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Resurrection: recensione del film di Bi Gan

Resurrection: recensione del film di Bi Gan

Resurrection di Bi Gan è un viaggio allucinato e poetico nella memoria del cinema e nella struttura del tempo, una riflessione meta-narrativa divisa in sei capitoli che attraversano decenni di storia, generi, sogni e disillusioni. In concorso a Cannes 2025, il film rappresenta una delle proposte più radicali e visivamente audaci del festival, confermando il talento visionario del regista cinese, già autore di Long Day’s Journey Into Night.

Il sogno che viene dall’origine del tempo

Il film si apre con un cartello enigmatico che annuncia una dicotomia tra due umanità: da una parte chi vive per sempre ma non può più sognare, dall’altra chi sogna ma è destinato a morire. In questo futuro immaginario — o forse già presente — una voce narrante si presenta come “resuscitatrice”, incaricata di restituire vita e corpo a questi ultimi, cancellando ogni traccia del loro passato. A incarnare questa funzione salvifica è proprio questa figura femminile che torna di episodio in episodio, come un’ombra onnipresente. Ma è soprattutto il personaggio del Fantasmer, interpretato in molteplici versioni da Jackson Yee, a dare coerenza a una narrazione frammentata e pulsante.

Ogni episodio adotta uno stile visivo e narrativo diverso, omaggiando tappe fondamentali della storia del cinema. Dal muto e i codici dell’espressionismo tedesco — con chiari riferimenti a Nosferatu e Frankenstein — ai chiaroscuri del noir anni ’40, dai melodrammi provinciali alla nouvelle vague asiatica, fino a un lungo piano sequenza ambientato nella notte del 31 dicembre 1999, Resurrection è un atlante cinefilo in forma di racconto speculare. I riferimenti si stratificano: Orson Welles, Wong Kar-wai, Hou Hsiao-hsien, Tarkovskij. Ma l’ambizione di Bi Gan non si esaurisce nella citazione: ogni stile diventa pretesto per interrogarsi su cosa significhi guardare, sognare, sopravvivere al tempo.

La proposta più audace e visionaria di Cannes 78

La struttura a episodi, più che unitaria, risulta modulare. Alcuni segmenti sembrano cortometraggi autonomi, legati tra loro da un filo emotivo e concettuale più che narrativo. È possibile che il film sia nato proprio come raccolta di esperimenti, tenuti insieme successivamente da un’idea guida più ampia. Ma nonostante questo, Resurrection non perde mai potenza: ogni sequenza è concepita come un esercizio sensoriale estremo, dove il suono, la luce e il corpo diventano materia viva.

I riferimenti a sogni, visioni, illusioni e reincarnazioni sono costanti, in un gioco filosofico che evoca più volte la natura illusoria del cinema stesso. Il tempo, a sua volta, viene trattato come un’entità instabile: può scorrere, arrestarsi, riavvolgersi. E proprio quando il Fantasmer chiude le orecchie, il mondo sembra riprendere a girare.

Il segmento ambientato nel 1999 rappresenta il culmine emotivo e tecnico del film. Girato in un unico, lunghissimo piano sequenza, segue un ragazzo in fuga e la donna che ama attraverso una notte densa di desiderio, angoscia e promesse mai mantenute. Le luci al neon, la musica pop, i karaoke e le feste clandestine ricreano una dimensione sospesa tra la fine del secolo e la fine del mondo. In questo spazio-tempo liquido, Bi Gan riflette sul potere delle immagini di fermare ciò che è destinato a dissolversi.

Bi Gan firma un’opera sul cinema e per il cinema

La parte conclusiva riporta lo spettatore al punto di partenza. Lo fa con una malinconia struggente, mostrando come il tempo, alla fine, divori ogni cosa, compresi i sogni stessi. Ma è proprio nel sogno che Bi Gan trova una possibilità di resistenza, di rinascita, di resurrezione. Resurrection è un film impossibile da riassumere, da spiegare, forse persino da comprendere fino in fondo. Ma come accade solo con il grande cinema, rimane addosso, nel corpo e nella mente, molto più di quanto lasci intendere la sua superficie rarefatta.

Con questa terza regia, Bi Gan firma un’opera di rottura, che va oltre le logiche delle piattaforme e dell’accessibilità immediata, abbracciando un cinema che sfida e accoglie, che chiede partecipazione e offre, in cambio, stupore.

Woman and Child: recensione del film di Saeed Roustayi

Woman and Child: recensione del film di Saeed Roustayi

Con Leila e i suoi fratelli ci aveva presentato la storia di una donna dalla schiena ricurva che porta su di sé il peso di una famiglia di soli fratelli maschi. Leila si scontrava a gran voce con questi, tentando di risvegliarli dal torpore di una società patriarcale che li aveva privilegiati fin dalla nascita. Ora, il regista iraniano porta sulla Croisette un altro carattere femminile forte, ma ancora più controverso: si chiama Mahnaz, ed è la protagonista di Woman and Child, in concorso a Cannes 78.

Chi è la madre e chi il figlio?

Mahnaz (in una straordinaria interpretazione di Parinaz Izadyar) è la madre del titolo, una donna che si prende cura dei suoi due figli dopo la morte del marito. La sua routine quotidiana consiste nell’alternarsi tra casa e lavoro come infermiera, incontrare un potenziale nuovo compagno, Hamid (interpretato da Payman Maadi), e tornare ad accudire la sua famiglia. A darle una mano c’è sua madre, perennemente irritata per qualcosa, la sua adorabile figlia più piccola e, naturalmente, il figlio citato nel titolo. Aliyar (Sinan Mohebi) è un adolescente ribelle che sembra attratto dai guai: come se cercasse attivamente il caos per poi tuffarcisi dentro anima e corpo. I suoi insegnanti, i dirigenti scolastici e molti compagni non lo sopportano – anche se alcuni lo seguono, attratti dalla sua capacità di fomentare il disordine e persino il bullismo. È facile intuire che il suo comportamento sia, almeno in parte, una reazione alla perdita del padre, ma ciò non lo rende meno ingestibile. La situazione degenera al punto che un professore, Samkhanian (Maziar Seyedi), decide di sospenderlo.

Quel che accade dopo è tragico, violento e del tutto inaspettato, scatenando una catena di conflitti, incomprensioni, litigi e accuse all’interno della famiglia. Mahnaz cerca risposte dalla scuola, dagli avvocati, dalla giustizia e dai suoi stessi parenti, ma riceve solo porte sbattute in faccia e una vaga empatia che non si traduce mai in vero sostegno. Le cose peggiorano quando, a causa di alcune decisioni drastiche prese dalla sorella, Mahnaz comincia a essere vista come una squilibrata, quasi una nemica. Sempre più sola, senza nessuno che le dia ascolto o creda alla sua versione dei fatti, la donna finisce per compiere azioni via via più assurde, tanto da incarnare – paradossalmente – ciò che gli altri pensano di lei.

Una furia femminile rara nel cinema iraniano

Aliyar sale e scende per le case, gioca d’azzardo, salta ovunque, marina la scuola. È un ragazzo spigliato, che porta il caos ovunque vada e sembra attratto dai guai come da una calamita. In famiglia gli chiedono sempre di fare i compiti altrui, ma nessuno sembra capace di arginare la sua inquietudine. È facile pensare che il suo comportamento sia anche una reazione alla perdita del padre, ma ciò non lo rende meno problematico. Dopo un tragico evento che coinvolge proprio il ragazzo, la donna si rivolge alla scuola, agli avvocati, alla giustizia e alla propria famiglia per ricevere risposte. Quello che ottiene, al contrario, sono solo porte sbattute in faccia, parole vaghe e accuse. Le cose peggiorano quando, a causa di decisioni drastiche prese dalla sorella, Mahnaz comincia a essere percepita come squilibrata, quasi una minaccia. Nessuno le dà ascolto, nessuno le crede davvero. Anche la madre la rimprovera: “se non torni a lavorare, vedrai cosa farò” e la accusa di non prendersi abbastanza cura della figlia: “l’hai fatta invecchiare, ha i capelli grigi”.

Il rapporto con l’uomo che frequenta è altrettanto carico di tensione: le ha chiesto di nascondere la sua vita precedente, lei ha accettato, ma poi non si assume le responsabilità. Il problema, come lei stessa ammette, è che i suoi figli capiscono troppo. E quando in un ribaltamento inaspettato delle dinamiche, Hamid, che ha voluto restare al di fuori della loro esistenza, sarà costretto a diventare parte della famiglia, la situazione peggiorerà rovinosamente.

Parinaz Izadyar, una performance devastante

Roustayi ci regala un’opera di una ferocia implacabile, che farà molto discutere e già lo ha fatto al Festival, e che riflette sul vittimismo come piaga della società moderna. Si muove costantemente sul filo del melodramma, ma riesce a restituire una rabbia femminile raramente vista in un film iraniano. È una storia di donne contro donne: contro la madre, contro la sorella, contro sé stessa. Mahnaz è un personaggio respingente, che cerca disperatamente di restare in piedi mentre tutto attorno a lei crolla: la sua è una parabola di disintegrazione, emotiva e sociale, che non cerca giustificazioni né assoluzioni.

La performance di Parinaz Izadyar è devastante: il film si apre con lei in un centro estetico, intenta a prepararsi per un incontro con il suo uomo, ma col passare del tempo la vediamo imbruttirsi, dentro e fuori, fino a consumarsi. La sua Mahnaz è una donna che si è uccisa ma non è morta. In un passaggio del film, accusa bruscamente Hamid: “Tu non volevi una donna e un bambino, volevi una donna bambina“. Forse, nella sua solitudine, Mahnaz si allontana dai figli per diventare lei stessa figlia di sé stessa, nel disperato tentativo di trovare un senso a quanto di tragico accaduto.

Il regista iraniano costruisce un film furioso, che grida e urla, dove i personaggi si insultano costantemente – come già accadeva in Leila e i suoi fratelli, ma qui con un’intensità ancora maggiore. È un’opera che divide e fa discutere, e che mostra senza filtri il peso dell’incomprensione e dell’abbandono. In questo senso, la fragilità di Mahnaz non è il punto di partenza, ma l’esito finale di una società che non prevede spazio per donne così arrabbiate.

Romería: recensione del film di Carla Simón

Romería: recensione del film di Carla Simón

La regista spagnola Carla Simón torna in concorso a un festival dopo aver vinto l’Orso d’oro a Berlino con Alcarràs – L’ultimo raccolto nel 2022. Sfortunatamente Romería, suo ultimo lungometraggio presentato sulla Croisette, non è all’altezza di quella interessante riflessione sulla strenua resistenza di una famiglia di contadini di fronte alla minaccia dell’installazione di pannelli solari sui loro terreni.

Cosa sarei oggi se mi avesse cresciuta la famiglia di mio padre?

La storia si svolge nel 2004 e ha per protagonista Marina (Llúcia Garcia), una studentessa di cinema che vive a Barcellona e si reca a Vigo, in Galizia, per conoscere la famiglia del padre biologico, con la quale non ha mai avuto contatti da quando è stata data in adozione. Il viaggio la porta a incontrare prima uno dei suoi zii, Lois (Tristán Ulloa), la moglie di lui e una serie di cugini, sia coetanei sia più piccoli, che non aveva mai conosciuto. Con loro Marina riesce a stabilire un legame, condivide storie e momenti, ma appare subito evidente che il vero ostacolo sarà affrontare i nonni, i quali non hanno mai davvero accettato le scelte di vita del figlio. Al punto che, nel certificato di morte, non è nemmeno menzionata l’esistenza di una figlia, circostanza che causa a Marina diverse complicazioni legali.

Il film – che presenta diversi elementi autobiografici e potrebbe essere visto quasi come un seguito di Verano 1983 – accompagna Marina in un percorso di scoperta, che include anche una visita alle isole Cíes, dove i suoi genitori trascorsero del tempo insieme. Mentre ricostruisce la storia del padre, si trova di fronte a una famiglia complessa, carica di tensioni e segreti che il film fatica a rendere pienamente sullo schermo.

Nascondere le vite degli altri

Romería si configura come un racconto marittimo, una sorta di diario di bordo scritto negli anni ’80 e letto nei primi anni 2000, tra barche e palazzoni grigi in cui Marina immagina la vita dei genitori vissuta in libertà, contrapposta a quella della famiglia d’origine, benestante e repressiva, che ha cercato di nascondere la malattia e la sofferenza del padre perché “ci sono cose di cui non si parla in questa famiglia”. Nel corso della narrazione si percepiscono pesanti non detti, una sorta di scetticismo nei confronti di Marina, come se provenisse da una pagina della storia familiare che tutti i parenti hanno cercato di rimuovere.

Non eravamo morti, ci avevano solo nascosti”, dirà, in una parentesi onirica, la proiezione del padre di Marina alla figlia. Proprio da questo sogno a occhi aperti, in cui la ragazza incontra i genitori, prende forma una parte più interessante del film, incentrata sull’immaginazione e sull’interpretazione del diario della madre. Non viene raccontato nulla della vita attuale di Marina né della sua famiglia adottiva: si sentono solo alcune telefonate, che non lasciano intuire insoddisfazione, quanto piuttosto il senso che questo sia davvero un viaggio – un pellegrinaggio, come suggerisce il titolo Romería – alla ricerca delle proprie origini.

Carla Simòn al varco: Romería non regge il confronto con Alcarràs

Purtroppo, Romería rimane un film piuttosto superficiale, un coming-of-age di scoperta che non riesce a farci entrare davvero in empatia con la protagonista e con la sua ricerca, soprattutto perché non comprendiamo mai appieno come lei stia reagendo di fronte alle nuove consapevolezze. La narrazione imbastita da Simòn risulta molto manichea, forse perché vuole adottare il punto di vista della ragazza che, nel raccogliere informazioni contraddittorie sulla propria famiglia, cerca di costruirsi una propria idea della gioventù dei genitori, da custodire come appiglio. Tutto rimane sussurrato, e nel contesto di un festival ricco di grandi immagini e storie tra loro simili, Romería finisce per passare nettamente in secondo piano. Un vero peccato, perché Simón è una regista interessante e, confezionando qualcosa di analogo ad Alcarràs, avrebbe potuto davvero ambire al Palmarés.

The History of Sound: recensione del film con Paul Mescal

The History of Sound: recensione del film con Paul Mescal

Nello spiegare a due bambini incontrati nel loro peregrinare tra i boschi cosa sia effettivamente il suono, Lionel, protagonista del film di Oliver Hermanus, lo descrive come qualcosa di invisibile ma che può avere una presenza fisica: purtroppo The History of Sound, l’ultima pellicola del regista di Living, presentata in Concorso a Cannes 78, non riesce però a vivere di questa sensuale sinestesia di una fisicità emotiva, che dovrebbe attraversare una storia d’amore, quindi di corpi, con la voce e la musica, qualcosa di impalpabile e che parla alle sfere più profonde della nostra psiche.

La storia del suono negli Stati Uniti di inizio Novecento

Tratto da un racconto breve di Ben Shattuck (anche autore della sceneggiatura), il film intreccia il racconto della relazione tra due giovani uomini al grande viaggio della musica folk americana. Lionel, un ragazzo del Kentucky cresciuto tra le canzoni popolari che suo padre cantava sul portico di casa, nel 1917 lascia la fattoria per iscriversi al Conservatorio di Boston. Qui conosce David, brillante studente di composizione. Ma la guerra incombe, e David parte per il fronte. I due si ritrovano qualche anno più tardi, nel 1920, per intraprendere insieme un viaggio attraverso i boschi e le isole del Maine, con l’intento di registrare e preservare le canzoni tradizionali tramandate oralmente, destinate altrimenti a scomparire.

La narrazione si estende su un arco temporale che va dal 1917 agli anni ’80, attraversando non solo gli Stati Uniti – dal New England all’America rurale – ma anche l’Europa: Oxford, l’Italia, il Lake District inglese. Un itinerario vasto e ambizioso, quasi da road movie storico, che tuttavia si rivela privo di vera densità narrativa. Il film si segue senza difficoltà, anzi con una certa scorrevolezza pensata per un pubblico ampio. Ma proprio questa facilità è parte del problema: la leggerezza non diventa mai profondità, il coinvolgimento emotivo è costantemente tenuto a distanza.

Una love story che non vibra mai

The History of Sound poggia su un vagabondaggio tra spazi e periodi temporali diversi sostenuti da un fastidioso voice-over che deve spiegare tutto quello che (non) accade in scena. Un meccanismo che cozza con la base formale del film: la narrazione e la direzione sono piuttosto chiari – è un film che si segue senza grossi intoppi e particolarmente adatto al grande pubblico – e che finisce per creare esattamente quello che vorrebbe scongiurare: distacco nello spettatore.

Così, una storia che dovrebbe fare dell’emotività la sua forza trainante si stanzia su binari austeri e fin troppo altisonanti: sembra paradossale da ammettere, ma non c’è romanticismo né attrazione tra due attori che altrove, probabilmente, l’avrebbero sprigionata molto meglio (le prove di Paul Mescal in Estranei e di Josh O’Connor in La terra di dio e Challengers parlano da sole).

Paul Mescal in The History of Sound
Paul Mescal in The History of Sound. Foto di MUBI – © MUBI

Due grandi interpreti sprecati per una narrazione faticosa

Mi sento sempre come se fossi alla fine di qualcosa”: Lionel è un personaggio irrisolto e inquieto, biglietto da visita perfettamente coerente con la tipologia di personaggi che Mescal è solito interpretare. Il problema è che manca l’espressione di questo scontro interno che lui sente, non c’è mai un momento di rilascio e, soprattutto, l’esplorazione di questo sentimento tramite la musica, come si potrebbe pensare all’inizio.

Il tutto esplode in un finale estremamente didascalico e verboso, che priva ulteriormente la storia del suo potenziale evocativo. Qualcosa di sinceramente inaspettato, dato che Hermanus sceglie come protagonisti due attori che avrebbero potuto far capire tutto senza dire niente. History of Sound rimane, purtroppo, una love story in cui manca totalmente il linguaggio dei corpi, in cui la ricerca del suono dovrebbe essere centrale ma non è mai affrontata in relazione al rapporto tra i personaggi.

Dune: Prophecy – Stagione 2: data di inizio delle riprese rivelata dalla star

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Una star di Dune: Prophecy rivela il calendario delle riprese della seconda stagione. Ambientata 10.000 anni prima degli eventi narrati in Dune di Denis Villeneuve, la serie prequel di HBO Max racconta le origini della Sorellanza, in seguito conosciuta come Bene Gesserit. Guidata da Valya (Emily Watson) e Tula Harkonnen (Olivia Williams), la prima stagione ruota attorno alla loro battaglia contro una minaccia in un momento critico della storia della Sorellanza. In vista del finale della prima stagione a dicembre, HBO Max ha ordinato una nuova stagione.

In un’intervista con Collider, Josh Heuston, che interpreta Constantine Corrino, ha condiviso alcuni aggiornamenti sulla produzione della seconda stagione di Dune: Prophecy. L’attore ha rivelato che le riprese dovrebbero iniziare intorno ad agosto e continuare “per il resto dell’anno”. Ha anche confermato che Constantine, il figlio dell’Imperatore, tornerà nella nuova stagione. Ecco cosa ha detto quando gli è stato chiesto se sarebbe stato coinvolto nella seconda stagione:

Sì, sicuramente nella seconda stagione. Credo che torneremo ad agosto e poi gireremo per il resto dell’anno.

Cosa significano i commenti di Josh Heuston per Dune: Prophecy – stagione 2

Watson aveva già parlato delle date delle riprese della seconda stagione a gennaio, indicando un programma di produzione autunnale. Sebbene l’aggiornamento di Heuston offra un calendario e una data di inizio più specifici, colloca anche le riprese della seconda stagione nell’ultimo trimestre dell’anno, il che significa che Dune: Prophecy non tornerà quest’anno.

Dune: Prophecy stagione 1 è stata trasmessa per la prima volta nel novembre 2024, circa 11 mesi dopo la fine delle riprese nel dicembre 2023. Se la seconda stagione seguirà la stessa tempistica, il ritorno della serie è previsto per la fine del 2026. Anche se il cast della seconda stagione non è ancora stato confermato ufficialmente, Heuston tornerà. Nella stessa intervista, ha anticipato che la seconda stagione seguirà probabilmente il suo personaggio “in un viaggio movimentato” dopo la rivelazione esplosiva sull’eredità di Constantine.

Fuori: recensione del film di Mario Martone con Valeria Golino

Fuori: recensione del film di Mario Martone con Valeria Golino

Il nuovo film di Mario Martone, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, è un’opera che sfugge a ogni definizione rigida. Fuori prende ispirazione dalla figura e dalla biografia di Goliarda Sapienza, ma non ne costituisce affatto ritratto didascalico. Non si tratta di una biografia, né di un adattamento canonico: è piuttosto un affresco emotivo e impressionista, costruito sulle immagini, sulle relazioni e sui silenzi. Un sogno che nasce da un incubo – quello del carcere – ma che riesce a trasformare le sbarre in aperture, le ferite in legami, la prigionia in possibilità.

Fuori, insomma, non è un biopic e non vuole esserlo. Si configura come un ritratto “per impressioni” che Mario Martone e Valeria Golino tracciano di Goliarda Sapienza con rara grazia e pudore. Siamo ben lontani dall’agiografia, e ancor di più dal melodramma carcerario: qui la prigione è lo spazio mentale in cui queste donne si muovono, sopravvivono, si sostengono e, soprattutto, immaginano. Sognano fuori, anche se il dentro non è mai veramente alle spalle.

Le ore del nostro presente sono già leggenda

La Goliarda Sapienza interpretata da Golino è una donna che non ha più nulla: senza lavoro, senza un futuro, reduce da un arresto per furto di gioielli. Eppure, è viva. Costretta a ricominciare tutto da capo, si rifugia in un microcosmo femminile fatto di dolore, ironia e desiderio di rinascita. Andando avanti e indietro nel tempo, scopriamo che nel carcere di Rebibbia nel 1980 ha stretto un intenso legame con Roberta, giovane detenuta interpretata da una straripante Matilda De Angelis, che domina la scena con una carica viscerale. Tra le due si crea una dinamica complessa: materna, erotica, polemica, ma sempre vera. Roberta la sfida, la riporta coi piedi per terra, la fa ridere quando non dovrebbe. È in lei che si riflette quella “arte della gioia” che Goliarda stessa ha insegnato senza predicarla.

Martone abbandona ogni tono didascalico per cedere a una poetica visiva che sembra affiorare direttamente dai sogni delle protagoniste. La luce filtra come in un ricordo, le inquadrature sfumano nell’onirico, e le risate – fragorose, liberatorie – diventano gesto rivoluzionario. Perché queste donne, persino quelle più segnate – come Barbara (Elodie), che è riuscita ad aprire una profumeria dopo aver tentato il suicidio in carcere – resistono alla vita trasformando ogni frattura in un legame.

Valeria Golino, Matilda De Angelis ed Elodie in Fuori

Il carcere racconta l’anima delle protagoniste

Golino, che conosce intimamente la materia di Goliarda Sapienza dopo essersi occupata dell’adattamento della sua opera magna L’arte della gioia, regala un’interpretazione costruita dall’interno, come se avesse inglobato la penna della scrittrice nel proprio corpo. Il suo è un personaggio che non sa stare al mondo, o forse risiede in un altro, più fragile e più vero.

La regia di Martone è avvolgente: non spiega, ma suggerisce. Non denuncia, ma incanta. La prigione non è mai il centro, è piuttosto il simbolo di una condizione esistenziale: quelle donne sono “dentro” anche quando sono “fuori”, perché a mancare è sempre un posto nel mondo. Eppure, Fuori non è un film triste. È una celebrazione del potere salvifico delle relazioni, della famiglia che ci si sceglie, della risata che rompe il silenzio, della parola che cura. Goliarda non ruba gioielli, ma vite, storie, immagini. È una ladra di realtà, perché solo chi è capace di ascoltarla può davvero raccontarla.

Alpha: recensione del film di Julia Ducournau

Alpha: recensione del film di Julia Ducournau

Assaggiare la carne cruda per conoscersi e passare d’età. Convincersi di condividere lo stesso sangue pur di appartenere. L’enfant prodige della new wave horror francese Julia Ducournau, già vincitrice di una storica Palma d’oro nel 2021 con Titane, torna in concorso al Festival di Cannes 2025 con Alpha. Abbandonando momentaneamente i codici più puri del body horror, la regista regala al pubblico il terzo capitolo di un’ipotetica trilogia sulla famiglia. Dopo l’iniziazione “scolastica” in Raw e il trasformismo vitale di Titane, Alpha ragiona sull’amore come forma di resistenza assoluta vagliando ogni suo movimento potenzialmente opposto: la malattia, il disagio, l’isolamento e la morte.

Alpha: l’inizio della fine

Alpha è una ragazzina di 13 anni nel pieno dell’adolescenza, che vive da sola con la mamma. Un giorno, torna a casa dopo una festa con un tatuaggio sul braccio, probabilmente eseguito con un ago infetto e in condizioni non esattamente appropriate. La madre, dottoressa che da anni cura i pazienti affetti da un misterioso virus le cui modalità di trasmissione sono simili all’AIDS, e trasforma gli umani in statue marmoree, è visibilmente preoccupata e porta Alpha a eseguire un test in ospedale. Ma le notizie viaggiano veloci e a scuola si diffonde presto la voce che la ragazzina abbia contratto qualcosa di inenarrabile.

Da queste premesse post-apocalittiche – in realtà il film è ambientato a cavallo degli anni ‘80 e’90 – parte un racconto dalle sfumature bibliche, in cui il non si tingono gli stipiti delle porte con il sangue dell’ agnello ma ci si marchia a vita per cercare di resistere. La trasmissione non è altro che unione, (com)patire il dolore dell’altro, accompagnarlo in un abbraccio fitto di lacrime. Ma è anche, e soprattutto, la storia di un fratello e una sorella, in cui una parte vira verso la morte e l’altra non vuole lasciarlo sprofondare nell’abisso a qualunque costo. Golshifteh Farahani e Tahar Rahim restituiscono un ritratto straziante della forza totalizzante dell’amore. “Troppo amore a volte fa impazzire le persone”, confesserà Amir ad Alpha. In effetti, il concetto di intenso legame emotivo qui schizza da tutte le parti: passa per il lasciare andare, tracciare un confine nei rapporti simbiotici, e al contempo ridare dignità a chiunque sia stato abbandonato e rinchiuso negli armadi della memoria che non perdona.

Golshifteh Farahani e Mélissa Boros in Alpha
Golshifteh Farahani e Mélissa Boros in Alpha

Un sogno dentro al sogno

Alpha non racconta l’evolversi rovinoso di una epidemia nel modo in cui ci aspetteremmo, quanto un tentativo di fare “ammalare” il pubblico tramite il più grande strumento dell’essere umano: l’empatia. Come se una ragazzina di 13 anni stesse facendo la vita di un junkie, cercasse di assumere su di sè il dolore degli altri. Condividere l’incubo che diventa un sogno, muoversi all’unisono, coreografare la sofferenza.

Come Ducournau con Raw aveva scoperto la prorompente Garance Marillier, qui Mélissa Boros è una vera forza della natura, che riesce a incarnare a 360 gradi l’essere adolescenti, dalla ribellione nei confronti dell’istituzione famigliare alle paure che possiamo affrontare solo se presi per mano dalle nostre mamme. C’è una sovrapposizione continua di ruoli e traumi, quasi a voler suggerire un’idea di famiglia fluida, in cui non importano le etichette ma quello che si fa per gli altri, i tentativi di comprendersi senza mai abbandonare l’altro.

Il deserto rosso non dimentica

In Alpha, di Julia Ducournau c’è tutto e niente. Citando le sue stesse parole in un’intervista concessa a Vanity Fair, è come se con questo nuovo film dovesse reintrodursi al mondo del cinema come regista. C’è sicuramente il lavoro sul corpo, ma qui prende le distanze dal genere, osa entrare nel territorio delle emozioni da tutt’altra prospettiva: quella più umana, perfettibile, piena di contraddizioni e ambiguità. E così è il film: non un altro maestoso horror che avrebbe potuto confezionare partendo dal concept dell’epidemia. Qualcosa di nuovo, un’opera lirica mortifera, un coming-of-age a tre punte, le piaghe d’Egitto della contemporaneità.

La trama fenicia: recensione del film di Wes Anderson

La trama fenicia: recensione del film di Wes Anderson

Non c’è Cannes senza Wes Anderson (equazione che si potrebbe anche leggere al contrario). Il cineasta della geometria estetica non ha infatti perso l’opportunità di presentare il suo La trama fenicia sulla Croisette, che lo aveva già visto tra le fila del concorso qualche anno fa con The French Dispatch (2021) e Asteroid City (2023).

Un progetto da annali

Protagonista del film è Anatole “Zsa-zsa” Korda (Benicio del Toro), un miliardario detestato e continuamente preso di mira da tentativi di omicidio. Convinto che la sua fine sia vicina, sceglie di affidare tutto a Liesl (Mia Threapleton), la figlia maggiore, una giovane che ha sempre rifiutato il suo stile di vita e che lui preferisce apertamente ai suoi altri otto figli, considerati “inutili”. La sua paternità resta però un mistero, dato che tutte le sue ex mogli sono morte in circostanze sospette.

Il racconto si articola attraverso gli incontri tra Korda, Liesl e un entomologo norvegese bizzarro e divertente di nome Bjorn (Michael Cera), con i partner coinvolti nel cosiddetto “Phoenician Scheme”, un progetto industriale globale tanto visionario quanto spietato, che promette il controllo assoluto su ogni settore economico a costo della schiavitù dei lavoratori. Il trio si confronta così con una galleria di personaggi pittoreschi interpretati da celebrità in gustosi camei: tra gli altri, Willem Dafoe, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Bryan Cranston, Riz Ahmed, Jeffrey Wright, Bill Murray (nel ruolo di Dio) e, nel finale, un intenso Benedict Cumberbatch nei panni dell’antagonista più temibile.

Gli irresistibili Mia Threapleton e Michael Cera (e tutti gli altri…)

Mia Threapleton è la vera stella de La trama fenicia, una ventata di aria fresca in un parco attoriale ormai fin troppo noto, che riesce a esimersi dalla nozione di mero cameo andersoniano per raccontare effettivamente l’evoluzione di un personaggio. È nella sua evoluzione da suora pia e compita a spalla del padre, anche affarista e chiaramente più disinibita, che La trama fenicia dimostra di avere qualcosa da dire. Per certi versi, potrebbe addirittura essere definito il film più politico di Wes Anderson: è proprio la ragazza che, riavvicinandosi al padre dopo essere stata nominata unica erede del suo patrimonio, lo consiglierà e indirizzerà, tanto dal punto di vista professionale quanto da quello personale. Il tutto, ovviamente, inquadrato dalla consueta angolazione ironico-grottesca tipica della filmografia di Anderson.

Benicio Del Toro, Michael Cera e Mia Threapleton in La trama fenicia
Benicio Del Toro, Michael Cera e Mia Threapleton in La trama fenicia

Spicca inoltre una “new entry” nel macrocosmo andersoniano, Michael Cera, che si cala perfettamente nel ruolo di un eccentrico professore che nasconde in realtà molte identità diverse. Sembra quasi impossibile pensare che l’attore di Su×bad non fosse stato assoldato dal regista prima d’ora, perchè risponde in maniera sconcertante all’idea del personaggio-burattino che abita le narrazioni di Anderson. Il resto, è una trafila di volti familiari che fanno man mano la loro comparsa: ci sono Brian Cranston e Tom Hanks, Scarlett Johansson e Benedict Cumberbatch, tra gli altri. Ogni attore rappresenta possibili minacce per il grande progetto di Zsa-zsa, siparietti comici che vanno a rinvigorire ulteriormente il rapporto tra padre e figlia.

Wes Anderson… a ripetizione circolare

Lo diciamo subito: anche questa volta, Wes Anderson fa Wes Anderson. Tradotto in maniera sintetica, La trama fenicia conquisterà i fan di lunga data del regista e, molto probabilmente, resterà a debita distanza di sicurezza dai detrattori o dagli spettatori che non riescono più a distinguere un guizzo di unicità nelle sue più recenti produzioni. In conferenza stampa, Anderson ha svelato che lo script originale de La trama fenicia era molto più oscuro. Ecco, avremmo sicuramente preferito visionare questa bozza iniziale, perchè i semi di una storia più radicale e politica ci sono tutti. Purtroppo, ciò che resta è l’ennesimo esperimento andersoniano autoreferenziale, chiuso nelle sue intenzioni all’apparenza puramente estetiche e mai realmente contenutistiche.

La petite dernière: recensione del film di Hafsia Herzi

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La petite dernière: recensione del film di Hafsia Herzi

Dopo Tu mérites un amour e Bonne mère, Hafsia Herzi approda per la prima volta nella competizione ufficiale di Cannes con La petite dernière, adattamento cinematografico dell’omonima opera autobiografica di Fatima Daas. Il film si inserisce nel solco del coming-of-age contemporaneo, cercando di restituire con pudore e sincerità il percorso di crescita, scoperta e affermazione identitaria di una giovane donna musulmana cresciuta nella banlieue parigina. A interpretarla è Nadia Melliti, alla sua prima esperienza cinematografica, vera rivelazione del film.

Un’identità in movimento

Fatima è l’ultima di tre sorelle e vive all’interno di una famiglia tradizionale di origine algerina. Ha 17 anni, gioca a calcio, frequenta il liceo e sogna di iscriversi alla facoltà di Filosofia. Ha un fidanzato, ma la sua vita affettiva è attraversata da una frattura profonda: attratta dalle ragazze, inizia a esplorare la propria sessualità attraverso un’app di incontri, fino a conoscere Ji-na (Park Ji-min), una giovane dottoressa di origini coreane con la quale intreccia una relazione intensa ma non priva di zone d’ombra. Ji-na soffre infatti di depressione e l’equilibrio tra le due si rivela fragile.

Herzi filma tutto questo con una sensibilità rara, scegliendo di non spettacolarizzare nulla, quasi come se si limitasse ad osservare con rispetto. Le scene di intimità, le abluzioni, i pasti familiari e i silenzi sono trattati con pari attenzione. La regista mostra così la complessità di un’identità in costruzione che non rinnega le proprie radici culturali o religiose, ma tenta di ridefinirle a partire dall’esperienza personale. Fatima partecipa con Ji-na a una manifestazione dell’orgoglio LGBTQ+, ma non smette di pregare, e questa convivenza tra elementi apparentemente in conflitto è una delle chiavi più interessanti della narrazione.

Tra cinema del reale e sguardo autoriale

La scelta di volti non professionisti, l’uso costante del primo piano, la durata generosa delle scene e l’attenzione al linguaggio del corpo richiamano l’esperienza di Hafsia Herzi come attrice in alcuni film di Abdellatif Kechiche. Tuttavia, a differenza del regista franco-tunisino, Herzi sceglie di non indulgere mai nel voyeurismo: c’è un amore profondo per i personaggi e una volontà sincera di raccontarli senza giudicarli.

Eppure, proprio questa delicatezza talvolta sembra limitare la forza narrativa del film. La seconda parte si fa infatti più didascalica, soprattutto nei momenti in cui la protagonista si confronta con la comunità lesbica e il suo attivismo. L’intreccio si appiattisce in alcuni passaggi, e si ha la sensazione che Herzi voglia dire troppo, con il rischio di sacrificare la naturalezza che aveva caratterizzato la prima ora di girato.

Una promessa ancora in cerca della sua voce più forte

La petite dernière è un film che affronta temi urgenti – la fede, la sessualità, il patriarcato, la marginalità – con onestà e uno sguardo che non cerca lo scandalo, ma l’empatia. È un’opera che vale per ciò che racconta e per il modo in cui lo fa, ma che avrebbe forse beneficiato di una maggiore compattezza drammaturgica e di uno sviluppo più profondo del conflitto interno alla protagonista.

Nadia Melliti regge con grande naturalezza il peso del racconto, imponendosi come un volto da tenere d’occhio nel panorama europeo. Hafsia Herzi, d’altro canto, conferma di essere una regista sensibile, capace di ascoltare e restituire con sincerità la complessità dei suoi personaggi. Tuttavia, resta l’impressione che, rispetto alle sue precedenti prove, questa terza regia sia meno incisiva, un po’ trattenuta, forse timorosa di osare di più.

O agente segreto: recensione del film con Wagner Moura

O agente segreto: recensione del film con Wagner Moura

Brasile, 1977. In mezzo alla strada, un cadavere giace abbandonato da ore. Nessuno lo reclama, la polizia interroga ma non agisce. È da questo dettaglio disturbante che prende il via O agente secreto, il nuovo film di , ambientato nella Recife della dittatura militare, e costruito come una riflessione a più strati sulla sorveglianza, l’identità e il peso della storia. Non un film di spionaggio in senso classico, nonostante il titolo, ma un dramma politico e personale in cui tutti sembrano avere almeno due nomi, due vite, due versioni dei fatti.

Un Brasile sotto controllo

Marcelo (Wagner Moura), ex docente universitario, torna nella sua città natale per cercare il figlio e, insieme a lui, un documento in grado di dimostrare l’esistenza della madre, scomparsa nel nulla. Ma Recife non è un rifugio, bensì un territorio minato, popolato da militanti, doppi giochi, ex torturatori oggi mercenari e forze clandestine della resistenza. Braccato da chi lo vuole trasformare in un “burattino” — come suggerisce la minaccia di perforargli la bocca — Marcelo si muove tra quartieri, stazioni di polizia, vecchi cinema e case rifugio, mentre la tensione si fa sempre più pressante.

Una narrazione a spirale tra memoria e testimonianza

Mendonça Filho imbastisce una narrazione labirintica e volutamente discontinua, che alterna passato e presente, documenti e ricordi, testimonianze e flashforward: una struttura a spirale, simile a quella di Zodiac di David Fincher, dove il bisogno di verità si scontra costantemente con il vuoto delle prove e il rumore del potere. Alcuni decenni dopo, due ricercatrici universitarie ascoltano le registrazioni dei dialoghi originali: ciò che vediamo potrebbe essere il frutto delle loro ricerche, o delle loro ricostruzioni, mai del tutto affidabili.

Come in Retratos Fantasma, Mendonça torna a riflettere sul ruolo del cinema e della memoria: le sale d’epoca, le proiezioni dell’epoca, persino Lo squalo di Spielberg diventa parte integrante della narrazione, tra apparizioni metaforiche (una gamba umana ritrovata nello stomaco di uno squalo) e inserti da film horror di serie B. L’atmosfera generale rimanda al miglior cinema politico degli anni Settanta: paranoia, ambienti notturni, rifugi improvvisati e sorveglianza costante. Ma non mancano parentesi surreali, momenti di humour nero e riflessioni emotive sul lutto e la paternità.

Un racconto corale tra luci e ombre

Wagner Moura regge sulle spalle gran parte del film, ma il mosaico è popolato da figure secondarie interessanti: amici, collaboratori, ex guerriglieri, militari degradati, burocrati corrotti. Non mancano i passaggi violenti, alcuni molto espliciti, ma ciò che colpisce di più è la dimensione emotiva e psicologica della persecuzione. “Quante persone stai aiutando?”, chiede Marcelo a uno dei personaggi. È una domanda che riecheggia più forte di molte altre, in un film dove le responsabilità individuali e collettive si fondono e si confondono.

Il limite principale dell’opera sta nella sua ampiezza narrativa: O agente secreto cerca di tenere insieme molti fili — il dramma famigliare, la denuncia storica, l’indagine sul trauma — ma non sempre ci riesce con equilibrio. Il risultato è un film pieno di intuizioni forti, ma anche dispersivo, a tratti ridondante, che accumula significati e simboli a scapito della coesione.

Cannes 78: il red carpet di Eddington

Cannes 78: il red carpet di Eddington

Ari Aster in compagnia del cast del suo ultimo film, Eddington, ha sfilato sul red carpet del Festival di Cannes 2025. Insieme al regista hanno percorso la montee de marche Emma Stone, Joaquin Phoenix, Austin Butler e Pedro Pascal.

Cannes 2025: il red carpet di Die My Love e Nouvelle Vague

Cannes 2025: il red carpet di Die My Love e Nouvelle Vague

La serata della quinta giornata del Festival di Cannes 2025 ha riservato in tappeto rosso ricco di stelle. Nella stessa serata sono stati presentati infatti Die My Love, che ha visto protagonisti Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, mentre per Nouvelle Vague, Richard Linklater e il suo cast, guidato da Zoey Deutch, hanno calcato la montee de marches. Ecco le foto della serata:

Die, My Love: recensione del film con Jennifer Lawrence – Cannes 78

«Sono proprio qui davanti, non riesci solo a vedermi». Con questa frase, pronunciata quasi sottovoce, Jennifer Lawrence dà voce al nucleo pulsante di Die, My Love, film di Lynne Ramsay in concorso a Cannes 78 e tratto dal romanzo Matate, amor di Ariana Harwicz. È il grido invisibile di una donna che prova disperatamente a resistere, a non svanire nel silenzio, nella solitudine e nelle aspettative soffocanti che la circondano. È lì, davanti agli occhi di tutti, eppure nessuno riesce davvero a vederla.

Da Madre! all’incubo psicotico di Lynne Ramsey

La Grace interpretata da Lawrence è una donna che urla, desidera, consuma e distrugge. Autrice di romanzi, parte da New York e si trasferisce con il marito (Robert Pattinson) nella vecchia casa di campagna dello zio, a pochi chilometri dalla suocera da poco rimasta vedova. Qui, Grace rimane incinta e, sotto il peso della noia, dell’isolamento e della depressione post-partum, inizia a cambiare per sempre.

Qui, Lawrence non è più la figura sacrificale e martoriata di Madre! di Darren Aronofsky – a cui pure il personaggio sembra inizialmente rimandare – ma la sua nemesi: non è travolta dagli eventi, semmai, li travolge. La sua crisi non è quella di chi implode, ma di chi esplode. È un corpo in rivolta, animale e famelico, in cerca di un senso attraverso la carne, il sesso, il suono, la rabbia. In cerca di un’uscita che non esiste.

Non si può scampare a Grace

Lynne Ramsay, qui in una delle sue prove più viscerali e spietate, firma un film che non chiede di essere interpretato, ma attraversato. È un’esperienza che investe sensorialmente lo spettatore, a partire dalla colonna sonora che fonde country e punk rock, fino alla fotografia sfocata ai margini, come se la realtà stesse collassando ai bordi dello schermo. Grace è sempre al centro della scena: ingombrante, disturbante, affascinante. È lei che determina il ritmo della narrazione, un ritmo sfasato, sincopato, incapace di trovare una cadenza stabile.

L’ambientazione è quella di un’America rurale non ben definita, ma profondamente radicata nel suo immaginario culturale: una casa isolata nel verde, lontana dalla città (sappiamo che Grace e Jackson vengono da New York), immersa in un paesaggio sonoro carico di insetti, motori, silenzi pieni di tensione. I suoni della campagna diventano rumore mentale. Un luogo teoricamente pacifico che però vibra di disagio, diventando uno specchio della mente della protagonista.

C’è un romanzo da scrivere, e Grace ci prova. Come la protagonista di Nightbitch, anch’essa madre e autrice in piena crisi di nervi, anche lei lotta contro una quotidianità che respinge ogni tentativo di creazione e di comprensione. E mentre cerca di dare forma al proprio pensiero, la casa attorno a lei si fa sempre più ostile. Una prigione mentale dove i tentativi di contatto con il marito falliscono sistematicamente, e dove l’unico confronto realmente significativo avviene con la madre di lui, in un western psicologico che mette a confronto anche due generazioni di donne.

Jennifer Lawrence in Die, My Love
Jennifer Lawrence in Die, My Love

Il sesso, inizialmente onnipresente, urgente, viene via via sostituito da un vuoto che si allarga. I corpi che si cercano non si trovano più. Il desiderio lascia spazio alla rabbia, all’insofferenza, all’istinto di fuga. Grace diventa predatrice in un mondo che le chiede di essere preda. E lo fa in modo disturbante, feroce, a tratti respingente. Ramsay non indora la pillola: non c’è empatia da spettatore, non c’è catarsi. Solo una spirale che non promette risalite.

Che possiamo vivere a lungo… e poi estinguerci

Le esplosioni emotive di Grace si fanno sempre più violente e imprevedibili, ma Ramsay non offre mai una spiegazione. Non tutto ha un’origine rintracciabile, non tutto ha una cura. Die, My Love è una discesa agli inferi senza Virgilio, una corsa cieca verso un’uscita che forse non esiste. Come la sua protagonista, il film pretende di essere guardato dritto negli occhi, senza filtri. Non si può restare neutrali: o si entra con lei nel suo inferno infiammato – nel suo “soundcheck infuocato”, come suggerisce uno dei momenti visivamente più potenti del film – oppure si rimane fuori, nella stessa casa che ha già consumato e respinto tutti gli uomini della sua famiglia.

C’è una frase che riecheggia alla fine, quasi un’implosione nichilista ma lucidissima: «Che possiamo vivere a lungo… e poi estinguerci». Forse è proprio questo il senso ultimo del film. Non la speranza, non la rinascita, ma la resistenza. Una resistenza disperata, violenta, animalesca. L’urlo di chi non chiede di essere salvato, ma solo riconosciuto. Anche se per un solo, dannato istante.

Renoir: recensione del film di Chie Hayakawa

Renoir: recensione del film di Chie Hayakawa

Dopo il passaggio nella sezione parallela Un Certain Regard al Festival di Cannes 2022 con Plan 75, la regista giapponese porta ora in concorso sulla Croisette Renoir, coming-of-age ambientato nella periferia della Tokyo anni ‘80, in cui una ragazzina si trova a dover fare i conti con l’idea che il padre, malato terminale, sta per lasciare per sempre lei e la madre.

Il lutto attraverso gli occhi di una ragazzina

Il padre di Fuki, Keiji, è gravemente malato e passa continuamente dall’ospedale alla casa. La madre, Utako, è sopraffatta: deve occuparsi di lui mentre porta avanti un lavoro a tempo pieno. Intanto Fuki, che ha undici anni, si rifugia nella propria fantasia. Affascinata dalla telepatia, inizia a immergersi sempre di più in un mondo immaginario tutto suo…

Fuki (Yui Suzuki) fa sogni strani e ha un’immaginazione unica. Nella sequenza iniziale del film la sentiamo descrivere la sua morte come se fosse già avvenuta, solo per scoprire più tardi che sta leggendo le righe di un tema scolastico. Fin da subito, è chiaro che la protagonista di Renoir ragiona spesso sulla morte perché avverte di avercela già in casa – dirà addirittura che vorrebbe essere orfana – eppure si tratta sempre di elaborazioni mentali “lontane”, che non prendono mai di petto quello che sta effettivamente succedendo nella sua famiglia, ma lo aggirano esattamente come farebbe una ragazzina sola, a cui non è stato spiegato nulla e che deve costruire un significato su misura alla morte.

Ritratto impressionista

Renoir pittore ha ritratto la giovane Irene Cahen d’Anvers “in un momento di grazia e spontaneità”, mentre Chie Hayakawa tenta di inquadrare lo sguardo sul lutto, il territorio insidioso e anche inesplorato della bolla in cui ci la giovane protagonista si rifugia per non affrontare la realtà. Fuki non sa bene quale dovrebbe essere la sua reazione di fronte a una perdita così grave, vede solo quelle degli adulti. Immersa nella noia e nella solitudine di un’estate di passaggio, la ragazzina prova ad approcciare svariate vie d’uscita: lo studio della telepatia, un’amicizia speciale, e anche svaghi decisamente inappropriati per la sua età, come l’intrattenimento telefonico per adulti.

Yui Suzuki in Renoir
Yui Suzuki in Renoir

Purtroppo, pur contando su una protagonista semplicemente deliziosa, a Renoir manca quella grandezza del cinema giapponese nel costruire narrazioni potenti contando su un senso di grande misuratezza. Ci sono echi di qualcosa di oscuro (in tutto il film ricorre ad esempio l’idea del pedofilo), ma si tratta di qualcosa di abbozzato per mettere in risalto la mentalità matura di Fuki rispetto alle “cose da grandi”. Tuttavia, è proprio in quelle pieghe che si nasconde un grande film, un macrocosmo a cui purtroppo non abbiamo totale accesso e che rimane tra i tanti aspetti che suggeriscono un’ipotetica eccezionalità di Fuki nel reagire e confrontarsi con il mondo.

La scoperta Yui Suzuki

Yui Suzuki è la vera forza di Renoir: unisce con una trasparenza disarmante il senso di responsabilità che attraversa Fuki, assieme a quell’ingenuità che vorrebbe conservare ancora per un po’. Nonostante i limiti del film, è una protagonista che non dimenticheremo facilmente, che ha “abbassato” la linea di frontiera tra la vita e la morte, restituendoci lo sguardo infantile su uno dei temi cardine del concorso di Cannes 78: l’andarsene per sempre, la resistenza di chi resta.

Cannes 2025: il photocall di Eddington di Ari Aster

Cannes 2025: il photocall di Eddington di Ari Aster

Ari Aster in compagnia del cast del suo ultimo film, Eddington, ha sfilato per il photocall del Festival di Cannes 2025. Insieme al regista hanno posato per i fotografi anche Emma Stone, Joaquin Phoenix, Austin Butler e Pedro Pascal.

Murderbot: recensione della serie Apple TV+

Murderbot: recensione della serie Apple TV+

Dopo aver prodotto la miglior serie di fantascienza degli ultimi anni (se non avete avuto modo di vederla stiamo parlando di Foundation, tratta dal capolavoro letterario di Isaac Asimov) Apple TV+ ha deciso di affrontare nuovamente il genere con Murderbot, trasposizione in dieci episodi del romanzo All Systems Red di Martha Wells – primo capitolo della serie The Murderbor Diaries. In questo caso però il tono è diametralmente opposto, in quanto lo show scritto, prodotto e diretto da Chris e Paul Weitz è nel suo intento primario una commedia dell’assurdo.

La storia di Murderbot

Al centro della vicenda si trova infatti il cyborg denominato SecUnit (Alexander Skarsgård), il quale dopo aver hackerato il sistema che lo costringeva a essere manipolato dagli esseri umani si è rinominato Murderbot. Per evitare di essere scoperto ed eliminato, l’androide si finge funzionale e viene spedito a lavorare come garante della sicurezza di un gruppo di scienziati approdati su un pianeta sconosciuto e potenzialmente pericoloso. Incapace di interagire normalmente con gli esseri umani, ai quali preferisce di gran lunga le soap opera, Murderbot inizia a destare i sospetti di alcuni dei membri della squadra, in particolar modo Gurathin (David Dastmalchian).

Da un’idea di partenza piuttosto intrigante anche se non propriamente originale – pensiamo prima di tutto al robot depresso e filosofeggiante di Guida galattica per autostoppisti – i creators Chris e Paul Weitz avrebbero potuto trarre uno show decisamente più coinvolgente. Murdebot fin dall’episodio pilota si rivela invece un qualcosa che non trova mai un suo vero e proprio equilibrio, diviso costantemente tra una messa in scena che vuole rispettare lo sfarzo della fantascienza e un tono scanzonato il quale non si fonde con l’estetica del prodotto. Quello che avviene nei vari episodi è francamente poco interessante, anzi appare quasi un pretesto per regalare momenti di ilarità dovuti alla personalità sui generis del personaggio principale. La scelta di adoperare costantemente la voce interiore si rivela azzeccata soltanto in alcuni momenti, mentre alla lunga risulta un altro ostacolo all’efficacia della progressione narrativa. Anche se oggettivamente divertente in alcune sequenze, come ad esempio il primo interrogatorio tra Gurathin e SecUnit, Murdebot si poggia su scenette che quasi mai sviluppano reali situazioni, ovvero troppo poco per costruire una trama quanto meno interessante. La scelta poi di far durare gli episodi poco più di venti minuti ciascuno non offre alcuna possibilità di entrare in sintonia emotiva con quello che accade in ogni capitolo. Quando sembra che qualcosa stia per accadere, ecco che la puntata termina.

Un cast messo in difficoltà dalla scrittura

Dovendo lavorare con questo materiale, il cast di attori riesce soltanto in rarissimi casi a offrire il meglio delle proprie qualità di interpreti. Sarsgård risulta tutto sommato simpatico nella sua espressione costantemente attonita, il che funziona in maniera appropriata al personaggio di Murderbot. Dastmalchian invece risulta efficace soltanto a corrente alternata, il che risulta strano visto quanto il caratterista abbia dimostrato di essere a suo agio quando si tratta di personaggi lontani da una rappresentazione realistica. Tutti gli altri sono fracmaente dimenticabili, compresa in Noma Dumezweni solitamente invece capace di imporsi all’attenzione dello spettatore.

Se si pensa che Chris e Paul Weitz sono quelli che sfiorarono l’Oscar per il brioso adattamento di About a Boy – Un ragazzo da Nick Hornby, diventa ancora più sconcertante vedere quanto poco interessante sia stato il loro lavoro su Murderbot. La loro serie proprio non possiede mordente, non sviluppa caratteri in cui ci si può identificare né che si ama detestare, e tanto meno offre una trama avvincente. Se non fosse per alcuni momenti di stralunata ilarità dovuta ai rapporti complessi tra i personaggi, i vari episodi scivolerebbero via nella noia più completa. In alcuni momenti Murderbot diverte, ma nel complesso risulta un’operazione davvero scialba.

Eddington: recensione del film con Joaquin Phoenix e Pedro Pascal – Cannes 78

Col senno di poi, è il 2020. La tagline di Eddington basterebbe da sola a chiarire l’intento del film di Ari Aster presentato in concorso a Cannes 78: non solo un ritorno a un anno cruciale, ma un tentativo di rileggerlo alla luce del presente, con il peso di ciò che è rimasto, di ciò che è cambiato e di ciò che, troppo spesso, non abbiamo voluto vedere. Dopo l’esperimento divisivo di Beau ha paura, il regista di Hereditary e Midsommar approda per la prima volta in concorso a Cannes con un film che abbandona le derive oniriche per affrontare di petto la realtà, anche se – come vedremo – lo fa con più ambizione che lucidità.

Un’America a pezzi

Ambientato nell’immaginaria cittadina di Eddington, nel New Mexico, durante i primi mesi della pandemia, il film mette in scena lo scontro tra due figure emblematiche: lo sceriffo Joe Cross (Joaquin Phoenix), scettico, apatico, emotivamente imploso, e il sindaco progressista Ted García (Pedro Pascal), ligio alle regole e determinato a controllare l’emergenza. Sullo sfondo, una comunità già logorata si frattura ulteriormente tra paranoie complottiste, estremismi sanitari, proteste Black Lives Matter e fanatismi religiosi, incarnati anche dal personaggio interpretato da Austin Butler.

La casa dello sceriffo, dove vivono sua moglie Louise (Emma Stone), depressa e dipendente dai guru social, e una suocera completamente risucchiata dalle teorie cospirazioniste, è il microcosmo di un’America familiare e inquietante: è lì che Aster riconduce il suo tema fondante, quello della famiglia come radice del trauma e specchio di una nazione che implode.

Una costellazione di tensioni (troppo) note

Eddington non racconta nulla che non conosciamo già. E in fondo è questo il punto. Aster non cerca soluzioni, non costruisce visioni alternative. Non è un film che accompagna lo spettatore alla comprensione: è una cronaca stonata dell’oggi, una spirale che confonde invece di chiarire. Come se la realtà – già di per sé caotica – venisse amplificata fino a farsi caricatura. La satira è dichiarata, ma il bersaglio resta spesso sfocato. Si deridono tanto i “woke” e i negazionisti quanto i paladini della correttezza ideologica. Ma nel tentativo di rappresentare tutti i fronti, si finisce per svuotare ogni discorso di senso.

Non a caso, verso metà film, l’ironia cede il passo alla tensione pura, e Eddington vira verso il thriller psicopolitico: violenza crescente, paranoia collettiva, e una sequenza – sulle note di “Firework” di Katy Perry – destinata a diventare cult, anche se forse troppo calcolata per lasciare il segno.

Una riflessione fin troppo disordinata (ma veritiera?)

Ari Aster ha il merito, raro oggi, di non cercare vie di fuga nel genere. Filma il presente senza filtri, con telefoni, Zoom, Instagram Live e notifiche continue che scandiscono la vita dei personaggi. Non c’è nostalgia, né comfort visivo: la tecnologia è parte integrante dell’immaginario e dello stile, tanto da diventare quasi invasiva. Ma in questo caos visivo e narrativo, a tratti insostenibile, si intravede un’urgenza sincera, anche se irrisolta.

Phoenix regge l’intero film sulle spalle: il suo Joe Cross, incapace di decidere, sempre in ritardo sugli eventi, finisce per incarnare l’inefficacia della leadership contemporanea. A tratti sembra Joker di nuovo, ma privato di scopo sociale: solo un uomo annientato dal fallimento personale e collettivo. Emma Stone e Austin Butler sono invece relegati a ruoli troppo sacrificati per emergere davvero. Ed è un peccato, considerando quanto entrambi abbiano dimostrato altrove di saper restituire sfumature in personaggi borderline.

Il confronto mancato con The Curse (con protagonista Emma Stone)

Nel tentativo di mettere in scena un’America divisa, nevrotica, post-pandemica, Eddington sembra avvicinarsi a quella che è, finora, l’opera più lucida e spietata sull’argomento: The Curse. La serie ideata da Nathan Fielder e Benny Safdie e in cui, curiosamente, recita proprio Emma Stone, riesce là dove il film di Aster fallisce: prendere un contesto riconoscibile e costruirci sopra un linguaggio nuovo, capace di raccontare le dinamiche del privilegio, dell’incomunicabilità e della manipolazione con chirurgica precisione. A confronto, Eddington appare come una costosa elaborazione collettiva del trauma, senza la distanza analitica e la forza formale necessarie per trasformarlo in racconto. Dove The Curse spinge lo spettatore a mettersi in discussione, Eddington si limita a riproporre il caos da cui tenta di emergere.

Diagnosi senza cura

Eddington non è una grande riflessione sul nostro tempo. Non è nemmeno un film pienamente riuscito. È piuttosto una constatazione impotente, quasi disperata, del fatto che la frattura è ormai insanabile. Come dice una battuta di Sirat, notevole titolo del concorso di questa Cannes: «È la fine del mondo già da tanto tempo». Oliver Laxe, tuttavia, sa incorniciare quella fine con poesia e chiarezza. Ari Aster, invece, finisce per confonderla ancora di più.

Ma forse anche questo ha un senso. Forse Eddington va accettato per quello che è: un film spartiacque, uno dei primi a cercare di raccontare l’America post-COVID per ciò che è, senza finzioni, senza nostalgia, e senza alcuna illusione di salvezza. Solo caos, paura e un lungo, inevitabile silenzio.

Cannes 78: Natalie Portman e Kristen Stewart al photocall

Cannes 78: Natalie Portman e Kristen Stewart al photocall

Kristen Stewart al suo esordio alla regia con The Chronology of Water, e Natalie Portman, protagonista del nuovo film di Ugo Bienvenu, Arco, hanno partecipato al photocall in occasione di Cannes 78. Ecco le immagini:

Cannes 78: il photocall con Joel Edgerton e Diane Krueger

Cannes 78: il photocall con Joel Edgerton e Diane Krueger

Joel Edgerton e Diane Krueger sono le stelle internazionali del photocall di Cannes 78 per presentare i loro film, The Plague e Amrum. Con loro, oltre al cast dei rispettivi film, anche la delegazione di La Misteriosa Mirada Del Flamenco e quella di Sirat. Ecco le foto:

Will Trent – Stagione 4: conferma e tutto quello che sappiamo

Will Trent – Stagione 4: conferma e tutto quello che sappiamo

La stravagante serie poliziesca della ABC Will Trent ha riscosso finora un grande successo in tre stagioni e tornerà anche con una quarta stagione. Creata per il piccolo schermo da Liz Heldens e Daniel T. Thomsen (tratta dai romanzi di Karin Slaughter), la serie racconta le vicende di un agente del Georgia Bureau of Investigation dall’occhio attento (Ramón Rodríguez). Affrontando alcuni dei casi più difficili della città di Atlanta, il viaggio di Will alla ricerca della giustizia lo porta spesso a scontrarsi con la corruzione all’interno del sistema delle forze dell’ordine. Come se tutto ciò non bastasse, anche la fidanzata occasionale di Will (Angela Polaski, interpretata da Erika Christensen) lavora per la polizia locale.

Dopo aver guadagnato slancio nelle prime tre stagioni, Will Trent è stata una delle serie di metà stagione più costanti degli ultimi anni, e si prevede che continuerà ad esserlo. Il finale scioccante della terza stagione di Will Trent ha lasciato le cose in una situazione complicata per la quarta stagione, con la vita di due personaggi principali in bilico. Dimostrando che la serie procedurale può crescere, Will Trent ha aggiunto Yul Vazquez in un “ruolo ricorrente importante”, e ogni uscita successiva diventa sempre più grande. Con ancora più colpi di scena all’orizzonte, la ABC ha rinnovato la quarta stagione di Will Trent.

Ultime notizie sulla quarta stagione di Will Trent

La ABC ordina una quarta stagione

Con il popolare poliziesco rinnovato per un’altra stagione, TVLine conferma che la quarta stagione di Will Trent debutterà all’inizio del 2026 (via Yahoo! News). La stagione sarà composta da 18 episodi ininterrotti (salvo inevitabili interruzioni come i discorsi presidenziali). Will Trent continuerà ad andare in onda il martedì sera alle 20:00 ET, prima della stagione 8 di The Rookie, che andrà in onda alle 21:00 ET. Questo approccio di messa in onda ha “funzionato alla grande” per entrambe le serie procedurali, e la ABC intende continuare su questa strada nel 2026.

ABC ha anche rinnovato le popolari serie Grey’s Anatomy e Shifting Gears.

Will Trent Stagione 4 è confermata

Will Trent torna per la stagione 4

Il futuro di Will Trent non è mai stato davvero in dubbio, e gli sviluppi della stagione 3 hanno dimostrato che ABC era pronta a impegnarsi a lungo termine (almeno per ora). Ecco perché non è stato particolarmente sorprendente quando la serie procedurale è stata rinnovata per la sua quarta stagione nell’aprile 2025, e sembra che Will Trent stia finalmente diventando uno dei fiori all’occhiello della rete, insieme a Grey’s Anatomy e alla commedia Abbott Elementary. Il rinnovo anticipato è un buon segno che anche la stagione 4 non sarà l’ultima.

Il finale della terza stagione di Will Trent è andato in onda il 13 maggio 2025.

Al momento non si sa molto sulla quarta stagione, ma si prevede che ulteriori dettagli sulla produzione cominceranno a emergere nel corso dei mesi estivi del 2025. Tuttavia, sappiamo che Will Trent tornerà a metà stagione (gennaio o febbraio). Anche se di solito è in autunno che le reti televisive trasmettono i loro programmi più importanti, un forte ingresso a metà stagione può aiutare a rafforzare la rete fino all’estate.

Dettagli sul cast della quarta stagione di Will Trent

Will Trent e Betty torneranno sul caso

Il cast di Will Trent è composto da un ensemble numeroso e mutevole, ma i personaggi principali sono rimasti gli stessi in tutte e tre le stagioni finora. A guidare lo show nel ruolo dell’agente titolare, Ramón Rodríguez tornerà nei panni di Will Trent, e non sarà l’unico. Anche se il suo destino è incerto dopo la sua decisione nella terza stagione di tenere il bambino avuto da Seth, si prevede che Erika Christensen riprenderà il ruolo di Angela Polaski in una forma o nell’altra.

Iantha Richardson interpreta la partner di lavoro di Will, Faith Mitchell, e probabilmente rimarranno insieme nella quarta stagione. Tuttavia, il destino di Sonja Sohn nel ruolo del capo di Will e Faith, Amanda Wagner, e di Jake McLaughlin nel ruolo del collega di Angie, Michael Ormewood, è incerto dopo che hanno sfiorato la morte nel finale della terza stagione. Anche se il cast umano è al centro della serie, dovrebbe tornare anche l’attore animale Bluebell nel ruolo della chihuahua di Will, Betty.

Il nuovo arrivato Yul Vazquez è stato introdotto nella terza stagione nel ruolo dello sceriffo Caleb e si prevede che continuerà a interpretare il personaggio anche nella quarta stagione, soprattutto dopo la grande rivelazione che lo riguarda. Caleb ha esordito come personaggio un po’ malvagio con un segreto, che si è rivelato essere quello di essere il padre biologico di Will. Con Will disposto a esplorare un rapporto con lui, il ruolo di Vazquez dovrebbe ampliarsi nella quarta stagione.

Dettagli sulla trama della quarta stagione di Will Trent

Sono previsti altri grandi colpi di scena

L’entusiasmo per la quarta stagione di Will Trent è più alto che mai dopo i colpi di scena del finale della terza stagione. Dopo l’intervento chirurgico d’urgenza di Amanda, colpita dai Founders Front, il suo destino è ancora incerto, con gli showrunner di Will Trent che non danno alcuna garanzia sulla sua sopravvivenza. Anche Ormewood potrebbe essere in pericolo, dopo il collasso dovuto al suo tumore.

Non si sa come Angie si inserirà nella quarta stagione, dato che lei e Seth sono follemente innamorati ed entusiasti di diventare genitori, ma questo potrebbe causare dei drammi con Will. Tuttavia, la trama più emozionante del nostro protagonista sarà il suo rapporto con il padre biologico, Caleb. Ha accettato di cenare con la famiglia di Caleb e, sebbene le cose sembrino andare bene tra padre e figlio, c’è ampio spazio per conflitti tra loro nella quarta stagione di Will Trent, che sarà sicuramente avvincente quanto le stagioni precedenti.

Cannes 78: il red carpet di The Chronology of Water di Kristen Stewart

Kristen Stewart ha portato sul red carpet di Cannes 78 il suo primo film da regista, The Chronology of Water. Con lei anche il suo cast, formato da Imogen Poots e Thora Birch.

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Mentre il Festival di Cannes 2025 si prepara a entrare nel suo primo fine settimana, continuano le sfilate sul red carpet della montee de marches. Tra ospiti, artisti e film in concorso, ecco le foto dal tappeto rosso della terza serata del festival.

Cannes 2025: il photocall del giorno 3

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Continua la parata di star al Festival di Cannes 2025. Ecco gli scatti dal photocall della mattina del terzo giorno dell 78° edizione del festival francese.

Dossier 137: recensione del film di Dominik Moll – Cannes 78

Dossier 137: recensione del film di Dominik Moll – Cannes 78

Dominik Moll torna a indagare le zone grigie della giustizia con Dossier 137, presentato in concorso a Cannes 78. Dopo La notte del 12, premiato e acclamato per il suo rigore narrativo, il regista francese si misura con un tema altrettanto scottante: le violenze della polizia e il lavoro degli ispettori dell’IGPN, l’organismo di controllo interno delle forze dell’ordine. Un’indagine complessa, spesso scomoda, che porta la protagonista Stéphanie — interpretata da Léa Drucker — a interrogare i propri colleghi più che dei veri e propri criminali, in un clima di ostilità, reticenza e continua messa in discussione.

Un’indagine dall’interno della polizia

L’episodio da cui prende avvio il caso è un fatto di cronaca che ha fatto discutere la Francia: durante una manifestazione caotica a Parigi, un giovane manifestante, Guillaume, viene gravemente ferito. I sospetti cadono subito su un reparto di agenti chiamati a contenere la folla nonostante fossero palesemente impreparati alla gestione dell’ordine pubblico: in una delle battute più amare del film, si dice che abbiano preso i kit anti-sommossa “dal Decathlon”. Mentre uno dei ragazzi coinvolti finisce in ospedale, l’altro, Rémi, viene incarcerato: solo lui potrebbe testimoniare ciò che è accaduto davvero, ma è messo a tacere da un sistema che sembra più interessato a proteggere se stesso che a scoprire la verità.

Moll costruisce il racconto come un’indagine che diventa sempre più personale: Stéphanie scopre che la vittima è originaria di Saint-Dizier, la sua stessa città natale. Questo dettaglio, apparentemente irrilevante, diventa un elemento destabilizzante. La protagonista si ritrova sospesa tra il suo dovere di imparzialità e un legame emotivo che affiora contro la sua stessa volontà. Il conflitto tra etica professionale e senso di appartenenza si fa più acuto man mano che l’indagine procede, in un contesto in cui tutti sembrano avere qualcosa da perdere: la polizia, l’IGPN, i manifestanti, i familiari.

Tra rigore e testimonianza

Il film mescola fiction e realtà, ispirandosi a diversi casi realmente accaduti durante le proteste dei Gilet Gialli nel 2018, e affronta temi che restano scottanti: il divario tra centro e periferia, la crisi della rappresentanza politica, la paura del dissenso, la frattura tra cittadini e istituzioni. Tuttavia, a differenza del precedente lavoro di Moll, qui la costruzione narrativa appare più didascalica, e spesso troppo netta nel disegnare le linee tra “buoni” e “cattivi”. I poliziotti coinvolti sono ostili, omertosi, quasi caricaturali; i manifestanti e le vittime sono tratteggiati come innocenti puri, senza zone d’ombra. Manca quella complessità psicologica che rendeva La notte del 12 così avvincente e disturbante.

Pur con queste semplificazioni, il film riesce a mantenere una certa tensione, grazie soprattutto alla struttura d’indagine fatta di testimonianze, immagini di videosorveglianza, e piccoli dettagli che ricostruiscono — o distorcono — i fatti. L’uso di video amatoriali, in parte ricreati, contribuisce a dare un’impronta quasi documentaristica, mentre il montaggio alternato tra interrogatori, atti legali e scene domestiche restituisce il senso di una realtà spezzata tra pubblico e privato, tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Léa Drucker, cuore silenzioso del film

Léa Drucker offre una prova misurata, precisa, sospesa tra empatia e rigore. Il suo personaggio, spesso costretto al silenzio, comunica più con gli sguardi e i microgesti che con i dialoghi. Accanto a lei, Guslagie Malanda interpreta una testimone chiave con delicatezza e intensità, portando nel film anche un’eco delle tensioni razziali e sociali che attraversano le banlieue francesi.

Dossier 137 solleva domande necessarie sul ruolo delle forze dell’ordine e sulla capacità (o volontà) dello Stato di farsi garante della giustizia. Ma è anche un’opera meno sfumata di quanto potrebbe essere, a tratti eccessivamente programmatica. Se Moll voleva far riflettere, ci riesce. Se voleva turbare, commuovere o mettere davvero in discussione ogni certezza, questa volta ci arriva solo in parte. La materia è incandescente, ma il film, pur apprezzabile per impegno e accuratezza, resta più vicino al “dossier” che all’opera pienamente compiuta.

Two Prosecutors: recensione del film di Sergei Loznitsa – Cannes 78

Nel 1937, all’apice delle purghe staliniane, la giustizia diventa un paradosso e la burocrazia si fa strumento di annientamento. A Cannes 78, il documentarista Sergei Loznitsa sceglie di tornare al cinema di finzione per raccontare una storia dimenticata — o forse mai davvero ascoltata — attraverso Two Prosecutors, un film rigoroso, crudele e spietatamente attuale. Tratto dalla novella omonima di Georgy Demidov, fisico e prigioniero politico del regime sovietico, il film mette in scena il tentativo, tanto ingenuo quanto tragico, di cercare la verità in un mondo costruito per impedirla.

La vera prigione è l’attesa

Il protagonista è Alexander Kornyev (Aleksandr Kuznetsov), giovane procuratore appena nominato in una provincia remota. Idealista, preparato, determinato, Kornyev si imbatte in una lettera proveniente da una delle tante prigioni dell’URSS: un detenuto accusa l’NKVD di torture, arresti arbitrari e false confessioni. Mentre centinaia di richieste simili vengono distrutte ogni giorno, quella lettera — scritta col sangue — sorprendentemente viene letta. E Kornyev, anziché ignorarla, decide di agire. Inizia così un viaggio fisico e mentale tra corridoi chiusi, interrogatori opachi, incontri ambigui e continui rinvii. A ogni passo si scontra con l’apparato stesso che dovrebbe rappresentare, mentre il sistema lo guarda con diffidenza, lo mette alla prova, cerca di farlo desistere. Non è l’eroe di un thriller, ma il testimone tragico di un fallimento annunciato.

Loznitsa struttura il film come una lunga camera di decompressione. La messa in scena è minimalista, quasi teatrale, dominata da inquadrature fisse, composizioni simmetriche, ambienti spogli, silenzi pesanti. Ogni scena è costruita come un duello verbale, ma i dialoghi — spesso reticenti, circolari, dominati dalla paura — sembrano sempre sfuggire alla logica. La tensione non è affidata all’azione, ma al vuoto, all’attesa, alla sensazione che ogni parola detta possa avere conseguenze devastanti.

Il ritmo volutamente dilatato, l’assenza di musica e la scelta di colori desaturati contribuiscono a creare un’atmosfera plumbea, dove lo spettatore viene risucchiato nella medesima trappola sensoriale e morale in cui si dibatte il protagonista. La prigione in cui è ambientata buona parte del film — un ex carcere di Riga costruito nel 1905 e chiuso solo di recente per condizioni disumane — è più che un set: è un corpo vivo, impregnato di sofferenza, e la sua fisicità opprime anche quando non la si vede.

Uno sguardo che inchioda

Two Prosecutors non è il racconto di una scoperta, ma di una presa di coscienza. A metà narrazione, quando Kornyev comprende che il sistema stesso si sta richiudendo su di lui, ogni velleità di giustizia si trasforma in una lenta agonia morale. Come dichiarato dallo stesso regista, il film è attraversato dalle ombre di Gogol e Kafka, ma anche dalla consapevolezza contemporanea che la storia non è affatto finita. Il film è ambientato nel 1937, ma parla con chiarezza al presente: mostra come i sistemi autoritari distruggano i loro stessi ideali, divorando i “veri credenti”, come Kornyev. Lo fa senza moralismi né didascalie, lasciando che sia la forma stessa del film a incarnare l’oppressione.

A completare il quadro c’è un cast corale, internazionale, composto da attori provenienti da Lituania, Lettonia, Israele e altri paesi dell’ex blocco sovietico, molti dei quali hanno lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. La loro partecipazione non è solo una scelta artistica, ma anche una testimonianza di resistenza culturale e politica. La fotografia di Oleg Mutu, già collaboratore di Loznitsa in diversi film, è rigorosa fino all’astrazione. Nessuna camera a mano, nessun movimento: solo l’immobilità di uno sguardo che osserva, inchioda, documenta.

Two Prosecutors non è un film per tutti. Richiede pazienza, attenzione, disponibilità al silenzio e alla complessità. Ma è proprio in questa scelta radicale — nella rinuncia a ogni scorciatoia narrativa o emotiva — che risiede la sua forza. Loznitsa ci mette di fronte a un interrogativo che, oggi più che mai, non possiamo evitare: quanto siamo davvero liberi di parlare, di agire, di comprendere ciò che ci accade? E cosa accade quando il linguaggio stesso viene sequestrato dal potere?

Paternal Leave: recensione del film di Alissa Jung

Paternal Leave: recensione del film di Alissa Jung

Dopo la vetrina europea del Festival di Berlino, Paternal Leave, l’esordio alla regia dell’attrice tedesca Alissa Jung ha trovato nuova conferma con l’inserimento nel cartellone ufficiale di Open Roads, la rassegna di cinema italiano contemporaneo della Society of Lincoln Center a New York. Una nuova e prestigiosa passerella internazionale che testimonia la qualità artistica di una produzione che rispecchia le molte influenze con cui è stata realizzata.

La storia di Paternal Leave

La protagonista di Paternal Leave è l’adolescente Leo (Juli Grabenhenrich), la quale di punto in bianco lascia la Germania per recarsi sulla costa marittima del Nord Italia, dove vive suo padre biologico Paolo (Luca Marinelli) che non ha mai conosciuto. Sorpreso dalla visita inaspettata, l’uomo fatica non poco a inserire la giovane figlia in una vita che lui stesso non è ancora pienamente riuscito a sistemare, dovendo anche fare i conti con la frustrazione e la rabbia repressa. Sia in Leo che, come capirà, in lui stesso.

La qualità migliore di questo primo lungometraggio dietro la macchina da presa della Jung sta nell’attenzione al tono del racconto, il quale evita costantemente lo scivolamento nel melodramma ostentato. Paternal Leave viene costruito sequenza dopo sequenza lavorando con efficacia sull’equilibrio metaforico tra le ambientazioni e lo stato psicologico ed emotivo dei personaggi, in particolar modo i due protagonisti. Dal momento che non si tratta di una storia che cerca nell’originalità il suo motivo fondante di racconto, la modalità con cui viene sviluppata ed espressa diventa allora il lato più importante, e la Jung dimostra di saperlo gestire con sicurezza: le spiagge malinconiche e semideserte, il paesino di provincia dove poco o nulla accade nelle stagioni maggiormente fredde, rappresentano il luogo perfetto per esternare lo stato di stasi in cui, per motivi diversi se non opposti, Paolo e Leo si trovano. Anche il non saper parlare l’uno la lingua dell’altre, il dover adoperare come primo tentativo un linguaggio “altro” insieme a quello che il corpo e il volto nonostante tutto esprimono, è un’idea di sceneggiatura che funziona pienamente nell’esprimere il distacco esistenziale, la difficoltà nel tentativo di avvicinarsi. Cosa che invece può avvenire principalmente con un atto di gentilezza o un sorriso, come avviene tra Leo ed Edoardo.

PAT_Still_117 KEY © 2024 Match Factory Productions GmbH – Wildside srl (1)

Animi ricchi di contrasti

Questo per raccontare che sotto la superficie pacata, mai urlata di questo racconto si celano invece psicologie ed animi ricchi di contrasti: il dolore sorpreso di Leo lo si deve andare a cercare dietro le piccole ma pungenti frecciate che lancia costantemente prima al padre e poi agli altri uomini che incontra. Allo stesso modo gli occhi sempre penetranti di Marinelli riescono a esprimere pienamente lo scoraggiamento di Paolo, incapace di fare i conti col suo passato, paralizzato (come lo stesso personaggio più volte confessa) nelle relazioni con l’altro sesso che possano veramente contare. I duetti tra la Grabenhenrich e l’attore italiano sono quasi sempre preziosi per quello che esprimono quasi in contrasto con i dialoghi, fino allo “showdown” emozionale che è giustamente frettoloso, quasi violento a livello emotivo, e rompe il ghiaccio tra padre e figlia ma senza veramente risanare un rapporto ancora sconosciuto, e non poteva essere altrimenti. La Jung segue un percorso narrativo conosciuto ma non lo adopera per arrivare a una conclusione retorica e falsamente allietante: quando salutiamo Leo e Paolo alla fine di Paternal Leave, il loro percorso di scoperta, di accettazione soprattutto dei propri rispettivi ruoli, è appena iniziato. E questo rende il film più vero.

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Anche se si potrebbe obiettare che quello di Alissa Jung è in fondo un film “già visto”, la lucidità dell’esposizione e la compostezza del tono del racconto costituiscono quel qualcosa in più che rende Paternal Leave un lungometraggio denso di sostanza emotiva. Un buon esordio che racconta di una convivenza tanto “forzata” quanto necessaria. Per Leo che la ricerca ma senza dubbio anche per Paolo che deve accettarla.

Il significato dietro il titolo “Quando la vita ti regala mandarini”

Se sei un fan dei K-drama e non hai ancora visto When Life Gives You Tangerines, allora questo è il tuo segno. La serie Quando la vita ti dà mandarini, guidata da IU  e Park Bo Gum, è il drama “It” di questa stagione. Non solo è attualmente al primo posto su Netflix, ma è anche ovunque sui nostri social media, con gli spettatori che continuano a condividere le loro emozioni e reazioni a ogni episodio. 

Il vero significato del titolo “Quando la vita ti dà i mandarini”

Un dramma di vita quotidiana che segue la tenace Ae-sun e il devoto Gwan-sik mentre attraversano insieme la vita nell’arco di oltre 60 anni. Mentre Ae-sun desidera fuggire dalla sua povera vita sull’isola e diventare una poetessa, Gwan-sik non desidera altro che starle accanto e aiutarla a realizzare i suoi sogni. Quello che ne otteniamo è una storia d’amore generazionale che si estende fino a mostrare anche la vita dei loro futuri figli.

Essendo ambientata a Jeju, il titolo della serie trae spunto dall’espressione dialettale di Jeju “Pokssak Sogatsuda”, che si traduce letteralmente in “Hai lavorato sodo”. Invece di usare la frase tradotta per il titolo inglese, Netflix ha scelto di catturare l’essenza della serie con un’espressione più familiare, che potesse facilmente trovare riscontro nel suo pubblico globale.

Conosciamo tutti il ​​vecchio adagio “Quando la vita ti dà limoni, fai una limonata”. Da qui, il titolo del drama è diventato “When Life Gives You Tangerines” per trasmettere il messaggio di rimanere positivi e resilienti di fronte alle avversità. Un articolo del Korea Times spiega che “tangerines” è stato utilizzato al posto dell’originale “lemons” in omaggio al luogo delle riprese della serie, Jeju, e alla sua abbondanza di piantagioni di mandarini.

In una conferenza stampa, IU ha ulteriormente approfondito il significato del titolo inglese, affermando: “Anche se la vita ci presenta dei mandarini aspri, trasformiamoli in dolce marmellata e assaporiamo una calda tazza di tè al mandarino”.

Altre traduzioni straniere di When Life Gives You Tangerines hanno seguito la stessa strada per evocare il cuore dello spettacolo. In tailandese, si intitola Let’s Smile Even on Days When Tangerines Aren’t Sweet (Sorridiamo anche nei giorni in cui i mandarini non sono dolci) , mentre a Taiwan, si può trovare in un’espressione idiomatica cinese che, tradotta e con un tocco di Jeju, risulta in Bitterness Ends, Tangerines Come (L’amarezza finisce, i mandarini arrivano).

Sirât: recensione del film di Oliver Laxe

Sirât: recensione del film di Oliver Laxe

Il giovane regista franco-spagnolo Oliver Laxe è arrivato sulla Croisette e ha trasformato il Festival di Cannes in un rave party. Dopo aver presentato i suoi precedenti tre lungometraggi in sezioni parallele della prestigiosa kermesse, approda ora nel concorso ufficiale con Sirât, già uno dei film più politici e radicali dell’anno, forte di una poetica personalissima e che parla a gran voce del nostro presente.

Il road movie più atipico dell’anno

Luìs (Sergi Lopez) e il figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) stanno cercando la figlia Mar tra i rave party del deserto marocchino: da 5 mesi non ne hanno più notizie, ma sanno che la giovane potrebbe trovarsi in questi territori. Laxe ci immerge subito in una sorta di rilettura di Climax di Gaspar Noè nelle distese desertiche. Insiste con inquadrature sui partecipanti del rave, per farci pensare che tra questi volti possa proprio nascondersi Mar. Un gruppo di individui alquanto bizzarri gli dice che la ragazza potrebbe trovarsi a una festa più avanti, alla quale forse si uniranno anche loro. All’improvviso, irrompono però plotoni di soldati che dichiarano uno stato di emergenza, ordinando a tutti i cittadini dell’EU di salire immediatamente sui loro veicoli e abbandonare il posto. A quanto pare, una guerra è esplosa nel corso della notte. La situazione socio-politica non verrà mai definita nei dettagli da Laxe, così come non sappiamo esattamente come i protagonisti si posizionino nei confronti di questa tragedia: stanno scappando? Sono profughi? L’avventura che inizia apre a molteplici interpretazioni.

A questo punto, i raver incontrati poco prima da Luìs ed Esteban sterzano violentemente, decisi a proseguire la loro danza nel deserto. Padre e figlio, per niente equipaggiati, li seguono nella speranza che possano effettivamente condurli dalla figlia scomparsa. Il gruppo suggerisce all’uomo – padre di famiglia nel senso più comune e “bonario” del termine –  che dovrà adattarsi al deserto se vuole seguirli, ma percepiamo fin da subito che non è l’habitat naturale di questa famiglia spagnola e che qualcosa dovrà per forza succedere. Per sopravvivere, dovranno iniziare a collaborare e condividere le risorse disponibili, anche se il padre si mostra piuttosto restio. Dopo una serie di eventi tragici, tuttavia, sarà costretto ad abbracciare il loro concetto di famiglia e una nuova forma di esistenza.

È la fine del mondo già da troppo tempo

Il film di Oliver Laxe inizia con una didascalia volta a spiegare nell’immediato il significato del termine sirat: ‘ponte’, ma anche ‘via’ che, nella religione islamica, collega l’inferno al paradiso.Tuttavia, il titolo effettivo del film compare su schermo solo a venti minuti inoltrati di visione, stagliandosi sopra le macchine roboanti in moto. Il senso di Sirât è proprio quello di un viaggio, di chi anima questo deserto, i protagonisti di un Mad Max sotto acidi da cui è impossibile distogliere lo sguardo.

Sirât film

Loro sono Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid: non attori professionisti, ma gente che viene dalla controcultura, immersi in spazi di esistenza che Laxe tenta finemente di catturare. Un gruppo di personaggi che sembrano prelevati da una favola, con corpi diversi e impossibili da etichettare, che riproducono al meglio il concetto di un’esistenza indefinibile.

Tra thriller e riflessione su una nuova via per esistere

La genialità di Laxe sta nel fatto che non solo infonde la narrazione di un senso di sospensione immanente, ma riesce a costruire anche un thriller tesissimo, perfino insostenibile, quasi a voler proprio ricalcare il significato del termine sirat, un passaggio talmente sottile e tagliente come una lama. Ai rumori roboanti dei fuoristrada si sostituisce poi man mano il silenzio. Sirât ci lascia così a riflettere su una nuova modalità di esistenza, un ritrovato rapporto con la natura che può fagocitarci da un momento all’altro. Il deserto diventa uno spazio pre fine del mondo ma, in fondo, tutto è già finito. E allora, non resta che danzare.

Andor – Stagione 2, il finale ci porta dritti a Rogue One: gli Easter Eggs e i riferimenti a Star Wars

Gli episodi finali di Andor – Stagione 2 presentano molteplici legami e connessioni con Rogue One e la galassia di Star Wars. Preparando il terreno per gli eventi del film di Gareth Edwards e la Battaglia di Scarif, gli episodi finali di Andor sono tra i capitoli più intensi ed emozionanti della serie. Inoltre, presentano numerosi riferimenti e spunti chiave per l’iconico film.

Dopo il Massacro di Ghorman nel 2 BBY e l’estrazione di Mon Mothma negli episodi 7-9 di Andor – Stagione 2, gli episodi finali si svolgono un anno dopo, nell’1 BBY. Si tratta dello stesso anno degli eventi di Rogue One. Tenendo presente questo, ecco i più grandi e migliori Easter egg, riferimenti e connessioni che abbiamo trovato negli episodi 10-12 della seconda stagione di Andor.

Gli Easter Eggs di Andor – Stagione 2

  • Partigiani a Jedha. L’ultima resistenza di Saw – Il supervisore dell’ISB Jung conferma a Luthen che l’Impero sa che i Partigiani di Saw sono su Jedha.
  • Carburante da Ghorman. E Kyber da Jedha – Sebbene la kalkite di Ghorman fosse effettivamente necessaria per il progetto della Morte Nera, l’Impero ora si è dedicato anche all’estrazione del kyber da Jedha, collegandosi agli eventi di Rogue One.
  • Loth Cat. Un classico animale domestico di Star Wars – Quando viene rivelato che Jung è stato ucciso da Luthen, si vede un passante nelle vicinanze con un Loth-Cat come animale domestico.
  • Galen Erso. Un architetto chiave della Morte Nera (e un ribelle segreto) – Galen Erso di Rogue One e il laboratorio su Eadu sono confermati come parte delle informazioni fornite da Jung a Luthen.
  • Scarif. In possesso di dati top secret (e della Morte Nera) – Anche Scarif fa parte delle informazioni, il mondo imperiale che detiene tutti i piani e i dati per i progetti più top secret dell’Impero (così come la Morte Nera stessa durante le fasi finali del progetto).
  • L’uccisione di Jung da parte di Luthen rispecchia le scene iniziali di Rogue One. Cassian uccide Tivik – L’uccisione del suo informatore dell’ISB rispecchia l’uccisione del suo informatore Tivik da parte di Cassian Andor all’inizio di Rogue One.
  • Kalikori. Un collegamento con Star Wars Rebels – Nella galleria di Luthen si può ammirare un Kalikori Twi’lek, una reliquia storica che rappresenta la storia di un clan familiare (apparsa per la prima volta in Star Wars: Rebels).
  • Sanguinatore Nautolano. Un omaggio alla specie di Kit Fisto – Luthen mostra a Dedra Meero un raro coltello sanguinante Nautolano. Uno dei Nautolani più noti di Star Wars è il Maestro Jedi Kit Fisto.
  • Unità Starpath Imperiale d’epoca. Un richiamo alla première della prima stagione di Andor – L’unità Starpath di Dedra è lo stesso dispositivo rubato a Steergard che ha attirato l’attenzione di Luthen e Cassian nella prima stagione di Andor.
  • Teschio Gungan. Spremimi? – Un teschio vicino a uno dei copricapi nubiani nella galleria di Luthen assomiglia incredibilmente a quello di un Gungan, con i segni cerimoniali in oro incisi sull’osso.
  • Le origini di Luthen. Sergente Lear – I flashback rivelano che Luthen Real un tempo era un sergente della Fanteria Imperiale di nome Lear.
  • L’Ospedale Lina Soh. Cancelliere dell’Alta Repubblica – L’ospedale nell’episodio 10 della seconda stagione di Andor prende il nome dall’ex Cancelliere Lina Soh dell’Alta Repubblica (tradotto dall’Aurebesh).
  • Collana della Vittoria Devaroniana. Una specie classica di Star Wars – Ulteriori flashback di Luthen e Kleya li mostrano mentre vendono una collana della vittoria Devaroniana. Tra i Devaroniani più noti ci sono il Vizago di Rebels e il Burg di The Mandalorian. I Devaroniani sono stati visti per la prima volta nella scena canina di Una Nuova Speranza.
  • Un bombardamento su Naboo. “È un bel posto” – Viene rivelato che Luthen e Kleya una volta bombardarono un ponte pieno di Imperiali. A giudicare dall’architettura e dall’abbigliamento dei civili nelle vicinanze, sembra proprio che questo pianeta fosse Naboo.
  • “Fallo”. Sfuggiremo mai al meme? – Mettendo alla prova Kleya con l’innesco della bomba, Luthen le urla di “fallo”. Siamo in Star Wars, quindi viene in mente il Cancelliere Palpatine de La vendetta dei Sith.
  • “Chi altro lo sa?”. Un parallelo chiave con Rogue One – Titolo dell’episodio 11 della seconda stagione di Andor e domanda principale che Krennic pone a Dedra sulla Morte Nera, questa è anche la domanda chiave che Cassian pone a Tivik in Rogue One.
  • “Di’ la parola”. L’arma più potente dell’Impero ha finalmente un nome – Dedra pronuncia finalmente il nome “Morte Nera” su suggerimento del Direttore Krennic, la prima volta che la designazione ufficiale della stazione da battaglia viene pronunciata ad alta voce in Andor.
  • “Five Fives”. La versione di Star Wars dei Dadi dei Pirati? – La partita di Cassian e Melshi con K-2SO assomiglia notevolmente ai Dadi dei Pirati di Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, che per coincidenza vedeva Stellan Skarsgård di Luthen nei panni di Bootstrap Bill Turner.
  • “Risparmia il sermone per Palpatine”. Le cose non vanno bene per Krennic – Il Maggiore Partagaz ricorda a Krennic che non è lui quello a cui il Direttore deve trovare scuse per i ritardi della Morte Nera, il che si collega alle note pressioni a cui Krennic era sottoposto da Palpatine e dal Gran Moff Tarkin per fornire una stazione da battaglia operativa.
  • K-2SO a una parata imperiale. Giorno dell’Impero? – Kaytoo rivela di aver partecipato a una parata tra 200 droidi KX l’ultima volta che è stato su Coruscant, e che l’Imperatore era presente. Probabilmente si trattava di una celebrazione del Giorno dell’Impero, una festività annuale che celebra l’alba dell’Impero Galattico. Dopo la fine delle Guerre dei Cloni.
  • L’eredità di Luthen. Non gradito dall’Alleanza – A causa della sua mancanza di collaborazione, della sua rete di bugie e della sua paranoia, Luthen Rael era visto dall’Alleanza tanto male quanto Saw Gerrera, nonostante avesse fornito le basi fondamentali per le sue origini.
  • K-2SO ottiene una scena in corridoio. Salvare la situazione rispecchiando Rogue One – Non diversamente dalla scena in corridoio di Darth Vader alla fine di Rogue One, K-2SO ottiene la sua epica battaglia in corridoio contro una squadra di agenti tattici dell’ISB per salvare Andor, Melshi e Kleya.
  • Pao. Un memorabile ribelle di Rogue One – Durante il trambusto della base dell’Alleanza su Yavin, si può vedere Paodok’Draba’Takat Sap’De’Rekti Nik’Linke’Ti’ Ki’Vef’Nik’NeSevef’Li’Kek di Rogue One, alias “Pao”, camminare nell’hangar: è un Drabatan maschio che si è unito alla squadra d’assalto di Scarif.
  • Mon, Bail e Saw. Il trio all’alba della ribellione – Proprio come quando il trio si incontrò canonicamente all’alba dell’Impero nel romanzo La maschera della paura, Mon Mothma e Bail Organa cercano di contattare Saw tramite ologramma offrendogli aiuto, solo per vedere il paranoico leader partigiano rifiutare il loro aiuto nonostante l’arrivo di uno Star Destroyer imperiale su Jedha.
  • Diversi stili di Rogue One. Andor si avvicina a Rogue One – Diversi personaggi degli episodi finali della seconda stagione di Andor (Bail Organa, Mon Mothma, il Generale Draven) ora hanno gli stessi costumi e acconciature di Rogue One, a dimostrazione dell’imminenza degli eventi del film del 2016.
  • Ammiraglio Raddus. Un grande eroe di Rogue One – L’Ammiraglio Raddus appare nell’episodio finale della seconda stagione di Andor, il comandante della Ribellione che dà la vita durante la Battaglia di Scarif per assicurarsi che i piani della Morte Nera arrivino alla Principessa Leia. In Gli Ultimi Jedi, una delle navi ammiraglie della Resistenza prende il suo nome.
  • “Una nave rubata in missione non autorizzata”. Non è la prima, né l’ultima volta… – Questa non è la prima né l’ultima volta che Cassian vola su un U-Wing contro gli ordini, anche se la prossima volta che lo farà in Rogue One sarà ovviamente la più importante, garantendo la sopravvivenza e le possibilità di vittoria della Ribellione, fornendo loro i piani della Morte Nera.
  • Generale Merrick. Leader dello Squadrone Blu – Il Generale Merrick di Rogue One è menzionato da Raddus, un altro membro dell’Alto Consiglio dell’Alleanza e leader dello Squadrone Blu, una delle squadre che si trovava in orbita durante la Battaglia di Scarif.
  • Senatori di Rogue One. Jebel e Pamlo si uniscono all’Alto Comando dell’Alleanza – I senatori Jebel e Pamlo compaiono nell’episodio 12 della seconda stagione di Andor, gli altri membri dell’Alto Comando dell’Alleanza che hanno debuttato in Rogue One del 2016.
  • Tivik su Kafrene. Il debutto di Cassian in Rogue One – Informatore di Cassian e uno dei Partigiani di Saw Gerrera, Tivik si rivela aver telefonato a Yavin con informazioni che condividerà solo con Andor sull’Anello di Kafrene, il che si collega alla scena iniziale di Rogue One, dove Cassian conferma le informazioni sulla nuova superarma dell’Impero e su Galen Erso.
  • Brinda ai Caduti. Ricordando Aldhani, Ferrix, Ghorman e altri – Prima che Andor parta per Kafrene, Cassian e Vel brindano a coloro che sono caduti per la causa nelle stagioni 1 e 2 di Andor: Luthen, Gorn, Nemik, Taramyn, Cinta, i Ghorman, Ferrix, Maarva e i Dhani.
  • Manifesto di Nemik. “La Maschera della Paura” – Viene rivelato che il manifesto di Nemik si è diffuso in tutta la galassia di Star Wars, e persino il Maggiore Partagaz possiede una registrazione in cui ascolta le parole del giovane Ribelle su come “La frontiera della Ribellione sia ovunque”, “La tirannia richiede uno sforzo costante” e che “L’oppressione è la Maschera della Paura”. Ispirata dal manifesto, la Lucasfilm ha recentemente pubblicato un romanzo canonico intitolato “La Maschera della Paura”, ambientato durante i primi giorni dell’Impero.
  • “Andare giù a suon di pugni”. Uno degli ultimi ordini di Bail Organa – Nonostante i suoi dubbi tristemente ironici sulla Morte Nera, considerando l’imminente distruzione sua e di Alderaan da parte del superlaser della stazione da battaglia, Bail Organa approva la missione di Cassian Rogue One nell’Anello di Kafrene, volendo “andare giù a suon di pugni” contro l’Impero.
  • Andor indossa il costume di Rogue One. Cassian è pronto per Rogue One – Proprio come i personaggi precedenti nell’episodio finale della seconda stagione di Andor, Cassian indossa la stessa giacca, la stessa fondina e la stessa pistola che indossava nel suo debutto in Rogue One.
  • Dedra in prigione. Imprigionata su Narkina? – Non diversamente da Cassian e dal suo periodo su Narkina 5, Dedra Meero viene mostrata in una prigione imperiale molto simile, con la stessa uniforme bianca e arancione.
  • Saw su Jedha. Gerrera è pronto per Rogue One – Saw è mostrato mentre guarda fuori da una finestra dalla sua base operativa su Jedha, rispecchiando un’inquadratura simile di Rogue One.
  • Krennic supervisiona la Morte Nera. I test sono pronti per iniziare – Krennic è anche mostrato mentre supervisiona le fasi finali della costruzione della Morte Nera, un’altra inquadratura parallela a quella vista in Rogue One.
  • Bix con il suo bambino a Mina Rau. Il figlio segreto di Cassian – Bix Caleen è tornata a Mina Rau, il mondo agricolo visto nei primi episodi della seconda stagione di Andor. Nella scena finale che conclude l’epica serie di Star Wars, Bix tiene in braccio un bambino il cui padre è senza dubbio quello di Cassian Andor, il che significa che Cassian non ha mai conosciuto la famiglia che lo circonda. lo aveva aspettato prima che si sacrificasse in Rogue One.

Senza Rimorso (Without Remorse): la spiegazione della scena post-credits

Senza Rimorso (Tom Clancy’s Without Remorse) ha una scena a metà dei titoli di coda che prepara il terreno per un sequel, Rainbow Six. Tratto dal romanzo di Tom Clancy, Without Remorse vede Michael B. Jordan nei panni del Senior Chief John Kelly, un membro d’élite dei Navy SEAL che è uno dei personaggi più popolari dell’universo di Jack Ryan di Tom Clancy. Without Remorse è la storia delle origini di John Kelly, che riporta il pericoloso agente operativo nell’attuale tumultuoso scenario geopolitico.

Dopo che Kelly e la sua squadra SEAL, sotto il comando del tenente comandante Karen Greer (Jodie Turner-Smith), salvano un agente della CIA da ex soldati russi in Siria, la famiglia di John e i membri della sua unità vengono presi di mira per essere assassinati. La moglie incinta di Kelly, Pam (Lauren London), viene uccisa, spingendo John in una spirale di vendetta. Kelly scopre che un russo di nome Victor Rykov (Brett Gelman) ha guidato l’attacco alla sua casa. Con il supporto dell’agente della CIA Robert Ritter (Jamie Bell) e del Segretario alla Difesa Thomas Clay (Guy Pearce), Kelly e Greer guidano una missione a Murmansk, in Russia, per estrarre Rykov. Tuttavia, cadono in una trappola e riescono a malapena a scappare. Kelly poi mette insieme i pezzi del puzzle e capisce che il segretario Clay era la mente dietro tutto questo e che stava cercando di provocare una nuova guerra tra gli Stati Uniti e la Russia. Kelly rapisce Clay e lo costringe a confessare prima di assicurarsi la morte del segretario. Ma Kelly viene dato per morto in azione in Russia, quindi diventa “un fantasma” e la CIA procura una nuova identità al Navy SEAL ribelle: John Clark.

La scena a metà dei titoli di coda di Without Remorse si svolge un anno dopo, quando Robert Ritter incontra John Clark nei pressi del Washington Memorial. Ritter ha usato la confessione estorta da John al segretario Clay per smascherarne la corruzione e sfruttarla per diventare il nuovo direttore della CIA. Dopo che Clark si è congratulato con Ritter per la sua promozione, gli ha presentato la sua nuova idea per impedire che ciò che ha fatto Clay si ripeta:

“una squadra antiterrorismo multinazionale composta da personale statunitense, britannico e NATO selezionato con cura, con il pieno sostegno dei servizi segreti nazionali”. Clark vuole che la sua nuova squadra abbia il nome in codice Rainbow per motivi “personali” e, naturalmente, vuole dirigerla e presentare la sua idea al presidente. Questo è un preludio diretto al sequel, Rainbow Six.

Michael B. Jordan ha firmato per due film in cui interpreta John Kelly/Clark e Rainbow Six è sempre stato il sequel previsto. Il piano del produttore Akiva Goldsman era quello di utilizzare Without Remorse per presentare le origini di John Kelly e la sua trasformazione in John Clark, che avrebbe portato direttamente a Rainbow Six. Il sequel avrebbe adattato il romanzo Rainbow Six di Tom Clancy del 1998, che ha avuto spin-off e adattamenti per videogiochi. Rainbow Six avrebbe continuato la serie di film su John Clark incentrati su una squadra antiterroristica multinazionale che sventa complotti contro gli Stati Uniti, mentre i romanzi di Jack Ryan erano più incentrati sulla politica nazionale, anche se sia i film di Jack Ryan che la serie Amazon Jack Ryan con John Krasinski coinvolgono complotti terroristici e Ryan in azione.

Ci vorranno alcuni anni prima che Rainbow Six arrivi nei cinema (o su Amazon Prime, come ha fatto Without Remorse). È anche troppo presto per dire quanto Rainbow Six sarà fedele al libro di Tom Clancy, anche se è probabile che si discosterà in modo significativo dal materiale originale, come ha fatto Without Remorse. I punti di forza di Without Remorse erano l’attenzione all’azione mozzafiato e l’interpretazione intensamente viscerale di Michael B. Jordan nei panni di John Kelly, quindi ci si può aspettare che Rainbow Six aumenti l’azione ora che John Clark sarà circondato dalla sua squadra appositamente selezionata nel sequel.