Alle ore 18 presso la Sala
Petrassi, Clive
Owen incontrerà il pubblico del Festival in una
giornata dedicata alla serie televisiva “The Knick” di Steven
Soderbergh, di cui l’attore britannico è il protagonista.
Presso il Teatro Studio Gianni
Borgna, a partire dalle ore 10, verrà proiettata
l’intero cineromanzo in una vera e propria
“maratona cinematografica”, con il finale di stagione in
contemporanea con gli Stati Uniti. I dieci episodi – scritti da
Jack Amiel e Michael Begler, sceneggiatori di Quando meno
te lo aspetti e Qualcosa di
straordinario – andranno in onda in esclusiva assoluta su
Sky Atlantic HD in autunno.
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Il Festival
Internazionale del Film di Roma presenta in anteprima
il cineromanzo più importante e atteso
dell’anno: domani, venerdì 17 ottobre alle ore 20 presso la Sala
Petrassi, nella linea di programma Gala, saranno proiettati i primi
due episodi della serie televisiva “The Knick” di
Steven Soderbergh. Il nuovo lavoro del grande cineasta statunitense
– premio Oscar® per Traffic, Palma d’Oro a Cannes
per Sesso, bugie e videotape, autore di alcuni fra i
maggiori successi cinematografici degli ultimi anni (la trilogia di
“Ocean”, Erin Brockovich – Forte come la
verità, Magic Mike, Side Effects)
– vede protagonista Clive Owen, nei panni del geniale chirurgo John
Thackery. L’attore britannico (Golden Globe
per Closer, interprete di film come King
Arthur, Sin City, Inside Man) sarà
sul red carpet alle ore 19.30: il giorno dopo incontrerà il
pubblico (sabato 18 ottobre) alle ore 18 presso la Sala Petrassi,
nell’ambito di una vera e propria “maratona cinematografica” in cui
sarà proiettata l’intera serie, con il finale di stagione in
contemporanea con gli Stati Uniti. I dieci episodi – scritti da
Jack Amiel e Michael Begler, sceneggiatori di Quando meno
te lo aspetti e Qualcosa di
straordinario – andranno in onda in esclusiva assoluta su
Sky Atlantic HD in autunno.
Alle ore 19 nella Sala Sinopoli, il
regista, sceneggiatore, attore e produttore
cinematografico Takashi Miike, definito da
Quentin Tarantino “uno dei più grandi
cineasti viventi”, riceverà il Maverick Director
Award. Dopo la premiazione, Miike – adorato da milioni di
giovani spettatori in tutto il mondo per lo stile innovativo,
provocatorio, estremo, ironico delle sue pellicole – presenterà in
prima mondiale il suo nuovo film, Kamisama no
iutoori (As the Gods Will). Ispirato
dall’omonimo manga, il film narra il brutale e violento “gioco” tra
la vita e la morte in cui si trovano improvvisamente e
misteriosamente coinvolti gli annoiati studenti di un liceo. Anche
in questo film lo stile di Miike è inconfondibile, visivamente
sempre geniale, colto e, soprattutto, privo di censure e moralismi.
Assieme a Takashi Miike, sul red carpet delle ore 18.30, ci saranno
i protagonisti del film, Sota Fukushi e Hirona Yamazaki.
Alle 22.30, sempre in Sala Santa
Cecilia, si terrà la proiezione di Buoni a
nulla, la nuova commedia firmata da Gianni Di
Gregorio. Il regista e sceneggiatore romano, dopo il successo
ottenuto con Pranzo di ferragosto(fulminante esordio
che gli è valso Premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera
prima alla Mostra di Venezia, oltre al David di Donatello e al
Nastro d’Argento per il miglior regista esordiente) e il
successivo Gianni e le donne, porta al Festival il
suo terzo lungometraggio: la pellicola racconta con ironia e garbo
le vicende di due uomini “buoni”, spesso vessati dalle vicende
della vita quotidiana, che uniscono le loro forze in una silenziosa
crociata contro le angherie del mondo. Sul red carpet delle ore 22
sfilerà il cast al completo: con Gianni Di Gregorio ci saranno
Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniele Giordano,
Marco Messeri, Gianfelice Imparato, Camilla Filippi e Anna
Bonaiuto.
Il primo weekend della nona
edizione del Festival Internazionale del Film di
Roma ospiterà una programmazione fatta di anteprime,
incontri ed eventi speciali. Domani, sabato 18 ottobre, alle ore
19.30, la sala Santa Cecilia ospiterà (nella linea di programma
Gala) la prima europea di Trash, il
nuovo lavoro del pluripremiato cineasta inglese Stephen
Daldry, autore di alcuni dei film più amati dell’ultimo decennio,
tutti candidati all’Oscar: Billy Elliot, The
Hours, The Reader – A voce
alta e Molto forte, incredibilmente vicino.
Con Trash, Daldry porta sul grande schermo l’omonimo
romanzo di Andy Mulligan sceneggiato da Richard
Curtis, autore di commedie di successo come Quattro
matrimoni e un funerale, Notting
Hill, Il diario di Bridget
Jones e Love Actually – L’amore davvero.
Nel cast, Rooney Mara, la giovane attrice celebre per i
suoi ruoli in Social Network, Millennium –
Uomini che odiano le donne, Her (a Roma nel
2013) e Martin Sheen, straordinario attore cinematografico e
televisivo, protagonista di capolavori come La rabbia
giovane di Terrence Malick e Apocalypse
Now di Francis Ford Coppola, Golden Globe per la
serie West Wing – Tutti gli uomini del
Presidente. Rooney Mara sfilerà sul red carpet
dell’Auditorium alle ore 19, con gli altri protagonisti del film:
Eduardo Luis, Rickson Tevez, Gabriel Weinstein. La pellicola è
proiettata in collaborazione con Alice nella città.
Cresce l’attesa per i nuovi episodi
di Arrow
3, l’attesissimo terzo ciclo della serie televisiva
di enorme successo trasmessa dal network americano The CW e basata
sul noto personaggio della Dc Comics. Ebbene oggi arriva
un’interessante intervista a Katie Cassidy che parla del futuro di
Laurel:
Sarà una stagione difficile per
lei, dato che vorrà vendetta e sarà disposta a tutto per ottenerla,
ma in fondo Laurel è una combattente ed esploreremo questo lato del
suo carattere ed in particolare l’interazione con Ted Grant, che
sarà parte integrante del percorso evolutivo che affronterà il mio
personaggio.
La perdita di Tommy ha spinto
Laurel verso il baratro, la morte di Sara la porterà a reagire in
maniera differente e sebbene Oliver sia scettico sulle capacità del
mio personaggio, dovrà presto ricredersi.
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Arrow è una serie
televisivastatunitense sviluppata da Greg
Berlanti, Marc
Guggenheim e Andrew
Kreisberg. È basata sul personaggio
di Freccia Verde,
supereroe protagonista di una serie
di fumetti pubblicata da DC
Comics. Viene trasmessa dal 10
ottobre 2012 sul
canale The CW. In Italia la serie è stata trasmessa in prima visione
su Italia 1 dall’11
marzo al 27 maggio 2013.
Dal 10 gennaio va in onda in Italia la seconda stagione su Italia
1, anche se precedentemente la versione sottotitolata in italiano
della stessa stagione è stata trasmessa dal 22 ottobre 2013
suPremium Action.
La
serie segue le avventure del playboy miliardario Oliver Queen.
Naufrago per cinque anni su un’isola deserta, viene tratto in salvo
e torna finalmente a casa, a Starling City; giunto qui assumerà l’identità segreta nota
come “l’incappucciato” (o il giustiziere) per combattere il crimine
e la corruzione di Starling City, seguendo una lista di nomi
trovata in una tasca della giacca del padre prima di seppellirlo.
Facendo uso delle abilità fisiche, delle tecniche di lotta e
dell’incredibile maestria con l’arco ottenuta sull’isola con anni
di pratica e scontri mortali e aiutato dal suo braccio destro e
confidente Diggle e dall’abile informatica Felicity Smoak,
perseguirà uno ad uno i criminali.
Si intitola Flatline , Doctor
Who 8×03, la terza puntata dell’ottavo ciclo di
episodi della serie di enorme successo trasmessa dal network della
BBC.
In Doctor Who 8×03 Separata dal Dottore, Clara scopre
una nuova minaccia da un’altra
dimensione. Ma come si fa anascondersi quando
anche le pareti non sono di alcuna protezione? Con persone da
salvare e il Dottore intrappolato, Clara si
scontra con un nemico che esiste oltre la percezione umana.
Cresce l’attesa per vedere il primo
trailer dell’attesissimo Avengers Age of
Ultron di Joss Whedon e in attesa di
scoprirlo, oggi vi segnaliamo alcune interessanti dichiarazioni
rilasciata da Lynwen Brennan, presidente
dell’Industrial Light & Magic, che ha parlato del nuovo Hulk che
vedremo nel film:
Ottenere quella personalità è
stato molto importante per Joss Whedon, ed è di grande rilievo il
fatto che la performance di Mark Ruffalo sia straordinaria. Abbiamo
sviluppato un nuovo sistema di cattura – che noi chiamiamo Muse –
che riesce a registrare alla perfezione la performance di un attore
con la possibilità di sfruttare più ciak. Lo stiamo usando per
Warcraft e lo abbiamo sviluppato per Avengers.
Quando Tony
Stark cerca di avviare un progetto dormiente per il
mantenimento della pace, qualcosa va storto e i più potenti eroi
della Terra, che includono Iron Man, Thor, Captain America,
l’Incredibile Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco, sono
messi a dura prova, col destino del pianeta letteralmente in
bilico. Con la nascita del malvagio Ultron, sta agli Avengers
impedire che questi riesca a mettere in atto il suo piano di
distruzione e, presto, alleanze tutt’altro che facili e azioni
inaspettate, spianano la strada per un’avventura unica, epica e
globale.
Guillermo Del Toro
ha fatto alcune dichiarazioni interessanti in merito al suo
prossimo e atteso sequel di Pacific Rim.
“La direzione che il film sta
prendendo è molto diversa da quella del primo film. Tutto ciò che
posso dire è che alcuni dei personaggi che conosciamo torneranno,
altri no perchè abbiamo deciso di essere ambiziosi e ci siamo detti
‘giriamo tre film’, quindi i personaggi arriveranno alla fine del
secondo film, sperando che ci daranno una spinta per il terzo.
Spero che alle persone piaccia, ma sarà un film molto diverso dal
primo”.
“Abbiamo finito la prima stesura
della sceneggiatura ora, e passeremo i prossimi 4 o 5 mesi a
sistemarla prima di partire con la pre-produzione che cominceremo
il prossimo Agosto-Settembre. Cominceremo a girare tra Novembre e
Dicembre 2015.”
Ricordiamo che ad
interpretare Keane sarà l’attrice Amy Adams. Keane è nota per essere
una pittrice le cui creazioni si distinguono per la
rappresentazione di bambini dagli occhi grandi che sono diventati
il primo esempio di successo di massa nel mercato dell’Arte del
1950. Il film racconterà la vista dell’artista dal momento della
comparsa del movimento femminista che la porta ad affrontare una
dura causa con contro il marito, che avrà il volto di Christoph Waltz e che ha
sostenuto e finanziato la sua carriera di pittrice. Il ruolo
di Danny Huston, invece sarà quello di
un giornalista di pettegolezzi, ed è attualmente la stelle della
serie televisiva “Magic City”. Inoltre, la pellicola è stata
recentemente acquistata durante il Festival di Cannes
2013 da Lucky Red che lo
distribuirà per in Italia.
Big
Eyes si baserà su una sceneggiatura scritta
da Alexander e Larry
Karaszewski, coppia di scrittori che ha già lavorato
con Tim
Burton in Ed
Wood.
Non solo la cerimonia
di ieri, ma anche l’accoglienza di oggi pomeriggio sono state
all’insegna dell’entusiasmo e dell’affetto che gli abitanti di Roma
provano nei confronti di questo camaleontico attore. Appena è
salito sul palco- dopo una clip celebrativa che raccoglieva alcune
delle sue interpretazioni più celebri- Milian ha ricevuto una
standing ovation generale con veri e propri cori da stadio e
dimostrazioni d’affetto collettivo, che l’attore ha cercato di
ricambiare elargendo baci e frasi d’affetto: per lui Roma è un vero
e proprio amore infinito verso una città che lo ha accolto e che ha
ricoperto la funzione di una seconda madre per lui, che non ha mai
ricevuto affetto dai genitori, troppo rigidi, tradizionalisti e
disinteressati al figlio.
Mentre racconta degli aneddoti sulla
sua infanzia, su sua moglie- scomparsa e alla quale ha dedicato il
premio di ieri- e su quali scelte lo hanno spinto ad intraprendere
il difficile mestiere d’attore, Milian si commuove spesso,
investendo anche il pubblico con la sua sincera onda emotiva.
Ricorda la sua scelta di passare da un cinema impegnato ed
intellettuale ad uno più popolare che gli ha garantito il successo
e l’amore del pubblico, grazie ai cult immortali che ha realizzato,
tra spaghetti western e poliziotteschi immortali, prima di essere
accolto definitivamente tra le braccia di Hollywood collaborando
con maestri come Steven Soderbergh, Steven Spielberg e Tony Scott (solo
per citarne alcuni). Si dilunga nel narrare di quando, una volta
terminato l’Actors Studio, cominciò a recitare in teatro in ruoli
complessi e rischiosi- arrivando addirittura a mettersi a nudo nei
primi anni ’60- prima di essere notato dal
compositore Gian Carlo Menotti che lo
portò in Italia per un provino, inaugurando così la sua carriera
grazie al cult di Mauro
Bolognini LaNotte
Brava.
Tra un ricordo dal sapore amarcord e
un altro, Milian trova anche il tempo di rivelare un suo grande
desiderio: tornare ad interpretare sul grande schermo il suo amato
Monnezza, magari insieme al figlio adottivo.
Kahil Gibran’s The
Prophet è il racconto di un’amicizia tra una
ragazzina dispettosa con un passato turbolento e un poeta
imprigionato per le sue idee di vita. Alla vicenda s’intrecciano le
celebri parole di Gibran tratte dal libro Il Profeta in
cui si riflette sulla vera natura dell’amore, del lavoro, della
libertà e del matrimonio.
Kahil Gibran’s The
Prophet scritto e diretto da Roger
Allers è una sceneggiatura divisa per scenari in cui ogni
volta visitiamo il pensiero del poeta attraverso diverse tecniche
di animazione. Queste sono racchiuse nella cornice di Mustafa e
Almitra, in essa troviamo rappresentate storie fittizie e
personaggi inventati che sono collocati in un luogo immaginario
(Orfalese) che è il frutto della fusione degli ambienti caotici del
Nord Africa e le tonalità calde del Sud d’Europa. La storia prende
vita in un unico giorno e segna, in maniera velata, la vita dei
grandi filosofi perseguitati per le loro idee “politiche” che
minacciano il potere del regime e svegliano la coscienza del
popolo.
Relegare il film in uno
stile, come quello dell’animazione, potrebbe essere un errore
poiché questo premia e valorizza la scelta di esprimere la poesia e
i messaggi che porta con sé il pensiero di Gibran. Le parole, molto
semplici e profonde, riflettono storie comuni e valori universali
che danno la possibilità di utilizzare diversi tipi di
animazioni.
Troviamo per esempio le recenti
animazioni in CGI nelle canzoni e nei passaggi tra uno scenario e
l’altro, ma anche l’uso dei pastelli per i frutti della natura,
fino all’utilizzo degli acquarelli per lo scenario relativo alla
libertà. Il film in queste digressioni temporali diventa una
potente allegoria, mai specificamente caratterizzata ma che fa leva
sull’immaginario collettivo e da modo allo spettatore di essere
trascinato nel turbinio e nel flusso di pensiero dell’autore.
Questo permette inoltre di caratterizzare il personaggio di Mustafà
in un simbolo, ponderato e saggio, amato da tutti e rispettato per
il suo “lavoro sulle parole”.
In Kahil Gibran’s
The Prophet sono presenti numerosi doppiatori quali:
Quvenzhané Wallis,
Salma Hayek, Alfred Molina, Frank Langella ma è nella
voce di Liam Neeson, nel ruolo del poeta, che spicca
il tono pacato e ipnotico, che rimarca la semplicità delle
personalità di Mustafa e il suo lavoro.
Kahil Gibran’s The
Prophet è un caleidoscopio di colori di colori e di
luci, in cui il flusso narrativo si unisce a quello della
coscienza. L’utilizzo di temi-capitoli ci da modo di sviscerare le
sfumature dei bisogni e dei desideri riscoprendo così il pensiero
universale di Gibran.
Si intitola Resurrection
Z, Z Nation 1×06, il sesto
episodio della prima stagione della serie televisiva concorrente a
The Walking Dead e trasmessa
dal network americano SyFy.
http://youtu.be/R19cKYEHf9c
In Z Nation 1×06, I
superstiti finiscono per incrociare un gruppo di
sopravvissuti apparentemente troppo bello per essere vero, ma che
nasconde una setta religiosa davvero spietata.
L’incontro da inizio ad una serie di disperati
avvenimenti.
Nel secondo giorno della nona
edizione Festival Internazionale del Film di
Roma è stata presentata la serie tv The
Knick che porta con sé l’illustre firma di
Steven Soderbergh. Ambientata nella New
York del 1900, il brillante dottor John Thackery assume
la guida del reparto di chirurgia del Knickerbocker Hospital, noto
semplicemente come “The Knick”, dopo l’improvviso suicidio del suo
mentore, J.M. Christiansen. Thackery, medico di fama che opera con
innovative tecniche di chirurgia, è tuttavia afflitto da dipendenza
da cocaina. L’ospedale, gestito dalla figlia del principale
finanziatore, Cornelia Robertson, tenta di porre rimedio
all’indebitamento attirando pazienti benestanti, cercando di non
sacrificare la qualità delle cure. Cornelia è artefice, nonostante
le opposizioni di Thackery, dell’ingresso nell’equipe di chirurgia
di Algernon Edwards, medico di colore formatosi in Europa.
Nel cast troviamo: Clive
Owen, André Holland, Juliet Rylance, Eve Hewson e
Michael Angarano.
Nella sezione Gala è stato
presentato Still Alice film di
Richard Glatzer e Wash
Westmoreland. Alice Howland felicemente sposata e madre di
tre ragazzi, è una rinomata professoressa di linguistica che,
improvvisamente, inizia a dimenticare le parole. Quando le
diagnosticano una forma precoce di Alzheimer, Alice e la sua
famiglia vedono messi a dura prova i loro rapporti. La sua
battaglia per cercare di rimanere legata alla persona che era una
volta è terribile, commovente e ammirevole.
Nel cast troviamo: Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth
e Hunter Parrish.
La storia è
scritta dai vincitori, si dice, ma spesso i vincitori non dicono la
verità, e qualche volta chi dovrebbe far venire alla luce questa
discrepanza non è disposto, o non è in grado, di smascherare ‘le
bugie dei vincitori’. Forse è questa la chiave di The
Lies of the Victors, quarto lungometraggio del
regista tedesco Christoph Hochhäusler, che porta
al Festival di Roma 2014, nella sezione
Cinema d’Oggi, la pellicola che viaggia sulle frequenze del cinema
politico, pur raccontandolo dal punto di vista della stampa, con le
sue imperfezioni e anche con il suo potere.
Fabian Groys, giornalista d’assalto
di un settimanale politico, gode di grande libertà perché le sue
storie vendono. Dopo aver fallito uno scoop riguardante l’esercito
tedesco, il direttore gli affida una giovane tirocinante. Fabian,
che non sopporta di lavorare in coppia, la incarica di seguire
quello che si presenta come il classico servizio da tabloid: un
uomo si è suicidato gettandosi nella fossa dei leoni dello zoo.
Grazie alla caparbietà della ragazza, emergono indizi che
permettono di pensare che il caso cui stava lavorando Fabian e la
morte dell’uomo siano connessi.
The Lies
of the Victors manca clamorosamente il
bersaglio: un film che si muove sul limite tra vero e falso, che si
fonda su ritmi da thriller, che dovrebbe farci appassionare alla
causa e agli avventurosi protagonisti, si rivela invece confuso,
contorto, dispiegando una narrazione difficile da decifrare ed uno
stile registico forzosamente ricercato e invadente.
Eppure i temi che si prova a
‘scomodare’ sono importanti e di attualità, come il potere della
stampa, appunto, un potere immenso che contribuisce a formare
l’opinione pubblica, oppure la classica contrapposizione tra
singolo vessato dalla potente multinazionale. Argomenti di peso, di
grande attualità, che si risolvono in situazioni banalizzate dalla
continua necessità di mettere in mostra l’aspetto glamour di una
storia che poteva senza dubbio farne a meno.
Il principale peccato di
The Lies of the Victors è però la
mancanza di chiarezza, l’incapacità della storia di farsi seguire e
la mancata capacità di coinvolgere lo spettatore in una vicenda
potenzialmente molto interessante.
E’ arrivato a roma Clive
Owen per presentare i primi due episodi della
serie televisiva The Knick di Steven
Soderbergh che lo vede protagonista nei panni del geniale
chirurgo John Thackery. L’attore britannico (Golden Globe
per Closer, interprete di film come King Arthur,
Sin City, Inside Man) sarà sul red carpet alle
ore 19.30. Nel frattempo abbiamo avuto modo di incontrarlo.
Cosa ti ha convinto di
questo ruolo così impegnativo ?
Conoscevo Steven Soderbergh,
lui mi ha telefonato, ho questa sceneggiatura e voglio trasformarla
in una serie di dieci puntata. Leggila e dimmi cosa ne pensi. Io
non avevo intenzione di impegnarmi in una serie così lunga, un
lavoro così lungo. Dopo aver letto la sceneggiatura sapevo che
volevo farlo. Sapevo bene che l’epoca era così interessante e un
personaggio così non si può rifiutare. E’ veramente entusiasmante,
perché è un genio ma anche un arrogante e pieno di difetti. Ma
tutta la serie è una continua ricerca. Per essere onesto se fosse
stato un film, o un’opera teatrale l’avrei accettato ugualmente
perché la sceneggiatura è troppo bella.
Parte della sfida è renderlo simpatico
dunque?
Si è come cercare un
equilibrio. E’ un personaggio non simpatico ed è veramente
straordinario vedere fino a che punto può arrivare. Io non accetto
mai un personaggio pensando deve essere simpatico. Dobbiamo capirli
i personaggi, dobbiamo capire qual è la loro storia, conoscere i
punti deboli e i loro difetti. E questo è veramente stimolante,
arrivare a questo delicato gioco di equilibrio, e cercare di farsi
accompagnare da questo personaggio.
Un dottore deve essere stronzo, arrogante o drogato per
avere successo?
Allora, innanzitutto il motivo
del perché questi personaggio hanno avuto successo è perché hanno a
che fare con questioni di vita o di morte. La posta è sempre molto
alta e si parla in questo caso di un’epoca veramente
straordinaria,di progresso. Sperimentavano, andavano per istinto e
questo per me può spiegare tutto del mio personaggio anche se è
complesso, arrogante ma geniale. Non è convenzionale, non accetta
regole e non si ferma d’avanti a nulla. Ma se fosse simpatico e una
brava persona forse non interesserebbe poi molto.
Com’è stato lavorare con Soderbergh, esteticamente la
serie è incredibile..
Beh quando lavoro con lui
bisogna riconoscere che è incredibile. Lui fa tutto, manovra le
luci, le riprese, il montaggio. Abbiamo lavorato ad un ritmo
frenetico e la prima volta che l’ho visto sono rimasto sconcertato
anch’io nel vedere la bellezza del prodotto finito. Grazie a lui ha
anche una squadra che lavora adattandosi al suo modo perché sono
veramente bravi. E poi la scenografia è incredibile, il dettaglio,
la bellezza. Sono veramente reali questi set, non sono solo di
facciata sono veri. Quando lavoro così si ha tutto il sostegno di
cui si ha bisogno, non ti serve nient’altro.
Invece per quanto riguarda il mezzo, c’è davvero
un grande fermento oggi in televisione …
Beh si, ci sono molti registi,
Steven aveva detto che non avrebbe più fatto cinema, poi tre
settimane dopo è arrivato l’annuncio che avrebbe fatto 1o ore di
televisione. Ha detto che se non l’avessi fatto io il prossimo al
quale sarebbe stato proposto l’avrebbe fatto e lo stesso vale per
me. Non intendevo rinunciare ad una parte così ben scritta solo
perché è una serie. Anzi, c’è più tempo per esplorare il
personaggio, arrivare nel profondo e forse si può essere anche più
pericoloso perché non si cerca di confezionare tutto in un formato
di 90 min o 2 ore e poi devi rimontare per trovare uno sbocco, un
mercato. Puoi rischiare di più e oggi l’epoca della televisione è
straordinaria. Ad essere onesto io non amo interpretare lo stesso
personaggio per troppo tempo, perché rischi di rivelare troppo, io
cerco di variare nella mia carriera. Ma io in questo progetto non
percepisco questo rischio. Fosse stato più lungo l’avrei accettato
perché lo script è davvero incredibile. Io non ho avuto molte
sceneggiatura di cui ti senti galvanizzato del motivo per cui fai
l’attore ma questo è uno di quei rari casi un cui lo sono stato.
Poi io giudico sulla base di come è scritta la sceneggiatura e chi
è il regista, non in base al mezzo.
Tornerai per una seconda stagione?
Si gireremo a Febbraio e Steven
dirige nuovamente tutti e dieci gli episodi e vi assicuro che
questa serie ha degli sviluppo veramente folli e selvaggi. Abbiamo
tutto il tempo ed è straordinario vedere fine a che punto possiamo
arrivare.
Presentato all’ultimo Festival del
cinema di Roma Still Alice racconta di una persona
inserita nel contesto sociale in cui vive si definisce, spesso, per
la professione, per il lavoro che fa e per il modo in cui gli altri
la vedono interagire con il suo ambiente. Cosa accade però quando
queste informazioni basilari vengono meno? Cosa succede, ad
esempio, ad un malato di Alzheimer che non riconosce più se stesso
e chi gli sta vicino a causa della perdita graduale della memoria e
dei ricordi?
È la domanda che si pongono i
registi e sceneggiatori di Still Alice,
Richard Glatzer e Wash
Westmoreland, che raccontano la storia della dottoressa
Howland, Alice, a cui viene diagnosticata una precoce e rarissima
forma del morbo di Alzheimer. La perdita graduale delle memorie del
proprio passato, delle parole, che tanto la contraddistinguevano
nel suo rapporto con il mondo (prima della diagnosi è una affermata
docente di Linguistica alla Columbia University), anche delle
nozioni più elementari, come i nomi dei suoi figli, costellano
l’inevitabile, inesorabile e dolorosissima discesa nell’oblio della
terribile malattia.
Glatzer e Wesmoreland dirigono un
film che ha dalla sua due elementi vincenti, per motivi differenti:
la storia, che tocca nel profondo lo spettatore e assume dei
contorni ricattatori; e la protagonista, una
Julianne Moore in stato di grazie che conferma,
ulteriormente, l’ipotesi che non per forza gli attori con più Oscar
sono i più bravi (lei è stata sempre scandalosamente snobbata
dall’Academy).
Nonostante un’alta percentuale di
successo, considerati i due elementi citati, il film non riesce a
fare breccia; commuove nel momento in cui sono messi in piazza
momenti e situazioni toccanti, che potrebbero anche coinvolgere il
vissuto di alcuni spettatori, senza però apportare nulla di nuovo o
personale ad un tema, la malattia in tutte le sue forme, che sembra
ultimamente un must del cinema, disposto a mettere in piazza ogni
singolo aspetto della vicenda umana, teso a estorcere lacrime e
tristezza allo spettatore ignaro.
Il racconto è delicato, il
procedere della malattia raccontato con equilibrio, ma il film non
si sforza di andare oltre, volendo probabilmente raccontare solo
l’evolversi del morbo. I rapporti umani, fondamentali in una tale
dinamica, non vengono approfonditi e l’empatia con la protagonista
si sviluppa più in nome della malattia stessa che per lei in quanto
Alice, persona definita in uno spazio-tempo preciso. Nel cast, con
la Moore, ci sono anche Kristen Stewart, che sembra ormai
crogiolarsi sempre negli stessi ruoli, Alec Baldwin e Kate Bosworth. Applaudito a Toronto e
presentato al Festival di Roma 2014, Still
Alice farà probabilmente parlare di sé durante la season
awards 2014/2015 per la straordinaria performance della
protagonista.
Secondo giorno del Festival di Roma 2014 e arriva la
grande prima star internazionale, ovvero l’attore Clive
Owen che presenta al festival la serie televisiva
The Knick, firmata dal regista premio Oscar
Steven Soderbergh. Di seguito tutte le foto del
secondo giorno: [nggallery id=1118]
Il Festival
Internazionale del Film di Roma presenta in anteprima il
cineromanzo più importante e atteso dell’anno: domani,
venerdì 17 ottobre alle ore 20 presso la Sala Petrassi, nella linea
di programma Gala, saranno proiettati i primi due episodi della
serie televisiva “The Knick” di Steven Soderbergh.
Il nuovo lavoro del grande cineasta statunitense – premio Oscar®
per Traffic, Palma d’Oro a Cannes per Sesso, bugie e
videotape, autore di alcuni fra i maggiori successi
cinematografici degli ultimi anni (la trilogia di “Ocean”,
Erin Brockovich – Forte come la verità, Magic
Mike, Side Effects) – vede protagonista Clive Owen,
nei panni del geniale chirurgo John Thackery. L’attore britannico
(Golden Globe per Closer, interprete di film come King
Arthur, Sin City, Inside Man) sarà sul red
carpet alle ore 19.30: il giorno dopo incontrerà il pubblico
(sabato 18 ottobre) alle ore 18 presso la Sala Petrassi,
nell’ambito di una vera e propria “maratona cinematografica” in cui
sarà proiettata l’intera serie, con il finale di stagione in
contemporanea con gli Stati Uniti. I dieci episodi – scritti da
Jack Amiel e Michael Begler, sceneggiatori di Quando meno te lo
aspetti e Qualcosa di straordinario – andranno in
onda in esclusiva assoluta su Sky Atlantic HD in autunno.
Alle ore 19.30, la Sala Santa
Cecilia ospiterà in prima europea la proiezione di
Still Alice di Richard Glatzer e
Wash Westmoreland, vincitori al Sundance del Premio del Pubblico e
del Gran Premio della Giuria conQuinceañera, autori di
Pedro, presentato ai Festival di Toronto e Berlino, e
The Last of Robin Hood (Festival di Toronto). Il film, nel
programma di Gala, ospita un cast di star formato, tra gli altri,
da Kristen Stewart, Julianne Moore e Alec
Baldwin. Basata sull’omonimo romanzo di Lisa Genova, la pellicola
narra, senza facili sentimentalismi e in uno stile che è stato
paragonato al cinema di Ozu, la vicenda di una donna di successo,
tenace e caparbia, a cui viene diagnosticato il morbo di
Alzheimer.
Alle ore 22 (Sala Santa Cecilia,
linea di programma Gala), sarà proiettato
Eden di Mia Hansen-Løve: la giovane
cineasta francese, classificata da Variety tra i dieci registi
internazionali da conoscere “a tutti i costi”, premiata a Cannes
per il suo film d’esordio Tout est pardonné, autrice de
Il padre dei miei figli (sempre a Cannes nella sezione Un
Certain Regard) e Un amore di gioventù, ripercorre i passi
del “French touch” dal 1992 a oggi, rievocando una generazione che
è stata in grado di riscrivere le regole della musica dance grazie
a musicisti come i Daft Punk, Dimitri from Paris, Cassius, Alex
Gopher.
Gli occhi grandi e luminosi di
Emma
Stone sono pronti a risplendere sulle tavole del
palcoscenico. L’attrice è pronta a fare il suo debutto a Broadway
dove sarà la protagonista di Cabaret, Sally Bowles, per la
Roundabout Theatre Company, e di seguito potete vedere la prima
foto di Emma con il costume di scena!
Che ve ne pare?
Lo spettacolo debutterà il prossimo
11 novembre e sarà replicato fino a febbraio 2015.
Al momento anche Michelle
Williams è impegnata nello stesso ruolo per la compagnia
Kander & Ebb.
Alla conferenza
stampa di Quando eu era
vivo erano presenti il
regista Marco e il
protagonista Antonio Fagundes. Proprio
perchè il film è in concorso, in questa nona edizione del festival,
nella sezione Mondo Genere la prima
domanda riguarda proprio l’argomento generi e dintorni. Dutra
risponde partendo da un episodio personale: quando noleggiava i
film in videoteca, i VHS erano sistemati su scaffali suddivisi in
base ai differenti generi. Solo successivamente, all’università, ha
appreso la grande differenza tra i film commerciali e d’essai,
distinzione che tutt’ora è molto forte in Brasile. Con i suoi film,
il regista cerca di utilizzare i codici stilistici di ogni singola
categoria cinematografica per abbattere qualunque barriera o
distinzione formale possa impedire ad una pellicola di avere
successo- ma soprattutto una distribuzione- anche all’estero.
Questo film è già stato
proiettato in Brasile con ottimi risultati, e adesso è pronto ad
affrontare una competizione internazionale.
L’ispirazione per la trama è venuta
dalla lettura del romanzo di un autore
brasiliano, Lorenzo
Mutarelli, intitolato L’Arte di
produrre effetti senza causa , e si tratta di
una delle poche incursioni dell’autore nella narrativa. Di solito,
infatti, si dedica ai fumetti: e proprio mentre Dutra stava
adattando un suo fumetto, gli fece la proposta di portare al cinema
il romanzo. Quando Mutarelli- che nel film fa una piccola
apparizione, nei panni di un autista- ha visto per la prima volta
il film, è rimasto sconvolto e meravigliato: non si aspettava di
vedere sul grande schermo un adattamento così diverso e dei
personaggi strutturati in un modo opposto rispetto a come li aveva
concepiti lui su carta. Il film è una sorta di
gemello del fumetto, presentandosi come una rilettura macabra della
parabola del figliol prodigo che torna a casa dal padre e cerca di
scoprire un passato sepolto.
Le vicende dei protagonisti si
muovono sullo sfondo di un perimetro domestico chiuso e sigillato:
una sorta di mappa o di puzzle delle perversioni- soprattutto
sessuali- del protagonista. L’attore Fagundes e Dutra non sono,
però, molto d’accordo su questo punto: un’ispirazione di natura
freudiana c’è (e il riferimento è al concetto
di Melancolia) ma il tema del sesso è marginale e non
molto presente, se non all’inizio, dove una scena di masturbazione
diventa metafora del voyeurismo implicito in ognuno di noi. Il
personaggio di Junior è una sorta di neonato “gigante”, un infante
che non riesce a superare il dolore per la perdita della madre e lo
compensa diventando l’oggetto stesso della perdita, e portando
avanti il desiderio di morte e vendetta della madre scomparsa.
Il 30 ottobre Koch Media porterà
nelle sale cinematografiche Annie Parker,
il film basato su una storia vera, quella di due donne, Annie
Parker (Samantha Morton) e Mary-Claire King
(Helen Hunt) che si troveranno a combattere una
comune lotta contro il tumore del seno. Una parte dell’incasso del
film sarà devoluta a sostegno dei progetti dell’associazione Susan
G. Komen Italia, per la lotta ai tumori del seno.
Basato su una storia vera, il film
Annie Parker conduce lo spettatore attraverso l’incredibile storia
di Annie Parker, una donna che per tutta la vita si è trovata ad
affrontare e combattere il cancro. Dopo aver perso la madre e la
sorella Annie si convince che anche lei sarà colpita dallo stesso
male e purtroppo, per ben tre volte, questa sua paura si tramuta in
realtà. Forte e tenace non si dà mai per vinta, non perde la
speranza e arriva a sconfiggere questo terribile male. La sua
storia, insieme a quella di moltissime altre donne, accompagna,
nella trama del film così come nella realtà dei fatti, gli studi
della dottoressa Mary-Claire King (Helen Hunt nel film), che la
portano alla sensazionale scoperta dell’esistenza di un
collegamento genetico in determinati tipi di cancro al seno e del
gene BRCA-1, di immenso valore anche nello studio di molte altre
malattie.
Still
Alice è il film protagonista della seconda giornata
del Festival di Roma 2014. La pellicola,
che offre una grandissima interpretazione della protagonista
Julianne Moore, racconta della Dottoressa Alice,
una donna che scopre di essere affetta da morbo di Alzheimer e deve
imparare a fare i conti con la malattia e con la perdita dei
ricordi, della memoria e di quello che la identificava in quanto se
stessa.
Uno dei due registi, Wash
Westmoreland, è venuto a Roma a presentare il film, a
commentare la scelta di una grande attrice come protagonista e a
parlare di come è stato lavorare a un film che in qualche modo lo
ha toccato da vicino, anche nella sfera personale.
Come è stata scelta
Julianne Moore?
“Quando lavoravamo sulla
sceneggiatura, io e Richard
Glatzer (il co-regista) abbiamo
cominciato a pensare a quale attrice poteva offrire una performance
intensa quanto la storia richiedeva, che potesse anche essere un
volto internazionale per interpretare una docente di Linguistica
che non era più capace di parlare. E guardando il lavoro di
Julianne Moore ci siamo accorti che il suo curriculum è
incomparabile, con una straordinaria variazione di personaggi.
L’abbiamo incontrata per un altro progetto e ci abbiamo messo due
mesi per farle avere la sceneggiatura, e appena la avuta, dopo due
ore ci ha chiamati e ci ha detto si.”
Una volta sul set, la Moore non è
stata soltanto un’attrice che recita un copione, anzi,
come ha dichiarato lo stesso regista “abbiamo considerato
Julianne come una partner creativa, con lei abbiamo discusso gli
aspetti della storia e di come la sua performance si sarebbe
evoluta in maniera molto informale, facendo tentativi. Era un
processo che richiedeva un cammino molto complesso per trovare
l’equilibrio e il giusto ritmo per la storia.”
Nel lavoro di
documentazione, avete tenuto conto anche degli addetti e degli
esperti?
“Abbiamo lavorato con degli
esperti e con le associazioni americane per la lotta contro
l’Alzheimer. Abbiamo raccolto tutta la documentazione scientifica
necessaria, ma abbiamo anche parlato con tante persone che si
prendono cura di malati e di malati precoci. Julianne ha stretto un
forte rapporto con una donna che come Alice era una docente che poi
ha scoperto di avere l’Alzheimer.”
“La battaglia principale che
affrontano il malati di Alzheimer è quella contro la perdita della
parola – ha continuato il regista – Man mano che la
malattia avanza, Julianne è stata bravissima a far trasparire lo
sforzo e la sofferenza di mostrare questa difficoltà, che per
il suo personaggio è raddoppiata dal fatto che prima di ammalarsi
lei si definiva proprio attraverso le sue parole.”
Ha pensato agli Oscar dopo
aver visto questa performance straordinaria di Julianne
Moore?
“Quando giravamo non ci ho
pensato per niente, anche se tutti capivamo che stavamo facendo
qualcosa di speciale. Il film al Festival di Toronto ha avuto un
successo incredibile. Ovviamente siamo tutti eccitati della
possibilità e lei è senza dubbio la più grande attrice americana
che non abbia ancora conquistato un Oscar. Come cineasta lo vorrei
davvero tanto, penso lo meriti e l’abbia meritato altre volte. Lo
stesso fatto che si parli tanto del film è un segnale
importante.”
Il Brasile continua ad affermarsi
come uno dei territori cinematograficamente inesplorati più
interessanti, attivi e prolifici. Stavolta, ce lo dimostra il
giovane regista Marco Dutra col
suo Quando eu era vivo (When I was
Alive), film di genere che allo stesso tempo supera i
generi stessi mescolando tra loro psicanalisi, santeria,
esoterismo, religione e rapporti umani.
Il protagonista è Junior, un uomo
che torna dal padre dopo il divorzio dalla moglie e la perdita del
lavoro. Nella vecchia casa dove prima vivevano in quattro- lui, il
fratello Pedro, il padre e la madre Miranda- si sente un vero
estraneo, considerando anche la presenza di una nuova attraente
inquilina di nome Bruna. La vita di Junior, al momento impantanata
in acque limacciose, cambia all’improvviso quando comincia a
ritrovare degli oggetti appartenuti a sua madre, una donna
misteriosa che credeva fermamente nell’esoterismo: da quel momento
in poi, la sua salute mentale sarà messa a dura prova da strane
forze che sfuggono alle normali leggi umane che regolano questo
mondo.
Il film è esteticamente competitivo
grazie ad una fotografia nitida e d’effetto, che gioca molto con il
contrasto tra buio e luce che caratterizzano l’ambiente domestico,
la casa che sembra diventare un simulacro del grembo materno
deviato e contorto.
il personaggio di Junior oscilla tra
psicanalisi, pazzia e santeria diventando l’icona riassuntiva
dell’intero film: sembra difficile distinguere il confine beffardo
tra follia freudiana e forze occulte e malvagie, elemento che
determina l’intero film regalando allo spettatore brividi, sussulti
e pensieri reconditi seppelliti nella memoria del complesso di
Edipo.
In
sintesi, Quando eu era
vivo è una rilettura personale e complessa della
parabola del figliol prodigo attraverso l’occhio di un maelstrom
oscuro e torbido.
Il film è in concorso alla nona
edizione del Festival di Roma nella sezione Mondo
Genere.
Ecco un nuovo trailer del film diretto da Angelina Jolie, Unbroken, basato sull’incredibile
vita di Louis “Louie” Zamperini (Jack
O’Connell).
Le foto del film [nggallery id=321]
Il Premio
Oscar Angelina Jolie dirige e
produce Unbroken, un dramma epico
che racconta l’incredibile storia dell’atleta olimpionico ed eroe
di guerra, Louis “Louie” Zamperini (Jack
O’Connell), che insieme ad altri due membri
dell’equipaggio, è riuscito a sopravvivere su una zattera per 47
giorni, in seguito ad un disastroso incidente aereo durante la
Seconda Guerra Mondiale, per poi essere catturato dalla Marina
giapponese e spedito in un campo di prigionia.
La regista Jolie ha iniziato
mercoledì 16 ottobre a girare alcune delle scene
più drammatiche e complicate, in alto mare a Moreton Bay in
Australia, che vede Zamperini (O’Connell) ed i
suoi compagni aviatori -Phil (Domhnall Gleeson) e
Mac (Finn Wittrock)- incredibilmente
sopravvissuti, alla deriva nel mezzo del Pacifico per diverse
settimane.
Lavorando con le telecamere
installate su un impianto galleggiante in acque agitate, sfidando
le intemperie, con gli attori messi a dieta per mesi (per avere un
aspetto deperito così come richiesto dai personaggi interpretati),
la Jolie ha completato con successo la prima giornata di riprese,
in luogo che promette essere pieno di sfide ed altamente
impegnativo.
Tratto dal famosissimo libro di
Laura Hillenbrand (la stessa autrice di “Seabiscuit: An American
Legend”), Unbroken porta sul grande schermo l’incredibile e
suggestiva storia vera di Zamperini, e della sua forza d’animo.
Protagonisti al fianco
di O’Connell,
Gleeson e Wittrock,
appaiono Garrett
Hedlund e John
Magaro nelle vesti dei compagni prigionieri di
guerra, che vivono un cameratismo inaspettato durante il loro
internamento; Alex Russell interpreta il
fratello di Zamperini, Pete, mentre recita per la prima volta in
lingua inglese in un lungometraggio, l’attore giapponese Miyavi nei
panni della crudele guardia del campo, nota a tutti come “The
Bird”.
Il film è prodotto dalla stessa
Jolie, insieme a Matthew Baer (di “Colpevole d’Omicidio” – City by
the Sea), Erwin Stoff (di “Ultimatum alla Terra” – The Day the
Earth Stood Still), e Clayton Townsend (di “Questi Sono i 40” –
This Is 40). A guidare lo staff di esperti che lavorano dietro le
quinte, è il Direttore della Fotografia plurinominato agli Oscar®
(ben 10 volte), Roger Deakins (Skyfall).
I Premi
Oscar® Joel ed Ethan
Coen (“Non è un Paese per
Vecchi” – No Country for Old
Men) hanno riscritto la sceneggiatura delle versioni
precedenti di William Nicholson (Les Misérables) e Richard
LaGravenese (Behind the Candelabra della HBO).
Dopo l’annucio che la Wonder Woman
del nuovo millennio, Gal
Gadot, interpreterà la protagonista femminile nel
prossimo remake di Ben-Hur (qui la notizia), arrivano anche
conferme che Pedro Pascal, l’ex Principe Oberyn
Martell di Game of Thrones, è in
trattative per interpretare il ruolo di Ponzio Pilato.
L’idea di vedere il caro Pedro nei
panni di Pilato, abbigliato alla romana maniera, solletica non poco
il nostro interesse, considerando che il piglio fiero e i colori
dell’attore lo renderebbero perfetto per il ruolo. Vi terremo
aggiornato.
Ben-Hur è prodotto dalla MGM e
diretto da Timur Bekmambetov.
In uscita il 26 febbraio
2016, il remake di Ben Hur si
baserà, esattamente come la pellicola originale, sul romanzo epico
di Lee Wallace del 1880, dal titolo: “Ben
Hur – A Tale of the Christ“.
Confermati nel cast del film, al
momento, ci sono Gal Gadot, Morgan Freeman e Toby
Kebbell.
Ecco un primo teaser
di Feast, il cortometraggio di
animazione che verrà proiettato prima di Big Hero
6, primo progetto di animazione che vedrà la Marvel e la Disney impegnate in una
collaborazione per in film d’animazione. Il tenerissimo
protagonista non tarderà a riscontrare l’amore incondizionato dei
fan e di tutti quelli che gli poseranno gli occhi addosso:
Eccoil video:
Big Hero 6
sarà diretto da Chris Williams e Don Hall e
vedrà nella squadra di produttori Roy Conli, che
aveva già lavorato alla Disney con Rapunzel e
Il Pianeta del Tesoro.
Vi ricordiamo
che Big Hero6 sarà
l’adattamento di una serie a
fumetti Marvel ideata
da Steven T. Seagle e Duncan
Rouleau e pubblicata a partire dal settembre 1998.
Realizzato in computer grafica e basato su di un 3D stereoscopico,
il film racconterò le avventure di Hiro Hamada, ragazzo
prodigio della robotica, che coadiuvato da un robot di nome Baymax
da egli stesso creato, dovrà salvare San Francisco da un intrigo
crimanale. Ai due, nel corso della pellicola, si aggregheranno
anche i personaggi di Gogo, Honey Lemon, lo chef sushi Wasaby ed il
fanboy Fred.
Big Hero
6 è atteso nei cinema il 7 novembre
2014.
L’attore
e regista Robert Redford è entrato a far parte
del cast di Elliott il drago invisibile, remake
dell’omonimo film della Disney che al momento vede protagonisti due
giovani attori: Oakes Fegley e Oona
Laurence.
Il ruolo di Redford sarà quello di
un uomo che conosce alcune buone storie che parlano di draghi.
Oakes Fegley ha già
partecipato a Boardwalk Empire, e lo
vedremo anche in un piccolo ruolo in This Is Where I
Leave You e in Fort Bliss;
sarà lui ad interpretare Pete, un orfano che arriva in un piccolo
paese con il suo drago magico, mentre cerca di sfuggire ai suoi
violenti genitori adottivi.
Oona Laurence sarà
invece Natalie, un personaggio inventato per questo rifacimento, e
sarà lamigliore amica del nostro eroe. La giovane attrice ha già
vinto un Tony Awards a Broadway per il musical Matilda, e
la vedremo sul grande schermo accanto a Jake Gyllenhaal in
Southpaw.
David Lowery, il
regista del film, e Toby Halbrooks, il
co-sceneggiatore, collaboreranno per realizzare la nuova storia,
con un taglio moderno e a quanto pare senza gli elementi musicali
del film originale, anche se il casting di un’attrice di Broadway
farebbe pensare il contrario!
Dopo Margot Robbie (leggi qui), è Scarlett Johansson il nuovo nome
a finire sulla lista delle possibili candidate al ruolo di
protagonista dell’adattamento live action di Ghost in
the Shell. Il regista di Biancaneve e il
Cacciatore,Rupert Sanders, dirigerà
per la DreamWorks , l’adattamento live action
del cult Ghost in
the Shell, su una sceneggiatura di
William Wheeler girata in 3D. Il film sarà
prodotto da Avi Arad.
Di seguito la trama del film:
Giappone, 2029: il mondo è completamente informatizzato e gli
impianti cibernetici amplificano le capacità fisiche e mentali
degli esseri umani, ma li rendono anche suscettibili a nuovi
attacchi. Sfrutta queste tecnologie il misterioso signore di
pupazzi, un terrorista che prende controllo, attraverso vie
informatiche, delle menti degli uomini. Su di lui indagano gli
uomini della sezione 9, comandati dal machiavellico Aramaki e
capitanati sul campo dalla bella e decisa Motoko Kusanagi.
Dopo anni di cinema e vari annunci di ritiro, Steven Soderbergh torna dietro la
macchina da presa con The
Knick, serie televisiva period drama creata da Jack Amiel e
Michael Begler, prodotta da Cinemax e in arrivo in Italia su Sky
Atlantic dall’11 novembre 2014. Presentata in anteprima mondiale
con il protagonista Clive Owen al
Festival
di Roma, la serie segna una delle incursioni più ambiziose di
un regista cinematografico nel mondo della serialità
contemporanea.
Soderbergh – che ha sempre dichiarato di essere affascinato dalla
libertà creativa della televisione – firma qui un’opera di
straordinaria compattezza estetica e narrativa. Con The Knick, abbandona il glamour di
Ocean’s Eleven e la
coralità di Traffic per
immergersi in un racconto oscuro, chirurgico e visionario sul
progresso scientifico e sull’ipocrisia morale dell’America di
inizio Novecento.
Tra scienza e abisso: la
doppia natura di The Knick
Ambientata nella New York del 1900, la serie racconta le vicende
del dottor John
Thackery (Clive
Owen), brillante chirurgo del Knickerbocker Hospital, costretto
a prendere il posto del suo mentore dopo il suo suicidio. Thackery
è un genio ossessionato dall’innovazione medica, ma anche un uomo
divorato da una dipendenza devastante dalla cocaina. Sotto la sua
guida, l’ospedale – finanziato dalla famiglia Robertson e in crisi
economica – tenta di sopravvivere tra debiti, rivalità interne e
sfide etiche. L’arrivo del dottor Algernon Edwards, un medico afroamericano
formato in Europa, innesca un conflitto profondo con Thackery, che
riflette le tensioni razziali e sociali dell’America del tempo.
A
prima vista, The Knick
potrebbe sembrare un medical
drama in costume. In realtà, Soderbergh lo trasforma in
qualcosa di completamente diverso: una radiografia morale
dell’essere umano di fronte al progresso. La serie si muove su due
binari paralleli – quello scientifico e quello psicologico –
mantenendo un equilibrio raro tra il fascino della scoperta e
l’orrore del corpo. Da un lato, assistiamo a operazioni chirurgiche
pionieristiche, eseguite con strumenti rudimentali ma con
l’entusiasmo di chi sta riscrivendo la medicina moderna.
Dall’altro, emerge la vulnerabilità dei protagonisti: uomini e
donne che, dietro la maschera del dovere, nascondono debolezze,
dipendenze e contraddizioni.
Soderbergh filma la medicina come un campo di battaglia, in cui il
sangue e la genialità si confondono. Ogni intervento diventa una
metafora del tentativo umano di dominare la vita e la morte. La
chirurgia, per Thackery, è un atto di fede e di hybris insieme:
salvare i corpi significa anche violarli, sperimentare, fallire. E
in questa tensione fra etica e ambizione si misura tutta la forza
drammatica della serie.
Regia, estetica e visione
autoriale
Foto Mary Cybulski /Cinemax
Dal punto di vista visivo, The Knick è un’opera di rara coerenza stilistica.
Soderbergh – che firma personalmente regia, fotografia e montaggio
con gli pseudonimi Peter Andrews e Mary Ann Bernard – costruisce un
universo visivo gelido, dominato da tonalità seppia e luci
naturali, che restituiscono una New York lontana dal romanticismo e
più vicina all’incubo industriale. Ogni episodio sembra un film
d’autore: le inquadrature sono rigorose, la macchina da presa
scivola tra i corridoi dell’ospedale come un bisturi che incide la
carne della società.
La messa in scena è chirurgica anche nel ritmo. L’uso della luce
elettrica, allora ancora una novità, diventa metafora del progresso
che rischiara e acceca allo stesso tempo. Soderbergh alterna lunghe
sequenze dialogate a momenti di forte intensità visiva, spesso
accompagnati da una colonna sonora elettronica firmata da
Cliff Martinez –
un contrasto audace tra passato e modernità, che dà alla serie
un’identità sonora unica. Le operazioni chirurgiche, filmate con un
realismo impressionante, non sono mai puro shock: diventano invece
coreografie crude e ipnotiche, simbolo di un mondo che cerca
disperatamente di curarsi, ma continua a infettarsi di ingiustizia
e corruzione.
Clive Owen, un
protagonista magnetico
Nel ruolo di John Thackery, Clive Owen offre una delle interpretazioni più
intense della sua carriera. Il suo medico-genio è arrogante e
fragile, brillante e autodistruttivo, vittima di un delirio di
onnipotenza che lo porta a confondere la scienza con la salvezza
personale. Owen restituisce un personaggio complesso, attraversato
da un’ironia disperata e da una malinconia quasi shakespeariana. La
sua dipendenza dalla cocaina non è solo un vizio: è il sintomo di
una mente incapace di fermarsi, di un uomo che vuole oltrepassare
ogni limite pur di non sentirsi impotente.
Accanto a lui, si distinguono Andre Holland (Algernon Edwards), che porta sullo
schermo un personaggio carismatico e dolorosamente lucido, e
Juliet Rylance
nel ruolo di Cornelia Robertson, simbolo di una femminilità moderna
che tenta di farsi spazio in un mondo maschile e classista. Le loro
interazioni, complesse e stratificate, arricchiscono una narrazione
che non si accontenta di intrattenere, ma cerca di interrogare il
rapporto tra potere, scienza e morale.
Un medical drama
reinventato
The Knick ridefinisce il
concetto stesso di medical drama. Non c’è eroismo né
sentimentalismo, ma una lucida analisi del progresso e dei suoi
costi. La medicina, qui, non è redenzione ma ossessione; la
conoscenza non libera, ma imprigiona. Soderbergh, come in
Traffic o
Contagion, usa il
racconto corale per riflettere sulla società, ma questa volta lo fa
con un’intimità disarmante, entrando letteralmente nel corpo umano
per esplorare il lato oscuro della civiltà.
Anche gli aspetti più macabri – amputazioni, infezioni, deformità –
non sono mai gratuiti: fanno parte di un discorso più ampio sulla
vulnerabilità della carne e sulla crudeltà della storia. È un
viaggio nel tempo che diventa riflessione contemporanea, un
racconto di progresso e di decadenza che, nella sua estetica
elegante e disturbante, mostra l’anima contraddittoria di
Soderbergh.
Alle ore 22 (Sala Santa Cecilia, linea di programma Gala), sarà
proiettato Eden di Mia Hansen-Løve: la giovane cineasta francese,
classificata da Variety tra i dieci registi internazionali da
conoscere “a tutti i costi”, premiata a Cannes per il suo film
d’esordio Tout est pardonné, autrice de Il padre dei miei figli
(sempre a Cannes nella sezione Un Certain Regard) e Un amore di
gioventù, ripercorre i passi del “French touch” dal 1992 a oggi,
rievocando una generazione che è stata in grado di riscrivere le
regole della musica dance grazie a musicisti come i Daft Punk,
Dimitri from Paris, Cassius, Alex Gopher.
Si intitola, Scandal 4×04, il quarto episodi della serie
televisiva di successo trasmessa dal network americano della ABC e
con protagonista Kerry Washington.
In Scandal 4×04 Fitz (Tony
Goldwyn) chiede a Olivia (Kerry
Washington) di archiviare una situazione che potrebbe distruggere
la reputazione della famiglia Grant. Nel
frattempo, Huck (Guillermo Diaz)
e Quinn (Katie Lowes) si rendono conto
che c’è di più di quello che pensavano quando analizzano il caso di
Catherine. Rowan (Joe Morton) chiama un vecchio amico per
chiedergli di fare il suo sporco lavoro.