Novità per Hector And
The Search For Happyness: nel cast del film,
protagonista Simon
Pegg, entra Jean Reno; assieme a lui,
entrano nel cast Stellan Skarsgard,
Desiree Zurowski e Jakob Davies,
oltre a Toni Collette, Rosamund Pike e Chritopher
Plummer, già precedentemente entrati nel progetto, diretto
da Peter Chelsom.
Al centro del film, Hector-Pegg, un
eccentrico psichiatra londinese che cade in crisi quando capisce di
non riuscire a rendere più felice nessuno dei suoi pazienti,
partendo poi per un viaggio alla ricerca del segreto della
felicità. Rosamund Pike sarà la ragazza di Hector, Plummer un
professore della UCLA specializzato in studi sulla felicità, mentre
Davies dovrebbe interpretare il protagonista da adolescente.
Chelsom si è anche occupato della
sceneggiatura, a fianco di Maria von Heland,
Francois Lelord e Tinker Lindsay.
La data di uscita non è ancora stata fissata.
Con la sua Mediterranea Productions,
Angelo Bassi presenta a Roma Marie
Heurtin – Dal Buio alla Luce del cineasta francese
Jean-Pierre Améris. La storia di Marie che si
svolge a cavallo tra ‘800 e ‘900, narra della creazione di una
nuova lingua, quella usata oggi dai ragazzi sordi e ciechi per
comunicare con il mondo.
La casa di distribuzione, in coerenza con la materia trattata dal
film, avvalendosi della collaborazione dell’ Istituto Statale per
Sordi di Roma, Lega del Filo d’oro, CINEDEAF (Festival
Internazionale di Cinema Sordo), Eyes Made (iniziativa di
innovazione sociale a base culturale incentrata sulla
valorizzazione delle abilità visive che risiedono nelle persone
sorde), Big Bang – Universo accessibile (startup a vocazione
sociale) e Movie Reading (applicazione per smartphone), a partire
dal 3 marzo porterà il film in circa 30 sale italiane, cercando di
renderlo fruibile e accessibile a tutti.
Ha avuto difficoltà a
lavorare con un’attrice realmente sorda?
Jean-Pierre Améris:Prima di scegliere Ariana ho incontrato 200 ragazze. Non è
stato un problema imparare a lavorare con loro. Nel mio primo film
c’era una ragazza sorda, quindi ne avevo già esperienza. Il
messaggio del film è proprio che l’handicap non è una difficoltà.
La difficoltà sarebbe stata trovare un’attrice poco capace. Abbiamo
girato con degli interpreti, ma si è creata un’atmosfera
particolare durante il film e tutti hanno imparato in qualche modo
a comunicare con le attrici.
Inizialmente il suo progetto
era di raccontare la storia di Hellen Keller, su cui si basa anche
un altro film (Anna dei miracoli). Cosa l’ha portata a dirottare su
quest’altra storia?
Sin dall’adolescenza sono stato
affascinato dalla storia di Hellen Keller, una donna americana
sorda e cieca, che lo diventa però all’età di 15 anni. Come Marie
Heurtin, inizialmente era una ragazza selvaggia, ed è stata salvata
dalla sua governate che le ha insegnato un modo per comunicare.
Volevo fare un remake di Anna dei Mircoli, ma ho scoperto che gli
americani ne fanno un remake più o meno ogni 15 anni, e che era
molto difficile reperire i diritti. Per cui mi sono informato, ho
conosciuto meglio il problema dei sordo-ciechi e ho scoperto Marie.
Per due anni ho fatto ricerche, partendo dagli scritti della suora
che ha deciso per prima di occuparsi della ragazza, e poi sui testi
scritti appunto da Marie. Sono stato molto fedele alla storia vera,
ho passato due anni nel centro di Poitiers, dove ancora arrivano
bambini sordi e ciechi da tutto il mondo. Mi ricorderò sempre del
mio primo giorno lì. Ero un po’ spaventato e ho visto arrivare
tutti questi adolescenti che volevano incontrarmi e che per
avvicinarsi a me mi hanno letteralmente respirato. Siamo in una
società virtuale, dove il contatto fisico non esiste quasi più.
Queste persone hanno invece bisogno necessariamente di un contatto
fisico e hanno bisogno quindi di più tempo per conoscerti. Mi è
piaciuto stare con loro e sono venuti poi alla prima proiezione del
film, con gli educatori che lo traducevano nella loro lingua. Dopo
abbiamo anche avuto un dibattito sul film e loro erano felici che
si parlasse di questo tema.
Nei suoi ultimi tre film
parla delle difficoltà relative alla comunicazione, è una
continuità intenzionale?
Faccio film su temi che mi
interessano, come il tema della comunicazione, a prescindere dalla
difficoltà. Mi interessa la libertà di poter comunicare qualcosa ed
è così che intendo anche il cinema. Ammiro l’essere umano e il suo
impegno e ingegno che utilizza per adattarsi al mondo.
Come mai ha scelto Isabelle
Carrè per il personaggio di Suor Marguerite?
È il terzo film che facciamo
insieme, è un attrice che mi ispira e mi piace tantissimo. Non c’è
alcuna somiglianza fisica con la persona reale a cui si rifà il
personaggio, anzi Isabelle è l’opposto. Ma lei ha una forte
propensione a comunicare con l’altro, a capire le difficoltà
altrui, ed è per questo che l’ho scelta. Ha seguito corsi per
imparare il linguaggio dei segni, per lei è diventata una vera e
propria passione, mentre io devo ammettere di avere ancora molta
difficoltà. Con Ariana abbiamo lavorato a Parigi per due mesi per
ripetere le scene, soprattutto quelle di lotta fisica che sono
state le più difficili. Era molto importante che instaurassero una
relazione profonda, poiché dovevano avere un rapporto molto fisico,
molto materno. Nel tempo in cui è ambientata la storia non si
sapeva affatto come comunicare con questo tipo di persone. Suor
Marguerite è stata tenace e davvero geniale nel metodo che ha
individuato per l’insegnamento di questa lingua.
Lei usa un tono leggero, che
non ci aspetteremmo da un film con un tema del genere.
Nella vita è tutto mischiato, il
triste e il comico. Ho riso molto con questi ragazzi, mi sono
divertito. Dove pensate che ci siano delle cose terribili, c’è in
realtà della gioia: volevo dimostrare questo. La gioia non è
soltanto nelle cose belle della società, dove c’è la salute e la
bellezza. C’è molta gente felice anche altrove.
Tra i più celebri e apprezzati
attori del cinema francese, Jean Dujardin ha
dimostrato di poter portare il suo talento anche oltre oceano,
conquistando gli Stati Uniti e vincendo un premio importante come
l’Oscar al miglior attore. Diviso tra impegnati film d’autore e
film più leggeri, l’attore non manca mai di sfoggiare il suo
fascino e il suo istrionico talento.
Ecco 10 cose che non sai di
Jean Dujardin.
Jean Dujardin carriera
1. I film. La
carriera cinematografica dell’attore ha inizio nel 2002, con il
film Ah! Se fossi ricco. Successivamente prende parte ad
alcune popolari pellicole francesi. Un primo punto di svolta nella
sua carriera arriva con il film Piccole Bugie tra amici,
del regista Guillame
Canet, che gli permette di raggiungere un pubblico più
ampio. Nel 2012 è invece protagonista del film The Artist,
con il quale vincerà il suo primo Oscar. Negli anni successivi
ottiene dei ruoli nei film Gli infedeli (2012), The Wolf of Wall Street (2013), Monuments Men (2014), French Connection
(2014), e Un amore all’altezza (2016). Nel 2019 partecipa
al sequel del film di Canet, intitolato Grandi buie tra amici, dove recita accanto all’attrice
Marion
Cotillard. Sempre nel 2019 è protagonista del film
L’ufficiale e la spia, del regista Roman
Polanski.
Jean DuJardin Instagram
2. Ha un account
personale. L’attore è presente sul social network
Instagram con un proprio profilo verificato, seguito da 682 mila
persone. All’interno di questo l’attore è solito condividere
fotografie scattate in momenti di svago con amici, o ancora foto
promozionali dei progetti a cui l’attore ha preso parte.
Jean DuJardin vita privata
3. E’ stato sposato tre
volte. Il primo matrimonio dell’attore risale al 2003, con
una donna di cui tuttavia si sa poco o nulla. Con lei avrà due
figli. Nel 2009 sposa invece l’attrice Alexandra Lamy, da cui però
si separa nel 2013. Dal 2018 è invece sposato con la ballerina Nathalie Péchalat, da cui aveva già avuto
un figlio nel 2015.
Jean DuJardin premi e
nomination
4. Ha vinto un
Oscar. Grazie alla sua interpretazione nel film The
Artist, l’attore ottiene riconoscimenti da ogni parte del
mondo. Vince innanzitutto il premio come miglior interpretazione
maschile al Festival di Cannes, dove il film era in
concorso. Successivamente ottiene il Golden Globe, il Bafta, lo
Screen Actors Guild Award e infine l’Oscar al miglior attore
protagonista.
5. Ha stabilito un
primato. Con l’Oscar vinto, DuJardin è diventato il primo
attore francese a vincere tale premio nella categoria miglior
attore. E’ invece il quinto attore francese a vincere un premio
Oscar in generale, ma i precedenti quattro rientravano nelle altre
categorie attoriali.
Jean DuJardin Cannes
6. Ha una cosa in comune con
l’attore Christoph Waltz. L’attore francese è
l’unico, insieme al premio Oscar Christoph Waltz, ad aver vinto sia il premio
per l’interpretazione a Cannes che il SAG Awards, il Golden Globe,
il Bafta e l’Oscar per il medesimo film.
Jean DuJardin The Artist
7. Si esercitò nel
ballo. Per girare le scene di ballo insieme all’attrice
Bérénice Bejo, i due si sottoposero ogni
giorno per cinque mesi a continue prove per acquisire il giusto
feeling. I due si esercitarono inoltre nello studio dove si
esercitarono a loro tempo gli attori Debbie
Reynolds e Gene Kelly per Cantando
sotto la pioggia.
Jean DuJardin Gli infedeli
8. Ha diretto uno degli
episodi del film. Il film
Gli infedeli è composto da sette diversi episodi sul tema
dell’infedeltà maschile. Jean DuJardin, regista di uno degli
episodi, ebbe l’idea del titolo del film quando vide la locandina
francese del film The Departed, di Martin Scorsese. Questa riportava il
titolo “Les Infiltrés”, ma l’attore lesse erroneamente “Les
Infedéles”, decidendo poi di utilizzarlo come titolo.
Jean DuJardin gruppo comico
9. Fa parte di un noto
gruppo comico. L’attore è membro del gruppo “Nous C Nous”,
insieme agli attori Bruno Salomone, Eric Collado, Emmanuel Joucla
ed Eric Massot. Il gruppo è noto in francia per i loro sketch
comici e le loro partecipazioni a noti programmi televisivi.
Jean DuJardin età e altezza
10. Jean DuJardin è nato a
Rueil-Malmaison, in Francia, il 19 giugno 1972. L’altezza
complessiva dell’attore è di 182 centimetri.
Fino a un anno fa, quasi nessuno ne
aveva mai sentito parlare: star in patria, nel resto del mondo il
nome Jean Dujardin suscitava solo una domanda:
Jean, chi?
Il grande pubblico ignorava la sua
esistenza sino alla svolta del Festival di Cannes 2011:
Jean Dujardin è stato premiato come migliore
attore per The
Artist, il film muto in bianco e nero
acclamatissimo negli ultimi mesi. Da allora la notorietà
internazionale si è consolidata giorno dopo giorno e l’attore,
anzi, l’Artista, non fa che suscitare grande ammirazione come il
personaggio che ha segnato la sua consacrazione, l’affascinante
George Valentin.
Jean Dujardin, carisma, brio, ironia
e charme
Carisma, brio, ironia e charme:
sono solo alcune delle infinite qualità che contraddistinguono
questo attore francese dal volto senza tempo, la cui carriera ha
conosciuto un’inarrestabile ascesa, dalle serate di cabaret nei bar
parigini al Golden Globe appena conquistato a Los
Angeles. Jean Dujardin nasce il 19 giugno
1972 a Rueil-Malmaison, a nord di Parigi, ultimo di quattro figli
maschi. Bambino timido e insicuro, trova la sua dimensione nel
gioco, immagina di essere un cowboy o un eroe, mentre con gli anni
sviluppa il suo talento di comico e imitatore. Dopo essersi
diplomato in filosofia ed arti plastiche, svolge il servizio
militare durante il quale inizia a scrivere piccoli sketch che in
seguito propone in alcuni bar francesi, durante il cabaret della
sera. La prima apparizione di fronte alle telecamere avviene
nel 1996 al talent show televisivo Graines de star, in cui
si afferma come comico molto amato dal pubblico nei panni di Brice
de Nice, surfista ingenuo e sfrontato, che ripropone anche nella
compagnia Nous C Nous, di cui fa parte insieme a Bruno Salomone e
altri comici francesi; con loro realizza diverse parodie di boy
band in voga negli anni novanta.
Jean Dujardin
diventa poi un volto popolare della tv francese nella serie
Un gars, une fille (ovvero Love Bugs), di
cui è protagonista insieme ad Alexandra Lamy: con oltre 400 episodi
dal 1999 al 2003, l’affiatata coppia “Loulou e Chouchou” si
innamora anche nella vita reale. Dopo una precedente relazione da
cui nascono i figli Simon e Jules, Jean trova in Alexandra la
compagna della vita, si fidanzano nel 2003 e si sposano nel
2009.
Dopo il successo in tv, arrivano i
primi ruoli al cinema: dapprima secondari poi, dopo
Mariages!, nel 2005 è protagonista di Brice de
Nice di James Huth, in cui ripropone
il personaggio da lui inventato e conquista il box office. Ma il
grande incontro della sua carriera è quello con il regista
Michel Hazanavicius, che nel 2006 lo sceglie come
protagonista del film OSS 117: Le Caire, nid
d’espions; Jean interpreta l’agente segreto Hubert
Bonisseur de la Bath, simil James
Bond: simpatico, francese fino al midollo, seduttore e anche un
po’ razzista, nei panni di OSS 117 Jean Dujardin
rivela ancora una volta le sue grandiose doti comiche, e in questa
divertente parodia ambientata negli anni cinquanta è affiancato da
Bérénice Bejo, con cui lavorerà nuovamente in
The Artist. Il film è un successo e se ne
ricorda soprattutto la scena culto in cui Jean canta “Bambino” di
Dalida in arabo. Per questo ruolo viene nominato al César come
migliore attore, il che accade raramente per una commedia.
Nel 2007 recita in 99
francs di Jan Kounen, adattamento
dell’omonimo romanzo di Frédéric Beigbeder in cui
interpreta Octave Parrango, cinico agente pubblicitario; in questa
commedia graffiante, il suo personaggio non vuole suscitare
simpatie (“Spero che mi disprezzerete per meglio disprezzare
l’epoca che mi ha plasmato”, dice Parrango). Nello stesso anno
interpreta per la prima volta un ruolo drammatico in
Contre-enquête, dove è un poliziotto che indaga sulla
morte della figlia, mostrandosi all’altezza di altri generi oltre
il comico. Produce e dirige Palizzi, una
serie tv di due stagioni che racconta a mo’ di documentario il
reinserimento nella società di un ex mafioso uscito di prigione
dopo quindici anni di reclusione.
Nel frattempo, divenuto uno degli
attori francesi più amati oltralpe, Jean recita a teatro con
Alexandra Lamy in Deux sur la balançoire. È inoltre attivo
nell’ambito umanitario contro il maltrattamento dei bambini,
partecipando alla Fondation Mouvement pour les Villages
d’Enfants. Il 2008 è l’anno di Cash – Fate il
vostro gioco, una sorta di Ocean’s
Eleven alla francese in cui è affiancato da
Jean Reno e Valeria Golino. Diretto da Eric
Besnard, il film corale è una commedia poliziesca in cui
non mancano i colpi di scena.
Segue Un homme et son
chien, remake francese di Umberto D.
di Vittorio De Sica, dove recita con Jean-Paul
Belmondo, al quale Jean Dujardin è spesso
paragonato in patria. Torna poi nuovamente nei panni di
Hubert Bonisseur de la Bath in OSS 117: Rio ne répond
plus, sequel di successo ancora diretto da Michel
Hazanavicius, divenuto uno dei suoi migliori amici. Jean
ama infatti collaborare con professionisti di cui ha stima e
infatti nel 2009 ritrova James Huth, che lo dirige
nel western Lucky Luke, in cui interpreta con brio il
celebre cowboy solitario in grado di sparare più veloce della
propria ombra.
Tra i lavori più recenti, possiamo
citare Le bruit des glaçons diretto da
Bertrand Blier e Les petits
mouchoirs di Guillaume
Canet: quest’ultimo film, presentato al Festival
del Film di Roma 2010, uscirà in Italia in primavera
con il titolo Piccole bugie tra
amici. Jean interpreta Ludo e, benché abbia un
piccolo ruolo accanto a un cast stellare che comprende
Marion Cotillard e François
Cluzet, il suo personaggio è l’anima di tutto il film.
Nel 2010 torna al genere drammatico
nello struggente Un balcon sur la mer di Nicole
Garcia: è il protagonista, l’agente immobiliare Marc
Palestro, che incontra una donna misteriosa (una bravissima
Marie-Josée Croze) che lui riconosce come Cathy, la ragazzina di
cui era innamorato durante l’infanzia trascorsa in Algeria: ma la
verità potrebbe essere un’altra… Nel cast anche Toni Servillo e
Claudia Cardinale. In questo film Jean offre la vibrante
interpretazione di un uomo tormentato dal suo passato, rivelandosi
eccezionale anche nel registro drammatico. Un talento che si
paleserà ancora di più nel ruolo della vita.
Il 2011 è infatti l’anno della
consacrazione. Michel Hazanavicius gli offre il
ruolo più difficile della sua carriera in un film nato come
‘impossibile’ e che il regista sognava di realizzare già da una
decina d’anni: si tratta di The Artist,
muto e in bianco e nero, che Hazanavicius dirige con maestria e in
cui Jean veste i panni del divo George Valentin, star del muto la
cui carriera subisce un inevitabile declino con l’arrivo del
sonoro, mentre la giovane comparsa Peppy Miller (una brillante
Bérénice Bejo, nel frattempo divenuta moglie del
regista) diventa una stella proprio grazie ai film parlati. Jean
dedica anima e corpo a questo ruolo, recupera i classici muti di
Murnau e Borzage, studia Douglais Fairbanks, Gene Kelly,
Clark Gable e Vittorio Gassman, prende
lezioni di tip tap per cinque mesi e incarna alla perfezione il
divo del muto che non vuole rinunciare alla sua integrità di
artista sia nelle parti briose che in quelle drammatiche,
conquistando critica e pubblico. Ottiene la Palma d’oro di migliore
attore a Cannes; mentre sale sul palco, si inchina al presidente di
giuria e suo mito personale, Robert De Niro, e improvvisa qualche
passo di tip tap. The Artist ottiene
riconoscimenti in numerosi festival internazionali, sino alla
recente vittoria ai Golden Globe: 3 statuette, tra
cui il premio a Jean Dujardin come Migliore Attore
in un film commedia o musicale. Durante il discorso di
accettazione, in un inglese stentato – giacché sta studiando la
lingua da pochissimo dietro la pressione di Harvey
Weinstein – si prende una rivincita contro un agente che
gli aveva pronosticato che non avrebbe mai fatto nessun film: “Il
tuo viso è troppo espressivo, troppo grande”. La straordinaria
espressività di Jean Dujardin è, al contrario, uno
dei suoi maggiori pregi: sin dagli esordi, la sua recitazione è
particolarmente basata sul corpo; si trattava inizialmente di un
complesso di inferiorità, non avendo mai frequentato l’accademia
d’arte drammatica, dunque la recitazione fisica avrebbe dovuto
compensare una presunta mancanza di profondità. La profondità
invece c’è, accompagnata da un talento esplosivo che non lascia mai
indifferenti e una versatilità da vero Artista.
Amante del cinema italiano di un
tempo (soprattutto Vittorio Gassman e Dino Risi),
di Charles Baudelaire e del buon vino; battuta sempre pronta e
irresistibile sorriso smagliante, Jean affronta il cinema con la
genuinità tipica di un bambino: recitare è per lui un modo per
prolungare l’infanzia, affinché l’uomo che è diventato riesca ad
aiutare il bambino che fu a realizzare i propri
sogni. Nominato ai SAG e ai BAFTA per The
Artist, Jean non sogna affatto una carriera a
Hollywood: se otterrà proposte interessanti, come da lui affermato,
non esiterà ad accettare, ma non abbandonerà mai la sua umiltà
(“Del resto mi chiamo Jean Dujardin, John Of the
Garden, quindi rimango con i piedi per terra”). Né la sua amata
Francia. Infatti oltralpe il 29 febbraio uscirà Les
infidèles che ha scritto, prodotto, diretto e
interpretato insieme al collega e amico Gilles Lellouche: si tratta
di un film suddiviso in sette sketch incentrato sull’adulterio da
parte del sesso maschile.
Ma febbraio è anche il mese degli
Oscar: con una nomination praticamente certa per il suo
indimenticabile ruolo nel film muto, chissà se il 26 febbraio
l’Artista trionferà nella notte più magica che celebra la settima
arte. Nessun francese ha vinto l’Oscar come Migliore Attore
protagonista: questa potrebbe essere l’occasione più opportuna per
dimostrare che ancora oggi si può essere grandi attori anche senza
dire una parola.
Dopo aver preso parte a due grandi
produzioni americane come The Wolf of Wall
Street di Martin Scorsese e The
Monuments Men di George Clooney, Jean
Dujardin è tornato in patria per recitare in alcuni film
francesi come The French, crime-thriller
sulla droga in cui è protagonista e che è in questi giorni a
Cannes.
Durante un’intervista con Variety
l’attore francese ha parlato anche delle opportunità che gli ha
regalato l’Oscar e del suo rapporto con il cinema francese:
“C’è una grande fantasia sull’Oscar che ho vinto, ma posso dire
con certezza che non l’ho comprato. È stata un’esperienza favolosa
ma dopo tutto io sono francese e non americano ed amo recitare
nella mia lingua”.
Dujardin ha poi avuto modo di
parlare della sua esperienza da produttore (ha appena aperto una
casa di produzione a Parigi con il fratello ed ha già iniziato
l’attività producendo The Players) e
della sua ammirazione per il cinema italiano: “Vorrei recitare
in ambiziosi film europei come ad esempio Le
Meraviglie di Alice Rohrwacher; il cinema
italiano contemporaneo è davvero fantastico ed è una
fonte d’ispirazione in questi tempi”
Dopo aver recitato per Scorsese in
Wolf of Wall Street, Jean Dujardin (Premio Oscar
per The Arstist) potrebbe partecipare al prossimo film
diretto da George Clooney, Monuments
Men nel cast del quale sono già entrati Paul Giamatti e Cate Blanchett. L’annuncio da parte di Clooney
dell’intenzione di realizzare un adattamento dell’omonimo libro di
Robert M. Edsel risale allo scorso gennaio; l’attore e regista ne
ha nel frattempo terminato la scrittura, assieme a Grant
Heslov.
Il romanzo, sottotitolato Eroi
alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della
storia segue le vicende di George Stout (Clooney) un ufficiale
dell’esercito americano e collezionista d’arte che aiutò e
reimpatriare decine di migliaia di opere d’arte trafugate dai
nazisti. Al momento non ci sono particolari sul ruolo affidato a
Dujardin, mentre Giamatti dovrebbe vestire i panni del co-fondatore
del New York City ballet Lincoln Kirstein, mentre Cate Blanchett,
sarà Rose Valland, militante della resistenza francese ed esperta
in storia dell’arte. Il casting del film è tuttavia ancora alle
battute iniziali, le scelte da effettuare restano ancora tante, ma
l’impressione è che il progetto sia molto attraente e che in tanti
siano coloro che aspirano a prendere parte alle riprese, previste
per la prossima primavera nel Regno Unito e in giro per
l’Europa.
Jean Dujardin, attore francese da tenere d’occhio
nei prossimi mesi, e la belga Cécile De France reciteranno in un
thriller romantico diretto da Eric Rochant e prodotto da Luc
Besson.
Bisogna aspettare il 2015 per vedere nei cinema il
seguito di The Avengers. La pellicola diretta da
un poliedrico Joss Whedon, forte dei sui 1.5
miliardi di dollari incassati in tutto il mondo, fa crescere di
giorno in giorno l’attesa per il secondo capitolo. Lo stesso
regista durante un’intervista, racconta che oltre a confermare
tutti gli attori del precedente lungometraggio, ha lasciato la
porta aperta per permettere a chi vuole di prendere parte a questa
strabiliante catena di montaggio. Un improbabile attore si propone
per prendere parte al secondo capitolo del cinecomics più atteso. Il duro dei duri
Jean-Claude Van Damme, tramite il suo profilo
Facebook, si candida spontaneamente per avere un ruolo nel film di
Whedon. Avrà forse sentito il profumo di soldi e fama, ma per un
attore del suo calibro, un piccolo ruolo in The
Avengers potrebbe essere l’ideale. E voi cosa ne
pensate?
Vi ricordiamo che è in programma
già il sequel del film di successo del 2012
In principio doveva essere
Tony Jaa (Furious 7) ad interpretare il
co-protagonista del remake di Kickboxer.
Adesso che l’attore non è più coinvolto nel progetto a causa di un
conflitto con la produzione dovuto ad altri impegni lavorativi,
arriva la notizia che sarà la star del film originale, Jean
Claude Van Damme, a tornare nel remake in una nuova
versione di Master Chow, mentore dell’allievo protagonista del
film, che sarà interpretato da Alain Moussi.
Diretto da John
Stockwell (Cat Run), il film annovera nel cast
anche Dave Bautista (Guardians of the Galaxy) e
George St. Pierre (Captain America: The Winter
Soldier). La produzione del remake del cult del 1989
inizierà questa settimana; le riprese si svolgeranno a New Orleans,
Louisiana e in Tailandia.
Di seguito vi mostriamo il primo
teaser poster del film.
Trama di Kickboxer – Il
nuovo guerriero: In America ormai Eric Sloane non ha
più rivali in grado di sconfiggerlo nella Kick boxing, una violenta
forma di pugilato tailandese, e quindi col fratello-manager Kurt
decide di recarsi a Bangkock per trovare un avversario degno di
lui. Lo trova in Tong Po, un picchiatore un pò esaltato, protetto
da uno spregiudicato boss della zona, Freddy Li. Purtroppo per
Eric. il campione locale è troppo forte per lui e, nonostante Kurt
voglia ritirarsi, il tailandese infierisce su di lui con un
micidiale colpo alla schiena che lo renderà paralizzato per sempre.
Kurt è furioso, vuole punire quel mostro ma la sua preparazione
atletica è assolutamente inadeguata per sconfiggere Tong Po. Allora
Taylor, un americano che ha fatto fortuna col traffico di armi, lo
conduce da Xian, maestro tra i migliori nella Kick boxing. L’uomo,
dapprima incerto, accetta poi di prepararlo al grande incontro.
L’addestramento e la disciplina sono duri ma Kurt, spinto da Xian e
dal desiderio di vendetta, stringe i denti e arriva ad un punto di
preparazione più che accettabile. Conosce poi la nipote di Xian, My
Lee, molto graziosa, con la quale simpatizza subito. Xian fa in
modo di organizzare col boss Freddy Li un incontro tra Kurt e un
pugile locale. L’americano stravince e si guadagna la stima del
pubblico del posto. Freddy Li capisce che Kurt fa sul serio e
potrebbe mettere in difficoltà Tong Po. Allora fa aggredire My Lee
e la fa portare al campione tailandese, che la violenta. Fa poi
rapire Eric e lo fa rinchiudere in un posto sicuro. Alla vigilia
dell’incontro con Tong Po Kurt, scosso da questi eventi, è
deconcentrato e nervoso. L’incontro si svolge nell’antico modo
tailandese con le mani fasciate da corde sulle quali sono
conficcati vetri aguzzi. Tong Po all’inizio sembra avere la meglio
su Kurt, che non reagisce come dovrebbe e come gli ha insegnato
Xian. My Lee, che è tra il pubblico, è disperata anche perchè Xian
è sparito: l’uomo è andato a liberare Eric. Ci riuscirà grazie
anche all’aiuto di Taylor, reduce del Vietnam ed esperto di armi,
ed insieme uccidono tutti gli scagnozzi di Freddy Li. Eric,
liberato, può assistere all’incontro di Kurt e di Tong Po: la sua
presenza dà nuovo vigore al fratello che, come una furia, si
abbatte sul tailandese riducendolo ad un fantoccio incapace di
difendersi.
Presentato Fuori Concorso al Festival del Film di Roma
Je Fais Le Mort , commedia poliziesca del regista
Jean-Paul Salomè.
Jean Renault (Francois Damiens) è un attore
fallito che viene deriso anche dai propri figli e dalla ex moglie.
La sua agente , disperata quanto lui perché viene licenziato dalle
varie produzioni in quanto troppo preciso e quindi rompiscatole ,
gli propone una parte particolare : quella del morto! Così per
pochi soldi Jean parte alla volta di Mauve , un paesino in mezzo
alle montagne , colpito dalla tragedia di un triplice omicidio. Lì
lui dovrà aiutare la rigida magistrato donna ( Gèraldine
Nakache ) e il capo della polizia del luogo il Tenente
Lamy ( Lucien Jean-Baptiste ) , a ricostruire le
azioni dell’assassino sulla scena del delitto per concludere le
indagine giudiziarie, facendo la parte del morto. La sua eccessiva
ossessione per i dettagli e esperienza recitativa lo porterà a
dubitare e a far dubitare del ragazzo preso come colpevole, che
risulta già dal primo sguardo poco credibile. Tra gag divertenti e
antipatie che si trasformeranno in qualcos’altro , l’inesperto
attore aiuterà la polizia a risolvere il caso in un modo
inaspettato.
Pochi semplici ingredienti rendono la storia intrigante e
leggera, e Jean-Paul Salomè manovra un cast di bravi attori che non
coprono la trama con il loro protagonismo ma accompagnano bene
l’allegro andare dell’indagine. L’idea è abbastanza innovativa per
un film, ma non molto per la televisione. Ricorda ad esempio
The Mentalist o Castle , dove un
personaggio esterno e spesso eccentrico, riesce con un intuito
più umano e derivante dall’esperienza in un altro campo a vedere
degli indizi anche dove al momento non sono ben visibili a polizia
e magistrati. Ma non è un punto a sfavore, anzi.
Con il classico humor francese e un Francois Damiens che
potrebbe pure non parlare, dalle efficacissime espressioni facciali
quasi da film muto, Je Fais Le Mort è un divertente parentesi di
tranquillità.
Ancora in cerca di un ruolo che
possa regalargli una maggior fama, l’attore Jay
Ryan ha comunque saputo farsi apprezzare per alcune
partecipazioni a serie televisive di successo. Pur con piccoli
ruoli ha dimostrato così di sapersi far valere, specialmente se il
personaggio è ben scritto e riesce a far trasparire le sue
doti.
Ecco 10 cose che non sai di
Jay Ryan.
Jay Ryan carriera
1 I film. Ancora
agli inizi, la carriera cinematografica dell’attore è per ora
composta da solo un titolo, It – Capitolo
Due, sequel del film del 2017 e dove Ryan interpreta la
versione adulta di Ben Hanscom. Nel film l’attore recita insieme ai
più famosi Jessica
Chastain, James
McAvoy, e Bill Skarsgard. Il film, dal grande
successo di pubblico, potrebbe facilmente aprirgli numerose nuove
porte per nuovi progetti cinematografici.
2 Le serie TV. Ben
più ricca è la carriera televisiva dell’attore, dove ha potuto
dimostrare in modo più variegato il suo talento. Tra le serie a cui
l’attore ha preso parte si annoverano Young Hercules
(1998), Xena – Principessa guerriera (1999), Being
Eve (2002), Neighbours (2002-2005), Sea
Patrol (2007-2009), Go Girls (2009-2012), Terra
Nova (2011), Beauty and the Beast (2012-2016),
Top of the Lake (2013) e Mary Kills People
(2017-in corso).
3 Il doppiaggio.
Nel 2017 l’attore presta la sua voce ad uno dei personaggi del
cortometraggio Lou, realizzato dalla Disney Pixar e
nominato come miglior cortometraggio d’animazione ai premi Oscar
2018.
Jay Ryan Instagram
4 Ha un proprio profilo
personale. L’attore è presente su Instagram con un proprio
account personale, seguito da 186 mila persone. All’interno di
questo Ryan è solito condividere fotografie scattate in momenti di
svago con la propria famiglia o con amici. Non mancano inoltre foto
promozionali dei progetti a cui l’attore ha preso parte.
Jay Ryan vita sentimentale
5 Ha avuto una
figlia. Nel 2013 l’attore diventa padre della sua prima
figlia, Eve, avuta insieme alla scrittrice Dianna Fuemana, con la
quale ha una lunga relazione.
Jay Ryan precedenti lavori
6 È stato un clown.
Prima di ottenere successo come attore, Ryan ha lavorato come
clown, intrattenendo i bambini per feste di compleanno o nei
supermercati. Ryan ha dichiarato che questo lavoro gli ha permesso
di affinare il suo rapporto con il pubblico, diventando
particolarmente ricettivo.
Jay Ryan It – Capitolo Due
7 Desiderava da tempo un
ruolo del genere. L’attore ha dichiarato di essersi
sentito particolarmente entusiasta nell’ottenere il ruolo, poiché
da tempo sperava di riuscire ad affermarsi anche nei film
hollywoodiani. Dopo mesi passati a Los Angeles per cercare di
ottenere la parte, fu richiamato proprio pochi giorni prima di
ripartire per la Nuova Zelanda.
8 Da giovane assomigliava al
Ben del primo film. Preoccupati per il suo non essere
particolarmente famoso, i produttori del film chiesero a Ryan di
inviare loro alcune foto di lui da giovane, per valutare un
eventuale somiglianza con l’attore Jeremy Ray Taylor, che
interpretava Ben da giovane nel primo film. Fortunatamente tra i
due correva una certa somiglianza, e così i produttori si
convinsero a sceglierlo per la parte.
9 È un fan del romanzo di
Stephen King. Ryan ha dichiarato di
tenere così tanto alla parte poiché è un grande fan del romanzo di
King, che ha inoltre utilizzato durante le riprese come una bibbia
da cui attingere. L’attore è nato negli anni in cui il libro veniva
pubblicato e questo, insieme alla serie televisiva degli anni ’90,
ha in qualche modo segnato la sua crescita.
Jay Ryan età e altezza
10 Jay Ryan è nato a
Auckland, in Nuova Zelanda, il 29 agosto 1981. L’attore è
alto complessivamente 185 centimetri.
opo
la presentazione in anteprima in concorso alla 82ª Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia,
Netflix ha diffuso il trailer ufficiale e le
nuove immagini di JAY KELLY, il nuovo
film scritto e diretto dal candidato all’Oscar Noah
Baumbach. Il lungometraggio arriverà nelle sale italiane
selezionate il 19
novembre e sarà disponibile in streaming su
Netflix dal
5 dicembre.
Il
film segna un ritorno importante per Baumbach, già autore di opere
come Marriage Story e
Rumore bianco, e si
presenta come un’opera capace di mescolare tono intimo e respiro
epico. JAY KELLY segue la
storia dell’iconico attore Jay Kelly, interpretato da
George Clooney, mentre intraprende un
viaggio di auto-scoperta affrontando i fantasmi del passato e le
sfide del presente. Al suo fianco il devoto manager Ron,
interpretato da Adam Sandler, in un ruolo che promette
di sorprendere i fan.
Commovente, intriso di humour e con un cast corale d’eccezione che
comprende Laura
Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Grace Edwards, Stacy
Keach, Jim Broadbent, Patrick Wilson, Eve Hewson, Greta Gerwig, Alba Rohrwacher, Josh Hamilton, Lenny Henry,
Emily Mortimer, Nicôle Lecky, Thaddea Graham, Isla
Fisher, Louis Partridge e Charlie Rowe,
JAY KELLY si colloca al
crocevia tra i rimpianti della vita e le sue glorie più
memorabili.
La colonna sonora originale è firmata da Nicholas Britell, la fotografia da
Linus Sandgren,
il montaggio da Valerio
Bonelli e Rachel Durance, mentre i costumi sono di
Jacqueline
Durran. La scenografia è affidata a Mark Tildesley, il suono a
Christopher
Scarabosio e il casting a Douglas Aibel e Nina Gold. Prodotto da
David Heyman, Amy Pascal
e Noah Baumbach, il film promette di essere uno degli
appuntamenti cinematografici più attesi della fine del 2025.
Con Jay Kelly,
Noah
Baumbachtorna in
concorso alla Mostra Internazionale del Cinema della Biennale
di Venezia con un’opera che sembra pensata per conquistare il
pubblico più vasto possibile, sacrificando parte della sua consueta
finezza autoriale. Il film, che vede George
Clooney nei panni di una star in crisi esistenziale,
si muove con disinvoltura tra i codici del dramma e quelli della
commedia, ma lo fa scegliendo scorciatoie narrative che ne limitano
la forza. L’impressione è quella di un racconto “ben
confezionato”, capace di intrattenere senza mai davvero
mettere in discussione lo spettatore.
Il tema centrale è quello
classico del successo pagato a caro prezzo: Jay Kelly, attore
adorato dalle masse, è costretto a confrontarsi con ciò che ha
sacrificato lungo il cammino, in particolare gli affetti familiari
e le relazioni autentiche. Se l’intento dichiarato di Baumbach era
quello di interrogarsi sull’identità e sul senso di una vita
vissuta “in scena”, il risultato appare in parte appiattito su
cliché già noti, dove l’uomo di successo paga l’inevitabile scotto
della solitudine.
Cliché e stereotipi
in viaggio per l’Europa
La cornice del viaggio
europeo dovrebbe offrire respiro al racconto, ma si trasforma in un
catalogo di stereotipi, sul clamore, la confusione, l’accoglienza e
i modi di fare goffi e riguardosi. Tutto ciò rafforza l’idea di un
film che cerca la “poesia” nelle scorciatoie, invece che scavare
davvero nella cultura o nelle contraddizioni dei luoghi
attraversati.
Baumbach sembra cadere
nella trappola di un certo immaginario hollywoodiano, dove l’Italia
in particolare diventa scenario pittoresco al servizio di una
parabola morale americana. Il viaggio del protagonista è ridotto a
specchio che riflette le nevrosi di Jay Kelly senza mai avere un
ruolo determinante.
Tra i momenti più
problematici del film c’è proprio l’incontro tra il divo e le
persone comuni, descritti come depositari di una purezza morale che
il protagonista avrebbe perduto. Baumbach insiste su questa
contrapposizione in modo fin troppo programmatico: il ricco che
scopre nella semplicità del povero una verità più autentica. Un
topos narrativo che, anziché offrire complessità, riduce i
personaggi secondari a funzioni esemplari, perdendo così in
credibilità.
Due star,
un’occasione mancata
La presenza di
George
Clooney nel ruolo principale è senza dubbio l’elemento
più attrattivo del film. L’attore mette al servizio della parte il
suo consueto carisma, reggendo da solo gran parte della scena. La
sua interpretazione ha l’eleganza che ci si aspetta, ma proprio
questa prevedibilità diventa un limite: Clooney è perfetto per
incarnare la star di successo tormentata, ma forse troppo perfetto
per sorprendere davvero.
Accanto a lui troviamo
Adam
Sandler, nei panni del manager Ron. Un personaggio
che, almeno sulla carta, poteva offrire un contrappunto
interessante: il punto di vista di chi vive la fama non da
protagonista ma da figura “satellite”, necessaria ma invisibile.
Purtroppo il film non gli concede abbastanza spazio: Sandler rimane
un comprimario abbozzato, un’ombra di ciò che avrebbe potuto
essere. Una scelta che priva Jay Kelly di
un’angolazione nuova, rinunciando a esplorare il lato più
ambivalente del rapporto tra star e entourage.
Tra cinema e vita: un
finale benevolo
Il finale del film
abbraccia una visione conciliatoria: in fondo, sembra dirci
Baumbach, sacrificare parte della vita privata in nome dell’arte e
della capacità di emozionare il pubblico è un prezzo che può valere
la pena pagare. È un messaggio che suona rassicurante e che, se da
un lato può toccare corde sincere, dall’altro rischia di suonare
autoassolutorio.
Più che un vero bilancio
amaro, Jay Kelly sceglie di chiudere con una nota di
benevolenza verso il protagonista e verso l’industria stessa. Un
atto di fede nel cinema, certo, ma che riduce la complessità del
discorso iniziale a una formula edificante. Il film sembra allora
rivolgersi a chi cerca conferme più che a chi desidera
interrogarsi.
Cortesia Netflix
Un passo indietro per
Baumbach
Jay Kelly appare
come un Baumbach più accomodante. Se opere precedenti come
Marriage Story riuscivano a scavare nelle
contraddizioni umane con lucidità e dolore, qui ci troviamo di
fronte a un prodotto levigato, pensato per piacere senza
urtare. Non a caso, l’opera richiama per atmosfere e
ambizioni la serie The Studio di Apple TV+,
con cui condivide l’idea del dietro le quinte del cinema senza però
la tendenza a graffiare davvero.
È un film che scorre
piacevolmente e che troverà certo il suo pubblico, ma che
difficilmente resterà tra le opere più memorabili del regista. Ben
confezionato, sì, ma anche troppo legato a formule già note,
Jay Kelly rischia di essere ricordato più
come un’occasione mancata che come un capitolo imprescindibile
della carriera di Baumbach.
Con Jay Kelly, Noah
Baumbach firma uno dei suoi film più malinconici e introspettivi,
un viaggio attraverso la crisi di mezza età di un attore
leggendario che scopre — forse troppo tardi — il costo reale della
propria fama. Il protagonista, star venerata e figura iconica
dell’industria, si ritrova a misurare il peso di anni di scelte
sbagliate, di affetti trascurati, di rapporti lasciati morire
mentre il suo nome cresceva nel firmamento hollywoodiano.
Dopo la morte di un caro amico e mentore, Jay (George Clooney) intraprende un
viaggio improvvisato attraverso l’Europa, inseguendo sua figlia, la
sua carriera e la versione migliore di sé stesso che non è mai
riuscito a realizzare. È un percorso che lo avvicina al suo passato
e, soprattutto, alla consapevolezza del proprio fallimento emotivo.
Ma la sequenza finale, quella che lo vede di fronte al pubblico del
Tuscany Film Festival, apre una riflessione più profonda: cosa
significa davvero “andare di nuovo”? E cosa resta, quando tutto ciò
che si è perso non può essere recuperato?
Il significato del finale
di Jay Kelly: tra rimpianto, ego e desiderio di un nuovo
inizio
Il finale del film porta Jay al Tuscany Film Festival, dove riceve
un tributo alla carriera. È il culmine di un viaggio fisico e
interiore che lo ha privato di quasi tutto: del suo staff, della
vicinanza della figlia Daisy, del rapporto già compromesso con
Jessica, e persino dell’illusione di essere circondato da veri
amici. A restargli accanto, in un momento tanto importante quanto
fragile, è solo Ron, l’unico che ancora crede in lui nonostante
tutto. Qui il film compie un ribaltamento emotivo: mentre il
pubblico applaude commosso davanti alla celebrazione dei suoi
momenti migliori, Jay è travolto dal peso dei suoi fallimenti, dei
rapporti distrutti, delle persone sacrificate sull’altare della
notorietà. Per anni ha creduto che la gloria lo avrebbe ripagato di
ogni rinuncia; ora scopre che non è così.
Eppure, la sequenza del tributo illumina l’altra faccia della sua
vita: il film mostra quanto il suo lavoro abbia inciso
sull’immaginario collettivo, quanto pubblico e colleghi abbiano
visto in lui non solo un attore, ma un artista capace di lasciare
un segno. Jay, per la prima volta, comprende che ciò che ha
costruito non è solo inganno o ambizione: è anche eredità, impatto,
significato. Ed è qui che Baumbach inserisce il gesto chiave del
finale. Quando Jay guarda verso la macchina da presa e chiede:
«Posso rifarlo?», la frase diventa un ponte tra il suo mestiere e
la sua vita. L’attore che chiede un nuovo ciak è lo stesso uomo che
vorrebbe riscrivere le scelte fatte, essere un padre migliore, un
marito migliore, un amico migliore. Ma il cinema concede infinite
ripetizioni; la vita, no. Il finale lascia quindi sospesa la
domanda centrale del film: Jay desidera davvero cambiare, o
desidera soltanto una nuova occasione per alimentare il mito di sé
stesso?
Il dilemma della
carriera: Jay si ritira davvero? E cosa significa il film dei Louis
Brothers?
Cortesia Netflix
Un altro nodo interpretativo riguarda la carriera di Jay. Durante
il film, il protagonista considera seriamente l’idea del ritiro,
soprattutto dopo la morte del regista Peter Schneider, il primo a
credere in lui. Peter rappresentava non solo l’inizio della sua
carriera, ma anche una promessa di autenticità artistica che Jay
aveva tradito scegliendo ruoli più prestigiosi e remunerativi. Quel
rimpianto diventa il motore della sua crisi: il Louis Brothers
project, film da cui decide impulsivamente di ritirarsi,
simboleggia proprio la sua fuga dai compromessi su cui ha costruito
il proprio successo.
Tuttavia, il finale lascia aperta la possibilità opposta. Il suo
commovente «posso rifarlo?» può essere letto come il desiderio di
riscoprire l’amore per la recitazione, di rinnovare il rapporto con
l’arte che lo ha definito. Il tributo, invece di sancire la fine di
una carriera, potrebbe rappresentarne il rilancio. Jay non
rimpiange la recitazione: rimpiange il prezzo pagato per
inseguirla. Ed è proprio questo che lo porta a contemplare un
ritorno più consapevole, meno impulsivo, forse perfino più vero.
Baumbach non offre una risposta, perché Jay Kelly non è un film sulle certezze, ma sul
fragile tentativo di rimettere insieme i pezzi quando si è perso
troppo per tornare indietro.
Perché Jay desidera così
tanto il tributo e cosa rivela sui suoi rapporti con gli
altri
In principio, Jay rifiuta categoricamente l’idea del tributo. Non
vuole essere celebrato, o forse teme di essere celebrato per una
versione di sé che non riconosce più. Ma l’incontro con Timothy —
l’amico che tradì all’audizione che lanciò la sua carriera, oltre
che nella vita privata — innesca un terremoto emotivo. Timothy
demolisce la narrazione eroica che Jay ha raccontato a sé stesso
per decenni, ricordandogli quanto la sua fortuna sia stata
costruita anche sull’appropriazione del talento e delle occasioni
altrui. Da quel momento, Jay non chiede più un tributo: lo
pretende.
Questo cambiamento non è vanità, o almeno non solo. Jay ha bisogno
di provare a sé stesso che il suo successo non è stato un
incidente, che non è soltanto il risultato di un momento fortunato
e moralmente discutibile. Il tributo diventa una forma di
legittimazione, una risposta al senso di colpa che lo perseguita.
Ma il film sottolinea anche il rovescio della medaglia: mentre Jay
cerca conferme, scopre quanto sia solo. Tutti gli assistenti lo
abbandonano, Daisy rifiuta di vederlo, Jessica non vuole più avere
un rapporto con lui, e perfino suo padre preferisce tornare a casa
piuttosto che accompagnarlo. Il confronto con l’attore Ben Alcock —
che arriva al festival con cinque macchine piene di parenti
festanti — rende la solitudine di Jay ancora più evidente. L’unico
a restargli accanto è Ron, non per dovere professionale, ma per
affetto sincero. È una delle poche relazioni autentiche rimaste
nella vita del protagonista.
Il tema dell’amicizia e del potere è centrale nell’ultima parte del
film. Ron è il solo che, nonostante tutto, vede ancora l’uomo
dietro la star. Ma la loro relazione è avvelenata da un equilibrio
impossibile: Ron è al tempo stesso amico, dipendente, consigliere,
badante emotivo. L’eccesso di ruoli, e la dipendenza economica,
hanno sempre impedito un rapporto realmente alla pari. Il rifiuto
di Jay di partecipare al film dei Louis Brothers è il punto di
rottura: Ron capisce che la loro amicizia non sopravviverebbe a
un’ulteriore collaborazione professionale.
Per questo lascia il suo incarico, ma non lascia Jay. La decisione
di accompagnarlo al tributo, pur non essendo più il suo manager, è
il gesto più puro del film: la prova che, oltre il cinismo
dell’industria, oltre le umiliazioni e gli sbalzi d’umore del
protagonista, rimane un legame umano che vale la pena preservare.
La loro amicizia, liberata dal peso del lavoro, può finalmente
respirare.
Jessica, Daisy e le
ferite che non guariscono: perché Jay non ottiene il
perdono
Il rapporto di Jay con le sue figlie è la ferita aperta che il film
non chiude e che il finale non cerca di ricucire artificialmente.
Daisy è distante, ma non arrabbiata: ha semplicemente imparato a
non aspettarsi nulla da lui. Jessica, invece, rappresenta la rabbia
e il senso di abbandono che Jay ha seminato durante la sua scalata
verso la gloria. Anni di assenze, promesse infrante, egoismi. La
loro telefonata finale è uno dei momenti più dolorosi del film: Jay
cerca di convincere Jessica a raggiungerlo al festival, non per
lei, ma per validare la propria storia. Jessica lo capisce e
rifiuta. Non gli deve perdono; non gli deve nulla. Ed è proprio
questa assenza di riconciliazione che rende autentico il film:
Jay Kelly non è una
parabola sulla redenzione, ma sull’accettazione tardiva delle
persone che abbiamo perso per strada.
Conclusione: il finale di
Jay Kelly tra nostalgia, rimpianto e un ultimo desiderio di
verità
Jay Kelly si chiude
sospeso tra due sentimenti opposti: la celebrazione e il dolore, la
gloria e la solitudine. Quando il protagonista chiede se può
“rifarlo”, non è solo l’attore che vuole girare una scena migliore:
è l’uomo che vorrebbe rifare la propria vita, mosso dal desiderio
di correggere ciò che non può più cambiare. Baumbach, però, non
cede alla tentazione di un riscatto facile: il film mostra come
talento e successo possano coesistere con la fragilità, con la
colpa, con l’irrecuperabile. Jay non ottiene perdono, non ottiene
famiglia, non ottiene redenzione. Ottiene qualcosa di diverso: la
consapevolezza.
Il finale di Jay Kelly è
uno specchio che riflette una domanda universale: cosa faremmo se
potessimo “rifare” la scena della nostra vita? E avremmo davvero il
coraggio di farlo?
Disponibile da oggi il
teaser trailer di Jay
Kelly, il film scritto e diretto da Noah
Baumbach con George Clooney e Adam Sandler, che sarà presentato in
concorso alla 82ª Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica
della Biennale di Venezia per poi arrivare in cinema selezionati il
19 novembre e su Netflix il 5 dicembre. Nelle prime immagini del film,
rilasciate ieri insieme ai teaser poster, troviamo anche Laura
Dern, Billy Crudup, Riley Keough e Greta Gerwig.
Produttori: David Heyman, Amy Pascal, Noah Baumbach
Cast: George Clooney, Adam Sandler, Laura Dern, Billy
Crudup, Riley Keough, Grace Edwards, Stacy Keach, Jim Broadbent,
Patrick Wilson, Eve Hewson, Greta Gerwig,
Alba Rohrwacher, Josh Hamilton, Lenny Henry,
Emily Mortimer, Nicôle Lecky, Thaddea Graham, Isla
Fisher, Louis Partridge, Charlie Rowe
“Jay Kelly”, il nuovo film
del regista candidato all’Oscar® Noah Baumbach, segue le vicende
della celebre star del cinema Jay Kelly (interpretato da George
Clooney) e del suo devoto manager Ron (interpretato da Adam
Sandler) durante un viaggio lampo e sorprendentemente profondo
attraverso l’Europa. Lungo il percorso, i due uomini si trovano
costretti ad affrontare le proprie scelte e a riflettere sui legami
con le persone a loro più care e sull’eredità che stanno per
lasciare.
L’industria cinematografica è
complessa, e fare film è difficile, il che rende i film sul cinema
spesso esperienze intense. Il primo film mostrato al pubblico
risale al 1895, e questa nuova tecnologia catturò immediatamente
l’immaginazione collettiva. I registi divennero maghi, gli attori
celebrità e i film eventi culturali centrali.
Tuttavia, osservando i film che parlano di cinema attraverso gli
anni, è spesso il lato oscuro a essere illuminato. Alcune opere
continuano a trasmettere meraviglia mentre la magia prende forma
sul grande schermo, ma quando il cinema mostra ciò che si nasconde
dietro le quinte, difficilmente appare così glamour come si
vorrebbe credere.
Jay Kelly è un nuovo film
sull’industria cinematografica diretto da Noah
Baumbach. Come spesso accade nel suo cinema, anche questa è
un’opera fortemente dialogata, in cui le insicurezze dei personaggi
guidano la narrazione. George Clooney interpreta il protagonista, un
attore famoso che cerca di fare i conti con la propria vita.
Adam Sandler interpreta Ron Sukenick, l’agente
di Jay, e la storia segue i due in viaggio attraverso l’Europa,
mentre entrambi affrontano le proprie scelte e la loro eredità
personale. Jay Kelly
offre a Sandler un ruolo drammatico non comico, territorio in cui
l’attore eccelle da oltre un decennio.
Clooney è perfetto nel ruolo di una star hollywoodiana e offre la
performance attesa dai fan. Sandler regge benissimo il confronto e
la critica alla celebrità, tipica di Baumbach, è qui più attenuata,
permettendo agli spettatori di concentrarsi sulla storia dei
personaggi.
8½ (1963)
8½ è forse il
capolavoro di Federico Fellini, un film del 1963 che mescola
commedia e dramma in chiave avanguardistica. La trama segue Guido
Anselmi (Marcello Mastroianni), un famoso regista italiano afflitto
dal blocco dello scrittore mentre tenta di dirigere un grande film
di fantascienza. Il racconto esplora anche le sue molteplici
relazioni con le donne della sua vita.
Il film è anche una meta-riflessione sul blocco creativo: sarebbe
dovuto essere il nono film di Fellini, da cui il titolo. La visione
non è semplice: i personaggi si muovono quasi come in un flusso
onirico da un quadro all’altro, come se fosse lo stesso Fellini a
cercare di capire quale storia stesse raccontando.
La critica lodò la messa in scena e il personaggio di Guido, un
uomo che crede profondamente nel proprio mito personale. Il film
ottenne varie nomination agli Oscar e vinse per i costumi e come
miglior film straniero.
Babylon fu un film
polarizzante alla sua uscita. Mostra senza filtri la decadenza e
l’orrore dell’Età d’Oro di Hollywood, comprese le vite spezzate, i
suicidi e le carriere distrutte anche delle più grandi star.
Tuttavia, Damien Chazelle tenta anche di mostrare l’importanza
culturale del cinema.
Ambientato nel passaggio dal muto al sonoro, il film segue una
giovane attrice emergente (Margot Robbie), una star in declino
(Brad
Pitt) e un giovane idealista che crede nel potere del cinema.
Pur considerato da molti un potenziale candidato agli Oscar, il
film fu penalizzato dalla sua critica a Hollywood e ottenne solo
tre nomination tecniche, senza vincere.
Come esplorazione del modo in cui Hollywood può distruggere vite,
pochi film risultano altrettanto incisivi.
The Disaster Artist (2017)
The Disaster Artist offre una
prospettiva diversa sull’industria cinematografica perché racconta
una produzione indipendente al di fuori del sistema degli studios.
Diretto da James Franco, il film narra la storia di Tommy Wiseau e
del suo leggendario The
Room, considerato uno dei peggiori film mai realizzati, al
punto da diventare un cult.
Franco interpreta Wiseau, ricreando con cura molte scene iconiche
del film originale. La sua interpretazione gli valse un Golden
Globe. Il film mostra quanto sia difficile realizzare un film, ma
anche come la determinazione possa permettere di inseguire i propri
sogni. Che The Room sia
ancora oggi conosciuto è di per sé una testimonianza del mito di
Wiseau.
Hitchcock (2012)
Nel 2012 Anthony Hopkins interpreta Alfred Hitchcock
nel biopic diretto da Sacha Gervasi. Il film è ambientato durante
la produzione di Psycho
nel 1959 e segue non solo il lavoro del regista, ma anche la sua
relazione con la moglie Alma Reville (Helen Mirren).
Il cast include Scarlett Johansson nel ruolo di Janet
Leigh, Jessica Biel in quello di Vera Miles e James D’Arcy come
Anthony Perkins. Michael Wincott appare nei panni di Ed Gein,
l’assassino reale che ispirò Norman Bates.
Il film racconta molto del dietro le quinte di Psycho, ma il vero cuore della storia è
il rapporto tra Hitchcock e Alma, entrambi interpretati
magistralmente.
Mank (2020)
Diretto da David Fincher,
Mank è un film in bianco
e nero del 2020 che racconta la storia dietro la sceneggiatura di
Quarto Potere
(Citizen Kane). Gary
Oldman interpreta Herman J. Mankiewicz, lo sceneggiatore che
lavorò con Orson Welles per dare forma al capolavoro.
Distribuito principalmente su Netflix, il film perse parte del suo
impatto visivo pensato per il grande schermo. Tuttavia, la storia
del conflitto con William Randolph Hearst (Charles Dance), che
tentò di sabotare la produzione, rende il film una potente denuncia
degli aspetti più oscuri di Hollywood.
Nonostante la ricezione mista, Mank ottenne 10 nomination agli Oscar e vinse per
fotografia e scenografia.
Baadasssss! (2003)
Baadasssss! è un
progetto profondamente personale per Mario Van Peebles, che
racconta le difficoltà affrontate dal padre Melvin nella
realizzazione di Sweet
Sweetback’s Baadasssss Song negli anni ’70. Quel film dimostrò
l’esistenza di un vasto pubblico per il cinema afroamericano.
Van Peebles dirige e interpreta suo padre, mostrando la lotta per
convincere Hollywood dell’importanza della sua visione. Il film
ebbe un impatto determinante sulla nascita del genere
blaxploitation.
Critica e pubblico accolsero molto bene il film, che ottenne vari
riconoscimenti.
Il bruto e la bella (1952)
Questo film del 1952
esplora il dramma dietro le quinte dell’industria hollywoodiana.
Kirk Douglas interpreta Jonathan Shields, un produttore senza
scrupoli che scala i vertici del cinema sfruttando e poi
abbandonando chiunque lo aiuti.
Il cast di supporto comprende Lana Turner, Barry Sullivan e Dick
Powell. Quando Shields prova a riunirli per un nuovo progetto, il
film rivela perché alcune ferite sono troppo profonde per
rimarginarsi.
La storia rispecchia le vite di reali produttori come David O.
Selznick e Orson Welles. Il film vinse cinque Oscar.
Ed Wood (1994)
Tim
Burton racconta la storia del “peggior regista della storia”,
Ed Wood, presentandolo però come un sognatore tenace. Johnny Depp offre una performance vibrante,
mentre Martin Landau vince l’Oscar per il ruolo di Bela Lugosi.
Il film celebra il lato appassionato e visionario di Wood, che
continuò a creare nonostante fallimenti e mancanza di
riconoscimento. Oggi il suo nome è più noto di molti registi più
affermati della sua epoca.
Nouvelle Vague (2025)
Guillaume Marbeck in Nouvelle Vague
Nouvelle Vague è una
commedia-drammatica di Richard Linklater del 2025. A differenza del
suo collega Baumbach, Linklater realizza un biopic su Jean-Luc
Godard e sulla creazione del capolavoro À bout de souffle.
Girato in Francia con un cast prevalentemente francese e in bianco
e nero, il film ricrea il clima della Nouvelle Vague e racconta le
difficoltà e i trionfi della produzione. Uscito in distribuzione
limitata, fu poi rilasciato su Netflix, dove venne accolto molto
bene dalla critica.
Invece di un compenso economico, la
compianta Carrie Fisher, la celeberrima Leia della saga
di Star Wars, chiese qualcosa di
molto particolare come “riconoscimento” per la sua apparizione nei
panni di una suora in Jay & Silent Bob… Fermate
Hollywood!, il film del 2001 scritto, diretto e
prodotto da Kevin Smith.
A rivelarlo è stato lo stesso Smith
via
Twitter, durante un #QuarantineWatchParty
dedicato proprio al film: “Carrie Fisher ha accettato di
apparire in Fermate Hollywood! gratis”, si legge nel tweet del
regista. “Ha soltanto richiesto che le comprassimo un paio di
antiche sedie di castoro. Quando l’ho incontrata sul set le ho
chiesto: ‘Perché le sedie?, e lei mi ha risposto: ‘Pensavo che il
castoro potesse rappresentare una valuta ironica adeguata per
essere nel tuo film’. L’amavo davvero tanto…”
Carrie Fisher ha raggiunto la fama
internazionale grazie al ruolo della Principessa (poi Generale)
Leia nella saga di Star Wars. La sua prima
apparizione nel franchise risale al 1977, nel film Una Nuova Speranza.
L’attrice è tragicamente scomparsa il 27 dicembre 2016, all’età di
60 anni. L’ultima volta che l’abbiamo vista nella celebre saga
fantascientifica è stato lo scorso Dicembre, quando l’utilizzo di
materiale d’archivio ha permesso che il personaggio di Leia fosse
comunque presente ne L’Ascesa di Skywalker.
Jay & Silent Bob…
Fermate Hollywood! raccontava una spassosissima
avventura dei due personaggi più iconici del View
Askewniverse ideato da Smith: nel film, i personaggi del
titolo si recavano a Hollywood per impedire la realizzazione di un
film. Anche Mark Hamill, interprete di Luke Skywalker
nella saga di Star Wars e grande amico della
Fisher, aveva un cameo nella pellicola.
Nel 2019 Kevin Smith ha realizzato Jay e Silent Bob – Ritorno a Hollywood, in cui
sia lui che Jason Mewes sono tornati nei panni dei
due protagonisti. Il film è uscito negli Stati Uniti direttamente
in VOD.
Kevin Smith ha
pubblicato sul suo account Instagram un screen del desktop del
suo personal computer, in cui compare una pagina bianca con la
scritta: “Jay e Silent Bob reboot di Kevin Smith”.
Il regista annuncia così l’arrivo di
una riproposizione delle avventure dei due protagonisti del
View Askewniverse, l’universo immaginario condiviso
popolato dai personaggi dei film di Smith stesso,
creato ancora prima che esistessero gli universi condivisi al
cinema.
Jay e Silent Bob
reboot, Kevin Smith ha annunciato il
progetto
Ecco come ha accompagnato la foto il
regista: “Sì ragazzi, è il mio vero schermo del laptop,
@jayandsilentbob stanno tornando! Sono impaziente di tornare a
giocare con i miei giocattoli nell’universo interconnesso View
Askewniverse in cui ho trascorso i primi anni della mia carriera. E
più di tutto sto ridendo tantissimo mentre scrivo Jay e Silent Bob
Reboot, in cui i due Jersey Boys devono tornare a Hollywood a
fermare una nuova minaccia del vecchio Bluntman & Chronic Movie che
loro odiano così tanto. Si tratta di una satira pungente e buffa in
cui compariranno tutte le facce note di questo mondo, volti
familiari e cameo! Ho già incontrato tutti alla Miramax e sono
tutti coinvolti, quindi spero che gireremo quest’estate.”
Con Kevin Smith,
che riprenderà il ruolo di Silent Bob, nelle
traduzioni italiane Zittino Bob, tornerà senza
dubbio Jason Mewes nei panni di
Jay, mentre aspettiamo notizie dalla produzione
per sapere chi dei “vecchi amici” tornerà nel progetto.
Il View
Askewniverse sta per tornare. Lo sceneggiatore, regista e
ideatore di Jay e Silent Bob, Kevin
Smith, ha condiviso su Twitter un post in cui rileva che
Jay e Silent Bob Reboot batterà il primo ciak
lunedì 18 febbraio.
In un post su Instagram in cui ha
annunciato la produzione del film, Smith ha riflettuto anche sui
suoi ultimi due anni, menzionando che è quasi morto per un infarto
e che questo ha sicuramente rallentato il progetto annunciato nel
2017.
Ora, Smith sta finalmente riportando
in vita le sue creazioni più popolari, e ha chiuso il suo post
dicendo ai lettori di non mollare mai, anche quando il cuore viene
messo alla prova (riferimento reale e figurato alla sua situazione
di salute).
Il 25 febbraio 2018, Smith ha avuto
un attacco di cuore mentre si esibiva sul palco durante uno
spettacolo comico a Glendale, in California. Ora, a meno di un anno
dall’incidente, Smith ha perso più di 50 pound ed è pronto a
riportare in vita Jay e Silent Bob.
In altri post condivisi di recente,
Smith ha detto che originariamente aveva intenzione di dirigere
Clerks III, ma ha detto che uno dei principali
membri del cast si è tirato indietro. Ha anche provato a fare
Mallrats 2, ma ha finito per svilupparlo in una
serie TV che non è mai decollata.
Questi fallimenti hanno portato a
Jay e Silent Bob Reboot. Non si tratterà del
reboot del precedente Jay e Silent Bob Strike Back
del 2001, ma è la storia di Jay e Silent Bob che apprendono che
Hollywood sta facendo il reboot dei loro eroi di fantasia, Bluntman
& Chronic.
Smith ha detto che il film si
prenderà gioco dell’ossessione di Hollywood per i reboot e i
remake, mentre presenta molti cameo direttamente dal View
Askewniverse. Jay e Silent Bob Reboot è diretto da Kevin
Smith che tornerà a interpretare Silent Bob (da noi
Zittino Bob), mentre tornerà Jason Mewes nei panni
di Jay.
In occasione del Comic Con di San
Diego, è stato diffuso in rete il primo trailer di Jay and
Silent Bob Reboot, il film diretto da Kevin
Smith in cui il regista e sceneggiatore torna a
interpretare Silent Bob (Zittino Bob da noi in Italia) al fianco di
Jason Mewes che torna a interpretare Jay.
Nel primo trailer possiamo notare
subito la valanga di guest star che parteciperanno al film.
Vi ricordiamo che l’originale del
2001, intitolato Jay e Silent Bob Strike
Back, aveva segnato il debutto sulle scene della coppia di
strafumati Jay (Mewes) e Silent Bob (Smith), recatosi nella città
degli angeli per impedire che il loro fumetto Bluntman and
Chronic venisse trasformato in un film.
Tornerà protagonista il duo comico
composto dallo stesso Smith e Jason Mewes,
che avevamo visto insieme l’ultima volta sul grande schermo nel
2006 in Clerks II (ma l’attore era
comparso già nei cinque film precedenti dell’amico ambientati
all’interno del View Askewverse).
In questo nuovo capitolo i
personaggi continueranno nella loro folle impresa aiutati da Becky
(Rosario Dawson), che faceva già parte
del cast di Clerks 2. Con loro, nel film, anche Jason Lee, Brian
O’Halloran, Shannon Elizabeth, Frankie Shaw, Justin Long, Harley
Quinn Smith, Chris Jericho, Jason Biggs, James Van Der Beek, Grant
Gustin e Tom Cavanagh.
Dopo l’annuncio dell’ingresso nel
cast di Chris
Hemsworth, è ancora Kevin Smith a rivelare nuove
sorprese su Jay and Silent Bob, film da lui
scritto, diretto e interpretato che fungerà sia da sequel sia da
soft reboot del franchise. E da grande fan di
Batman, il regista non poteva lasciarsi sfuggire
l’occasione di invitare sul set non uno, ma ben tre interpreti del
crociato di Gotham.
Ovviamente nell’intervista con EW
non sono stati rivelati i nomi degli attori, ma sappiamo che
Diedrich Bader tornerà nei panni della guardia di
sicurezza Gordon dopo il primo Jay and Silent Bob, e che
lo stesso Bader ha doppiato Bruce Wayne in Batman: The Brave and the Bold e nella
serie animata su Harley Quinn.
Rimangono quindi altri due
candidati: uno potrebbe essere Kevin Conroy, che
ha dato voce a Batman per quasi 30 anni, compresa la serie
Batman: The Animated Series e altri titoli dell’universo
animato DC, mentre non ci sorprenderebbe ritrovare ancora una volta
Ben
Affleck, interprete del cavaliere oscuro in
Batman v Superman: Dawn of
Justice, Suicide Squad e Justice League.
L’attore aveva infatti manifestato
il suo interesse a comparire in Jay and Silent Bob Reboot
all’inizio di quest’anno, ma se così non fosse, l’ultimo nome
papabile sarebbe Will Arnett, voce di Batman nella
serie LEGO Movie.
Vi ricordiamo che l’originale del
2001, intitolato Jay e Silent Bob Strike
Back, aveva segnato il debutto sulle scene della coppia di
strafumati Jay (Mewes) e Silent Bob (Smith), recatosi nella città
degli angeli per impedire che il loro fumetto Bluntman and
Chronic venisse trasformato in un film.
Tornerà protagonista il duo comico
composto dallo stesso Smith e Jason Mewes,
che avevamo visto insieme l’ultima volta sul grande schermo nel
2006 in Clerks II (ma l’attore era
comparso già nei cinque film precedenti dell’amico ambientati
all’interno del View Askewverse).
In questo nuovo capitolo i
personaggi continueranno nella loro folle impresa aiutati da Becky
(Rosario Dawson), che faceva già parte
del cast di Clerks 2. Con loro, nel film, anche Jason Lee, Brian
O’Halloran, Shannon Elizabeth, Frankie Shaw, Justin Long, Harley
Quinn Smith, Chris Jericho, Jason Biggs, James Van Der Beek, Grant
Gustin e Tom Cavanagh.
Nella ricca galleria di cameo che
troveremo in Jay and Silent Bob Reboot, il film
scritto, diretto e interpretato da Kevin Smith che
fungerà sia da sequel sia da soft reboot del franchise, ci
sarà anche Matt
Damon in un ruolo che i fan dei Marvel Studios conoscono piuttosto
bene e che l’ha reso protagonista di uno dei momenti più esilaranti
del franchise.
A rivelarlo è lo stesso Smith su
Instagram allegando una foto insieme all’attore:
“Se avete visto il trailer
saprete che Matt Doman è tornato! Matt era già nella festa di Jay
and Silent Bob strike back, quindi quando sono iniziati i lavori
del nuovo film lo abbiamo contattato per vedere se voleva tornare
sulla scena del crimine. E quando ha confermato, ho subito iniziato
a pensare a come utilizzarlo al meglio e quale ruolo avrebbe potuto
interpretare. Mia moglie Jen Schwalbach ha suggerito “Perché non lo
usiamo come Loki?” e io “Non posso, Loki è
morto!“.
Damon era già entrato nei panni del
Dio dell’Inganno all’inizio di Thor: Ragnarok, quando va in scena lo
spettacolo teatrale che ricostruisce gli eventi di The Dark World e
il sacrificio di Loki.
Vi ricordiamo che l’originale del
2001, intitolato Jay e Silent Bob Strike
Back, aveva segnato il debutto sulle scene della coppia di
strafumati Jay (Mewes) e Silent Bob (Smith), recatosi nella città
degli angeli per impedire che il loro fumetto Bluntman and
Chronic venisse trasformato in un film.
Tornerà protagonista il duo comico
composto dallo stesso Smith e Jason Mewes,
che avevamo visto insieme l’ultima volta sul grande schermo nel
2006 in Clerks II (ma l’attore era
comparso già nei cinque film precedenti dell’amico ambientati
all’interno del View Askewverse).
In questo nuovo capitolo i
personaggi continueranno nella loro folle impresa aiutati da Becky
(Rosario Dawson), che faceva già parte
del cast di Clerks 2. Con loro, nel film, anche Jason Lee, Brian
O’Halloran, Shannon Elizabeth, Frankie Shaw, Justin Long, Harley
Quinn Smith, Chris Jericho, Jason Biggs, James Van Der Beek, Grant
Gustin e Tom Cavanagh.
Sono ufficialmente terminate le
riprese del reboot di Jay and Silent Bob, film
scritto, diretto e interpretato da Kevin Smith.
Proprio il regista ha diffuso la notizia pubblicando l’ultimo
scatto dal set sul suo profilo Twitter.
“Missione compiuta! Ieri notte,
dopo ventuno giorni di riprese (lo stesso numero di giorni in cui
abbiamo girato CLERKS circa ventisei anni fa), abbiamo concluso il
mio Askewniverse #JayAndSilentBobReboot! Grazie alla mia squadra di
New Orleans, al mio cast e in particolare Jay Mewes per la sua
performance stellare“
Come già detto a Febbraio, in
concomitanza con l’inizio dei lavori, il film sarà sia un sequel
sia un soft reboot del franchise che si prenderà gioco
dell’ormai tradizionale tendenza hollywoodiana di far rivivere e
reinventare titoli di successo delle vecchie generazioni. Tornerà
protagonista il duo comico composto dallo stesso Smith e
Jason Mewes, che avevamo visto insieme l’ultima
volta sul grande schermo nel 2006 in Clerks II (ma
l’attore era comparso già nei cinque film precedenti dell’amico
ambientati all’interno del View Askewverse).
Jay and Silent Bob reboot uscirà
nelle sale a fine anno, almeno in America.
IT IS ACCOMPLISHED! Last night, after a 21
day shoot (the same number of days in which we shot CLERKS some 26
years ago), we wrapped my Askewniverse magnum opus
#JayAndSilentBobReboot! Thank you to my
#NewOrleans crew, my cast and especially @JayMewes
for his stellar performance! pic.twitter.com/cqNKbUVZlV
Vi ricordiamo che l’originale del
2001, intitolato Jay e Silent Bob Strike Back,
aveva segnato il debutto sulle scene della coppia di strafumati Jay
(Mewes) e Silent Bob (Smith), recatosi nella città degli angeli per
impedire che il loro fumetto Bluntman and Chronic venisse
trasformato in un film.
In questo nuovo capitolo i
personaggi continueranno nella loro folle impresa aiutati da Becky
(Rosario Dawson), che faceva già parte
del cast di Clerks 2. Con loro, nel film, anche Jason Lee, Brian
O’Halloran, Shannon Elizabeth, Frankie Shaw, Justin Long, Harley
Quinn Smith, Chris Jericho, Jason Biggs, James Van Der Beek, Grant
Gustin e Tom Cavanagh.
Le riprese di
Jay and Silent Bob Reboot sono cominciate, e per
accompagnare la produzione del film, il regista Kevin
Smith ha inaugurato un video diario online in cui
condivide la produzione dietro l’imminente revival.
Intitolato “Road to Reboot”, Smith
presenta il dietro le quinte insieme al co-protagonista
Jason Mewes, e offre una prima occhiata a diverse
location cinematografiche tra cui un’aula di tribunale, un centro
commerciale e un aeroporto.
Smith guida i capi reparto della
produzione nelle location delle riprese a New Orleans su uno scout
tech per determinare, da un punto di vista logistico, che cosa
richiederà ciascuna sequenza di riprese.
Il film in uscita sarà sia un sequel
sia un soft reboot del franchise, e prenderà in giro la tendenza di
Hollywood di far rivivere e reinventare i franchise più vecchi.
Precedentemente, il duo comico è stato visto per l’ultima volta sul
grande schermo nel 2006 in Clerks II dopo essere
apparso nei cinque film precedenti di Smith ambientati all’interno
del View Askewverse, un universo cinematografico
condiviso dei film indipendenti.
Scritto, diretto e interpretato da
Kevin Smith, Jay e Silent Bob
Reboot è previsto per la fine di quest’anno, e con lui nel
film ci saranno anche Jason Mewes, Jason Lee, Donnell
Rawlings.
Il trailer ufficiale presentato in
anteprima al Comic-Con di San Diego di Jay and Silent Bob
Reboot ha confermato la presenza di illustri cameo nel
film scritto, diretto e interpretato da Kevin
Smith che fungerà sia da sequel sia da soft
reboot del franchise. Tra questi figura anche Ben
Affleck, uno dei tre Batman annunciati dallo stesso
Smith nei giorni scorsi che prenderanno parte al cast.
Ma com’è nata questa incursione
dell’attore e quali emozioni si nascondono dietro questo evento
speciale? A spiegarlo è Smith in un lungo e sentito post su
Instagram, allegando due simpatici scatti:
“Il mio ragazzo è tornato!
Quando il trailer Jay and Silent Bob Reboot è arrivato il pubblico
ha potuto scoprire alcuni dei nostri segreti, e uno dei più grandi
è che Ben Affleck sarà ancora Holden McNeil. Il personaggio gioca
un ruolo cruciale nel film e la sua scena è uno dei migliori pezzi
di cinema che mi abbia mai coinvolto: è assolutamente magico, pieno
di vita e di tutte le cose che mi interessano davvero ora, dopo il
mio attacco cardiaco. Quando abbiamo iniziato a girare il film, la
scena non esisteva, ed è ancora più importante, perché sancisce la
mia reunion con un ragazzo che mi è sfuggito terribilmente per
quasi un decennio […]
[…] Devo dire grazie per questo
a Kevin McCarthy, che ha intervistato Ben per Triple Frontier
chiedendogli se era stato contattato per il nostro reboot. Ben ha
detto di no, ma che era disponibile. Una settimana dopo era tutto
deciso. Avevo paura di essere respinto, ma gli ho scritto “Per
parafrasare il triste vecchio Re Osric di Conan Il Barbaro, arriva
un momento in cui i gioielli smettono di brillare, quando l’oro
perde la sua lucentezza, quando la sala del trono diventa una
prigione, e tutto ciò che rimane è l’amore di un regista per le
persone con cui era solito fingere. E dopo una lunga pausa, il mio
amico ha risposto come solo lui poteva: “Naturalmente ti paragoni
ancora ad un re”, ha scherzato. Ma sarebbe un piacere rivederti”.
Ho pianto, perché non solo abbiamo realizzato una scena
straordinaria per il film, ma ho anche riavuto indietro il mio
amico“.
Vi ricordiamo che l’originale del
2001, intitolato Jay e Silent Bob Strike
Back, aveva segnato il debutto sulle scene della coppia di
strafumati Jay (Mewes) e Silent Bob (Smith), recatosi nella città
degli angeli per impedire che il loro fumetto Bluntman and
Chronic venisse trasformato in un film.
Tornerà protagonista il duo comico
composto dallo stesso Smith e Jason Mewes,
che avevamo visto insieme l’ultima volta sul grande schermo nel
2006 in Clerks II (ma l’attore era
comparso già nei cinque film precedenti dell’amico ambientati
all’interno del View Askewverse).
In questo nuovo capitolo i
personaggi continueranno nella loro folle impresa aiutati da Becky
(Rosario Dawson), che faceva già parte
del cast di Clerks 2. Con loro, nel film, anche Jason Lee, Brian
O’Halloran, Shannon Elizabeth, Frankie Shaw, Justin Long, Harley
Quinn Smith, Chris Jericho, Jason Biggs, James Van Der Beek, Grant
Gustin e Tom Cavanagh.
Mentre Jay and Silent Bob
Reboot è già passato alla post produzione, il regista
Kevin Smith ha confermato il ritorno di un altro
membro del suo View Askewniverse: Rosario Dawson.
Lo sceneggiatore e regista del
sequel ha condiviso una foto dal backstage del film in cui compare
abbracciato all’amica di vecchia data, nella foto, Smith indossa
ancora gli abiti che riconosciamo essere quelli di Silent Bob
(Zittino Bob in italiano).
Smith ha lasciato intendere che
l’attrice potrebbe interpretare un nuovo personaggio piuttosto che
riprendere il ruolo precedente di Becky, che è stato introdotto nel
2006 con Clerks II.
Il personaggio è stato visto per
l’ultima volta mentre accettava la proposta di matrimonio da
Dante Hicks, protagonista di quel film, ed era
incinta del suo bambino. Smith ha annunciato che le
riprese principali del film si sono concluse questa settimana
dopo tre settimane di riprese a New Orleans.
Smith ha anche rivelato che il
seguito farà riferimento non solo a Jay e Silent Bob Strike
Back del 2001, ma anche all’intero View Askewverse che ha
creato con Clerks del 1994. Scritto e diretto da
Kevin Smith, Jay and Silent Bob
Reboot vede protagonisti Kevin Smith, Jason Mewes,
Shannon Elizabeth, Jason Lee, Donnell Rawlings. Il film
dovrebbe arrivare al cinema entro la fine dell’anno.
In molti ricordano la programmazione
del cinema di fronte al quale, in Ritorno al Futuro
Parte 2, Marty McFly indugia, inseguito dalla banda
di Biff. Adesso, dopo tanti anni, possiamo finalmente vedere il
trailer di Jaws 19, diciannovesimo sequel
del film di Steven Spielberg!
Chiaramente si trattò, all’epoca, di
una presa in giro tra i due registi, Robert
Zemeckis e Spielberg stesso. Adesso la Universal
Pictures Home Entertainment ha effettivamente diffuso il
fake-trailer originale!
Javier Bardem è l’attore spagnolo
più famoso e ha affascinato il pubblico di tutto il mondo con le
sue performances. Nel 2008 ha vinto l’Academy Award come miglior
attore non protagonista per il suo ritratto del killer sociopatico
Anton Chigurh in Non è un paese per vecchi di
Joel e Ethan Coen, che gli ha portato anche un
Golden Globe, uno Screen Actors Guild, un BAFTA e tanti altri premi
e candidature da parte della critica.
Recentemente ha completato la
produzione di Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No
Tales con Johnny Depp, e presto inizierà le
riprese del prossimo film di Darren Aronofsky e di
Escobar, di Fernando Leon, di cui sarà
protagonista e produttore con Dean Nichols.
Nel 2010 ha vinto il premio come
miglior attore al festival di Cannes per la sua
performance nel film di Alejandro Innaritu
Biutiful, che, nel 2011, gli ha portato anche la sua terza
candidatura agli Academy Award. La prima l’aveva ricevuta nel 2001
per il ritratto del poeta e dissidente cubano Reinaldo Arenas in
Prima che sia notte di Julian Schnabel, ruolo che, oltre al premio
come miglior attore al Festival di Venezia, gli aveva portato
quelli della National Society of Film Critics, degli Independent
Spirit Awards, del National Board of Reviewe una candidatura ai
Golden Globe.
Javier Bardem,
filmografia
Javier
Bardem ha interpretato il film della serie di
James
BondSkyfall, nel ruolo del cattivo ‘Raoul Silva’,
con Daniel Craig, Dame Judi Dench, Naomie Harris e
Berenice Marlohe, che gli ha portato candidature nella
categoria miglior attore non protagonista ai Critics Choice Movie
Award e agli Screen Actors Guild Award. E’ apparso anche in
The Counselor – Il Procuratore di Ridley Scott, con
Michael Fassbender,
Brad Pitt, Cameron Diaz e
Penelope Cruz. Il film, basato sullo script di un
autore esordiente, Cormac McCarthy, racconta la storia di un
avvocato (Fassbender) che si ritrova in una situazione difficile
quando viene coinvolto in un traffico di droga.
Lo ricordiamo poi nel film di
Terrence Malick To
the Wonder, con un cast stellare che comprendeva
Ben
Affleck, Olga Kurylenko e Rachel McAdams. Il film è un dramma
romantico che racconta la storia di un uomo che riallaccia i
rapporti con una donna della sua città, dopo che il suo matrimonio
con una europea è fallito.
Javier Bardem ha
co-prodotto e interpretato Sons of the Clouds: The Last
Colony, un film che documenta come la colonizzazione del
Sahara Occidentale abbia costretto oltre 200.000 persone a
rifugiarsi nei campi profughi. Nell’ottobre del 2011 Bardem e il
suo coproduttore Alvaro Longoria, regista del film, si sono rivolti
al comitato per la decolonizzazione dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, chiedendo ai delegati di porre fine agli abusi dei
diritti umani perpetrati nella regione. Il film è stato presentato
a gennaio al 62° Festival
Internazionale di Berlino ed è stato acquistato da
Canal Plus in Spagna e fatto uscire negli Stati Uniti in novembre
da GoDigital via Itunes.
Javier Bardem ha
vinto il premio come miglior attore al Festival di Venezia per la
sua performance nel film di Alejandro
AmenábarMare dentro, diventando
il secondo e unico attore a vincere la Coppa Volpi due volte. Ha
vinto anche un Goya Award e ha ricevuto una candidature ai Golden
Globe per quel ruolo. Bardem ha vinto il Goya Award, l’equivalente
spagnolo degli Oscar, cinque volte e ha ricevuto un totale di otto
candidature.
Tra i suoi film ricordiamo
Mangia, Prega, Ama di Ryan
Murphy, con Julia Roberts; Vicky Cristina
Barcelona di Woody Allen, che gli ha
portato candidature ai Golden Globe e agli Independent Spirit
Award; The Dancer Upstairs, l’esordio nella regia
di John Malkovich; I lunedì al
sole, di Fernando Leon de Aranoa, nominato come miglior
film al Festival di San Sebastian; Collateral di
Michael Mann; L’amore al tempo del colera di Mike
Newell e il film di Milos
FormanGoya’s Ghosts, con Natalie Portman.
Le curiosità sull’attore
Javier Bardem Penelope Cruz
Il 14 luglio 2010 Javier
Bardem si è sposato con Penélope Cruz, con la quale ha
recitato in Prosciutto, prosciutto, Carne tremula,
Vicky Cristina Barcelona e in The Counselor – Il
procuratore. La coppia ha due figli: Leonardo, nato a Los
Angeles il 22 gennaio 2011, e Luna, nata a Madrid il 22 luglio
2013.
Javier Bardem sosia Jeffrey Dean
Morgan
Javier Bardem viene
spesso confuso con l’attore Jeffrey Dean Morgan. I due
attori condividono una certa somiglianza ma sono in alcune
circostanze, forse anche qualcosa dettata dai rispettivi ruoli
interpretati durante la loro fruttuosa carriera.
Javier Bardem Altezza
Javier Bardem è alto 1,81
centimetri. Dunque anche se non sembra, l’attore non è poi
cosi basso.
Javier Bardem Rugby
Forse in molti non lo
sanno Javier Bardem ma ha giocato a
rugby in adolescente e faceva parte della
squadra nazionale spagnola.
Javier Bardem è uno
degli attori più versatili, brillanti e talentuosi del panorama
cinematografico spagnolo ed internazionale, capace di attirare una
grande fetta di pubblico composta da tante generazioni diverse.
L’attore ha sempre lavorato sodo per costruire la carriera solida
che ha oggi, riuscendo ad imporsi nel cinema hollywoodiano e dando
grandi prove di recitazione, spesso anche insieme a sua moglie,
Penelope Cruz.
Ecco, allora, dieci cose da
sapere su Javier Bardem.
2. È anche doppiatore e
produttore. Nel corso della sua carriera, Javier Bardem ha
avuto modo di sperimentare diversi ambiti del cinema. L’attore,
infatti, ha vestito i panni del doppiatore per il film Automata (2014). Ma non
solo: infatti, ha prodotto anche i film Los lobos de
Washington (1999), Invisibles (2007), Hijos de
las nubes, la ultima colonia (2012), Bigas x Bigas
(2016), Escobar – Il fascino del male (2017), The
Kingdom Come (2017), Santuario (2019) e la
serie Monsters – La storia di Lyle ed Erik Menendez
(2024).
3. È tra i protagonisti di
una nota serie Netflix. Nel 2024 Bardem ha preso parte
a Monsters
– La storia di Lyle ed Erik Menendez, seconda stagione
della serie antologica Monsters, dove interpreta José
Menéndez, padre di Lyle e Erik, due giovani che negli anni Novanta
si sono macchiati dell’omicidio proprio dei due genitori. Per
Bardem, si tratta del primo prodotto seriale di un certo livello a
cui partecipa, avendo all’inizio della sua carriera preso parte a
piccole produzioni seriali spagnole.
Javier Bardem è Stilgar in Dune
4. Ha un ruolo molto
particolare. In Dune, il film di
fantascienza diretto da Denis Villeneuve, Bardem
interpreta il ruolo di Stilgar, capo della tribù dei Fremen del
sietch Tabr. Il personaggio, tuttavia, compare nel primo film solo
per pochi minuti e prevalentemente sul finale. Maggior spazio lo
trova però nell’annunciato Dune – Parte
2, dove si scopre qualcosa di più su Stilgar e sul suo
ruolo nel complesso mondo narrativo del film.
Javier Bardem in Pirati dei Caraibi
5. Si è sottoposto a
numerose ore di trucco. Per interpretare Salazar, il
pirata maledetto di Pirati dei Caraibi – La vendetta di
Salazar, l’attore si doveva sottoporre a tre ore per essere
completato. L’attore, tuttavia, ha affermato di aver trovato
l’esperienza gradevole. I capelli del personaggio, invece, erano
tutti realizzati in CGI. Per ottenere questo risultato, i capelli
di Bardem sono stati tirati indietro e un truccatore ha aggiunto
dei punti di riferimento sul suo viso, che hanno permesso di
tracciare i movimenti della testa in post-produzione.
Javier Bardem in Non è un paese per vecchi
Javier Bardem in Non è un paese per vecchi
6. Ha dato vita ad
un’interpretazione da Oscar. In Non
è un paese per vecchiBardem interpreta il serial
killer Anton Chigurh. Per questo ruolo ha poi vinto l’Oscar come
Miglior attore non protagonista, divenendo il primo interprete
spagnolo ad ottenere il premio. In seguito, secondo un articolo
pubblicato nel gennaio 2018 su Business Insider, un gruppo di
psichiatri ha studiato 400 film e identificato 126 personaggi
psicopatici. Hanno scelto proprio l’interpretazione di Anton
Chigurh da parte di Bardem come la rappresentazione clinicamente
più accurata di uno psicopatico, il che spiega ulteriormente perché
l’interpretazione dell’attore sia stata così acclamata.
Javier Bardem è stato antagonista
di James Bond in 007 Skyfall
7. Ha descritto il suo
personaggio come “Un angelo della morte”. Secondo Javier
Bardem, il suo personaggio, Raoul Silva – antagonista di James
Bond in Skyfall – è “Un
angelo della morte, una persona molto pulita che sembra essere
marcia dentro, ha un obiettivo molto personale, non sta cercando di
distruggere il mondo, ed è su una scala in linea con
quell’obiettivo. È un uomo che cerca vendetta, si concentra
sull’essere focalizzato sull’unica persone che vuole
eliminare”.
Javier Bardem non ha recitato
in Grey’s Anatomy, ma il suo “sosia” Jeffrey Dean
Morgan sì
8. L’attore ha trovato il
suo sosia in un altro attore. Spesso e volentieri,
l’attore spagnolo viene confuso con il collega Jeffrey Dean Morgan. Effettivamente, i due si
somigliano molto di viso e ciò li rende facilmente confondibili ad
un pubblico con un occhio poco esperto. Sono numerosissimi i casi
in cui l’uno viene confuso per l’altro, che sia in fotografia o dal
vivo. In particolare, i due vengono confusi quando si parla di
Grey’s Anatomy, a cui ha però preso parte
Morgan nel ruolo di Dennison “Denny” Duquette, un paziente
cardiopatico in attesa di un trapianto di cuore.
9. I due attori sono sposati
da oltre dieci anni. Javier Bardem e Penelope Cruz
si sono conosciuti sul set di Prosciutto Prosciutto nel
1992, ma tra loro non è scattato niente, salvo poi guardarsi con
occhi diversi durante le riprese di Vicky Cristina Barcelona nel 2007. I due stanno
insieme da allora, si sono sposati nel 2010 e non si sono più
lasciati. Entrambi hanno sempre vissuto la loro relazione in
maniera privata, senza mai aprirsi troppo sotto i riflettori. Dalla
loro unione sono nati i figli Leonardo (nato nel
2011) e Luna (nata nel 2013) e vivono la loro
famiglia in maniera riservata e con assoluta pacatezza.
L’età, l’altezza e il fisico di
Javier Bardem
10. Javier Bardem è nato l’1
marzo del 1969a Las Palmas de Gran Canaria, nelle
Canarie. La sua altezza complessiva corrisponde a 181
centimetri. Bardem non è uno di quegli attori noti per il suo
fisico, ma le volte che si è mostrato a petto nudo ha comunque
sfoggiato sempre una forma fisica smagliante.