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Il matrimonio del mio migliore amico: Celine Song scriverà il sequel del film con Julia Roberts

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La Sony Pictures sta lavorando alla realizzazione di un sequel della commedia romantica con Julia Roberts dal titolo Il matrimonio del mio migliore amico. Come riportato da Collider, lo studio ha ingaggiato la sceneggiatrice e regista di Material Love e Past Lives Celine Song per scrivere la sceneggiatura del progetto, anche se al momento non è ancora stata confermata la sua partecipazione come regista del film.

La notizia arriva poco dopo che Dermot Mulroney, che ha recitato al fianco della Roberts nell’originale del 1997 diretto da P.J. Hogan, ha rivelato al New York Post che “si parla di un sequel”. L’attore stava promuovendo la sua nuova serie NetflixThe Hunting Wives” quando gli è stato chiesto del possibile seguito, rispondendo: “Non ne so nulla. L’ultima cosa che ho sentito è che gli avvocati ne stavano discutendo“.

Song ha appena presentato il suo secondo lavoro da regista, Material Love, in Italia al cinema dal 4 settembre. La commedia romantica sul triangolo amoroso, con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal, ha incassato 50 milioni di dollari al botteghino mondiale. Il suo film d’esordio, Past Lives, ha invece incassato 42 milioni di dollari in tutto il mondo e ha ottenuto nomination agli Oscar per la sceneggiatura originale e il miglior film.

Cosa sapere di Il matrimonio del migliore amico

L’originale Il matrimonio del mio migliore amico vedeva Julia Roberts nei panni di una critica gastronomica che scopre che il suo amico di lunga data, interpretato da Dermot Mulroney, sta per sposarsi. I due avevano giurato di sposarsi l’uno con l’altra se fossero rimasti single fino alla “veneranda” età di 28 anni. Rendendosi conto di essere innamorata, il personaggio di Roberts decide così di sabotare l’evento. Il film vedeva anche la partecipazione di Cameron Diaz e Rupert Everett.

Il film è stato un successo al botteghino al momento dell’uscita nell’estate del 1997, incassando 127 milioni di dollari in Nord America e classificandosi al nono posto tra i film di maggior incasso dell’anno. Ha poi ottenuto tre nomination ai Golden Globe – come miglior musical e commedia e per la recitazione di Roberts ed Everett – ed è rimasto uno dei titoli più amati della serie di commedie romantiche interpretate da Roberts negli anni ’90. Nel 2022, Variety lo ha classificato come uno dei 100 migliori film di tutti i tempi.

Il matrimonio che vorrei: recensione del film con Meryl Streep

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Il matrimonio che vorrei: recensione del film con Meryl Streep

David Frankel, il regista della pellicola, che rinnova così il sodalizio con Meryl Streep dopo Il diavolo veste Prada e la sceneggiatrice Vanessa Taylor con Il matrimonio che vorrei descrivono la vita di una coppia media americana di provincia che ad un certo punto della vita, ossia dopo che classicamente i ragazzi vanno via da casa per andare al collega, rimangono nuovamente da soli, affrontando la vita a due con 20 anni di più. I fisici, e si dibatte molto, soprattutto, per qualche strana ragione solo di quello invecchiato della moglie Kay e non certo di quello imbolsito di Arnold e del desiderio che nell’abitudine, si è appannato.

Ne Il matrimonio che vorrei Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones) sono una coppia con alle spalle più di 30 anni di matrimonio. Per Arnold tutto scorre normale, mentre Kay sente che il loro rapporto si è inaridito e cerca un modo per ravvivarlo. In libreria, scopre e legge un libro del Dr. Feld (Steve Carell) e decide di affrontare una terapia di coppia presso di lui, cercando di convincere l’abitudinario marito a seguirla per una settimana nella cittadina portuale del Maine, Hope Springs. In quella settimana, molte cose cambieranno.

Il matrimonio che vorrei, il film

Il matrimonio che vorrei, in inglese Hope Springs, dal nome della cittadina dove si trova il terapeuta ma anche un gioco di parole sul significato: “la speranza salta fuori”, tratta di un tema parallelo a quello portato in scena a Cannes da uno dei più grandi cineasti degli ultimi venti anni, Michael Haneke, che con il suo Amour parla anch’egli di amore in tarda età. Ma essendo in questo caso un film europero, l’atmosfera è decisamente diversa e c’è un terapeuta di meno.

Potrebbe essere una commedia, ma alla fine il film viaggia molto tra questo genere e il dramma psicologico, ma ha come carta in più quella di mettere sullo schermo, o almeno minacciare di farlo, un tabù del cinema: il sesso tra persone anziane.

Meryl Streep, neanche a dirlo, è perfetta nell’impersonare una fragile, a tratti insopportabile ma determinata donna della middle class americana, ma è ben sorretta da Tommy Lee Jones, perfettamente calato nel ruolo del “grumpy” ma affettuoso, anche se con problemi di espressione del sentimento, marito Arnold. Chi è utilizzato ben al di sotto delle sue capacità e possibilità è Steve Carell, lo psicoterapeuta, inchiodato alla sedia dello studio e costretto a una serie di primi piani e piani d’ascolto. Il nostro avrà la sua rivincita solo alla vera fine del film, dopo i titoli di coda, una buona ragione per restare seduti in sala.

Il film cerca di portare in superficie quelli che sono i problemi naturali di una coppia che passata la terza decade insieme deve trovare un nuovo modo per interagire, riaffermare la propria relazione e continuare a stare insieme. Non si tratta solo di attività sessuale, ma anche di semplice sintonia, e forse, nella patria che per prima ha esportato il teorema che l’apparenza è tutto, un’accettazione del proprio cambiamento fisico e psicologico.

Il Matrimionio che vorrei: dal 18 ottobre Meryl Sterrp e Tommy Lee Jones al cinema

Il 18 ottobre arriva nelle nostre sale, distribuito da BIM, Il matrimonio che vorrei, o meglio, il matrimonio che vorrebbe Meryl Streep nel nuovo film di David Frankel, che torna a collaborare con la pluripremiata attrice dopo il successo de Il diavolo veste Prada (2006).

Il materiale emotivo: Sergio Castellitto presenta il suo nuovo film da regista

Giunto al suo settimo lungometraggio da regista, Sergio Castellitto torna al cinema dal 7 ottobre con Il materiale emotivo, da lui anche interpretato insieme Matilda De Angelis e Bérénice Bejo. Il film, scelto per inaugurare il Festival del Cinema di Bari, si basa su una storia che nasce tra le mani di Ettore Scola e all’epoca intitolata Un drago a forma di nuvola”, il quale non è però mai riuscito a tramutarla in film, ma solo in graphic novel. Presentando il film a Roma, Castellitto parte proprio da questo particolare per raccontare le origini del film, incentrato su Vincenzo, un libraio vecchio stampo alle prese con una figlia paraplegica segnata da un brutto trauma e con un’attrice teatrale tanto problematica quanto seducente.

Quando tre anni fa mi proposero questa sceneggiatura, mi sembrò un ultimo, inaspettato dono che Ettore mi faceva in nome della nostra amicizia. – esordisce Castellitto – Io sono stato suo allievo, ho realizzato con lui due film (La famiglia e Concorrenza sleale) e l’idea di poter realizzare la sua ultima idea cinematografica era per me un onore oltre che un piacere”. “Naturalmente, – continua il regista – avevo bisogno di far diventare anche mia quella storia. Ho così deciso di affidarmi a Margaret Mazzantini per riscriverla nel modo che fosse per me più congeniale. Molto è dunque cambiato, ma il cuore di quello spunto originale è rimasto intatto”.

Chiamato a definire con una parola il film, Castellitto afferma di non poter scegliere che “soave”. “Soave perché abbiamo da subito deciso di rinunciare a certe tinte forti da melodramma, a quegli sconvolgimenti interiori che si esternano in modo straziante. Ho piuttosto preferito dar spazio ai sentimenti taciuti, a quei piccoli gesti che a volte passano inosservati ma valgono tutto”.

Dalla sceneggiatura riscritta dalla Mazzanti prende così vita un personaggio circondato dalla letteratura e proprio la letteratura è una continua fonte di ispirazione per quanto avviene nel film e ai suoi personaggi. “In quanto scritto da Ettore, – spiega Castellitto – le citazioni erano completamente staccate dalle vicende dei personaggi, non li definiscono, non li raccontano. Questa era proprio una cosa che volevo cambiare. In fase di scrittura abbiamo così deciso di affidarci soltanto a citazioni che si legassero strettamente ai personaggi e alla loro situazione. Opere come Il barone rampante, Don Chisciotte de la Mancia e Le notti bianche sono fondamentali da questo punto di vista”.

Passando ad analizzare il film in modo ancor più approfondito, il regista sottolinea come uno dei temi principali sia quello della prigionia. “I personaggi sono tutti un po’ prigionieri di loro stessi, come anche degli ambienti che li circondano. Ci si trova continuamente alle prese con tanti carceri personali, alcuni dei quali si incastrano tra loro dando vita ad una prigionia continua. L’obiettivo, a poco a poco, è dunque quello di abbattere quest’oppressione, aprendosi alla vita.”  

“Il mio obiettivo, in fin dei conti, – afferma Castellitto concludendo la conferenza stampa – è quello di portare ogni spettatore a chiedersi quale sia il proprio personale materiale emotivo. Dobbiamo trovarlo, perché l’attualità ci uccide, ci rende sterili e apatici a tutto ciò che è reale. Attraverso la rappresentazione della vita data dal cinema e dalla letteratura, invece, si può rimediare a ciò, si possono scuotere le coscienze. Per quanto riguarda me, il mio materiale emotivo è stato poter girare questo film. Avere questa fortuna ed essere stato a mia volta travolto dalle emozioni qui raccontate”. 

Il materiale emotivo: la recensione del film di Sergio Castellitto

Si apre su un sipario rosso il film Il materiale emotivo, la nuova fatica da regista di Sergio Castellitto, perché come da lui affermato “la rappresentazione della vita coinvolge ed emoziona molto più della vita vera”. Scritto da Margaret Mazzantini a partire da un’idea mai realizzata di Ettore Scola, Furio Scarpelli e Silvia Scola, il film introduce così alla vicenda di un uomo di nome Vincenzo (interpretato dallo stesso Castellitto), alle prese con l’amore per la figlia Albertine (Matilda De Angelis) e la sua libreria, situata in una piazzetta di Parigi. L’uomo, la cui vitalità sembra essere sopita da tempo, riscoprirà la forza delle emozioni grazie alla comparsa nella sua vita di Yolande (Bérénice Bejo), un’attrice esuberante e scombinata.

Il film, il settimo come regista per Castellitto, è dunque un viaggio nella vita di un uomo arresosi dinanzi ai troppi dolori, un uomo che trova rifugio nella letteratura e nel passato poiché è l’attualità ad uccidere definitivamente l’animo. Egli non è però l’unico prigioniero di sé stesso in questo racconto definito “soave dallo stesso Castellitto. Come si scoprirà, infatti, ognuno vive in propri personali carceri, con l’obiettivo di liberarsene o scendere a compromessi con questi. Il racconto, dopo aver introdotto lo spettatore oltre il sipario, porta dunque a confrontarsi con tutto ciò, dando vita ad una giostra di personaggi ed emozioni piuttosto varia.

 Nessuno si salva da solo

Il titolo del romanzo del 2011 della Mazzantini, Nessuno si salva da solo, racchiude in sé un po’ di quanto si ritrova in Il materiale emotivo. Oltre a vantare la stessa scrittrice, il film presenta come accennato in apertura tre personaggi, ognuno con il proprio vissuto e la propria prigionia autocostruita. Vincenzo, ad esempio, si è volontariamente rinchiuso nella propria libreria, l’unico posto dove si sente al sicuro. Da lì può controllare ogni cosa e può badare alla figlia Albertine, costretta alla sedia a rotelle dopo un brutto incidente e ammutolitasi in seguito a tale trauma. Come il padre, anche lei è rinchiusa in uno spazio confinato, proprio come il pesce nell’acquario che osserva giorno dopo giorno.

Il terzo personaggio, Yolande, sembra invece essere diversa da loro. Lei non vive una costrizione fisica imposta da un sol luogo, bensì una ben più ampia, che può estendersi all’intera sua esistenza. Tanto problematica quanto vitale, è lei ad entrare come un uragano nella libreria e nella vita di Vincenzo, sconvolgendola per sempre. Solo grazie a lei l’uomo inizierà piano piano a riappropriarsi di spazi perduti da tempo. Vincenzo intraprende infatti un percorso che lo porta fuori dalla propria libreria, tra le strade e ancor più lontano. Così, dunque, nessuno sembra potersi salvare da solo. C’è bisogno di un imput esterno, che smuova le cose, anche se poi il passo decisivo spetta al diretto interessato.

Per Vincenzo ci voleva Yolande, per Albertine ci vorrà a sua volta qualcosa proveniente da fuori la riattragga verso la vita. Tutto ciò si agita in un ambiente scenografico che ne rappresenta uno vero, volutamente lasciando intendere la differenza (un po’ come avviene nel bellissimo La Belle Époque), proprio a ribadire come sia la rappresentazione della vita a generare più coinvolgimento e trasporto. Su questo equilibrio si basa il film di Castellitto, affascinante per l’occhio e seducente sotto molti punti di vista. Come affermato anche dallo stesso Vincenzo, però, il materiale emotivo è in sé un ossimoro bello e buono e tale si dimostra anche il film.

Il materiale emotivo Sergio Castellitto

Il materiale emotivo: la recensione del film

Ciò che rammarica di un film tanto ingegnoso e delicato, dove il “dramma” è spogliato di ogni tinta più forte, è proprio l’ossimoro del raccontare di emozioni senza però riuscire a trasmettere qualcosa di deciso. Probabilmente ci vuole il giusto spettatore con la giusta sensibilità d’animo, ma Il materiale emotivo sembra in fin dei conti rimanere piuttosto distante rispetto a ciò che si propone. Per quanto lo spettatore si possa ritrovare interessato dalla vicenda e dai misteri legati al passato dei personaggi, qualcosa sembra non funzionare come dovrebbe. La molla dell’emozione decisiva sembra non scattare mai.

Da questo punto di vista, Il materiale emotivo è un film che deve attentamente scegliere il suo pubblico, trovare le giuste inclinazioni d’animo, poiché non tutti potrebbero essere disposti a lasciarsi ammaliare da quanto qui narrato. Ciò non toglie valore a quanto messo in scena, dalla vivace scenografia all’interpretazione dei protagonisti, su cui spicca la candidata all’Oscar Bérénice Bejo. Più che sull’aspetto emotivo, dunque, il film sembra da premiare su quello materiale. E con le colte citazioni disseminate nel corso della storia, in modo più o meno velato, il film sembra soddisfare più l’intelletto che non il cuore.

Il match tra Tyson Fury e Arslanbek Makhmudov live su Netflix

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Il match tra Tyson Fury e Arslanbek Makhmudov live su Netflix

Il grande giorno è arrivato: il due volte campione unificato dei pesi massimi Tyson Fury (34-2-1, 24 KO) torna sul ring dopo il ritiro per affrontare il devastante Arslanbek Makhmudov (21-2, 19 KO). L’appuntamento è per domani, sabato 11 aprile dalle ore 20 italiane, live solo su Netflix, senza costi aggiuntivi. La telecronaca sarà affidata alle voci di Niccolò Pavesi e Alessandro Duran.

Presentato da Sua Eccellenza Turki Alalshikh e da The Ring, questo evento storico, che si terrà al Tottenham Hotspur Stadium di Londra, sarà il primo incontro di Fury sul suolo britannico dopo quasi quattro anni e segnerà la prima diretta streaming di Netflix dal Regno Unito.

Il co-main event sarà il match tra il welter britannico Conor “The Destroyer” Benn (24-1, 14 KO) e Regis “Rougarou” Prograis (30-3, 24 KO).

Netflix sta attualmente producendo insieme a Tyson Fury la docuserie di successo At Home With the Furys, la cui seconda stagione è prevista per questa primavera. Parallelamente alla serie, Netflix sta anche producendo Fury (titolo provvisorio), il documentario che racconta la vita cruda e senza filtri di una delle figure più affascinanti dello sport e della cultura britannica.

Sua Eccellenza Turki Alalshikh ha dichiarato: “Siamo felici che Tyson abbia deciso di tornare sul ring per quello che dovrebbe essere un emozionante scontro tra pesi massimi contro Makhmudov”.

Gabe Spitzer, vicepresidente dello sport di Netflix, ha dichiarato: “Da tempo ammiro Tyson Fury come uno dei pugili più resilienti e affascinanti della sua generazione. La sua carriera è stata caratterizzata dal superamento delle difficoltà e ogni suo incontro è caratterizzato da un’energia innegabile. Siamo incredibilmente entusiasti di vederlo di nuovo sul ring per questo grande ritorno a casa e siamo felici di offrire ai nostri abbonati un posto in prima fila per assistere al prossimo capitolo della sua leggenda”.

Tyson Fury ha dichiarato: “Sono entusiasta di tornare. Il mio cuore è sempre stato e sempre sarà nella boxe. Qualcuno vada a dire al re che l’asso è tornato!”.

Arslanbek Makhmudov ha dichiarato: “Sono entusiasta di questa opportunità. Vengo per dare battaglia sul ring. Tyson Fury è stato un grande campione. Sarò pronto più che mai a conquistare una vittoria schiacciante”.

The Ring

Dalla sua acquisizione da parte di Sua Eccellenza Turki Alalshikh nel novembre 2024, The Ring è entrata in una nuova era, rafforzando il suo status di voce più leggendaria e autorevole nel mondo della boxe. La rivista ha dato risalto a molti dei più grandi incontri e dei momenti più iconici di questo sport, tra cui il match più chiacchierato della boxe britannica tra Chris Eubank Jr. e Conor Benn, nonché lo scontro decisivo tra Canelo Alvarez e Terence Crawford a Las Vegas, spesso descritto come “l’incontro del secolo”. The Ring offre una copertura globale con un accesso senza pari alle stelle più importanti della boxe a livello mondiale. Forte della sua ricca tradizione, la rivista continua a documentare questo sport ai massimi livelli, plasmando il presente e preservando l’eredità della boxe.

Il Marvel Cinematic Universe avrà mai fine? Risponde il produttore Nate Moore

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Il dirigente dei Marvel Studios, Nate Moore, non crede che il Marvel Cinematic Universe finirà mai. L’MCU è iniziato nel 2008 con Iron Man e The Incredible Hulk, ed è diventato il più grande franchise cinematografico di tutti i tempi negli ultimi 14 anni. L’ultimo capitolo è arrivato con Black Panther: Wakanda Forever, che ha ufficialmente concluso la Fase 4. L’ultimo lotto di film e il primo round di serie Disney+ è arrivato mentre cresce il dibattito sulla eventuale stanchezza del MCU si sta diffondendo tra il pubblico. Questo ha favorito le conversazioni sulla possibilità che l’MCU debba finire.

L’argomento del finale del MCU è stato ora affrontato da Nate Moore, vicepresidente della produzione e dello sviluppo presso i Marvel Studios. Di recente è apparso nel podcast di The Town con Matthew Belloni (tramite The Direct) per parlare del futuro della Marvel dopo Black Panther: Wakanda Forever. Il conduttore Matthew Belloni ha chiesto a bruciapelo a Nate Moore se il MCU può andare avanti per sempre, e il dirigente della Marvel crede che potrebbe farlo fintanto che i Marvel Studios rimangono impegnati a esplorare cosa può essere un film o una serie MCU.

“Voglio dire, penso che possa durare a lungo. Penso che dobbiamo continuare a… Non possiamo sederci sugli allori. Non possiamo pensare di avere le risposte. Dobbiamo continuare a spingere i format per quanto riguarda il genere e ciò che siamo disposti a esplorare. Ma per me i film Marvel sono solo film. Il nostro materiale originale è solo… Sarebbe come dire: “Ehi, i film sui libri andranno avanti per sempre?” Probabilmente.”

Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich, tutti i dettagli sulla storia che ha ispirato il film

Il film televisivo Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich va in onda su Rai1 in prima serata in occasione del Giorno del Ricordo, portando sullo schermo la vicenda umana e sportiva di uno dei più grandi marciatori italiani di sempre. Diretta da Alessandro Casale, la pellicola vede tra gli interpreti lo stesso Abdon Pamich in un ruolo di raccordo narrativo, con Michael Marini (visto in Con la grazia di un Dio) ad interpretare il giovane Abdon e Fausto Sciarappa (La rosa dell’Istria) ed Eleonora Giovanardi (Per te) nei ruoli dei suoi genitori. Il film racconta però non solo le imprese sportive, ma anche la storia personale dell’atleta. Il progetto è prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction, con un approccio che intreccia cronaca sportiva e memoria storica.

La messa in onda del film ha attirato l’attenzione perché va oltre il semplice racconto agonistico, proponendo al pubblico italiano il ritratto di un uomo la cui vita esprime valori di resilienza, determinazione e continuità. Il regista Casale ha voluto sottolineare come la marcia non sia solo disciplina atletica, ma una vera e propria metafora esistenziale per Pamich, rivolgendosi a spettatori di ogni età. Raccontare la sua vicenda significa restituire voce a un periodo storico complesso, quello dell’esodo giuliano-dalmatо, e alla capacità di trasformare la sofferenza in forza personale.

La trama di Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich

Il film ripercorre dunque la vita di Abdon Pamich, partendo dal suo esordio come ragazzo esule da Fiume dopo la Seconda guerra mondiale per arrivare alle sue imprese sportive più celebri. La narrazione segue il giovane Pamich durante la fuga dalla città natale insieme al fratello per raggiungere l’Italia, passando per gli anni di sacrifici, l’avvicinamento alla marcia atletica e la costruzione di una carriera che lo porterà a calcare palcoscenici internazionali. I momenti chiave includono la partecipazione a più edizioni dei Giochi Olimpici, con i trionfi di Roma 1960 e Tokyo 1964, ma anche l’intreccio umano con la propria identità di profugo e sportivo.

Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich cast

La storia vera dietro il film

Abdon Pamich nasce a Fiume nel 1933, all’epoca ancora sotto giurisdizione italiana, e cresce in una realtà di confine segnata da conflitti e rivendicazioni nazionali. Nel 1947, all’età di 13 anni, Pamich e il fratello Giovanni lasciano la loro casa per fuggire dall’avanzata delle forze jugoslave dopo la guerra, segnando l’inizio di una vita di profugo e migrante che li porterà in Italia settentrionale, prima a Trieste e poi a Genova per ricongiungersi al padre. Questo esodo doloroso, raccontato con emozione dallo stesso atleta, rappresenta una delle marce più difficili della sua esistenza e getta le basi per la sua tenacia futura.

Durante l’adolescenza in Italia, Pamich scopre e sviluppa il talento per la marcia atletica, disciplina in cui eccelle per resistenza e determinazione. Nel corso degli anni ’50 e ’60 costruisce una carriera straordinaria alla marcia di 50 km, vincendo numerose competizioni, titoli nazionali e internazionali. È stato campione europeo e medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo più volte, consolidando la propria reputazione come uno dei marciatori più forti al mondo. La sua disciplina e capacità di resistere alle avversità fanno di lui un modello sportivo nazionale di grande rilievo.

Pamich rappresenta l’Italia in cinque edizioni consecutive dei Giochi Olimpici, dal 1956 al 1972. La sua prima grande affermazione arriva a Roma 1960, dove conquista la medaglia di bronzo nella 50 km di marcia, confermando il suo valore internazionale. Il successo più importante giunge ai Giochi di Tokyo 1964, quando Pamich vince la medaglia d’oro nella stessa disciplina, segnando una prestazione memorabile nella storia dell’atletica italiana. In quell’edizione stabilisce una eccellente performance che rimane impressa nella memoria collettiva, consacrando la sua leggenda sportiva.

Dopo il ritiro dall’attività agonistica Pamich non si allontana dallo sport, continuando a essere una figura di riferimento per la marcia e l’atletica in Italia. Grazie ai suoi risultati e alla sua dedizione, è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Collare d’Oro al Merito Sportivo e varie onorificenze istituzionali. A Tokyo ’72 ha avuto l’onore di portare la bandiera italiana alla cerimonia di apertura dei Giochi. Nel corso degli anni la sua storia è stata valorizzata anche attraverso iniziative culturali e di memoria, sottolineando come la sua vita sportiva sia indissolubilmente legata a valori di perseveranza e spirito olimpico.

La vera storia di Abdon Pamich, come narrata nel film e ricostruita attraverso le tappe della sua vita, è quella di un uomo che ha trasformato le ferite dell’esilio e della giovinezza in una marcia costante verso l’eccellenza sportiva. Dalla fuga da Fiume alla conquista di medaglie olimpiche, Pamich incarna un esempio di resilienza e dedizione, dimostrando come lo sport possa essere uno strumento di riscatto personale e collettivo.

Il Mandarino anche nei sequel di Captain America e The Avengers?

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Il Mandarino anche nei sequel di Captain America e The Avengers?

WorstPreviews ha scandagliato il trailer di Iron Man 3 uscito ieri, riuscendo a rivelare dei dettagli importanti riguado ai tatuaggi del Mandarino, nuovo villain del film interpretato da Ben Kingsley.

Il Mandarino infatti ha un tatuaggio dietro la nuca con una forma familiare: sembra lo scudo di Captain America, con la differenza che se sullo scudo al centro campeggia una stella bianca, qui abbiamo una A.

Kevin Feige, capo della Marvel, ha recentemente dichiarato che Il Mandarino usa “simbolismo di varie culture e iconografie, che storpia per i suoi propri scopi”.

Questo vorrà dire che il cattivo potrebbe assumere su di sè gli ideali che quello scudo rappresenta? Il soggetto in questione otrebbe avere una connessione con Steve Rogers?

Potrebbe essere così probabile che il Mandarino avrà un ruolo anche in Captain America: The Winter Soldier e in The Avengers 2.

Il Mammone: trailer della commedia con Diego Abatantuono

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Il Mammone: trailer della commedia con Diego Abatantuono

È stato diffuso oggi il trailer di Il Mammone, divertente commedia che racconta le vicende dei coniugi Bonelli, alle prese con un figlio adulto decisamente troppo attaccato ai genitori. Basato sulla storia originale e sul film “Tanguy” diretto da Etienne Chatiliez e scritto da Laurent Chouchan e Etienne Chatiliez, il film – per la regia di Giovanni Bognetti – vede protagonisti, nella parte di Piero e Anna Bonelli, Diego Abatantuono e Angela Finocchiaro. Andrea Pisani interpreta il figlio Aldo, mentre Michela Giraud è Amalia, un personaggio che sul suo cammino incontrerà la famiglia Bonelli.

Il film – prodotto da Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia e Colorado Filmdal 7 novembre sarà disponibile in esclusiva su Sky Cinema e in streaming solo su NOW.

La trama del film Il Mammone

L’antico proverbio giapponese “Quando sei mamma lo sei per sempre” è un mantra nella famiglia Bonelli. Aldo, figlio unico di Piero e Anna, nonostante i suoi 35 anni suonati, l’indipendenza economica, una brillante carriera accademica come professore universitario e innumerevoli occasioni di lavoro all’estero, vive ancora felicemente a casa con la madre e il padre. Un giorno però i genitori realizzano quello che mai avrebbero pensato: non lo sopportano più. Inizia in casa una vera e propria guerra fredda, nella quale i coniugi Bonelli cercano di far emancipare Aldo e metterlo alla porta con ogni mezzo a loro disposizione. Il ragazzo però ha delle risorse inaspettate e non è un tipo che si arrende facilmente.

Il Maledetto: la recensione del film di Giulio Base

Il Maledetto: la recensione del film di Giulio Base

Il Macbeth di William Shakespeare è stato adattato in molteplici e differenti modalità per il cinema, con opere più o meno fedeli al testo originale. Quelle che vi si discostano di più, sono solite riprendere le dinamiche narrative di base per inserirle in contesti inediti, proponendo così riletture che confermano l’immortalità di tale tragedia. È questa l’operazione che fa anche il regista Giulio Base (Il banchiere anarchico, Bar Giuseppe) con il suo nuovo film dal titolo Il Maledetto. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, questo vede la vicenda del Macbeth animarsi nel contesto della mafia pugliese dei nostri giorni.

Protagonista di questo nuovo adattamento è Michele Anacondia (Nicola Nocella), un criminale della mafia pugliese che ricopre però per il suo clan solamente ruoli di poco rilievo. Quando però il suo figlio neonato muore per via di un agguato, egli svela una capacità di vendicarsi che gli fa subito guadagnare le attenzioni dei suoi capi. Vedendo in ciò l’occasione per migliorare la loro condizione sociale, la moglie di Michele (Ileana D’Ambra) lo spinge ad ottenere ancora di più, dando il via ad una scalata ai vertici del clan sempre più macchiata dall’ambizione, dalla rancore e dalla follia.

Un film votato all’eccesso

Il Macbeth di Shakespeare è notoriamente una delle opere più cupe, cruente, ambigue e sanguinarie del drammaturgo inglese. Allo stesso modo, Il Maledetto di Base si presenta come un film che ricerca l’eccesso per raccontare una vicenda parte della realtà italiana ma non per questo priva di situazioni ed emozioni che sembrano provenire dal mito. Il racconto, scritto dallo stesso Base, sembra dunque vivere di questo incrocio tra il realismo di un contesto sociale ben preciso e dei moti dell’animo che invece trascendono il tempo per rivelarsi universali ed eternamente ricorrenti nel corso di tutta la storia dell’umanità.

Si parla soprattutto dell’ambizione, che caratterizza in particolar modo il protagonista e, ancor di più, la sua consorte. Quella stessa ambizione che nel corso della Storia ha portato alla follia e all’autodistruzione chiunque vi si abbandonasse. In Il Maledetto assistiamo dunque al progressivo discendere dei due protagonisti in un inferno di potere e violenza, che se da un lato offre loro lusso e sfarzo, dall’altra corrompe in modo irrimediabile il loro animo. Michele Anacondia passa dunque dall’essere una figura solitaria che trascorre il proprio tempo nelle campagne pugliesi insieme alle pecore, ad un uomo corrotto, sempre più tormentato da ciò che ha fatto e da ciò che farà.

Pur mantenendo grossomodo quel carattere silenzioso e riflessivo che lo caratterizza, il protagonista sarà dunque sempre più circondato da un eccesso stilistico che il regista costruisce per esaltare non solo il mondo di cui entra a far parte ma anche la sua crescente follia. La fanno dunque da padroni fiotti interminabili di sangue, effetti speciali posticci, scene che non si risparmiano nel mostrare i dettagli più crudi ed un lavoro sul sonoro che va ulteriormente a sottolineare la natura malsana di quanto sta avvenendo.

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Pregi e limiti di Il Maledetto

Tutti questi elementi non devono però far pensare a Il maledetto come un film che si allontana da una ricerca di realismo, la quale è invece sempre presente nelle intenzioni del regista, che costruisce dunque il suo lungometraggio con il tentativo di farlo reggere in equilibrio su questi due poli. Proprio come per il suo protagonista, l’ambizione che il film sembra sfoggiare sotto tali punti di vista rischia di esserne il suo limite maggiore e non mancano le scene meno convincenti o suggestive in quanto a messa in scena, come ad esempio quella della cena in cui Michele si presenta come nuovo capo clan.

Tuttavia, le ambizioni e gli eccessi di Il Maledetto riescono in fin dei conti a renderlo anche un film diverso rispetto ai tanti sull’argomento che si vedono ogni anno sugli schermi italiani. Certo, l’idea di ricollocare il Macbeth in un contesto da gangster movie non è nuova (basti pensare al film del 1990 Uomini d’onore), ma il renderlo così tanto parte dell’immaginario mafioso italiano è un elemento di ulteriore unicità. Nel contribuire al fascino del film non ci si può dimenticare dei due protagonisti. Nocella sfoggia una presenza scenica notevole e riesce a rendere palpabile il complesso mondo interiore del suo Michele, ma è la D’Ambra nei panni della Lady Macbeth di turno a rubare spesso e volentieri la scena. Insieme sono uno degli aspetti migliori del film.

Il male non esiste: dal 10 marzo al cinema il film Orso d’Oro alla Berlinale 70

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Dal 10 marzo finalmente nelle sale italiane, distribuito da Satine Film, arriva Il male non esiste, ultimo capolavoro del pluripremiato regista iraniano Mohammad Rasoulof, vincitore dell’Orso d’Oro come Miglior Film alla Berlinale 70 e in numerosi altri Festival Internazionali (Seattle, San Paolo, Hong Kong, Philadelphia, Cleveland, Calgary, Oslo, Valladolid, Montclair, Batumi). Un film simbolo, unico e straordinario, che solleva dilemmi morali universali che scuotono le coscienze e impongono una riflessione profonda sul tema della pena di morte e della responsabilità delle persone coinvolte nella sua esecuzione. Quattro storie, collegate da un sottile filo rosso, affrontano una questione fondamentale della società iraniana e di tutti quei paesi costretti, da imposizioni governative, ad accettare la pena di morte come pratica costante e consolidata.

La trama di Il male non esiste

Iran, oggi. Quattro storie, quattro ritratti della fragilità dell’ essere umano di fronte a scelte obbligate e alle responsabilità che ne derivano. Il 40enne Heshmat marito e padre esemplare, è un uomo generoso e accomodante con tutti, ma svolge un lavoro misterioso per il quale ogni notte esce di casa. Pouya ha da poco iniziato il servizio militare e si ritrova subito ad affrontare una scelta drammatica: come obbedire a un ordine dei superiori contro la propria volontà. Javad è un giovane soldato che conquista a caro prezzo tre giorni di licenza per tornare al paese della sua amata e chiederla in sposa. Bharam è un medico interdetto dalla professione, che decide finalmente di rivelare alla nipote un segreto doloroso che lo accompagna da vent’anni. Quattro storie diverse ma inesorabilmente legate che, pur essendo ambientate nella società iraniana, toccano profondamente la coscienza e la storia di ognuno di noi ponendoci di fronte a una domanda alla quale tutti dobbiamo rispondere: al posto loro, tu cosa avresti fatto?

Il male non esiste, recensione del film premiato alla Berlinale

Il male non esiste, recensione del film premiato alla Berlinale

Ci sono quelli che obbediscono e quelli che dicono No”. Con Il male non esiste, il regista iraniano Mohammad Rasoulof ha voluto porre l’accento su un fardello che ancora oggi opprime il suo paese: la pena di morte. Il tema è affrontato non dal punto di vista dei condannati, ma da quello degli esecutori. Un grosso interrogatorio di carattere etico sta alla base del lungometraggio: chi, in un regime dispotico, è veramente libero di scegliere?

Il film conquista la critica internazionale: nel 2020 è premiato a Berlino con l’Orso d’Oro. Scopriamo insieme perché Il male non esiste merita di essere visto.

Il male non esiste racconta quattro storie e quattro dilemmi morali

Il male non esiste è un film diviso in quattro capitoli che ruotano attorno al medesimo tema: l’esecuzione capitale. Ogni storia mostra la vita di un uomo che, costretto dal governo iraniano ad uccidere i condannati a morte, si è trova costretto a scegliere se obbedire o meno, influenzando inevitabilmente la propria vita.

Heshmat è un marito e un padre buono e dedito alla famiglia, ma adombrato per il lavoro che deve eseguire ogni notte. Puoya è un ragazzo che deve svolgere il servizio militare. È tormentato da un ordine dei superiori che mette a dura prova la sua morale. Anche Javad sta svolgendo il servizio militare. Per avere tre giorni di permesso – vuole andare a trovare la propria fidanzata per il suo compleanno, deve svolgere un compito tutt’altro che semplice. Bharam invece è un medico interdetto che da vent’anni vive isolato dal mondo e conserva un segreto enorme.

Nessuna reale possibilità di scelta

Tutti e quattro i personaggi si trovano a dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni: c’è chi ha scelto di uccidere e chi ha rifiutato, ma per tutti la vita è diventata un inferno.

Chi ha obbedito, o continua ad obbedire, vive dilaniato dai sensi di colpa che, inevitabilmente, invadono tutto il bello che li circonda. Heshmat ad esempio, sembra un uomo così buono, con i vicini di casa, la moglie, la madre malata, la figlia: vive di giorno un’esistenza lodevole, quasi per depurarsi dal gesto che è costretto a ripetere tutte le notti. In ogni caso, la catarsi non funziona granché: un’ombra lo accompagna giorno e notte, rendendolo cupo e distante in ogni situazione, anche le più gioiose.

Tra chi ha detto ”No” c’è Bharam. Era all’università, studiava medicina e aveva una fidanzata. Da quando ha fatto la sua scelta, il governo iraniano gli ha reso la vita impossibile: Bharam ha perso la sua famiglia e la sua professione ed è costretto a vivere come un clandestino. Non può nemmeno ottenere la patente o le cure di cui ha bisogno.

Per il modo in cui vengono affrontate le singole storie, Il male non esiste riesce a toccare profondamente anche chi non è inserito nella società iraniana. Il dilemma morale è ben esplicitato, in tutta la sua complessità. Il racconto quasi didascalico delle vite dei personaggi permette di osservare le conseguenze delle scelte di ognuno. Mohammad Rasoulof affronta il dilemma in modo documentaristico: non esprime un giudizio sulle scelte dei protagonisti, ma espone semplicemente quattro possibili, e plausibili, storie.

Delicatezza e brutalità sono forze che coesistono ne Il male non esiste

C’è tanta delicatezza nel modo di raccontare scelto da Mohammad Rasoulof. Le musiche di Amir Molookpuor sono incantevoli e suggestive. Ricordano vagamente le sinfonie di Ennio Morricone nei film di Tornatore o di Sergio Leone, struggenti e orecchiabili allo stesso tempo, ma soprattutto perfettamente allineate all’intensità emotiva di ogni scena.

Il regista de Il male non esiste lavora tantissimo con le emozioni. I dialoghi sono semplici e sinceri, come anche le scene di vita rappresentate. La finzione è impercettibile: il lavoro svolto con la costruzione del mondo finzionale è così precisa che non si riesce a cogliere, se non nella bellezza delle immagini. Gli scenari mostrati sono variegati, ma tutti ci dicono qualcosa dell’Iran: ne vediamo le città caotiche, i carceri, l’entroterra rigoglioso ed edenico e le colline più aride.

Alcune inquadrature sono di una potenza espressiva rara: il montaggio parallelo è denso di significati simbolici, necessari per dare il senso di una storia che si affida molto poco ai dialoghi. In sostanza, Mohammad Rasoulof, da abile regista, si affida alle immagini e alle emozioni per raccontare qualcosa di estremamente sentito per lui e per il suo paese. Inutile dire che il risultato è eccezionale.

La pena di morte in Iran

Il male non esiste mostra una piaga sociale dell’Iran. Il paese è il primo stato al mondo per il numero di esecuzioni capitali: sono oltre 250 quelle avvenute nel 2021. Probabilmente i numeri sono più alti: non tutte le esecuzioni vengono comunicate ufficialmente. I condannati sono tendenzialmente detenuti incolpati di omicidio o di reati di droga, ma negli ultimi anni le esecuzioni hanno coinvolto anche attivisti politici ed esponenti delle minoranze etniche. Chi viene ucciso è spesso torturato per confessare i reati commessi. Inoltre, i processi sono frettolosi e coinvolgono anche i minorenni.

In una società in cui i diritti umani sono totalmente trascurati, ad andare al patibolo non sono solo i condannati a morte, ma anche i cittadini costretti a svolgere le uccisioni a nome del governo. Con Il male non esiste si è invitati a toccare con mano un problema ancora sentito in alcuni paesi del mondo: il film mette a dura prova la morale e l’etica di chi vive in un paese libero.

Il Making of de Gli Anelli del Potere: ecco il video

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Il Making of de Gli Anelli del Potere: ecco il video

La serie da record di Prime Video Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere ha annunciato che Il Making of de Gli Anelli del Potere – una serie di speciali con contenuti inediti dietro le quinte degli otto episodi della prima stagione – è ora disponibile in esclusiva su X-Ray, attraverso un’esperienza a tutto schermo che può essere attivata in qualsiasi momento guardando la serie. Gli spettatori possono accedere ai contenuti X-Ray anche tramite la sezione Contenuti Extra nella pagina principale della serie su Prime Video.

I contenuti con il dietro le quinte di X-Ray invitano gli spettatori a scoprire da vicino la produzione della prima stagione, permettendo ai fan di scoprire come la serie abbia meticolosamente portato in vita in tutto il suo splendore la Terra di Mezzo creata da J.R.R. Tolkien. Le clip dedicate al “making of” – una per ciascuno degli otto episodi della prima stagione – permettono di entrare a fondo nella serie, con un accesso esclusivo a video del dietro le quinte, ma anche a interviste con il cast, gli showrunner, gli executive producer, i registi e il team produttivo.

Il Making of de Gli Anelli del Potere offre ai fan uno specialissimo sguardo sul dietro le quinte della creazione dei regni straordinari che compongono la Terra di Mezzo, tra cui Númenor e Khazad-dûm, entrambi mostrati per la prima volta sullo schermo al culmine del loro splendore, fornendo anche dettagli interessanti sul production design, scenografie, costumi, trucco, effetti visivi e speciali, stunt, duelli con le spade, scene equestri e molti altri aspetti del complessissimo lavoro necessario per ricreare questo mondo magnifico.

Il mai nato: recensione del film di David S. Goyer

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Il mai nato: recensione del film di David S. Goyer

Scritto e diretto da David S. Goyer, acclamato sceneggiatore dei Batman di Nolan. Il mai nato si presenta come un horror riuscito, che a classici temi di fantasmi, della compresenza del mondo dei morti con quello dei vivi, associa volti nuovi, come quello di Odette Yustman, simbologie e credenze di connessioni tra i gemelli, e temi caratterizzanti, come il misticismo e la cabala ebraica e il tema dell’esorcismo che rimanda a ben più noti e riusciti film di genere.

La trama de Il mai nato si dipana nell’atmosfera fredda e invernale del film, dondogli insolita solidità considerando il genere che spesso e volentieri non da molte spiegazioni. Goyer cerca di dare profondità alla storia anche attraverso il tempo arrivando addirittura a scomodare un bambino morto ad Auswitz. Resta un film di non troppo ampio respiro, pieno di ogni stereotipo tipico del genere, ma si distingue dai vari Scary Movie che non danno troppo importanza alla trama.

Il mai nato si presenta come un horror riuscito

Straordinario come di consueto Gary Oldman, che tolti i panni dell’ormai commissario Gordon, indossa quelli del coraggioso rabbino esorcista. Interessante e mai scontata è l’idea del male che si nutre della paura della propria vittima, metafora, anche se un po’ troppo stiracchiata, del momento storico che vive il mondo.

Il mai nato recensione

Il mai Nato di David S. Goyer

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Il mai Nato di David S. Goyer

Scritto e diretto da David S. Goyer, acclamato sceneggiatore dei Batman Begins di Christopher Nolan, Il mai nato si presenta come un horror riuscito, che a classici temi di fantasmi, della compresenza del mondo dei morti con quello dei vivi, associa volti nuovi, come quello di Odette Yustman, simbologie e credenze di connessioni tra i gemelli, e temi caratterizzanti, come il misticismo e la cabala ebraica e il tema dell’esorcismo che rimanda a ben più noti e riusciti film di genere.

La trama di Il mai nato si dipana nell’atmosfera fredda e invernale del film, dondogli insolita solidità considerando il genere che spesso e volentieri non da molte spiegazioni. Goyer cerca di dare profondità alla storia anche attraverso il tempo arrivando addirittura a scomodare un bambino morto ad Auswitz. Resta un film di non troppo ampio respiro, pieno di ogni stereotipo tipico del genere, ma si distingue dai vari Scary Movie che non danno troppo importanza alla trama.

 

Straordinario come di consueto Gary Oldman, che tolti i panni dell’ormai commissario Gordon, indossa quelli del coraggioso rabbino esorcista. Interessante e mai scontata è l’idea del male che si nutre della paura della propria vittima, metafora, anche se un po’ troppo stiracchiata, del momento storico che vive il mondo.

Il Mago di Oz: recensione del film del 1939

Il Mago di Oz: recensione del film del 1939

Il Mago di Oz è un film del 1939 diretto da Victor Fleming e con protagonisti nel cast Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bolger, Bert Lahr, Jack Haley. 

Il Mago di Oz – trama

Il Mago di Oz tramaDorothy vive in una fattoria del Kansas. Improvvisamente un terribile tornado si abbatte su di lei, trascinandola insieme alla sua casa e al suo cane nel mondo del mago Oz. Qui tutto è strano e bello, ma Dorothy vuole lo stesso ritornare al più presto a casa….

“From now on you’ll be History” è una delle battute pronunciate dal sindaco dei Mastichini, e la frase propiziatoria ha gettato una luce positiva su quest’opera cinematografica.

Il Mago di Oz non solo ha fatto la storia del cinema, ma rappresenta la trasposizione di un film che ha regalato il successo anche all’opera da cui è tratto, assolutamente un caso singolare. Chi non ricorda le scarpette rosso rubino del film? Il rimando immediato è a Cenerentola, ma attenzione, quel paio faceva parte dell’incantesimo, qui invece, sono le scarpette a scatenare poteri da incantesimo!

Victor Fleming, con la sua arguzia, affida ai colori un aspetto significativo dell’opera, e non è un caso che il film inizi e termini in tonalità seppia; al contrario raggiunge l’apice della sua espressione e comunicazione nella parte centrale, quando le immagini sono affidate ad uno sgargiante Tecnicolor.

Il Mago di Oz 1939Nell’incipit, il regista traccia le coordinate dell’intera opera, definendo il carattere travolgente e vivace della ragazza, Dorothy, e descrivendo a grandi linee le caratteristiche dei tre contadini, che, in seguito, si tramuteranno in compagni di viaggio.

Il Mago di Oz il film capolavoro di Victor Fleming

La trasposizione cinematografica, riprende sommariamente l’opera di L. Frank Baum, e si focalizza sulla crescita personale della ragazza, che, con l’aiuto dei compagni, passerà dallo status di bambina ad adulta. La bambina in questione è nientemeno che la diciassettenne Judy Garland, che con questo film assurge giovanissima allo status di star e conquista uno speciale mini-Oscar per la sua interpretazione. Il sostrato sociale del romanzo viene dunque incanalato attraverso il personaggio di Judy, che divenne lei stessa in quel periodo (era il 1939) un veicolo comunicativo della politica americana per ricordare che il posto più bello del mondo, nonostante le meraviglie del regno di Oz, era la sua casetta in Kansas (There’s no place like home, recita alla fine), e quindi gli USA.

Il momento cruciale, in cui la storia si snoda verso orizzonti ultraterreni, è simbolicamente preannunciata dalla canzone Somewhere Over the Rainbow, che valse al film il suo secondo Oscar. È proprio qui che avviene la svolta dell’intera trama, e, tramite l’espediente del tornado, la ragazza si ritrova in una nuova realtà.

Il popolo dei Mastichini, piccoli folletti, bolle di sapone che si tramutano in streghe buone, La Lega della Ninnananna, La Lega dei Lecca-lecca, spaventapasseri ambiziosi alla ricerca di un cervello, Leoni intimiditi desiderosi del proprio coraggio, Uomini di latta sdegnati per non aver un cuore e streghe volanti.

Tutto questo è il Mago di Oz, ovvero la ricerca di un presunto Mago sulla scia dorata di un cammino impervio, che regala agli avventurieri imprevisti di ogni sorta. La storia si snoda tra ritornelli martellanti che aumentano il ritmo del racconto e un cammino immaginario e personale effettuato dalla piccola Dorothy, verso la consapevolezza della realtà.

Un personaggio fondamentale che scandisce le diverse fasi della storia e ne rappresenta il Deus ex machina è Frank Morgan. Non è un caso che Fleming gli abbia affidato ruoli diversi ma molto affini. È lui ad interpretare il Professor Meraviglia, personaggio che introduce lo spettatore nella realtà fantastica del film, dando avvio all’intera trama. Ed è sempre lui a interpretare il curioso portiere del Mago, aprendo le porte ai protagonisti e introducendoli verso la prova finale e più difficile dell’intera storia.

Ed infine è proprio lui a dare voce a il Mago di Oz. Uno, due e tre… i battiti dei tacchi delle scarpette color rosso rubino, che chiudono una storia perfetta, una storia il cui inizio e la cui fine si somigliano, ma al cui interno risiede una metamorfosi e un’evoluzione verso ciò di cui più abbiamo bisogno: la Felicità.

Il mago di Oz: Nicole Kassell di Watchmen dirigerà il film

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Il mago di Oz: Nicole Kassell di Watchmen dirigerà il film

La regista di Watchmen, Nicole Kassell, è stata incaricata di dirigere il nuovo adattamento cinematografico dell’amato romanzo per bambini americani di L. Frank Baum, Il mago di Oz, per la New Line.

Kassell ha recentemente vinto un DGA Award per la regia di serie drammatica e un Emmy come produttore esecutivo per l’adattamento di Watchmen, per la HBO. Kassell è stata un l’architetto della serie, ha diretto tre dei nove episodi, incluso il pilot.

Il Mago di Oz: in lavorazione un film d’animazione su Toto

La scelta di Kassell è il risultato di una lunga selezione da parte della New Line per trovare un regista visionario capace di dare una nuova veste alla storia di Baum, che già molte volte è stata riletta al cinema, in tv, in varie forme e da diversi punti di vista.

L’adattamento più famoso e di successo de Il mago di Oz è ancora, a oggi, quello datato 1939, con protagonista la diciassettenne Judy Garland, diretta da Victor Fleming.

Fonte: Deadline

Il mago di Oz: le curiosità sul film con Judy Garland

Il mago di Oz: le curiosità sul film con Judy Garland

Considerato un classico della storia del cinema, il film Il mago di Oz (qui la recensione) è ancora oggi, nonostante i suoi circa ottant’anni, un’opera in grado di stupire per i suoi traguardi artistici e tecnici. Gli effetti speciali mostrati nel film, infatti, furono una novità rivoluzionaria per il 1939, e permisero al grande pubblico di vedere cose mai viste prima di allora. La storia si basa invece sul primo dei quattordici romanzi dedicati al mondo di Oz, scritti da Frank Baum: Il meraviglioso mago di Oz.

La produzione del film fu particolarmente travagliata, con numerosi incidenti e ritardi che resero particolarmente difficili le riprese. Basti pensare che alla regia del film si dedicarono più autori, ognuno con la propria idea del progetto. La pellicola viene però riconosciuta come un’opera del regista Victor Fleming, che se anche non girò l’intero film, lasciato per le riprese di Via col vento, si occupò però della maggior parte della sua produzione, stabilendo quelli che sono poi diventati i tratti distintivi dell’opera.

Con il suo enorme successo, cresciuto sempre più negli anni, Il mago di Oz ha oltrepassato i confini cinematografici estendendo la propria influenza anche alla televisione, al merchandising più vario, nonché ad una lunga serie di opere da esso derivate. Diversi sono anche i film, come Il grande e potente Oz, con James Franco, che si ricollegano direttamente al fantastico mondo illustrato nel film dell’39. Questi, il più delle volte, si pongono come veri e propri prequel o sequel, più o meno ufficiali.

Il mago di Oz: la trama e il cast del film

La storia del film ruota intorno a Dorothy (Judy Garland), la quale vive una monotona routine nella fattoria degli zii in Kansas. Un giorno, in seguito ad una fuga, si trova a imbattersi in un tornado, che la trasporta in mondo totalmente nuovo, magico e colorato. Qui viene acclamata come un’eroina dalla strega buona del Nord, Glinda, poiché arrivando nel nuovo mondo Dorothy ha inavvertitamente ucciso la malvagia strega dell’Est. Ciò scatena però l’ira della strega dell’Ovest, la quale giura vendetta. Per poterla sconfiggere, la giovane dovrà rivolgersi al potente Mago di Oz (Frank Morgan) che vive nella città di Smeraldo. Sul sentiero dorato, da lei intrapreso, incontrerà poi inaspettati nuovi amici.

Il film consacrò la carriera dell’attrice e cantante Judy Garland, che anche se giovanissima vantava già una buona fama in tutti gli Stati Uniti. La scelta della protagonista venne condotta in modo molto attento dalla produzione, che ricercava un’attrice molto giovane ma con una buona esperienza già alle spalle. Rispondevano a tale requisito la Garland e Shirley Temple. La prima delle due venne però preferita in quanto possedeva una maggior capacità vocale, necessaria per interpretare le canzoni presenti nel film. Fino a che non la videro all’opera, però, i produttori ebbero comunque diversi dubbi su di lei, temendo che il suo aspetto da adolescente non si addicesse a Dorothy, che era invece ancora una bambina. A riprese iniziate, tuttavia, la Garland si rivelò perfetta per la parte.

Fondamentale fu anche il casting per i personaggi secondari del film. Ad interpretare i tre celebri alleati di Dorothy vennero infatti chiamati tre celebri attori dell’epoca. Bert Lahr interpretò il Leone, Jack Haley l’Uomo di Latta e Ray Bolger lo Spaventapasseri. Margaret Hamilton venne invece chiamata ad interpretare la strega cattiva, e da ammiratrice dei romanzi di Baum accettò con entusiasmo, anche se affermò che avrebbe preferito poter ricoprire un altro ruolo. L’attore Frank Morgan ha invece recitato nel ruolo del Mago di Oz, affermatosi poi come l’interpretazione più celebre della sua carriera.

Il mago di Oz cast

Il mago di Oz: le differenze tra il libro e il film

Nel realizzare la trasposizione cinematografica del film, vennero come al solito operati diversi cambiamenti rispetto all’opera di partenza. Molte di queste furono opera dello sceneggiatore Noel Langley, il quale propose diverse variazioni al fine di dar vita ad una storia che rientrasse nei canoni dell’epoca. Il romanzo di Baum, infatti, presentava dettagli più macabri e violenti, che se riportati nel film avrebbero rischiato di infastidire il target di pubblico che lo studios aveva in mente. Due esempi a riguardo sono lo scontro che vede coinvolti i protagonisti e i servi della strega. Nel romanzo, questi ultimi vengono uccisi, mentre nel film vengono semplicemente scacciati.

O ancora, nel romanzo Dorothy colpisce intenzionalmente la strega dell’Ovest con l’acqua, uccidendola, mentre nel film ciò avviene solo per sbaglio. Lo stesso Mago di Oz ha richieste ben diverse tra le due opere. Nel film aspira a possedere la scopa della strega, mentre nel libro vuole soltanto saperla morta. Altre particolari modifiche vennero poi fatte in funzione dell’utilizzo del Technicolor, che avrebbe permesso di dare al film un aspetto particolarmente attraente. Il mondo di Oz, infatti, viene rappresentato molto più colorito e gioioso di quanto invece non venga descritto nel romanzo. Per lo stesso motivo, la pelle della strega venne cambiata da bianca a verde, per conferirle un’ulteriore caratteristica visiva.

Uno dei cambiamenti più noti è poi quello del colore delle celebri scarpette magiche di Dorothy, che nel film possiedono un grandissimo valore. Nel libro, Baum le descrive di color argento. Lo sceneggiatore, però, per sottolineare la loro importanza decise di esaltarle ricorrendo al color rubino. Anche questa scelta venne certamente favorita dall’adozione del Technicolor per il film. Sempre lo sceneggiatore, infine, decise di far assumere ai personaggi che Dorothy incontra nel mondo di Oz le fattezze dei suoi amici e conoscenti nel mondo reale. Tale dettaglio non è presente nel romanzo, ma per lo studios fu una buona trovata per rendere più chiari certi dettagli e la comprensione in sé del film.

Il mago di Oz: il trailer e dove vedere in streaming il film

Per gli appassionati del film, o per chi desidera vederlo per la prima volta, sarà possibile fruirne grazie alla sua presenza nel catalogo di alcune delle principali piattaforme streaming oggi disponibili. Il mago di Oz è infatti presente su Chili Cinema, Rakuten TV, Google Play, Apple iTunes e Netflix. In base alla piattaforma scelta, sarà possibile noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale al catalogo. In questo modo sarà poi possibile fruire del titolo in tutta comodità e al meglio della qualità video.

Fonte: IMDb, ReelRundown

Il mago di Oz: la New Line lavora a un remake in chiave horror

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Il mago di Oz: la New Line lavora a un remake in chiave horror

Trai tanti traumi infantili per cui dobbiamo ringraziare il cinema, ci sono senza dubbio le terribili scimmie volanti della Strega Cattiva dell’Ovest ne Il Mago di Oz. Le creaturine volanti, insieme alla Hamilton con la faccia completamente verde, hanno senza dubbio infestato gli incubi di moltissimi spettatori, e adesso questi incubi diventeranno molto più realistici. 

Stando a quanto riporta THR, la New Line Cinema è a lavoro su un adattamento in chiave horror del romanzo di L. Frank Baum, di cui il film diretto da Victor Fleming con Judy Garland del 1939 è senza dubbio l’adattamento più famoso.

Avengers Age Of Ultron incontra Il Mago di Oz: il mash-Up

Già nel 1985 Ritorno a Oz aveva messo meglio in luce le potenzialità orrorifiche del racconto che vede Dorothy protagonista, e adesso l’impegno sarà completamente concentrato a farci saltare dalla sedia. Impegno che, dato il materiale di partenza, sembra particolarmente semplice!

Gli adattamenti del romanzo di Baum sono stati moltissimi. Oltre al citato film di Fleming, c’è stata la serie tv Tin Man e anche lo show televisivo attualmente in programmazione Emerald City, senza dimenticare l’incursione di Once Upon a Time nel mondo di Oz. Anche Broadway ha dato la sua lettura della storia, con The Wiz e soprattutto con Wicked. Di recente ricordiamo Il grande e potente Oz, con James Franco diretto da Sam Raimi e dell’85 è Ritorno a Oz, già citato.

 

Che vi aspettate da questo nuovo adattamento?

I traumi infantili di chi è cresciuto negli anni ’80

Il Mago di Oz: in lavorazione un film d’animazione su Toto

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Il Mago di Oz: in lavorazione un film d’animazione su Toto

Il racconto senza tempo de Il Mago di Oz sarà riletto dal punto di vista di Toto, il cagnolino di Dorothy, suo compagno di avventure nel mondo di Oz. Il romanzo di L. Frank Baum ha visto nel 1939 il glorioso adattamento con Judy Garland, e poi nel 1985 il sequel dark Ritorno a Oz. Nel 2013, Sam Raimi ha raccontato le origini del Mago, ne Il Grande e Potente Oz, ma la versione dal punto di vista del cagnolino nero mancava all’appello.

Un report di Deadline riferisce che Alex Timbers, co-creatore di Mozart in the Jungle, dirigerà il film che sarà a sua volta basato su The Dog-Gone Amazing Story of the Wizard of Oz di Michael Morpurgo. Il film sarà un prodotto d’animazione in seno alla Warner Bros Animation e sarà un musical con la sceneggiatura di John August, che ha firmato Big Fish, La Sposa Cadavere, Charlie e la Fabbrica di Cioccolato e, di recente, Aladdin.

Il film su Toto sarà il debutto alla regia per Timber, che però nella sua lunga carriera vanta prestigiose collaborazioni tra cui Moulin Rouge! The MusicalAmerican Utopia, e The Pee-Wee Herman Show.

Fonte

Il Mago di Oz: in cantiere un nuovo prequel

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Il Mago di Oz: in cantiere un nuovo prequel

A settantasette anni dal suo debutto nel 1939, Il Mago di Oz resta ancora oggi uno dei film più iconici che siano mai stati prodotti a Hollywood.

Mentre si attende l’arrivo sulla NBC della serie tv Emerald City ispirata proprio al film e al romanzo di L. Frank Baum, arriva la notizia di un nuovo prequel dopo Il grande e potente Oz diretto nel 2013 da Sam Raimi.

I RAMstar Studios hanno infatti annunciato di essere al lavoro sullo sviluppo di un film che si baserà sul romanzo del 1991 How the Wizard Came to Oz dell’autore Donald Abbot, il quale si occuperà di scrivere anche la sceneggiatura dell’adattamento.

Il nuovo prequel sarà diretto da Cole S. McKay, il quale ha lavorato a film come Cloverfield e Transformers 3

Esattamento come il film di Raimi, anche questo nuovo prequel seguirà le avventure del giovane ed eccentrico Oscar Diggs e del suo viaggio per raggiungere la Città di Smeraldo. Secondo le prime indiscrezioni, Nathan Fillion (la serie tv Castle) dovrebbe interpretare il ruolo del Mago, anche se al momento non esiste alcuna conferma ufficiale in merito.

Le riprese di How the Wizard Came to Oz si svolgeranno a Los Angeles e in Australia.

il mago di oz

Il Mago di Oz: recensione del film

Il grande e potente Oz (Oz the Great and Powerful) è un film del 2013 diretto da Sam Raimi e con protagonisti James Franco, Mila Kunis, Michelle Williams e Rachel Weisz. Il film si basa sul famoso romanzo di Lyman Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz, ed è l’ideale prequel del film del 1939 Il mago di Oz.

Il mago di Oz (The Wizard of Oz) ha ricevuto molti riconoscimenti ed è considerato un classico della storia del cinema. La nota canzone Over the Rainbow (musica di Harold Arlen, parole di E.Y. Harburg e interpretata dalla protagonista Judy Garland) è stata successivamente reinterpretata da molti artisti e usata in diversi ambiti.

Fonte: ScreenRant

Il mago di Oz: in arrivo una serie in chiave contemporanea per Prime Video

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Prime Video e Gina Matthews stanno ufficialmente sviluppando Dorothy, una serie descritta come una “rivisitazione contemporanea e musicale” de Il Mago di Oz, basata sui libri di L. Frank Baum, che utilizzerà la Strada di Mattoni Gialli come metafora delle sfide e delle scelte che devono affrontare i giovani adulti di oggi. Come riportato da Deadline, tra i produttori esecutivi non sceneggiatori del progetto figurano Gwen Stefani, Blake Shelton e Lee Metzger della Lucky Horseshoe, Grant Scharbo della Little Engine e Patrick Moran.

Sono innamorata dei libri del Mago di Oz fin da quando ero bambina”, dice Matthews. “La storia ci ricorda le qualità di cui abbiamo bisogno per superare i momenti difficili, e Dorothy è un simbolo di forza che ci mostra che con un po’ di gentilezza – e molta grinta – non solo possiamo realizzare grandi cose, ma anche sollevare chi ci circonda. Sono entusiasta di portare questo messaggio al mondo, ora più che mai”.

Sono davvero entusiasta di lavorare con questo team creativo”, afferma Moran. “Sono un grande fan di tutti coloro che sono coinvolti e non potrei chiedere una collaborazione più entusiasmante per reinventare questa amata proprietà intellettuale”. Scharbo aggiunge: “Siamo entusiasti di intraprendere questo viaggio con Amazon e crediamo che Dorothy incanterà una nuova generazione di spettatori”.

Siamo davvero entusiasti di tutte le possibilità che questo show offre e sono molto grato a Gina per aver condiviso l’idea con me e Lee”, ha invece detto Shelton. “Ho capito subito che era qualcosa con cui Gwen avrebbe potuto identificarsi. La sua creatività e la sua prospettiva sono perfette per questo progetto”. “È una versione creativa e moderna di un classico, e far parte di qualcosa che unisce musica, emozioni e il personaggio di Dorothy è fonte di ispirazione per me”, ha concluso Stefani.

Stefani, ricordiamo, è una vincitrice di tre Grammy e artista multi-platino, nota anche come coach di lunga data nel programma The Voice della NBC. Shelton è invece un artista country nove volte candidato ai Grammy e disco di platino che ha prodotto la serie di film natalizi della Hallmark Time for … to Come Home for Christmas e Barmageddon della USA. È stato anche lui coach di lunga data del programma The Voice dal suo inizio nel 2011 fino alla 23ª stagione nel 2023.

Il Mago di Oz sarà celebrato agli Oscar

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Il Mago di Oz sarà celebrato agli Oscar

Il Mago di Oz

Da poche ore è giunta inaspettata una notizia assolutamente gradita per tutti i nostalgici desiderosi di viaggiare ancora una volta oltre l’arcobaleno per approdare nuovamente nel Mondo di Oz.

Per festeggiare l’anniversario dei 75 anni dall’esordio al cinema de Il Mago di Oz, storica pellicola diretta da Victor Fleming ed interpretata dall’indimenticabile Judy Garland, nel corso degli 86th Academy Awards avrà luogo un omaggio al film ispirato al primo dei quattordici libri di Oz nati dall’inventiva di L. Frank Baum.

A confermare la notizia un’affermazione ufficiale da parte dei produttori Craig Zadan Neil Meron:

“Siamo lietissimi di celebrare il compleanno di uno dei film più amati di tutti i tempi nel corso degli Oscar di quest’anno.”

Il Mago di Ozd’altronde, non è nuovo ai salotti degli Oscar, già nel 1939 ricevette ben 6 nomination all’agognata statuetta quali: miglior film, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora e migliore canzone, riuscendo, tuttavia, a trionfare solo nelle ultime due categorie.

Over The Raimbow, storica colonna sonora del film scritta da Harold Arlen e resa immortale dalla stessa Judy Garland è da allora una delle canzoni più note del panorama musicale e cinematografico.

Per poter scoprire quale sarà l’omaggio offerto a Il Mago di Oz non ci resta che attendere il prossimo 2 marzo, data in cui gli Oscar avranno luogo presso il Dolby Theatre.

Fonte: Hollywood Reporter

Il Mago di Oz in 3D, un ‘regalo’ della Warner

Il Mago di Oz in 3D, un ‘regalo’ della Warner

Nel 2013 la Warner Bros compie 90 anni e per l’occasione ha preparato una sorpresa per tutti i fan del cinema e in particolare del ‘Mago di Oz’.

Il Mago di Oz di nuovo al cinema per il 75esimo anniversario

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Il Mago di Oz di nuovo al cinema per il 75esimo anniversario

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Presto Il Mago di Oz , diretto da Victor Fleming nel 1939, celebrerà il 75esimo anniversario. La Warner Bros, che tanto deve del suo successo al leggendario film che rese Judy Garland una star, ha deciso di curare una particolare edizione in 3D Blu-Ray. Inoltre USA Today ha annunciato oggi che il film verrà ri-distribuito al cinema in 3D nei cinema IMAX il prossimo settembre.

Il-mago-di-Oz-posterBasato sul libro fantasy per ragazzi di L. Frank Baum, Il Mago di Oz vede nel cast, come detto, Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bulger, Bert Lahr, Jack Haley, Billie Burke e Margaret Hamilton nei panni della Strega Cattiva dell’Est. Dopo tre quarti di secolo, il film di Fleming conserva un fascino incredibile ed è uno dei film più visti e amati nella storia del cinema, rivendicando una grande fetta di fan soprattutto negli Stati Uniti, dove la stessa Judy Garland è un’icona pop senza tempo.

Dall’1 ottobre è previsto un set di cinque dischi, che ne include uno in 3D.

Il mondo di Baum, con questa iniziativa, riceverà un doppio riconoscimento cinematografico quest’anno, considerata la recente uscita de Il Grande e Potente Oz, che uscirà in home video la prossima settimana.

Inoltre è in produzione un film animato intitolato Dorothy of Oz, del quale però non si conosce ancora la data d’uscita.

Il mago del Cremlino: recensione del film di Olivier Assayas – Venezia 82

Olivier Assayas, regista di intrighi e cospirazioni atipiche in cui i misteri, piuttosto che venire spiegati, spariscono nella loro inafferabilità, porta in concorso a Venezia 82 Il mago del Cremlino – Le Origini di Putin, adattamento dell’omonimo romanzo fantapolitico di Giuliano da Empoli, vincitore del Grand prix du roman de l’Académie française nel 2022.

L’uomo che verrà

Russia, primi anni ’90. L’Unione Sovietica è crollata e, nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, un giovane dalla straordinaria intelligenza, Vadim Baranov (Paul Dano), inizia a tracciare il proprio cammino. Da artista d’avanguardia a produttore di reality show, Baranov diventa presto il consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a conquistare il potere assoluto: l’uomo che il mondo imparerà a conoscere come “lo Zar”, Vladimir Putin (Jude Law).

Immerso nel cuore del sistema, Baranov si trasforma nello spin doctor della nuova Russia, capace di modellare discorsi, illusioni e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, simbolo di una possibile via di fuga lontana dalle logiche di dominio e manipolazione politica.

Quindici anni più tardi, dopo essersi ritirato nel silenzio, Baranov decide di parlare con un giornalista americano (Jeffrey Wright). Le sue rivelazioni confondono i confini tra verità e menzogna, convinzione e strategia. Il mago del Cremlino è un viaggio nei corridoi oscuri del potere, un film in cui ogni parola diventa parte di un disegno più grande.

L’enigmatico Paul Dano

Baranov pensa che il personaggio di Jeffrey Wright, a differenza di tanti altri, abbia capito qualcosa – non tutto, ci tiene a sottolineare – della sua carriera politica. Dall’incontro tra i due parte un racconto a ritroso che ci conduce alla giovinezza di Baranov, periodo in cui, come tanti altri coetanei, era ancora prigioniero della vecchia idea russa che l’arte è profezia, bloccato nella bolla artistica e nell’assioma che la cultura potesse ancora esercitare potere. Man mano, il giovane capisce però che vuole essere protagonista dei suoi tempi, che la Russia è diventata un supermercato ed è tempo di inventarsi qualcosa di nuovo. Così, passa dal mondo degli spettacoli teatrali ai reality show: nella Mosca degli anni ’90 non si può più essere noiosi, tutte le altre istituzioni sono cadute, rimane solo la televisione.

Uomini di potere derivano la loro aura dalla posizione che occupano. Per Baranov, il cui operato è stato definito “finta democrazia” in uno studio scritto dal personaggio di Wright, questa è una certezza assoluta, così come il fatto che ciò che conta veramente in Russia sia la vicinanza al potere, non i soldi. Lo sguardo misterioso di Paul Dano – capace di interpretare ruoli agli antipodi nella sua carriera, dall’impacciato figlio di una famiglia “ambulante (Little Miss Sunshine) agli individui più inquietanti (Prisoners), fino ai villain dei cinecomic (l’enigmista in The Batman)- ritrae con spiazzante lucidità questa figura fittizia che sembra abitare il nostro presente, prestigiatore onniscente dei movimenti dell’attualità.

Il potere verticale

Arriviamo poi all’incontro di Putin, introdotto come funzionario ed ex spia del KGB, che Boris Berezovskij pensa possa essere la figura perfetta per liberarsi dal giogo degi imbonitori (El’cin), creando una nuova figura politica. La prerogativa è solo una: ricostruire l’integrità della federazione russa. Dall’introduzione del futuro Zar, assisteremo alla gestione della seconda guerra cecena, l’affondamento del Kursk, la crisi degli ostaggi del 2002, la rivoluzione arancione, fino ad arrivare alle prime fasi della guerra ucraina del 2022.

Nel corso dell’inserimento di Putin all’interno delle sfere del potere emerge il contrasto incolmabile tra Boris, uomo di televisione ed emozioni, e lo Zar: secondo Baranov, si pensava di sostituire soltanto una figura, non l’intero sistema. È la fine dell’era degli oligarchi che, nel tentare di ritrasformare la Russia in ciò che è sempre stata, creano una prigione grande come un Paese.

Un Assayas affilato ma meno spiazzante

Il mago del Cremlino è thriller politico riuscito anche se forse fin troppo convenzionale per Assayas, che avrebbe potuto decostruire ancora di più l’influsso taumaturgico del potere. Lo sancio particolarmente ispirato nella direzione visiva – a cui il regista ci ha abituati soprattutto nelle sue opere più recenti – viene però bilanciato da dialoghi incredibilmente ben scritti. Sembra, indubbiamente grazie anche alla presenza di Emmanuel Carrère alla sceneggiatura, di sfogliare le pagine di un libro. Di particolare rilievo è l’indagine sulla parola come strumento magico, dei toni e delle conversazioni pacate che vanno a infliggere il male, dell’idea che non serva urlare per stabilire regole.

Nel dominio incontrastato di soli uomini si inserisce Ksenia, figura femminile sfuggente, archetipo tanto caro ad Assayas che, come le donne di No Other Choice, potrebbe offrire una soluzione o via di fuga dall’egemonia del potere. Nel presente, che vede smaterializzarsi il personaggio di Alicia Vikander, c’è invece una bambina che Baranov ha voluto crescere “in sicurezza”, dopo che la Russia ha divorato suo nonno e suo padre. Lui, che ha sempre vissuto il futuro, ha trovato il presente con la figlia. Ma per un uomo che ha deciso di sposare i suoi tempi, forse i tempi ora vogliono scappare da lui.

Il Mago del Cremlino– Le origini di Putin, il trailer italiano

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Il Mago del Cremlino– Le origini di Putin, il trailer italiano

Fulvio e Federica Lucisano, I Wonder Pictures, Rai Cinema e 01 Distribution presentano il trailer e il poster italiani de Il Mago del Cremlino– Le origini di Putin di Olivier Assayas (qui la nostra recensione in anteprima dal Festival di Venezia) con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, con Jeffrey Wright e Jude Law, presentato in anteprima mondiale in Concorso alla 82° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in uscita il 12 febbraio 2026 con 01 Distribution.

Russia, primi anni ’90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane uomo dalla mente brillante sta per trovare la propria strada. Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a conquistare il potere assoluto: colui che presto sarà conosciuto come “lo Zar”, Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia, modellandone discorsi, fantasie e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga – lontano dall’influenza del potere e dal dominio politico.

Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio, Baranov accetta di parlare. Ciò che rivela offusca i confini tra verità e finzione, fede e strategia e svela i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Il Mago del Cremlino– Le origini di Putin  è una discesa negli oscuri meandri del potere, un racconto in cui ogni parola è parte di un disegno.

Scritto dallo stesso Assayas con Emmanuel CarrèreIl mago del Cremlino – Le origini di Putin è un viaggio tra storia, politica, sociologia, suspense,  già definito  “un thriller avvincente”, “una riflessione sul fascino del potere”, “una storia che ci fa capire molto della Russia di oggi e non solo.”.

Il film è liberamente tratto dal romanzo “Il mago del Cremlino” di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 in Francia da © Editions Gallimard e in Italia da Mondadori.

Una produzione Curiosa Films e Gaumont, in coproduzione con France 2 Cinéma, Il Mago del Cremlino- le origini di Putin è un’esclusiva per l’Italia I Wonder Pictures e Italian International Film (Gruppo Lucisano) con Rai Cinema e sarà al cinema con 01 Distribution.

Il mago del Cremlino – Le origini di Putin: spiegazione del finale del film di Olivier Assayas

Con Le Mage du Kremlin, distribuito in Italia come Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (qui la nostra recensione in anteprima dal Festival di Venezia), Olivier Assayas firma uno dei suoi film più politici e stratificati. Ispirato al romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, il film ricostruisce l’ascesa di Vladimir Putin (Jude Law) attraverso lo sguardo del suo spin doctor Vadim Baranov (Paul Dano), figura ispirata a Vladislav Surkov. Il finale non è un semplice epilogo biografico: è la messa a fuoco definitiva del rapporto tra potere, narrazione e manipolazione.

Prima di analizzarne il senso politico, è necessario chiarire cosa accade davvero negli ultimi minuti.

Cosa succede nel finale de Il mago del Cremlino?

Nel finale, Baranov comprende di essere diventato prigioniero del sistema che ha contribuito a costruire. Dopo aver orchestrato la trasformazione di Putin da funzionario grigio del post-URSS a figura carismatica e temuta, si rende conto che la macchina narrativa ha superato il suo stesso creatore.

Putin non è più un progetto comunicativo: è diventato il centro di gravità del potere russo. Le strategie di controllo mediatico, le guerre simboliche, la costruzione di una “democrazia sovrana” sono ormai strutture consolidate. Baranov intuisce che il suo ruolo non è più necessario. Anzi, diventa pericoloso.

Il loro confronto finale è glaciale. Non c’è uno scontro diretto, ma uno scambio fatto di silenzi e sottintesi. Putin comprende che l’uomo che lo ha creato mediaticamente conosce troppo. Baranov capisce che il potere, una volta consolidato, elimina ogni intermediario.

Perché Baranov sceglie di farsi da parte?

Il film suggerisce che Baranov non venga eliminato fisicamente, ma “assorbito” dal sistema. La sua uscita di scena è ambigua: si ritira, si eclissa, viene marginalizzato. Assayas non offre una soluzione esplicita, ma costruisce una dissolvenza simbolica.

Baranov è un uomo che ha sempre vissuto nell’ombra, manipolando la percezione pubblica. Nel finale, torna a essere invisibile. È la punizione perfetta per uno spin doctor: scomparire dalla storia che ha contribuito a scrivere.

La sua consapevolezza arriva tardi. Ha creato una narrativa fondata sul conflitto permanente, sulla destabilizzazione controllata, sulla costruzione di una realtà alternativa. Ma quella realtà non è più controllabile.

Il significato politico dell’ultima sequenza

L’ultima sequenza non riguarda solo i due uomini. È una riflessione sul potere nel XXI secolo. Assayas mostra come il controllo non passi più soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la manipolazione simbolica.

Il film chiude con un senso di inevitabilità. La Russia che vediamo non è più in transizione: è entrata in una nuova fase autoritaria costruita su storytelling, paura e nazionalismo. Baranov osserva il risultato del proprio lavoro come un artista che non riconosce più la propria opera.

Il vero finale non è la sua uscita di scena, ma l’idea che il sistema continuerà senza di lui. Il potere non ha bisogno del suo architetto una volta che le fondamenta sono state gettate.

Putin è davvero il “mago” del titolo?

Il titolo suggerisce ambiguità. Chi è il vero mago del Cremlino? Baranov, il manipolatore dietro le quinte, o Putin, che ha saputo trasformare quella manipolazione in potere reale?

Il finale sembra rispondere in modo netto: il vero mago è colui che riesce a rendere invisibile il trucco. Se Baranov costruisce l’illusione, Putin la incarna e la rende sistema. Quando il potere diventa struttura, non ha più bisogno del prestigiatore.

In questo senso, il film racconta la nascita di un regime non attraverso le grandi decisioni politiche, ma attraverso la costruzione narrativa del consenso.

Cosa vuole dirci Assayas con questo finale?

Jude Law in Il mago del Cremlino - Le origini di Putin

Il finale non offre redenzione né condanna morale esplicita. Assayas evita il didascalismo e sceglie l’ambiguità. Il suo interesse non è demonizzare o glorificare, ma mostrare il meccanismo.

Il mago del Cremlino non è un film su Putin in senso stretto, ma sul potere della narrazione. Il sistema descritto nel film è figlio della televisione, della propaganda moderna e delle guerre dell’informazione. Il finale suggerisce che il vero pericolo non sia il leader in sé, ma la capacità di costruire una realtà alternativa che sostituisca quella condivisa.

Baranov esce di scena, ma la macchina resta attiva. È questa la nota più inquietante.

Il mago del Cremlino – Le origini di Putin: cosa c’è di vero nel film e cosa no?

Con Le Mage du Kremlin, uscito in Italia come Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, Olivier Assayas porta sullo schermo il romanzo di Giuliano da Empoli, un’opera che mescola fiction e ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a eventi e figure realmente esistiti.

Per capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione drammatica.

Vadim Baranov è un personaggio reale?

Il protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è chiaramente ispirato a Vladislav Surkov, uno degli ideologi più influenti della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.

Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della “democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.

Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione, che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente riconosciuto.

La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?

Paul Dano in Il Mago del Cremlino (2025)
Cortesia di 01 Distribution

L’ascesa di Vladimir Putin alla fine degli anni Novanta è un fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin, Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato dal caos economico e politico del post-URSS.

Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del potere.

L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato o di oligarchi allineati al Cremlino.

La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?

No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov. L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.

Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.

Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato simbolico e psicologico della sua elaborazione.

I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?

Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film. I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.

Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in scena.

In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.

Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni Duemila?

L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi documentati.

Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle analisi politologiche e nei reportage internazionali sull’evoluzione del sistema russo.

Tuttavia, va ricordato che Il mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di finzione politica che utilizza fatti reali come base per un racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.

Il mago del Cremlino – Le origini di Putin: cosa c’è di vero nel film?

Con Le Mage du Kremlin, uscito in Italia come Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, Olivier Assayas porta sullo schermo il romanzo di Giuliano da Empoli, un’opera che mescola fiction e ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a eventi e figure realmente esistiti.

Per capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione drammatica.

Vadim Baranov è un personaggio reale?

Il protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è chiaramente ispirato a Vladislav Surkov, uno degli ideologi più influenti della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.

Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della “democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.

Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione, che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente riconosciuto.

La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?

L’ascesa di Vladimir Putin alla fine degli anni Novanta è un fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin, Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato dal caos economico e politico del post-URSS.

Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del potere.

L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato o di oligarchi allineati al Cremlino.

La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?

No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov. L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.

Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.

Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato simbolico e psicologico della sua elaborazione.

I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?

Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film. I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.

Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in scena.

In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.

Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni Duemila?

L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi documentati.

Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle analisi politologiche e nei reportage internazionali sull’evoluzione del sistema russo.

Tuttavia, va ricordato che Il mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di finzione politica che utilizza fatti reali come base per un racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.

È un film storico o una parabola sul potere?

La risposta più onesta è: entrambe le cose, ma con prevalenza della seconda. Il film utilizza la storia recente della Russia per costruire una riflessione più ampia sul potere nel XXI secolo.

La figura dello spin doctor che crea un leader e poi ne viene superato è una metafora potente. Non è solo la storia di Putin o di Surkov, ma la rappresentazione di un meccanismo universale: quando la narrazione diventa più forte della realtà.

In questo senso, ciò che è “vero” nel film non è tanto il dettaglio biografico quanto la dinamica strutturale: il potere contemporaneo si fonda sempre più sulla costruzione simbolica e sul controllo del racconto pubblico.

Cosa bisogna sapere prima di vedere il film?

È importante affrontare Il mago del Cremlino con la consapevolezza che si tratta di un adattamento letterario. Il romanzo di Giuliano da Empoli era già un ibrido tra realtà e invenzione, e il film accentua questa dimensione.

Non tutto ciò che vediamo è documentato, ma quasi tutto è plausibile nel contesto storico. La forza dell’opera non sta nella ricostruzione minuziosa degli eventi, bensì nella capacità di trasformare una stagione politica reale in una riflessione sul rapporto tra potere, comunicazione e responsabilità morale.

Il film non pretende di dire “come è andata davvero”. Mostra, piuttosto, come potrebbe essere andata. Ed è proprio in questo spazio ambiguo che si muove la sua verità.