La Sony Pictures sta lavorando alla
realizzazione di un sequel della commedia romantica con Julia Roberts dal titolo Il matrimonio del mio
migliore amico. Come riportato da Collider, lo studio ha
ingaggiato la sceneggiatrice e regista di Material
Love e Past
LivesCeline Song per scrivere la
sceneggiatura del progetto, anche se al momento non è ancora stata
confermata la sua partecipazione come regista del film.
La notizia arriva poco dopo che
Dermot Mulroney, che ha recitato al fianco della
Roberts nell’originale del 1997 diretto da P.J.
Hogan, ha rivelato al New York Post che “si parla di
un sequel”. L’attore stava promuovendo la sua nuova serie
Netflix “The Hunting Wives” quando gli è
stato chiesto del possibile seguito, rispondendo: “Non ne so
nulla. L’ultima cosa che ho sentito è che gli avvocati ne stavano
discutendo“.
Song ha appena presentato il suo
secondo lavoro da regista, Material
Love, in Italia al cinema dal 4 settembre. La commedia
romantica sul triangolo amoroso, con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal, ha incassato 50 milioni di
dollari al botteghino mondiale. Il suo film d’esordio, Past
Lives, ha invece incassato 42 milioni di dollari in tutto
il mondo e ha ottenuto nomination agli Oscar per la sceneggiatura
originale e il miglior film.
Cosa sapere di Il matrimonio del migliore
amico
L’originale Il matrimonio del mio
migliore amico vedeva Julia Roberts nei panni di una critica
gastronomica che scopre che il suo amico di lunga data,
interpretato da Dermot Mulroney, sta per sposarsi.
I due avevano giurato di sposarsi l’uno con l’altra se fossero
rimasti single fino alla “veneranda” età di 28 anni. Rendendosi
conto di essere innamorata, il personaggio di Roberts decide così
di sabotare l’evento. Il film vedeva anche la partecipazione di
Cameron Diaz e Rupert
Everett.
Il film è stato un successo al
botteghino al momento dell’uscita nell’estate del 1997, incassando
127 milioni di dollari in Nord America e classificandosi al nono
posto tra i film di maggior incasso dell’anno. Ha poi ottenuto tre
nomination ai Golden Globe – come miglior musical e commedia e per
la recitazione di Roberts ed Everett – ed è rimasto uno dei titoli
più amati della serie di
commedie romantiche interpretate da Roberts negli anni ’90. Nel
2022, Variety lo ha classificato come uno dei 100 migliori film di
tutti i tempi.
David Frankel, il
regista della pellicola, che rinnova così il sodalizio
con Meryl
Streep dopo Il diavolo veste Prada e la
sceneggiatrice Vanessa Taylor con Il matrimonio che
vorrei descrivono la vita di una coppia media americana di
provincia che ad un certo punto della vita, ossia dopo che
classicamente i ragazzi vanno via da casa per andare al collega,
rimangono nuovamente da soli, affrontando la vita a due con 20 anni
di più. I fisici, e si dibatte molto, soprattutto, per qualche
strana ragione solo di quello invecchiato della moglie Kay e non
certo di quello imbolsito di Arnold e del desiderio che
nell’abitudine, si è appannato.
Ne Il matrimonio che
vorrei Kay (Meryl
Streep) e Arnold (Tommy
Lee Jones) sono una coppia con alle spalle più di 30
anni di matrimonio. Per Arnold tutto scorre normale, mentre Kay
sente che il loro rapporto si è inaridito e cerca un modo per
ravvivarlo. In libreria, scopre e legge un libro del Dr. Feld
(Steve
Carell) e decide di affrontare una terapia di coppia
presso di lui, cercando di convincere l’abitudinario marito a
seguirla per una settimana nella cittadina portuale del Maine, Hope
Springs. In quella settimana, molte cose cambieranno.
Il matrimonio che vorrei, il
film
Il matrimonio che
vorrei, in inglese Hope Springs, dal nome
della cittadina dove si trova il terapeuta ma anche un gioco di
parole sul significato: “la speranza salta fuori”, tratta di un
tema parallelo a quello portato in scena a Cannes da uno dei più
grandi cineasti degli ultimi venti anni, Michael Haneke, che con il
suo Amour parla anch’egli di amore in tarda età. Ma
essendo in questo caso un film europero, l’atmosfera è decisamente
diversa e c’è un terapeuta di meno.
Potrebbe essere una commedia, ma
alla fine il film viaggia molto tra questo genere e il dramma
psicologico, ma ha come carta in più quella di mettere sullo
schermo, o almeno minacciare di farlo, un tabù del cinema: il sesso
tra persone anziane.
Meryl Streep, neanche a dirlo, è perfetta
nell’impersonare una fragile, a tratti insopportabile ma
determinata donna della middle class americana, ma è ben
sorretta da Tommy Lee Jones, perfettamente calato nel
ruolo del “grumpy” ma affettuoso, anche se con problemi di
espressione del sentimento, marito Arnold. Chi è utilizzato ben al
di sotto delle sue capacità e possibilità è Steve Carell, lo psicoterapeuta, inchiodato
alla sedia dello studio e costretto a una serie di primi piani e
piani d’ascolto. Il nostro avrà la sua rivincita solo alla vera
fine del film, dopo i titoli di coda, una buona ragione per restare
seduti in sala.
Il film cerca di portare in
superficie quelli che sono i problemi naturali di una coppia che
passata la terza decade insieme deve trovare un nuovo modo per
interagire, riaffermare la propria relazione e continuare a stare
insieme. Non si tratta solo di attività sessuale, ma anche di
semplice sintonia, e forse, nella patria che per prima ha esportato
il teorema che l’apparenza è tutto, un’accettazione del proprio
cambiamento fisico e psicologico.
Il 18 ottobre arriva
nelle nostre sale, distribuito da BIM, Il matrimonio che
vorrei, o meglio, il matrimonio che vorrebbe Meryl Streep nel nuovo film di David Frankel,
che torna a collaborare con la pluripremiata attrice dopo il
successo de Il diavolo veste Prada (2006).
Giunto al suo settimo lungometraggio
da regista, Sergio
Castellitto torna al cinema dal 7
ottobre con Il materiale
emotivo, da lui anche interpretato insieme Matilda De
Angelis e Bérénice Bejo.
Il film, scelto per inaugurare il Festival del Cinema di Bari, si
basa su una storia che nasce tra le mani di Ettore Scola e all’epoca intitolata
Un drago a forma di nuvola”, il quale non è però mai
riuscito a tramutarla in film, ma solo in graphic novel.
Presentando il film a Roma, Castellitto parte proprio da questo
particolare per raccontare le origini del film, incentrato su
Vincenzo, un libraio vecchio stampo alle prese con
una figlia paraplegica segnata da un brutto trauma e con un’attrice
teatrale tanto problematica quanto seducente.
“Quando tre anni fa mi proposero
questa sceneggiatura, mi sembrò un ultimo, inaspettato dono che
Ettore mi faceva in nome della nostra amicizia. – esordisce
Castellitto – Io sono stato suo allievo, ho realizzato con lui
due film (La famiglia e Concorrenza sleale)
e l’idea di poter realizzare la sua ultima idea cinematografica
era per me un onore oltre che un piacere”. “Naturalmente, –
continua il regista – avevo bisogno di far diventare anche mia
quella storia. Ho così deciso di affidarmi a Margaret
Mazzantini per riscriverla nel modo che fosse per me più
congeniale. Molto è dunque cambiato, ma il cuore di quello spunto
originale è rimasto intatto”.
Chiamato a definire con una parola
il film, Castellitto afferma di non poter scegliere che
“soave”. “Soave perché abbiamo da subito deciso di
rinunciare a certe tinte forti da melodramma, a quegli
sconvolgimenti interiori che si esternano in modo straziante. Ho
piuttosto preferito dar spazio ai sentimenti taciuti, a quei
piccoli gesti che a volte passano inosservati ma valgono
tutto”.
Dalla sceneggiatura riscritta dalla
Mazzanti prende così vita un personaggio circondato dalla
letteratura e proprio la letteratura è una continua fonte di
ispirazione per quanto avviene nel film e ai suoi personaggi.
“In quanto scritto da Ettore, – spiega Castellitto –
le citazioni erano completamente staccate dalle vicende dei
personaggi, non li definiscono, non li raccontano. Questa era
proprio una cosa che volevo cambiare. In fase di scrittura abbiamo
così deciso di affidarci soltanto a citazioni che si legassero
strettamente ai personaggi e alla loro situazione. Opere come Il
barone rampante, Don Chisciotte de la Mancia e Le notti bianche
sono fondamentali da questo punto di vista”.
Passando ad analizzare il film in
modo ancor più approfondito, il regista sottolinea come uno dei
temi principali sia quello della prigionia. “I personaggi sono
tutti un po’ prigionieri di loro stessi, come anche degli ambienti
che li circondano. Ci si trova continuamente alle prese con tanti
carceri personali, alcuni dei quali si incastrano tra loro dando
vita ad una prigionia continua. L’obiettivo, a poco a poco, è
dunque quello di abbattere quest’oppressione, aprendosi alla vita.”
“Il mio obiettivo, in fin dei
conti, – afferma Castellitto concludendo la conferenza stampa
– è quello di portare ogni spettatore a chiedersi quale sia il
proprio personale materiale emotivo. Dobbiamo trovarlo, perché
l’attualità ci uccide, ci rende sterili e apatici a tutto ciò che è
reale. Attraverso la rappresentazione della vita data dal cinema e
dalla letteratura, invece, si può rimediare a ciò, si possono
scuotere le coscienze. Per quanto riguarda me, il mio materiale
emotivo è stato poter girare questo film. Avere questa fortuna ed
essere stato a mia volta travolto dalle emozioni qui
raccontate”.
Si apre su un sipario rosso il film
Il materiale emotivo, la nuova fatica da
regista di Sergio
Castellitto, perché come da lui affermato “la
rappresentazione della vita coinvolge ed emoziona molto più della
vita vera”. Scritto da Margaret Mazzantini a
partire da un’idea mai realizzata di Ettore Scola, Furio Scarpelli e
Silvia Scola, il film introduce così alla vicenda di un uomo
di nome Vincenzo (interpretato dallo stesso Castellitto), alle
prese con l’amore per la figlia Albertine (Matilda De
Angelis) e la sua libreria, situata in una piazzetta
di Parigi. L’uomo, la cui vitalità sembra essere sopita da tempo,
riscoprirà la forza delle emozioni grazie alla comparsa nella sua
vita di Yolande (Bérénice Bejo),
un’attrice esuberante e scombinata.
Il film, il settimo come regista per
Castellitto, è dunque un viaggio nella vita di un uomo arresosi
dinanzi ai troppi dolori, un uomo che trova rifugio nella
letteratura e nel passato poiché è l’attualità ad uccidere
definitivamente l’animo. Egli non è però l’unico prigioniero di sé
stesso in questo racconto definito “soave” dallo
stesso Castellitto. Come si scoprirà, infatti, ognuno vive in
propri personali carceri, con l’obiettivo di liberarsene o scendere
a compromessi con questi. Il racconto, dopo aver introdotto lo
spettatore oltre il sipario, porta dunque a confrontarsi con tutto
ciò, dando vita ad una giostra di personaggi ed emozioni piuttosto
varia.
Nessuno si salva da solo
Il titolo del romanzo del 2011 della
Mazzantini, Nessuno si salva da solo, racchiude in sé un
po’ di quanto si ritrova in Il materiale emotivo. Oltre a
vantare la stessa scrittrice, il film presenta come accennato in
apertura tre personaggi, ognuno con il proprio vissuto e la propria
prigionia autocostruita. Vincenzo, ad esempio, si è volontariamente
rinchiuso nella propria libreria, l’unico posto dove si sente al
sicuro. Da lì può controllare ogni cosa e può badare alla figlia
Albertine, costretta alla sedia a rotelle dopo un brutto incidente
e ammutolitasi in seguito a tale trauma. Come il padre, anche lei è
rinchiusa in uno spazio confinato, proprio come il pesce
nell’acquario che osserva giorno dopo giorno.
Il terzo personaggio, Yolande,
sembra invece essere diversa da loro. Lei non vive una costrizione
fisica imposta da un sol luogo, bensì una ben più ampia, che può
estendersi all’intera sua esistenza. Tanto problematica quanto
vitale, è lei ad entrare come un uragano nella libreria e nella
vita di Vincenzo, sconvolgendola per sempre. Solo grazie a lei
l’uomo inizierà piano piano a riappropriarsi di spazi perduti da
tempo. Vincenzo intraprende infatti un percorso che lo porta fuori
dalla propria libreria, tra le strade e ancor più lontano. Così,
dunque, nessuno sembra potersi salvare da solo. C’è
bisogno di un imput esterno, che smuova le cose, anche se poi il
passo decisivo spetta al diretto interessato.
Per Vincenzo ci voleva Yolande, per
Albertine ci vorrà a sua volta qualcosa proveniente da fuori la
riattragga verso la vita. Tutto ciò si agita in un ambiente
scenografico che ne rappresenta uno vero, volutamente lasciando
intendere la differenza (un po’ come avviene nel bellissimo La
Belle Époque), proprio a ribadire come sia la rappresentazione
della vita a generare più coinvolgimento e trasporto. Su questo
equilibrio si basa il film di Castellitto, affascinante per
l’occhio e seducente sotto molti punti di vista. Come affermato
anche dallo stesso Vincenzo, però, il materiale emotivo è
in sé un ossimoro bello e buono e tale si dimostra anche il
film.
Il materiale emotivo: la recensione
del film
Ciò che rammarica di un film tanto
ingegnoso e delicato, dove il “dramma” è spogliato di ogni tinta
più forte, è proprio l’ossimoro del raccontare di emozioni senza
però riuscire a trasmettere qualcosa di deciso. Probabilmente ci
vuole il giusto spettatore con la giusta sensibilità d’animo, ma
Il materiale emotivo sembra in fin dei conti rimanere
piuttosto distante rispetto a ciò che si propone. Per quanto lo
spettatore si possa ritrovare interessato dalla vicenda e dai
misteri legati al passato dei personaggi, qualcosa sembra non
funzionare come dovrebbe. La molla dell’emozione decisiva sembra
non scattare mai.
Da questo punto di vista, Il
materiale emotivo è un film che deve attentamente scegliere il
suo pubblico, trovare le giuste inclinazioni d’animo, poiché non
tutti potrebbero essere disposti a lasciarsi ammaliare da quanto
qui narrato. Ciò non toglie valore a quanto messo in scena, dalla
vivace scenografia all’interpretazione dei protagonisti, su cui
spicca la candidata all’Oscar Bérénice Bejo. Più che sull’aspetto
emotivo, dunque, il film sembra da premiare su quello materiale. E
con le colte citazioni disseminate nel corso della storia, in modo
più o meno velato, il film sembra soddisfare più l’intelletto che
non il cuore.
Il grande giorno è
arrivato: il due volte campione unificato dei pesi massimi
Tyson Fury (34-2-1, 24 KO) torna sul ring dopo il
ritiro per affrontare il devastante Arslanbek
Makhmudov (21-2, 19 KO). L’appuntamento è per domani,
sabato 11 aprile dalle ore 20 italiane, live solo su Netflix, senza costi aggiuntivi. La telecronaca sarà
affidata alle voci di Niccolò Pavesi e Alessandro Duran.
Presentato da Sua
Eccellenza Turki Alalshikh e da The Ring, questo evento storico,
che si terrà al Tottenham Hotspur Stadium di Londra, sarà il primo
incontro di Fury sul suolo britannico dopo quasi quattro anni e
segnerà la prima diretta streaming di Netflix dal Regno Unito.
Il co-main event sarà il
match tra il welter britannico Conor “The Destroyer” Benn (24-1, 14
KO) e Regis “Rougarou” Prograis (30-3, 24 KO).
Netflix sta attualmente
producendo insieme a Tyson Fury la docuserie di successo At Home
With the Furys, la cui seconda stagione è prevista per questa
primavera. Parallelamente alla serie, Netflix sta anche producendo
Fury (titolo provvisorio), il documentario che racconta la vita
cruda e senza filtri di una delle figure più affascinanti dello
sport e della cultura britannica.
Sua Eccellenza Turki
Alalshikh ha dichiarato: “Siamo felici che Tyson abbia deciso di
tornare sul ring per quello che dovrebbe essere un emozionante
scontro tra pesi massimi contro Makhmudov”.
Gabe Spitzer,
vicepresidente dello sport di Netflix, ha dichiarato: “Da tempo
ammiro Tyson Fury come uno dei pugili più resilienti e affascinanti
della sua generazione. La sua carriera è stata caratterizzata dal
superamento delle difficoltà e ogni suo incontro è caratterizzato
da un’energia innegabile. Siamo incredibilmente entusiasti di
vederlo di nuovo sul ring per questo grande ritorno a casa e siamo
felici di offrire ai nostri abbonati un posto in prima fila per
assistere al prossimo capitolo della sua leggenda”.
Tyson Fury ha dichiarato:
“Sono entusiasta di tornare. Il mio cuore è sempre stato e sempre
sarà nella boxe. Qualcuno vada a dire al re che l’asso è
tornato!”.
Arslanbek Makhmudov ha
dichiarato: “Sono entusiasta di questa opportunità. Vengo per dare
battaglia sul ring. Tyson Fury è stato un grande campione. Sarò
pronto più che mai a conquistare una vittoria schiacciante”.
The Ring
Dalla sua acquisizione da
parte di Sua Eccellenza Turki Alalshikh nel novembre 2024, The Ring
è entrata in una nuova era, rafforzando il suo status di voce più
leggendaria e autorevole nel mondo della boxe. La rivista ha dato
risalto a molti dei più grandi incontri e dei momenti più iconici
di questo sport, tra cui il match più chiacchierato della boxe
britannica tra Chris Eubank Jr. e Conor Benn, nonché lo scontro
decisivo tra Canelo Alvarez e Terence Crawford a Las Vegas, spesso
descritto come “l’incontro del secolo”. The Ring offre una
copertura globale con un accesso senza pari alle stelle più
importanti della boxe a livello mondiale. Forte della sua ricca
tradizione, la rivista continua a documentare questo sport ai
massimi livelli, plasmando il presente e preservando l’eredità
della boxe.
Il dirigente dei Marvel Studios, Nate
Moore, non crede che il Marvel Cinematic
Universe finirà mai. L’MCU è iniziato nel 2008 con
Iron Man e The Incredible Hulk,
ed è diventato il più grande franchise cinematografico di tutti i
tempi negli ultimi 14 anni. L’ultimo capitolo è arrivato con
Black Panther: Wakanda Forever, che ha
ufficialmente concluso la Fase 4. L’ultimo lotto di film e il primo
round di serie Disney+ è arrivato mentre cresce il
dibattito sulla eventuale stanchezza del MCU si sta diffondendo tra
il pubblico. Questo ha favorito le conversazioni sulla possibilità
che l’MCU debba finire.
L’argomento del finale del MCU è
stato ora affrontato da Nate Moore, vicepresidente
della produzione e dello sviluppo presso i Marvel Studios. Di
recente è apparso nel podcast di The
Town con Matthew Belloni (tramite The
Direct) per parlare del futuro della Marvel dopo Black Panther: Wakanda Forever. Il conduttore
Matthew Belloni ha chiesto a bruciapelo a
Nate Moore se il MCU può andare avanti per sempre,
e il dirigente della Marvel crede che potrebbe farlo fintanto che i
Marvel Studios rimangono impegnati a esplorare cosa può essere un
film o una serie MCU.
“Voglio dire, penso che possa
durare a lungo. Penso che dobbiamo continuare a… Non possiamo
sederci sugli allori. Non possiamo pensare di avere le risposte.
Dobbiamo continuare a spingere i format per quanto riguarda il
genere e ciò che siamo disposti a esplorare. Ma per me i film
Marvel sono solo film. Il nostro materiale originale è solo…
Sarebbe come dire: “Ehi, i film sui libri andranno avanti per
sempre?” Probabilmente.”
Il film televisivo Il
marciatore – La vera storia di Abdon Pamich va in onda su
Rai1 in prima serata in occasione del Giorno del Ricordo, portando
sullo schermo la vicenda umana e sportiva di uno dei più grandi
marciatori italiani di sempre. Diretta da Alessandro
Casale, la pellicola vede tra gli interpreti lo stesso
Abdon Pamich in un ruolo di raccordo narrativo,
con Michael Marini (visto inCon
la grazia di un Dio) ad interpretare il giovane Abdon
e Fausto Sciarappa (La
rosa dell’Istria) ed Eleonora
Giovanardi (Per
te) nei ruoli dei suoi genitori. Il film racconta però non
solo le imprese sportive, ma anche la storia personale dell’atleta.
Il progetto è prodotto da Clemart in collaborazione con Rai
Fiction, con un approccio che intreccia cronaca sportiva e memoria
storica.
La messa in onda del film ha
attirato l’attenzione perché va oltre il semplice racconto
agonistico, proponendo al pubblico italiano il ritratto di un uomo
la cui vita esprime valori di resilienza, determinazione e
continuità. Il regista Casale ha voluto sottolineare come la marcia
non sia solo disciplina atletica, ma una vera e propria metafora
esistenziale per Pamich, rivolgendosi a spettatori di ogni età.
Raccontare la sua vicenda significa restituire voce a un periodo
storico complesso, quello dell’esodo giuliano-dalmatо, e alla
capacità di trasformare la sofferenza in forza personale.
La trama di Il marciatore
– La vera storia di Abdon Pamich
Il film ripercorre dunque la vita
di Abdon Pamich, partendo dal suo esordio come
ragazzo esule da Fiume dopo la Seconda guerra mondiale per arrivare
alle sue imprese sportive più celebri. La narrazione segue il
giovane Pamich durante la fuga dalla città natale insieme al
fratello per raggiungere l’Italia, passando per gli anni di
sacrifici, l’avvicinamento alla marcia atletica e la costruzione di
una carriera che lo porterà a calcare palcoscenici internazionali.
I momenti chiave includono la partecipazione a più edizioni dei
Giochi Olimpici, con i trionfi di Roma 1960 e Tokyo 1964, ma anche
l’intreccio umano con la propria identità di profugo e
sportivo.
La storia vera dietro il film
Abdon Pamich nasce
a Fiume nel 1933, all’epoca ancora sotto giurisdizione italiana, e
cresce in una realtà di confine segnata da conflitti e
rivendicazioni nazionali. Nel 1947, all’età di 13 anni, Pamich e il
fratello Giovanni lasciano la loro casa per fuggire dall’avanzata
delle forze jugoslave dopo la guerra, segnando l’inizio di una vita
di profugo e migrante che li porterà in Italia settentrionale,
prima a Trieste e poi a Genova per ricongiungersi al padre. Questo
esodo doloroso, raccontato con emozione dallo stesso atleta,
rappresenta una delle marce più difficili della sua esistenza e
getta le basi per la sua tenacia futura.
Durante l’adolescenza in Italia,
Pamich scopre e sviluppa il talento per la marcia atletica,
disciplina in cui eccelle per resistenza e determinazione. Nel
corso degli anni ’50 e ’60 costruisce una carriera straordinaria
alla marcia di 50 km, vincendo numerose competizioni, titoli
nazionali e internazionali. È stato campione europeo e medaglia
d’oro ai Giochi del Mediterraneo più volte, consolidando la propria
reputazione come uno dei marciatori più forti al mondo. La sua
disciplina e capacità di resistere alle avversità fanno di lui un
modello sportivo nazionale di grande rilievo.
Pamich rappresenta l’Italia in
cinque edizioni consecutive dei Giochi Olimpici, dal 1956 al 1972.
La sua prima grande affermazione arriva a Roma 1960, dove conquista
la medaglia di bronzo nella 50 km di marcia, confermando il suo
valore internazionale. Il successo più importante giunge ai Giochi
di Tokyo 1964, quando Pamich vince la medaglia d’oro nella stessa
disciplina, segnando una prestazione memorabile nella storia
dell’atletica italiana. In quell’edizione stabilisce una eccellente
performance che rimane impressa nella memoria collettiva,
consacrando la sua leggenda sportiva.
Dopo il ritiro dall’attività
agonistica Pamich non si allontana dallo sport, continuando a
essere una figura di riferimento per la marcia e l’atletica in
Italia. Grazie ai suoi risultati e alla sua dedizione, è stato
insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Collare d’Oro al
Merito Sportivo e varie onorificenze istituzionali. A Tokyo ’72 ha
avuto l’onore di portare la bandiera italiana alla cerimonia di
apertura dei Giochi. Nel corso degli anni la sua storia è stata
valorizzata anche attraverso iniziative culturali e di memoria,
sottolineando come la sua vita sportiva sia indissolubilmente
legata a valori di perseveranza e spirito olimpico.
La vera storia di Abdon Pamich,
come narrata nel film e ricostruita attraverso le tappe della sua
vita, è quella di un uomo che ha trasformato le ferite dell’esilio
e della giovinezza in una marcia costante verso l’eccellenza
sportiva. Dalla fuga da Fiume alla conquista di medaglie olimpiche,
Pamich incarna un esempio di resilienza e dedizione, dimostrando
come lo sport possa essere uno strumento di riscatto personale e
collettivo.
WorstPreviews ha scandagliato il
trailer di Iron Man 3 uscito ieri,
riuscendo a rivelare dei dettagli importanti riguado ai tatuaggi
del Mandarino, nuovo villain del film interpretato da Ben
Kingsley.
Il Mandarino infatti ha un
tatuaggio dietro la nuca con una forma familiare: sembra lo scudo
di Captain America, con la differenza che se sullo scudo al centro
campeggia una stella bianca, qui abbiamo una A.
Kevin Feige, capo della Marvel, ha recentemente dichiarato
che Il Mandarino usa “simbolismo di varie culture e
iconografie, che storpia per i suoi propri scopi”.
Questo vorrà dire che il cattivo
potrebbe assumere su di sè gli ideali che quello scudo rappresenta?
Il soggetto in questione otrebbe avere una connessione con Steve
Rogers?
È stato diffuso oggi il trailer di
Il
Mammone, divertente commedia che racconta le
vicende dei coniugi Bonelli, alle prese con un figlio adulto
decisamente troppo attaccato ai genitori. Basato sulla storia
originale e sul film “Tanguy” diretto da Etienne Chatiliez e
scritto da Laurent Chouchan e Etienne Chatiliez, il film – per la
regia di Giovanni Bognetti – vede protagonisti,
nella parte di Piero e Anna Bonelli, Diego
Abatantuono e Angela Finocchiaro.
Andrea Pisani interpreta il figlio Aldo, mentre
Michela Giraud è Amalia, un personaggio che sul
suo cammino incontrerà la famiglia Bonelli.
Il film – prodotto da
Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia e
ColoradoFilm – dal 7
novembre sarà disponibile in esclusiva su Sky
Cinema e in streaming solo su NOW.
La trama del film Il
Mammone
L’antico proverbio giapponese
“Quando sei mamma lo sei per sempre” è un mantra nella
famiglia Bonelli. Aldo, figlio unico di Piero e Anna, nonostante i
suoi 35 anni suonati, l’indipendenza economica, una brillante
carriera accademica come professore universitario e innumerevoli
occasioni di lavoro all’estero, vive ancora felicemente a casa con
la madre e il padre. Un giorno però i genitori realizzano quello
che mai avrebbero pensato: non lo sopportano più. Inizia in casa
una vera e propria guerra fredda, nella quale i coniugi Bonelli
cercano di far emancipare Aldo e metterlo alla porta con ogni mezzo
a loro disposizione. Il ragazzo però ha delle risorse inaspettate e
non è un tipo che si arrende facilmente.
Il Macbeth
di William Shakespeare è stato adattato in
molteplici e differenti modalità per il cinema, con opere più o
meno fedeli al testo originale. Quelle che vi si discostano di più,
sono solite riprendere le dinamiche narrative di base per inserirle
in contesti inediti, proponendo così riletture che confermano
l’immortalità di tale tragedia. È questa l’operazione che fa anche
il regista Giulio Base (Il banchiere
anarchico, Bar Giuseppe) con il suo nuovo film dal titolo
Il Maledetto. Presentato alla
Festa del Cinema di Roma,
questo vede la vicenda del Macbeth animarsi nel contesto
della mafia pugliese dei nostri giorni.
Protagonista di questo nuovo
adattamento è Michele Anacondia (Nicola
Nocella), un criminale della mafia pugliese che ricopre
però per il suo clan solamente ruoli di poco rilievo. Quando però
il suo figlio neonato muore per via di un agguato, egli svela una
capacità di vendicarsi che gli fa subito guadagnare le attenzioni
dei suoi capi. Vedendo in ciò l’occasione per migliorare la loro
condizione sociale, la moglie di Michele (Ileana
D’Ambra) lo spinge ad ottenere ancora di più, dando il via
ad una scalata ai vertici del clan sempre più macchiata
dall’ambizione, dalla rancore e dalla follia.
Un film votato all’eccesso
Il Macbeth di Shakespeare è
notoriamente una delle opere più cupe, cruente, ambigue e
sanguinarie del drammaturgo inglese. Allo stesso modo, Il
Maledetto di Base si presenta come un film che ricerca
l’eccesso per raccontare una vicenda parte della realtà italiana ma
non per questo priva di situazioni ed emozioni che sembrano
provenire dal mito. Il racconto, scritto dallo stesso Base, sembra
dunque vivere di questo incrocio tra il realismo di un contesto
sociale ben preciso e dei moti dell’animo che invece trascendono il
tempo per rivelarsi universali ed eternamente ricorrenti nel corso
di tutta la storia dell’umanità.
Si parla soprattutto dell’ambizione,
che caratterizza in particolar modo il protagonista e, ancor di
più, la sua consorte. Quella stessa ambizione che nel corso della
Storia ha portato alla follia e all’autodistruzione chiunque vi si
abbandonasse. In Il Maledetto assistiamo dunque al
progressivo discendere dei due protagonisti in un inferno di potere e violenza, che se da un lato offre
loro lusso e sfarzo, dall’altra corrompe in modo irrimediabile il
loro animo. Michele Anacondia passa dunque dall’essere una figura
solitaria che trascorre il proprio tempo nelle campagne pugliesi
insieme alle pecore, ad un uomo corrotto, sempre più tormentato da
ciò che ha fatto e da ciò che farà.
Pur mantenendo grossomodo quel
carattere silenzioso e riflessivo che lo caratterizza, il
protagonista sarà dunque sempre più circondato da un eccesso
stilistico che il regista costruisce per esaltare non solo il mondo
di cui entra a far parte ma anche la sua crescente follia. La fanno
dunque da padroni fiotti interminabili di sangue, effetti speciali
posticci, scene che non si risparmiano nel mostrare i dettagli più
crudi ed un lavoro sul sonoro che va ulteriormente a sottolineare
la natura malsana di quanto sta avvenendo.
Pregi e limiti di Il Maledetto
Tutti questi elementi non devono
però far pensare a Il maledetto come un film che
si allontana da una ricerca di realismo, la quale è invece sempre
presente nelle intenzioni del regista, che costruisce dunque il suo
lungometraggio con il tentativo di farlo reggere in equilibrio su
questi due poli. Proprio come per il suo protagonista, l’ambizione
che il film sembra sfoggiare sotto tali punti di vista rischia di
esserne il suo limite maggiore e non mancano le scene meno
convincenti o suggestive in quanto a messa in scena, come ad
esempio quella della cena in cui Michele si presenta come nuovo
capo clan.
Tuttavia, le ambizioni e gli eccessi
di Il Maledetto riescono in fin dei conti a renderlo anche
un film diverso rispetto ai tanti sull’argomento che si vedono ogni
anno sugli schermi italiani. Certo, l’idea di ricollocare il
Macbeth in un contesto da gangster movie non è nuova
(basti pensare al film del 1990 Uomini d’onore), ma il
renderlo così tanto parte dell’immaginario mafioso italiano è un
elemento di ulteriore unicità. Nel contribuire al fascino del film
non ci si può dimenticare dei due protagonisti. Nocella sfoggia una
presenza scenica notevole e riesce a rendere palpabile il complesso
mondo interiore del suo Michele, ma è la D’Ambra nei panni della
Lady Macbeth di turno a rubare spesso e volentieri la scena.
Insieme sono uno degli aspetti migliori del film.
Dal 10 marzo finalmente nelle sale
italiane, distribuito da Satine Film, arriva Il male non
esiste, ultimo capolavoro del pluripremiato regista
iraniano Mohammad Rasoulof, vincitore dell’Orso d’Oro come Miglior
Film alla Berlinale
70 e in numerosi altri Festival Internazionali
(Seattle, San Paolo, Hong Kong, Philadelphia, Cleveland, Calgary,
Oslo, Valladolid, Montclair, Batumi). Un film simbolo, unico e
straordinario, che solleva dilemmi morali universali che scuotono
le coscienze e impongono una riflessione profonda sul tema della
pena di morte e della responsabilità delle persone coinvolte nella
sua esecuzione. Quattro storie, collegate da un sottile filo rosso,
affrontano una questione fondamentale della società iraniana e di
tutti quei paesi costretti, da imposizioni governative, ad
accettare la pena di morte come pratica costante e consolidata.
La trama di Il male non
esiste
Iran, oggi. Quattro storie, quattro
ritratti della fragilità dell’ essere umano di fronte a scelte
obbligate e alle responsabilità che ne derivano. Il 40enne Heshmat
marito e padre esemplare, è un uomo generoso e accomodante con
tutti, ma svolge un lavoro misterioso per il quale ogni notte esce
di casa. Pouya ha da poco iniziato il servizio militare e si
ritrova subito ad affrontare una scelta drammatica: come obbedire a
un ordine dei superiori contro la propria volontà. Javad è un
giovane soldato che conquista a caro prezzo tre giorni di licenza
per tornare al paese della sua amata e chiederla in sposa. Bharam è
un medico interdetto dalla professione, che decide finalmente di
rivelare alla nipote un segreto doloroso che lo accompagna da
vent’anni. Quattro storie diverse ma inesorabilmente legate che,
pur essendo ambientate nella società iraniana, toccano
profondamente la coscienza e la storia di ognuno di noi ponendoci
di fronte a una domanda alla quale tutti dobbiamo rispondere: al
posto loro, tu cosa avresti fatto?
”Ci sono quelli che obbediscono
e quelli che dicono No”. Con Il male non
esiste, il regista iraniano Mohammad
Rasoulof ha voluto porre l’accento su un fardello che
ancora oggi opprime il suo paese: la pena di morte. Il tema è
affrontato non dal punto di vista dei condannati, ma da quello
degli esecutori. Un grosso interrogatorio di carattere etico sta
alla base del lungometraggio: chi, in un regime dispotico, è
veramente libero di scegliere?
Il film conquista la critica
internazionale: nel 2020 è premiato a Berlino con
l’Orso d’Oro. Scopriamo insieme perché Il
male non esiste merita di essere visto.
Il male non esiste
racconta quattro storie e quattro dilemmi morali
Il male non esiste
è un film diviso in quattro capitoli che ruotano attorno al
medesimo tema: l’esecuzione capitale. Ogni storia mostra la vita di
un uomo che, costretto dal governo iraniano ad uccidere i
condannati a morte, si è trova costretto a scegliere se obbedire o
meno, influenzando inevitabilmente la propria vita.
Heshmat è un marito e un
padre buono e dedito alla famiglia, ma adombrato per il lavoro che
deve eseguire ogni notte. Puoya è un ragazzo che deve
svolgere il servizio militare. È tormentato da un ordine dei
superiori che mette a dura prova la sua morale.
Anche Javad sta svolgendo il servizio militare. Per
avere tre giorni di permesso – vuole andare a trovare la propria
fidanzata per il suo compleanno, deve svolgere un compito
tutt’altro che semplice. Bharam invece è un medico
interdetto che da vent’anni vive isolato dal mondo e conserva un
segreto enorme.
Nessuna reale possibilità di
scelta
Tutti e quattro i personaggi si
trovano a dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni: c’è
chi ha scelto di uccidere e chi ha rifiutato, ma per tutti la vita
è diventata un inferno.
Chi ha obbedito, o continua ad
obbedire, vive dilaniato dai sensi di colpa che, inevitabilmente,
invadono tutto il bello che li circonda. Heshmat ad
esempio, sembra un uomo così buono, con i vicini di casa, la
moglie, la madre malata, la figlia: vive di giorno un’esistenza
lodevole, quasi per depurarsi dal gesto che è costretto a ripetere
tutte le notti. In ogni caso, la catarsi non funziona granché:
un’ombra lo accompagna giorno e notte, rendendolo cupo e distante
in ogni situazione, anche le più gioiose.
Tra chi ha detto ”No” c’è
Bharam. Era all’università, studiava medicina e aveva una
fidanzata. Da quando ha fatto la sua scelta, il governo iraniano
gli ha reso la vita impossibile: Bharam ha perso la
sua famiglia e la sua professione ed è costretto a vivere come un
clandestino. Non può nemmeno ottenere la patente o le cure di cui
ha bisogno.
Per il modo in cui vengono
affrontate le singole storie, Il male non esiste
riesce a toccare profondamente anche chi non è inserito nella
società iraniana. Il dilemma morale è ben esplicitato, in tutta la
sua complessità. Il racconto quasi didascalico delle vite dei
personaggi permette di osservare le conseguenze delle scelte di
ognuno. Mohammad Rasoulof affronta il dilemma in
modo documentaristico: non esprime un giudizio sulle scelte dei
protagonisti, ma espone semplicemente quattro possibili, e
plausibili, storie.
Delicatezza e brutalità sono forze
che coesistono ne Il male non esiste
C’è tanta delicatezza nel modo di
raccontare scelto da Mohammad Rasoulof. Le musiche
di Amir Molookpuor sono incantevoli e suggestive.
Ricordano vagamente le sinfonie di Ennio Morricone nei film di Tornatore o di Sergio Leone, struggenti e orecchiabili allo
stesso tempo, ma soprattutto perfettamente allineate all’intensità
emotiva di ogni scena.
Il regista de Il male non
esiste lavora tantissimo con le emozioni. I dialoghi sono
semplici e sinceri, come anche le scene di vita rappresentate. La
finzione è impercettibile: il lavoro svolto con la costruzione del
mondo finzionale è così precisa che non si riesce a cogliere, se
non nella bellezza delle immagini. Gli scenari mostrati sono
variegati, ma tutti ci dicono qualcosa dell’Iran: ne vediamo le
città caotiche, i carceri, l’entroterra rigoglioso ed edenico e le
colline più aride.
Alcune inquadrature sono di una
potenza espressiva rara: il montaggio parallelo è denso di
significati simbolici, necessari per dare il senso di una storia
che si affida molto poco ai dialoghi. In
sostanza, Mohammad Rasoulof, da abile
regista, si affida alle immagini e alle emozioni per raccontare
qualcosa di estremamente sentito per lui e per il suo paese.
Inutile dire che il risultato è eccezionale.
La pena di morte in Iran
Il male non esiste
mostra una piaga sociale dell’Iran. Il paese è il primo stato al
mondo per il numero di esecuzioni capitali: sono oltre 250 quelle
avvenute nel 2021. Probabilmente i numeri sono più alti: non tutte
le esecuzioni vengono comunicate ufficialmente. I condannati sono
tendenzialmente detenuti incolpati di omicidio o di reati di droga,
ma negli ultimi anni le esecuzioni hanno coinvolto anche attivisti
politici ed esponenti delle minoranze etniche. Chi viene ucciso è
spesso torturato per confessare i reati commessi. Inoltre, i
processi sono frettolosi e coinvolgono anche i minorenni.
In una società in cui i diritti
umani sono totalmente trascurati, ad andare al patibolo non sono
solo i condannati a morte, ma anche i cittadini costretti a
svolgere le uccisioni a nome del governo. Con Il male non
esiste si è invitati a toccare con mano un problema ancora
sentito in alcuni paesi del mondo: il film mette a dura prova la
morale e l’etica di chi vive in un paese libero.
La serie da record di Prime VideoIl Signore degli Anelli: Gli Anelli del
Potere ha annunciato che Il Making of de
Gli Anelli del Potere – una serie di
speciali con contenuti inediti dietro le quinte degli otto episodi
della prima stagione – è ora disponibile in esclusiva su X-Ray,
attraverso un’esperienza a tutto schermo che può essere attivata in
qualsiasi momento guardando la serie. Gli spettatori possono
accedere ai contenuti X-Ray anche tramite la sezione Contenuti
Extra nella pagina principale della serie su Prime
Video.
I contenuti con il dietro le quinte di X-Ray invitano gli
spettatori a scoprire da vicino la produzione della prima stagione,
permettendo ai fan di scoprire come la serie abbia meticolosamente
portato in vita in tutto il suo splendore la Terra di Mezzo creata
da J.R.R. Tolkien. Le clip dedicate al “making of” – una per
ciascuno degli otto episodi della prima stagione – permettono di
entrare a fondo nella serie, con un accesso esclusivo a video del
dietro le quinte, ma anche a interviste con il cast, gli
showrunner, gli executive producer, i registi e il team
produttivo.
Il Making of de Gli Anelli del
Potere offre ai fan uno specialissimo sguardo
sul dietro le quinte della creazione dei regni straordinari che
compongono la Terra di Mezzo, tra cui Númenor e Khazad-dûm,
entrambi mostrati per la prima volta sullo schermo al culmine del
loro splendore, fornendo anche dettagli interessanti sul production
design, scenografie, costumi, trucco, effetti visivi e speciali,
stunt, duelli con le spade, scene equestri e molti altri aspetti
del complessissimo lavoro necessario per ricreare questo mondo
magnifico.
Scritto e diretto da David
S. Goyer, acclamato sceneggiatore dei Batman di Nolan.
Il mai nato si presenta come un horror
riuscito, che a classici temi di fantasmi, della compresenza del
mondo dei morti con quello dei vivi, associa volti nuovi, come
quello di Odette Yustman, simbologie e credenze di
connessioni tra i gemelli, e temi caratterizzanti, come il
misticismo e la cabala ebraica e il tema dell’esorcismo che rimanda
a ben più noti e riusciti film di genere.
La trama de Il mai
nato si dipana nell’atmosfera fredda e invernale del
film, dondogli insolita solidità considerando il genere che spesso
e volentieri non da molte spiegazioni. Goyer cerca di dare
profondità alla storia anche attraverso il tempo arrivando
addirittura a scomodare un bambino morto ad Auswitz. Resta un film
di non troppo ampio respiro, pieno di ogni stereotipo tipico del
genere, ma si distingue dai vari Scary Movie che non danno troppo
importanza alla trama.
Il mai nato
si presenta come un horror riuscito
Straordinario come di consueto
Gary Oldman, che tolti i panni dell’ormai
commissario Gordon, indossa quelli del coraggioso rabbino
esorcista. Interessante e mai scontata è l’idea del male che
si nutre della paura della propria vittima, metafora, anche se un
po’ troppo stiracchiata, del momento storico che vive il mondo.
Scritto e diretto da David
S. Goyer, acclamato sceneggiatore dei
Batman Begins di Christopher Nolan, Il mai
nato si presenta come un horror riuscito, che a classici
temi di fantasmi, della compresenza del mondo dei morti con quello
dei vivi, associa volti nuovi, come quello di Odette Yustman,
simbologie e credenze di connessioni tra i gemelli, e temi
caratterizzanti, come il misticismo e la cabala ebraica e il tema
dell’esorcismo che rimanda a ben più noti e riusciti film di
genere.
La trama di Il mai
nato si dipana nell’atmosfera fredda e invernale del film,
dondogli insolita solidità considerando il genere che spesso e
volentieri non da molte spiegazioni. Goyer cerca di dare profondità
alla storia anche attraverso il tempo arrivando addirittura a
scomodare un bambino morto ad Auswitz. Resta un film di non troppo
ampio respiro, pieno di ogni stereotipo tipico del genere, ma si
distingue dai vari Scary Movie che non danno
troppo importanza alla trama.
Straordinario come di consueto
Gary Oldman, che tolti i panni dell’ormai
commissario Gordon, indossa quelli del coraggioso rabbino
esorcista. Interessante e mai scontata è l’idea del male che si
nutre della paura della propria vittima, metafora, anche se un po’
troppo stiracchiata, del momento storico che vive il mondo.
Il Mago di Oz è un
film del 1939 diretto daVictor Fleming e con
protagonisti nel cast Judy
Garland, Frank Morgan, Ray Bolger, Bert Lahr, Jack
Haley.
Il Mago di Oz – trama
Dorothy vive in una
fattoria del Kansas. Improvvisamente un terribile tornado si
abbatte su di lei, trascinandola insieme alla sua casa e al suo
cane nel mondo del mago Oz. Qui tutto è strano e bello, ma Dorothy
vuole lo stesso ritornare al più presto a casa….
“From now on you’ll be History” è
una delle battute pronunciate dal sindaco dei Mastichini, e la
frase propiziatoria ha gettato una luce positiva su quest’opera
cinematografica.
Il Mago di Oz non
solo ha fatto la storia del cinema, ma rappresenta la trasposizione
di un film che ha regalato il successo anche all’opera da cui è
tratto, assolutamente un caso singolare. Chi non ricorda le
scarpette rosso rubino del film? Il rimando immediato è a
Cenerentola, ma attenzione, quel paio faceva parte
dell’incantesimo, qui invece, sono le scarpette a scatenare poteri
da incantesimo!
Victor Fleming,
con la sua arguzia, affida ai colori un aspetto significativo
dell’opera, e non è un caso che il film inizi e termini in tonalità
seppia; al contrario raggiunge l’apice della sua espressione e
comunicazione nella parte centrale, quando le immagini sono
affidate ad uno sgargiante Tecnicolor.
Nell’incipit, il regista
traccia le coordinate dell’intera opera, definendo il carattere
travolgente e vivace della ragazza, Dorothy, e descrivendo a grandi
linee le caratteristiche dei tre contadini, che, in seguito, si
tramuteranno in compagni di viaggio.
Il Mago di Oz il film capolavoro
di Victor Fleming
La trasposizione cinematografica,
riprende sommariamente l’opera di L. Frank Baum, e si focalizza
sulla crescita personale della ragazza, che, con l’aiuto dei
compagni, passerà dallo status di bambina ad adulta. La bambina in
questione è nientemeno che la diciassettenne
Judy Garland, che con questo film assurge giovanissima
allo status di star e conquista uno speciale mini-Oscar per la sua
interpretazione. Il sostrato sociale del romanzo viene dunque
incanalato attraverso il personaggio di Judy, che divenne lei
stessa in quel periodo (era il 1939) un veicolo comunicativo della
politica americana per ricordare che il posto più bello del mondo,
nonostante le meraviglie del regno di Oz, era la sua casetta in
Kansas (There’s no place like home, recita alla fine), e quindi gli
USA.
Il momento cruciale, in cui la
storia si snoda verso orizzonti ultraterreni, è simbolicamente
preannunciata dalla canzone Somewhere Over the
Rainbow, che valse al film il suo secondo Oscar. È proprio
qui che avviene la svolta dell’intera trama, e, tramite
l’espediente del tornado, la ragazza si ritrova in una nuova
realtà.
Il popolo dei Mastichini, piccoli
folletti, bolle di sapone che si tramutano in streghe buone, La
Lega della Ninnananna, La Lega dei Lecca-lecca, spaventapasseri
ambiziosi alla ricerca di un cervello, Leoni intimiditi desiderosi
del proprio coraggio, Uomini di latta sdegnati per non aver un
cuore e streghe volanti.
Tutto questo è il Mago di
Oz, ovvero la ricerca di un presunto Mago sulla scia
dorata di un cammino impervio, che regala agli avventurieri
imprevisti di ogni sorta. La storia si snoda tra ritornelli
martellanti che aumentano il ritmo del racconto e un cammino
immaginario e personale effettuato dalla piccola Dorothy, verso la
consapevolezza della realtà.
Un personaggio fondamentale che
scandisce le diverse fasi della storia e ne rappresenta il Deus
ex machina è Frank Morgan. Non è un caso che Fleming gli abbia
affidato ruoli diversi ma molto affini. È lui ad interpretare il
Professor Meraviglia, personaggio che introduce lo spettatore nella
realtà fantastica del film, dando avvio all’intera trama. Ed è
sempre lui a interpretare il curioso portiere del Mago, aprendo le
porte ai protagonisti e introducendoli verso la prova finale e più
difficile dell’intera storia.
Ed infine è proprio lui a dare voce
a il Mago di Oz. Uno, due e tre… i battiti
dei tacchi delle scarpette color rosso rubino, che chiudono una
storia perfetta, una storia il cui inizio e la cui fine si
somigliano, ma al cui interno risiede una metamorfosi e
un’evoluzione verso ciò di cui più abbiamo bisogno: la
Felicità.
La regista di
Watchmen,Nicole Kassell, è stata
incaricata di dirigere il nuovo adattamento cinematografico
dell’amato romanzo per bambini americani di L. Frank
Baum,Il mago di Oz, per la New Line.
Kassell ha recentemente vinto un DGA
Award per la regia di serie drammatica e un Emmy come produttore
esecutivo per l’adattamento di Watchmen, per la
HBO. Kassell è stata un l’architetto della serie, ha diretto tre
dei nove episodi, incluso il pilot.
La scelta di Kassell è il risultato
di una lunga selezione da parte della New Line per trovare un
regista visionario capace di dare una nuova veste alla storia di
Baum, che già molte volte è stata riletta al
cinema, in tv, in varie forme e da diversi punti di vista.
L’adattamento più famoso e di
successo de Il mago di Oz è ancora, a oggi, quello datato
1939, con protagonista la diciassettenne Judy
Garland, diretta da Victor Fleming.
Considerato un classico della
storia del cinema, il film Il mago diOz (qui la recensione) è
ancora oggi, nonostante i suoi circa ottant’anni, un’opera in grado
di stupire per i suoi traguardi artistici e tecnici. Gli effetti
speciali mostrati nel film, infatti, furono una novità
rivoluzionaria per il 1939, e permisero al grande pubblico di
vedere cose mai viste prima di allora. La storia si basa invece sul
primo dei quattordici romanzi dedicati al mondo di Oz, scritti da
Frank Baum: Il meraviglioso mago di
Oz.
La produzione del film fu
particolarmente travagliata, con numerosi incidenti e ritardi che
resero particolarmente difficili le riprese. Basti pensare che alla
regia del film si dedicarono più autori, ognuno con la propria idea
del progetto. La pellicola viene però riconosciuta come un’opera
del regista Victor Fleming, che se anche non girò
l’intero film, lasciato per le riprese di Via col
vento, si occupò però della maggior parte della sua
produzione, stabilendo quelli che sono poi diventati i tratti
distintivi dell’opera.
Con il suo enorme successo,
cresciuto sempre più negli anni, Il mago di Oz ha
oltrepassato i confini cinematografici estendendo la propria
influenza anche alla televisione, al merchandising più vario,
nonché ad una lunga serie di opere da esso derivate. Diversi sono
anche i film, come Il grande e potente
Oz, con James
Franco, che si ricollegano direttamente al fantastico
mondo illustrato nel film dell’39. Questi, il più delle volte, si
pongono come veri e propri prequel o sequel, più o meno
ufficiali.
Il mago di Oz: la trama e il cast
del film
La storia del film ruota intorno a
Dorothy (Judy Garland), la quale vive una monotona
routine nella fattoria degli zii in Kansas. Un giorno, in seguito
ad una fuga, si trova a imbattersi in un tornado, che la trasporta
in mondo totalmente nuovo, magico e colorato. Qui viene acclamata
come un’eroina dalla strega buona del Nord, Glinda, poiché
arrivando nel nuovo mondo Dorothy ha inavvertitamente ucciso la
malvagia strega dell’Est. Ciò scatena però l’ira della strega
dell’Ovest, la quale giura vendetta. Per poterla sconfiggere, la
giovane dovrà rivolgersi al potente Mago di Oz (Frank
Morgan) che vive nella città di Smeraldo. Sul sentiero
dorato, da lei intrapreso, incontrerà poi inaspettati nuovi
amici.
Il film consacrò la carriera
dell’attrice e cantante Judy
Garland, che anche se giovanissima vantava già una
buona fama in tutti gli Stati Uniti. La scelta della protagonista
venne condotta in modo molto attento dalla produzione, che
ricercava un’attrice molto giovane ma con una buona esperienza già
alle spalle. Rispondevano a tale requisito la Garland e
Shirley Temple. La prima delle due venne però
preferita in quanto possedeva una maggior capacità vocale,
necessaria per interpretare le canzoni presenti nel film. Fino a
che non la videro all’opera, però, i produttori ebbero comunque
diversi dubbi su di lei, temendo che il suo aspetto da adolescente
non si addicesse a Dorothy, che era invece ancora una bambina. A
riprese iniziate, tuttavia, la Garland si rivelò perfetta per la
parte.
Fondamentale fu anche il casting
per i personaggi secondari del film. Ad interpretare i tre celebri
alleati di Dorothy vennero infatti chiamati tre celebri attori
dell’epoca. Bert Lahr interpretò il Leone,
Jack Haley l’Uomo di Latta e Ray
Bolger lo Spaventapasseri. Margaret
Hamilton venne invece chiamata ad interpretare la strega
cattiva, e da ammiratrice dei romanzi di Baum accettò con
entusiasmo, anche se affermò che avrebbe preferito poter ricoprire
un altro ruolo. L’attore Frank Morgan ha invece
recitato nel ruolo del Mago di Oz, affermatosi poi come
l’interpretazione più celebre della sua carriera.
Il mago di Oz: le differenze tra
il libro e il film
Nel realizzare la trasposizione
cinematografica del film, vennero come al solito operati diversi
cambiamenti rispetto all’opera di partenza. Molte di queste furono
opera dello sceneggiatore Noel Langley, il quale
propose diverse variazioni al fine di dar vita ad una storia che
rientrasse nei canoni dell’epoca. Il romanzo di Baum, infatti,
presentava dettagli più macabri e violenti, che se riportati nel
film avrebbero rischiato di infastidire il target di pubblico che
lo studios aveva in mente. Due esempi a riguardo sono lo scontro
che vede coinvolti i protagonisti e i servi della strega. Nel
romanzo, questi ultimi vengono uccisi, mentre nel film vengono
semplicemente scacciati.
O ancora, nel romanzo Dorothy
colpisce intenzionalmente la strega dell’Ovest con l’acqua,
uccidendola, mentre nel film ciò avviene solo per sbaglio. Lo
stesso Mago di Oz ha richieste ben diverse tra le due opere. Nel
film aspira a possedere la scopa della strega, mentre nel libro
vuole soltanto saperla morta. Altre particolari modifiche vennero
poi fatte in funzione dell’utilizzo del Technicolor, che avrebbe
permesso di dare al film un aspetto particolarmente attraente. Il
mondo di Oz, infatti, viene rappresentato molto più colorito e
gioioso di quanto invece non venga descritto nel romanzo. Per lo
stesso motivo, la pelle della strega venne cambiata da bianca a
verde, per conferirle un’ulteriore caratteristica visiva.
Uno dei cambiamenti più noti è poi
quello del colore delle celebri scarpette magiche di Dorothy, che
nel film possiedono un grandissimo valore. Nel libro, Baum le
descrive di color argento. Lo sceneggiatore, però, per sottolineare
la loro importanza decise di esaltarle ricorrendo al color rubino.
Anche questa scelta venne certamente favorita dall’adozione del
Technicolor per il film. Sempre lo sceneggiatore, infine, decise di
far assumere ai personaggi che Dorothy incontra nel mondo di Oz le
fattezze dei suoi amici e conoscenti nel mondo reale. Tale
dettaglio non è presente nel romanzo, ma per lo studios fu una
buona trovata per rendere più chiari certi dettagli e la
comprensione in sé del film.
Il mago di Oz: il trailer e dove
vedere in streaming il film
Per gli appassionati del film, o
per chi desidera vederlo per la prima volta, sarà possibile fruirne
grazie alla sua presenza nel catalogo di alcune delle principali
piattaforme streaming oggi disponibili. Il mago di Oz è
infatti presente su Chili Cinema, Rakuten TV, Google Play, Apple
iTunes e Netflix. In base alla piattaforma scelta, sarà
possibile noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento
generale al catalogo. In questo modo sarà poi possibile fruire del
titolo in tutta comodità e al meglio della qualità video.
Trai tanti traumi infantili per cui
dobbiamo ringraziare il cinema, ci sono senza dubbio le terribili
scimmie volanti della Strega Cattiva dell’Ovest ne Il Mago
di Oz. Le creaturine volanti, insieme alla Hamilton con la
faccia completamente verde, hanno senza dubbio infestato gli incubi
di moltissimi spettatori, e adesso questi incubi diventeranno molto
più realistici.
Stando a quanto riporta THR, la New Line Cinema è a
lavoro su un adattamento in chiave horror del romanzo
di L. Frank Baum, di cui il film diretto
da Victor Fleming con Judy
Garland del 1939 è senza dubbio l’adattamento più
famoso.
Avengers Age Of Ultron
incontra Il Mago di Oz: il mash-Up
Già nel 1985 Ritorno a
Oz aveva messo meglio in luce le potenzialità orrorifiche
del racconto che vede Dorothy protagonista, e
adesso l’impegno sarà completamente concentrato a farci saltare
dalla sedia. Impegno che, dato il materiale di partenza, sembra
particolarmente semplice!
Gli adattamenti del romanzo di
Baum sono stati moltissimi. Oltre al citato film
di Fleming, c’è stata la serie tv Tin
Man e anche lo show televisivo attualmente in
programmazione Emerald City, senza dimenticare
l’incursione di Once Upon a Time nel mondo di Oz.
Anche Broadway ha dato la sua lettura della
storia, con The Wiz e soprattutto con
Wicked. Di recente ricordiamo Il
grande e potente Oz, con James Franco
diretto da Sam Raimi e dell’85 è Ritorno a
Oz, già citato.
Il racconto senza tempo de Il Mago di Oz sarà riletto dal punto di vista
di Toto, il cagnolino di Dorothy, suo compagno di avventure nel
mondo di Oz. Il romanzo di L. Frank Baum ha visto
nel 1939 il glorioso adattamento con
Judy Garland, e poi nel 1985 il sequel dark
Ritorno a Oz. Nel 2013, Sam Raimi
ha raccontato le origini del Mago, ne Il Grande e Potente
Oz, ma la versione dal punto di vista del cagnolino nero
mancava all’appello.
Un report di Deadline
riferisce che Alex Timbers, co-creatore di
Mozart in the Jungle, dirigerà il film che sarà a
sua volta basato su The Dog-Gone Amazing Story of the Wizard of
Oz di Michael Morpurgo. Il film sarà un
prodotto d’animazione in seno alla Warner Bros Animation e sarà un
musical con la sceneggiatura di John August, che
ha firmato Big Fish, La Sposa Cadavere, Charlie
e la Fabbrica di Cioccolato e, di recente, Aladdin.
Il film su Toto sarà il debutto alla
regia per Timber, che però nella sua lunga
carriera vanta prestigiose collaborazioni tra cui Moulin Rouge!
The Musical, American Utopia, e The Pee-Wee
Herman Show.
A settantasette anni dal suo debutto
nel 1939, Il Mago di Oz resta ancora oggi
uno dei film più iconici che siano mai stati prodotti a
Hollywood.
Mentre si attende l’arrivo sulla NBC
della serie tv Emerald City ispirata proprio al film
e al romanzo di L. Frank Baum, arriva la notizia
di un nuovo prequel dopo Il grande e potente Oz diretto nel
2013 da Sam Raimi.
I RAMstar Studios hanno
infatti annunciato di essere al lavoro sullo sviluppo di un film
che si baserà sul romanzo del 1991 How the
Wizard Came to Oz dell’autore Donald
Abbot, il quale si occuperà di scrivere anche la
sceneggiatura dell’adattamento.
Il nuovo prequel sarà diretto da
Cole S. McKay, il quale ha lavorato a film
come Cloverfield e Transformers 3.
Esattamento come il film di Raimi,
anche questo nuovo prequel seguirà le avventure del giovane ed
eccentrico Oscar Diggs e del suo viaggio per raggiungere la Città
di Smeraldo. Secondo le prime indiscrezioni, Nathan Fillion (la serie tv
Castle) dovrebbe interpretare il ruolo del Mago,
anche se al momento non esiste alcuna conferma ufficiale in
merito.
Le riprese di How the
Wizard Came to Oz si svolgeranno a Los Angeles e in
Australia.
Il grande e potente Oz (Oz
the Great and Powerful) è un film del 2013 diretto da Sam Raimi e
con protagonisti James Franco, Mila
Kunis, Michelle Williams e Rachel Weisz. Il film si basa sul famoso romanzo
di Lyman Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz, ed è l’ideale
prequel del film del 1939 Il mago di Oz.
Il mago di Oz (The
Wizard of Oz) ha ricevuto molti riconoscimenti ed è considerato un
classico della storia del cinema. La nota canzone Over the Rainbow
(musica di Harold Arlen, parole di E.Y. Harburg e interpretata
dalla protagonista Judy Garland) è stata successivamente
reinterpretata da molti artisti e usata in diversi ambiti.
Prime Video e Gina
Matthews stanno ufficialmente sviluppando
Dorothy, una serie descritta come una
“rivisitazione contemporanea e musicale” de Il Mago di
Oz, basata sui libri di L. Frank Baum, che
utilizzerà la Strada di Mattoni Gialli come metafora delle sfide e
delle scelte che devono affrontare i giovani adulti di oggi. Come
riportato da Deadline, tra i produttori
esecutivi non sceneggiatori del progetto figurano Gwen
Stefani, Blake Shelton e Lee
Metzger della Lucky Horseshoe, Grant
Scharbo della Little Engine e Patrick
Moran.
“Sono innamorata dei libri del
Mago di Oz fin da quando ero bambina”, dice Matthews. “La
storia ci ricorda le qualità di cui abbiamo bisogno per superare i
momenti difficili, e Dorothy è un simbolo di forza che ci mostra
che con un po’ di gentilezza – e molta grinta – non solo possiamo
realizzare grandi cose, ma anche sollevare chi ci circonda. Sono
entusiasta di portare questo messaggio al mondo, ora più che
mai”.
“Sono davvero entusiasta di
lavorare con questo team creativo”, afferma Moran. “Sono
un grande fan di tutti coloro che sono coinvolti e non potrei
chiedere una collaborazione più entusiasmante per reinventare
questa amata proprietà intellettuale”. Scharbo aggiunge:
“Siamo entusiasti di intraprendere questo viaggio con Amazon e
crediamo che Dorothy incanterà una nuova generazione di
spettatori”.
“Siamo davvero entusiasti di
tutte le possibilità che questo show offre e sono molto grato a
Gina per aver condiviso l’idea con me e Lee”, ha invece detto
Shelton. “Ho capito subito che era qualcosa con cui Gwen
avrebbe potuto identificarsi. La sua creatività e la sua
prospettiva sono perfette per questo progetto”. “È una
versione creativa e moderna di un classico, e far parte di qualcosa
che unisce musica, emozioni e il personaggio di Dorothy è fonte di
ispirazione per me”, ha concluso Stefani.
Stefani, ricordiamo, è una
vincitrice di tre Grammy e artista multi-platino, nota anche come
coach di lunga data nel programma The Voice della
NBC. Shelton è invece un artista country nove volte candidato
ai Grammy e disco di platino che ha prodotto la serie di film
natalizi della Hallmark Time for … to Come Home for
Christmas e Barmageddon della USA. È stato anche lui
coach di lunga data del programma The Voice dal suo inizio
nel 2011 fino alla 23ª stagione nel 2023.
Da poche ore è giunta inaspettata
una notizia assolutamente gradita per tutti i nostalgici desiderosi
di viaggiare ancora una volta oltre l’arcobaleno per approdare
nuovamente nel Mondo di Oz.
Per festeggiare l’anniversario
dei 75 anni dall’esordio al cinema
de Il Mago di Oz, storica pellicola
diretta da Victor Fleming ed
interpretata dall’indimenticabile Judy
Garland, nel corso degli
86thAcademy
Awards avrà luogo un omaggio al film ispirato al primo
dei quattordici libri di Oz nati dall’inventiva di L.
Frank Baum.
A confermare la notizia
un’affermazione ufficiale da parte dei
produttori Craig
Zadan e Neil Meron:
“Siamo lietissimi di celebrare
il compleanno di uno dei film più amati di tutti i tempi nel corso
degli Oscar di quest’anno.”
Il Mago di
Oz, d’altronde, non è nuovo ai
salotti degli Oscar, già nel 1939 ricevette ben 6 nomination
all’agognata statuetta quali: miglior film, migliore fotografia,
migliore scenografia, migliori effetti speciali, miglior colonna
sonora e migliore canzone, riuscendo, tuttavia, a trionfare solo
nelle ultime due categorie.
Over The
Raimbow, storica colonna sonora del film scritta
da Harold Arlen e resa immortale dalla
stessa Judy Garland è da allora una delle
canzoni più note del panorama musicale e cinematografico.
Per poter scoprire quale sarà
l’omaggio offerto a Il Mago diOz non ci resta che attendere il
prossimo 2 marzo, data in cui gli Oscar
avranno luogo presso il Dolby Theatre.
Presto Il Mago di Oz ,
diretto da Victor Fleming nel 1939, celebrerà il
75esimo anniversario. La Warner Bros, che tanto deve del suo
successo al leggendario film che rese Judy Garland
una star, ha deciso di curare una particolare edizione in 3D
Blu-Ray. Inoltre USA Today ha annunciato oggi che il film verrà
ri-distribuito al cinema in 3D nei cinema IMAX il prossimo
settembre.
Basato sul libro
fantasy per ragazzi di L. Frank Baum, Il Mago di
Oz vede nel cast, come detto,
Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bulger, Bert Lahr, Jack
Haley, Billie Burke e Margaret Hamilton
nei panni della Strega Cattiva dell’Est. Dopo tre quarti di secolo,
il film di Fleming conserva un fascino incredibile ed è uno dei
film più visti e amati nella storia del cinema, rivendicando una
grande fetta di fan soprattutto negli Stati Uniti, dove la stessa
Judy Garland è un’icona pop senza tempo.
Dall’1 ottobre è previsto un set di
cinque dischi, che ne include uno in 3D.
Il mondo di Baum, con questa
iniziativa, riceverà un doppio riconoscimento cinematografico
quest’anno, considerata la recente uscita de Il Grande
e Potente Oz, che uscirà in home video la prossima
settimana.
Inoltre è in produzione un film
animato intitolato Dorothy of Oz, del
quale però non si conosce ancora la data d’uscita.
Olivier Assayas,
regista di intrighi e cospirazioni atipiche in cui i misteri,
piuttosto che venire spiegati, spariscono nella loro
inafferabilità, porta in concorso a Venezia 82Il mago del Cremlino – Le Origini di
Putin, adattamento dell’omonimo romanzo fantapolitico
di Giuliano da Empoli, vincitore del
Grand prix du roman de l’Académie française nel 2022.
L’uomo che verrà
Russia, primi anni ’90. L’Unione Sovietica è crollata e, nel caos
di un Paese che cerca di ricostruirsi, un giovane dalla
straordinaria intelligenza, Vadim Baranov
(Paul
Dano), inizia a tracciare il proprio cammino. Da
artista d’avanguardia a produttore di reality show, Baranov diventa
presto il consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a
conquistare il potere assoluto: l’uomo che il mondo imparerà a
conoscere come “lo Zar”, Vladimir Putin (Jude
Law).
Immerso nel cuore del sistema, Baranov si trasforma nello spin
doctor della nuova Russia, capace di modellare discorsi, illusioni
e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo:
Ksenia, donna libera e inafferrabile, simbolo di
una possibile via di fuga lontana dalle logiche di dominio e
manipolazione politica.
Quindici anni più tardi, dopo essersi ritirato nel silenzio,
Baranov decide di parlare con un giornalista americano (Jeffrey
Wright). Le sue rivelazioni confondono i confini tra verità e
menzogna, convinzione e strategia. Il mago del
Cremlino è un viaggio nei corridoi oscuri del
potere, un film in cui ogni parola diventa parte di un disegno più
grande.
L’enigmatico Paul
Dano
Baranov pensa che
il personaggio di Jeffrey Wright, a differenza di tanti altri,
abbia capito qualcosa – non tutto, ci tiene a sottolineare – della
sua carriera politica. Dall’incontro tra i due parte un racconto a
ritroso che ci conduce alla giovinezza di Baranov, periodo in cui,
come tanti altri coetanei, era ancora prigioniero della vecchia
idea russa che l’arte è profezia, bloccato nella bolla artistica e
nell’assioma che la cultura potesse ancora esercitare potere. Man
mano, il giovane capisce però che vuole essere protagonista dei
suoi tempi, che la Russia è diventata un supermercato ed è tempo di
inventarsi qualcosa di nuovo. Così, passa dal mondo degli
spettacoli teatrali ai reality show: nella Mosca degli anni ’90 non
si può più essere noiosi, tutte le altre istituzioni sono cadute,
rimane solo la televisione.
Uomini di potere derivano la loro
aura dalla posizione che occupano. Per Baranov, il cui operato è
stato definito “finta democrazia” in uno studio scritto dal
personaggio di Wright, questa è una certezza assoluta, così come il
fatto che ciò che conta veramente in Russia sia la vicinanza al
potere, non i soldi. Lo sguardo misterioso di Paul
Dano – capace di interpretare ruoli agli antipodi
nella sua carriera, dall’impacciato figlio di una famiglia
“ambulante (Little Miss Sunshine) agli individui più
inquietanti (Prisoners),
fino ai villain dei cinecomic (l’enigmista in The Batman)- ritrae con spiazzante lucidità questa
figura fittizia che sembra abitare il nostro presente,
prestigiatore onniscente dei movimenti dell’attualità.
Il potere verticale
Arriviamo poi all’incontro di
Putin, introdotto come funzionario ed ex spia del KGB, che
BorisBerezovskij pensa possa essere la
figura perfetta per liberarsi dal giogo degi imbonitori
(El’cin), creando una nuova
figura politica. La prerogativa è solo una: ricostruire l’integrità
della federazione russa. Dall’introduzione del futuro Zar,
assisteremo alla gestione della seconda guerra cecena,
l’affondamento del Kursk, la crisi degli ostaggi del 2002, la
rivoluzione arancione, fino ad arrivare alle prime fasi della
guerra ucraina del 2022.
Nel corso dell’inserimento di Putin
all’interno delle sfere del potere emerge il contrasto incolmabile
tra Boris, uomo di televisione ed emozioni, e lo Zar: secondo
Baranov, si pensava di sostituire soltanto una figura, non l’intero
sistema. È la fine dell’era degli oligarchi che, nel tentare di
ritrasformare la Russia in ciò che è sempre stata, creano una
prigione grande come un Paese.
Un Assayas affilato ma
meno spiazzante
Il mago del
Cremlino è thriller politico riuscito anche se forse
fin troppo convenzionale per Assayas, che avrebbe potuto
decostruire ancora di più l’influsso taumaturgico del potere. Lo
sancio particolarmente ispirato nella direzione visiva – a cui il
regista ci ha abituati soprattutto nelle sue opere più recenti –
viene però bilanciato da dialoghi incredibilmente ben scritti.
Sembra, indubbiamente grazie anche alla presenza di Emmanuel
Carrère alla sceneggiatura, di sfogliare le pagine di un libro.
Di particolare rilievo è l’indagine sulla parola come strumento
magico, dei toni e delle conversazioni pacate che vanno a
infliggere il male, dell’idea che non serva urlare per stabilire
regole.
Nel dominio incontrastato di soli
uomini si inserisce Ksenia, figura femminile
sfuggente, archetipo tanto caro ad Assayas che, come le donne di
No Other Choice, potrebbe offrire una soluzione o via
di fuga dall’egemonia del potere. Nel presente, che vede
smaterializzarsi il personaggio di
Alicia Vikander, c’è invece una bambina che Baranov ha voluto
crescere “in sicurezza”, dopo che la Russia ha divorato suo nonno e
suo padre. Lui, che ha sempre vissuto il futuro, ha trovato il
presente con la figlia. Ma per un uomo che ha deciso di sposare i
suoi tempi, forse i tempi ora vogliono scappare da lui.
Fulvio e
Federica Lucisano, I Wonder Pictures,
Rai Cinema e 01 Distribution
presentano il trailer e il poster italiani de Il Mago
del Cremlino– Le origini di Putindi
Olivier Assayas (qui
la nostra recensione in anteprima dal Festival di Venezia) con
Paul
Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will
Keen, con Jeffrey Wright e Jude
Law, presentato in anteprima mondiale
in Concorso alla 82° edizione della Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica di Venezia e in uscita il 12 febbraio
2026 con 01 Distribution.
Russia, primi
anni ’90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di
ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane uomo dalla mente brillante
sta per trovare la propria strada. Prima artista d’avanguardia, poi
produttore di reality show, diventa consigliere ufficioso di un ex
agente del KGB destinato a conquistare il potere assoluto: colui
che presto sarà conosciuto come “lo Zar”, Vladimir Putin. Immerso
nel cuore del sistema, Baranov diventa lo spin doctor della nuova
Russia, modellandone discorsi, fantasie e percezioni. Ma c’è una
figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e
inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga – lontano
dall’influenza del potere e dal dominio politico.
Quindici anni
dopo, ritiratosi nel silenzio, Baranov accetta di parlare. Ciò che
rivela offusca i confini tra verità e finzione, fede e strategia e
svela i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire.
Il Mago del Cremlino– Le origini di
Putin è una discesa negli oscuri meandri del
potere, un racconto in cui ogni parola è parte di un disegno.
Scritto dallo
stesso Assayas con Emmanuel
Carrère, Il mago del Cremlino –
Le origini di Putinè un viaggio tra storia,
politica, sociologia, suspense, già definito “un
thriller avvincente”,“una riflessione sul fascino del
potere”, “una storia che ci fa capire molto della Russia di oggi e
non solo.”.
Una produzione
Curiosa Films e Gaumont, in
coproduzione con France 2 Cinéma, Il
Mago del Cremlino- le origini di Putin è un’esclusiva
per l’Italia I Wonder Pictures e Italian
International Film (Gruppo Lucisano) con Rai
Cinema e sarà al cinema con 01
Distribution.
Con
Le Mage du
Kremlin, distribuito in Italia come
Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin (qui
la nostra recensione in anteprima dal Festival di
Venezia), Olivier
Assayas firma uno dei suoi film più politici
e stratificati. Ispirato al romanzo omonimo di Giuliano da Empoli,
il film ricostruisce l’ascesa di Vladimir Putin (Jude Law)
attraverso lo sguardo del suo spin doctor Vadim Baranov
(Paul Dano),
figura ispirata a Vladislav Surkov. Il finale non è un semplice
epilogo biografico: è la messa a fuoco definitiva del rapporto tra
potere, narrazione e manipolazione.
Prima di analizzarne il senso politico, è necessario chiarire cosa
accade davvero negli ultimi minuti.
Cosa succede nel finale de Il mago del Cremlino?
Nel finale, Baranov comprende di essere diventato prigioniero del
sistema che ha contribuito a costruire. Dopo aver orchestrato la
trasformazione di Putin da funzionario grigio del post-URSS a
figura carismatica e temuta, si rende conto che la macchina
narrativa ha superato il suo stesso creatore.
Putin non è più un progetto comunicativo: è diventato il centro di
gravità del potere russo. Le strategie di controllo mediatico, le
guerre simboliche, la costruzione di una “democrazia sovrana” sono
ormai strutture consolidate. Baranov intuisce che il suo ruolo non
è più necessario. Anzi, diventa pericoloso.
Il loro confronto finale è glaciale. Non c’è uno scontro diretto,
ma uno scambio fatto di silenzi e sottintesi. Putin comprende che
l’uomo che lo ha creato mediaticamente conosce troppo. Baranov
capisce che il potere, una volta consolidato, elimina ogni
intermediario.
Perché Baranov sceglie di farsi da parte?
Il film suggerisce che Baranov non venga eliminato fisicamente, ma
“assorbito” dal sistema. La sua uscita di scena è ambigua: si
ritira, si eclissa, viene marginalizzato. Assayas non offre una
soluzione esplicita, ma costruisce una dissolvenza simbolica.
Baranov è un uomo che ha sempre vissuto nell’ombra, manipolando la
percezione pubblica. Nel finale, torna a essere invisibile. È la
punizione perfetta per uno spin doctor: scomparire dalla storia che
ha contribuito a scrivere.
La sua consapevolezza arriva tardi. Ha creato una narrativa fondata
sul conflitto permanente, sulla destabilizzazione controllata,
sulla costruzione di una realtà alternativa. Ma quella realtà non è
più controllabile.
Il significato politico dell’ultima sequenza
L’ultima sequenza non riguarda solo i due uomini. È una riflessione
sul potere nel XXI secolo. Assayas mostra come il controllo non
passi più soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la
manipolazione simbolica.
Il film chiude con un senso di inevitabilità. La Russia che vediamo
non è più in transizione: è entrata in una nuova fase autoritaria
costruita su storytelling, paura e nazionalismo. Baranov osserva il
risultato del proprio lavoro come un artista che non riconosce più
la propria opera.
Il vero finale non è la sua uscita di scena, ma l’idea che il
sistema continuerà senza di lui. Il potere non ha bisogno del suo
architetto una volta che le fondamenta sono state gettate.
Putin è davvero il “mago” del titolo?
Il titolo suggerisce ambiguità. Chi è il vero mago del Cremlino?
Baranov, il manipolatore dietro le quinte, o Putin, che ha saputo
trasformare quella manipolazione in potere reale?
Il finale sembra rispondere in modo netto: il vero mago è colui che
riesce a rendere invisibile il trucco. Se Baranov costruisce
l’illusione, Putin la incarna e la rende sistema. Quando il potere
diventa struttura, non ha più bisogno del prestigiatore.
In questo senso, il film racconta la nascita di un regime non
attraverso le grandi decisioni politiche, ma attraverso la
costruzione narrativa del consenso.
Cosa vuole dirci Assayas con questo finale?
Il finale non offre redenzione né condanna morale esplicita.
Assayas evita il didascalismo e sceglie l’ambiguità. Il suo
interesse non è demonizzare o glorificare, ma mostrare il
meccanismo.
Il mago del Cremlino non è un film su Putin in senso stretto, ma
sul potere della narrazione. Il sistema descritto nel film è figlio
della televisione, della propaganda moderna e delle guerre
dell’informazione. Il finale suggerisce che il vero pericolo non
sia il leader in sé, ma la capacità di costruire una realtà
alternativa che sostituisca quella condivisa.
Baranov esce di scena, ma la macchina resta attiva. È questa la
nota più inquietante.
Con
Le Mage du
Kremlin, uscito in Italia come Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin, Olivier
Assayas porta sullo schermo il romanzo di
Giuliano da
Empoli, un’opera che mescola fiction e
ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia
raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic
tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a
eventi e figure realmente esistiti.
Per
capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra
contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione
drammatica.
Vadim Baranov è un personaggio reale?
Il
protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è
chiaramente ispirato a Vladislav
Surkov, uno degli ideologi più influenti
della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.
Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della
“democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un
sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È
stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della
costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.
Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale
cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione,
che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova
Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche
private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di
Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente
riconosciuto.
La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?
Cortesia di 01 Distribution
L’ascesa di Vladimir
Putin alla fine degli anni Novanta è un
fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin,
Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato
dal caos economico e politico del post-URSS.
Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace
di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa
trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine
pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica
e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del
potere.
L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle
televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale
sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni
Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del
sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato
o di oligarchi allineati al Cremlino.
La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?
No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato
e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov.
L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico
autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.
Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del
potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento
adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha
accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.
Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo
trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato
simbolico e psicologico della sua elaborazione.
I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?
Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni
pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film.
I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere
visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.
Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e
il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente
diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche
parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della
strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme
pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in
scena.
In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un
potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.
Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni
Duemila?
L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la
crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in
Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi
documentati.
Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità
istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione
mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle
analisi politologiche e nei reportage internazionali
sull’evoluzione del sistema russo.
Tuttavia, va ricordato che Il
mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di
finzione politica che utilizza fatti reali come base per un
racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.
Il
mago del Cremlino – Le origini di Putin: cosa c’è di vero nel
film?
Con
Le Mage du
Kremlin, uscito in Italia come
Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin, Olivier
Assayas porta sullo schermo il romanzo di
Giuliano da
Empoli, un’opera che mescola fiction e
ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia
raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic
tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a
eventi e figure realmente esistiti.
Per
capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra
contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione
drammatica.
Vadim Baranov è un personaggio reale?
Il
protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è
chiaramente ispirato a Vladislav
Surkov, uno degli ideologi più influenti
della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.
Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della
“democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un
sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È
stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della
costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.
Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale
cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione,
che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova
Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche
private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di
Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente
riconosciuto.
La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?
L’ascesa di Vladimir
Putin alla fine degli anni Novanta è un
fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin,
Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato
dal caos economico e politico del post-URSS.
Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace
di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa
trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine
pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica
e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del
potere.
L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle
televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale
sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni
Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del
sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato
o di oligarchi allineati al Cremlino.
La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?
No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato
e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov.
L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico
autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.
Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del
potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento
adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha
accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.
Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo
trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato
simbolico e psicologico della sua elaborazione.
I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?
Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni
pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film.
I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere
visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.
Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e
il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente
diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche
parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della
strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme
pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in
scena.
In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un
potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.
Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni
Duemila?
L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la
crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in
Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi
documentati.
Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità
istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione
mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle
analisi politologiche e nei reportage internazionali
sull’evoluzione del sistema russo.
Tuttavia, va ricordato che Il
mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di
finzione politica che utilizza fatti reali come base per un
racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.
È un film storico o una parabola sul potere?
La risposta più onesta è: entrambe le cose, ma con prevalenza della
seconda. Il film utilizza la storia recente della Russia per
costruire una riflessione più ampia sul potere nel XXI secolo.
La figura dello spin doctor che crea un leader e poi ne viene
superato è una metafora potente. Non è solo la storia di Putin o di
Surkov, ma la rappresentazione di un meccanismo universale: quando
la narrazione diventa più forte della realtà.
In questo senso, ciò che è “vero” nel film non è tanto il dettaglio
biografico quanto la dinamica strutturale: il potere contemporaneo
si fonda sempre più sulla costruzione simbolica e sul controllo del
racconto pubblico.
Cosa bisogna sapere prima di vedere il film?
È
importante affrontare Il mago
del Cremlino con la consapevolezza che si tratta di un
adattamento letterario. Il romanzo di Giuliano da Empoli era già un
ibrido tra realtà e invenzione, e il film accentua questa
dimensione.
Non tutto ciò che vediamo è documentato, ma quasi tutto è
plausibile nel contesto storico. La forza dell’opera non sta nella
ricostruzione minuziosa degli eventi, bensì nella capacità di
trasformare una stagione politica reale in una riflessione sul
rapporto tra potere, comunicazione e responsabilità morale.
Il film non pretende di dire “come è andata davvero”. Mostra,
piuttosto, come potrebbe essere andata. Ed è proprio in questo
spazio ambiguo che si muove la sua verità.