Il nemico alle
porte è un film del 2001 diretto
da Jean-Jacques
Annaud e con protagonisti nel
cast Jude
Law, Ed
Harris, Joseph Finnies, Rachel Weisz e Bob Hoskins.
Il nemico alle porte
trama: Stalingrado, autunno 1942. La giovane recluta
dell’armata rossa Vasilij Grigor’evic Zajcev (Jude
Law) viene catapultato insieme ad altri sventurati
compagni nell’inferno di Stalingrado, città simbolo dell’Unione
Sovietica assediata ormai da settimane dalle truppe del Terzo
Reich.
Durante uno dei tanti ed assurdi
attacchi suicida a cui gli ufficiali dell’Armata Rossa lo
costringono a partecipare, Vasilij conosce Politruck Danilov
(Joseph Fiennes), ufficiale addetto
alla propaganda, a cui ha modo di mostrare la sua incredibile
abilità di tiratore affinata durante l’infanzia in cui era solito
cacciare i lupi negli Urali.
Danilov vede nel ragazzo quell’eroe
di cui l’esercito ha bisogno per mantenere alto il morale ed avere
nuove motivazioni in battaglia. Spalleggiato dal cinico Nikita
Khrushchev (Bob Hoskins), Danilov farà di Vasilij
Zajcev un mito, una sorta di leggenda, e Vasilij a sua volta
diventerà l’incubo dei tedeschi collezionando vittime su vittime
soprattutto tra gli ufficiali. Il rapporto di grande complicità tra
Danilov e Vasilij comincerà però ad incrinarsi quando una donna,
Tania Chernova (Rachel Weisz), si intrometterà fra
loro generando invidie e gelosie.
Nel frattempo, per porre fine al
mito di Vasilij, il comando tedesco invierà al fronte il migliore
dei tiratori della Wermacht: il maggiore Erwin Konig (Ed
Harris) che inizierà con Vasilij un’appassionante quanto
drammatico duello destinato ad un tragico epilogo.
Il nemico alle
porte (Enemy at the gates) è un film del 2001 diretto dal
regista francese Jean-Jaques Annaud (Il nome della
rosa, L’amante) e tratto da una storia vera.
Annaud si conferma una volta di più
straordinario a livello scenografico, ricreando con grande realismo
ed efficacia il drammatico contesto in cui si svolge la vicenda.
Una Stalingrado dilaniata da una delle più feroci battaglie della
Seconda guerra mondiale, una città in preda alla disperazione più
assoluta sia tra i civili che tra i militari di cui il regista
tiene a sottolineare le terribili condizioni e i patimenti
sopportati.
Il nemico alle
porte
Ma se il regista francese non
tradisce a livello estetico è a livello di sceneggiatura che il
film genera qualche dubbio. La prima metà è indubbiamente la
migliore: l’arrivo di Vasilij al fronte, il suo disorientamento, la
nascita del suo mito e l’amicizia con Danilov, il tutto tiene alta
la tensione emotiva dello spettatore, affascinato da una
ricostruzione storica impeccabile.
La seconda parte invece si perde.
La storia d’amore tra Vasilij e Tania, il duello con il maresciallo
Konig, sono elementi narrativi interessanti ma che vengono
trascinati con scarso ritmo e con il passare dei minuti assumono
una preponderanza che non sono in grado di sostenere. Il film
perde la tensione emotiva iniziale e si protrae stancamente verso
un finale più che scontato.
Il cast di Il nemico
alle porte è indubbiamente di prim’ordine anche se ci
sentiamo di sottolineare le interpretazioni di Joseph
Fiennes, molto convincente nella parte dell’enigmatico e
fanatico servitore del regime staliniano, così come di Bob
Hoskins, quasi irriconoscibile nei panni di un
credibilissimo Nikita Khrushchev,
futuro presidente dell’URSS qui spietato e irascibile
ufficiale al soldo di Stalin.
Indubbiamente pregevole anche
l’interpretazione di Ed Harris, efficace nelle vesti del gelido e
imperscrutabile ufficiale della Wermacht, convincono invece
indubbiamente meno
Jude Law e Rachel Weisz non tanto per scarsezza
interpretativa ma perchè non dotati di quel “phisique du role”
necessari alla parte. Troppo belli e occidentali per essere
credibili come stanchi e sfiancati russi al fronte da mesi.
Storicamente il film è interessante
solo nella prima parte dove si evidenzia con particolare attenzione
la terribile disumanità degli ufficiali sovietici pronti a sparare
senza pietà verso i propri soldati ad ogni minimo accenno di
ritirata. Il nemico non era solo di fronte ma anche di spalle.
Per il resto il dramma dei civili
intrappolati in questo immenso fronte di guerra è solo accennato,
vagamente abbozzato, le finalità registiche e della sceneggiatura
propendono verso altri lidi e altre finalità. Il risultato è un
film molto hollywoodiano e non dal forte impatto emotivo che
avrebbe potuto avere e che abbiamo provato in altri film dal
contesto simile, come il Pianista di Roman
Polansky per intenderci…ma questa è tutta un’altra
storia.
Prima di approdare a blockbuster
come Fast & Furious 8 e
Man in Black: International, il regista F. Gary Gray ha
realizzato alcuni thriller d’azione di buon livello come Il risolutore, The
Italian Job e Giustizia privata. Tra
questi si colloca anche Il negoziatore,
uscito in sala nel 1998 e basato su una sceneggiatura di
Kevin Fox e James DeMonaco
(quest’ultimo poi divenuto celebre come ideatore della saga di
La notte del giudizio).
All’interno del film si ritrova dunque tanta adrenalina e azione,
con uomini speciali alle prese con situazioni altrettanto
speciali.
Al momento della sua uscita il film
si affermò come un buon successo di critica, guadagnando numerose
recensioni positive e un favore di pubblico altrettanto ricco. Con
un incasso globale di circa 88 milioni di dollari, Il
negoziatore riuscì a guadagnare il doppio del suo budget di
partenza. Ad attrarre la maggior parte delle attenzioni è
ovviamente l’inedita coppia di protagonisti, formata da
Samuel L. Jackson e Kevin
Spacey. La storia su cui il film si basa, inoltre, prende
spunto dallo scandalo dei fondi pensione nel dipartimento di
polizia di St. Louis, avvenuto a cavallo tra gli anni Ottanta e
Novanta.
Per questi e molti altri motivi, il
film si affermò dunque come uno dei migliori thriller del suo anno
e del decennio. Oggi forse meno noto rispetto ad altre opere dello
stesso genere di quel decennio, ma capace di offrire altrettante
valide emozioni. Si tratta dunque di un film da riscoprire
assolutamente. Prima di intraprendere una visione del film, però,
sarà certamente utile approfondire alcune delle principali
curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama e al cast di attori.
Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
La trama di Il
negoziatore
Protagonista del film è il tenente
di polizia ed ex soldato dell’esercito Danny
Roman. Egli è considerato il miglior negoziatore del
Dipartimento di Chicago in casi di sequestro di persona. Roman,
infatti, conosce alla perfezione tutte le tecniche necessarie alla
negoziazione di ostaggi, e non fallisce mai neanche un caso. Un
giorno, Danny viene informato dal collega Nate
Roenick che il fondo pensionistico del dipartimento viene
usato per affari poco leciti di alcuni membri della loro stessa
unità. Turbato dalla cosa, Danny decide di andare a fondo della
cosa, scoprendo chi c’è dietro. Nel farlo, però, non potrà più
contare sull’aiuto di Roenick.
Questi viene infatti ucciso in modo
particolarmente losco. Danny comprende allora che la questione è
più grave del previsto. Egli inoltre viene indicato come principale
sospettato della morte del collega e dell’indagine viene incaricato
l’investigatore Terence Niebaum. Una serie di
prove sembrano incastrare Danny in modo inconfutabile, che si vede
anche accusato dell’utilizzo improprio del fondo pensionistico. Non
disposto ad essere accusato in quel modo, egli sequestra Niebaum e
altri collaboratori del dipartimento. È a quel punto che entra in
gioco il negoziatore Chris Sabian, il quale dovrà
capire cosa c’è dietro le azioni di Danny e chi ha realmente
orchestrato quel complotto.
Il negoziatore: il cast
del film
Il film è stato originariamente
scritto con protagonisti Sylvester
Stallone e Kevin Spacey.
Spacey doveva essere il sequestratore Danny Roman, mentre Stallone
il negoziatore Chris Sabian. Quando Stallone ha però rifiutato la
parte, Spacey ne ha approfittato per fare a cambio e prendere il
ruolo di Sabian piuttosto che l’altro. Il ruolo di Roman è stato
poi a quel punto offerto a Samuel L.
Jackson. Entrambi gli attori si sono preparati alla
rispettiva parte approfondendo le principali tecniche di
negoziazione, così da poter risultare più realistici. Spacey,
inoltre, fece pressioni affinché il finale del film venisse
modificato.
Il finale originale prevedeva uno
stallo alla messicana con numerosi poliziotti che puntavano le
pistole contro il negoziatore e viceversa. Spacey si è però
opposto, ritenendola una scena vista fin troppe volte al cinema.
Accanto a loro si ritrovano poi gli attori David
Morse nel ruolo del comandante Adam Beck e Ron
Rifkin in quelli del comandante Grant Frost. John
Spencer è il capo della polizia Al Travis, mentre
J. T. Walsh è l’investigatore Terence Niebaum.
Quest’ultimo, noto anche per film come Good Morning,
Vietnam e Nixon, è venuto a mancare prima dell’uscita
del film, che gli è stato dunque dedicato.
Il negoziatore: il trailer
e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire del film grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Il
negoziatore è infatti disponibile nei cataloghi di
Chili e Amazon Prime Video. Per vederlo, una
volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il
singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così
modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità
video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un
dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è
inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 8 febbraio alle ore
21:20 sul canale Rai 4.
Per il prossimo Natale,
Warner Bros Italia propone per i vostri regali
sotto l’albero, una vasta offerta di cofanetti unici ed esclusivi
che racchiudono alcune tra le migliori pellicole della library
della Major e le serie tv più seguite del piccolo schermo. Potrete
scegliere tra quelli che celebrano il genio di grandi registi, come
i cofanetti dedicati a Clint Eastwood, Christopher Nolan e Paolo
Sorrentino, oppure quello dedicato all’azione e
all’avventura con la Sci – fi Collection o, per
gli amanti del mondo horror, l’omonima collezione
con i più terrificanti film del genere, senza dimenticare
l’edizione da collezione che celebra i 30 anni del film cult
I Goonies ed infine, Lo
Hobbit con l’ultimo film della saga e il cofanetto
con l’intera trilogia. Per le serie tv invece: True Detective, The
Flash, Gotham, Arrow
e The Big Bang Theory: i successi più grandi
dell’ultima stagione televisiva. L’offerta è talmente ampia che è
in grado soddisfare i palati cinematografici anche degli spettatori
più esigenti, non resta che scegliere.
Apple
TV+ ha svelato le prime immagini dell’attesissimo
speciale natalizio Il Natale di Hannah Waddingham,
in arrivo il 22 novembre. Nell’evento musicale l’attrice vincitrice
di un Emmy, Hannah Waddingham, celebrerà le feste accogliendo tante
guest star per una serata stravagante al London Coliseum. Lo
speciale è stato registrato dal vivo alla presenza del pubblico e
presto gli spettatori di tutto il mondo potranno unirsi a lei per
celebrare il suo periodo preferito dell’anno su Apple TV+
guardandola esibirsi nei classici natalizi, accompagnata da una
spettacolare big band.
Il Natale di Hannah
Waddingham è prodotto da Done + Dusted (La Bella e la
Bestia: 30° Anniversario, “A Legendary Christmas with John and
Chrissy”, “La
Sirenetta Live!”, le cerimonie di apertura e chiusura delle
Olimpiadi di Londra), lo stesso team dello speciale di successo di
Apple
TV+Il Natale di Hannah Waddingham. I
produttori esecutivi sono la stessa Waddingham, Katy Mullan, Moira
Ross, Raj Kapoor e Nick Todisco. Lo speciale natalizio è diretto
dal vincitore del premio BAFTA Hamish Hamilton (cerimonie di
apertura e chiusura degli Oscar, dei Grammy, del Super Bowl
halftime show e delle Olimpiadi di Londra).
Apple TV+ offre serie drammatiche e
commedie avvincenti e di qualità, lungometraggi, documentari
innovativi e intrattenimento per bambini e famiglie, ed è
disponibile per la visione su tutti i tuoi schermi preferiti. Dopo
il suo lancio il 1° novembre 2019, Apple TV+ è diventato il primo
servizio di streaming completamente originale a essere lanciato in
tutto il mondo, ha presentato in anteprima più successi originali e
ha ricevuto riconoscimenti più velocemente di qualsiasi altro
servizio di streaming. Ad oggi, i film, i documentari e le serie
originali Apple sono stati premiati con 380 vittorie e 1.573
nomination ai premi, tra cui la commedia pluripremiata agli Emmy
“Ted
Lasso” e lo storico Oscar come Miglior film a “CODA”.
AppleTV+ ha
diffuso il trailer del film Apple Original di
natale
Il Natale della discordia che debutterà sulla
piattaforma il 26 novembre. Il film è diretto da Becky Read con
produttori Julia Nottingham e Lisa Gomer-Howes e Chris Smith nel
ruolo di produttore esecutivo.
Il Natale della discordia segue le vicende di un
quartiere dell’Idaho del Nord sconvolto dall’ossessione di un uomo
per il Natale che lo porta a voler trasmettere l’allegria a tutti,
attraverso il più grande evento natalizio comunitario che l’America
abbia mai visto. Il piano dell’avvocato amante del Natale Jeremy
Morris subisce un intoppo quando l’associazione dei proprietari di
casa del vicinato lo informa che l’evento viola le regole del
quartiere. La polemica per l’organizzazione dei festeggiamenti
deflagra in modo irreversibile, mandando le cose fuori controllo;
con l’escalation della situazione, il film pone la domanda: chi
vince quando diritti e interessi diversi si scontrano? La regista
Becky Read mette insieme le varie prospettive in questo bizzarro
racconto di Natale sulle libertà, con un messaggio sulle differenze
e la tolleranza.
Fandango e
Rai Cinema ha diffuso il trailer ufficiale di
Il Muto di Gallura, il film di Matteo Fresi con
Andrea Arcangeli.
La trama
La storia ambientata nella Gallura di metà Ottocento, ruota
intorno alla faida tra due famiglie. Bastiano Tansu, interpretato
da Andrea Arcangeli, è un personaggio realmente vissuto, sordomuto
dalla nascita, maltrattato ed emarginato da tutti che diventò utile
alla causa della sua famiglia grazie alla sua mira prodigiosa.
Il Muto di Gallura prodotto da Fandango con Rai Cinema,
con il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission è distribuito
da Fandango Distribuzione
Cinefilos.it offre
la possibilità di vedere al cinema, gratis, Il muto di
Gallura, il nuovo film di Matteo Fresi.
Ecco le città e le sale in cui sarà possibile partecipare alle
anteprime:
ROMA – MULTISALA LUX
Giovedì 31 marzo – 20 biglietti (10 x 2)
Venerdì 1 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 40 biglietti (20 x 2)
ROMA – CINEMA GREENWICH
Giovedì 31 marzo – 20 biglietti (10 x 2)
Venerdì 1 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 40 biglietti (20 x 2)
TORINO – CINEMA GREENWICH
Giovedì 31 marzo – 10 biglietti (5 x 2)
Venerdì 1 aprile – 10 biglietti (5 x 2)
Sabato 2 aprile – 30 biglietti (15 x 2)
Domenica 3 aprile – 30 biglietti (15 x
2)
MILANO – ANTEO PALAZZO DEL CINEMA
Giovedì 31 marzo – 10 biglietti (5 x 2)
Sabato 2 aprile – 20 biglietti (10 x 2)
Domenica 3 aprile – 20 biglietti (10 x 2)
I biglietti saranno validi per
qualsiasi spettacolo indicato e potranno essere richiesti, fino ad
esaurimento, inviando una email a [email protected] in cui andranno
specificati il giorno in cui si intende utilizzare
i biglietti e un secondo giorno alternativo nel
caso per il giorno prescelto non ci sia più disponibilità di
posto.
Gli orari delle proiezioni andranno consultati direttamente sui
siti dei cinema.
È di fondamentale importanza che nell’email venga evidenziato
che si sta chiedendo l’invito via CINEFILOS.
I biglietti potranno essere ritirati direttamente alla cassa dei
cinema presentando la email di conferma ricevuta unitamente ad un
documento di identità ed al Green Pass.
Cinefilos.it offre
la possibilità di vedere al cinema, gratis, Il muto di
Gallura, il nuovo film di Matteo Fresi.
Ecco le città in cui sarà possibile partecipare alle proiezioni di
Aprile:
I biglietti saranno validi per
qualsiasi spettacolo indicato e potranno essere richiesti, fino ad
esaurimento, inviando una email a [email protected] in cui andranno
specificati il giorno in cui si intende utilizzare
i biglietti e un secondo giorno alternativo nel
caso per il giorno prescelto non ci sia più disponibilità di
posto.
Gli orari delle proiezioni andranno consultati direttamente sui
siti dei cinema.
È di fondamentale importanza che nell’email venga evidenziato
che si sta chiedendo l’invito via CINEFILOS.
I biglietti potranno essere ritirati direttamente alla cassa dei
cinema presentando la email di conferma ricevuta unitamente ad un
documento di identità ed al Green Pass.
La serie drammatica turca di
Netflix, Il Museo
dell’Innocenza, basata sull’omonimo romanzo del
premio Nobel Orhan Pamuk e ambientata nella Istanbul degli anni
’70, ruota attorno alla disperazione e alla devozione di un giovane
uomo. Kemal Basmacı, il figlio più giovane di una famiglia
proprietaria di un’azienda tessile d’esportazione, era innamorato
di Sibel, appartenente alla ricca borghesia di cui anche Kemal
faceva parte.
Gli anni ’70 furono caratterizzati
da uno scontro tra stili di vita occidentali e conservatori, e
persone come Kemal e Sibel erano orgogliose della loro mentalità
occidentale. Avevano avuto rapporti prima del matrimonio; Sibel era
convinta che si sarebbero sposati, quindi “andare fino in fondo”
era per lei una dimostrazione di fiducia totale. Kemal era felice
con lei, almeno finché non incontrò la sua lontana cugina, Fusun.
Non erano parenti di sangue, e Fusun e la sua famiglia non erano
benestanti come Kemal. Per via della loro posizione sociale non
venivano invitati a ricevimenti eleganti, ma questo cambiò quando
Kemal si ossessionò per la diciottenne.
Kemal aveva trent’anni quando
incontrò Fusun; la trovava di una bellezza mozzafiato e fu attratto
dalla sua innocenza. Iniziarono presto a incontrarsi
nell’appartamento secondario di lui, dove vivevano la loro
relazione senza pensieri. Tuttavia, tutto cambiò drasticamente dopo
il fidanzamento ufficiale di Kemal con Sibel. Fusun prese le
distanze, lasciando Kemal depresso e malinconico.
Di seguito analizziamo
nel dettaglio il finale di Il Museo dell’Innocenza
– Attenzione: spoiler
La morte di Fusun è stata un
suicidio?
Dopo aver inseguito Fusun per otto
anni, Kemal stava finalmente per sposarla. Dalla rottura del
fidanzamento con Sibel (che aveva cercato di sopportarlo il più
possibile) al divorzio di Fusun dal marito Feridun, entrambi
avevano attraversato molte difficoltà. Kemal era felice che Fusun
avesse finalmente compreso che erano destinati a stare insieme.
Ma Kemal era così concentrato sul
“premio” da non cogliere la tristezza negli occhi di Fusun. Sua
madre gli aveva detto che c’era qualcosa di misterioso in lei, ma
lui non vi aveva dato peso. Fusun aveva chiesto di non avere
rapporti fisici prima del matrimonio e sperava di viaggiare in
Europa prima delle nozze. Kemal era disposto a concederle
tutto.
Durante le pratiche per passaporto
e visto, Fusun si rese conto di quanto fosse complicato per
“persone come lei”, prive di influenza o capitale sociale. Si sentì
umiliata quando le chiesero se fosse disoccupata. Le fu ricordato
che non poteva viaggiare all’estero senza qualcuno come Kemal al
suo fianco. Decise di rinunciare, ma Kemal usò le sue conoscenze
per ottenere il visto.
La prima sera di viaggio si
fermarono in un hotel. Fusun, splendida in un elegante abito rosso,
lasciò Kemal senza fiato. Lui le chiese ufficialmente di fidanzarsi
e le infilò un anello al dito. Più tardi passarono la notte
insieme.
Il mattino seguente, Kemal trovò
Fusun seduta vicino a un campo di girasoli. Era infastidita dal
fatto che lui la chiamasse “ragazzina”: temeva che la vedesse
ancora come la giovane commessa vulnerabile di un tempo. Amava
Kemal per ciò che aveva fatto per lei, ma aveva anche capito che
era proprio lui la ragione per cui non aveva potuto vivere
liberamente.
Il suo sogno era
diventare attrice. Kemal le disse con leggerezza che un giorno
sarebbe successo, ma lei sapeva che non era vero. Era stato proprio
lui a sabotare la sua carriera, influenzando il marito-regista
affinché non la scegliesse per un film finanziato da Kemal
stesso.
La discussione degenerò. Fusun,
ferita e furiosa, accusò Kemal di averle distrutto la vita. Quando
lui insinuò che fosse troppo insicura per fare qualcosa senza un
uomo potente accanto, lei si sentì profondamente umiliata. Chiese
di guidare lei.
Accelerò fino a 150 km/h; nel
tentativo di evitare un cane, l’auto si schiantò contro un albero
in un campo di girasoli. Kemal fu salvato, ma Fusun morì sul
colpo.
Non è chiaro se sia stato un
suicidio deliberato. Non sembrava voler colpire l’albero
intenzionalmente, ma era travolta da rabbia e delusione. Forse una
parte di lei voleva porre fine alla propria sofferenza. La sua
vita, già complessa per via della sua origine sociale nella
Istanbul degli anni ’70, era diventata ancora più complicata con
l’ossessione di Kemal.
Temeva di diventare come Belkıs,
donna affascinante ammirata nei salotti mondani ma mai considerata
degna di matrimonio. Voleva indipendenza, ma sapeva che Kemal
l’avrebbe seguita ovunque. Non voleva vivere come un’estensione
della sua volontà. Forse la morte fu, consapevolmente o meno,
l’unica via di fuga.
Cosa simboleggia il campo di
girasoli?
La prima volta che fecero l’amore,
Fusun disse che, chiudendo gli occhi, immaginava un campo di
girasoli: simbolo di gioia e felicità. Nel finale, però, nemmeno la
vista reale dei girasoli riesce a lenire la sua frustrazione.
Il campo rappresenta il passare del
tempo. Fusun non era più la ragazza di un tempo; i suoi sogni erano
cambiati. Kemal, invece, era rimasto ancorato al passato. Quando
l’auto travolge i girasoli, è come se anche la gioia della loro
relazione venisse distrutta.
Qual è il significato
degli orecchini?
Nel finale, Fusun chiede a Kemal se
abbia notato gli orecchini che indossa. Sono quelli persi anni
prima nel suo appartamento. Lui non li riconosce.
Per lei è la prova che Kemal la
desidera fisicamente ma non la vede davvero. Aveva sperato di
sorprenderlo indossandoli; la sua indifferenza la ferisce
profondamente.
Dopo l’incidente, Kemal trova gli
orecchini nella sua stanza e comprende troppo tardi il loro valore
simbolico. Forse si chiede se, prestando più attenzione, le cose
sarebbero andate diversamente.
Perché Kemal costruisce il
museo?
Dopo la morte di Fusun, Kemal
viaggia in Europa e rimane colpito dai piccoli musei che raccontano
storie personali. Decide che gli oggetti raccolti negli anni —
oltre quattromila mozziconi di sigaretta fumati da Fusun, la sua
spazzola, piccoli oggetti sottratti dalla sua casa — possono
raccontare la loro storia.
Costruisce un museo che non solo
conserva il ricordo di lei, ma gli permette di vivere circondato
dalla sua presenza. In un certo senso, la morte di Fusun lo libera
dall’angoscia di perderla: ora lei è fissata per sempre nel
passato, immutabile, “sua” come gli oggetti esposti.
Chiede a Orhan Pamuk di scrivere la
sua storia con sincerità. Trent’anni dopo, incontra Sibel a Milano:
lei è sposata e madre di due figlie. Non parlano molto, ma è
evidente che entrambi ricordano ciò che è stato.
Nella scena finale, Orhan riceve la
notizia che Kemal è morto d’infarto a 62 anni, nella sua stanza al
Grand Hotel di Milano, stringendo una fotografia in bianco e nero
di Fusun. Aveva chiesto che si dicesse ai lettori che aveva vissuto
una vita felice.
Forse era vero. O forse era
un’illusione a cui aveva scelto di credere con tutte le sue
forze.
Netflix ha lanciato una nuova serie da guardare in
binge watching. Composta da 9 episodi, questa serie imperdibile è
l’adattamento di un romanzo acclamato, pieno di passione, amore
proibito e romanticismo che diventa un’ossessione.
La nuova serie di Netflix
Il Museo dell’Innocenza è uscita venerdì
13 febbraio, giusto in tempo per San Valentino. La serie drammatica
romantica è ambientata nella Istanbul degli anni ’70, dove un uomo
ricco di nome Kemal si innamora perdutamente di una bellissima
ragazza di nome Füsun, che incontra un giorno entrando in un
negozio.
Ciò che si dipana è una storia
d’amore appassionata che si trasforma in un’ossessione per tutta la
vita per Kemal, che si fissa così tanto su Füsun da collezionare
ogni suo oggetto su cui riesce a mettere le mani, compresi oggetti
insignificanti come i mozziconi di sigaretta. Descrivendo gli
estremi dell’ossessione di Kemal, Il Museo
dell’Innocenza è una storia d’amore fuori controllo,
simile al nuovo film Cime Tempestose.
Il Museo
dell’Innocenza è un adattamento del celebre romanzo
omonimo, scritto da Orhan Pamuk. La storia
attraversa decenni e attraversa diversi cambiamenti culturali in
Turchia, mentre Kemal fa di tutto tranne che scrollarsi di dosso i
suoi sentimenti per Füsun. La loro storia d’amore destinata a
fallire consuma Kemal nella serie, che raffigura il sottile confine
tra una sana adorazione e un’ossessione tossica, persino
inquietante.
Perché guardare Il
Museo dell’Innocenza
Lontano da una commedia romantica
tradizionale o nostalgica, questa serie offre uno sguardo complesso
su come l’amore possa creare felicità ma anche trasformarsi in una
forza autodistruttiva.
Capolavori straordinari che
raccontano la storia della Spagna e di un intero
continente. Ci troviamo in uno dei templi dell’arte mondiale,
un luogo di memoria e uno specchio del presente con 1700 opere
esposte e un tesoro di altre 7000 conservate. Una collezione che
racconta le vicende di re, regine, dinastie, guerre, sconfitte,
vittorie. Ma anche la storia dei sentimenti e delle emozioni degli
uomini e delle donne di ieri e di oggi, lei cui vite sono
intrecciate a quella del museo: regnanti, pittori, artisti,
architetti, collezionisti, curatori, intellettuali, visitatori.
In questo 2019 che ne celebra il
duecentesimo anniversario, raccontare il Prado di
Madrid dal giorno della sua “fondazione” – quel 19 novembre
1819 in cui per la prima volta si parlò di Museo Real
de Pinturas – significa percorrere non solo questi ultimi 200
anni, ma almeno sei secoli di storia, perché la vita della
collezione del Prado ha inizio con la nascita della Spagna come
nazione e con il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di
Castiglia. Un’unione che sancisce l’avvio del grande impero
spagnolo. Eppure, per molto tempo nel corso dei secoli, la pittura
è stata una lingua universale, che non ha conosciuto frontiere. E
se c’è un museo dove si rende evidente che la pittura non è stata
toccata dai nazionalismi, questo è proprio il Prado, con le sue
collezioni eclettiche e sfaccettate capaci di raccontare come
l’arte non abbia passaporti limitanti, ma sia al contrario un
viatico universale in grado di comprendere e raccontare i pensieri
e i sentimenti degli esseri umani.
Per questo protagonisti de
IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE MERAVIGLIE sono
i suoi capolavori, i grandi maestri che li hanno realizzati, le
teste coronate che li hanno raccolti, ma anche l’ispirazione
europea e libertaria di un museo che è uno scrigno di tesori e di
storie. È questo il fil rouge che si snoda nel nuovo
docu-film scritto da Sabina Fedeli e diretto da Valeria Parisi, una
produzione 3D Produzioni e Nexo Digital in
collaborazione con il Museo del Prado, con il
sostegno di Intesa Sanpaolo e con la partecipazione di SKY
Arte. IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE DELLE
MERAVIGLIE, nuovo appuntamento del progetto della Grande
Arte al Cinema in arrivo nelle sale italiane solo per tre giorni,
15, 16, 17 aprile (elenco a breve su www.nexodigital.it), vede tra
l’altro una novità d’eccezione: la partecipazione
straordinaria del Premio Oscar®Jeremy Irons (ll mistero Von Bulow,
Il danno, Mission, Io ballo da sola, La casa degli spiriti, La
Corrispondenza…), che guiderà gli spettatori alla scoperta di
un patrimonio di bellezza e di arte a partire dal Salon de
Reinos, un’architettura volutamente spoglia che si anima di
vita, luci, proiezioni, riportando il visitatore al glorioso
passato della monarchia spagnola e al Siglo de Oro quando
alle pareti erano appesi molti dei capolavori oggi esposti al
Prado. Allora in questo spazio si danzava, si svolgevano feste e
spettacoli teatrali. Questo era uno dei cuori pulsanti di Madrid e
della Spagna intera, così come lo furono il Barrio de las
Letras, dove abitavano scrittori e artisti del Siglo de
Oro, e, nel Novecento, la Residencia de Estudiantes,
dove si incontravano gli intellettuali della Generazione del ‘27,
da Buñuel a Lorca sino a Dalí.
I dipinti del Prado riflettono
un’epopea unica nel suo genere, che ha dato origine ad uno dei
musei più importanti del mondo. Una raccolta “fatta più con il
cuore che con la ragione”; perché re e regine hanno scelto solo ciò
che amavano. Un inventario di gusto e di piacere che narra vicende
pubbliche, dinastie, porporati, guerre e coalizioni. E un
inventario di questioni private: un matrimonio, una tavola
imbandita, la pazzia di una regina. È un intreccio di teste
coronate, hidalgos, majas y caballeros, tutti con le loro
vite, le loro verità, i loro messaggi. È la storia di un’epoca di
grande mecenatismo, di amore dei monarchi spagnoli per i grandi
maestri, come Goya, presente al Prado con un
corpus ricchissimo di oltre novecento opere, compresi gran parte
dei disegni e delle lettere, come la corrispondenza con l’amico
d’infanzia Martin Zapater. L’arte di Goya ha influenzato molti
artisti moderni. Come nel caso di 3 maggio 1808, dipinto
che narra l’effetto della rivolta degli spagnoli contro l’esercito
francese. Un’opera che diventerà simbolo di tutte le guerre e che
ispirerà Picasso per la sua
Guernica. Come Picasso, anche Dalì e Garcia Lorca
rimasero ammaliati dal museo mentre lo scrittore e pittore Antonio
Saura, che tornava qui di continuo per calarsi nell’atmosfera di un
ambiente magico, definì il Prado “un tesoro di intensità”.
Dunque, un’arte che illumina il presente e che ci interroga:
che cosa è stato il Museo del Prado in questi duecento
anni, che cos’è oggi e che cosa continuerà a rappresentare per le
generazioni future questo museo vivo, questo museo che è
stato un faro per tutti gli spagnoli nei momenti bui della
dittatura, una patria a cui tornare per artisti e intellettuali in
esilio?
L’obiettivo delle autrici è stato
dunque quello di raccontare non solo la bellezza formale e il
fascino della collezione del Prado ma anche quanto attuali siano i
temi trattati dalle opere esposte, capaci di narrare attraverso la
storia dell’arte, anche quella della società, coi suoi ideali, i
suoi pregiudizi, i vizi, le nuove concezioni, le scoperte
scientifiche, la psicologia umana, le mode.
IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE
DELLE MERAVIGLIE non è solo la narrazione delle sue
straordinarie opere, che saranno il cuore del documentario, ma
anche il paesaggio delle architetture Reali che sono state teatro e
custodi della nascita e dello sviluppo delle collezioni d’arte. Un
patrimonio universale che comprende non soltanto le opere di
Vélazquez, Rubens,
Tiziano, Mantegna,
Bosch, Goya, El
Greco conservate al Prado, ma anche
l’Escorial, Pantheon dei reali, il Palazzo
Reale di Madrid, il Convento de Las Descalzas
Reales, il Salon de Reinos. Un affresco
che contrappone interni ed esterni, quadri e palazzi, pennellate e
giardini. La nascita del Museo del Prado è una storia avvincente.
Nel 1785 Carlo III di Borbone, incaricò
l’architetto di corte Juan de Villanueva di
disegnare un edificio per ospitare il Gabinete de Historia Natural.
Non lo diventerà mai. L’edificio verrà infatti trasformato nel
Museo che oggi conosciamo. Camminare in questo luogo di bellezza,
significa lasciarsi stupire, snidare pregiudizi e contraddizioni,
scoprire i miti e i simboli di un mondo meraviglioso, a volte
rivoluzionario. Significa confrontarsi con se stessi, attraverso la
storia dell’arte. Significa rimanere estasiati di fronte a
capolavori come la deposizione del fiammingo Van der Weyden,
l’Adamo ed Eva di Tiziano, le pitture nere dell’ultimo
Goya, Les Meninas di Vélasquez (“L’aria contenuta
ne Las Meninas è l’aria di migliore qualità che
esista”, sentenziò Dalì), le figure ritorte, allungate, fuori
dagli schemi di El Greco, Il giardino delle delizie di
Bosch, che risveglia nei visitatori di qualsiasi nazionalità e di
qualsiasi cultura, curiosità, aspettativa, attenzione, o l’opera
della fiamminga Clara Peters, che ha il coraggio di dipingere dei
micro-autoritratti all’interno delle sue tele e rivendicare il
ruolo femminile dell’arte o ancora la Donna barbuta di
Ribera, dove una donna con il volto coperto da una folta barba
allatta al seno il neonato che porta in braccio.
Lo sviluppo del docu-film intreccerà
quindi alla narrazione d’arte anche lo studio dell’architettura e
l’analisi di preziosi materiali d’archivio e verrà
scandita dalle testimonianze dei vari esperti del
Museo intervistati: Miguel Falomir, Direttore del Prado, e i
Conservatori Andrés Úbeda de los Cobos, Vicedirettore Conservazione
Museo del Prado; Javier Portús, Curatore Capo Pittura Spagnola fino
al 1800 Museo del Prado, Manuela Mena, Conservatore Capo
Pittura 1800 e Goya Museo del Prado; Enrique Quintana,
Coordinatore Capo Conservazione Museo del Prado; Alejandro Vergara,
Conservatore Capo Pittura Fiamminga fino al 1700 e Scuole Nord
Europa Museo del Prado; Almudena Sánchez, Restauratrice pittura
Museo del Prado; Leticia Ruiz, Capo Dipartimento Pittura Spagnola
fino al 1700 Museo del Prado; José Manuel Matilla,
Conservatore Capo Stampe e Disegni Museo del Prado; José de
la Fuente, Restauratore Tavole Pittura Lignea Museo del
Prado. Inoltre, interverranno Lord Norman Foster, architetto del
progetto del Salón de Reinos (premio Priztker), Helena Pimenta,
Direttrice della Compañía Nacional de Teatro Clásico di Madrid;
Laura Garcia Lorca, Presidente della Fondazione intitolata allo
zio, il poeta Federico Garcia Lorca; Marina Saura, attrice e figlia
del Pittore Antonio Saura; Olga Pericet, ballerina; Pilar Pequeno, fotografa.
IL MUSEO DEL PRADO. LA CORTE
DELLE MERAVIGLIE è prodotto da 3D Produzioni e da Nexo
Digital in collaborazione con il Museo del Prado con il sostegno di
Intesa Sanpaolo e in collaborazione con SKY Arte. Sarà nelle sale
solo il 15, 16, 17 aprile. Si ringraziano per la generosa
partecipazione Patrimonio Nacional e Madrid Destino per le riprese
realizzate in Spagna. La Grande Arte al Cinema è un progetto
originale ed esclusivo di Nexo Digital. Nel 2019 la Grande Arte al
Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con
i media partner Radio Capital, Sky Arte e MYmovies.it.
Filippo Macelloni, nella foto
quello senza il cappello, è uno dei due registi italiani che dopo
una lavorazione di più di due anni ha portato in sala due mesi fa
insieme a Lorenzo Garzella,
Subito dopo la proiezione del film
Il mundial dimenticato, Lorenzo Garzella e Filippo
Macelloni, registi e sceneggiatori del film, incontrano la
stampa.
Molte delle domande ovviamente
vertono sul sottile filo sul quale corre il film, tra realtà e
finzione, e sono gli stessi autori a sottolineare più volte come
spesso l’opera venga fraintesa e creduta veramente un
documentario.
In Il Mundial
Dimenticato tra il 1938 e il 1950 le manifestazioni
sportive si fermano per la seconda guerra mondiale. Così fa anche
il calcio, che quindi non fa disputare i mondiali nel 1942 e nel
1946. Anche se, da un racconto di Osvaldo Soriano, sembra trapelare
un’altra verità: nel 1942 nella terra lontanissima di Patagonia,
nel sud dell’Argentina, si sono disputati i mondiali di calcio, con
alcune squadre europee, e la squadra dei Mapuche, gli indios
argentini. Questa “scoperta” solletica la curiosità di Lorenzo
Garzella e Filippo Macelloni, documentaristi esperti, e con un
interesse particolare per il calcio giocato, visto che
precedentemente avevano realizzato documentari sui Mondiali e
alcune monografie di atleti, che partono per andare a vedere se
tutto fosse solo un’intuizione geniale dello scrittore o
celasse un minimo di verità.
Il quantitativo minimo di realtà di
Il Mundial Dimenticato, che è un mockumentary in
piena regola, risiede nella spontaneità degli intervistati,
vecchietti che ricordano i bei tempi, e che magari avrebbero
davvero voluto che invece della guerra, ci si disputasse la
supremazia tra nazioni giocando per la coppa Rimet. L’inganno è
perfetto e ben calibrato, tanto che ricorda un’altra opera che è
addirittura stata selezionata prima a Cannes e poi nella cinquina
degli Oscar per il miglior documentario, Exit through the
gift shop, del celebre street artist di cui nessuno ha mai
visto il volto, il britannico Banksy. In quel caso però, il
mockumentary attorno allo street artist francese inventato era un
mezzo per portare in scena un vero documentario sulla street art e
vedere all’opera artisti come Obey, Space Invader
e lo stesso Banksy.
In questo caso il mockumentary è
perfettamente ricostruito: filmati di repertorio, alcuni targati
Istituto Luce, per gentile concessione, alcuni ex
atleti accondiscendenti che hanno dissertato sul metodo Mapuche,
diventato anche un video viral sul web ad opera dell’agenzia
pubblicitaria Tbwa che ha ingaggiato Gianluigi Buffon, prestatosi
con un visibile divertimento a raccontare quanto questo metodo lo
avesse aiutato ad esempio durante i mondiali in Germania. Insomma,
Il mundial dimenticato è una vera opera
dell’ingegno, studiata a tavolino, con molto materiale e molti
argomenti; il calcio infatti è un pretesto per parlare ad esempio
delle popolazioni Mapuche, una minoranza etnica con una lunga
storia alle spalle sia in Cile che in Argentina, di cinema perchè
ha un ruolo molto importante per lo sviluppo della storia il
ritrovamento delle bobine di quello che fu l’operatore dei
mondiali.
C’è quindi, come dicono i registi,
una “messa in scena” di un documentario, un racconto della realtà
reso film di finzione. Un’opera crossmediale e moderna che mette in
gioco tutte le nuove tecniche di comunicazione e messa in scena, il
film è stato girato totalmente in digitale e non è stato ancora
“gonfiato” in pellicola, quindi gli effetti di invecchiamento e di
adeguamento del materiale moderno ad un cinegiornale degli anni ’30
sono un risultato della lavorazione in postproduzione momento in
cui si è inserito anche un contributo in grafica 3D nel film.
Insomma un piccolo film che racchiude in sé molti film, un paio di
generi e qualche decennio di tecnica cinematografica, un mix
riuscito che svela soprattutto la passione e l’amore per il
racconto cinematografico dei due registi.
Nuovo remake in arrivo prodotto da
Warner Bros. e Jerry Bruckheimer: stavolta sarà Il Mucchio
Selvaggio di Sam Pekinpah a essere riadattato per il
grande schermo con la regia di Mel
Gibson, a quanto pare già legato al progetto come riporta in
esclusiva Deadline. Nel cast dovrebbero arrivare Michael Fassbender,
Peter Dinklage e Jamie
Foxx, attualmente in trattative per interpretare i
protagonisti.
La sceneggiatura è stata curata da
Bryan Bagby, mentre da Cannes si attendono le prime offerte di
mercato per iniziare le riprese il prossimo autunno. Questa sarebbe
la sesta regia per Gibson, che torna dietro la macchina da presa a
tre anni dall’ultimo lavoro, Hacksaw Ridge,
candidato al premio Oscar come Miglior Film e Miglior Regista.
Uscito nel 1969, Il Mucchio
Selvaggio figura nella lista dei dieci migliori western
della storia del cinema. La trama segue il bandito Pike Bishop e la
sua banda mentre svaligiano la banca della ferrovia, e un gruppo di
tagliagole capeggiato da un ex membro del mucchio, che uccide i
fuorilegge e si lancia all’inseguimento dei superstiti. Dopo aver
scoperto di essere caduti in una trappola (il bottino è infatti
costituito solo da rondelle di acciaio), e braccati dai loro
inseguitori, i personaggi arrivano in Messico e si legano ad un
villaggio dove vive la famiglia di un componente del mucchio…
Sarà l’attore Will
Smith a produrre con Jerry Weintraub
il remake di Il
Mucchio selvaggio di Sam
Peckinpah, il capolavoro western che ha fatto la storia
del cinema. Will Smith come prevedibile sarà anche
il protagonista del film, quasi sicuramente interpreterà Wild
Bunch anche se non c’è ancora una notizia ufficiale in merito.
Il nuovo adattamento viene descritto come un moderno remake che
coinvolge i cartelli della droga a sud del confine e racconterà di
un agente della Dea in disgrazia che mette insieme un gruppo di
uomini per perseguire un boss della droga messicano.
Per coloro che non conoscono il
film originale Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch) è un film
statunitense del 1969, diretto da Sam Peckinpah. Il film (che buona
parte della critica statunitense considera tra i 10 migliori
western di sempre) divenne famoso non tanto per l’eccellente cast
(William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Warren Oates per
citarne alcuni) o per la storia truculenta e “sporca” dei
protagonisti, quanto per la scena finale del massacro. Nel 1999 è
stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della
Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Il film è tratto da un
racconto di Roy N. Sickner, attore e stuntman. La sceneggiatura fu
scritta da Walon Green, poi riscritta da Sam Peckinpah stesso. Dal
1995 è disponibile in home video una versione director’s cut.
Nell’edizione italiana le scene inedite non sono state sottoposte
ad un doppiaggio con nuove voci ma semplicemente sottotitolate.
Trama:
Il bandito Pike Bishop e la sua
banda svaligiano la banca della ferrovia. Un gruppo di tagliagole
capeggiato da un ex appartenente al mucchio, ingaggiato da un
dirigente della ferrovia, decima i fuorilegge e si lancia
all’inseguimento dei superstiti.
Dopo aver scoperto di essere caduti
in una trappola (il bottino sono delle rondelle di acciaio), e
sempre inseguiti dai loro cacciatori, sconfinano in Messico e
raggiungono un villaggio dove vive la famiglia di un componente del
mucchio.
Alla testa di cinque uomini Pike
raggiunge poi la città messicana di Agua Verde, dove si trova
l’esercito che combatte contro Pancho Villa. Il capo delle
truppe, Mapache, auto-nominatosi generale, propone a Pike di
impadronirsi di un carico di armi dell’esercito USA in
cambio di diecimila dollari.
L’impresa va a segno. Mapache però
si avvede che uno dei banditi ha rubato una cassa di armi per sé,
proprio allo scopo di rifornire il suo villaggio sostenitore di
Pancho Villa. Scatta automaticamente la tortura, e quindi
l’omicidio. Per vendicare il sodale ucciso, Pike e gli altri
ingaggiano la celebre sparatoria finale.
Netflix
rilascia trailer ufficiale e nuove immagini de “Il
Mostro”, la serie tv in 4 episodi diretta da
Stefano Sollima, creata da Leonardo Fasoli e Stefano
Sollima, che sarà presentata in anteprima Fuori Concorso alla 82ª
Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, prima di
arrivare solo su Netflix dal 22 ottobre, in concomitanza con
il 10° anniversario dell’arrivo del servizio in Italia.
Con queste parole, il
regista Stefano Sollima presenta Il Mostro: L’orrore, per essere
davvero raccontato, va attraversato, non aggirato e la storia, per
arrivare con chiarezza, senza sposare una tesi, deve cominciare
dall’inizio. Riportare con onestà, con rispetto e con rigore deve
ancora avere un senso. Non per risolvere, non per capire, ma solo
per ricordare. Un modo per restare accanto a chi è rimasto lì, per
sempre nella notte.
Composta da quattro
episodi, la serie ritorna alle origini del caso del Mostro di
Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle
inchieste più lunghe e controverse della storia italiana. Un
racconto che attraversa documenti, ipotesi e piste ancora oggi
oggetto di dibattito, ripercorrendo nel particolare quella nota
come “pista sarda”.
La serie tv, una
produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e
AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina
Gardini, vede tra i suoi interpreti Marco Bullitta, Valentino
Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio
Tintis e Giordano Mannu.
La trama di Il
Mostro
Otto duplici omicidi.
Diciassette anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta
calibro 22. Una delle più lunghe e complesse indagini italiane sul
primo e più brutale serial killer della storia del Paese: il Mostro
di Firenze. Questa storia è stata ricostruita sulla base dei
procedimenti e delle indagini ancora in corso. In una storia dove i
mostri possibili, nel corso del tempo e delle indagini, sono stati
molti, il nostro racconto esplora proprio loro, i possibili mostri,
dal loro punto di vista. Perché il mostro, alla fine, potrebbe
essere chiunque.
Presentata Fuori
Concorso – Serie alla Mostra del Cinema di Venezia, Il
Mostro di Stefano Sollima arriva su Netflix dal 22
ottobre con il peso di una delle vicende più oscure della storia
italiana. Otto duplici omicidi, diciassette anni di terrore,
un’arma sempre uguale: la Beretta calibro 22. È
l’epopea nera del Mostro di Firenze, il primo e più brutale serial
killer italiano, un caso giudiziario che ancora oggi rimane
irrisolto e avvolto in un alone di mistero e ossessione
collettiva.
Il Mostro: una serie
senza risposte
Sollima affronta il
materiale con una scelta radicale: non offrire una verità, non
chiudere la vicenda dentro la cornice rassicurante di una soluzione
narrativa. L’intento dichiarato è quello di esplorare i “possibili
mostri”, seguendo le diverse piste investigative che nel corso
degli anni si sono moltiplicate, contraddette, sovrapposte.
Il risultato è una
narrazione a diagramma, che procede come una mappa complessa di
sospetti, ipotesi e teorie. Ogni episodio non si limita a
ricostruire l’indagine, ma si cala dentro le vite degli indiziati,
mostrando le loro fragilità, i contesti familiari, i rapporti con
la provincia toscana degli anni ’70 e ’80. In questo modo il
“mostro” smette di essere un’entità singola e diventa piuttosto uno
specchio frantumato, una possibilità inscritta in chiunque.
Sollima racconta
l’orrore ma non cade nella morbosità
Nelle note di regia,
Sollima parla di “confronto con l’orrore”, e la serie restituisce
esattamente questa sensazione. Ogni dettaglio pesa, ogni
ricostruzione ha il sapore della responsabilità. Non c’è
compiacimento nello sguardo, né gusto voyeuristico per il sangue o
per la spettacolarizzazione del crimine. Il Mostro
sceglie una via difficile: raccontare senza attenuare, ma anche
senza indulgere.
La messa in scena
bilancia rigore e inquietudine: i paesaggi rurali toscani, le
strade di campagna, le case isolate restituiscono un’Italia di
provincia che è insieme familiare e perturbante. È in questo
ambiente che la violenza si insinua, diventando parte integrante
del tessuto sociale, e non un evento estraneo o
incomprensibile.
Uno degli aspetti più
interessanti della serie è il suo sguardo sul contesto sociale e
culturale del Paese. La cronaca nera diventa la porta d’accesso per
raccontare le contraddizioni di un’Italia che si illudeva di essere
moderna e sicura, ma che in realtà nascondeva misoginia, violenze
domestiche, paure ataviche.
Attraverso i sospetti e i
loro mondi, Il Mostro mette in luce un contesto dove
la condizione femminile è segnata da sottomissioni e silenzi, dove
le famiglie diventano luoghi di oppressione, e dove il crimine non
appare come un’eccezione assoluta ma come l’estrema conseguenza di
un sistema culturale. È qui che la serie trova la sua dimensione
più contemporanea: un rimando, un legame tematico con i femminicidi
di oggi, che continuano a ricordarci quanto poco sia cambiato,
nonostante la distanza temporale.
(Credits Emanuela Scarpa Netflix)
L’ossessione di un
racconto
Il regista, insieme a
Leonardo Fasoli, ha dichiarato di aver divorato fascicoli
giudiziari e atti processuali fino a farne un’ossessione. Da questa
immersione nasce la decisione più coraggiosa: non semplificare, non
scegliere una tesi, ma accogliere tutte le piste e restituirle con
onestà narrativa. È un metodo che ricorda quello investigativo –
seguire l’arma, il modus operandi – ma applicato alla scrittura e
alla regia.
Sollima conferma la
sua capacità di unire rigore documentario e tensione
drammatica. Dopo aver raccontato la criminalità organizzata e
il potere politico, con Il Mostro si spinge nel territorio
più rischioso: quello in cui il male non ha volto, e proprio per
questo diventa universale.
Il Mostro
è un racconto inquieto, frammentario, volutamente aperto,
che non risolve ma rilancia le domande. La sua forza sta nel
trasformare un fatto di cronaca in un dispositivo di riflessione
sull’Italia, sulle sue paure, sulle sue colpe collettive.
Sollima evita il
sensazionalismo e firma una miniserie cupa e rigorosa, che non cede
alla facile tentazione del true crime come intrattenimento, ma
affronta l’orrore attraversandolo con rispetto. Non per spiegare,
forse neanche per capire, ma per ricordare. E per ricordarci che,
come suggerisce il titolo, il mostro potrebbe essere chiunque.
Netflix annuncia
che “Il Mostro”, la serie tv in 4 episodi diretta
da Stefano Sollima, creata da Leonardo Fasoli e
Stefano Sollima, che racconta Il Mostro di Firenze, arriverà solo
su Netflix dal 22 ottobre, in concomitanza con il 10°
anniversario dell’arrivo del servizio in Italia.
La serie tv, una
produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e
AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina
Gardini, vede tra i suoi interpreti Marco Bullitta, Valentino
Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio
Tintis e Giordano Mannu.
La trama di Il
Mostro
Otto duplici omicidi.
Diciassette anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta
calibro 22. Una delle più lunghe e complesse indagini italiane sul
primo e più brutale serial killer della storia del Paese: il Mostro
di Firenze. Questa storia è stata ricostruita sulla base dei
procedimenti e delle indagini ancora in corso. In una storia dove i
mostri possibili, nel corso del tempo e delle indagini, sono stati
molti, il nostro racconto esplora proprio loro, i possibili mostri,
dal loro punto di vista. Perché il mostro, alla fine, potrebbe
essere chiunque.
CREDITS:
Data
di uscita: dal 22 ottobre solo su Netflix
Regia
di Stefano Sollima
Una
Produzione The Apartment – società del gruppo Fremantle – e
AlterEgo
Prodotto da Lorenzo Mieli, Stefano Sollima e Gina Gardini
Una
serie creata da Leonardo Fasoli e Stefano Sollima
Cast:
Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone,
Giacomo Fadda, Antonio Tintis e Giordano Mannu.
Al via le riprese de Il
Mostro, la serie tv Originale Netflix in 4
episodi diretta da Stefano Sollima, creata da
Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, una produzione
The Apartment – società del gruppo Fremantle – e
AlterEgo, prodotta da Lorenzo Mieli e Stefano Sollima, in arrivo
prossimamente solo su Netflix.
Di cosa parlerà il Il Mostro
diStefano Sollima
Otto duplici omicidi. Diciassette
anni di terrore. Sempre la stessa arma. Una beretta calibro 22. Una
delle più lunghe e complesse indagini italiane sul primo e più
brutale serial killer della storia del Paese: Il Mostro di
Firenze. Una serie basata su fatti realmente accaduti,
testimonianze dirette, atti processuali e inchieste giornalistiche.
Tutto terribilmente vero. Perché crediamo che il racconto della
verità, e solo quello, sia l’unico modo per rendere giustizia alle
vittime. In una storia dove i mostri possibili, nel corso del tempo
e delle indagini, sono stati molti, il nostro racconto esplora
proprio loro, i possibili mostri, dal loro punto di vista. Perché
il mostro, alla fine, potrebbe essere chiunque.
Il mostro
è la serie tv italiana Netflix che racconta una serie di
raccapriccianti omicidi avvenuti in Italia, nella regione di
Firenze, nell’arco di 17 anni. Il killer, soprannominato “Il
mostro”, prende di mira giovani coppie in auto, terrorizzandole e
uccidendole senza pietà. Man mano che il numero delle vittime
aumenta, la polizia si impegna nella caccia a questo killer
enigmatico e sfuggente.
La
serie (la
nostra recensione) offre molteplici punti di vista dei
personaggi direttamente o indirettamente coinvolti nelle indagini,
esplorando il modo in cui il Mostro prendeva di mira le donne e le
potenziali motivazioni dietro questi atti. Coprendo un arco
temporale che va dagli anni ’50 agli anni ’80, la serie
approfondisce decenni di segreti, inganni e violenze, mentre le
forze dell’ordine e le altre parti interessate si sforzano di
smascherare l’assassino. Mentre la narrazione giunge alla
conclusione, i poliziotti cercano di fermare immediatamente gli
omicidi e la verità sul killer rimane nell’ombra. SPOILER IN
ARRIVO.
Cosa succede ne Il Mostro?
La narrazione inizia il 19 giugno
1982 a Baccaiano di Montespertoli, Firenze. Paolo e la sua ragazza
parcheggiano sul ciglio della strada per un momento di intimità, ma
vengono brutalmente uccisi a colpi di pistola da un uomo mascherato
vestito di nero. La ragazza muore, ma il team medico arriva e trova
Paolo ancora vivo. La polizia arriva sulla scena e si rende conto
che un assassino ha colpito di nuovo, prendendo di mira
specificamente le donne. L’assistente procuratore distrettuale
Silvia Della Monica conforta i genitori della vittima femminile
quando arrivano sulla scena. Un poliziotto di nome Vincenzo rivela
che anche il ragazzo non è sopravvissuto. Silvia dichiara
falsamente alla stampa che “Il Mostro” ha colpito ancora, ma Paolo,
in punto di morte, ha fornito una descrizione dettagliata del suo
aspetto fisico. Silvia trova modalità operative simili in casi
passati risalenti al 1974 e al 1981, ma decide di indagare
ulteriormente per trovare altri indizi.
Gli omicidi indicano l’uccisione di
coppie e rituali eseguiti sulle parti pubiche delle donne. Viene
stabilito un collegamento con un caso avvenuto a Signa nel 1968, in
cui gli amanti Barbara Locci e Antonio Lo Bianco furono uccisi in
un’auto con una pistola simile. La polizia decide di indagare su
Stefano Mele, colui che ha confessato di aver ucciso sua moglie
Barbara e il suo amante Antonio. Nel 1960, Stefano e Barbara
affittarono una delle stanze della loro casa a Salvatore, che provò
un interesse sessuale per quest’ultima. Nel 1968, Barbara e il suo
amante, Antonio, hanno un rapporto intimo in auto, mentre il figlio
piccolo di lei, Natalino, è ancora nel veicolo. I due amanti
vengono seguiti e uccisi da un uomo mascherato durante un atto
intimo, ma il bambino viene lasciato in vita. Nel 1967, Francesco,
il fratello di Salvatore, si interessa a Barbara, dando inizio a
una relazione.
Nonostante Stefano scopra la
relazione, Francesco e Barbara continuano a frequentarsi. Nel 1982,
Francesco, teso, lascia la sua casa e guida fino a una zona isolata
per nascondere la sua auto. La polizia perquisisce la sua casa dopo
essere stata fatta entrare dalla moglie. Viene arrestato dalla
polizia, che lo interroga su Paolo e Antonella. Egli nega di essere
coinvolto, ma la polizia fa intervenire Stefano, che accusa
pubblicamente Francesco di aver ucciso Barbara. Il procuratore
distrettuale Silvia lo interroga sul suo passato, compresa
l’aggressione alla moglie. La moglie di Francesco fornisce un alibi
al marito per la notte della morte di Barbara. Francesco viene
incarcerato per gli omicidi. La narrazione si sposta al 1983 a
Giogoli, Firenze, dove una coppia gay tedesca viene brutalmente
uccisa a colpi di pistola da un uomo mascherato, indicando che il
Mostro è ancora a piede libero.
Nel 1984, la polizia si reca a casa
dei Mele, dove interroga sia Giovanni, il fratello di Stefano, che
Stefano stesso. Quando viene interrogato, Giovanni nega di essere
il Mostro, ma la polizia si rende conto che non ha un alibi. La
polizia sostiene che Giovanni abbia costretto Stefano a fuorviare
la polizia dichiarandosi colpevole dell’omicidio e poi indicando
Francesco per distogliere l’attenzione dalla famiglia. Giovanni e
Piero vengono incarcerati perché sospettati di essere coinvolti
nell’omicidio di Barbara. Il 29 luglio 1984, a Boschetta, una
coppia si abbandona a un rapporto intimo in una zona appartata
dell’auto. Vengono brutalmente uccisi da un uomo mascherato, che
poi taglia via la zona pubica della ragazza. Il Mostro sembra
essere ancora a piede libero.
La polizia si rende conto che
Natalino è l’unico ad aver visto l’assassino in tutti questi anni.
Viene portato sulla scena dell’omicidio di sua madre per vedere
cosa riesce a ricordare. Dice alla polizia che ha solo raccontato
ciò che gli era stato insegnato in passato. La sua memoria torna
alla notte dell’omicidio, dove si scopre che in realtà ha visto
qualcuno nascosto dietro un cespuglio. La polizia bussa alla porta
di Salvatore Vinci e setaccia il posto alla ricerca di indizi.
Trovano alcune riviste oscene, una corda e vestiti macchiati di
sangue, insieme a vestiti con residui di polvere da sparo. Trovano
anche una torcia simile a quella portata dal Mostro.
Chi è il Mostro?
Il Mostro – Miniserie – 2025 – Credits: Emanuela
Scarpa/Netflix
Il mistero centrale della serie è
l’identità dell’assassino conosciuto solo come “Il Mostro”. I
poliziotti e le altre parti interessate spingono oltre i loro
limiti per restringere il campo delle possibili identità
dell’assassino. Sebbene la narrazione non riveli esplicitamente
l’identità dell’assassino, suggerisce alcune possibilità su chi
potrebbe essere. Vale la pena notare che gli eventi della serie si
svolgono da diverse prospettive e nessuna di esse può essere
considerata attendibile. Sembra che il candidato più probabile in
questo caso, secondo la trama, sia Salvatore, il fratello di
Francesco. Nel 1958, Salvatore torna a casa dopo il servizio
militare.
Sembra avere una relazione con un
ragazzo di nome Sasà, per cui suo padre lo ridicolizza. Salvatore è
costretto a perseguire invece la sorella del suo amante. La
aggredisce sessualmente per dimostrare la sua “virilità”, il che la
porta a rimanere incinta. Nel 1959, perseguita le coppie nei boschi
e ha problemi con la sorella del suo amante, Barbarina. Lui
sostiene di possederla, ma lei si rifiuta di accettarlo. Nel 1960,
a Signa, Salvatore affitta una stanza da Stefano e Barbara. Prende
l’abitudine di guardarli mentre fanno sesso, ma Stefano non mostra
alcuna esitazione nell’essere osservato. Più tardi, Salvatore e
Stefano hanno un rapporto orale. Salvatore minaccia Barbara e le
dice di non rivelare a nessuno la sua relazione con Stefano.
Barbara ammette di essere incinta, dopodiché Salvatore se ne va,
perché si sente a disagio.
Nel 1974 Salvatore trascorre del
tempo con sua moglie, Rosina Massa. Ha problemi nella sua vita
coniugale. Costringe sua moglie a fare sesso con uno sconosciuto in
modo da poter praticare il voyeurismo. Rosina trova difficile
sostenere il suo matrimonio. Salvatore lavora come riparatore e un
giorno, quando torna a casa, scopre che sua moglie e i suoi figli
se ne sono andati. Si arrabbia e poi perseguita una coppia in
macchina, uccidendoli. Nel 1968, Salvatore cerca di convincere
Barbara che lui “la possiede”, ma lei rifiuta, dicendo che
preferisce Francesco. Salvatore convince quindi Stefano che sua
moglie deve essere uccisa. I due uomini seguono l’auto e uccidono
gli amanti. L’avvocato con i poliziotti deduce che ogni volta che
Rosina lasciava Salvatore, il Mostro uccideva delle persone.
Quando le viene chiesto del 1968,
Rosina dice che suo marito non era con lei la notte dell’omicidio
di Barbara e Antonio. Gli dicono che tutti i crimini del Mostro
sono stati commessi usando una Beretta calibro 22, serie 70, e che
undici di queste pistole sono state vendute nella città natale di
Salvatore, Villacidro. Una delle undici pistole non viene mai
ritrovata e si dice che appartenga a un parente di Salvatore
emigrato nei Paesi Bassi. Questi indizi, insieme al fatto che gli
omicidi sono cessati dopo la sua comparizione in tribunale,
indicano in parte che potrebbe essere lui il Mostro. Anche altre
persone potrebbero essere l’enigmatico assassino. Il fratello di
Stefano, Giovanni Mele, spicca in questo caso per la sua ossessione
di controllo sul corpo delle donne.
Nel 1968, Giovanni vede Barbara e
Francesco durante un appuntamento. La famiglia insulta Stefano per
il comportamento di sua moglie e Giovanni dice al fratello che sua
moglie deve essere uccisa. Giovanni, Piero e Stefano seguono
Barbara e Antonio in macchina. Poi, Giovanni spara agli amanti.
Stefano accetta di essere condannato all’ergastolo dopo essere
stato costretto dal fratello. Nel 1984 porta la sua ragazza nel
luogo in cui una coppia è stata uccisa nel 1974 e ricrea gli
omicidi con un coltello finto. Dimostra di conoscere molto bene
l’omicidio del passato. La sua ragazza gli chiede di accompagnarla
a casa, ma lui risponde che prima deve andare in un altro posto.
Parcheggia l’auto vicino a un cimitero e cerca di avere un rapporto
intimo con la sua ragazza, Iolanda, che però rifiuta. Lui si
allontana, ma lei nota una corda e delle riviste per adulti nel
bagagliaio della sua auto.
Iolanda scappa immediatamente e si
mette in salvo prima che Giovanni la veda. Va dalla polizia e dice
loro che Giovanni potrebbe essere l’assassino. Questi indizi
suggeriscono la possibilità che anche Giovanni possa essere il
Mostro. Nella vita reale, sia Giovanni che Salvatore sono stati
interrogati dalla polizia per il loro possibile coinvolgimento
negli omicidi, ma sono stati rilasciati perché gli omicidi sono
continuati mentre erano sotto il controllo della polizia. Pertanto,
l’identità del Mostro è un segreto che potrebbe non essere mai
svelato, anche se la serie presenta prove convincenti a carico di
Salvatore e Giovanni.
Perché Salvatore è libero?
(Credits Emanuela Scarpa Netflix)
La polizia dice che Salvatore è
ufficialmente indagato per l’omicidio della sua prima moglie,
Barbarina, nel 1960. Si scopre che nel 1960 Salvatore, la sua
amante Sasà e un altro uomo hanno trovato Barbarina morta per
suicidio. Nel 1988, alla Corte d’Assise, Stefano viene chiamato a
testimoniare. Dice di non ricordare i dettagli su se Salvatore
abbia confessato o meno l’omicidio della sua prima moglie,
Barbarina. Salvatore esce dal tribunale da uomo libero per mancanza
di prove. Verso la fine della serie, viene rivelato attraverso
delle scritte sullo schermo che Salvatore è scomparso nel 1988 e
nessuno lo ha più visto. Salvatore viene poi visto andare in una
vecchia casa e più tardi camminare di notte con una torcia frontale
nello stile del Mostro.
La mancanza di prove e il rifiuto
di Stefano di rilasciare dichiarazioni contro il suo ex amante,
Salvatore, sono stati i motivi principali che gli hanno permesso di
ottenere la libertà. Nonostante il suo possibile coinvolgimento in
crimini brutali, in particolare stupro e omicidio, se la cava
semplicemente perché le circostanze gli sono favorevoli. Si può
dire che la polizia non sia riuscita ad arrivare al nocciolo
dell’indagine, motivo per cui non c’erano prove utilizzabili contro
Salvatore. L’ossessione sessuale di Stefano per Salvatore rende
anche possibile che quest’ultimo abbia una sorta di controllo sul
primo.
Pietro Pacciani è una persona di
interesse?
(Credits Emanuela Scarpa Netflix)
Nel 1985, un uomo sconosciuto
scrive alla polizia per interrogare un concittadino nato a Vicchio.
L’uomo dice che l’individuo è stato incarcerato per quindici anni
per l’omicidio della sua ragazza ed è molto talentuoso e scaltro.
La lettera anonima afferma anche che è un contadino con grandi
scarpe e un intelletto ancora più grande, e che l’uomo tiene sotto
controllo sua moglie e i suoi figli, non permettendo loro di
uscire. Il nome dell’uomo viene rivelato essere Pietro Pacciani. La
narrazione si conclude a questo punto, lasciando il destino di
Pietro in sospeso. Il fatto che Pietro abbia una storia di istinti
e atti violenti rende probabile che possa essere una persona di
interesse.
Sebbene non sia stato approfondito
nella serie, nella vita reale, nel 1994, Pietro è stato condannato
per l’omicidio di sette coppie. La sua condanna è stata annullata e
è stato ordinato un nuovo processo. La polizia sospettò quindi di
un gruppo guidato da Pietro, ma questi morì prima del secondo
processo. Pertanto, i parallelismi tra la serie e la realtà ci
dicono che Pietro divenne effettivamente una persona di interesse
nelle indagini sul Mostro. Nella serie non viene rivelato molto
sulle sue convinzioni, ma il fatto che tratti le donne in modo
controllante e cerchi di esercitare il suo dominio dimostra che
potrebbe avere motivi reali per commettere gli omicidi.
Chi ha ucciso Barbara?
Perché?
Sebbene il Mostro abbia ucciso
diverse donne durante la sua vita, il caso di Barbara è centrale
nel mistero della serie. La sua morte è vista da molteplici
prospettive, il che suggerisce che il suo vero assassino potrebbe
essere uno dei diversi potenziali protagonisti. La risposta più
ovvia in questo caso è Francesco. Nel 1982, dopo essersi riunito
con suo figlio, Stefano rivela che Francesco ha effettivamente
ucciso sua moglie a causa della relazione sentimentale di Barbara
con Antonio. Il fatto che Francesco si sia sentito tradito a causa
della relazione di Barbara con Antonio dimostra che aveva un motivo
valido per ucciderla. La moglie di Francesco denuncia il marito per
tradimento, portando al suo arresto. Stefano parla con Salvatore e
gli chiede di tornare a vivere in casa, causando il panico in
Barbara. Sei mesi dopo, Francesco viene rilasciato dal carcere e
Salvatore gli dice che si è “divertito” con Barbara.
Questo provoca una frattura tra
Francesco e Barbara. Francesco costringe Stefano ad accompagnarlo
in auto per seguire Barbara e Antonio. Poi spara agli amanti e
costringe Stefano a sparare di nuovo. Queste versioni dei fatti
suggeriscono che Francesco potrebbe essere l’assassino, ma potrebbe
anche essere stata un’idea di Stefano, che potrebbe essere
diventato un marito geloso. È anche possibile che Barbara sia stata
uccisa da Giovanni o Salvatore. Come accennato in precedenza, anche
i due uomini hanno forti motivazioni per uccidere Barbara. Giovanni
la ucciderebbe per orgoglio familiare, mentre Salvatore la
ucciderebbe per un contorto senso di possesso sul suo corpo e sulla
sua anima. Pertanto, il piccolo mistero dell’omicidio di Barbara,
nel quadro più ampio dell’identità del Mostro, rimane irrisolto.
Tuttavia, si può presumere che Francesco avesse un legame più
profondo con Barbara rispetto agli altri, il che lo rende il killer
più probabile.
Perché gli omicidi sono cessati
nel 1988?
Verso la fine della serie, viene
rivelato attraverso alcune battute sullo schermo che Salvatore è
scomparso nel 1988 e che nessuno lo ha più visto. Questo porta alla
fine degli omicidi del Mostro, che non si sono mai più verificati.
Tuttavia, le battute dicono che potrebbe trattarsi solo di una
coincidenza. Non ci sono prove che suggeriscano che la scomparsa di
Salvatore abbia portato direttamente alla fine degli omicidi del
Mostro. Si può presumere che l’assassino abbia perso la motivazione
a continuare a uccidere intorno al 1988. Poiché non è possibile
provare che Salvatore sia il Mostro, non è nemmeno possibile
provare che gli omicidi siano cessati a causa della sua scomparsa.
Altri potrebbero essere il Mostro, ma probabilmente hanno smesso di
uccidere per motivi diversi. Il vero assassino potrebbe aver
scoperto che la vita familiare era più importante o potrebbe anche
aver sviluppato un problema di salute che lo ha costretto ad
abbandonare il suo modus operandi.
Il fatto che le indagini reali sul
crimine siano continuate ben oltre il 1988 dimostra che l’enigma
dell’assassino era ancora vivo. Poiché il vero assassino non è
stato arrestato, è anche possibile che sia morto nel corso del
1985, motivo per cui gli omicidi sono cessati improvvisamente.
Pertanto, non è possibile individuare con esattezza il motivo alla
base della fine del massacro nel 1985. Tuttavia, l’attenzione della
serie sulla trama di Salvatore verso la fine, così come sulla sua
scomparsa, potrebbe suggerire che egli sia effettivamente
l’assassino. Anche se così fosse, non c’è una ragione definitiva
dietro la sua decisione improvvisa di non commettere più omicidi.
Pertanto, come suggerisce la serie, potrebbe trattarsi solo di una
coincidenza.
Il mostro della laguna
nera è il film cult del 1954 diretto da Jack
Arnold con protagonisti nel cast di Richard
Carlson, Julie Adams, Richard Denning, Antonio Moreno, Nestor
Paiva, Whit Bissell, Bernie Gozier e Henry A.
Escalante.
Anno: 1954
Regia: Jack
Arnold
Cast: Richard
Carlson, Julie Adams, Richard Denning, Antonio Moreno, Nestor
Paiva, Whit Bissell, Bernie Gozier, Henry A. Escalante.
L’ombra
della minaccia nucleare, il costante stato d’ansia dovuto alla
possibile diffusione di radiazioni d’ogni tipo, partorirono,
durante gli anni cinquanta, un campionario ricchissimo di creature
che presero vita sui grandi schermi dell’epoca: tra ragni giganti,
mostri ed alieni, il genere horror/fantascientifico conobbe uno dei
suoi periodi più floridi, producendo pellicole che avrebbero
influenzato tutto il cinema di genere successivo.
Il mostro della laguna
nera diretto da Jack Arnold, regista di punta di un certo
cinema d’intrattenimento spesso sostenuto da budget limitati,
rappresenta una delle opere più celebri di quel periodo. La vicenda
narra di una spedizione di paleontologia lungo il Rio delle
Amazzoni e della conseguente scoperta, da parte di un gruppo di
scienziati, di una laguna rimasta immutata sin dalla preistoria,
abitata da un terribile esemplare di uomo-pesce
che non tarderà a seminare il panico.
Il mostro della laguna
nera
Da questa semplice premessa
assistiamo allo svolgersi di una caccia al mostro esotica che
rappresenta un gioiello di ritmo, regia ed innovazione: girato in
bianco e nero ed in formato stereoscopico, uno dei primi ad
utilizzare una tecnologia 3D, il film è tutt’oggi in grado di
sorprendere per l’incredibile perizia tecnica utilizzata nelle
riprese sott’acqua, durante cui la creatura, impersonata da ben tre
attori differenti (il subacqueo Ricou Browning, Ben
Chapman e lo stuntman Tom Hennessy), è
mostrata in tutta la naturalezza del suo habitat, perfettamente
credibile nelle sue movenze animali, nonostante il costume di gomma
e lattice utilizzato possa strappare, al giorno d’oggi, qualche
sorriso.
Tra
imprudenti nuotate nella laguna in un primo momento e scienziati
interessati alla cattura del mostro dopo, il film calibra
perfettamente l’alternarsi di sequenze di tensione ad altre
caratterizzate da una sottile ironia, utilizzate per descrivere una
serie di personaggi sì macchiettistici, ma tutti funzionali allo
svolgersi della trama: dalla ragazza in pericolo, oggetto primario
del desiderio del mostro, al capo della spedizione interessato alla
creatura, passando poi per il goliardico capitano
dell’imbarcazione, sino alla psicologia tutta eroica del
ricercatore il cui unico fine, come in ogni classico di genere che
si rispetti, diverrà presto l’eliminazione della creatura e la
salvezza della donna. Gli attori, tutti perfettamente calati nelle
loro parti, offrono prove del tutto convincenti, aiutati da ruoli
talmente ben scritti e delineati che donano alle loro performance,
e all’intera pellicola, quell’aria da cult senza tempo che solo i
grandi classici possono vantare.
La visione di questo piccolo grande
film è obbligatoria per chiunque voglia assaporare un modo di fare
cinema che, solo in apparenza, risulta datato: tra gli infiniti
clichè rintracciabili nella pellicola, difatti, si nascondo trucchi
e trovate che quasi sempre gli horror odierni saccheggiano,
utilizzandoli però in maniera ben più irritante e mediocre.
Netflix rilascia il teaser trailer del nuovo di
Il mostro dei mari, film d’animazione Il mostro
dei mari, che debutterà venerdì 8 luglio in tutti i Paesi in cui il
servizio è attivo.
Con la regia del premio
Oscar Chris Williams (Oceania,
Big Hero 6, Bolt: un
eroe a quattro zampe), Il mostro dei
mari conduce lo spettatore ai confini del mondo, dove ha
inizio la vera avventura.
Il mostro dei mari, la trama
In un’epoca in cui
creature terrificanti solcano i mari, i cacciatori di mostri sono
considerati veri e propri eroi. E il grande Jacob Holland è di
certo il più osannato. Ma quando la giovane Maisie Brumble
s’imbarca clandestinamente sulla sua nave leggendaria, l’uomo trova
a sorpresa un’alleata. Insieme intraprendono un viaggio epico in
acque inesplorate ed entrano nella storia.
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Netflix è il più grande
servizio di intrattenimento in streaming del mondo, con 222 milioni
di abbonati paganti in oltre 190 paesi che accedono a un ampio e
variegato catalogo di serie TV, documentari, film e giochi per
dispositivi mobili in numerose lingue. Gli abbonati possono
guardare tutto ciò che vogliono in qualsiasi momento, ovunque e su
ogni schermo connesso a Internet. Possono mettere in pausa e
riprendere la visione a piacimento, senza interruzioni
pubblicitarie e senza impegno.
La recensione de
Il Mostro dei Mari parte dalle suggestioni che il film
Netflix,
disponibile dall’8 luglio sulla piattaforma, risveglia: i film
di kaijū, l’avventura, le storie di bucanieri, di
cacciatori di mostri, sulla scia del leggendario Capitano
Achab. Tutti questi elementi sono stati nella testa del
piccolo Chris Williams, regista cresciuto alla
mensa Disney e ora adottato dalla piattaforma della N
rossa che gli ha dato carta bianca per la realizzazione
della sua avventura.
Il Mostro dei Mari, la
storia
La storia è quella di
Jacob, un giovane aspirante Capitano che serve sulla Inevitabile,
il vascello di Capitan Crow e flagello dei mostri marini che
affliggono le coste del Regno. Siamo in un mondo marinaresco che
ricorda molto l’epoca delle grandi conquiste, nel XVII secolo,
quando a bordo di enormi navi si sfidavano i mari per scoprire
nuove terre. In questo caso il mare si solca per abbattere le
creature che lo popolano, enormi bestie variopinte e assetate di
sangue. L’ossessione di Capitan Crow e di Jacob è la Furia Rossa,
un enorme e spaventosa creatura marina che più volte è sfuggita
alla cattura o all’uccisione. Mentre l’Inevitabile salpa per una
missione che deve essere quella definitiva, per incarico reale, si
intrufola a bordo Maisie, un’orfana, figlia di due cacciatori di
mostri, morti nel naufragio della Monarca, che desidera a tutti i
costi prendere parte a queste avventure.
Il Mostro dei Mari è un’avventura
divertente e molto colorata, che mescola uno stile tendente al
realistico con uno più smaccatamente di matrice
Dreamworks. Non sono pochi gli echi delle creature
di Dragon Trainer nel film, infatti, dal momento
che entrambi i titoli condividono il direttore artistico
Woonyoung Jung e il produttore Jed
Schlanger. Questa eco costante dà la sensazione di essere
in territorio protetto, dato l’amore che il pubblico nutre per la
saga Dreamworks, ma dà anche qualche indicazione
su quello che sarà lo sviluppo della trama. Ebbene, il film Netflix
non tradisce le intuizioni dei più svegli e diventa un’ode
all’accettazione e alla comprensione, allo sfidare le regole se
queste difendono un sistema sbagliato e ad essere sempre presenti a
se stessi e alle proprie idee. La piccola Maisie è una
rivoluzionaria, in questo, e dimostra di avere una mente aperta e
un cuore coraggioso, perché non si spaventa di difendere la realtà,
per quanto assurda e bizzarra possa sembrare.
Un film che si muove in
superficie
La scenografia del film è
essenziale, non troppo caratterizzata né ricca e lo svolgimento
della storia è piuttosto semplice, anche se questo non rappresenta
per forza un difetto. Vero è che Il Mostro dei
Mari si muove in superficie e offre un messaggio
didascalico, per quanto importante, designandosi come un prodotto
destinato ad una singola lettura, appunto superficiale, e
tendenzialmente a un pubblico molto giovane.
Il Mostro dei
Mari è tutto sommato
un film divertente ma che lascia davvero poco e fa di un colpo
di scena telefonato il momento di maggiore interesse della storia.
I personaggi sono amabili e l’azione concitata e divertente,
tuttavia il film è piuttosto modesto e derivativo, addirittura
sciatto nel design delle creature marine, la cui particolarità si
esaurisce con la prima bestia con cui hanno a che fare i nostri
protagonisti per poi sgonfiarsi completamente anche rispetto alla
Furia Rossa (che persino nel nome, non solo nel design, comunque
molto inferiore, ricorda lo Sdentato di Dragon Trainer).
La recensione de
Il Mostro dei Mari non può essere del tutto negativa,
perché non renderebbe giustizia al lavoro di Williams e della sua
squadra, tuttavia, quello che di interessante c’è nel film, da un
punto di vista delle influenze e dei riferimenti, impallidisce di
fronte alla prevedibilità della trama e alla sciatteria della messa
in scena, per quanto il messaggio di cui si fa portatore il film
sia nobile.
Netflix ha appena rilasciato trailer
e poster de Il mostro dei mari, il nuovo film
d’animazione con la regia del premio Oscar Chris
Williams, in arrivo solo su Netflix davenerdì 8 luglio in tutti i Paesi in cui il
servizio è attivo.
La versione italiana del film sarà
impreziosita al doppiaggio da Diego Abatantuono,
che presta la voce al Capitano Crow, Claudio Santamaria, che interpreta il
coraggioso cacciatore di mostri Jacob Holland, e
Giulia Stabile, ballerina e vincitrice della ventesima edizione di
Amici di Maria De Filippi, con un cameo vocale nei panni
della giovane Vedetta dell’Inevitabile, la più famosa nave
da caccia.
In un’epoca in cui creature
terrificanti solcano i mari, i cacciatori di mostri sono
considerati veri e propri eroi. E il grande Jacob Holland è di
certo il più osannato. Ma quando la giovane Maisie Brumble
s’imbarca clandestinamente sulla sua nave leggendaria, l’uomo trova
a sorpresa un’alleata. Insieme intraprendono un viaggio epico in
acque inesplorate ed entrano nella storia.
Con la regia del premio Oscar
Chris Williams (Oceania, Big Hero
6, Bolt: un eroe a quattro zampe), “Il mostro dei
mari” conduce lo spettatore ai confini del mondo, dove ha
inizio la vera avventura.
NECA (la National Entertainment
Collectibles Association) ha condiviso un’anteprima di un
nuovissimo giocattolo ispirato al mostro di La Cosa di John Carpenter. Il
classico del genere horror ha debuttato nel 1982 ed è stato
ispirato dal romanzo di John W Campbell JrWho
Goes There?, uscito oltre quattro decenni prima. Con Kurt Russell nel ruolo del protagonista
principale R.J. MacReady, la storia segue un
gruppo di ricercatori in Antartide che scoprono un organismo alieno
parassita che assorbe e imita qualunque forma di vita incontri.
Ora, in un post di NECA, i fan de
La Cosa hanno potuto dare una prima occhiata a
un nuovo oggetto da collezione ispirato al famoso horror
fantascientifico. Condividendo due possibili iterazioni del cane da
slitta affetto dal parassita del film, i giocattoli presentano le
grottesche appendici mutanti e la carne sanguinolenta associate al
classico mostro. Il post rileva che si tratta di un lavoro in corso
ed entrambe le figure sono attualmente in attesa di approvazione da
parte del detenente licenza.
La tana del bianconiglio non è mai
stata così lontana dall’idea fiabesca che Carroll racconta in
Alice nel Paese delle Meraviglie. Ci sono però
tante somiglianze: il nome di una delle protagoniste di Il
morso del coniglio, Alice, la sorella del personaggio di
Sarah (interpretato da Sarah Snook) scomparsa quando erano piccole.
Ma anche il tema della tana, del nascondiglio, e di questo piccolo
coniglio bianco che si aggira per casa. Il film di Diana Reid con i suoi colpi di scena ha
guadagnato il primo posto nella classifica dei più visti di
Netflix.
In Il morso del
coniglio Sarah è una ginecologa e vive con sua figlia
Mia (Lily
LaTorre) dell’età di sette anni. Dopo aver subito un
grave lutto in seguito alla morte del padre, il personaggio di
Sarah Snook si trova in difficoltà a gestire
anche le semplici cose di vita quotidiana come preparare i pancake
per il compleanno della figlia. Da questo compleanno, quando Mia
compie sette anni, le cose iniziano a peggiorare. Il clima di
tensione è esacerbato dalle continue richieste della figlia che
sostiene di chiamarsi Alice.
Il morso del coniglio, la
trama
Elaborazione del lutto,
traumi sepolti, sensi di colpa e il tema della maternità. In
Il morso del coniglio c’è molta carne al fuoco che
cerca di portare sullo schermo con l’aiuto di una brillante
interpretazione di Sarah Snook, che può bastare fino a un certo
punto. Sarah sta vivendo un momento complicato della sua vita dove,
la morte del padre, l’ha devastata aprendo in lei ferite che
pensava di aver chiuso da tempo. Nella vita di
Sarah e Mia altre figure di
contorno più o meno fondamentali come l’ex marito,
Pete (interpretato da Damon
Herriman) e la compagna.
Quando ancora siamo nelle fasi
iniziali del film, quando la premessa ancora non è stata gettata
davanti agli occhi dello spettatore, capiamo subito un dettaglio
fondamentale per il personaggio di Sarah. L’ex
marito e la compagna le annunciano di voler avere un bambino quando
lei non ha mai voluto che Mia avesse un fratello o
una sorella. Da qui in poi si iniziano a scoprire le carte e
veniamo a conoscenza del passato misterioso di
Sarah per cui anche la figlia Mia adesso, dal
nulla, inizia a chiedere spiegazioni. C’è un motivo per cui Sarah
non ha mai voluto un altro figlio, un trauma sepolto nel suo
passato in quella tana del bianconiglio che è la sua mente.
Chi sono?
Un semplice gioco, mettere le mani
sugli occhi di una persona per farle sentire la tua presenza. Un
semplice gioco che per Sarah ormai è stato portato
all’estremo. Sua figlia Mia si trasforma in una
sconosciuta mentre realtà e soprannaturale si mischiano e fondo in
Il morso del coniglio. Stiamo quasi per scoprire
il colpo di scena finale ma nel frattempo nel lungo viaggio di
ricordi che Mia costringe Sarah a
fare tutto è nero e confuso. Ci trasferiamo in aperta campagna
dove, in una casa solitaria circondata da un fitto bosco, abitava
una piccola Sarah insieme alla sua famiglia. Lì gli atteggiamenti
di Mia iniziano a esasperarsi: fa i dispetti, le
compaiono misteriosi lividi e le esce sangue dal naso
continuamente. Sarah non sa più come gestire la figlia a poco a
poco anche la sua salute mentale inizia a venire meno. Mentre cerca
di aiutare la figlia il suo grosso bagaglio sepolto nella sua mente
riaffiora.
Arriviamo nel momento in cui la
sorella Alice è scomparsa e le immagini di una
giovane Sarah, di Mia, di
Alice e della Sarah adulta si sovrappongono fino a
mostrare allo spettatore quello che è successo realmente il giorno
in cui Alice scompare. Il morso del coniglio di
per sé è molto dinamico ma anche riflessivo: lascia allo spettatore
il tempo di meditare sulle scene, di guardare le vecchie fotografie
insieme alle protagoniste. Ma quando è il momento si carica di
tensione e vitalità con una telecamera dinamica che inquadra
Sarah e Mia in un inquietante
gioco con delle forbici in mano.
La tana del bianconiglio
La scena finale di Il morso del
coniglio lascia tantissimi punti interrogativi in sospeso. Il
destino di Mia è lasciato alle speculazioni e chiacchiere post
film. La tana del bianconiglio cosa è in realtà: la mente di Sarah
vittima dei suoi stessi problemi e traumi del passato che ha
lasciato sedimentare. Ma mentre la mente di Sarah di deteriora,
vede Mia allontanarsi mano nella mano con Alice. Una spiegazione
anche soprannaturale che toglie però il fulcro del racconto dal
thriller psicologico che però regge fino a un
certo punto del film. Le motivazioni che portano Sarah al crollo
sono legate all’elaborazione del lutto per il padre, un pilastro
nella sua vita.
Il morso del
coniglio presenta alcuni elementi tipici del genere,
rincorrendo lo spettatore come il coniglio di Alice nel
Paese delle Meraviglie, ma costringendolo a entrare nella
sua tana in modo da ritrovarsi a fare i conti con sé stessi.
Nel catalogo di Netflix è arrivato, dal 28 giugno, il film
Il morso del coniglio, thriller
psicologico diretto da DainaReid, recentemente distintasi per aver diretto
alcuni episodi delle serie The Handmaid’s Tale e Shining
Girls, a partire da una sceneggiatura di Hannah
Kent. Si tratta di un film che sin da quando è stato
annunciato ha generato molta curiosità per via delle sue premesse –
una madre dal passato problematico alle prese con una figlia che
manifesta inquietanti comportamenti – ma anche per via della
presenza dell’attrice Sarah Snooke, reduce dal
successo della serie Succession, da poco
conclusasi. Un titolo dunque, particolarmente appetibile
all’interno del catalogo della piattaforma.
Chi ha apprezzato thriller
psicologici presenti su Netflix come La donna alla finestra, Tin & Tina o L’apparenza delle cose,
troverà dunque in Il morso del coniglio pane per i propri
denti. Ancora una volta, infatti, questo genere si dimostra ideale
per riflettere su tematiche inerenti la complessità della mente e
dell’esistenza umana. Con Il morso del coniglio, nello
specifico, ci si ritrova davanti ad una storia che riflette sulle
cicatrici lasciate dai traumi e dai lutti passati, mostrando
l’effetto che essi possono avere se non correttamente risolti. Il
film si rivela dunque essere una specie di incubo sulla difficoltà
di elaborare il lutto. Naturalmente il tema viene presentato
attraverso una serie di eventi e simboli che richiedono una loro
spiegazione.
La trama e il cast di Il morso del coniglio
Prima però ecco alcuni dettagli
sulla trama e il cast: protagonista del film è la dottoressa
Sarah, che si occupa di aiutare coppie con
problemi di fertilità. Quando sua figlia Mia
compie sette anni, la stessa età a cui morì la sorella di Sarah,
Alice, la bambina inizia a manifestare strani
comportamenti. Inoltre, la donna vede spesso un coniglio fuori
dalla loro porta di casa, che pare sia un misterioso regalo donato
a Mia, ma nel quale sua madre trova qualcosa di sinistro. I giorni
passano e la bambina continua ad apparire sempre più diversa dal
solito, arrivando infine a dire a sua madre di essere Alice. È così
che Sarah si ritroverà a sfidare i suoi stessi valori, mentre un
fantasma del passato irromperà nella sua vita e la donna dovrà
lottare per tenere sua figlia con sé.
A guidare il cast del film vi è
l’attrice Sarah Snook, celebre per la
serie Succession, che interpreta Sarah. Per il
ruolo era in realtà originariamente stata scelta l’attrice Elisabeth Moss,
che ha però dovuto rinunciare per via di altri impegni.
Lily LaTorre interpreta invece la figlia di sette
anni di Sarah, Mia, debuttando così come attrice in un
lungometraggio. L’attore australiano Damon
Herriman recita invece nei panni di Peter, ex marito di
Sarah e padre di Mia. L’attrice Greta Scacchi,
nota per i film I protagonisti, Presunto innocente e
Prova schiacciante, recita invece nei panni di Joan, madre
di Sarah con cui la protagonista ha un brutto rapporto.
Il morso del coniglio: la spiegazione del finale
Il finale di Il
morso del coniglio ha una serie di elementi piuttosto
ambigui che richiedono qualche spiegazione. Ecco di seguito, punto
per punto, un’analisi del significato del film alla luce dei suoi
risvolti conclusivi.
Cosa è successo ad Alice?
Per tutto il film, l’assenza di
Alice incombe sulle interazioni di Sarah con Mia. Questo diventa
ancor più evidente quando la bambina inizia a sostenere di essere
Alice. Verso la fine del film, Sarah sperimenta quindi una crisi
psicotica che mostra in piccoli flash ciò che è realmente accaduto
ad Alice. Da giovane Sarah aveva rinchiuso Alice in un armadietto
nella stalla. Quando riapre la porta, Alice le urla contro e
stringe le mani intorno al collo di Sarah. Quest’ultima per
liberarsi afferra una trappola per conigli e colpisce Alice in
testa. In stato di shock, Alice inizia a scappare da Sarah. Sarah
insegue Alice attraverso un campo fino a una scogliera. Qui, Sarah
spinge Alice giù dal dirupo.
La scena finale di Il morso del coniglio è stata tutta
un’allucinazione?
Alla fine del film, Mia decide di
seguire il suo coniglio bianco. Sarah vede allora alla finestra Mia
che cammina con un’altra ragazza verso la scogliera vicino alla
casa. La sconosciuta si rivela essere Alice. Sarah inizia allora a
bussare alla finestra e a urlare, ma le due continuano ad
allontanarsi. Due teorie principali possono spiegare la scena
finale del film: la sequenza è un’allucinazione causata dal crollo
psicologico di Sarah; Alice potrebbe realmente comparire come
fantasma e possedere Mia, in cerca di vendetta per il suo omicidio.
Il film, tuttavia, è pubblicizzato come un thriller non
paranormale. In nessun momento i fantasmi o gli spiriti vengono
proposti come argomento del film. La prima opzione risulta dunque
la più probabile.
Il senso della realtà di Sarah
Per tutta la prima metà di Il
morso del coniglio ci sono indizi che portano a pensare che
Sarah stia solo immaginando i comportamenti di Mia, di cui né la
bambina né chiunque altro sembrano accorgersi. Nella seconda metà
del film, l’instabilità mentale di Sarah diventa più pronunciata ed
esplicita. Le ferite a Mia iniziano a scomparire dopo che Sarah le
nota, o ancora le foto tolte dai muri, riappaiono lì dov’erano.
Inoltre, Sarah inizia a sentire dei colpi che la portano a un
armadietto nella stalla. Quindi inizia a rivivere gli eventi della
morte di sua sorella. Quando alla fine cerca Mia con il suo ex
marito, ha allucinazioni di Mia annegata nell’acqua. Alla fine del
film, Sarah è dunque una donna senza più alcun legame con la
realtà.
Ha realizzato Sarah quei disegni inquietanti?
Sebbene Sarah incolpi Mia per i
disegni inquietanti trovati sui compiti e sul libro della
biblioteca, Il morso del coniglio include una scena verso
la fine in cui un’adulta Sarah disegna inconsciamente la stessa
immagine dal libro della biblioteca sul pavimento della vecchia
casa dei suoi genitori. Al contrario, l’unica volta che il film
mostra Mia mentre disegna, sta solo disegnando un albero
dall’aspetto normale. Queste due scene combinate implicano che è
stata Sarah a realizzare quei disegni. Dato che Sarah non ha
memoria di aver disegnato le immagini inquietanti, le immagini
stabiliscono ulteriormente quanto Sarah sia mentalmente lontana
dalla realtà. La sua psicosi è così pronunciata che potrebbe
disegnare immagini estremamente inquietanti senza mai
ricordarsene.
Il vero significato del finale di Il morso del
coniglio
Il tema della salute mentale in
Il morso del coniglio aiuta a interpretare il finale. Il
punto principale è che le persone non possono superare i traumi e
gli errori passati senza affrontare i problemi che da essi
derivano. Sarah evita continuamente il suo passato, la sua famiglia
e i ricordi di sua sorella, il che porta ad allucinazioni
profondamente preoccupanti. Se avesse avuto il tempo di guarire
correttamente, forse non avrebbe mai fatto del male a sua figlia.
Invece, si immerge sempre più a fondo nella sua malattia mentale,
arrivando a trattare la sua stessa figlia come in passato aveva
trattato sua sorella.
Il trailer di Il morso del
coniglio e come vedere il film su Netflix
Come anticipato, è possibile fruire
di Dalla mia finestra: Al di là del mare
unicamente grazie alla sua presenza nel catologo di
Netflix, dove attualmente è al
3° posto della Top 10 dei film più visti
sulla piattaforma in Italia. Per vederlo, basterà dunque
sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo
tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di guardare il titolo
in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi
anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nel catalogo.
Il
Montana è diventato il primo stato negli
Stati Uniti a
vietare TikTok. Se il disegno
di legge resiste alle previste sfide legali, entrerà in vigore il
1° gennaio 2024.Il governatore dello stato Greg
Gianforte ha firmato il disegno di legge mercoledì, scrivendo in
una dichiarazione: “Oggi, il
Montana intraprende l’azione più decisiva di qualsiasi stato per
proteggere i dati privati e le informazioni personali sensibili
dei Montanans dall’essere raccolti dal Partito Comunista
Cinese“.Gianforte ha aggiunto
su Twitter: “TikTok è
solo un’app legata ad avversari stranieri. Oggi ho ordinato al
Chief Information Officer dello stato di vietare qualsiasi
applicazione che fornisca informazioni o dati personali ad
avversari stranieri dalla rete statale”.
La legge vieterebbe agli app store di
rendere l’app disponibile per il download nel Montana.TikTok ha risposto al divieto con la
seguente dichiarazione :
“Il governatore Gianforte ha firmato un disegno di legge che
viola i diritti del Primo Emendamento della popolazione del Montana
vietando illegalmente TikTok, una piattaforma che dà potere a
centinaia di migliaia di persone in tutto lo stato. Vogliamo
rassicurare i Montanans che possono continuare a utilizzare TikTok
per esprimersi, guadagnarsi da vivere e trovare una comunità mentre
continuiamo a lavorare per difendere i diritti dei nostri utenti
all’interno e all’esterno del Montana“.
Secondo l’Associated Press, Montana
sarebbe in grado di multare qualsiasi “entità”, come un app store o
lo stesso TikTok, $ 10.000 al giorno ogni volta che a un utente
viene “offerta la possibilità” di accedere o scaricare la
piattaforma. Queste multe non verrebbero imposte ai singoli
utenti.
Di proprietà della società tecnologica
cinese ByteDance, TikTok si è guadagnata la reputazione di minaccia
alla sicurezza nazionale a causa delle preoccupazioni sulla
raccolta dei dati. Ciò ha portato gli Stati Uniti a vietare
TikTok sui dispositivi emessi dal governo a marzo.TikTok, che è esploso in popolarità durante la pandemia,
ospita oltre 1 miliardo di utenti e funge da hub per influencer,
celebrità e creatori. Secondo il portavoce di TikTok Jamal
Brown, il Montana ospita 200.000 utenti TikTok e 6.000 aziende che
utilizzano l’app.
Apple
TV ha annunciato l’espansione del
Monsterverse di Legendary con un’entusiasmante
nuova serie prequel ancora senza titolo dedicata a un giovane Lee
Shaw, con Wyatt Russell che riprende il ruolo
del Colonnello Lee Shaw. Il candidato agli Emmy Joby Harold,
sceneggiatore e produttore, è stato scelto come showrunner. In base
a un nuovo accordo globale con Legendary, Harold supervisionerà
inoltre l’intero franchise “Monsterverse” di Legendary per Apple
TV, che includerà nuovi Titan oltre quelli più amati dai fan.
Interpretata e prodotta esecutivamente da Wyatt Russell, la serie
spin-off seguirà la storia del Colonnello Lee Shaw, un agente
americano che nel 1984 intraprende una missione segreta oltre le
linee nemiche nel tentativo di fermare i sovietici dal liberare un
nuovo, terrificante Titan, abbastanza grande da distruggere gli
Stati Uniti e cambiare le sorti della Guerra Fredda.
Lo spin-off sul giovane Lee Shaw si aggiunge al catalogo in
continua espansione di serie originali Apple provenienti dal
Monsterverse di Legendary Entertainment, che include la serie di
successo acclamata dalla critica “Monarch:
Legacy of Monsters”, di cui Harold è anche produttore
esecutivo, e che tornerà con la sua attesissima seconda stagione il
27 febbraio 2026.
La nuova serie prequel è prodotta esecutivamente da Harold e Tory
Tunnell per Safehouse Pictures, insieme a Wyatt Russell, Chris
Black, Kyle Bradstreet, Alex Boden, Max Borenstein e Andy Goddard,
ed è prodotta da Kei Banno, Brian Rogers e Kenji Okuhira. Hiro
Matsuoka e Takemasa Arita sono produttori esecutivi per conto di
Toho Co., Ltd., proprietaria del personaggio di Godzilla. Toho ha concesso in licenza i diritti a
Legendary per “Monarch: Legacy of Monsters” come
naturale risultato della loro relazione di lunga data con il
franchise cinematografico.
«Gli spettatori di tutto il mondo non ne hanno mai abbastanza
di “Monarch: Legacy of Monsters” e non vediamo l’ora di
offrire loro le nuove storie elettrizzanti su cui Joby e
l’intero cast e team creativo hanno lavorato», ha dichiarato
Morgan Wandell, responsabile dello sviluppo internazionale di Apple
TV. «Con Joby al timone e insieme ai nostri fantastici partner
di Legendary, questo nuovo spin-off darà il via a un’epica
espansione del Monsterverse che porterà il pubblico ancora più
vicino ai propri Titan preferiti, unendo una grande narrazione
guidata dai personaggi».
«Non potrei sentirmi più privilegiato di far parte della
costruzione di questo universo così iconico», ha dichiarato
Harold. «Apple e Legendary sono stati partner esemplari durante
tutto questo processo e continueremo a portare questi Titan della
storia del cinema al pubblico con il rispetto che
meritano».
«Joby è uno straordinario narratore, con una profonda
comprensione di ciò che rende il Monsterverse così amato dai fan di
tutto il mondo», ha dichiarato Jason Clodfelter, presidente e
amministratore delegato di Legendary Television. «Siamo
entusiasti di avviare con lui e Safehouse Pictures una partnership
più ampia insieme ad Apple, segnando l’inizio di una nuova,
entusiasmante era per il franchise».
Il Monsterverse di Legendary è un vasto universo
narrativo multipiattaforma incentrato sulla lotta dell’umanità per
sopravvivere in un mondo che affronta una nuova, catastrofica
realtà: i mostri dei nostri miti e delle nostre leggende sono
reali. Iniziato con il film Godzilla del 2014 e proseguito con
Kong: Skull Island (2017), Godzilla: King of the Monsters (2019),
Godzilla vs. Kong (2021) e più recentemente con il record-breaking
Godzilla x Kong: The New Empire, l’episodio di maggior incasso del
franchise e il film di Godzilla con il maggiore incasso di sempre,
insieme all’attesissimo sequel Godzilla x Kong: Supernova, previsto
per il 2027. Il Monsterverse ha superato i 2,5 miliardi di dollari
di incassi globali al botteghino e si è espanso nella serie evento
di grande successo “Monarch: Legacy of Monsters” per Apple TV. Con
un mondo interconnesso che comprende videogiochi, graphic novel,
giocattoli ed esperienze dal vivo, il Monsterverse rappresenta un
intrattenimento epico su scala massima.
La prima incursione di Harold nella televisione è stata come
sceneggiatore e produttore esecutivo di Obi-Wan Kenobi, candidata a
cinque Emmy e capace di battere record di ascolti al debutto sulla
piattaforma. Harold vanta inoltre una notevole carriera nella
scrittura e produzione di grandi franchise e blockbuster, tra cui
“Edge of Tomorrow”, la saga di
“John
Wick”, “Transformers – Il risveglio”, “The
Flash” e altri. La prima stagione di “Monarch: Legacy of
Monsters” è disponibile in streaming su Apple TV.