplosione della loro passione è costruita in maniera tale da risultare credibile. Chi invece sorprende è Jason Clarke, nei panni di Lewis Morgan, non tanto perché mostra delle raffinate doti da interprete drammatico (è risaputo che l’attore abbia grande talento e troppo spesso venga relegato a ruoli di margine), ma perché il suo personaggio è quello che più mette a nudo la sua ferita emotiva, sorprendendo lo spettatore, così come lo sorprende il finale della storia.

La Conseguenza è in superficie un racconto di passione, ma in profondità una storia di anime ferite che tentano di ricucirsi, facendosi ancora più male nel tentativo di rimettersi in sesto.

Guarda il trailer de La Conseguenza

La Conseguenza, le interviste al cast

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La Conseguenza, le interviste al cast

Ecco l’intervista a Jason Clarke, Keira Knightley, Alexander Skarsgård e al regista James Kent per La Conseguenza, il nuovo film 20th Century Fox al cinema dal 21 marzo.

Jason Clarke (Mudbound) e Alexander Skarsgård (Big Little Lies) fanno parte del cast al fianco della Knightley, con with Kate Phillips (Wolf Hall) e Fionn O’Shea (Roy). Ambientato nel 1946, The Aftermath racconta di una donna di nome Rachael Morgan (Knightley) e del suo viaggio nella Amburgo post Seconda Guerra Mondiale, alla fine dell’inverno, per ricongiungersi con suo marito Lewis (Clarke), un colonnello britannico che è stato incaricato di supervisionare la ricostruzione della città durante le settimane dopo la fine della guerra. Tuttavia, con grande sgomento di Rachel, la donna arriva a scoprire che Lewis ha deciso di condividere la loro con il suo proprietario originale, Stefan Lubert (Skarsgård), e sua figlia. Da lì “l’inimicizia e il dolore lasciano il posto alla passione e al tradimento”, come dice la sinossi del film.

La Conseguenza, recensione del film con Keira Knightley

La conquista del pianeta delle scimmie: nuovo poster del film di Matt Reeves

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Ormai in fase di post-produzione l’atteso prossimo film del regista di Cloverfield, Matt ReevesDawn of the Planet of the Apesda noi tradotto La conquista del pianeta delle scimmie rivela un nuovo inquietante poster:

La conquista del pianeta delle scimmie-poster

Tutte le foto del film:

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Il cast comprende   e , che indossa un vestito di performance capture per riprodurre Cornelia a fianco di Andy Serkis di nuovo nel ruolo dello scimpanzè Cesare. Diretto da Matt Reeves, basato su una sceneggiatura di  e , il film dovrebbe uscire negli USA entro il 22 maggio del prossimo anno.

Trama: Una nazione di scimmie geneticamente modificate ed evolute, guidate da Cesare, è minacciata da un gruppo di esseri umani sopravvissuti al terribile virus diffusosi dieci anni prima. Entrambi i fronti per un po’ di tempo convivono in pace, ma la stabilità presto si sgretola, dando inizio ad una guerra che determinerà quale sarà la specie dominante sulla Terra.

La Congiura della Pietra Nera: recensione del film

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La Congiura della Pietra Nera: recensione del film

Arriva al cinema dopo la Mostra Internazionale del cinema La Congiura della Pietra Nera, il film con protagonista l’attrice Michelle Yeoh diretto da John Woo.

In La Congiura della Pietra Nera Pioggia Fine (Michelle Yeoh) è l’assassina più spietata della banda della Pietra Nera. La donna, infatti, grazie alla sua abilità con la spada, non esita ad uccidere tutti coloro che si frappongono fra lei e la sua ragione di vita: entrare in possesso delle due parti del cadavere del monaco buddista Bodhi, dotate, come vuole la leggenda, di poteri e proprietà magiche.

Durante un combattimento, però, la feroce omicida vede la sua determinazione venire meno e decide di sottrarre il corpo del monaco alle grinfie dei suoi complici per andarlo a seppellire vicino ad un tempio.

La sua fuga, prevedibilmente, non lascia certo indifferenti gli altri componenti della Pietra Nera che, messisi sulle sue tracce, la trovano, intenta a condurre una vita normale come bottegaia e sposa, e la obbligano a fare i conti col passato.

La Congiura della Pietra Nera, presentato alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia nel 2010 in occasione della consegna del Leone d’Oro al suo regista, John Woo, arriva nelle sale italiane a due anni di distanza e non dice sostanzialmente nulla di nuovo sul genere.

Un inizio a fumetti, infatti, lascia spazio ad una storia stereotipata, fatta soprattutto di combattimenti e dialoghi altisonanti (e a tratti imbarazzanti), che non annoia, ma nemmeno appassiona.

La Congiura della Pietra Nera, il film

La Congiura della Pietra Nera recensione

La professionalità degli interpreti e il costante movimento creato dai reiterati duelli a colpi di spade, sciabole e mosse di arti marziali, fortunatamente, riescono a mantenere lo spettatore discretamente sotto tensione facendogli dimenticare (e forse anche per far ciò è necessario essere bravi) che la sceneggiatura presenta molti punti oscuri e diversi scambi verbali infelici. Anche il montaggio rapido, sfuggente, concorre alla creazione di un’opera buona dal punto di vista puramente visivo, ma incapace di trasmettere pathos e di attivare i processi d’identificazione.

Solo la natura della storia d’amore tra la protagonista redenta e il marito (Jung Woo-Sung), apparentemente tranquillo e sempliciotto, merita un po’ d’attenzione, poiché il film, trattando il tema della dualità della personalità, riesce a rendere l’amore e l’odio che c’è tra i due con pochi facili stratagemmi, rintracciabili soprattutto nelle due scene quasi speculari in cui l’uno veglia il sonno dell’altra e viceversa.

Tutto il resto si giostra tra sfide e combattimenti spettacolari, uomini (e pugnali) volanti e piccole sequenze tra il divertente e il grottesco che conducono lo spettatore per mano fino ad un non scontato lieto fine.

Due ore di film facile facile. Proprio da evitare solo per chi non sopporta le arti marziali.

La concessione del telefono: il film tv di Roan Johnson

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La concessione del telefono: il film tv di Roan Johnson

Debutterà su RAI 1 lunedì 23 marzo 2020, La concessione del telefono, il film tv diretto da  Roan Johnson e basato sull’omonimo romanzo di Andrea Camilleri. La collection C’era una volta Vigata si arricchisce di un nuovo capitolo con La concessione del telefono per la regia di Roan Johnson. Dopo il successo di La mossa del cavallo e La stagione della caccia, che hanno entrambi superato il 30% di share, l’immaginifico mondo di Vigàta nato dalla magica penna di Andrea Camilleri torna in tv, arena di una nuova avventura.

La concessione del telefono, tratto dall’omonimo romanzo storico, riporta alla ribalta l’immaginaria cittadina, resa unica dalla fantasia del grande scrittore siciliano. Il film tv d è una produzione PALOMAR in collaborazione con RAI FICTION prodotto da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra con Max Gusberti.

La concessione del telefono: la trama e il cast

Tratto dal romanzo omonimo di ANDREA CAMILLERI edito da SELLERIO EDITORE, sceneggiatura di Andrea Camilleri, Francesco Bruni, Roan Johnson, La concessione del telefono vede protagonisti un cast d’eccezione con con Alessio Vassallo, Thomas Trabacchi, Federica De Cola, con Dajana Roncione, Corrado Fortuna, Ninni Bruschetta e con Corrado Guzzanti, con la partecipazione di Fabrizio Bentivoglio.

Pippo Genuardi, nato a Vigàta il 3 settembre 1856, è un commerciante di legnami. Ma sia chiaro: quella non è la sua occupazione maggiore, anzi, potremmo dire che il suo vero talento è quello di cacciarsi nei guai. Spiantato, ironico, amante delle donne e della tecnologia, Pippo sembrerebbe aver messo la testa a posto sposando Taninè Schilirò, figlia dell’uomo più ricco di Vigàta, ma il nostro protagonista è appunto un uomo che in realtà non si accontenta mai. E così, spedendo tre lettere al Prefetto Marascianno (un napoletano paranoico e complottista), mette in moto un meccanismo che lo porterà a trovarsi sotto due fuochi incrociati: lo Stato, che pensa di avere a che fare con un pericoloso sovversivo, e l’uomo “di rispetto” Don Lollò, che inizia a credere che il Genuardi lo stia prendendo per fesso. Per ottenere l’agognata “concessione del telefono”, infatti, Genuardi sarà disposto a tutto: cercare l’appoggio di suo suocero, ma anche della mafia; corrompere funzionari pubblici e tradire il suo vecchio amico Sasà. Il tutto sotto gli occhi del Questore Monterchi, venuto dal Nord, che osserverà sgomento e impotente il concatenarsi folle degli eventi.

La concessione del telefonoLa concessione del telefono, il film tv

La concessione del telefono è la storia di tre piccole palle di neve (che nel film hanno la forma di tre lettere inviate da Pippo Genuardi al prefetto Marascianno) che, rotolando piano piano, diventeranno una valanga che travolgerà il nostro povero protagonista. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Camilleri che è un gioiello di ingegneria narrativa. Non solo per la struttura del libro così originale che alterna le “cose scritte” (lettere, documenti, articoli di giornale) con le “cose dette” (dialoghi secchi senza descrizioni). Ma anche perché la storia de La concessione del telefono è una sorta di bomba ad orologeria nascosta sotto un tavolo, di cui il lettore e lo spettatore possono solo intuire la presenza. E anche gli stessi personaggi e prima di tutto Pippo Genuardi non ne sentono il ticchettio, che aumenta di scena in scena. Pensano di essere più ‘sperti di molti, ma quando capiranno di essere più scemi di altri sarà troppo tardi.

Con il film abbiamo provato a rendere onore a questa originalità del libro di Camilleri, dividendo lo schermo in modo naturale per lasciare uno spazio in cui poter scrivere i vari documenti, e cercando con voci over e altre idee visive di mantenere la forza di come le parole sulle lettere e nei documenti raccontino cose diverse da quello che si vede o si sente. Così abbiamo provato a raccontare come la formalità della burocrazia diventi un gorgo in cui il nostro protagonista, e forse con lui il “senso” stesso della terra senza tempo in cui vive, verrà risucchiato. E la beffa è che dentro quella voragine dello Stato e in quelle spire della Mafia, il Genuardi ci si è cacciato da solo. Ma perché si è “amminchiato” così tanto con questa diavoleria del telefono? Lo scopriremo solo nel finale a sorpresa, come lo ha costruito il maestro siciliano, anche se nel film sono seminati indizi della verità al tempo stesso assurda e ovvia che sta sotto tutta questa vicenda.

La Compagnia dell’Anello compie 60 anni

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La Compagnia dell’Anello compie 60 anni

la compagnia dell'anelloNove saranno i membri della Compagnia dell’Anello, e i Nove Viandanti si opporranno ai Nove Cavalieri che sono malvagi. Con te e con il tuo fido servo verrà Gandalf; questo sarà infatti il suo grande incarico, e forse la fine dei suoi travagli. Gli altri rappresenteranno i rimanenti popoli liberi della Terra: Elfi, Nani e Uomini.

E’ l’inizio di una delle più grandi saghe letterarie del secolo scorso, uno dei libri più importanti per la cultura europea e mondiale e uno dei più grnadi debiti che il cinema degli anni 2000 ha nei confronti della letteratura. Sessant’anni fa usciva in libreria La Compagnia dell’Anello, primo capitolo de Il Signore degli anelli.

La prima parte del capolavoro indiscusso del Professore J. R.R. Tolkien compie 60 anni, e per festeggiare vi proponiamo il primo trailer de Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, primo sguardo che il mondo ha dato all’immane opera di Peter Jackson che ha portato sulla Terra la Terra di Mezzo e tutta la poesia, la potenza, l’emozione, l’epicità e la bellezza dell’opera di Tolkien.

La compagnia del Cigno 2: Quando tutto cambia, l’amicizia rimane

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La compagnia del Cigno 2: Quando tutto cambia, l’amicizia rimane

Dopo il grande successo della prima stagione, che ha toccato punte di share superiori al 30%, arriva La Compagnia del Cigno 2, la serie di Ivan Cotroneo incentrata sull’amicizia, sul talento, sull’impegno, sulla salvezza che deriva dalla musica, sulla difficoltà e sulla bellezza di diventare grandi.

Nelle nuove puntate ritroveremo protagonisti i sette giovani musicisti, sempre guidati dall’inflessibile maestro Luca Marioni, alle soglie dell’ingresso nel mondo accademico del Conservatorio, dove la competitività si fa più serrata. Ad accelerare i conflitti l’arrivo di un nuovo maestro, Teoman Kayà, ex allievo dello stesso conservatorio Verdi, vecchio amico di Marioni e di sua moglie Irene, e ora direttore d’orchestra di fama mondiale. L’arrivo di Kayà al Conservatorio e la sua collaborazione con Marioni hanno un fine segreto e a pagarne le conseguenze potrebbero essere sia Marioni e sua moglie Irene, sia i ragazzi, spinti gli uni contro gli altri per far sì che si consumi a loro insaputa una antica vendetta.

Tra i nuovi personaggi di questa seconda stagione, il ruolo dell’antagonista, Teoman Kayà, è affidato a Mehmet Gunsur, nato a Istanbul e naturalizzato italiano (Il bagno Turco di Ferzan Ozpetek; The Gift).

Gli episodi di La Compagnia del Cigno 2

Episodio 1 – Il ritorno

Sono passati due anni dalla nascita della Compagnia e i sette ragazzi sono più legati che mai, pronti ad affrontare un momento fondamentale per la loro vita adulta: gli esami di maturità. La preoccupazione per un difficile momento famigliare rischia però di compromettere l’orale di Barbara, la più brava tra loro. A questo si aggiunge l’emozione per l’arrivo al Conservatorio di un ex allievo, Teoman Kayà, maestro e violinista di fama internazionale, che avrà l’onore di dirigere l’orchestra preparata con passione e amore negli anni da Luca Marioni. Per Luca e Irene, sua moglie, quello è il ritorno di un amico, in grado però di riaprire vecchie ferite.

Episodio 2 – Verità nascoste

Irene sente che Luca le sta nascondendo qualcosa sul suo rapporto con Teoman. C’è una frattura profonda che divide i due maestri e che ha origini lontane. I pochi giorni che Teoman trascorre ancora a Milano saranno l’occasione per riportare alla luce una scomoda verità e far capire a Teo che forse il passato non è del tutto superato come sembra. I ragazzi della Compagnia, intanto, sfruttano il poco tempo libero prima del concerto con Kayà per supportare Rosario nella ricerca del suo vero padre. Anche Barbara ripensa al suo passato, ignara che la causa del suo trasferimento a Milano sta per tornare prepotentemente nella sua vita.

Episodio 3 – Diventare grandi

Teoman ha deciso di diventare uno degli insegnanti del Conservatorio Verdi. La cosa sembra far felici tutti, eccetto Marioni che, sebbene dissimuli tranquillità, non riesce completamente a fidarsi dell’ex amico. Intanto per la Compagnia ci sono importanti novità, ma quella che dovrebbe essere una bella notizia per Matteo e Sofia, sconvolge le rispettive famiglie. Anche Matteo, dopo un primo momento di gioia, è sopraffatto dalla paura per il futuro che lo aspetta tanto da compromettere la sua storia con Sofia. E mentre Barbara deve fare i conti con una dolorosa relazione del passato, Sara e Rosario vivono i loro primi amori.

Episodio 4 – Saper tornare indietro

Sofia ha perso la fiducia nel suo rapporto speciale con Matteo. Grazie al sostegno dei due Danieli, della Compagnia e del Maestro Marioni, il ragazzo però capisce il valore di ciò che potrebbe perdere. Robbo intanto non riesce ad ignorare l’attrazione che prova per Natasha, la figlia del nuovo compagno della madre e Sara si lascia, suo malgrado, andare all’amore. Nel frattempo, Luca e Teoman portano i ragazzi ad una prima esibizione di successo, gli atteggiamenti del nuovo maestro però continuano a essere ambigui soprattutto nei confronti di Irene anche se nessuno, eccetto Luca, sembra rendersene conto.

La commedia di Seth Rogen e Zack Galifianakis cancellata dai calendari Universal

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Universal ha deciso di cancellare dal proprio calendario la data d’uscita dell’annunciata commedia fantascientifica con protagonisti Zach Galifianakis, Bill Hader e Seth Rogen.

L’uscita della pellicola era inizialmente programmata per il 26 maggio 2017. Sarebbe però andata in concorrenza con importanti avversari, ovvero il nuovo capitolo dei Pirati dei Caraibi di Disney e il fiction-thriller Sony, Life.

Non è stato chiarito con un comunicato il motivo per cui il film è stato per ora cancellato dal calendario. Possibile che Universal abbia paura di sforare il budget, visto che lo stesso Rogen aveva confermato in un’intervista dello scorso 8 agosto che il film aveva avuto problemi di pianificazione.

La vicenda è ambientata nello spazio: Galifianakis, Hader e Rogen vestono i panni di un trio di astronauti che, durante una missione, fa la scoperta di una misteriosa navicella aliena. Capiranno presto di non essere preparati a rappresentare l’umanità in una battaglia contro altre forme di vita intelligente.

Il progetto ha per ora il titolo The Something. Verrà diretto da Rodney Rothman, produttore e scrittore di 22 Jump Street, al suo debutto in regia.

Il film sarà prodotto da Rothman e dalla Point Grey Pictures, la casa di produzione di Rogen in collaborazione con Evan Goldberg.

Fonte: Variety

La Columbia pensa già a I Puffi 3!

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I Puffi 2 uscirà fra oltre un anno, ma la Columbia Pictures guarda già al terzo capitolo della saga dedicata agli inconfondibili omini blu. Per I Puffi 3 la compagnia ha già reclutato

La Collina dei Papaveri recensione del film di Goro Miyazaki

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La Collina dei Papaveri recensione del film di Goro Miyazaki

Yokohama. 1963. Sullo sfondo un Giappone che comincia a riprendersi dalla sconfitta della Seconda Guerra Mondiale e che si prepara ad un futuro di crescita economica, in primo piano la storia d’amore tra Umi e Shirou, due adolescenti che rappresentano, come una metafora, la tradizione e l’innovazione che si fondono per entrare in una nuova era.

La coda del Leone – Riflessioni sui premi & L’Ultima Cena di Ang

Questi festival hanno iniziato ad andare a puttane quando sono state istituite ‘ste secchiate di premi. Che io vorrei capire perché dobbiamo premiare duecento cose durante un Festival. Già mi vengono sospetti quando sento ‘premio miglior opera prima’, perché ho sempre pensato che non ne esistessero più, di opere prime. Cioè uno nasce in Italia e se nel dna ha qualche velleità artistica già glie tagliano il cordone ombelicale e poi l’opera prima, che viene recapitata immediatamente nelle mani di qualcuno che la trasformerà in qualcosa per cui tutti diranno: bravissimo! Era la sua opera prima, non dimentichiamocelo!

Vorrei capire perché uno fa una cosa, che è una cagata, ma dai è sempre un’opera prima. Così come, fai un capolavoro ahhh si vede, le cose più matte te le puoi permettere solo alla tua opera prima!

Comunque pensavo di essere rimasta solo io e il piccolo Muccino a non aver ancora donato qualcosa di artistico al mondo, e invece no, tutto brulica di opere prime.

(Vì)

Per vincere un Leone d’oro a Venezia, un film deve avere due caratteristiche: deve piacere alla maggior parte dei giurati e io non devo averlo visto. È matematico. Ogni anno, indipendentemente da tutti gli altri fattori, la pellicola che ha vinto l’ambìto premio sbrilluccicante rientra tra quelle di cui non sono riuscito a fruire. Posso averli visti tutto tranne uno, che in quel momento proprio mi scappava la cacca, e vince proprio quello. Sono convinto che se un anno per qualche miracolosa circostanza dovessi riuscire a vedere ogni film in concorso, darebbero appositamente il premio a una pellicola che non è passata, solo per rinnovare questa tradizione propiziatoria. Quindi non so ragguagliarvi su quanto sia meritata la vittoria di questo Desde Allà, né su quanto abbia influito la latinoamericanità del presidente di giuria sulla vittoria dei due leoni principali, l’uno venezuelano, l’altro argentino. Ricordatevi che io ballo lo Sticazzi e l’ultima sera sto talmente cotto che l’unica cosa che voglio è chiudere tutto e annammene a magnà. Pare ‘na cosa facile, e invece no: io non solo, per lavoro, devo seguire la premiazione, con tutti quei discorsi di grazie, graziella e graziearcazzo interminabili che ti viene voglia di chiedere a Baratta la distribuzione di pistole ad aria compressa per poterti sparare sui coglioni, ma anche la conferenza dei giurati, le polemiche sulle scelte dei giurati, la conferenza dei premiati, le polemiche sui parrucchieri dei premiati, i commenti post conferenza, la pipì e le flatulenze dovute all’emozione (soprattutto quelle di Valeria Golino, visibilmente toccata dall’aver ricevuto una Coppa Volpi per miglior attrice quando lei è sempre stata convinta di essere un metalmeccanico). Insomma, per dovere di cronaca, registriamo tutto, fino all’ultima goccia d’energia che ce resta in corpo. Vero è che la giornata è stata altresì tranquilla, che tutti stanno a dormì, perché ve l’ho detto, il Festival alla fine già da venerdì sta alla frutta. Il che mi ha dato modo di accogliere la mia adorabile mogliettina, aka Michèle. Colpo di scena per chi non ci conosce: io e Vì non siamo sposati. E lei è attualmente anche single, quindi fatevi avanti prima che sia tardi. Michèle (si scrive alla francese, non come la canzone dei Beatles), molto fashionably late, arriva a Venezia solo quando la folla s’è diradata. E mica sposàmo la gente a caso, qua. Comunque, dato che la sera devi lavorare come un somaro, a una certa, dopo passeggiata per il Lido con visita degli acquitrini più chic e immancabile Spritz di benvenuto, la affido alle amorevoli cure di Vì che, dopo aver seguito con me la parte più insopportabile della serata – meraviglioso il fermo immagine di Fabrice Luchini con le dita strette a mo’ di ‘che minchia dici?’ – recupera la mia consorte (che è anche un po’ la sua) e la porta a cena in un ameno ristorante vegetariano dove, incredibilmente date le usanze locali, la sera prima ci ha trattati benissimo.

luchini

E di qui in poi lascio di nuovo la parola a Vì, che lo racconta benissimo.

(Ang)

E infatti, non sto a dirvi quanto non ne possiamo più del premio Giangiacomo al miglior starnuto nel film, del Premio Sala Grande per le migliori freddure, insomma, non vorrei che queste cosette offuscassero ciò che conta di più della serata conclusiva: Il premio ad Ang per il miglior interprete protagonista nel film L’ultima cena.

L’ultima Cena (scheda tecnica)

Titolo originale: ‘Saturday night and we in the spot, don’t believe just watch!’ (sì lo sappiamo, i titoli italiani so sempre nammerda)

Paese: Lido of Venice

Interpreti: Ang, Vi, Michèle, il ristoratoredemmerda

Per la prima volta sullo schermo: il giovane mortificato

Durata: 120 min

Sinossi:

In una ridente lingua di terra isolata da ogni forma di civiltà, dove per due settimane vivono allo stato brado uomini e donne che si occupano di cinema, succedono cose inspiegabili. I gestori dei locali, invece di gioire alla vista di forme di vita che non siano zanzare della dimensione di un coguaro che movimentano la vita del luogo, manifestano tutto il loro fastidio e livore verso forestieri, che vorrebbero solo espletare bisogni primari: magnà, pagà, sigarettina e cià annamosene a dormì che domani c’è er coreano de 150 minuti. Per fortuna arriva Ang, un uomo astuto, che riesce a scovare tra quel popolo ostile uno sparuto gruppetto di scissionisti che sposano la causa ospitalità. Ma niente è come sembra…

Recensione:

Pastiche comico che si tinge di toni grotteschi e sul finire drammatici questo ultimo lavoro presentato fuori concorso al Festival di Venezia. La pellicola punta tutto su una messa in scena spiazzante, per dare spessore a una storia non nuova, che declina come da manuale le regole dei generi attraversati (commedia, thriller parapsicologico, horror onirico). La prima parte, tutta girata in monolocation, è una cena tra amiche, che aspettano qualcuno. Lo spettatore, all’incedere della pellicola, noterà un innalzamento di livello di tensione, dato dalla caratterizzazione del personaggio del ristoratoredemmerda, che da uomo mite e gentile si trasformerà di colpo in un terribile psicopatico. Nella seconda parte, più breve, il twist narrativo è rappresentato dall’arrivo di Ang: la pellicola gioca con le attese dello spettatore disattendendole tutte. Da quel momento il romanticismo beat della prima parte vira verso una messa in scena claustrofobica e un montaggio nervoso. Sul finale, le ostilità tra i due uomini rivali sono un omaggio al miglior cinema surreale.

Nuoce la chiusura moralistica del cameriere mortificato che sa di posticcio. Meravigliose le musiche di Bruno Mars.

Se fate i bravi lo proiettiamo anche al Festival di Roma.

(Vì)

In buona sostanza, al mio arrivo dopo una impegnativa serata lavorativa, alla richiesta di una forchetta per consumare il mio pasto già cucinato e tenuto in caldo, il ristoratoredemmerda sbrocca e ci caccia via in malo modo. Senza motivo apparente. Vi è piaciuto il film? Ecco, a me mica tanto. Per cui, caro ristoratore, visto che sei vegetariano, comprate du cetrioli. Così uno te lo magni.

Corollario: per la prima volta in dieci anni che vengo qui (con qualche interruzione) mi sono deciso a sfruttare l’occasione per vedere la Biennale. Tra le opere più rilevanti una scultura interamente composta da seghe. E la cosa più incredibile è che lo scultore è cieco. E una serie di water esposti in bella vista con annesse delle cuffie per sentire lo scroscio in 5.1. Dall’arte non si cessa mai di imparare.

Pace e bene a tutti. Viva il cinema.

(Ang)

La coda del diavolo: recensione del film con Luca Argentero

La coda del diavolo: recensione del film con Luca Argentero

Luca Argentero, con una carriera alle spalle di vent’anni, mancava – come lui stesso ammette – un progetto con Groenlandia. È stato questo uno dei motivi che lo ha spinto ad accettare di ricoprire il ruolo del protagonista Sante Moras in La coda del diavolo, nuovo film Sky Exclusive in arrivo sulla piattaforma dal 25 novembre. Una collaborazione partita dalla lettura del romanzo omonimo di Maurizio Maggi, nel quale è ritratto un uomo che ben si allontana dai personaggi che hanno costellato l’esperienza cinematografica dell’attore torinese, diventando così una sfida e un’occasione da cogliere. Argentero, in questo viaggio fra la ricerca di sé e la salvezza, è stato accompagnato da due ottimi comprimari, Cristiana dell’Anna e Francesco Acquaroli.

Insieme al suo Sante, sono personaggi che tessono le fila di un thriller dalle tinte noir, e definiti dal regista Domenico De Feudis come tre solitudini che cercano la propria strada, affrontando le loro più intime paure. Tre ritratti che però non emergono mai come dovrebbero nella storia, e il cui background rimane per lo più sconosciuto, faticando a dargli delle vere sfaccettature. La coda del diavolo si basa su una sceneggiatura di Nicola Ravera Rafele e Gabriele Scarfone, ed è prodotto da Matteo Rovere e Andrea Paris.

La coda del diavolo, la trama

Sante Moras è un ex poliziotto ora guardia carceraria in un carcere della Sardegna. È un uomo solo, che trascorre il suo tempo libero ad aggiustare una barca a cui è estremamente legato. Un giorno viene arrestato un uomo colpevole di aver ucciso a sangue freddo una giovane davanti a due poliziotti, e dietro questo delitto sembra celarsi una verità atroce, legata in principal modo a una sorta di tatuaggio che la ragazza porta dietro il collo e che assomiglia alla coda di un diavolo. Sante viene incaricato di sorvergliarlo, ma quando all’improvviso si addormenta, al suo ritorno il detenuto nella cella è stato ucciso. In preda alla paura di essere dichiarato colpevole, l’ex poliziotto scappa, autocondannandosi. A inseguirlo è il commissario Tommaso Lago, determinato a trovarlo e portarlo davanti alla giustizia. Sante, però, capisce che l’unico modo per tornare alla normalità è scavare fino in fondo nella verità: ad aiutarlo sarà la giornalista Fabiana Lai, che non si fermerà all’apparenza delle cose ma guarderà oltre, per stanare i veri assassini, scoprendo una realtà ancora più oscura.

Caccia all’uomo in una fredda Sardegna

Inabissarsi in un film di genere non è mai semplice. Ogni tassello deve incastrarsi bene nel puzzle finale. L’equilibrio è sempre precario, e bisogna che la tensione abbia un costante crescendo se si indossano gli abiti di un thriller-noir come La coda del diavolo. Per quanto sia esemplare la performance di Luca Argentero, il cui impegno è percepibile, a questa pellicola manca il giusto coinvolgimento per convincere a pieno. L’incipit è fuor di dubbio buono: un uomo solido ma con diversi fantasmi viene incolpato di un crimine che non ha mai commesso. Mentre cerca di fuggire da un immeritato destino deve fare i conti con se stesso e il suo passato, due elementi che lo hanno ingrigito. Una trama classica, in cui si intrecciano mafia, redenzione, riscatto, e dove la dicotomia fra bene e male impregna ogni angolo della narrazione. Peccato, però, che a livello di esecuzione non tutto ingrani come dovrebbe: a volte si è inondati dalla sensazione che manchi qualcosa nel racconto, o che ci siano dinamiche messe al margine. L’aspetto criminoso non si approfondisce, è un contorno offuscato, trasformandosi solo in un pretesto per il progresso delle azioni dei personaggi.

L’action non è mai pienamente intrattenitivo, facendo calare l’attenzione sulla scena che si sta guardando (e che dovrebbe essere adrenalinica). Anche sulla caratterizzazione dei personaggi la sceneggiatura ha faticato a metterli a fuoco come ci si aspetterebbe da un film di genere, specie se sono le colonne portanti attraverso cui si esplicano le tematiche che si vogliono affrontare. Per affezionarsi ai protagonisti sullo schermo non basta calarli in un contesto minaccioso, ma serve sapere quali sono i loro demoni nell’armadio, quali le loro preoccupazioni, cosa li soffoca e le ragioni concrete che li spingono a reagire in un determinato modo. Incontrando gli attori, Cristiana dell’Anna ha dichiarato che la sua Fabiana è una di quelle giornaliste che guardano al di là del pregiudizio, che scavano nella verità con le unghi e con i denti senza preoccuparsi della loro incolumità. Tuttavia il personaggio non respira mai totalmente, soffocato forse da tempi troppo stretti. Lo stesso si può dire di Sante e e il commissario Lago, la cui storia oltre quel che si vede è nascosta nell’ombra. Il risultato è un prodotto che funziona a metà. Spesso zoppicante, che avrebbe meritato un minutaggio differente per farlo apprezzare meglio.

La CNN spoilera il Miglior attore protagonista agli Oscar?

Miglior attore protagonista

ACADEMY AWARDS

TO

LEONARDO DICAPRIO

BEST PERFORMANCE BY AN

ACTOR IN A LEADING ROLE

“THE WOLF OF WALL STREET”

2013

Sono queste le parole che campeggiano su una targa, di quelle che si fissano poi sulla base della statuetta degli Oscar, che la CNN ha ripreso e mandato in onda, generando poi un tam tam di elettrizzati fan che erano finalmente soddisfatti dal sapere che il prezioso riconoscimento sarebbe andato a Leonardo DiCaprio il prossimo 2 marzo durante la serata di premiazione degli Academy Awards al Dolby Theatre per la categoria Miglior attore protagonista.

E invece no, tutti tranquilli, non si tratta di uno spoiler, ma semplicemente della ripresa di una delle targhe che l’Academy prepara ogni anno in attesa di sapere chi sarà il vincitore del premio. Infatti, ogni anno, vengono realizzate tutte le targhe, una per ogni nominato, e solo alla fine verrà utilizzata quella del vincitore effettivo. Sarà DiCaprio? Chissà!

I bookmaker puntano su Matthew McConaughey, ma i giochi non sono ancora del tutto fatti e Leo ha delle buone possibilità di spuntarla.

Ecco l’elenco completo dei nominato per gli Oscar 2014: NOMINATION

La foto aveva generato una vera andata di panico ed eccitazione, ma dopo qualche ora cinemablend ha chiarito il malinteso, spiegando che i nomi dei nominati vengono stampati tutti.

Fonte: CinemaBlend

La clip di Misty Mountain da Lo Hobbit: un viaggio inaspettato

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La clip di Misty Mountain da Lo Hobbit: un viaggio inaspettato

Ormai mancano poco più di un giorno all’uscite del film Lo Hobbit: un viaggio inaspettato ed ecco arrivare la clip legata alla canzone Misty Mountain cantata dalla voce di Thorin Scudodiquercia:

La classifica di Variety di tutti i film e le serie del MCU sta dividendo le opinioni

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Tra film, serie TV e serie animate, ci sono stati oltre 50 progetti dei Marvel Studios da quando Iron Man è sbarcato sui nostri schermi nel 2008. Classificarli non deve essere stata un’impresa facile, ma Variety ci ha provato e i risultati si sono rivelati estremamente divisivi.

Moon Knight era peggio di Echo e Captain America: Brave New World? I Fantastici Quattro: Gli Inizi è inferiore a The Marvels e Ironheart? E aspetta, Avengers: Endgame è il miglior film dell’MCU rispetto a Black Panther?

Alcuni potrebbero essere d’accordo con queste decisioni, ma è comprensibile che una lista così lunga debba generare opinioni contrastanti. Ripensando a questi film e serie TV, è incredibile vedere quanta strada abbiano fatto i Marvel Studios da quando la Fase 1 è culminata con quello che all’epoca era il più grande film di supereroi di tutti i tempi: The Avengers.

In definitiva, la classifica di ognuno sarà diversa, e il film o la serie TV preferita da qualcuno potrebbe essere la meno preferita da qualcun altro.

Di seguito ecco la classifica di Variety di tutti i film e le serie del MCU

54 – Secret Invasion
53 – Thor: The Dark World
52 – Ant-Man and The Wasp: Quantumania
51 – Moon Knight
50 – Thor: Love & Thunder
49 – The Incredible Hulk
48 – Iron Man 2
47 – Echo
46 – Eternals
45 – Captain America: Brave New World
44 – The Falcon & The Winter Soldier
43 – What If…?
42 – Avengers: Age of Ultron
41 – Werewolf by Night
40 – Thor
39 – She-Hulk: Attorney at Law
38 – Ant-Man & The Wasp
37 – I Fantastici Quattro: Gli Inizi
36 – Black Widow
35 – Iron Man 3
34 – Captain Marvel
33 – The Marvels
32 – Ms. Marvel
31 – Ant-Man
30 – Ironheart
29 – Doctor Strange
28 – Thunderbolts*
27 – Daredevil: Born Again
26 – Your Friendly Neighborhood Spider-Man
25 – Doctor Strange in the Multiverse of Madness
24 – Guardiani della Galassia Vol. 3
23 – Guardiani della Galassia – Holiday Special
22 – Spider-Man: Far From Home
21 – Hawkeye
20 – Black Panther: Wakanda Forever
19 – Captain America: The First Avenger
18 – Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings
17 – Deadpool & Wolverine
16 – Agatha All Along
15 – The Avengers
14 – Spider-Man: Homecoming
13 – Captain America: Civil War
12 – Avengers: Infinity War
11 – Guardiani della Galassia Vol. 2
10 – Loki
9 – Thor: Ragnarok
8 – Iron Man
7 – Spider-Man: No Way Home
6 – X-Men ‘97
5 – Captain America: The Winter Soldier
4 – WandaVision
3 – Guardiani della Galassia
2 – Black Panther
1 – Avengers: Endgame

La classifica di tutti i film del franchise di Rocky/Creed

La classifica di tutti i film del franchise di Rocky/Creed

La saga di Rocky continua a ritmo serrato, anche dopo che Rocky stesso ha gettato la spugna, con Michael B. Jordan che torna nei panni di Adonis Creed in Creed III, l’ultimo capitolo di quello che potrebbe essere definito uno spin-off. Quanto a lungo potrà durare? Beh, pensate a questo: alla fine del nuovo film, Adonis si allena scherzosamente sul ring con la figlia in età scolare, e la bambina sembra già una potenziale campionessa. Chissà?

Tutto ebbe inizio nel 1976 con il film premio Oscar Rocky, in cui lo sceneggiatore e attore Sylvester Stallone creò l’iconico personaggio di Rocky Balboa, un pugile malconcio ma fiero, che viene ispirato dalla timida fidanzata Adriana Pennino (Talia Shire), dal fratello alcolizzato Paulie (Burt Young) e dal burbero allenatore/manager Mickey Goldmill (Burgess Meredith) a dare il massimo in un improbabile incontro con il campione dei pesi massimi Apollo Creed (Carl Weathers). Dopo diversi sequel, ora ci concentriamo su Adonis Creed, il figlio di Apollo, che ha sferrato il suo primo colpo sotto la guida di Rocky in Creed (2015). Il franchise conta nove titoli, eccoli classificati dal peggiore al migliore.

Rocky II (1979)

Il primo sequel del franchise stabilisce in modo inequivocabile la formula per ogni seguito con un numero romano: inizia con gli ultimi minuti del film precedente, introduce una tragedia e/o un tracollo finanziario come motivazione, concede ad Adrian ampio spazio per esprimere (o urlare) la sua disapprovazione per le decisioni rischiose di Rocky e si conclude – in netto contrasto con l’originale “Rocky” – con una vittoria conquistata a fatica e senza opposizione per lo Stallone Italiano. Purtroppo, pur attenendosi troppo fedelmente alla sua formula vincente per un film di sicuro successo di pubblico, Stallone (che subentra alla regia al premio Oscar John G. Avildsen) offre poco più di una pallida imitazione del suo predecessore. Ciononostante, è divertente notare quanto spesso elementi di questo capitolo vengano ripresi negli episodi successivi, tra cui “Creed” (in cui Rocky usa un pollo per allenare Creed, proprio come Mickey usa un volatile per allenarlo qui) e “Creed II”. (Rocky ricorda forse la sua proposta di matrimonio ad Adrian in “Rocky II” mentre consiglia a Creed di chiedere la mano a Bianca? Assolutamente sì.)

Rocky V (1990)

Persino alcuni dei fan più accaniti del franchise, tra cui, a quanto pare, lo stesso Sylvester Stallone, hanno liquidato il quarto sequel come un’operazione commerciale eccessiva. Eppure, “Rocky V” merita almeno qualche punto per essere il primo film della trilogia iniziale a smettere di fingere che, nel mondo reale, gli incontri sanguinosi di Rocky non sarebbero stati interrotti dagli arbitri dopo, che so, il terzo round. Quindi, come fa questo film a fornire l’inevitabile catarsi di un trionfale scontro alla Rocky? Ebbene, in questo episodio a tratti emozionante – il primo in cui Rocky appare nudo, mentre si fa la doccia dopo la violenta rissa di “Rocky IV” con Ivan Drago – lo Stallone Italiano e la sua famiglia tornano alle loro radici nel quartiere di Filadelfia dopo aver dichiarato bancarotta (per la quale Paulie, ovviamente, merita almeno un po’ di credito), e finiscono per allenare un ingenuo emergente (Tommy Morrison) che (a) tradisce Rocky, (b) vince il titolo dei pesi massimi, (c) non riesce ancora a uscire dalla lunga ombra di Rocky e (d) sfida avventatamente il suo ex mentore a un combattimento fuori dal bar preferito del nostro eroe. Tutto ciò porta a una lunga rissa di strada che, nonostante i suoi eccessi melodrammatici, è probabilmente il combattimento più realistico dell’intera saga di “Rocky”. (Anche a favore del quarto sequel: lo sceneggiatore e regista Stallone organizza un gradito ritorno di Mickey Goldmill, interpretato da Burgess Meredith, anche se il personaggio si era unito al Coro Invisibile in “Rocky III”.

Rocky III (1982)

Il successo rovinerà Rocky Balboa? A quanto pare sì: dopo aver conquistato il titolo dei pesi massimi in “Rocky II”, Rocky si evolve (o, forse più precisamente, inverte la sua natura) in una superstar elegante e raffinata che, per parafrasare un verso della canzone candidata all’Oscar “Eye of the Tiger”, baratta la sua passione per la gloria. Tuttavia, basta una dura batosta da parte dell’affamato e promettente Clubber Lang (l’irritante e patetico Mr. T) perché lo Stallone Italiano accetti la correttezza del giudizio del suo allenatore Mickey Goldmill: “Ti sei civilizzato”. In un ribaltamento, all’epoca sottovalutato, del cliché del salvatore bianco che aiuta le persone di colore oppresse, l’ex avversario, palesemente nero, Apollo Creed, interviene per preparare Rocky alla rivincita, portando il nostro eroe in una palestra per un allenamento di base insieme a – udite udite! – una moltitudine di afroamericani. Paulie è scettico: “Non puoi allenarlo come un pugile di colore, non ha ritmo!”, ma lo sceneggiatore e regista Stallone minimizza saggiamente il razzismo a malapena celato del personaggio. Curiosità: sebbene il pugile diventato attore Tony Burton sia apparso in due precedenti film di “Rocky” nel ruolo del trailer di Apollo, pronunciando nel primo film la memorabile battuta “Non sa che è uno spettacolo! Pensa che sia un vero combattimento!”, il suo personaggio, Duke, non è stato identificato con il nome nei titoli di coda fino a questo film.

La città verrà distrutta all’alba: trama, cast e curiosità sul film

In più occasioni il cinema si è cimentato nel raccontare di un mondo sconvolto da un virus letale che costringe l’intera popolazione a misurarsi con le sue drammatiche conseguenze. Film come Virus letale o il più recente Contagion sono solo alcuni degli esempi più brillanti di questo filone. Un altro titolo particolarmente importante è La città verrà distrutta all’alba (qui la recensione del film), diretto nel 2010 da Breck Eisner. A differenza dei due titoli poc’anzi citati, si tratta però di un thriller fantascientifico dove la diffusione del virus porta con sé risvolti molto peggiori della morte, trasformando gli infetti in veri e propri mostri senza controllo.

Il film in questione è inoltre il rifacimento dell’opera di culto omonima del 1973, diretta dal celebre regista horror George A. Romero. Con quest’opera egli si concentrò sul dar vita ad una scioccante rappresentazione dell’isteria che può colpire una popolazione nel momento in cui questa si trova a dover gestire fenomeni inspiegabili. Romero, che figura anche come produttore esecutivo di questo remake, si disse particolarmente soddisfatto dal nuovo film, considerandolo una vera reinterpretazione in chiave contemporanea del tema. La città verrà distrutta all’alba ha poi ricevuto una buona accoglienza anche dal resto della critica e del pubblico, arrivando ad un incasso di oltre 50 milioni di dollari.

Per tutti gli appassionati del genere, infatti, si tratta di un’opera imprescindibile, che va a segnare un notevole tassello nella rappresentazione di tale inquietante scenario. Nel film si ritrovano infatti tutte le caratteristiche del genere, come anche affascinanti novità. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e altro ancora. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La città verrà distrutta all’alba: la trama del film

La vicenda si svolge nella cittadina di Ogden Marsh, dove tutto scorre tranquillamente, gli abitanti sono i classici cittadini modello e non si verificano pressocché mai infrazioni della legge. Un giorno, però, durante una partita di baseball, l’agricoltore Rory Hamill decide di entrare sul campo con un fucile senza un non ben precisato motivo se non quello che di uccidere qualche sconosciuto. Lo sceriffoc David Dutton è quindi costretto ad ucciderlo per non rischiare la vita di nessun innocente. Quell’evento sembra inizialmente essere soltanto un caso isolato, dovuto all’improvvisa follia dell’agricoltore.

Ben presto però, la maggior parte degli abitanti comincia allo stesso modo a comportarsi stranamente, per poi nel giro di poche ore diventare degli assassini senza scrupoli. Lo sceriffo decide quindi, in una città allo sbando totale, di fuggire insieme a pochi superstiti non contagiati da quello che si scopre essere un misterioso virus che trasforma gli infetti in mostri fuori controllo e dediti alla pura violenza. A complicare la situazione vi è però anche l’intervento del governo, che venuto a conoscenza della situazione della cittadina, decide di intervenire con forze armate alla disinfestazione e all’uccisione di chiunque mostri i sintomi della pazzia, al fine di impedire la diffusione del virus.

La città verrà distrutta all'alba cast

La città verrà distrutta all’alba: il cast del film

Ad interpretare lo sceriffo protagonista del film, David Dutton, vi è l’attore Timothy Olyphant. Celebre per film come Hitman – L’assassino o la serie Justified, questi si dichiarò interessato al progetto sin da subito. Desiderava infatti da tempo recitare in un nuovo progetto di questo genere, ed era affascinato dalle tematiche universali presenti in esso. Dopo aver sostenuto un provino, l’attore ottenne la benedizione dello stesso Romero. Il regista lo considerò particolarmente adatto a rappresentare un uomo buono costretto a prendere una serie di decisioni al limite della moralità. Ad interpretare sua moglie incinta Judi, vi è l’attrice australiana Radha Mitchell, nota per film come Neverland – Un sogno per la vita e Attacco al potere.

L’attore Joe Anderson, visto nella serie televisiva Outsiders, è invece Russell Clank, il braccio destro dello sceriffo. Danielle Panabaker, nota per il suo ruolo di Caitlin Snow alias Killer Frost in The Flash, interpreta qui l’assistente del centro medico locale Becca Darling. Sono poi presenti gli attori Mike Hickman nei panni dell’agricoltore Rory Hamill, Christie Lynn Smith in quelli di Deardra Farnum, mentre Preston Bailey è Nicholas Farnum. John Aylward è il sindaco Hobbs, mente Lisa K. Wyatt e Justin Welborn sono Peggy e Curt Hamill, rispettivamente moglie e figlio dell’agricoltore Rory. Ogni attore che interpreta un personaggio infettato è poi andato incontro a diverse ore di trucco per dar vita alla trasformazione necessaria.

La città verrà distrutta all’alba: il trucco, il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Per dar vita agli infetti presenti nel film, di particolare importanza era trovare il giusto aspetto estetico da realizzare attraverso il trucco. Inizialmente si era optato per un classico look da zombie, salvo poi scartarlo perché troppo comune. Si decise così di dar vita a volti dove le vene del sangue risultassero particolarmente evidenti e ingrossate. Anche gli occhi avrebbero assunto un colorito più tendente al colorito del sangue. Per poter rendere tutto ciò più realistico, i truccatori approfondirono alcune malattie del sangue e della pelle, da portare qui all’estremo. Per applicare il trucco sono state necessarie oltre tre ore per ogni singolo attore.

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il film è infatti disponibile nel catalogo di Netflix, Amazon Prime Video e Infinity+. Per vederlo, basterà sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma in questione o noleggiare il singolo film. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. In alternativa, il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 1 giugno alle ore 21:15 sul canale Italia 2.

Fonte: IMDb

La città verrà distrutta all’alba: recensione del remake

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La città verrà distrutta all’alba: recensione del remake

La città verrà distrutta all’alba è il remake dell’omonimo film del 1973 diretto dal maestro  George Romero (titolo originale “The Crazies”).

Alla regia c’è Breck Eisner, regista statunitense non alle prime armi col genere horror e che già ha mostrato le sue abilità in molti sceneggiati televisivi in terra americana, come produttore esecutivo ritroviamo Romero che dovrebbe in un certo senso garantire una certa qualità sotto la sua supervisione.

La trama di La città verrà distrutta all’alba

La trama di La città verrà distrutta all’alba è presto detta: Ogden Marsh è una cittadina americana dove tutto scorre tranquillamente, gli abitanti sono i classici cittadini modello e lo sceriffo non ha grossi grattacapi finché un giorno durante una partita di baseball, l’agricoltore Rory Hamill non decide di entrare sul campo con un fucile senza un non ben precisato motivo se non quello che di uccidere qualche sconosciuto, Dadid Dutton è quindi costretto ad ucciderlo per non rischiare la vita di nessun innocente.

La cosa sembra finire lì ma ben presto la maggior parte degli abitanti comincia a comportarsi stranamente per poi nel giro di 48 ore diventare degli assassini senza scrupoli. Lo sceriffo decide quindi, in una città allo sbando totale, di fuggire insieme a pochi superstiti non contagiati.

La questione sembrerebbe già complicata così, se non che il governo venuto a conoscenza della situazione cittadina, decide di intervenire con forze armate alla disinfestazione e all’uccisione di chiunque mostri i sintomi della pazzia.

Devo dire che questo è uno dei pochissimi remake in grado di migliorare le pellicole da cui prendono spunto, sarà che i mezzi odierni hanno permesso notevoli migliorie per gli effetti speciali e che la regia di Eisner non è niente male regalando anche alcune scene particolarmente affascinanti (una per tutte la moglie dello sceriffo illuminata dai fari della trebbiatrice abbandonata) sta di fatto che la pellicola scorre senza problemi ricalcando in pieno lo spirito che faceva parte dell’originale.

Certamente non vi è nulla di nuovo sotto al sole e per chi conosce bene le regole di questo genere cinematografico non vi è nulla di innovativo, ma una buona dose di colpi scena e una tensione sempre vivida rendono la pellicola piacevole e sopra la sufficienza.

La città verrà distrutta all’alba di Breck Eisner

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La città verrà distrutta all’alba di Breck Eisner

La città verrà distrutta all’alba è il remake dell’omonimo film del 1973 diretto dal maestro  George Romero (titolo originale “The Crazies). Alla regia c’è Breck Eisner, regista statunitense non alle prime armi col genere horror e che già ha mostrato le sue abilità in molti sceneggiati televisivi in terra americana, come produttore esecutivo ritroviamo Romero che dovrebbe in un certo senso garantire una certa qualità sotto la sua supervisione.

La trama del remake La città verrà distrutta all’alba

La trama di  La città verrà distrutta all’alba è presto detta: Ogden Marsh è una cittadina americana dove tutto scorre tranquillamente, gli abitanti sono i classici cittadini modello e lo sceriffo non ha grossi grattacapi finché un giorno durante una partita di baseball, l’agricoltore Rory Hamill non decide di entrare sul campo con un fucile senza un non ben precisato motivo se non quello che di uccidere qualche sconosciuto, Dadid Dutton è quindi costretto ad ucciderlo per non rischiare la vita di nessun innocente.

La cosa sembra finire lì ma ben presto la maggior parte degli abitanti comincia a comportarsi stranamente per poi nel giro di 48 ore diventare degli assassini senza scrupoli.
Lo sceriffo decide quindi, in una città allo sbando totale, di fuggire insieme a pochi superstiti non contagiati.

La questione sembrerebbe già complicata così, se non che il governo venuto a conoscenza della situazione cittadina, decide di intervenire con forze armate alla disinfestazione e all’uccisione di chiunque mostri i sintomi della pazzia.

Devo dire che La città verrà distrutta all’alba è uno dei pochissimi remake in grado di migliorare le pellicole da cui prendono spunto, sarà che i mezzi odierni hanno permesso notevoli migliorie per gli effetti speciali e che la regia di Eisner non è niente male regalando anche alcune scene particolarmente affascinanti (una per tutte la moglie dello sceriffo illuminata dai fari della trebbiatrice abbandonata) sta di fatto che la pellicola scorre senza problemi ricalcando in pieno lo spirito che faceva parte dell’originale.

Certamente non vi è nulla di nuovo sotto al sole e per chi conosce bene le regole di questo genere cinematografico non vi è nulla di innovativo, ma una buona dose di colpi scena e una tensione sempre vivida rendono la pellicola piacevole e sopra la sufficienza.

La città proibita: la spiegazione del finale del film di Gabriele Mainetti

La città proibita (qui la recensione), nuovo film di Gabriele Mainetti, si inserisce come ulteriore tassello nella filmografia visionaria e stilisticamente ibrida del regista romano, già autore di Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out. Dopo aver rielaborato il cinecomic urbano e lo spettacolo circense in chiave umana e politica, Mainetti firma con questo suo terzo lungomatraggio un’opera che affonda ancora una volta le radici nel linguaggio del genere, ma lo rimescola con audacia, spingendosi verso nuovi territori narrativi e visivi.

Ambientato in una metropoli distopica che richiama tanto le atmosfere cyberpunk quanto il noir orientale, il film è una favola nera sul potere, la memoria e l’identità. Come nei suoi lavori precedenti, anche qui Mainetti gioca con la commistione di generi: mescola azione, melodramma, arti marziali e richiami al cinema orientale anni ’90, omaggiando registi come Wong Kar-wai e Tsui Hark. Il film rappresenta quindi un passo avanti nella ricerca autoriale di Mainetti, più ambizioso sul piano tematico e più sperimentale sul piano formale.

I personaggi sono tratteggiati con maggiore ambiguità morale, e il cuore emotivo del racconto si costruisce gradualmente, fino a esplodere in un finale denso di simboli, colpi di scena e significati nascosti.  Proprio il finale – ricco di spunti interpretativi – sarà oggetto di questo approfondimento, in cui cercheremo di spiegarne il senso e i possibili livelli di lettura. Prima però, qualche dettaglio in più sulla trama e gli attori che compongono il cast del film.

Yaxi Liu ed Enrico Borriello in La città proibita
Yaxi Liu ed Enrico Borriello in La città proibita

La trama e il cast di La città proibita

Il film segue la storia di Marcello (Enrico Borriello), giovane cuoco romano che lotta per tenere in piedi il ristorante di famiglia, sommerso dai debiti dopo la misteriosa scomparsa del padre Alfredo (Luca Zingaretti). Accanto a lui ci sono sua madre Lorena (Sabrina Ferilli) e Annibale (Marco Giallini), un uomo dai metodi discutibili che non nasconde il suo disprezzo per la comunità cinese del quartiere romano dell’Esquilino. L’equilibrio precario della vita di Marcello viene sconvolto dall’arrivo di Mei (Yaxi Liu), una ragazza cinese esperta di arti marziali, giunta a Roma per cercare la sorella Yun, finita nel giro della prostituzione e scomparsa misteriosamente.

Determinata a scoprire la verità, Mei non si ferma davanti a nulla, mettendo sottosopra il ristorante La Città Proibita, gestito dall’enigmatico Wang, l’uomo che ha portato Yun in Italia. Il destino di Mei e Marcello si intreccia quando scoprono che Yun e Alfredo sono stati uccisi e sepolti nella periferia romana. Ma chi c’è dietro il delitto? La mafia cinese o qualcuno di ancora più vicino? Mentre affrontano insieme la pericolosa criminalità capitolina, tra loro cresce la tensione, alimentata dalle differenze culturali e dai pregiudizi. Ma in un mondo spietato, l’unico modo per sopravvivere è imparare a fidarsi l’uno dell’altra.

La spiegazione del finale

Nel corso della vicenda, Mei riesce a catturare uno degli uomini di fiducia del boss Wang e, attraverso di lui, viene dunque a sapere dell’assassinio di Alfredo e della propria sorella Yun. Sconvolta dalla notizia e determinata a vendicarsi, Mei si reca al locale di Wang con l’intento di affrontarlo direttamente. Tuttavia, sopraffatta dai suoi scagnozzi, è costretta alla fuga e trova riparo nella trattoria di Marcello. Dopo un iniziale muro di diffidenza, tra i due nasce una complicità: attraversano Roma in Vespa, si conoscono meglio e, infine, si scambiano un bacio.

Durante questo avvicinamento, Mei confida a Marcello la propria storia: essendo nata sotto la rigida politica del figlio unico in Cina, la sua esistenza era stata tenuta nascosta. Yun, sua sorella maggiore, era emigrata in Italia per raccogliere il denaro necessario a legalizzare l’identità di Mei e permetterle così di avere una vita pienamente riconosciuta. Ma ora tutto ciò è crollato. Mei ha un solo scopo: vendicare la morte di Yun. Questo la conduce a uno scontro diretto con Wang, in un combattimento visivamente intenso che si conclude con la vittoria della giovane donna sul boss della malavita.

Yaxi Liu in La città proibita
Yaxi Liu in La città proibita

Una volta sconfitto, Wang rivela a Mei l’intera verità: Yun avrebbe dovuto scappare con Alfredo, che era pronto a vendere la trattoria a Wang pur di liberarla dal suo dominio. Ma Annibale, il vecchio titolare del ristorante e figura paterna per Marcello, non poteva accettare che il locale passasse al nemico e, accecato dall’orgoglio, sparò ad Alfredo. Vedendo fallire il piano e considerando Yun compromessa, Wang la uccise senza esitazione. Questo porta al confronto finale tra Marcello e Annibale, in un momento carico di dolore e resa dei conti: sopraffatto dal rimorso, Annibale sceglie di togliersi la vita.

Nel commiato del film, uno sguardo al futuro ci mostra un’epilogo di pace: Marcello e Mei vivono ora in Cina, circondati dai loro figli, tra profumi di cucina e allenamenti di arti marziali. La violenza e il passato traumatico sono alle spalle, e ciò che resta è un equilibrio fatto di amore, identità ritrovata e fusione tra due culture un tempo lontanissime. Il finale de La città proibita assume così un significato simbolico e riconciliante: la fuga in Cina e la vita condivisa tra cucina e arti marziali rappresentano non solo un lieto fine sentimentale, ma soprattutto l’integrazione tra mondi opposti, tra Oriente e Occidente, tra tradizione e riscatto personale.

Marcello e Mei, reduci da un passato segnato da violenza e perdita, trovano nell’unione e nella quotidianità un nuovo equilibrio. La scelta di lasciare Roma non è fuga, ma rinascita: la loro famiglia mista incarna un futuro possibile, in cui identità, amore e memoria possono convivere senza più conflitto. Il gesto quotidiano della cucina e la disciplina delle arti marziali diventano allora pratiche di cura e resistenza. In questo nuovo orizzonte, il trauma si trasforma in radice per una vita condivisa e finalmente libera.

La città proibita, recensione del film di Gabriele Mainetti

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La città proibita, recensione del film di Gabriele Mainetti

Gabriele Mainetti torna al cinema con La città proibita, un’opera ambiziosa che mescola generi e suggestioni con la consueta consapevolezza, confermando la sua intenzione di portare avanti un’idea di cinema spettacolare e profondamente radicato nella contemporaneità. Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, il regista romano ci accompagna in una Roma ibrida, viva, in perenne trasformazione, raccontando una storia di vendetta, amore e riscatto, vibrante di adrenalina.

La trama de La città Proibita

In un villaggio tra le montagne della Cina, due bambine si allenano con il padre che insegna loro delle mosse di kung fu. Molto anni dopo incontriamo Mei, una delle due ormai cresciuta, protagonista di una scena d’azione mozza fiato degna del miglior Bruce Lee, mentre si difende da un gruppo di malavitosi e cerca sua sorella. Sembra di essere in un qualsiasi localaccio di Shanghai, e invece siamo nel coloratissimo all’Esquilino, nel cuore di Roma. Mei incontra Marcello e, involontariamente, il loro destino si lega per quella che sarà l’avventura che cambierà per sempre le loro vite.

Il più grande pregio di la città Proibita è quello di trovare un buon equilibrio tra l’anima romanesca che il regista aveva già raccontato nei suoi film precedenti, così come le persone che vivono ai margini, e la sua grande passione per i film di kung fu e i revenge movie, elemento che costituisce poi il centro action del racconto.

Un equilibrio trai generi non sempre al servizio della storia

Il film ha la grande capacità di passare senza soluzione di continuità dalla commedia al dramma, dal melodramma al film di arti marziali, sempre con grande coerenza e senza mai risultare forzato. La scrittura, firmata da Mainetti stesso insieme a Stefano Bises e Davide Serino, diventa più sincera e lineare, rispetto ai film precedenti, anche se spesso si nota un compiacimento per la bellezza e l’adrenalina di alcune scene che però non servono la storia, sfociando nel risultato opposto di allontanare lo spettatore anziché tenerlo incollato allo schermo.

Le scene di combattimento, curate dal fight coordinator Liang Yang, elevano le scene d’azione a un livello tecnico competitivo con chi questi film li realizza continuamente, anche perché quando si tratta di azione, Mainetti sa il fatto suo: le scene in cui il protagonista è il kung fu sono fluide, creative e perfettamente integrate nella narrazione, anche se talvolta troppo lunghe e compiaciute.

Mei e Marcello protagonisti irresistibili

In questo crogiolo di riferimenti, sfumature e culture, Gabriele Mainetti sceglie due volti memorabili: Enrico Borello e Yaxi Liu, come eroi semi-romantici di questa storia. Lui, visto in molti altri progetti, tra cui Lovely Boy e il recente Familia, sorprende con una dolcezza e un incanto negli occhi che fanno tenerezza al primo sguardo, non si può non fare il tifo per il suo Marcello. Lei, letale e sottile, è stata la controfigura di Liu Yifei nel Mulan in live action della Disney e “mena come un fabbro”. Non solo, il suo viso pulito sono una rappresentazione perfetta della grinta e della dedizione che Mei, il suo personaggio, mette nel perseguimento dei suoi obbiettivi. Due opposti che trovano il modo di incontrarsi e incrociarsi, in mezzo a un inferno che nessuno dei due ha cercato. A completare il cast intervengono Sabrina Ferilli e Marco Giallini.

Ma Roma nei film di Mainetti è sempre protagonista e così da quella multietnica dell’Esquilino a quella da cartolina dei Fori Imperiali, la Città Eterna fa bella mostra di sé, diventando lo scenario perfetto per questa narrazione. L’Esquilino, con le sue bancarelle, i ristoranti cinesi e le trattorie romane, diventa il palcoscenico perfetto per raccontare un mondo in continua evoluzione. E Mainetti non si limita a rappresentare questa realtà, ma la esalta, mostrandone la bellezza e la complessità.

La città proibita non è solo un film d’azione o una storia d’amore: è un manifesto di come Gabriele Mainetti intende il suo cinema. E nel bene e nel male è ormai una cifra stilistica distintiva, con la sua ricchezza di riferimenti ma anche l’autocompiacimento, lo stile impeccabile e la mancanza di umiltà per mettersi al servizio della storia. Il film si impone come uno dei più interessanti delle prossime settimane al cinema, dal 13 marzo in sala con PiperFilm con anteprime l’8 marzo in anteprima.

La città incantata: recensione del film di Hayao Miyazaki

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La città incantata: recensione del film di Hayao Miyazaki


La città incantata

Anno: 2001

Regia: Hayao Miyazaki

Con le voci di: Erica Necci (Chihiro), Emiliano Coltorti (Haku), Sonia Scotti (Yubaba), Marzia dal Fabbro (Lin), Mino Caprio (Aogaeru), Carlo Valli (papà di Chihiro), Roberta Greganti (mamma di Chihiro)


Sinossi:

Chihiro è in auto con i suoi genitori che stanno andando verso la loro nuova casa: i due adulti prendono una strada sbarrata e arrivano in uno strano paesino, che sembra un luna park abbandonato, con ristoranti e locali pieni di cibo con cui si abbuffano. Chihiro vede i genitori trasformarsi in maiali: hanno mangiato il cibo che la maga Yubaba, padrona del villaggio, ha preparato per i frequentatori del posto, e per questo sono puniti. Per riscattarli Chihiro accetta di lavorare nelle terme, conoscendo Haku, anche lui prigioniero di un incantesimo della maga, al quale è legata da più di quanto immagina e che riuscirà a liberare, prima di poter tornare a casa con i genitori tornati umani.

Analisi

La città incantataPer molti La città incantata è il capolavoro di Hayao Miyazaki, vincitore dell’Oscar come migliore film d’animazione: senz’altro è il suo lungometraggio che ha ottenuto più premi, tra cui l’Orso d’oro a Berlino e il Saturn Award, a sottolineare una qualità di storia e di disegno ben oltre gli stereotipi sugli anime, che sono ancora presenti, anche se meno rispetto ad anni fa.

Di nuovo un’eroina, una bambina, non eroica combattente né maghetta dagli straordinari poteri, giusto per andare oltre i personaggi tipici degli anime, che vede il mondo della fantasia entrare nel mondo reale di colpo, dall’arrivo, per una disattenzione degli adulti, poco intuitivi e concentrati solo sul trovare una scorciatoia per arrivare prima, in un paesaggio che man mano cambia e diventa inquietante e magico.

La città incantataEvidenti le contaminazioni e gli omaggi con il folklore giapponese, popolato di spiriti più o meno benevoli, che abitano la natura, e cercano di vivere in armonia con essa, e che possono avere dei loro spazi, come questa città tutta per loro, in cui confrontarsi e curarsi, secondo il principio molto giapponese di mescolare tradizione e modernità. Gli spiriti de La città incantata non sono cattivi: vedono solo la realtà in un modo diverso, ma nella scena del mostro che si libera dall’inquinamento e diventa una splendida creatura fantastica, Miyazaki mette tutto il suo ecologismo, il suo amore per la diversità, il suo sense of wonder.

Il tema di fondo del film è crescere, trovare se stessi, aiutare gli altri, attraverso una filosofia del lavoro e dell’abnegazione, che non è comunque reazionaria e conservatrice, ma porta Chihiro a instaurare un rapporto di armonia e rispetto con tutte le creature. Il fatto che sia lei ad avere ancora un animo che le permette di capire il pericolo e di non cadere in un inganno di un posto pieno di cibo succulento che avrebbe attirato chiunque è perfettamente inserito nella poetica di Miyazaki, attento agli ingenui e ai fantasiosi e a chi si sa sottrarre dal ritmo del progresso, a favore di una vita più sostenibile.

Il contrasto tra mondo fantastico e mondo reale si comporrà con Chihiro che ricorda la sua avventura, avvenuta in realtà, come è da tradizione nelle storie in cui si entra nel mondo degli spiriti, in uno sprazzo di minuti, mentre là fuori il tempo ha continuato a scorrere. Una fiaba orientale e intrisa di filosofia animista e nipponica ma che ha saputo parlare a tutto il mondo: il romanzo che l’ha ispirata, Il meraviglioso paese oltre la nebbia di Sachiko Kashiwaba, è poi stato tradotto in altre lingue sfruttando il successo del film.

La città incantata: quello che forse non sai sul film di Hayao Miyazaki

La città incantata è il capolavoro di Hayao Miyazaki. Per quanto ci possano essere tanti altri film, della filmografia del grande maestro giapponese che rientrano trai nostri preferiti, il film del 2001 è sicuramente il più complesso, riuscito, compiuto.

Da poche settimane, insieme a molta altra produzione dello studio Ghibli, La città incantata è disponibile su Netflix e si conferma uno dei film più visti degli ultimi giorni, complice anche la clausura necessaria a contrastare l’imperversare del coronavirus su territorio nazionale (mondiale!).

Proprio per questo, per apprezzare ancora di più il film e per carpirne qualche segreto nascosto, ecco quello che forse non sai su La città incantata:

La mancanza della sceneggiatura

Pur avendo una trama ricca di personaggi sviluppati, La città incantata non è stato realizzato con una sceneggiatura. In effetti, i film di Miyazaki non hanno mai avuto sceneggiature. “Non ho la trama finita e pronta quando iniziamo a lavorare a un film”, ha detto il regista a Midnight Eye. “Di solito non ho tempo. Quindi la storia si sviluppa quando inizio a disegnare gli storyboard. La produzione inizia molto presto, quando gli storyboard sono ancora in fase di sviluppo.” Miyazaki non sa dove lo porta il racconto, quando comincia a lavorare a un film, e lascia che sia la storia ad “accadere” organicamente. “Non sono io che realizzo il film. Il film si fa da solo e non ho altra scelta che seguire la storia”.

L’omaggio alla Pixar

Quando Chihiro arriva a casa di Zeniba, la lanterna che salta è un omaggio alla lampada simbolo del logo Pixar, con tanto di effetto sonoro.

Lo studio Ghibli e la Pixar rappresentano due poli di grandissima importanza per quello che riguarda il cinema d’animazione, due studi che apparentemente si dedicano in maniera opposta a quest’arte, ma che allo stesso modo contribuiscono alla sua grandezza e alla bellezza del mondo.

Lo studio della realtà

la città incantataPer animare al meglio la scena in cui Chihiro somministra la medicina a forza a Haku nella sua forma di drago, Hayao Miyazaki ha fatto studiare ai suoi animatori la bocca di un cane mentre gli veniva dato da mangiare e un veterinario gli teneva la mascella inferiore.

Tratto da una storia vera

La scena che mostra la purificazione dello spirito fluviale si basa su un episodio di vita reale dello stesso Hayao Miyazaki in cui il regista ha partecipato alla pulizia del fondale di un fiume, rimuovendo, tra le altre cose, anche una bicicletta.

Doppiaggio da maiali

Per riprodurre la voce della madre di Chihiro mentre parla a bocca piena, l’attrice Yasuko Sawaguchi in realtà ha doppiato il dialogo (nella versione originale in lingua giapponese) mentre mangiava un pezzo di Kentucky Fried Chicken. L’attrice Lauren Holly ha fatto la stessa cosa nella versione inglese, mangiando però una mela.

Tagliare la linea!

Nella scena in cui Chihiro schiaccia con il piede il piccolo verme nero che abitava dentro ad Haku, Kamaji dice a Chihiro di “Tagliare la linea!”. Tagliare la linea è una specie di  incantesimo porta fortuna giapponese eseguito facendo il gesto di un taglio attraverso gli indici collegati di un’altra persona.

Il rito scaramantico viene eseguito ogni volta che qualcuno viene considerato impuro e stando alle note di produzione, la doppiatrice di Chihiro, Rumi Hiiragi, all’epoca una bambina, non aveva familiarità con il rito, visto che si tratta di un gesto molto antico, caduto in disuso.

Record e Oscar

La città incantata è il primo anime ad essere nominato per un Oscar e a vincerlo. È anche il film più lungo di qualsiasi altro nominato o vincente nella categoria dedicata all’animazione (125 minuti). Ad oggi è l’unico film straniero, di produzione non anglofona, ad aver vinto per miglior film d’animazione ed è, infine, l’unico film d’animazione tradizionale a vincere l’Oscar di categoria, visto che gli altri vincitori, dal 2001 (anno in cui è stato istituito l’Oscar) a oggi, sono stato tutti film in CGI.

(L’immagine si riferisce al premio Oscar alla carriera assegnato a Hayao Miyazaki nel 2015).

Il gioco di parole nel titolo

Il titolo originale del film è Sen to Chihiro no kamikakushi che contiene un gioco di parole. L’inizio del titolo “sen to” (che significa “mille e”), se letto tutto attaccato, “sento”, in giapponese indica lo stabilimento balneare, location principale in cui è ambientato il film.

Una scena riciclata

La scena alla fine del film in cui Chihiro e i suoi genitori stanno camminando attraverso il tunnel per tornare in macchina è esattamente la stessa scena dell’inizio del film, solo invertita.

L’enigma dei nomi

I personaggi de La città incantata riflettono la loro essenza nei loro nomi. “Bô”, l’enorme figlio di Yubaba, significa ragazzino o figlio, “Kamaji” significa vecchia caldaia, “Yubaba” significa strega da bagno e “Zeniba” significa strega da soldi. Il nome dell’eroina “Chihiro” significa un migliaio di braccia o ricerche, mentre il suo nome da sguattera “Sen” significa solo mille.

La città incantata streaming

Il film è disponibile in streaming su Netflix, insieme a tutto il catalogo Ghibli. La storia narra l’avventura di Chihiro, una bambina che, dopo aver perso i genitori in un incidente alquanto inquietante (a tratti disgustoso), intraprende un’avventura che la porterà a lavorare in uno stabilimento balneare, a incontrare streghe, draghi, misteriosi spiriti, fino a ritrovare i suoi genitori.

La città incantata: le prime foto dallo spettacolo teatrale in Giappone

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Le immagini esclusive della prima mondiale dello spettacolo La città incantata rivelano pupazzi giganti e un valore di produzione impressionante. Hayao Miyazaki ha scritto e diretto La città incantata realizzato da Studio Ghibli e distribuito da Toho nel 2001. Considerato uno dei più grandi film d’animazione mai realizzati, è l’unico film d’animazione disegnato a mano in lingua straniera (non inglese) ad aver vinto l’Oscar per il miglior film d’animazione fino ad oggi.

La città incantata ha recentemente celebrato il suo 20° anniversario, giusto in tempo per la premiere del suo adattamento teatrale live-action già annunciato da tempo. Nuove immagini dalla premiere mostrano il cast, tra set intricati che sembrano letteralmente usciti dal film, e i pupazzi a grandezza naturale raffiguranti alcuni dei personaggi di fantasia, come Haku (in forma di drago) e la strega Yubaba. Eccole di seguito:

La città incantata in streaming è disponibile su Netflix.