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Il nemico alle porte, il film con Jude Law e Ed Harris

Il nemico alle porte è un film del 2001 diretto da Jean-Jacques Annaud e con protagonisti nel cast Jude Law, Ed Harris, Joseph Finnies, Rachel Weisz e Bob Hoskins.

Il nemico alle porte trama: Stalingrado, autunno 1942. La giovane recluta dell’armata rossa Vasilij Grigor’evic Zajcev (Jude Law) viene catapultato insieme ad altri sventurati compagni nell’inferno di Stalingrado, città simbolo dell’Unione Sovietica assediata ormai da settimane dalle truppe del Terzo Reich.

Durante uno dei tanti ed assurdi attacchi suicida a cui gli ufficiali dell’Armata Rossa lo costringono a partecipare, Vasilij conosce Politruck Danilov (Joseph Fiennes), ufficiale addetto alla propaganda, a cui ha modo di mostrare la sua incredibile abilità di tiratore affinata durante l’infanzia in cui era solito cacciare i lupi negli Urali.

Danilov vede nel ragazzo quell’eroe di cui l’esercito ha bisogno per mantenere alto il morale ed avere nuove motivazioni in battaglia. Spalleggiato dal cinico Nikita Khrushchev (Bob Hoskins), Danilov farà di Vasilij Zajcev un mito, una sorta di leggenda, e  Vasilij a sua volta diventerà l’incubo dei tedeschi collezionando vittime su vittime soprattutto tra gli ufficiali. Il rapporto di grande complicità tra Danilov e Vasilij comincerà però ad incrinarsi quando una donna, Tania Chernova (Rachel Weisz), si intrometterà fra loro generando invidie e gelosie.

Nel frattempo, per porre fine al mito di Vasilij, il comando tedesco invierà al fronte il migliore dei tiratori della Wermacht: il maggiore Erwin Konig (Ed Harris) che inizierà con Vasilij un’appassionante quanto drammatico duello destinato ad un tragico epilogo.

Il nemico alle porte film

Il nemico alle porte (Enemy at the gates) è un film del 2001 diretto dal regista francese Jean-Jaques Annaud (Il nome della rosa, L’amante) e tratto da una storia vera.

Annaud si conferma una volta di più straordinario a livello scenografico, ricreando con grande realismo ed efficacia il drammatico contesto in cui si svolge la vicenda. Una Stalingrado dilaniata da una delle più feroci battaglie della Seconda guerra mondiale, una città in preda alla disperazione più assoluta sia tra i civili che tra i militari di cui il regista tiene a sottolineare le terribili condizioni e i patimenti sopportati.

Il nemico alle porte

Ma se il regista francese non tradisce a livello estetico è a livello di sceneggiatura che il film genera qualche dubbio. La prima metà è indubbiamente la migliore: l’arrivo di Vasilij al fronte, il suo disorientamento, la nascita del suo mito e l’amicizia con Danilov, il tutto tiene alta la tensione emotiva dello spettatore, affascinato da una ricostruzione storica impeccabile.

La seconda parte invece si perde. La storia d’amore tra Vasilij e Tania, il duello con il maresciallo Konig, sono elementi narrativi interessanti ma che vengono trascinati con scarso ritmo e con il passare dei minuti assumono una preponderanza che non sono in grado di  sostenere. Il film perde la tensione emotiva iniziale e si protrae stancamente verso un finale più che scontato.

Il cast di Il nemico alle porte è indubbiamente di prim’ordine anche se ci sentiamo di sottolineare le interpretazioni di Joseph Fiennes, molto convincente nella parte dell’enigmatico e fanatico servitore del regime staliniano, così come di Bob Hoskins, quasi irriconoscibile nei panni di un credibilissimo Nikita   Khrushchev, futuro presidente dell’URSS qui spietato e  irascibile ufficiale al soldo di Stalin.

Indubbiamente pregevole anche l’interpretazione di Ed Harris, efficace nelle vesti del gelido e imperscrutabile ufficiale della Wermacht, convincono invece indubbiamente meno Jude Law e Rachel Weisz non tanto per scarsezza interpretativa ma perchè non dotati di quel “phisique du role” necessari alla parte. Troppo belli e occidentali per essere credibili come stanchi e sfiancati russi al fronte da mesi.

Storicamente il film è interessante solo nella prima parte dove si evidenzia con particolare attenzione la terribile disumanità degli ufficiali sovietici pronti a sparare senza pietà verso i propri soldati ad ogni minimo accenno di ritirata. Il nemico non era solo di fronte ma anche di spalle.

Per il resto il dramma dei civili intrappolati in questo immenso fronte di guerra è solo accennato, vagamente abbozzato, le finalità registiche e della sceneggiatura propendono verso altri lidi e altre finalità. Il risultato è un film molto hollywoodiano e non dal forte impatto emotivo che avrebbe potuto avere e che abbiamo provato in altri film dal contesto simile, come il Pianista di Roman Polansky per intenderci…ma questa è tutta un’altra storia.

Il nemico alle porte, trailer

Il negoziatore: trama e cast del film con Samuel L. Jackson

Il negoziatore: trama e cast del film con Samuel L. Jackson

Prima di approdare a blockbuster come Fast & Furious 8 e Man in Black: International, il regista F. Gary Gray ha realizzato alcuni thriller d’azione di buon livello come Il risolutore, The Italian Job e Giustizia privata. Tra questi si colloca anche Il negoziatore, uscito in sala nel 1998 e basato su una sceneggiatura di Kevin Fox e James DeMonaco (quest’ultimo poi divenuto celebre come ideatore della saga di La notte del giudizio). All’interno del film si ritrova dunque tanta adrenalina e azione, con uomini speciali alle prese con situazioni altrettanto speciali.

Al momento della sua uscita il film si affermò come un buon successo di critica, guadagnando numerose recensioni positive e un favore di pubblico altrettanto ricco. Con un incasso globale di circa 88 milioni di dollari, Il negoziatore riuscì a guadagnare il doppio del suo budget di partenza. Ad attrarre la maggior parte delle attenzioni è ovviamente l’inedita coppia di protagonisti, formata da Samuel L. Jackson e Kevin Spacey. La storia su cui il film si basa, inoltre, prende spunto dallo scandalo dei fondi pensione nel dipartimento di polizia di St. Louis, avvenuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Per questi e molti altri motivi, il film si affermò dunque come uno dei migliori thriller del suo anno e del decennio. Oggi forse meno noto rispetto ad altre opere dello stesso genere di quel decennio, ma capace di offrire altrettante valide emozioni. Si tratta dunque di un film da riscoprire assolutamente. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La trama di Il negoziatore

Protagonista del film è il tenente di polizia ed ex soldato dell’esercito Danny Roman. Egli è considerato il miglior negoziatore del Dipartimento di Chicago in casi di sequestro di persona. Roman, infatti, conosce alla perfezione tutte le tecniche necessarie alla negoziazione di ostaggi, e non fallisce mai neanche un caso. Un giorno, Danny viene informato dal collega Nate Roenick che il fondo pensionistico del dipartimento viene usato per affari poco leciti di alcuni membri della loro stessa unità. Turbato dalla cosa, Danny decide di andare a fondo della cosa, scoprendo chi c’è dietro. Nel farlo, però, non potrà più contare sull’aiuto di Roenick.

Questi viene infatti ucciso in modo particolarmente losco. Danny comprende allora che la questione è più grave del previsto. Egli inoltre viene indicato come principale sospettato della morte del collega e dell’indagine viene incaricato l’investigatore Terence Niebaum. Una serie di prove sembrano incastrare Danny in modo inconfutabile, che si vede anche accusato dell’utilizzo improprio del fondo pensionistico. Non disposto ad essere accusato in quel modo, egli sequestra Niebaum e altri collaboratori del dipartimento. È a quel punto che entra in gioco il negoziatore Chris Sabian, il quale dovrà capire cosa c’è dietro le azioni di Danny e chi ha realmente orchestrato quel complotto.

Il negoziatore cast

Il negoziatore: il cast del film

Il film è stato originariamente scritto con protagonisti Sylvester Stallone e Kevin Spacey. Spacey doveva essere il sequestratore Danny Roman, mentre Stallone il negoziatore Chris Sabian. Quando Stallone ha però rifiutato la parte, Spacey ne ha approfittato per fare a cambio e prendere il ruolo di Sabian piuttosto che l’altro. Il ruolo di Roman è stato poi a quel punto offerto a Samuel L. Jackson. Entrambi gli attori si sono preparati alla rispettiva parte approfondendo le principali tecniche di negoziazione, così da poter risultare più realistici. Spacey, inoltre, fece pressioni affinché il finale del film venisse modificato.

Il finale originale prevedeva uno stallo alla messicana con numerosi poliziotti che puntavano le pistole contro il negoziatore e viceversa. Spacey si è però opposto, ritenendola una scena vista fin troppe volte al cinema. Accanto a loro si ritrovano poi gli attori David Morse nel ruolo del comandante Adam Beck e Ron Rifkin in quelli del comandante Grant Frost. John Spencer è il capo della polizia Al Travis, mentre J. T. Walsh è l’investigatore Terence Niebaum. Quest’ultimo, noto anche per film come Good Morning, Vietnam e Nixon, è venuto a mancare prima dell’uscita del film, che gli è stato dunque dedicato.

Il negoziatore: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il negoziatore è infatti disponibile nei cataloghi di Chili e Amazon Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 8 febbraio alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

Fonte: IMDb

Il Natale di Warner Home video: Lo Hobbit, Sc-fi Collaction, Nolan collaction e molto altro

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Per il prossimo Natale, Warner Bros Italia propone per i vostri regali sotto l’albero, una vasta offerta di cofanetti unici ed esclusivi che racchiudono alcune tra le migliori pellicole della library della Major e le serie tv più seguite del piccolo schermo. Potrete scegliere tra quelli che celebrano il genio di grandi registi, come i cofanetti dedicati a Clint Eastwood, Christopher Nolan e Paolo Sorrentino, oppure quello dedicato all’azione e all’avventura con la Sci – fi Collection o, per gli amanti del mondo horror, l’omonima collezione con i più terrificanti film del genere, senza dimenticare l’edizione da collezione che celebra i 30 anni del film cult I Goonies ed infine, Lo Hobbit con l’ultimo film della saga e il cofanetto con l’intera trilogia. Per le serie tv invece: True Detective, The Flash, Gotham, Arrow e The Big Bang Theory: i successi più grandi dell’ultima stagione televisiva. L’offerta è talmente ampia che è in grado soddisfare i palati cinematografici anche degli spettatori più esigenti, non resta che scegliere.

Il Natale di Hannah Waddingham, prime foto dello speciale natalizio Apple TV+

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Apple TV+ ha svelato le prime immagini dell’attesissimo speciale natalizio Il Natale di Hannah Waddingham, in arrivo il 22 novembre. Nell’evento musicale l’attrice vincitrice di un Emmy, Hannah Waddingham, celebrerà le feste accogliendo tante guest star per una serata stravagante al London Coliseum. Lo speciale è stato registrato dal vivo alla presenza del pubblico e presto gli spettatori di tutto il mondo potranno unirsi a lei per celebrare il suo periodo preferito dell’anno su Apple TV+ guardandola esibirsi nei classici natalizi, accompagnata da una spettacolare big band.

Il Natale di Hannah Waddingham

Il Natale di Hannah Waddingham è prodotto da Done + Dusted (La Bella e la Bestia: 30° Anniversario, “A Legendary Christmas with John and Chrissy”, “La Sirenetta Live!”, le cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Londra), lo stesso team dello speciale di successo di Apple TV+ Il Natale di Hannah Waddingham. I produttori esecutivi sono la stessa Waddingham, Katy Mullan, Moira Ross, Raj Kapoor e Nick Todisco. Lo speciale natalizio è diretto dal vincitore del premio BAFTA Hamish Hamilton (cerimonie di apertura e chiusura degli Oscar, dei Grammy, del Super Bowl halftime show e delle Olimpiadi di Londra).

Apple TV+ offre serie drammatiche e commedie avvincenti e di qualità, lungometraggi, documentari innovativi e intrattenimento per bambini e famiglie, ed è disponibile per la visione su tutti i tuoi schermi preferiti. Dopo il suo lancio il 1° novembre 2019, Apple TV+ è diventato il primo servizio di streaming completamente originale a essere lanciato in tutto il mondo, ha presentato in anteprima più successi originali e ha ricevuto riconoscimenti più velocemente di qualsiasi altro servizio di streaming. Ad oggi, i film, i documentari e le serie originali Apple sono stati premiati con 380 vittorie e 1.573 nomination ai premi, tra cui la commedia pluripremiata agli Emmy “Ted Lasso” e lo storico Oscar come Miglior film a “CODA”.

Il Natale della discordia: trailer del film di natale di AppleTV+

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AppleTV+ ha diffuso il trailer del film Apple Original di natale Il Natale della discordia che debutterà sulla piattaforma il 26 novembre. Il film è diretto da Becky Read con produttori Julia Nottingham e Lisa Gomer-Howes e Chris Smith nel ruolo di produttore esecutivo.

Il Natale della discordia segue le vicende di un quartiere dell’Idaho del Nord sconvolto dall’ossessione di un uomo per il Natale che lo porta a voler trasmettere l’allegria a tutti, attraverso il più grande evento natalizio comunitario che l’America abbia mai visto. Il piano dell’avvocato amante del Natale Jeremy Morris subisce un intoppo quando l’associazione dei proprietari di casa del vicinato lo informa che l’evento viola le regole del quartiere. La polemica per l’organizzazione dei festeggiamenti deflagra in modo irreversibile, mandando le cose fuori controllo; con l’escalation della situazione, il film pone la domanda: chi vince quando diritti e interessi diversi si scontrano? La regista Becky Read mette insieme le varie prospettive in questo bizzarro racconto di Natale sulle libertà, con un messaggio sulle differenze e la tolleranza.

Il Muto di Gallura: trailer del film

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Il Muto di Gallura: trailer del film

Fandango e Rai Cinema ha diffuso il trailer ufficiale di Il Muto di Gallura, il film di Matteo Fresi con Andrea Arcangeli.

La trama

La storia ambientata nella Gallura di metà Ottocento, ruota intorno alla faida tra due famiglie. Bastiano Tansu, interpretato da Andrea Arcangeli, è un personaggio realmente vissuto, sordomuto dalla nascita, maltrattato ed emarginato da tutti che diventò utile alla causa della sua famiglia grazie alla sua mira prodigiosa. Il Muto di Gallura prodotto da Fandango con Rai Cinema, con il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission è distribuito da Fandango Distribuzione

Il muto di Gallura gratis al cinema con Cinefilos.it, scopri come!

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Cinefilos.it offre la possibilità di vedere al cinema, gratis, Il muto di Gallura, il nuovo film di Matteo Fresi. Ecco le città e le sale in cui sarà possibile partecipare alle anteprime:

  • ROMA – MULTISALA LUX
Giovedì 31 marzo – 20 biglietti (10 x 2)
Venerdì 1 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 40 biglietti (20 x 2)
 
  • ROMA – CINEMA GREENWICH
Giovedì 31 marzo – 20 biglietti (10 x 2)
Venerdì 1 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 40 biglietti (20 x 2)
 
  • TORINO – CINEMA GREENWICH
Giovedì 31 marzo – 10 biglietti (5 x 2)
Venerdì 1 aprile – 10 biglietti (5 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
 
  • MILANO – ANTEO PALAZZO DEL CINEMA
Giovedì 31 marzo – 10 biglietti (5 x 2)
Sabato 2 aprile – 20 biglietti (10 x 2)
Domenica 3 aprile – 20 biglietti (10 x 2)

I biglietti saranno validi per qualsiasi spettacolo indicato e potranno essere richiesti, fino ad esaurimento, inviando una email a [email protected] in cui andranno specificati il giorno in cui si intende utilizzare i biglietti e un secondo giorno alternativo nel caso per il giorno prescelto non ci sia più disponibilità di posto.

Gli orari delle proiezioni andranno consultati direttamente sui siti dei cinema.

È di fondamentale importanza che nell’email venga evidenziato che si sta chiedendo l’invito via CINEFILOS.

I biglietti potranno essere ritirati direttamente alla cassa dei cinema presentando la email di conferma ricevuta unitamente ad un documento di identità ed al Green Pass.

Il trailer de Il muto di Gallura

Il muto di Gallura gratis al cinema a Napoli e Bologna con Cinefilos.it, scopri come!

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Cinefilos.it offre la possibilità di vedere al cinema, gratis, Il muto di Gallura, il nuovo film di Matteo Fresi. Ecco le città in cui sarà possibile partecipare alle proiezioni di Aprile:

NAPOLI (Modernissimo)

  • Giovedì 7 – 10 biglietti
  • Venerdì 8 – 10 biglietti
  • Sabato 9 – 20 biglietti
  • Domenica 10 – 20 biglietti
  • Lunedì 11 – 10 biglietti
  • Martedì 12 – 10 biglietti
  • Mercoledì 13 – 10 biglietti

BOLOGNA (Lumiere)

  • Giovedì 7 – 10 biglietti
  • Venerdì 8 – 10 biglietti
  • Sabato 9 – 10 biglietti
  • Domenica 10 – 20 biglietti
  • Lunedì 11 – 10 biglietti
  • Martedì 12 – 10 biglietti
  • Mercoledì 13 – 10 biglietti

I biglietti saranno validi per qualsiasi spettacolo indicato e potranno essere richiesti, fino ad esaurimento, inviando una email a [email protected] in cui andranno specificati il giorno in cui si intende utilizzare i biglietti e un secondo giorno alternativo nel caso per il giorno prescelto non ci sia più disponibilità di posto.

Gli orari delle proiezioni andranno consultati direttamente sui siti dei cinema.

È di fondamentale importanza che nell’email venga evidenziato che si sta chiedendo l’invito via CINEFILOS.

I biglietti potranno essere ritirati direttamente alla cassa dei cinema presentando la email di conferma ricevuta unitamente ad un documento di identità ed al Green Pass.

Il trailer de Il muto di Gallura

Il Museo dell’Innocenza, la spiegazione del finale: Kemal è davvero morto?

La serie drammatica turca di Netflix, Il Museo dell’Innocenza, basata sull’omonimo romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk e ambientata nella Istanbul degli anni ’70, ruota attorno alla disperazione e alla devozione di un giovane uomo. Kemal Basmacı, il figlio più giovane di una famiglia proprietaria di un’azienda tessile d’esportazione, era innamorato di Sibel, appartenente alla ricca borghesia di cui anche Kemal faceva parte.

Gli anni ’70 furono caratterizzati da uno scontro tra stili di vita occidentali e conservatori, e persone come Kemal e Sibel erano orgogliose della loro mentalità occidentale. Avevano avuto rapporti prima del matrimonio; Sibel era convinta che si sarebbero sposati, quindi “andare fino in fondo” era per lei una dimostrazione di fiducia totale. Kemal era felice con lei, almeno finché non incontrò la sua lontana cugina, Fusun. Non erano parenti di sangue, e Fusun e la sua famiglia non erano benestanti come Kemal. Per via della loro posizione sociale non venivano invitati a ricevimenti eleganti, ma questo cambiò quando Kemal si ossessionò per la diciottenne.

Kemal aveva trent’anni quando incontrò Fusun; la trovava di una bellezza mozzafiato e fu attratto dalla sua innocenza. Iniziarono presto a incontrarsi nell’appartamento secondario di lui, dove vivevano la loro relazione senza pensieri. Tuttavia, tutto cambiò drasticamente dopo il fidanzamento ufficiale di Kemal con Sibel. Fusun prese le distanze, lasciando Kemal depresso e malinconico.

Di seguito analizziamo nel dettaglio il finale di Il Museo dell’Innocenza – Attenzione: spoiler

La morte di Fusun è stata un suicidio?

Dopo aver inseguito Fusun per otto anni, Kemal stava finalmente per sposarla. Dalla rottura del fidanzamento con Sibel (che aveva cercato di sopportarlo il più possibile) al divorzio di Fusun dal marito Feridun, entrambi avevano attraversato molte difficoltà. Kemal era felice che Fusun avesse finalmente compreso che erano destinati a stare insieme.

Ma Kemal era così concentrato sul “premio” da non cogliere la tristezza negli occhi di Fusun. Sua madre gli aveva detto che c’era qualcosa di misterioso in lei, ma lui non vi aveva dato peso. Fusun aveva chiesto di non avere rapporti fisici prima del matrimonio e sperava di viaggiare in Europa prima delle nozze. Kemal era disposto a concederle tutto.

Durante le pratiche per passaporto e visto, Fusun si rese conto di quanto fosse complicato per “persone come lei”, prive di influenza o capitale sociale. Si sentì umiliata quando le chiesero se fosse disoccupata. Le fu ricordato che non poteva viaggiare all’estero senza qualcuno come Kemal al suo fianco. Decise di rinunciare, ma Kemal usò le sue conoscenze per ottenere il visto.

La prima sera di viaggio si fermarono in un hotel. Fusun, splendida in un elegante abito rosso, lasciò Kemal senza fiato. Lui le chiese ufficialmente di fidanzarsi e le infilò un anello al dito. Più tardi passarono la notte insieme.

Il mattino seguente, Kemal trovò Fusun seduta vicino a un campo di girasoli. Era infastidita dal fatto che lui la chiamasse “ragazzina”: temeva che la vedesse ancora come la giovane commessa vulnerabile di un tempo. Amava Kemal per ciò che aveva fatto per lei, ma aveva anche capito che era proprio lui la ragione per cui non aveva potuto vivere liberamente.

Il suo sogno era diventare attrice. Kemal le disse con leggerezza che un giorno sarebbe successo, ma lei sapeva che non era vero. Era stato proprio lui a sabotare la sua carriera, influenzando il marito-regista affinché non la scegliesse per un film finanziato da Kemal stesso.

La discussione degenerò. Fusun, ferita e furiosa, accusò Kemal di averle distrutto la vita. Quando lui insinuò che fosse troppo insicura per fare qualcosa senza un uomo potente accanto, lei si sentì profondamente umiliata. Chiese di guidare lei.

Accelerò fino a 150 km/h; nel tentativo di evitare un cane, l’auto si schiantò contro un albero in un campo di girasoli. Kemal fu salvato, ma Fusun morì sul colpo.

Non è chiaro se sia stato un suicidio deliberato. Non sembrava voler colpire l’albero intenzionalmente, ma era travolta da rabbia e delusione. Forse una parte di lei voleva porre fine alla propria sofferenza. La sua vita, già complessa per via della sua origine sociale nella Istanbul degli anni ’70, era diventata ancora più complicata con l’ossessione di Kemal.

Temeva di diventare come Belkıs, donna affascinante ammirata nei salotti mondani ma mai considerata degna di matrimonio. Voleva indipendenza, ma sapeva che Kemal l’avrebbe seguita ovunque. Non voleva vivere come un’estensione della sua volontà. Forse la morte fu, consapevolmente o meno, l’unica via di fuga.

Cosa simboleggia il campo di girasoli?

La prima volta che fecero l’amore, Fusun disse che, chiudendo gli occhi, immaginava un campo di girasoli: simbolo di gioia e felicità. Nel finale, però, nemmeno la vista reale dei girasoli riesce a lenire la sua frustrazione.

Il campo rappresenta il passare del tempo. Fusun non era più la ragazza di un tempo; i suoi sogni erano cambiati. Kemal, invece, era rimasto ancorato al passato. Quando l’auto travolge i girasoli, è come se anche la gioia della loro relazione venisse distrutta.

Qual è il significato degli orecchini?

Nel finale, Fusun chiede a Kemal se abbia notato gli orecchini che indossa. Sono quelli persi anni prima nel suo appartamento. Lui non li riconosce.

Per lei è la prova che Kemal la desidera fisicamente ma non la vede davvero. Aveva sperato di sorprenderlo indossandoli; la sua indifferenza la ferisce profondamente.

Dopo l’incidente, Kemal trova gli orecchini nella sua stanza e comprende troppo tardi il loro valore simbolico. Forse si chiede se, prestando più attenzione, le cose sarebbero andate diversamente.

Perché Kemal costruisce il museo?

Dopo la morte di Fusun, Kemal viaggia in Europa e rimane colpito dai piccoli musei che raccontano storie personali. Decide che gli oggetti raccolti negli anni — oltre quattromila mozziconi di sigaretta fumati da Fusun, la sua spazzola, piccoli oggetti sottratti dalla sua casa — possono raccontare la loro storia.

Costruisce un museo che non solo conserva il ricordo di lei, ma gli permette di vivere circondato dalla sua presenza. In un certo senso, la morte di Fusun lo libera dall’angoscia di perderla: ora lei è fissata per sempre nel passato, immutabile, “sua” come gli oggetti esposti.

Chiede a Orhan Pamuk di scrivere la sua storia con sincerità. Trent’anni dopo, incontra Sibel a Milano: lei è sposata e madre di due figlie. Non parlano molto, ma è evidente che entrambi ricordano ciò che è stato.

Nella scena finale, Orhan riceve la notizia che Kemal è morto d’infarto a 62 anni, nella sua stanza al Grand Hotel di Milano, stringendo una fotografia in bianco e nero di Fusun. Aveva chiesto che si dicesse ai lettori che aveva vissuto una vita felice.

Forse era vero. O forse era un’illusione a cui aveva scelto di credere con tutte le sue forze.

Il Museo dell’Innocenza, la serie in 9 parti perfetta per un binge watching

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Netflix ha lanciato una nuova serie da guardare in binge watching. Composta da 9 episodi, questa serie imperdibile è l’adattamento di un romanzo acclamato, pieno di passione, amore proibito e romanticismo che diventa un’ossessione.

Netflix pubblicato nel weekend Il Museo dell’Innocenza: di cosa si tratta?

La nuova serie di Netflix Il Museo dell’Innocenza è uscita venerdì 13 febbraio, giusto in tempo per San Valentino. La serie drammatica romantica è ambientata nella Istanbul degli anni ’70, dove un uomo ricco di nome Kemal si innamora perdutamente di una bellissima ragazza di nome Füsun, che incontra un giorno entrando in un negozio.

Ciò che si dipana è una storia d’amore appassionata che si trasforma in un’ossessione per tutta la vita per Kemal, che si fissa così tanto su Füsun da collezionare ogni suo oggetto su cui riesce a mettere le mani, compresi oggetti insignificanti come i mozziconi di sigaretta. Descrivendo gli estremi dell’ossessione di Kemal, Il Museo dell’Innocenza è una storia d’amore fuori controllo, simile al nuovo film Cime Tempestose.

Il Museo dell’Innocenza è un adattamento del celebre romanzo omonimo, scritto da Orhan Pamuk. La storia attraversa decenni e attraversa diversi cambiamenti culturali in Turchia, mentre Kemal fa di tutto tranne che scrollarsi di dosso i suoi sentimenti per Füsun. La loro storia d’amore destinata a fallire consuma Kemal nella serie, che raffigura il sottile confine tra una sana adorazione e un’ossessione tossica, persino inquietante.

Perché guardare Il Museo dell’Innocenza

Lontano da una commedia romantica tradizionale o nostalgica, questa serie offre uno sguardo complesso su come l’amore possa creare felicità ma anche trasformarsi in una forza autodistruttiva.

Il Museo del Prado: la corte delle meraviglie, il trailer

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Il Museo del Prado: la corte delle meraviglie, il trailer

Capolavori straordinari che raccontano la storia della Spagna e di un intero continente. Ci troviamo in uno dei templi dell’arte mondiale, un luogo di memoria e uno specchio del presente con 1700 opere esposte e un tesoro di altre 7000 conservate. Una collezione che racconta le vicende di re, regine, dinastie, guerre, sconfitte, vittorie. Ma anche la storia dei sentimenti e delle emozioni degli uomini e delle donne di ieri e di oggi, lei cui vite sono intrecciate a quella del museo: regnanti, pittori, artisti, architetti, collezionisti, curatori, intellettuali, visitatori.

In questo 2019 che ne celebra il duecentesimo anniversario, raccontare il Prado di Madrid dal giorno della sua “fondazione” – quel 19 novembre 1819 in cui per la prima volta si parlò di Museo Real de Pinturas – significa percorrere non solo questi ultimi 200 anni, ma almeno sei secoli di storia, perché la vita della collezione del Prado ha inizio con la nascita della Spagna come nazione e con il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Un’unione che sancisce l’avvio del grande impero spagnolo. Eppure, per molto tempo nel corso dei secoli, la pittura è stata una lingua universale, che non ha conosciuto frontiere. E se c’è un museo dove si rende evidente che la pittura non è stata toccata dai nazionalismi, questo è proprio il Prado, con le sue collezioni eclettiche e sfaccettate capaci di raccontare come l’arte non abbia passaporti limitanti, ma sia al contrario un viatico universale in grado di comprendere e raccontare i pensieri e i sentimenti degli esseri umani.

Per questo protagonisti de IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE MERAVIGLIE sono i suoi capolavori, i grandi maestri che li hanno realizzati, le teste coronate che li hanno raccolti, ma anche l’ispirazione europea e libertaria di un museo che è uno scrigno di tesori e di storie. È questo il fil rouge che si snoda nel nuovo docu-film scritto da Sabina Fedeli e diretto da Valeria Parisi, una produzione 3D Produzioni e Nexo Digital in collaborazione con il Museo del Prado, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e con la partecipazione di SKY Arte. IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE MERAVIGLIE, nuovo appuntamento del progetto della Grande Arte al Cinema in arrivo nelle sale italiane solo per tre giorni, 15, 16, 17 aprile (elenco a breve su www.nexodigital.it), vede tra l’altro una novità d’eccezione: la partecipazione straordinaria del Premio Oscar® Jeremy Irons (ll mistero Von Bulow, Il danno, Mission, Io ballo da sola, La casa degli spiriti, La Corrispondenza…), che guiderà gli spettatori alla scoperta di un patrimonio di bellezza e di arte a partire dal Salon de Reinos, un’architettura volutamente spoglia che si anima di vita, luci, proiezioni, riportando il visitatore al glorioso  passato della monarchia spagnola e al Siglo de Oro quando alle pareti erano appesi molti dei capolavori oggi esposti al Prado. Allora in questo spazio si danzava, si svolgevano feste e spettacoli teatrali. Questo era uno dei cuori pulsanti di Madrid e della Spagna intera, così come lo furono il Barrio de las Letras, dove abitavano scrittori e artisti del Siglo de Oro, e, nel Novecento, la Residencia de Estudiantes, dove si incontravano gli intellettuali della Generazione del ‘27, da Buñuel a Lorca sino a Dalí.

I dipinti del Prado riflettono un’epopea unica nel suo genere, che ha dato origine ad uno dei musei più importanti del mondo. Una raccolta “fatta più con il cuore che con la ragione”; perché re e regine hanno scelto solo ciò che amavano. Un inventario di gusto e di piacere che narra vicende pubbliche, dinastie, porporati, guerre e coalizioni. E un inventario di questioni private: un matrimonio, una tavola imbandita, la pazzia di una regina. È un intreccio di teste coronate, hidalgos, majas y caballeros, tutti con le loro vite, le loro verità, i loro messaggi. È la storia di un’epoca di grande mecenatismo, di amore dei monarchi spagnoli per i grandi maestri, come Goya, presente al Prado con un corpus ricchissimo di oltre novecento opere, compresi gran parte dei disegni e delle lettere, come la corrispondenza con l’amico d’infanzia Martin Zapater. L’arte di Goya ha influenzato molti artisti moderni. Come nel caso di 3 maggio 1808, dipinto che narra l’effetto della rivolta degli spagnoli contro l’esercito francese. Un’opera che diventerà simbolo di tutte le guerre e che ispirerà Picasso per la sua Guernica. Come Picasso, anche Dalì e Garcia Lorca rimasero ammaliati dal museo mentre lo scrittore e pittore Antonio Saura, che tornava qui di continuo per calarsi nell’atmosfera di un ambiente magico, definì il Prado “un tesoro di intensità”. Dunque, un’arte che illumina il presente e che ci interroga: che cosa è stato il Museo del Prado in questi duecento anni, che cos’è oggi e che cosa continuerà a rappresentare per le generazioni future questo museo vivo, questo museo che è stato un faro per tutti gli spagnoli nei momenti bui della dittatura, una patria a cui tornare per artisti e intellettuali in esilio?

L’obiettivo delle autrici è stato dunque quello di raccontare non solo la bellezza formale e il fascino della collezione del Prado ma anche quanto attuali siano i temi trattati dalle opere esposte, capaci di narrare attraverso la storia dell’arte, anche quella della società, coi suoi ideali, i suoi pregiudizi, i vizi, le nuove concezioni, le scoperte scientifiche, la psicologia umana, le mode.

IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE MERAVIGLIE non è solo la narrazione delle sue straordinarie opere, che saranno il cuore del documentario, ma anche il paesaggio delle architetture Reali che sono state teatro e custodi della nascita e dello sviluppo delle collezioni d’arte. Un patrimonio universale che comprende non soltanto le opere di Vélazquez, Rubens, Tiziano, Mantegna, Bosch, Goya, El Greco conservate al Prado, ma anche l’Escorial, Pantheon dei reali, il Palazzo Reale di Madrid, il Convento de Las Descalzas Reales, il Salon de Reinos. Un affresco che contrappone interni ed esterni, quadri e palazzi, pennellate e giardini. La nascita del Museo del Prado è una storia avvincente. Nel 1785 Carlo III di Borbone, incaricò l’architetto di corte Juan de Villanueva di disegnare un edificio per ospitare il Gabinete de Historia Natural. Non lo diventerà mai. L’edificio verrà infatti trasformato nel Museo che oggi conosciamo. Camminare in questo luogo di bellezza, significa lasciarsi stupire, snidare pregiudizi e contraddizioni, scoprire i miti e i simboli di un mondo meraviglioso, a volte rivoluzionario. Significa confrontarsi con se stessi, attraverso la storia dell’arte. Significa rimanere estasiati di fronte a capolavori come la deposizione del fiammingo Van der Weyden, l’Adamo ed Eva di Tiziano, le pitture nere dell’ultimo Goya, Les Meninas di Vélasquez (“L’aria contenuta ne Las Meninas è l’aria di migliore qualità che esista”, sentenziò Dalì), le figure ritorte, allungate, fuori dagli schemi di El Greco, Il giardino delle delizie di Bosch, che risveglia nei visitatori di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi cultura, curiosità, aspettativa, attenzione, o l’opera della fiamminga Clara Peters, che ha il coraggio di dipingere dei micro-autoritratti all’interno delle sue tele e rivendicare il ruolo femminile dell’arte o ancora la Donna barbuta di Ribera, dove una donna con il volto coperto da una folta barba allatta al seno il neonato che porta in braccio.

Lo sviluppo del docu-film intreccerà quindi alla narrazione d’arte anche lo studio dell’architettura e l’analisi di preziosi materiali d’archivio e verrà scandita dalle testimonianze dei vari esperti del Museo intervistati: Miguel Falomir, Direttore del Prado, e i Conservatori Andrés Úbeda de los Cobos, Vicedirettore Conservazione Museo del Prado; Javier Portús, Curatore Capo Pittura Spagnola fino al 1800 Museo del Prado,  Manuela Mena, Conservatore Capo Pittura 1800 e Goya Museo del Prado; Enrique Quintana,  Coordinatore Capo Conservazione Museo del Prado; Alejandro Vergara, Conservatore Capo Pittura Fiamminga fino al 1700 e Scuole Nord Europa Museo del Prado; Almudena Sánchez, Restauratrice pittura Museo del Prado; Leticia Ruiz, Capo Dipartimento Pittura Spagnola fino al 1700 Museo del Prado;  José Manuel Matilla, Conservatore Capo Stampe e Disegni Museo del Prado; José de la  Fuente, Restauratore Tavole Pittura Lignea Museo del Prado. Inoltre, interverranno Lord Norman Foster, architetto del progetto del Salón de Reinos (premio Priztker), Helena Pimenta, Direttrice della Compañía Nacional de Teatro Clásico di Madrid; Laura Garcia Lorca, Presidente della Fondazione intitolata allo zio, il poeta Federico Garcia Lorca; Marina Saura, attrice e figlia del Pittore Antonio Saura; Olga Pericet, ballerina; Pilar Pequeno, fotografa.

IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE MERAVIGLIE è prodotto da 3D Produzioni e da Nexo Digital in collaborazione con il Museo del Prado con il sostegno di Intesa Sanpaolo e in collaborazione con SKY Arte. Sarà nelle sale solo il 15, 16, 17 aprile. Si ringraziano per la generosa partecipazione Patrimonio Nacional e Madrid Destino per le riprese realizzate in Spagna. La Grande Arte al Cinema è un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. Nel 2019 la Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte e MYmovies.it.

Il Mundial dimenticato: intervista a Filippo Macelloni

Il Mundial dimenticato: intervista a Filippo Macelloni

Filippo Macelloni, nella foto quello senza il cappello, è uno dei due registi italiani che dopo una lavorazione di più di due anni ha portato in sala due mesi fa insieme a Lorenzo Garzella,

Il mundial dimenticato di Garzella e Macelloni

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Il mundial dimenticato di Garzella e Macelloni

Subito dopo la proiezione del film Il mundial dimenticato, Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni,  registi e sceneggiatori del film, incontrano la stampa.

Molte delle domande ovviamente vertono sul sottile filo sul quale corre il film, tra realtà e finzione, e sono gli stessi autori a sottolineare più volte come spesso l’opera venga fraintesa e creduta veramente un documentario.

Il Mundial Dimenticato – recensione

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Il Mundial Dimenticato – recensione

In Il Mundial Dimenticato tra il 1938 e il 1950 le manifestazioni sportive si fermano per la seconda guerra mondiale. Così fa anche il calcio, che quindi non fa disputare i mondiali nel 1942 e nel 1946. Anche se, da un racconto di Osvaldo Soriano, sembra trapelare un’altra verità: nel 1942 nella terra lontanissima di Patagonia, nel sud dell’Argentina, si sono disputati i mondiali di calcio, con alcune squadre europee, e la squadra dei Mapuche, gli indios argentini. Questa “scoperta” solletica la curiosità di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, documentaristi esperti, e con un interesse particolare per il calcio giocato, visto che precedentemente avevano realizzato documentari sui Mondiali e alcune monografie di atleti, che partono per andare a vedere se tutto  fosse solo un’intuizione geniale dello scrittore o celasse un minimo di verità.

Il quantitativo minimo di realtà di Il Mundial Dimenticato, che è un mockumentary in piena regola, risiede nella spontaneità degli intervistati, vecchietti che ricordano i bei tempi, e che magari avrebbero davvero voluto che invece della guerra, ci si disputasse la supremazia tra nazioni giocando per la coppa Rimet. L’inganno è perfetto e ben calibrato, tanto che ricorda un’altra opera che è addirittura stata selezionata prima a Cannes e poi nella cinquina degli Oscar per il miglior documentario, Exit through the gift shop, del celebre street artist di cui nessuno ha mai visto il volto, il britannico Banksy. In quel caso però, il mockumentary attorno allo street artist francese inventato era un mezzo per portare in scena un vero documentario sulla street art e vedere all’opera artisti come Obey, Space Invader e lo stesso Banksy.

In questo caso il mockumentary è perfettamente ricostruito: filmati di repertorio, alcuni targati Istituto Luce, per gentile concessione, alcuni ex atleti accondiscendenti che hanno dissertato sul metodo Mapuche, diventato anche un video viral sul web ad opera dell’agenzia pubblicitaria Tbwa che ha ingaggiato Gianluigi Buffon, prestatosi con un visibile divertimento a raccontare quanto questo metodo lo avesse aiutato ad esempio durante i mondiali in Germania. Insomma, Il mundial dimenticato è una vera opera dell’ingegno, studiata a tavolino, con molto materiale e molti argomenti; il calcio infatti è un pretesto per parlare ad esempio delle popolazioni Mapuche, una minoranza etnica con una lunga storia alle spalle sia in Cile che in Argentina, di cinema perchè ha un ruolo molto importante per lo sviluppo della storia il ritrovamento delle bobine di quello che fu l’operatore dei mondiali.

C’è quindi, come dicono i registi, una “messa in scena” di un documentario, un racconto della realtà reso film di finzione. Un’opera crossmediale e moderna che mette in gioco tutte le nuove tecniche di comunicazione e messa in scena, il film è stato girato totalmente in digitale e non è stato ancora “gonfiato” in pellicola, quindi gli effetti di invecchiamento e di adeguamento del materiale moderno ad un cinegiornale degli anni ’30 sono un risultato della lavorazione in postproduzione momento in cui si è inserito anche un contributo in grafica 3D nel film. Insomma un piccolo film che racchiude in sé molti film, un paio di generi e qualche decennio di tecnica cinematografica, un mix riuscito che svela soprattutto la passione e l’amore per il racconto cinematografico dei due registi.

Il Mucchio Selvaggio: Michael Fassbender e Peter Dinklage per il remake di Mel Gibson?

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Nuovo remake in arrivo prodotto da Warner Bros. e Jerry Bruckheimer: stavolta sarà Il Mucchio Selvaggio di Sam Pekinpah a essere riadattato per il grande schermo con la regia di Mel Gibson, a quanto pare già legato al progetto come riporta in esclusiva Deadline. Nel cast dovrebbero arrivare Michael Fassbender, Peter Dinklage e Jamie Foxx, attualmente in trattative per interpretare i protagonisti.

La sceneggiatura è stata curata da Bryan Bagby, mentre da Cannes si attendono le prime offerte di mercato per iniziare le riprese il prossimo autunno. Questa sarebbe la sesta regia per Gibson, che torna dietro la macchina da presa a tre anni dall’ultimo lavoro, Hacksaw Ridge, candidato al premio Oscar come Miglior Film e Miglior Regista.

Uscito nel 1969, Il Mucchio Selvaggio figura nella lista dei dieci migliori western della storia del cinema. La trama segue il bandito Pike Bishop e la sua banda mentre svaligiano la banca della ferrovia, e un gruppo di tagliagole capeggiato da un ex membro del mucchio, che uccide i fuorilegge e si lancia all’inseguimento dei superstiti. Dopo aver scoperto di essere caduti in una trappola (il bottino è infatti costituito solo da rondelle di acciaio), e braccati dai loro inseguitori, i personaggi arrivano in Messico e si legano ad un villaggio dove vive la famiglia di un componente del mucchio…

Fonte: Deadline

Il Mucchio selvaggio remake : produce e interpreta Will Smith!

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Il Mucchio selvaggio remake : produce e interpreta Will Smith!

Sarà l’attore Will Smith a produrre con Jerry Weintraub il remake di Il Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, il capolavoro western che ha fatto la storia del cinema. Will Smith come prevedibile sarà anche il protagonista del film, quasi sicuramente interpreterà Wild Bunch anche se non c’è ancora una notizia ufficiale in merito. Il nuovo adattamento viene descritto come un moderno remake che coinvolge i cartelli della droga a sud del confine e racconterà di un agente della Dea in disgrazia che mette insieme un gruppo di uomini per perseguire un boss della droga messicano.

Per coloro che non conoscono il film originale Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch) è un film statunitense del 1969, diretto da Sam Peckinpah. Il film (che buona parte della critica statunitense considera tra i 10 migliori western di sempre) divenne famoso non tanto per l’eccellente cast (William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Warren Oates per citarne alcuni) o per la storia truculenta e “sporca” dei protagonisti, quanto per la scena finale del massacro. Nel 1999 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Il film è tratto da un racconto di Roy N. Sickner, attore e stuntman. La sceneggiatura fu scritta da Walon Green, poi riscritta da Sam Peckinpah stesso. Dal 1995 è disponibile in home video una versione director’s cut. Nell’edizione italiana le scene inedite non sono state sottoposte ad un doppiaggio con nuove voci ma semplicemente sottotitolate.

Trama:

Il bandito Pike Bishop e la sua banda svaligiano la banca della ferrovia. Un gruppo di tagliagole capeggiato da un ex appartenente al mucchio, ingaggiato da un dirigente della ferrovia, decima i fuorilegge e si lancia all’inseguimento dei superstiti.

Dopo aver scoperto di essere caduti in una trappola (il bottino sono delle rondelle di acciaio), e sempre inseguiti dai loro cacciatori, sconfinano in Messico e raggiungono un villaggio dove vive la famiglia di un componente del mucchio.

Alla testa di cinque uomini Pike raggiunge poi la città messicana di Agua Verde, dove si trova l’esercito che combatte contro Pancho Villa. Il capo delle truppe, Mapache, auto-nominatosi generale, propone a Pike di impadronirsi di un carico di armi dell’esercito USA in cambio di diecimila dollari.

L’impresa va a segno. Mapache però si avvede che uno dei banditi ha rubato una cassa di armi per sé, proprio allo scopo di rifornire il suo villaggio sostenitore di Pancho Villa. Scatta automaticamente la tortura, e quindi l’omicidio. Per vendicare il sodale ucciso, Pike e gli altri ingaggiano la celebre sparatoria finale.

Il Mostro: trailer della serie Netflix diretta da Stefano Sollima

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Netflix rilascia trailer ufficiale e nuove immagini de “Il Mostro”, la serie tv in 4 episodi diretta da Stefano Sollima, creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, che sarà presentata in anteprima Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, prima di arrivare solo su Netflix dal 22 ottobre, in concomitanza con il 10° anniversario dell’arrivo del servizio in Italia.

Con queste parole, il regista Stefano Sollima presenta Il Mostro: L’orrore, per essere davvero raccontato, va attraversato, non aggirato e la storia, per arrivare con chiarezza, senza sposare una tesi, deve cominciare dall’inizio. Riportare con onestà, con rispetto e con rigore deve ancora avere un senso. Non per risolvere, non per capire, ma solo per ricordare. Un modo per restare accanto a chi è rimasto lì, per sempre nella notte.

Composta da quattro episodi, la serie ritorna alle origini del caso del Mostro di Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle inchieste più lunghe e controverse della storia italiana. Un racconto che attraversa documenti, ipotesi e piste ancora oggi oggetto di dibattito, ripercorrendo nel particolare quella nota come “pista sarda”.

La serie tv, una produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina Gardini, vede tra i suoi interpreti Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio Tintis e Giordano Mannu.

La trama di Il Mostro

Otto duplici omicidi. Diciassette anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta calibro 22. Una delle più lunghe e complesse indagini italiane sul primo e più brutale serial killer della storia del Paese: il Mostro di Firenze. Questa storia è stata ricostruita sulla base dei procedimenti e delle indagini ancora in corso. In una storia dove i mostri possibili, nel corso del tempo e delle indagini, sono stati molti, il nostro racconto esplora proprio loro, i possibili mostri, dal loro punto di vista. Perché il mostro, alla fine, potrebbe essere chiunque.

Il Mostro: recensione della serie di Stefano Sollima – Venezia 82

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Presentata Fuori Concorso – Serie alla Mostra del Cinema di Venezia, Il Mostro di Stefano Sollima arriva su Netflix dal 22 ottobre con il peso di una delle vicende più oscure della storia italiana. Otto duplici omicidi, diciassette anni di terrore, un’arma sempre uguale: la Beretta calibro 22. È l’epopea nera del Mostro di Firenze, il primo e più brutale serial killer italiano, un caso giudiziario che ancora oggi rimane irrisolto e avvolto in un alone di mistero e ossessione collettiva.

Il Mostro: una serie senza risposte

Sollima affronta il materiale con una scelta radicale: non offrire una verità, non chiudere la vicenda dentro la cornice rassicurante di una soluzione narrativa. L’intento dichiarato è quello di esplorare i “possibili mostri”, seguendo le diverse piste investigative che nel corso degli anni si sono moltiplicate, contraddette, sovrapposte.

Il risultato è una narrazione a diagramma, che procede come una mappa complessa di sospetti, ipotesi e teorie. Ogni episodio non si limita a ricostruire l’indagine, ma si cala dentro le vite degli indiziati, mostrando le loro fragilità, i contesti familiari, i rapporti con la provincia toscana degli anni ’70 e ’80. In questo modo il “mostro” smette di essere un’entità singola e diventa piuttosto uno specchio frantumato, una possibilità inscritta in chiunque.

(Credits Emanuela Scarpa Netflix)

Sollima racconta l’orrore ma non cade nella morbosità

Nelle note di regia, Sollima parla di “confronto con l’orrore”, e la serie restituisce esattamente questa sensazione. Ogni dettaglio pesa, ogni ricostruzione ha il sapore della responsabilità. Non c’è compiacimento nello sguardo, né gusto voyeuristico per il sangue o per la spettacolarizzazione del crimine. Il Mostro sceglie una via difficile: raccontare senza attenuare, ma anche senza indulgere.

La messa in scena bilancia rigore e inquietudine: i paesaggi rurali toscani, le strade di campagna, le case isolate restituiscono un’Italia di provincia che è insieme familiare e perturbante. È in questo ambiente che la violenza si insinua, diventando parte integrante del tessuto sociale, e non un evento estraneo o incomprensibile.

Uno degli aspetti più interessanti della serie è il suo sguardo sul contesto sociale e culturale del Paese. La cronaca nera diventa la porta d’accesso per raccontare le contraddizioni di un’Italia che si illudeva di essere moderna e sicura, ma che in realtà nascondeva misoginia, violenze domestiche, paure ataviche.

Attraverso i sospetti e i loro mondi, Il Mostro mette in luce un contesto dove la condizione femminile è segnata da sottomissioni e silenzi, dove le famiglie diventano luoghi di oppressione, e dove il crimine non appare come un’eccezione assoluta ma come l’estrema conseguenza di un sistema culturale. È qui che la serie trova la sua dimensione più contemporanea: un rimando, un legame tematico con i femminicidi di oggi, che continuano a ricordarci quanto poco sia cambiato, nonostante la distanza temporale.

(Credits Emanuela Scarpa Netflix)

L’ossessione di un racconto

Il regista, insieme a Leonardo Fasoli, ha dichiarato di aver divorato fascicoli giudiziari e atti processuali fino a farne un’ossessione. Da questa immersione nasce la decisione più coraggiosa: non semplificare, non scegliere una tesi, ma accogliere tutte le piste e restituirle con onestà narrativa. È un metodo che ricorda quello investigativo – seguire l’arma, il modus operandi – ma applicato alla scrittura e alla regia.

Sollima conferma la sua capacità di unire rigore documentario e tensione drammatica. Dopo aver raccontato la criminalità organizzata e il potere politico, con Il Mostro si spinge nel territorio più rischioso: quello in cui il male non ha volto, e proprio per questo diventa universale.

Il Mostro è un racconto inquieto, frammentario, volutamente aperto, che non risolve ma rilancia le domande. La sua forza sta nel trasformare un fatto di cronaca in un dispositivo di riflessione sull’Italia, sulle sue paure, sulle sue colpe collettive.

Sollima evita il sensazionalismo e firma una miniserie cupa e rigorosa, che non cede alla facile tentazione del true crime come intrattenimento, ma affronta l’orrore attraversandolo con rispetto. Non per spiegare, forse neanche per capire, ma per ricordare. E per ricordarci che, come suggerisce il titolo, il mostro potrebbe essere chiunque.

Il Mostro: dal 22 ottobre su Netflix. Teaser e prima immagine

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Il Mostro: dal 22 ottobre su Netflix. Teaser e prima immagine

Netflix annuncia che “Il Mostro”, la serie tv in 4 episodi diretta da Stefano Sollima, creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, che racconta Il Mostro di Firenze, arriverà solo su Netflix dal 22 ottobre, in concomitanza con il 10° anniversario dell’arrivo del servizio in Italia.

La serie tv, una produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina Gardini, vede tra i suoi interpreti Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio Tintis e Giordano Mannu.

La trama di Il Mostro

Otto duplici omicidi. Diciassette anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta calibro 22. Una delle più lunghe e complesse indagini italiane sul primo e più brutale serial killer della storia del Paese: il Mostro di Firenze. Questa storia è stata ricostruita sulla base dei procedimenti e delle indagini ancora in corso. In una storia dove i mostri possibili, nel corso del tempo e delle indagini, sono stati molti, il nostro racconto esplora proprio loro, i possibili mostri, dal loro punto di vista. Perché il mostro, alla fine, potrebbe essere chiunque.

CREDITS:

  • Data di uscita: dal 22 ottobre solo su Netflix
  • Regia di Stefano Sollima
  • Una Produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e AlterEgo
  • Prodotto da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina Gardini
  • Una serie creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima
  • Cast: Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio Tintis e Giordano Mannu.

Il Mostro: al via le riprese della nuova serie Netflix di Stefano Sollima

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Al via le riprese de Il Mostro, la serie tv Originale Netflix in 4 episodi diretta da Stefano Sollima, creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, una produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli e Stefano Sollima, in arrivo prossimamente solo su Netflix.

Di cosa parlerà il Il Mostro diStefano Sollima

Otto duplici omicidi. Diciassette anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta calibro 22. Una delle più lunghe e complesse indagini italiane sul primo e più brutale serial killer della storia del Paese: Il Mostro di Firenze. Una serie basata su fatti realmente accaduti, testimonianze dirette, atti processuali e inchieste giornalistiche. Tutto terribilmente vero. Perché crediamo che il racconto della verità, e solo quello, sia l’unico modo per rendere giustizia alle vittime. In una storia dove i mostri possibili, nel corso del tempo e delle indagini, sono stati molti, il nostro racconto esplora proprio loro, i possibili mostri, dal loro punto di vista. Perché il mostro, alla fine, potrebbe essere chiunque.

  • Data di uscita: prossimamente su Netflix
  • Regia di Stefano Sollima
  • Una Produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e AlterEgo
  • Prodotto da Lorenzo Mieli e Stefano Sollim
  • Una serie creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima

Il Mostro, la spiegazione del finale: chi è l’assassino?

Il Mostro, la spiegazione del finale: chi è l’assassino?

Il mostro è la serie tv italiana Netflix che racconta una serie di raccapriccianti omicidi avvenuti in Italia, nella regione di Firenze, nell’arco di 17 anni. Il killer, soprannominato “Il mostro”, prende di mira giovani coppie in auto, terrorizzandole e uccidendole senza pietà. Man mano che il numero delle vittime aumenta, la polizia si impegna nella caccia a questo killer enigmatico e sfuggente.

La serie (la nostra recensione) offre molteplici punti di vista dei personaggi direttamente o indirettamente coinvolti nelle indagini, esplorando il modo in cui il Mostro prendeva di mira le donne e le potenziali motivazioni dietro questi atti. Coprendo un arco temporale che va dagli anni ’50 agli anni ’80, la serie approfondisce decenni di segreti, inganni e violenze, mentre le forze dell’ordine e le altre parti interessate si sforzano di smascherare l’assassino. Mentre la narrazione giunge alla conclusione, i poliziotti cercano di fermare immediatamente gli omicidi e la verità sul killer rimane nell’ombra. SPOILER IN ARRIVO.

Cosa succede ne Il Mostro?

La narrazione inizia il 19 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli, Firenze. Paolo e la sua ragazza parcheggiano sul ciglio della strada per un momento di intimità, ma vengono brutalmente uccisi a colpi di pistola da un uomo mascherato vestito di nero. La ragazza muore, ma il team medico arriva e trova Paolo ancora vivo. La polizia arriva sulla scena e si rende conto che un assassino ha colpito di nuovo, prendendo di mira specificamente le donne. L’assistente procuratore distrettuale Silvia Della Monica conforta i genitori della vittima femminile quando arrivano sulla scena. Un poliziotto di nome Vincenzo rivela che anche il ragazzo non è sopravvissuto. Silvia dichiara falsamente alla stampa che “Il Mostro” ha colpito ancora, ma Paolo, in punto di morte, ha fornito una descrizione dettagliata del suo aspetto fisico. Silvia trova modalità operative simili in casi passati risalenti al 1974 e al 1981, ma decide di indagare ulteriormente per trovare altri indizi.

Gli omicidi indicano l’uccisione di coppie e rituali eseguiti sulle parti pubiche delle donne. Viene stabilito un collegamento con un caso avvenuto a Signa nel 1968, in cui gli amanti Barbara Locci e Antonio Lo Bianco furono uccisi in un’auto con una pistola simile. La polizia decide di indagare su Stefano Mele, colui che ha confessato di aver ucciso sua moglie Barbara e il suo amante Antonio. Nel 1960, Stefano e Barbara affittarono una delle stanze della loro casa a Salvatore, che provò un interesse sessuale per quest’ultima. Nel 1968, Barbara e il suo amante, Antonio, hanno un rapporto intimo in auto, mentre il figlio piccolo di lei, Natalino, è ancora nel veicolo. I due amanti vengono seguiti e uccisi da un uomo mascherato durante un atto intimo, ma il bambino viene lasciato in vita. Nel 1967, Francesco, il fratello di Salvatore, si interessa a Barbara, dando inizio a una relazione.

Nonostante Stefano scopra la relazione, Francesco e Barbara continuano a frequentarsi. Nel 1982, Francesco, teso, lascia la sua casa e guida fino a una zona isolata per nascondere la sua auto. La polizia perquisisce la sua casa dopo essere stata fatta entrare dalla moglie. Viene arrestato dalla polizia, che lo interroga su Paolo e Antonella. Egli nega di essere coinvolto, ma la polizia fa intervenire Stefano, che accusa pubblicamente Francesco di aver ucciso Barbara. Il procuratore distrettuale Silvia lo interroga sul suo passato, compresa l’aggressione alla moglie. La moglie di Francesco fornisce un alibi al marito per la notte della morte di Barbara. Francesco viene incarcerato per gli omicidi. La narrazione si sposta al 1983 a Giogoli, Firenze, dove una coppia gay tedesca viene brutalmente uccisa a colpi di pistola da un uomo mascherato, indicando che il Mostro è ancora a piede libero.

Nel 1984, la polizia si reca a casa dei Mele, dove interroga sia Giovanni, il fratello di Stefano, che Stefano stesso. Quando viene interrogato, Giovanni nega di essere il Mostro, ma la polizia si rende conto che non ha un alibi. La polizia sostiene che Giovanni abbia costretto Stefano a fuorviare la polizia dichiarandosi colpevole dell’omicidio e poi indicando Francesco per distogliere l’attenzione dalla famiglia. Giovanni e Piero vengono incarcerati perché sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di Barbara. Il 29 luglio 1984, a Boschetta, una coppia si abbandona a un rapporto intimo in una zona appartata dell’auto. Vengono brutalmente uccisi da un uomo mascherato, che poi taglia via la zona pubica della ragazza. Il Mostro sembra essere ancora a piede libero.

La polizia si rende conto che Natalino è l’unico ad aver visto l’assassino in tutti questi anni. Viene portato sulla scena dell’omicidio di sua madre per vedere cosa riesce a ricordare. Dice alla polizia che ha solo raccontato ciò che gli era stato insegnato in passato. La sua memoria torna alla notte dell’omicidio, dove si scopre che in realtà ha visto qualcuno nascosto dietro un cespuglio. La polizia bussa alla porta di Salvatore Vinci e setaccia il posto alla ricerca di indizi. Trovano alcune riviste oscene, una corda e vestiti macchiati di sangue, insieme a vestiti con residui di polvere da sparo. Trovano anche una torcia simile a quella portata dal Mostro.

Chi è il Mostro?

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Il Mostro – Miniserie – 2025 – Credits: Emanuela Scarpa/Netflix

Il mistero centrale della serie è l’identità dell’assassino conosciuto solo come “Il Mostro”. I poliziotti e le altre parti interessate spingono oltre i loro limiti per restringere il campo delle possibili identità dell’assassino. Sebbene la narrazione non riveli esplicitamente l’identità dell’assassino, suggerisce alcune possibilità su chi potrebbe essere. Vale la pena notare che gli eventi della serie si svolgono da diverse prospettive e nessuna di esse può essere considerata attendibile. Sembra che il candidato più probabile in questo caso, secondo la trama, sia Salvatore, il fratello di Francesco. Nel 1958, Salvatore torna a casa dopo il servizio militare.

Sembra avere una relazione con un ragazzo di nome Sasà, per cui suo padre lo ridicolizza. Salvatore è costretto a perseguire invece la sorella del suo amante. La aggredisce sessualmente per dimostrare la sua “virilità”, il che la porta a rimanere incinta. Nel 1959, perseguita le coppie nei boschi e ha problemi con la sorella del suo amante, Barbarina. Lui sostiene di possederla, ma lei si rifiuta di accettarlo. Nel 1960, a Signa, Salvatore affitta una stanza da Stefano e Barbara. Prende l’abitudine di guardarli mentre fanno sesso, ma Stefano non mostra alcuna esitazione nell’essere osservato. Più tardi, Salvatore e Stefano hanno un rapporto orale. Salvatore minaccia Barbara e le dice di non rivelare a nessuno la sua relazione con Stefano. Barbara ammette di essere incinta, dopodiché Salvatore se ne va, perché si sente a disagio.

Nel 1974 Salvatore trascorre del tempo con sua moglie, Rosina Massa. Ha problemi nella sua vita coniugale. Costringe sua moglie a fare sesso con uno sconosciuto in modo da poter praticare il voyeurismo. Rosina trova difficile sostenere il suo matrimonio. Salvatore lavora come riparatore e un giorno, quando torna a casa, scopre che sua moglie e i suoi figli se ne sono andati. Si arrabbia e poi perseguita una coppia in macchina, uccidendoli. Nel 1968, Salvatore cerca di convincere Barbara che lui “la possiede”, ma lei rifiuta, dicendo che preferisce Francesco. Salvatore convince quindi Stefano che sua moglie deve essere uccisa. I due uomini seguono l’auto e uccidono gli amanti. L’avvocato con i poliziotti deduce che ogni volta che Rosina lasciava Salvatore, il Mostro uccideva delle persone.

Quando le viene chiesto del 1968, Rosina dice che suo marito non era con lei la notte dell’omicidio di Barbara e Antonio. Gli dicono che tutti i crimini del Mostro sono stati commessi usando una Beretta calibro 22, serie 70, e che undici di queste pistole sono state vendute nella città natale di Salvatore, Villacidro. Una delle undici pistole non viene mai ritrovata e si dice che appartenga a un parente di Salvatore emigrato nei Paesi Bassi. Questi indizi, insieme al fatto che gli omicidi sono cessati dopo la sua comparizione in tribunale, indicano in parte che potrebbe essere lui il Mostro. Anche altre persone potrebbero essere l’enigmatico assassino. Il fratello di Stefano, Giovanni Mele, spicca in questo caso per la sua ossessione di controllo sul corpo delle donne.

Nel 1968, Giovanni vede Barbara e Francesco durante un appuntamento. La famiglia insulta Stefano per il comportamento di sua moglie e Giovanni dice al fratello che sua moglie deve essere uccisa. Giovanni, Piero e Stefano seguono Barbara e Antonio in macchina. Poi, Giovanni spara agli amanti. Stefano accetta di essere condannato all’ergastolo dopo essere stato costretto dal fratello. Nel 1984 porta la sua ragazza nel luogo in cui una coppia è stata uccisa nel 1974 e ricrea gli omicidi con un coltello finto. Dimostra di conoscere molto bene l’omicidio del passato. La sua ragazza gli chiede di accompagnarla a casa, ma lui risponde che prima deve andare in un altro posto. Parcheggia l’auto vicino a un cimitero e cerca di avere un rapporto intimo con la sua ragazza, Iolanda, che però rifiuta. Lui si allontana, ma lei nota una corda e delle riviste per adulti nel bagagliaio della sua auto.

Iolanda scappa immediatamente e si mette in salvo prima che Giovanni la veda. Va dalla polizia e dice loro che Giovanni potrebbe essere l’assassino. Questi indizi suggeriscono la possibilità che anche Giovanni possa essere il Mostro. Nella vita reale, sia Giovanni che Salvatore sono stati interrogati dalla polizia per il loro possibile coinvolgimento negli omicidi, ma sono stati rilasciati perché gli omicidi sono continuati mentre erano sotto il controllo della polizia. Pertanto, l’identità del Mostro è un segreto che potrebbe non essere mai svelato, anche se la serie presenta prove convincenti a carico di Salvatore e Giovanni.

Perché Salvatore è libero?

Il mostro
(Credits Emanuela Scarpa Netflix)

La polizia dice che Salvatore è ufficialmente indagato per l’omicidio della sua prima moglie, Barbarina, nel 1960. Si scopre che nel 1960 Salvatore, la sua amante Sasà e un altro uomo hanno trovato Barbarina morta per suicidio. Nel 1988, alla Corte d’Assise, Stefano viene chiamato a testimoniare. Dice di non ricordare i dettagli su se Salvatore abbia confessato o meno l’omicidio della sua prima moglie, Barbarina. Salvatore esce dal tribunale da uomo libero per mancanza di prove. Verso la fine della serie, viene rivelato attraverso delle scritte sullo schermo che Salvatore è scomparso nel 1988 e nessuno lo ha più visto. Salvatore viene poi visto andare in una vecchia casa e più tardi camminare di notte con una torcia frontale nello stile del Mostro.

La mancanza di prove e il rifiuto di Stefano di rilasciare dichiarazioni contro il suo ex amante, Salvatore, sono stati i motivi principali che gli hanno permesso di ottenere la libertà. Nonostante il suo possibile coinvolgimento in crimini brutali, in particolare stupro e omicidio, se la cava semplicemente perché le circostanze gli sono favorevoli. Si può dire che la polizia non sia riuscita ad arrivare al nocciolo dell’indagine, motivo per cui non c’erano prove utilizzabili contro Salvatore. L’ossessione sessuale di Stefano per Salvatore rende anche possibile che quest’ultimo abbia una sorta di controllo sul primo.

Pietro Pacciani è una persona di interesse?

(Credits Emanuela Scarpa Netflix)

Nel 1985, un uomo sconosciuto scrive alla polizia per interrogare un concittadino nato a Vicchio. L’uomo dice che l’individuo è stato incarcerato per quindici anni per l’omicidio della sua ragazza ed è molto talentuoso e scaltro. La lettera anonima afferma anche che è un contadino con grandi scarpe e un intelletto ancora più grande, e che l’uomo tiene sotto controllo sua moglie e i suoi figli, non permettendo loro di uscire. Il nome dell’uomo viene rivelato essere Pietro Pacciani. La narrazione si conclude a questo punto, lasciando il destino di Pietro in sospeso. Il fatto che Pietro abbia una storia di istinti e atti violenti rende probabile che possa essere una persona di interesse.

Sebbene non sia stato approfondito nella serie, nella vita reale, nel 1994, Pietro è stato condannato per l’omicidio di sette coppie. La sua condanna è stata annullata e è stato ordinato un nuovo processo. La polizia sospettò quindi di un gruppo guidato da Pietro, ma questi morì prima del secondo processo. Pertanto, i parallelismi tra la serie e la realtà ci dicono che Pietro divenne effettivamente una persona di interesse nelle indagini sul Mostro. Nella serie non viene rivelato molto sulle sue convinzioni, ma il fatto che tratti le donne in modo controllante e cerchi di esercitare il suo dominio dimostra che potrebbe avere motivi reali per commettere gli omicidi.

Chi ha ucciso Barbara? Perché?

Sebbene il Mostro abbia ucciso diverse donne durante la sua vita, il caso di Barbara è centrale nel mistero della serie. La sua morte è vista da molteplici prospettive, il che suggerisce che il suo vero assassino potrebbe essere uno dei diversi potenziali protagonisti. La risposta più ovvia in questo caso è Francesco. Nel 1982, dopo essersi riunito con suo figlio, Stefano rivela che Francesco ha effettivamente ucciso sua moglie a causa della relazione sentimentale di Barbara con Antonio. Il fatto che Francesco si sia sentito tradito a causa della relazione di Barbara con Antonio dimostra che aveva un motivo valido per ucciderla. La moglie di Francesco denuncia il marito per tradimento, portando al suo arresto. Stefano parla con Salvatore e gli chiede di tornare a vivere in casa, causando il panico in Barbara. Sei mesi dopo, Francesco viene rilasciato dal carcere e Salvatore gli dice che si è “divertito” con Barbara.

Questo provoca una frattura tra Francesco e Barbara. Francesco costringe Stefano ad accompagnarlo in auto per seguire Barbara e Antonio. Poi spara agli amanti e costringe Stefano a sparare di nuovo. Queste versioni dei fatti suggeriscono che Francesco potrebbe essere l’assassino, ma potrebbe anche essere stata un’idea di Stefano, che potrebbe essere diventato un marito geloso. È anche possibile che Barbara sia stata uccisa da Giovanni o Salvatore. Come accennato in precedenza, anche i due uomini hanno forti motivazioni per uccidere Barbara. Giovanni la ucciderebbe per orgoglio familiare, mentre Salvatore la ucciderebbe per un contorto senso di possesso sul suo corpo e sulla sua anima. Pertanto, il piccolo mistero dell’omicidio di Barbara, nel quadro più ampio dell’identità del Mostro, rimane irrisolto. Tuttavia, si può presumere che Francesco avesse un legame più profondo con Barbara rispetto agli altri, il che lo rende il killer più probabile.

Perché gli omicidi sono cessati nel 1988?

Verso la fine della serie, viene rivelato attraverso alcune battute sullo schermo che Salvatore è scomparso nel 1988 e che nessuno lo ha più visto. Questo porta alla fine degli omicidi del Mostro, che non si sono mai più verificati. Tuttavia, le battute dicono che potrebbe trattarsi solo di una coincidenza. Non ci sono prove che suggeriscano che la scomparsa di Salvatore abbia portato direttamente alla fine degli omicidi del Mostro. Si può presumere che l’assassino abbia perso la motivazione a continuare a uccidere intorno al 1988. Poiché non è possibile provare che Salvatore sia il Mostro, non è nemmeno possibile provare che gli omicidi siano cessati a causa della sua scomparsa. Altri potrebbero essere il Mostro, ma probabilmente hanno smesso di uccidere per motivi diversi. Il vero assassino potrebbe aver scoperto che la vita familiare era più importante o potrebbe anche aver sviluppato un problema di salute che lo ha costretto ad abbandonare il suo modus operandi.

Il fatto che le indagini reali sul crimine siano continuate ben oltre il 1988 dimostra che l’enigma dell’assassino era ancora vivo. Poiché il vero assassino non è stato arrestato, è anche possibile che sia morto nel corso del 1985, motivo per cui gli omicidi sono cessati improvvisamente. Pertanto, non è possibile individuare con esattezza il motivo alla base della fine del massacro nel 1985. Tuttavia, l’attenzione della serie sulla trama di Salvatore verso la fine, così come sulla sua scomparsa, potrebbe suggerire che egli sia effettivamente l’assassino. Anche se così fosse, non c’è una ragione definitiva dietro la sua decisione improvvisa di non commettere più omicidi. Pertanto, come suggerisce la serie, potrebbe trattarsi solo di una coincidenza.

Il mostro della laguna nera: recensione del film cult

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Il mostro della laguna nera: recensione del film cult

Il mostro della laguna nera è il film cult del 1954 diretto da Jack Arnold con protagonisti nel cast di Richard Carlson, Julie Adams, Richard Denning, Antonio Moreno, Nestor Paiva, Whit Bissell, Bernie Gozier e Henry A. Escalante.

  • Anno: 1954
  • Regia: Jack Arnold
  • Cast: Richard Carlson, Julie Adams, Richard Denning, Antonio Moreno, Nestor Paiva, Whit Bissell, Bernie Gozier, Henry A. Escalante.

Il mostro della laguna neraL’ombra della minaccia nucleare, il costante stato d’ansia dovuto alla possibile diffusione di radiazioni d’ogni tipo, partorirono, durante gli anni cinquanta, un campionario ricchissimo di creature che presero vita sui grandi schermi dell’epoca: tra ragni giganti, mostri ed alieni, il genere horror/fantascientifico conobbe uno dei suoi periodi più floridi, producendo pellicole che avrebbero influenzato tutto il cinema di genere successivo.

Il mostro della laguna nera diretto da Jack Arnold, regista di punta di un certo cinema d’intrattenimento spesso sostenuto da budget limitati, rappresenta una delle opere più celebri di quel periodo. La vicenda narra di una spedizione di paleontologia lungo il Rio delle Amazzoni e della conseguente scoperta, da parte di un gruppo di scienziati, di una laguna rimasta immutata sin dalla preistoria, abitata da un terribile esemplare di uomo-pesce che non tarderà a seminare il panico.

Il mostro della laguna nera

Da questa semplice premessa assistiamo allo svolgersi di una caccia al mostro esotica che rappresenta un gioiello di ritmo, regia ed innovazione: girato in bianco e nero ed in formato stereoscopico, uno dei primi ad utilizzare una tecnologia 3D, il film è tutt’oggi in grado di sorprendere per l’incredibile perizia tecnica utilizzata nelle riprese sott’acqua, durante cui la creatura, impersonata da ben tre attori differenti (il subacqueo Ricou Browning, Ben Chapman e lo stuntman Tom Hennessy), è mostrata in tutta la naturalezza del suo habitat, perfettamente credibile nelle sue movenze animali, nonostante il costume di gomma e lattice utilizzato possa strappare, al giorno d’oggi, qualche sorriso.

Il mostro della laguna neraTra imprudenti nuotate nella laguna in un primo momento e scienziati interessati alla cattura del mostro dopo, il film calibra perfettamente l’alternarsi di sequenze di tensione ad altre caratterizzate da una sottile ironia, utilizzate per descrivere una serie di personaggi sì macchiettistici, ma tutti funzionali allo svolgersi della trama: dalla ragazza in pericolo, oggetto primario del desiderio del mostro, al capo della spedizione interessato alla creatura, passando poi per il goliardico capitano dell’imbarcazione, sino alla psicologia tutta eroica del ricercatore il cui unico fine, come in ogni classico di genere che si rispetti, diverrà presto l’eliminazione della creatura e la salvezza della donna. Gli attori, tutti perfettamente calati nelle loro parti, offrono prove del tutto convincenti, aiutati da ruoli talmente ben scritti e delineati che donano alle loro performance, e all’intera pellicola, quell’aria da cult senza tempo che solo i grandi classici possono vantare.

La visione di questo piccolo grande film è obbligatoria per chiunque voglia assaporare un modo di fare cinema che, solo in apparenza, risulta datato: tra gli infiniti clichè rintracciabili nella pellicola, difatti, si nascondo trucchi e trovate che quasi sempre gli horror odierni saccheggiano, utilizzandoli però in maniera ben più irritante e mediocre.

Il mostro dei mari, teaser trailer del nuovo film Netflix

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Il mostro dei mari, teaser trailer del nuovo film Netflix

Netflix rilascia il teaser trailer del nuovo di Il mostro dei mari, film d’animazione Il mostro dei mari, che debutterà venerdì 8 luglio in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

Con la regia del premio Oscar Chris Williams (Oceania, Big Hero 6, Bolt: un eroe a quattro zampe), Il mostro dei mari conduce lo spettatore ai confini del mondo, dove ha inizio la vera avventura.

Il mostro dei mari, la trama

In un’epoca in cui creature terrificanti solcano i mari, i cacciatori di mostri sono considerati veri e propri eroi. E il grande Jacob Holland è di certo il più osannato. Ma quando la giovane Maisie Brumble s’imbarca clandestinamente sulla sua nave leggendaria, l’uomo trova a sorpresa un’alleata. Insieme intraprendono un viaggio epico in acque inesplorate ed entrano nella storia.

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Netflix è il più grande servizio di intrattenimento in streaming del mondo, con 222 milioni di abbonati paganti in oltre 190 paesi che accedono a un ampio e variegato catalogo di serie TV, documentari, film e giochi per dispositivi mobili in numerose lingue. Gli abbonati possono guardare tutto ciò che vogliono in qualsiasi momento, ovunque e su ogni schermo connesso a Internet. Possono mettere in pausa e riprendere la visione a piacimento, senza interruzioni pubblicitarie e senza impegno.

Il Mostro dei Mari, recensione del film d’animazione Netflix

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Il Mostro dei Mari, recensione del film d’animazione Netflix

La recensione de Il Mostro dei Mari parte dalle suggestioni che il film Netflix, disponibile dall’8 luglio sulla piattaforma, risveglia: i film di kaijū, l’avventura, le storie di bucanieri, di cacciatori di mostri, sulla scia del leggendario Capitano Achab. Tutti questi elementi sono stati nella testa del piccolo Chris Williams, regista cresciuto alla mensa Disney e ora adottato dalla piattaforma della N rossa che gli ha dato carta bianca per la realizzazione della sua avventura.

Il Mostro dei Mari, la storia

La storia è quella di Jacob, un giovane aspirante Capitano che serve sulla Inevitabile, il vascello di Capitan Crow e flagello dei mostri marini che affliggono le coste del Regno. Siamo in un mondo marinaresco che ricorda molto l’epoca delle grandi conquiste, nel XVII secolo, quando a bordo di enormi navi si sfidavano i mari per scoprire nuove terre. In questo caso il mare si solca per abbattere le creature che lo popolano, enormi bestie variopinte e assetate di sangue. L’ossessione di Capitan Crow e di Jacob è la Furia Rossa, un enorme e spaventosa creatura marina che più volte è sfuggita alla cattura o all’uccisione. Mentre l’Inevitabile salpa per una missione che deve essere quella definitiva, per incarico reale, si intrufola a bordo Maisie, un’orfana, figlia di due cacciatori di mostri, morti nel naufragio della Monarca, che desidera a tutti i costi prendere parte a queste avventure.

il mostro dei mari
THE SEA BEAST – (L-R) Karl Urban as Jacob Holland and Zaris-Angel Hator as Maisie Brumble. Cr: NETFLIX © 2022

Il debito verso Dreamworks

Il Mostro dei Mari è un’avventura divertente e molto colorata, che mescola uno stile tendente al realistico con uno più smaccatamente di matrice Dreamworks. Non sono pochi gli echi delle creature di Dragon Trainer nel film, infatti, dal momento che entrambi i titoli condividono il direttore artistico Woonyoung Jung e il produttore Jed Schlanger. Questa eco costante dà la sensazione di essere in territorio protetto, dato l’amore che il pubblico nutre per la saga Dreamworks, ma dà anche qualche indicazione su quello che sarà lo sviluppo della trama. Ebbene, il film Netflix non tradisce le intuizioni dei più svegli e diventa un’ode all’accettazione e alla comprensione, allo sfidare le regole se queste difendono un sistema sbagliato e ad essere sempre presenti a se stessi e alle proprie idee. La piccola Maisie è una rivoluzionaria, in questo, e dimostra di avere una mente aperta e un cuore coraggioso, perché non si spaventa di difendere la realtà, per quanto assurda e bizzarra possa sembrare. 

Un film che si muove in superficie

La scenografia del film è essenziale, non troppo caratterizzata né ricca e lo svolgimento della storia è piuttosto semplice, anche se questo non rappresenta per forza un difetto. Vero è che Il Mostro dei Mari si muove in superficie e offre un messaggio didascalico, per quanto importante, designandosi come un prodotto destinato ad una singola lettura, appunto superficiale, e tendenzialmente a un pubblico molto giovane. 

il mostro dei mari
THE SEA BEAST – Zaris-Angel Hator as MAISIE BRUMBLE. Cr: Netflix © 2022

Il Mostro dei Mari è tutto sommato un film divertente ma che lascia davvero poco e fa di un colpo di scena telefonato il momento di maggiore interesse della storia. I personaggi sono amabili e l’azione concitata e divertente, tuttavia il film è piuttosto modesto e derivativo, addirittura sciatto nel design delle creature marine, la cui particolarità si esaurisce con la prima bestia con cui hanno a che fare i nostri protagonisti per poi sgonfiarsi completamente anche rispetto alla Furia Rossa (che persino nel nome, non solo nel design, comunque molto inferiore, ricorda lo Sdentato di Dragon Trainer).

La recensione de Il Mostro dei Mari non può essere del tutto negativa, perché non renderebbe giustizia al lavoro di Williams e della sua squadra, tuttavia, quello che di interessante c’è nel film, da un punto di vista delle influenze e dei riferimenti, impallidisce di fronte alla prevedibilità della trama e alla sciatteria della messa in scena, per quanto il messaggio di cui si fa portatore il film sia nobile. 

Il mostro dei mari, il trailer del nuovo film d’animazione Netflix

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Netflix ha appena rilasciato trailer e poster de Il mostro dei mari, il nuovo film d’animazione con la regia del premio Oscar Chris Williams, in arrivo solo su Netflix da venerdì 8 luglio in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

La versione italiana del film sarà impreziosita al doppiaggio da Diego Abatantuono, che presta la voce al Capitano Crow, Claudio Santamaria, che interpreta il coraggioso cacciatore di mostri Jacob Holland, e Giulia Stabile, ballerina e vincitrice della ventesima edizione di Amici di Maria De Filippi, con un cameo vocale nei panni della giovane Vedetta dell’Inevitabile, la più famosa nave da caccia.

In un’epoca in cui creature terrificanti solcano i mari, i cacciatori di mostri sono considerati veri e propri eroi. E il grande Jacob Holland è di certo il più osannato. Ma quando la giovane Maisie Brumble s’imbarca clandestinamente sulla sua nave leggendaria, l’uomo trova a sorpresa un’alleata. Insieme intraprendono un viaggio epico in acque inesplorate ed entrano nella storia.

Con la regia del premio Oscar Chris Williams (Oceania, Big Hero 6, Bolt: un eroe a quattro zampe), “Il mostro dei mari” conduce lo spettatore ai confini del mondo, dove ha inizio la vera avventura.

Il mostro de La Cosa di Carpenter nei nuovi work in progress NECA

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NECA (la National Entertainment Collectibles Association) ha condiviso un’anteprima di un nuovissimo giocattolo ispirato al mostro di La Cosa di John Carpenter. Il classico del genere horror ha debuttato nel 1982 ed è stato ispirato dal romanzo di John W Campbell Jr Who Goes There?, uscito oltre quattro decenni prima. Con Kurt Russell nel ruolo del protagonista principale R.J. MacReady, la storia segue un gruppo di ricercatori in Antartide che scoprono un organismo alieno parassita che assorbe e imita qualunque forma di vita incontri.

Ora, in un post di NECA, i fan de La Cosa hanno potuto dare una prima occhiata a un nuovo oggetto da collezione ispirato al famoso horror fantascientifico. Condividendo due possibili iterazioni del cane da slitta affetto dal parassita del film, i giocattoli presentano le grottesche appendici mutanti e la carne sanguinolenta associate al classico mostro. Il post rileva che si tratta di un lavoro in corso ed entrambe le figure sono attualmente in attesa di approvazione da parte del detenente licenza.

Il morso del coniglio: recensione del thriller psicologico con Sarah Snook

La tana del bianconiglio non è mai stata così lontana dall’idea fiabesca che Carroll racconta in Alice nel Paese delle Meraviglie. Ci sono però tante somiglianze: il nome di una delle protagoniste di Il morso del coniglio, Alice, la sorella del personaggio di Sarah (interpretato da Sarah Snook) scomparsa quando erano piccole. Ma anche il tema della tana, del nascondiglio, e di questo piccolo coniglio bianco che si aggira per casa. Il film di Diana Reid con i suoi colpi di scena ha guadagnato il primo posto nella classifica dei più visti di Netflix.

In Il morso del coniglio Sarah è una ginecologa e vive con sua figlia Mia (Lily LaTorre) dell’età di sette anni. Dopo aver subito un grave lutto in seguito alla morte del padre, il personaggio di Sarah Snook si trova in difficoltà a gestire anche le semplici cose di vita quotidiana come preparare i pancake per il compleanno della figlia. Da questo compleanno, quando Mia compie sette anni, le cose iniziano a peggiorare. Il clima di tensione è esacerbato dalle continue richieste della figlia che sostiene di chiamarsi Alice.

Il morso del coniglio, la trama

Il morso del coniglio Mia e SarahElaborazione del lutto, traumi sepolti, sensi di colpa e il tema della maternità. In Il morso del coniglio c’è molta carne al fuoco che cerca di portare sullo schermo con l’aiuto di una brillante interpretazione di Sarah Snook, che può bastare fino a un certo punto. Sarah sta vivendo un momento complicato della sua vita dove, la morte del padre, l’ha devastata aprendo in lei ferite che pensava di aver chiuso da tempo. Nella vita di Sarah e Mia altre figure di contorno più o meno fondamentali come l’ex marito, Pete (interpretato da Damon Herriman) e la compagna.

Quando ancora siamo nelle fasi iniziali del film, quando la premessa ancora non è stata gettata davanti agli occhi dello spettatore, capiamo subito un dettaglio fondamentale per il personaggio di Sarah. L’ex marito e la compagna le annunciano di voler avere un bambino quando lei non ha mai voluto che Mia avesse un fratello o una sorella. Da qui in poi si iniziano a scoprire le carte e veniamo a conoscenza del passato misterioso di Sarah per cui anche la figlia Mia adesso, dal nulla, inizia a chiedere spiegazioni. C’è un motivo per cui Sarah non ha mai voluto un altro figlio, un trauma sepolto nel suo passato in quella tana del bianconiglio che è la sua mente.

Chi sono?

Il morso del coniglio Mia

Un semplice gioco, mettere le mani sugli occhi di una persona per farle sentire la tua presenza. Un semplice gioco che per Sarah ormai è stato portato all’estremo. Sua figlia Mia si trasforma in una sconosciuta mentre realtà e soprannaturale si mischiano e fondo in Il morso del coniglio. Stiamo quasi per scoprire il colpo di scena finale ma nel frattempo nel lungo viaggio di ricordi che Mia costringe Sarah a fare tutto è nero e confuso. Ci trasferiamo in aperta campagna dove, in una casa solitaria circondata da un fitto bosco, abitava una piccola Sarah insieme alla sua famiglia. Lì gli atteggiamenti di Mia iniziano a esasperarsi: fa i dispetti, le compaiono misteriosi lividi e le esce sangue dal naso continuamente. Sarah non sa più come gestire la figlia a poco a poco anche la sua salute mentale inizia a venire meno. Mentre cerca di aiutare la figlia il suo grosso bagaglio sepolto nella sua mente riaffiora.

Arriviamo nel momento in cui la sorella Alice è scomparsa e le immagini di una giovane Sarah, di Mia, di Alice e della Sarah adulta si sovrappongono fino a mostrare allo spettatore quello che è successo realmente il giorno in cui Alice scompare. Il morso del coniglio di per sé è molto dinamico ma anche riflessivo: lascia allo spettatore il tempo di meditare sulle scene, di guardare le vecchie fotografie insieme alle protagoniste. Ma quando è il momento si carica di tensione e vitalità con una telecamera dinamica che inquadra Sarah e Mia in un inquietante gioco con delle forbici in mano.

La tana del bianconiglio

Il morso del coniglio Sarah

La scena finale di Il morso del coniglio lascia tantissimi punti interrogativi in sospeso. Il destino di Mia è lasciato alle speculazioni e chiacchiere post film. La tana del bianconiglio cosa è in realtà: la mente di Sarah vittima dei suoi stessi problemi e traumi del passato che ha lasciato sedimentare. Ma mentre la mente di Sarah di deteriora, vede Mia allontanarsi mano nella mano con Alice. Una spiegazione anche soprannaturale che toglie però il fulcro del racconto dal thriller psicologico che però regge fino a un certo punto del film. Le motivazioni che portano Sarah al crollo sono legate all’elaborazione del lutto per il padre, un pilastro nella sua vita.

Il morso del coniglio presenta alcuni elementi tipici del genere, rincorrendo lo spettatore come il coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma costringendolo a entrare nella sua tana in modo da ritrovarsi a fare i conti con sé stessi.

Il morso del coniglio: la spiegazione del finale del film Netflix

Nel catalogo di Netflix è arrivato, dal 28 giugno, il film Il morso del coniglio, thriller psicologico diretto da Daina Reid, recentemente distintasi per aver diretto alcuni episodi delle serie The Handmaid’s Tale e Shining Girls, a partire da una sceneggiatura di Hannah Kent. Si tratta di un film che sin da quando è stato annunciato ha generato molta curiosità per via delle sue premesse – una madre dal passato problematico alle prese con una figlia che manifesta inquietanti comportamenti – ma anche per via della presenza dell’attrice Sarah Snooke, reduce dal successo della serie Succession, da poco conclusasi. Un titolo dunque, particolarmente appetibile all’interno del catalogo della piattaforma.

Chi ha apprezzato thriller psicologici presenti su Netflix come La donna alla finestra, Tin & Tina o L’apparenza delle cose, troverà dunque in Il morso del coniglio pane per i propri denti. Ancora una volta, infatti, questo genere si dimostra ideale per riflettere su tematiche inerenti la complessità della mente e dell’esistenza umana. Con Il morso del coniglio, nello specifico, ci si ritrova davanti ad una storia che riflette sulle cicatrici lasciate dai traumi e dai lutti passati, mostrando l’effetto che essi possono avere se non correttamente risolti. Il film si rivela dunque essere una specie di incubo sulla difficoltà di elaborare il lutto. Naturalmente il tema viene presentato attraverso una serie di eventi e simboli che richiedono una loro spiegazione.

La trama e il cast di Il morso del coniglio

Prima però ecco alcuni dettagli sulla trama e il cast: protagonista del film è la dottoressa Sarah, che si occupa di aiutare coppie con problemi di fertilità. Quando sua figlia Mia compie sette anni, la stessa età a cui morì la sorella di Sarah, Alice, la bambina inizia a manifestare strani comportamenti. Inoltre, la donna vede spesso un coniglio fuori dalla loro porta di casa, che pare sia un misterioso regalo donato a Mia, ma nel quale sua madre trova qualcosa di sinistro. I giorni passano e la bambina continua ad apparire sempre più diversa dal solito, arrivando infine a dire a sua madre di essere Alice. È così che Sarah si ritroverà a sfidare i suoi stessi valori, mentre un fantasma del passato irromperà nella sua vita e la donna dovrà lottare per tenere sua figlia con sé.

A guidare il cast del film vi è l’attrice Sarah Snook, celebre per la serie Succession, che interpreta Sarah. Per il ruolo era in realtà originariamente stata scelta l’attrice Elisabeth Moss, che ha però dovuto rinunciare per via di altri impegni. Lily LaTorre interpreta invece la figlia di sette anni di Sarah, Mia, debuttando così come attrice in un lungometraggio. L’attore australiano Damon Herriman recita invece nei panni di Peter, ex marito di Sarah e padre di Mia. L’attrice Greta Scacchi, nota per i film I protagonisti, Presunto innocente e Prova schiacciante, recita invece nei panni di Joan, madre di Sarah con cui la protagonista ha un brutto rapporto.

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Il morso del coniglio: la spiegazione del finale

Il finale di Il morso del coniglio ha una serie di elementi piuttosto ambigui che richiedono qualche spiegazione. Ecco di seguito, punto per punto, un’analisi del significato del film alla luce dei suoi risvolti conclusivi.

Cosa è successo ad Alice?

Per tutto il film, l’assenza di Alice incombe sulle interazioni di Sarah con Mia. Questo diventa ancor più evidente quando la bambina inizia a sostenere di essere Alice. Verso la fine del film, Sarah sperimenta quindi una crisi psicotica che mostra in piccoli flash ciò che è realmente accaduto ad Alice. Da giovane Sarah aveva rinchiuso Alice in un armadietto nella stalla. Quando riapre la porta, Alice le urla contro e stringe le mani intorno al collo di Sarah. Quest’ultima per liberarsi afferra una trappola per conigli e colpisce Alice in testa. In stato di shock, Alice inizia a scappare da Sarah. Sarah insegue Alice attraverso un campo fino a una scogliera. Qui, Sarah spinge Alice giù dal dirupo.

La scena finale di Il morso del coniglio è stata tutta un’allucinazione?

Alla fine del film, Mia decide di seguire il suo coniglio bianco. Sarah vede allora alla finestra Mia che cammina con un’altra ragazza verso la scogliera vicino alla casa. La sconosciuta si rivela essere Alice. Sarah inizia allora a bussare alla finestra e a urlare, ma le due continuano ad allontanarsi. Due teorie principali possono spiegare la scena finale del film: la sequenza è un’allucinazione causata dal crollo psicologico di Sarah; Alice potrebbe realmente comparire come fantasma e possedere Mia, in cerca di vendetta per il suo omicidio. Il film, tuttavia, è pubblicizzato come un thriller non paranormale. In nessun momento i fantasmi o gli spiriti vengono proposti come argomento del film. La prima opzione risulta dunque la più probabile.

Il senso della realtà di Sarah

Per tutta la prima metà di Il morso del coniglio ci sono indizi che portano a pensare che Sarah stia solo immaginando i comportamenti di Mia, di cui né la bambina né chiunque altro sembrano accorgersi. Nella seconda metà del film, l’instabilità mentale di Sarah diventa più pronunciata ed esplicita. Le ferite a Mia iniziano a scomparire dopo che Sarah le nota, o ancora le foto tolte dai muri, riappaiono lì dov’erano. Inoltre, Sarah inizia a sentire dei colpi che la portano a un armadietto nella stalla. Quindi inizia a rivivere gli eventi della morte di sua sorella. Quando alla fine cerca Mia con il suo ex marito, ha allucinazioni di Mia annegata nell’acqua. Alla fine del film, Sarah è dunque una donna senza più alcun legame con la realtà.

Il-morso-del-coniglio-cast

Ha realizzato Sarah quei disegni inquietanti?

Sebbene Sarah incolpi Mia per i disegni inquietanti trovati sui compiti e sul libro della biblioteca, Il morso del coniglio include una scena verso la fine in cui un’adulta Sarah disegna inconsciamente la stessa immagine dal libro della biblioteca sul pavimento della vecchia casa dei suoi genitori. Al contrario, l’unica volta che il film mostra Mia mentre disegna, sta solo disegnando un albero dall’aspetto normale. Queste due scene combinate implicano che è stata Sarah a realizzare quei disegni. Dato che Sarah non ha memoria di aver disegnato le immagini inquietanti, le immagini stabiliscono ulteriormente quanto Sarah sia mentalmente lontana dalla realtà. La sua psicosi è così pronunciata che potrebbe disegnare immagini estremamente inquietanti senza mai ricordarsene.

Il vero significato del finale di Il morso del coniglio

Il tema della salute mentale in Il morso del coniglio aiuta a interpretare il finale. Il punto principale è che le persone non possono superare i traumi e gli errori passati senza affrontare i problemi che da essi derivano. Sarah evita continuamente il suo passato, la sua famiglia e i ricordi di sua sorella, il che porta ad allucinazioni profondamente preoccupanti. Se avesse avuto il tempo di guarire correttamente, forse non avrebbe mai fatto del male a sua figlia. Invece, si immerge sempre più a fondo nella sua malattia mentale, arrivando a trattare la sua stessa figlia come in passato aveva trattato sua sorella.

Il trailer di Il morso del coniglio e come vedere il film su Netflix

Come anticipato, è possibile fruire di Dalla mia finestra: Al di là del mare unicamente grazie alla sua presenza nel catologo di Netflix, dove attualmente è al 3° posto della Top 10 dei film più visti sulla piattaforma in Italia. Per vederlo, basterà dunque sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di guardare il titolo in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nel catalogo.

Fonti: IMDb, ScreenRant

Il Montana diventa il primo stato a vietare TikTok

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Il Montana diventa il primo stato a vietare TikTok

Il Montana è diventato il primo stato negli Stati Uniti a vietare TikTok. Se il disegno di legge resiste alle previste sfide legali, entrerà in vigore il 1° gennaio 2024. Il governatore dello stato Greg Gianforte ha firmato il disegno di legge mercoledì, scrivendo in una dichiarazione: “Oggi, il Montana intraprende l’azione più decisiva di qualsiasi stato per proteggere i dati privati ​​e le informazioni personali sensibili dei Montanans dall’essere raccolti dal Partito Comunista Cinese“. Gianforte ha aggiunto su Twitter: “TikTok è solo un’app legata ad avversari stranieri. Oggi ho ordinato al Chief Information Officer dello stato di vietare qualsiasi applicazione che fornisca informazioni o dati personali ad avversari stranieri dalla rete statale”.

La legge vieterebbe agli app store di rendere l’app disponibile per il download nel Montana. TikTok ha risposto al divieto con la seguente dichiarazione : “Il governatore Gianforte ha firmato un disegno di legge che viola i diritti del Primo Emendamento della popolazione del Montana vietando illegalmente TikTok, una piattaforma che dà potere a centinaia di migliaia di persone in tutto lo stato. Vogliamo rassicurare i Montanans che possono continuare a utilizzare TikTok per esprimersi, guadagnarsi da vivere e trovare una comunità mentre continuiamo a lavorare per difendere i diritti dei nostri utenti all’interno e all’esterno del Montana“.

Secondo l’Associated Press, Montana sarebbe in grado di multare qualsiasi “entità”, come un app store o lo stesso TikTok, $ 10.000 al giorno ogni volta che a un utente viene “offerta la possibilità” di accedere o scaricare la piattaforma. Queste multe non verrebbero imposte ai singoli utenti.

Di proprietà della società tecnologica cinese ByteDance, TikTok si è guadagnata la reputazione di minaccia alla sicurezza nazionale a causa delle preoccupazioni sulla raccolta dei dati. Ciò ha portato gli Stati Uniti a vietare TikTok sui dispositivi emessi dal governo a marzo. TikTok, che è esploso in popolarità durante la pandemia, ospita oltre 1 miliardo di utenti e funge da hub per influencer, celebrità e creatori. Secondo il portavoce di TikTok Jamal Brown, il Montana ospita 200.000 utenti TikTok e 6.000 aziende che utilizzano l’app.

Il Monsterverse di Apple TV si espande con una nuova serie con Wyatt Russell

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Apple TV ha annunciato l’espansione del Monsterverse di Legendary con un’entusiasmante nuova serie prequel ancora senza titolo dedicata a un giovane Lee Shaw, con Wyatt Russell che riprende il ruolo del Colonnello Lee Shaw. Il candidato agli Emmy Joby Harold, sceneggiatore e produttore, è stato scelto come showrunner. In base a un nuovo accordo globale con Legendary, Harold supervisionerà inoltre l’intero franchise “Monsterverse” di Legendary per Apple TV, che includerà nuovi Titan oltre quelli più amati dai fan.

Interpretata e prodotta esecutivamente da Wyatt Russell, la serie spin-off seguirà la storia del Colonnello Lee Shaw, un agente americano che nel 1984 intraprende una missione segreta oltre le linee nemiche nel tentativo di fermare i sovietici dal liberare un nuovo, terrificante Titan, abbastanza grande da distruggere gli Stati Uniti e cambiare le sorti della Guerra Fredda.

Lo spin-off sul giovane Lee Shaw si aggiunge al catalogo in continua espansione di serie originali Apple provenienti dal Monsterverse di Legendary Entertainment, che include la serie di successo acclamata dalla critica “Monarch: Legacy of Monsters”, di cui Harold è anche produttore esecutivo, e che tornerà con la sua attesissima seconda stagione il 27 febbraio 2026.

La nuova serie prequel è prodotta esecutivamente da Harold e Tory Tunnell per Safehouse Pictures, insieme a Wyatt Russell, Chris Black, Kyle Bradstreet, Alex Boden, Max Borenstein e Andy Goddard, ed è prodotta da Kei Banno, Brian Rogers e Kenji Okuhira. Hiro Matsuoka e Takemasa Arita sono produttori esecutivi per conto di Toho Co., Ltd., proprietaria del personaggio di Godzilla. Toho ha concesso in licenza i diritti a Legendary per “Monarch: Legacy of Monsters” come naturale risultato della loro relazione di lunga data con il franchise cinematografico.

«Gli spettatori di tutto il mondo non ne hanno mai abbastanza di “Monarch: Legacy of Monsters” e non vediamo l’ora di offrire loro le nuove storie elettrizzanti su cui Joby e l’intero cast e team creativo hanno lavorato», ha dichiarato Morgan Wandell, responsabile dello sviluppo internazionale di Apple TV. «Con Joby al timone e insieme ai nostri fantastici partner di Legendary, questo nuovo spin-off darà il via a un’epica espansione del Monsterverse che porterà il pubblico ancora più vicino ai propri Titan preferiti, unendo una grande narrazione guidata dai personaggi».

«Non potrei sentirmi più privilegiato di far parte della costruzione di questo universo così iconico», ha dichiarato Harold. «Apple e Legendary sono stati partner esemplari durante tutto questo processo e continueremo a portare questi Titan della storia del cinema al pubblico con il rispetto che meritano».

«Joby è uno straordinario narratore, con una profonda comprensione di ciò che rende il Monsterverse così amato dai fan di tutto il mondo», ha dichiarato Jason Clodfelter, presidente e amministratore delegato di Legendary Television. «Siamo entusiasti di avviare con lui e Safehouse Pictures una partnership più ampia insieme ad Apple, segnando l’inizio di una nuova, entusiasmante era per il franchise».

Il Monsterverse di Legendary è un vasto universo narrativo multipiattaforma incentrato sulla lotta dell’umanità per sopravvivere in un mondo che affronta una nuova, catastrofica realtà: i mostri dei nostri miti e delle nostre leggende sono reali. Iniziato con il film Godzilla del 2014 e proseguito con Kong: Skull Island (2017), Godzilla: King of the Monsters (2019), Godzilla vs. Kong (2021) e più recentemente con il record-breaking Godzilla x Kong: The New Empire, l’episodio di maggior incasso del franchise e il film di Godzilla con il maggiore incasso di sempre, insieme all’attesissimo sequel Godzilla x Kong: Supernova, previsto per il 2027. Il Monsterverse ha superato i 2,5 miliardi di dollari di incassi globali al botteghino e si è espanso nella serie evento di grande successo “Monarch: Legacy of Monsters” per Apple TV. Con un mondo interconnesso che comprende videogiochi, graphic novel, giocattoli ed esperienze dal vivo, il Monsterverse rappresenta un intrattenimento epico su scala massima.

La prima incursione di Harold nella televisione è stata come sceneggiatore e produttore esecutivo di Obi-Wan Kenobi, candidata a cinque Emmy e capace di battere record di ascolti al debutto sulla piattaforma. Harold vanta inoltre una notevole carriera nella scrittura e produzione di grandi franchise e blockbuster, tra cui “Edge of Tomorrow”, la saga di “John Wick”, “Transformers – Il risveglio”, “The Flash” e altri. La prima stagione di “Monarch: Legacy of Monsters” è disponibile in streaming su Apple TV.