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Il Cacciatore di Giganti – Secondo Trailer italiano HD

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Il Cacciatore di Giganti – Secondo Trailer italiano HD

Guarda il secondo trailer del film Il cacciatore di Giganti di Bryan Singer, con Nicholas Hoult, tra gli altri attori abbiamo Eleanor Tomlinson nella parte della Principessa Isabelle Stanley Tucci (“Captain America: Il primo vendicatore”) nella parte del perdente Lord Roderick; Ian McShane (“Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare,” “Deadwood” per la HBO) nella parte dell’assediato King Brahmwell; Bill Nighy (“Harry Potter e i Doni della Morte”) nella parte del leader dei giganti, il Generale Fallon; ed Ewan McGregor (“Star Wars,” “L’uomo nell’ombra”) nella parte della guardia di palazzo Elmont.

Il film uscirà negli USA il 28 Marzo, ancora nessuna data confermata in Italia. Tutte le info utili nella nostra scheda: Il cacciatore di Giganti.

 

Il Cacciatore di Donne trailer e spot del film

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Il Cacciatore di Donne trailer e spot del film

Trailer italiano e nuovo spot tv per il nuovo thriller interpretato da Nicolas Cage e John Cusack, Il cacciatore di donne.

Film d’esordio per il regista Scott Walker, che ha deciso di raccontare una storia ispirata alla reale vicenda di Robert C. Hansen, che nel 1983 era conosciuto come il serial killer dell’ Alaska, pedinato e inseguito da un poliziotto che per riuscire a ottenere giustizia, si affiderà all’ultima vittima ancora in vita del carnefice, la giovane Cindy Paulson.

Nicolas Cage nel film è il sergente Jack Halcombe, che indaga sul killer, interpretato da John Cusack, facendosi aiutare dalla Paulson, che ha le vesti di Vannesa Hudgens.

Il film uscirà nelle sale il 3 Ottobre.

Il cacciatore di donne con Nicolas Cage uscirà il 10 ottobre 2013

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Il-cacciatore-di donneArriverà nelle sale italiane il 10 Ottobre 2013 il film Il cacciatore di donne diretto da Scott Walker e con protagonisti Nicolas Cage, John Cusack, Vanessa Hudgens, 50 Cent. 

Il cacciatore di Dinosauri a Natale su National Geographic

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Il cacciatore di Dinosauri a Natale su National Geographic

Il cacciatore di Dinosauri, in onda su National Geographic (Sky 403) il 25 dicembre alle 20:55, segue un’importante spedizione volta a sviluppare un sistema che possa ostacolare in modo concreto il contrabbando di fossili. Federico Fanti, docente di Paleontologia all’Università Bologna ed Explorer di National Geographic, coordina la prima missione internazionale a guida italiana. La spedizione, finanziata dall’Università di Bologna con il supporto di National Geographic, e composta da 14 esperti, parte dalla capitale Ulan Bataar per raggiungere Gurliin Tsaav e viaggia attraverso le Montagne dell’Altai verso il Nemegt, il cuore della paleontologia della Mongolia.

Ogni anno gli scienziati di tutto il mondo riescono a recuperare dalla Mongolia circa 90 tonnellate di fossili. Ma il fenomeno del contrabbando è in continua crescita e raccoglie finanziamenti per almeno 10 milioni di dollari all’anno. Un sistema che si muove nella piena illegalità e finalmente salito agli onori della cronaca solo quando ha visto star di Hollywood contendersi i fossili all’asta.

Al danno economico per la Mongolia, si somma il danno incalcolabile che i tombaroli causa alla scienza. Ogni anno un enorme quantità di fossili viene scoperta e portata via cancellando, in modo definitivo, le ultime tracce di nuove specie vissute milioni di anni fa.

L’obiettivo di Fanti e del suo team è sviluppare un sistema che possa contrastare questo fenomeno, tracciando i fossili per capire da quale località siano stati scavati illegalmente. A tale scopo il paleontologo ha un prezioso alleato: la radioattività dei fossili della Mongolia. Si tratta infatti di una caratteristica unica, propria dei fossili provenienti dal deserto del Gobi scoperta accidentalmente nei primi anni ’60 quando alcune lastre ospedaliere risultarono inutilizzabili dopo essere state per diversi mesi a contatto con i reperti scavati. . Questa peculiarità unita alla più avanzata tecnologia, che permette oggi la mappatura delle diverse aree attraverso l’utilizzo di droni, ha consentito al team di Fanti di sviluppare un sistema che potrebbe finalmente porre un argine al mercato nero dei fossili provenienti dalla Mongolia.

“Non siamo qui solo per cercare dinosauri e inseguire i nostri sogni di bambini” dichiara Fanti. “Siamo qui per capire come funziona il Pianeta. I dinosauri hanno affrontato come noi un Pianeta che cambiava rapidamente e per milioni di anni sono riusciti a vincere la battaglia per la sopravvivenza. Capire come, diventa fondamentale per i nuovi abitanti della Terra”.

Il buono, il matto, il cattivo: recensione del film

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Il buono, il matto, il cattivo: recensione del film

Il buono, il matto, il cattivo Kim Ji-woon è uno dei registi coreani più interessanti che ci sono in circolazione, noto per lo stile adrenalinico e sanguinolento dei suoi notevoli lungometraggi. Questa volta il talentuoso regista affronta il western alla Sergio Leone (citato sin dal titolo e ricordato nelle spettacolari sequenze iniziali della corsa del treno che danno il via alla storia), regista che rappresenta una inesauribile fonte di ispirazione per tantissimi maestri del cinema.

Ne esce un bizzarro action movie ambientato tra le valli desertiche della Manciuria durante gli anni ’30,  che ricorda tanto il mitico Far West  fasullo (e spagnolo) degli spaghetti western, popolato di loschi banditi mossi da avidità e sete di potere. Un bizzarro individuo (il matto del titolo, ossia la star Kang-Ho Song molto apprezzata in film come “Thirst”,“The host”, “Secret sunshine” e “Mr. Vendetta”) ruba ad un ricco contrabbandiere una famosa mappa che porterebbe al nascondiglio di un immenso tesoro nascosto nell’antichità.

Quest’ultimo assolda un killer (il cattivo, Byung.Hun Lee, attore feticcio di Kim Ji-woon che lo ha diretto sia  in “Bittersweet life” che in “I saw the devil”) per recuperarla, ma sulle tracce di entrambi giunge un famoso e abilissimo cacciatore di teste (il buono), non del tutto indifferente all’idea di un bel malloppo di cui impadronirsi che si andrebbe da aggiungere alla taglia che pende sui due malviventi.

Lo scontro e la fuga tra i tre protagonisti sono rocamboleschi e si snoda in un crescendo di inseguimenti e sparatorie. Si deve ammettere che Ji-woon convince di più nei magnifici thriller che hanno preceduto questa bizzarra pellicola ma è importante ricordare che in Corea è conosciuto come un regista pop, capace di alternare horror e noir girando storie che viaggiano sempre a grandi velocità, tanto che in estremo oriente i suoi film sono dei blockbuster annunciati.

Il buono, il matto, il cattivo è  un vero e ossequioso omaggio agli spaghetti western, in cui  la ricerca di personaggi iconici sono parte di un teatrino variopinto e grottesco, in cui si possono intravedere le tracce di Sukyiaki Western Django di Takashi Miike. Mescolando il western e la pura avventura Kim stupisce soprattutto per le scelte registiche al limite dell’acrobatico, con piani sequenza ed altri spettacolari movimenti della macchina da presa che rivelano le grandi abilità tecniche del regista. Il buono, il matto, il cattivo arriva in Italia dopo aver incassato nel mondo ben 44 milioni di dollari, e vederlo in sala (rendendosi sempre conto che Sergio Leone è tutt’altra cosa) è la classica occasione da non perdere.

Il buono, il brutto, il cattivo: tutte le curiosità sul film

Il buono, il brutto, il cattivo: tutte le curiosità sul film

Il regista italiano Sergio Leone si è imposto come uno dei più importanti uomini di cinema di sempre. Con i suoi film western egli ha saputo prendere un genere prettamente americano e ritrasformarlo secondo nuovi canoni e arricchendolo di nuove tematiche. Nel 1964 ha così dato vita a Per un pugno di dollari, seguito l’anno successivo da Per qualche dollaro in più. Nel 1966 ha infine concluso la Trilogia del Dollaro con il capolavoro Il buono, il brutto, il cattivo. Ancora oggi questo è considerato uno dei più celebri film di questo genere, contenendo la quintessenza dello spaghetti western.

Il titolo, nato per caso, rispecchia il pensiero di Leone. Nei tre protagonisti, ognuno per la propria parte autobiografico, coesistono bellezza e bruttezza, umanità e ferocia: il regista demistifica tutti questi concetti e al contempo, in una dichiarata denuncia della follia della guerra, demistifica la stessa storia degli Stati Uniti d’America, mostrandone il lato violento e brutale, appannato dalla tradizione mitizzante dell’epopea western. Con una durata di 178 minuti, il film porta all’estrema potenza tutte le caratteristiche tipiche del cinema di Leone, dalla dilatazione temporale fino all’epica più pura incarnata dai personaggi.

Come i precedenti, anche questo terzo capitolo non mancò di dividere la critica, affermandosi però come uno straordinario successo di pubblico. Il buono, il brutto, il cattivo è oggi un classico senza tempo, citato e omaggiato in ogni modo possibile. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla colonna sonora. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il buono, il brutto, il cattivo: la trama del film

Ambientato durante la guerra di secessione americana, nella metà dell’Ottocento, il film ha per protagonista tre uomini senza scrupoli, ognuno con le proprie regole morali che li collocano ai margini della società e della legge. Si tratta di Joe, detto il buono, Tuco, detto il brutto, e Sentenza, detto il cattivo. I primi due sono soliti collaborare inscenando alcune truffe, salvo poi tradirsi a vicenda. Le loro strade finiranno però per rincrociarsi lungo un percorso che porta ad un ricco tesoro nascosto. Alla ricerca di questo vi è però anche il temibile Sentenza. Ben presto i tre finiranno per scontrarsi all’ultimo sangue, mentre sullo sfondo l’America cambia per sempre.

Il buono, il brutto, il cattivo: il cast del film

Per dar vita nuovamente al personaggio del misterioso Uomo senza nome, anche chiamato Biondo o Joe, Leone contattò nuovamente Clint Eastwood. All’epoca l’attore era ancora poco conosciuto e fu proprio questo film a consacrarlo definitivamente. Eastwood, però, era inizialmente restìo a recitare nel film, poiché giudicava il suo ruolo meno affascinante di quello di Tuco. Fu necessaria una lunga contrattazione tra lui e Leone, che infine riuscì a convincere l’interprete ad accettare la parte in cambio di un compenso maggiore. Per il personaggio di Tuco, invece, il regista era alla ricerca di un puro talento comico. Finì con lo scegliere Eli Wallach, il quale pur avendo recitato prevalentemente in ruoli drammatici, sfoggiava le caratteristiche ricercate per il personaggio.

Una volta accettata la parte, Wallach contribuì moltissimo alla caratterizzazione di Tuco, riscrivendo alcune parti e fornendo suggerimenti sulla gestualità e l’abbigliamento. Infine, per la parte del sicario Sentenza, Leone scelse l’attore Lee Van Cleef, al quale aveva già affidato un ruolo completamente diverso in Per qualche dollaro in più. La parte lo consacrò come un’icona del genere, nonostante l’attore avesse molta difficoltà a montare in sella ai cavalli. Nel film sono poi presenti attori come Aldo Giuffré nei panni di un capitano nordista alcolizzato e Mario Brega in quelli del caporale Wallace. Rada Rassimov è invece la prostituta Maria.

Il buono, il brutto, il cattivo colonna sonora

Il buono, il brutto, il cattivo: la colonna sonora di Ennio Morricone

Come per i precedenti film di Leone, anche in questo caso la colonna sonora del film fu composta da Ennio Morricone. Le sue caratteristiche composizioni, contenenti spari, fischi e jodel, contribuiscono a ricreare perfettamente l’atmosfera che caratterizza il film. Il motivo principale, assomigliante all’ululato del coyote, è ad esempio una melodia composta da due note, divenuta molto famosa. Essa viene utilizzata per i tre personaggi principali del film, con un differente strumento usato per ognuno: flauto soprano per il Biondo, l’arghilofono per Sentenza e la voce umana per Tuco. Questo motivo si ripropone durante tutto il film, senza però mai annoiare né risultare scontato.

Leone fece inoltre in modo di avere la colonna sonora pronta prima delle riprese del film, così da poterla riprodurre sul set e contribuire al formarsi della giusta atmosfera. Di particolare importanza, infine, sono i brani Estasi dell’oro e Il Triello, presenti nella sequenza finale del film. Grazie a queste composizioni Leone e Morricone hanno dato vita ad un climax narrativo di rara bellezza, ancora oggi insuperato. La dilatazione temporale, visiva e sonora si fondono qui in modo straordinario. Quella di Il buono, il brutto, il cattivo è dunque considerata una delle colonne sonore per il cinema migliori di sempre.

Il buono, il brutto, il cattivo: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

 È possibile fruire di Il buono, il brutto, il cattivo grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes e Now. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di lunedì 10 ottobre alle ore 21:10 sul canale Rai Movie.

https://www.youtube.com/watch?v=Tc9r2oKslKM

Fonte: IMDb

Il buio nell’anima: trama, cast e curiosità sul film con Jodie Foster

Nel ruolo del giustiziere in cerca di vendetta si è solitamente abituati a vedere personaggi maschili. Da Bruce Willis in Il giustiziere della notte a Liam Neeson in Io vi troverò. Ecco perché nel momento in cui a ricoprire tale ruolo è una donna il progetto acquisisce un certo fascino da novità in più. Specialmente se l’attrice protagonista è una carismatica personalità come Jodie Foster. La premio Oscar è infatti stata interprete nel 2007 del thriller Il buio nell’anima, che la vede intenta a cercare vendetta per un torto subito. Un’opera cruda e dura che a suo modo riflette una volta di più sulla fragilità umana.

Diretto dal premio Oscar Neil Jordan, celebre per i film La moglie del soldato e Intervista col vampiro, Il buio nell’anima non è infatti solo un classico revenge movie, bensì un vero e proprio thriller psicologico. Si scava a fondo nella mente e nell’animo della protagonista, donna qualunque costretta da sé stessa ad azioni impensabili. Attraverso una serie di azioni altrettanto criminose lei va ricercando giustizia, se mai questa sia possibile da ottenere. Tra dubbi, fragilità e istinti primordiali si sviluppa così una vicenda particolarmente tesa, che spinge lo spettatore a mettersi nei panni della protagonista, chiedendosi cosa avrebbe fatto al suo posto.

Accolto in sordina al momento della sua uscita, il film ottenne un successo inferiore rispetto a quello che avrebbe meritato. Si tratta infatti di un’opera che dimostra come questo non sia un genere esclusivo del maschile, contenendo al suo interno una serie di elementi che contribuiscono a renderla ancor più unica. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il buio nell’anima: la trama del film

La vicenda del film si svolge nella città di New York, dove Erica Bain è una conduttrice radiofonica di successo, conduttrice del programma “Street Walk”, dove manda in onda i rumori della città per farne scoprire la loro bellezza, che il più delle volte passa inosservata. Un po’ per lavoro un po’ per piacere, Erica è dunque solita fare lunghe passeggiate, alla ricerca di ogni angolo della città da cui poter essere ispirata. Il più delle volte accanto a lei vi è anche il suo amato fidanzato David, con il quale progetta di sposarsi molto presto. I loro sogni d’amore e la pace della donna verranno però spezzati proprio durante una passeggiata a Central Park.

Aggrediti da una banda di balordi, Erica finisce in coma per il trauma riportato, mentre David muore. Guarita dalle ferite del corpo, ma non da quelle dell’anima, Erica inizia a prendere consapevolezza di quanto accaduto. Profondamente sconvolta, sente nascere in lei un forte desiderio di vendetta che la spingerà a voler fare giustizia tanto per sé quanto per chi non riceve la giusta protezione. Procuratasi una pistola, diventa dunque una vigilante, attirando però l’attenzione del detective Sean Mercer. Mentre quest’ultimo è sulle sue tracce, Erica dovrà capire se ciò che sta facendo è giusto o se si sta trasformando a sua volta in un mostro.

Il buio nell'anima cast

Il buio nell’anima: il cast del film

Come anticipato, ad interpretare il ruolo della protagonista vi è l’attrice premio Oscar Jodie Foster, la quale da subito si disse interessata ad un personaggio femminile che invece di diventare una vittima decide di esternare la propria rabbia. Per il film ha ricevuto un compenso di 15 milioni di dollari, il più alto da lei ottenuto nel corso della sua lunga carriera. L’attrice contribuì poi molto alla riscrittura del personaggio, suggerendo per lei di essere una speaker radiofonica invece che una semplice giornalista. L’abitudine di Erica di registrare i suoni della città è altrettanto stata un’idea della Foster, che per prepararsi ha fatto lunghe passeggiate per New York al fine di calarsi meglio nella mentalità del personaggio e nell’ambiente circostante.

Allo stesso tempo, l’attrice ha approfondito gli effetti del disturbo da stress post traumatico, riportandoli nella propria interpretazione. Questa, particolarmente intensa, le ha fatto ottenere una nomination ai Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico. Accanto a lei, nei panni del fidanzato David vi è l’attore Naveen Andrews. Sono poi presenti le attrici Mary Steenburgen nei panni di Carol e Zoë Kravitz in quelli di Chloe. Terrence Howard è invece il detective Sean Mercer, un ruolo per cui si è preparato avendo come consulente personale il veterano della sezione omicidi di New York Neil Carter.

Il buio nell’anima: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il buio nell’anima è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play e Apple iTunes. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 20 maggio alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

 

Il buio nell’anima: la spiegazione del finale

Il buio nell’anima: la spiegazione del finale

Il buio nell’anima (The Brave One) è un film thriller d’azione del 2007 diretto da Neil Jordan e scritto da Roderick Taylor, Bruce A. Taylor e Cynthia Mort. Il film è interpretato da Jodie Foster nel ruolo di Erica Bain, una conduttrice radiofonica di New York il cui fidanzato viene picchiato a morte da alcuni criminali.

Terrorizzata per la sua incolumità, acquista una pistola e subisce una trasformazione della sua personalità, diventando una vigilante. Il detective Sean Mercer (Terrence Howard) indaga sulle sparatorie dei vigilanti, che lo portano sempre più vicino a Bain. Il film vede la partecipazione di Naveen Andrews, Nicky Katt, Zoë Kravitz, Mary Steenburgen e Luis Da Silva in ruoli secondari.

Il buio nell’anima è il remake americano di Death Wish

Il buio nell’anima (The Brave One) è il remake di Death Wish, ed è uscito negli Stati Uniti il 14 settembre 2007. Il film ha ricevuto recensioni contrastanti da parte della critica, che ha acclamato l’interpretazione della Foster ma ne ha criticato l’esecuzione. Il film è stato una delusione al botteghino, incassando 69 milioni di dollari in tutto il mondo. Alla 65ª edizione dei Golden Globe Awards, la Foster ha ricevuto una nomination come miglior attrice cinematografica in un film drammatico.

La storia di Il buio nell’anima

La conduttrice radiofonica Erica Bain e il suo fidanzato, il dottor David Kirmani, vengono ferocemente aggrediti da tre uomini mentre portano a spasso il loro cane a Central Park; gli uomini filmano l’aggressione con i loro telefoni e prendono l’anello di fidanzamento di Erica e il suo cane. David muore a causa delle ferite riportate ed Erica si trova nell’impossibilità di continuare la sua vita come al solito.

Traumatizzata e in preda alla paura, tenta di acquistare una pistola, ma le viene negata la vendita perché non ha il porto d’armi. Un commerciante di armi del mercato nero sente la sua disperazione per la protezione e le offre una pistola Kahr K9 per 1.000 dollari. Non volendo aspettare 30 giorni per avere un’arma legale, Erica compra la pistola da lui.

Terrence Howard in Il buio nell'anima (2007)
© 2007 Warner Bros. Entertainment Inc.–U.S., Canada, Bahamas & Bermuda -2007 Village Roadshow Films (BVI) Limited — All Othe

Una sera, mentre Erica si trova in un minimarket, un uomo entra e spara a morte alla cassiera del negozio. Sentendo squillare il cellulare di Erica, l’uomo la pedina nei corridoi prima che lei lo uccida con tre colpi di pistola. Un’altra sera, su un vagone della metropolitana, due uomini molestano i passeggeri, che se ne vanno tutti tranne Erica. Gli uomini la minacciano con un coltello, ma lei li uccide entrambi. Più tardi, Erica cerca di salvare una prostituta minacciando il suo protettore. Quando quest’ultimo tenta di investirli con la sua auto, Erica gli spara alla testa, facendo sì che la sua auto travolga la prostituta. La donna rimane ferita ma sopravvive.

Cosa succede nel finale di Il buio nell’anima?

Il buio nell'anima spiegazione finale

Erica rintraccia i tre uomini, ne affronta e uccide due prima di liberare il suo cane. Lotta con il terzo aggressore che ha la meglio proprio quando arriva Mercer. Mentre Mercer tenta di arrestare l’aggressore, Erica recupera la sua arma e si prepara a giustiziarlo. Mercer convince Erica ad abbassare la pistola, ma dopo averla guardata negli occhi imploranti, le consegna la propria pistola da usare al suo posto ed Erica spara all’aggressore. Mercer insiste poi affinché Erica lo ferisca con la sua pistola, cosa che lei fa, permettendo così di incastrare i suoi aggressori per gli omicidi del vigilante. Mercer mette la pistola in mano all’ultimo aggressore ed Erica se ne va. Cammina per Central Park accompagnata dal suo cane.

Il buio nell’anima (The Brave One) ha ricevuto recensioni contrastanti dalla critica. Rotten Tomatoes gli assegna un punteggio del 43% sulla base di 183 recensioni. Il consenso del sito afferma che: “La magnetica coppia Jodie Foster-Terrence Howard non riesce a compensare la problematica e poco convincente morale “occhio per occhio” di The Brave One” Su Metacritic, il film ha avuto un punteggio medio del 56%, basato su 33 recensioni.

Roger Ebert del Chicago Sun-Times ha dato al film tre stelle e mezzo su quattro, affermando che Foster e Howard “sono perfettamente modulati in quel tipo di scene difficili da interpretare per gli attori, in cui entrambi sanno più di quello che dicono, e lo sanno entrambi”.

Il buco: Netflix svela le prime immagini del sequel

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Il buco: Netflix svela le prime immagini del sequel

Più di tre anni dopo aver sconvolto gli spettatori con uno dei suoi titoli di maggior successo, Netflix sta ora tornando nel mondo di The Platform, in Italia conosciuto come Il buco (qui la recensione). L’horror/thriller di Galder Gaztelu-Urrutia è arrivato su Netflix nel marzo 2020, proprio all’inizio della pandemia, e ha rapidamente preso piede tra tutti coloro che erano alla ricerca di più cose da guardare a casa. Il buco è così diventato il film originale spagnolo più popolare nella storia di Netflix e il servizio di streaming si sta finalmente preparando a rilasciare un sequel.

Giovedì, il servizio di streaming ha infatti condiviso su Twitter alcune foto che rivelano la presenza di un paio di nuovi personaggi, confermando dunque ufficialmente la realizzazione del film. Sappiamo inoltre che Galder Gaztelu-Urrutia sarà nuovamente regista, ma al momento non c’è né un titolo ufficiale né finestra di rilascio prevista. Le foto del tweet potrebbero significare che il film è completo, oppure potrebbero significare che la produzione è appena iniziata. Non si sa dunque ancora esattamente quando vedremo il nuovo film arrivare su Netflix, ma sappiamo che sarà interpretato da Milena Smit e Hovik Keuchkerian, i due attori presenti nelle immagini.

Il buco, la trama del film Netflix

Come noto a chi lo ha già visto, Il buco è un thriller cruento ed emozionante ambientato in una prigione che funge anche da esperimento sociale. Per ogni pasto, il cibo viene calato su una piattaforma attraverso centinaia di livelli della struttura, ciascuno contenente due prigionieri. Se tutti mangiassero solo ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere, ce ne sarebbe abbastanza per sfamare ogni prigioniero, ma non è quello che succede. Le persone in alto mangiano di più, lasciando morire di fame le persone in basso. Alcuni prigionieri appartenenti a questi livelli inferiori cercheranno dunque di sconvolgere il sistema, portando a risultati sorprendenti e contorti.

Fonte: ComicBook

Il Buco: la recensione del nuovo film Netflix

Il Buco: la recensione del nuovo film Netflix

Un libro ed un coltello, sono questi i due oggetti che meglio descrivono Il Buco, nuovo film Netflix che segna l’esordio alla regia dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia. Due oggetti che si pongono in contrapposizione per il loro valore metaforico, e che possono essere facilmente utilizzati per riassumere le due forze che si danno battaglia all’interno di un discorso sulla lotta di classe qui particolarmente esplicito. Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, la pellicola spagnola si è infatti distinta per il suo intreccio tra fantascienza distopica e horror, ed è ora disponibile al pubblico sulla celebre piattaforma streaming.

Protagonista del film è un uomo di nome Goreng (Iván Massagué), il quale si risveglia in quello che viene chiamato il buco. Questo edificio, che si estende in verticale, è composto di innumerevoli livelli, i quali presentano un foro rettangolare al centro. Da qui, una volta al giorno, passa una piattaforma che si rivela essere una tavola imbandita. Il meccanismo è semplice: chi sta più in alto ha la possibilità di sfamarsi, chi si trova ai livelli inferiori finirà invece con l’avere da mangiare solamente gli scarti.

Il Buco: la legge del coltello e la sapienza del libro

All’interno del film non esiste altra ambientazione se non quella rinominata il buco. Questo non è altro se non una prigione infernale, dove i detenuti possono portare con sé un solo oggetto di propria scelta. Per Goreng, il protagonista, si tratta del romanzo Don Chisciotte de la Mancia, per il suo compagno di livello, il viscido Trimagasi, è invece un affilatissimo coltello. Nella loro scelta si ritrova così da subito la lotta tra la forza bruta e l’intelletto, in una dialettica che si articolerà per l’intera narrazione. Compreso infatti il meccanismo che porta chi sta sopra a vivere a discapito di chi sta sotto, il protagonista cercherà di usare il cervello per cambiare quell’ordine innaturale delle cose, ottenendo tuttavia scarso successo.

Si parla di lotta di classe, dunque, e l’esordiente regista e sceneggiatore spagnolo sceglie di farlo attraverso un ambiente probabilmente fin troppo esplicito a riguardo, ma che viene arricchito da quei dettagli che rendono la visione più interessante di tante altre opere a riguardo. Questo perché all’interno di un film che fa della metafora il proprio strumento di comunicazione prediletto, Gatzelu-Urrutia costruisce una serie di indizi, riferimenti e chiavi di lettura che stimolano lo spettatore, introducendolo in una serie di perversi meccanismi dai quali è difficile uscire.

Se Il Buco è in modo anche ovvio una gigantesca rappresentazione dell’inferno dantesco, con i suoi gironi e personaggi raccapriccianti, ciò che emerge realmente è l’utilizzo di un genere popolare per trattare un tema sociale oggi particolarmente presente al cinema. Difficile non pensare all’ormai iconico Parasite, di Bong Joon-Ho, mentre in questa variante spagnola del tema si ritrova un occhio meno imparziale e più pronto al giudizio di quanti fanno prevalere la propria individualità a discapito dei meno fortunati.

Il buco film

Il Buco: la recensione del film

Il nuovo film Netflix si inserisce all’interno di un catalogo dove distopia e tematiche sociali non mancano di certo, e sembrano anzi essere particolarmente sostenute dall’azienda di streaming. Ciò che, al di là dei diversi riferimenti biblici, letterari o sociali, appare interessante all’interno della pellicola è l’abilità dell’autore nell’affermare la propria regia. Pur trovandosi all’interno di un unico, minimale ambiente, risulta infatti difficile avvertire una sensazione di stanchezza nel corso della visione.

Gatzelu-Urrutia è attento a costruire una grande varietà nelle inquadrature, permettendo così allo spettatore di non assistere a qualcosa di troppo ripetitivo, ma al contrario catturandone l’attenzione con una messa in scena stimolante, dove non manca una generale claustrofobia, essenziale per sostenere il tono orrorifico che il film assume con il procedere della narrazione.

Con Il Buco, lo spettatore ha sul piatto molto di cui poter riflettere, con la pellicola che non manca di arrivare a proporre una propria interpretazione del problema e delle sue possibili soluzioni. E se in parte a penalizzare il film può essere la costruzione visiva della metafora trattata, che rischia di essere didascalica per il tema, è nella costruzione della messa in scena che si possono fortunatamente ritrovare le idee più brillanti, che conferiscono un carattere unico all’intero lungometraggio.

Il Buco, recensione del film di Michelangelo Frammartino

Il Buco, recensione del film di Michelangelo Frammartino

Nel 2007, quando il regista Michelangelo Frammartino stava girando in Calabria Le quattro volte, viene invitato dal sindaco per una visita nel Parco del Pollino e, nell’occasione, con grande fierezza il primo cittadino gli fa vedere l’Abisso del Bifurto. L’esperienza è così impressionante, da spingere Frammartino a farne un film, mosso dalla suggestione di quei luoghi primordiali, e dal suono senza fondo del baratro della grotta.

Perché è proprio attorno a questi punti che ruota la narrazione de Il Buco, presentato in Concorso alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a Venezia. Il silenzio totalizzante, senza alcun tipo di scelta musicale, i dialoghi praticamente inesistenti, vengono fatti interrompere solo a tratti dal richiamo di un pastore verso il suo gregge, o dai fischi di speleologi che si calano tra le rocce, che risultano comunque essere parte di un codice proveniente da un mondo antico.

Il Buco, un codice proveniente da un mondo antico

La storia, infatti, è ambientata nel 1961, quando un gruppo di esploratori piemontesi decide di partire per una spedizione volta a tracciare le profondità dell’Abisso del Bifurto, appunto. E il tutto in un periodo storico che stava gettando le basi per cui molti degli equilibri biologici di quella zona si sarebbero iniziati irreversibilmente a incrinare.

Quando in Italia il boom economico stava esplodendo, e cominciavano a fiorire palazzi di centinaia di metri, degli uomini si incuneavano nei primordi dei meandri della Terra, evento che diventa l’ottima scusa per Michelangelo Frammartino per raccontare e portare alla luce una volta di più qualcosa che oggi abbiamo – evidentemente – sepolto sotto strati di cemento.

Le uniche parole si sentono all’inizio del film, e sono di una trasmissione televisiva di quegli anni, nella quale il telecronista si mostra arrampicato su un’impalcatura che sale verso la cima del Pirellone in costruzione, nel cuore di Milano, e ne spiega la spettacolarità, l’avanguardia. Ed è esattamente di questo calibro la missione che vuole intraprendere il regista: scendere nella natura selvaggia e incontaminata, grezza e inospitale, per narrarla in contrasto con tutto quel che poi lo scintillio apparente della modernità avrebbe inesorabilmente portato di lì a poco. E lo fa con espedienti che lavorano per alternanza tra l’asprezza degli spazi e dei volti, e l’affaccio di quel che stava penetrando man mano nel quotidiano, proprio come la televisione vissuta come un rituale serale condiviso nella piazza del paese. Il mondo artificiale, l’intervento predatorio dell’uomo, è raccontato a chiazze di colore, improvvise ma ancora timide, esemplificato da ritagli di giornali raffiguranti Sophia Loren, Kennedy, Marilyn Monroe, che vengono dati alle fiamme dagli speleologi e poi gettati nella caverna per scorgerne eventuali passaggi.

Un inno al dominio del creato

Il quadro che dipinge Frammartino è ancora avvolto dal dominio del creato, che abbraccia e ingloba tutte le scene, quasi come se fosse un’entità che impera dall’alto, e gestisce governando ciò che è concesso da ciò che non lo è. È dell’incontaminazione che vuole parlare, di com’era un tempo, lasciando una testimonianza che fa da monito su come sarebbe davvero il luogo che abitiamo, dentro al quale siamo solo ospiti, e che possiede una potenza che sa essere anche distruttiva.

Attraverso delle immagini che spesso sono statiche, inamovibili come montagne, a volte estenuanti per la lentezza, e che fanno sobbalzare dai rumori tuonanti e inaspettati, Il Buco fa esattamente ciò che promette: trascina in un terreno ostile, a cui è l’uomo a doversi adattare, senza possibilità di contrattazione di sorta, pena: la morte, oppure – e probabilmente, forse, è peggio – l’estraniazione in grandi città che fanno dimenticare le radici alle quali apparteniamo.

Il Buco – Capitolo 2: trailer del sequel di Netflix

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Il Buco – Capitolo 2: trailer del sequel di Netflix

Dopo la clip esclusiva rilasciata la settimana scorsa in occasione della Geeked Week, è disponibile da ora anche il trailer de Il Buco – Capitolo 2, la seconda parte dell’universo de Il Buco, l’attesissimo sequel di uno dei film spagnoli più popolari della storia di Netflix (con oltre 82 milioni di visualizzazioni). Il Buco – Capitolo 2, con Milena Smit (Madres paralelas, La ragazza di neve) e Hovik Keuchkerian (La Casa Di Carta), arriverà solo su Netflix dal 4 ottobre.

Mentre un misterioso leader impone il proprio dominio nel Buco, un nuovo “inquilino” viene coinvolto nella lotta contro questo controverso metodo per combattere il brutale sistema di alimentazione. Ma quando mangiare dal piatto sbagliato diventa una condanna a morte, fino a che punto saresti disposto a spingerti per salvarti la vita?

Il Buco – Capitolo 2, che vede nel cast anche Natalia Tena (Game of Thrones) e Óscar Jaenada (Luis Miguel: The Series), è diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (Il Buco) e prodotto da Carlos Juárez, Galder Gaztelu-Urrutia, e Raquel Perea, per Basque Films.

Il Buco – Capitolo 2: teaser e foto del sequel di Netflix

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Il Buco – Capitolo 2: teaser e foto del sequel di Netflix

Netflix ha rivelato la data di uscita dell’attesissimo secondo capitolo  de “Il Buco” (The Platform), uno dei film spagnoli più popolari nella storia di Netflix, con oltre 82 milioni di visualizzazioni. Il Buco – Capitolo 2, di cui da oggi sono disponibili il teaser trailer e le prime immagini, con protagonisti Milena Smit (Madres paralelas, La ragazza di neve) e Hovik Keuchkerian (La Casa Di Carta), arriverà solo su Netflix dal 4 ottobre.

Il Buco – Capitolo 2, la trama

Mentre un misterioso leader impone il proprio dominio nel Buco, un nuovo “inquilino” viene coinvolto nella lotta contro questo controverso metodo per combattere il brutale sistema di alimentazione. Ma quando mangiare dal piatto sbagliato diventa una condanna a morte, fino a che punto saresti disposto a spingerti per salvarti la vita?

Il Buco – Capitolo 2, che vede nel cast anche Natalia Tena (Game of Thrones) e Óscar Jaenada (Luis Miguel: The Series), è diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (Il Buco) e prodotto da Carlos Juárez, Galder Gaztelu-Urrutia, e Raquel Perea, per Basque Films.

Il buco – Capitolo 2: recensione del film Netflix

Il buco – Capitolo 2: recensione del film Netflix

Arrivato su Netflix il 20 marzo 2020, il film spagnolo Il buco (qui la recensione), ha involontariamente tratto vantaggio dalla sua uscita in pieno periodo di lockdown causa Covid-19, trovando un ampio bacino di spettatori affamato di contenuti con cui occupare il proprio tempo in casa. Il film diretto da Galder Gaztelu-Urrutia, forte anche di un concept quantomai accattivante, è diventato in breve uno dei titoli più visti di sempre per uno dei film originali della piattaforma. Impensabile che un successo così non portasse ad un sequel, arrivato ora su Netflix con il titolo Il buco – Capitolo 2.

Diretto anch’esso da Gaztelu-Urrutia, è questo un sequel che riprende le dinamiche già mostrate nel primo capitolo per offrire nuovi punti di vista e un maggiore approfondimento delle tematiche affrontate. Cambia infatti il cast di protagonisti, mentre all’allegoria della struttura della prigione e della divisione del cibo come principi su cui organizzare una società giusta si aggiungono riflessioni sulla religione, il fanatismo e la divisione in schieramenti diversi quali modi opposti di intendere la comunità e le sue regole. Sembra molto, ma in realtà Il buco – Capitolo 2 non ha poi tanto di più da dire rispetto a quanto già fatto dal suo predecessore.

La trama di Il buco – Capitolo 2

Il film ci riporta nel mondo della “Piattaforma”, una grande prigione a torre al cui interno si ritrovano personalità di vario tipo. Le centinaia di livelli ospitano due occupanti per piano e una piattaforma fluttuante consegna loro il cibo secondo un programma giornaliero. Quando però un misterioso leader prende il comando della piattaforma, una nuova residente resterà coinvolta nella battaglia contro il controverso metodo per distruggere il brutale sistema di rifornimento viveri. Ma quando basta mangiare dal piatto sbagliato per andare incontro alla morte, fino a dove ci si può spingere per salvarsi la vita?

LEGGI ANCHE: Il buco – Capitolo 2, la spiegazione del finale: cosa succede a Perempuan?

Milena Smit e Hovik Keuchkerian in Il buco - Capitolo 2
HOVIK KEUCHKERIAN è ZAMIATIN e MILENA SMIT è PEREMPAUN in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Il terrore è il messaggio

Nell’intraprendere la visione di Il buco – Capitolo 2 conosciamo già le regole, sappiamo già che chi si risveglia in un livello di numero basso andrà incontro alla certezza di mangiare ogni giorno, mentre coloro che hanno la sfortuna di risvegliarsi da un certo punto in poi di questo inferno dovranno patire la fame per almeno un mese. A meno che non si sia disposti ad atti di crudeltà indicibile. Sapendo ciò, il film ci getta da subito nel vivo della vicenda, portandoci a fare la conoscenza di Perempuan (Milena Smit) e Zamiatin (Hovik Keuchkerian), già anticipati da alcune foto e teaser trailer.

È con loro che scopriamo però una serie di elementi di novità rispetto al primo film, come la presenza di un gruppo di lealisti che si batte per far sì che il cibo arrivi integro fino all’ultimo livello. Mentre nel primo film questa missione era meno definita e lasciata più alla fiducia nei piani alti, qui invece si abbandona la speranza per far sì che quella che viene definita come una vera e propria legge venga rispettata. Si struttura così un discorso più politico che ha però alla base il medesimo principio del primo film, ovvero che quanti stanno in alto (le classi abbienti) dovrebbero avere cura di quanti si trovano in basso (le classi svantaggiate).

Come far rispettare questa legge? La risposta la dà Dagin Babi (Oscar Janeada), leader di un culto che mira a farla rispettare anche a costo di diventare più barbaro di chi non lo fa. “Il terrore è il messaggio”, afferma rivolto verso la macchina da presa, guardando – seppur non vedente – lo spettatore per ricordargli quella che è un po’ la chiave di lettura dei nostri tempi, in cui con il terrore si controllano le masse e le si tiene soggiogate alla propria volontà. La prigione dove si svolgono le vicende di Il buco – Capitolo 2 continua dunque ad essere un’ovvia rappresentazione della società.

Óscar Jaenada in Il buco - Capitolo 2
Oscar Janeada è Dagin Babi in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Un’allegoria senz’anima

Questa allegoria, che già nel primo film si mostrava via via più ovvia, viene qui portata ancor di più ad un grado 0, dove ogni elemento mira a ribadire e sottolineare i concetti di fondo fin qui esposti. Non solo la ripartizione in livelli per differenziare gerarchicamente le classi ma anche ogni battuta qui pronunciata dai protagonisti mira a tal fine, dando vita ad tale livello di esposizione dei temi alla base di Il buco – Capitolo 2 da non permettere pressocché nessun pensiero aggiuntivo da parte dello spettatore.

Come non essere d’accordo con il concetto che dovrebbe esserci un maggiore interessamento verso i “piani inferiori” e una maggiore ripartizione dei beni, ma è proprio in questo porsi in modo così allineato con il pensare comune che il film non riesce ad offrire nuovi spunti di riflessione che possano stimolare un qualche costruttivo dibattito. Neanche il “complicare” la vicenda con l’aggiunta di schieramenti diversi ed elementi mistici permette di poter considerare di particolare interesse quel poco che il film ha da dire.

Viene a questo punto da chiedersi se perlomeno il film riesce ad offrire l’intrattenimento che Il buco presentava. Anche in questo caso, però, ci si ritrova davanti ad una risposta tendente al “no”. Il racconto appare meno strutturato, pronto ad abbandonarsi ad un’orgiastico ma difficilmente apprezzabile caos e ad una serie di violenze che dovrebbero scioccare ma verso le quali si è ormai anestetizzati. Il buco – Capitolo 2 aveva l’occasione di raccontare qualcosa di nuovo su questo misterioso ambiente, ma si limita invece a rimanere adagiato sul concept già esposto dal primo film senza nulla di realmente significativo da aggiungere.

Il buco – Capitolo 2, la spiegazione del finale: cosa succede a Perempuan?

Come il suo predecessore (qui la recensione), Il buco – Capitolo 2 lascia intenzionalmente gli spettatori con molte domande senza risposta, ma molti dettagli sottili nel corso del film avrebbero potuto fornire alcune risposte concrete. Dopo una sequenza che rivela le scelte alimentari di molti prigionieri nella fossa, Il buco – Capitolo 2 fa un salto in avanti e mostra come qualcuno dei piani superiori abbia mangiato la pizza di Zamiatin. Quest’ultimo è pertanto attratto dall’idea di mangiare il cibo di qualcun altro. Tuttavia, le persone sopra di lui predicano la solidarietà e lo incoraggiano a rimanere affamato per garantire che tutti abbiano la loro parte.

Questa sequenza di apertura pone le basi per il conflitto del film, evidenziando come le persone nella fossa siano divise in gruppi: i lealisti e i barbari. Mentre i lealisti credono di dover agire in solidarietà e non consumare troppo, i barbari danno la priorità alla loro sopravvivenza e mangiano a volontà. Il compagno di cella di Zamiatin, Perepuan, inizialmente sostiene la solidarietà. Tuttavia, gli orrori della fossa la costringono a cambiare schieramento. Dopo aver raggiunto alcuni dei livelli più bassi della prigione, però, troverà risposte che non sapeva di cercare.

Che cosa significa per Perempuan lasciare che il bambino salga nel finale del film?

Nell’arco finale di Il buco – Capitolo 2, si scatena una guerra raccapricciante tra i lealisti e i barbari, che lascia pochi o nessun sopravvissuto. Perempuan coglie l’occasione per bloccarsi le vie respiratorie ingoiando una sezione strappata del dipinto Il cane. Di conseguenza, soffoca e cade a terra, impedendole di inalare il gas che gli addetti alla pulizia della fossa usano per neutralizzare i prigionieri rimasti. Tutto va come previsto quando riprende conoscenza e trova gli addetti alle pulizie che la attaccano all’imbracatura che raccoglie tutti i cadaveri.

Tuttavia, con sua grande sorpresa, quando scende al livello 333 con gli altri corpi, nota che gli addetti alle pulizie portano un bambino al livello più basso e lo rimboccano. In quel momento, si trova di fronte a una scelta terribile: può agire egoisticamente e fuggire in superficie o mettere in gioco la sua vita per proteggere il bambino dalle atrocità della prigione. Dopo aver ricordato le sue azioni criminali passate, sceglie la seconda. Tuttavia, mentre salva il bambino, batte la testa, suggerendo che, come Goreng nel finale di Il buco, anche lei sperimenta una morte certa.

Milena Smit e Hovik Keuchkerian in Il buco - Capitolo 2
HOVIK KEUCHKERIAN è ZAMIATIN e MILENA SMIT è PEREMPAUN in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Quando sceglie attivamente di proteggere il bambino invece di fargli del male, la piattaforma scende al di sotto del livello 333, un livello che sembra rappresentare la coscienza di Perempuan. Qui incontra altre anime, tra cui Zamiatin, che sono proiezioni della sua mente morente e la incoraggiano a lasciare che il bambino salga. Lo fanno perché si rendono conto che anche se Perempuan, come loro, si è redenta, le circostanze l’hanno corrotta, rendendola indegna di tornare indietro.

Il bambino, invece, può ascendere perché la sua innocenza e purezza giocheranno un ruolo cruciale nel rendere il mondo un posto migliore. Lasciando che il bambino ascenda e rimanendo indietro, Perempuan compie il suo sacrificio finale per liberarsi dal senso di colpa e fuggire dal purgatorio che si è autoimposta. Allo stesso tempo, accetta anche la sua sofferenza, rendendosi conto che la redenzione ha un costo.

La spiegazione della scena a metà dei titoli di coda

Nella scena di metà film di Il buco – Capitolo 2, molti prigionieri scendono verso il fondo della fossa con diversi bambini. La scena sembra evidenziare che, mentre molti continuano a soffrire nella prigione verticale, alcuni si riscattano salvando i bambini del livello 333. Inoltre, mostra che l’Autorità di cui sopra mette a rischio la vita dei bambini al Livello 333 ogni mese.

La scena a metà del sequel potrebbe anche implicare che l’Autorità ha costruito molte prigioni verticali simili in tutto il mondo, dove ognuno viene sottoposto a cicli pervasivi degli stessi esperimenti sociali. In un’intervista (via Collider), anche il regista Galder Gaztelu-Urrutia ha confermato questa ipotesi. “Molte e in molti modi diversi”, ha detto quando gli è stato chiesto se ci sono altre strutture simili in giro.

Hovik Keuchkerian Il buco - Capitolo 2
HOVIK KEUCHKERIAN è ZAMIATIN in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Perché l’amministrazione mette i bambini al livello 333

Sebbene lo scopo dell’Amministrazione nel condurre l’esperimento sociale nella fossa rimanga poco chiaro, sembra che non si voglia incoraggiare la solidarietà tra i detenuti. Al contrario, vuole solo osservare cosa li porta ad agire in modo solidale. In parole povere, i prigionieri sono semplici cavie da laboratorio per l’Amministrazione, che vuole comprendere le profondità del comportamento umano, probabilmente perché desidera applicare le sue scoperte nel mondo reale per stabilire un controllo. Come mostrato nel finale di Il buco – Capitolo 2, anche i bambini sono semplici stratagemmi dell’esperimento.

Il fatto che l’Autorità non risparmi nemmeno i bambini evidenzia fino a che punto sia disposta a spingersi per esercitare il controllo sulle masse. Poiché i prigionieri non sanno come il bambino sia finito nel Livello 333, si sentono fiduciosi quando lo mandano in superficie. Tuttavia, dato che l’Autorità mette i bambini in un ambiente così pericoloso solo per il bene dell’esperimento, sembra probabile che non gli importi se i bambini riescono a tornare.

Il motivo per cui Perempuan si è recata nella fossa

Alcuni flash dell’intervista di Perempuan prima di entrare nella fossa rivelano che era un’artista affermata. Una volta aveva creato una scultura di un cane che aveva bordi taglienti. Molti l’avevano avvertita di tenere delle stecche intorno alla scultura perché i suoi bordi frastagliati potevano essere pericolosi. Tuttavia, non aveva ascoltato. Un giorno, quando il suo fidanzato andò a trovarla, suo figlio scivolò e cadde su uno dei bordi taglienti della scultura. Invece di accettare il suo errore, Perempuan assunse i migliori avvocati ed evitò di andare in prigione.

Ha persino venduto la scultura per una somma ingente, utilizzando il ricavato per rafforzare la sua carriera di artista. Alla fine, però, il suo senso di colpa ha avuto la meglio su di lei. Nonostante avesse evitato i guai giudiziari, non poté fare a meno di credere di meritare una punizione. Decide quindi di imprigionarsi nella fossa, sperando di riuscire a perdonarsi. Alla fine ci riesce, sacrificando se stessa per garantire che il bambino del Livello 333 rimanga al sicuro e raggiunga il Livello 0.

Hovik Keuchkerian in Il buco - Capitolo 2
HOVIK KEUCHKERIAN è ZAMIATIN in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Perché Zamiatin salta in fondo al pozzo?

Sebbene Zamiatin cerchi di ritrarre se stesso come una figura formidabile nella fossa, i flashback del suo colloquio con l’Autorità rivelano che ha vissuto nella menzogna. Afferma di aver abbandonato i figli e di aver bruciato la casa dei genitori. Tuttavia, l’intervista rivela che la moglie e i figli lo hanno lasciato prima che i genitori lo mandassero nella fossa per disciplinarlo. Dopo essere rimasto senza cibo per settimane, la falsa apparenza di Zamiatin va in frantumi e finalmente inizia ad accettare la verità sulla sua vita invece di creare una narrazione immaginaria autoconfortante.

La mancanza di cibo nella fossa diventa una metafora della sua vita insoddisfatta, poiché si rende conto di aver continuato a mentire a se stesso anche dopo essere entrato nella fossa. Per pentirsi dei suoi errori, sceglie di non mentire a sé stesso per l’ultima volta e salta sul fondo della fossa. Il suo salto diventa un rifiuto definitivo di tutte le bugie che aveva adottato nel corso della sua vita, mentre sperimenta una morte certa.

Il simbolismo dietro il dipinto del cane che annega

Il dipinto del cane che annega è stato realizzato dall’artista spagnolo Francisco de Goya. Chiamato “Il cane” (in spagnolo: “El Perro”), il dipinto viene spesso interpretato come la lotta di un uomo contro le forze del male. In Il buco – Capitolo 2, il dipinto sembra rappresentare il viaggio di Perempuan, dove ogni nuovo ostacolo è più grande del precedente dopo che lei rifiuta di assumersi la responsabilità delle sue azioni nel mondo reale.

Pertanto, quando ingoia il quadro, si assume la responsabilità delle sue azioni passate e accetta la sofferenza che ne deriva. In questo modo, sperimenta una morte certa che la porta sulla strada della redenzione e del perdono di sé. Poiché quasi tutti i personaggi arrivano nel pozzo per cercare la redenzione o per affrontare le proprie mancanze, l’ambientazione può essere vista come una rappresentazione della biblica Torre di Babele.

Milena Smit in Il buco - Capitolo 2
MILENA SMIT è PEREMPAUN in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Proprio come la Torre di Babele rappresenta lo sforzo dell’umanità di raggiungere Dio attraverso mezzi superficiali, la fossa riflette la disperazione di Perempuan e Zamiatin di rimediare alle loro mancanze passate. Tuttavia, come gli umani nel racconto della Torre di Babele, i personaggi di Il buco – Capitolo 2 faticano a trovare la pace perché la cercano attraverso l’auto-glorificazione. Solo quando Perempuan e Zamiatin si arrendono alla loro sofferenza e riconoscono i loro fallimenti, si incamminano verso la redenzione.

La spiegazione della legge dell’Unto

Per imporre la solidarietà tra gli abitanti della fossa, l’Unto, Dagin Babi, attua una legge che i suoi seguaci rispettano religiosamente. Chiamati Lealisti, i seguaci di Dagin Babi devono mangiare solo i pasti che hanno richiesto durante i colloqui prima di entrare nella fossa. Tutti i lealisti tengono chiusi i bottoni superiori delle loro camicie e si assicurano che le persone nelle celle vicine seguano la legge. Quando qualcuno sfida la legge, le quattro persone che si trovano direttamente sopra il trasgressore sono responsabili di fargli giustizia.

I metodi socialisti di Dagin Babi contrastano con la struttura economica di tipo trickle-down che la fossa generalmente segue. Perempuan inizialmente sostiene i suoi ideali perché li trova giusti. Tuttavia, ben presto scopre che Dagin Babi non è diverso dagli avidi barbari quando adotta misure estreme per applicare la legge. Alla fine, quindi, adotta una via di mezzo: si allea con i barbari ma si rifiuta di ricorrere al cannibalismo per sopravvivere.

Óscar Jaenada in Il buco - Capitolo 2
Oscar Janeada è Dagin Babi in Il buco – Capitolo 2. Cr. NICOLAS DASSAS/NETFLIX © 2023

Il vero significato del finale di Il buco – Capitolo

Se l’ambientazione distopica di Il buco – Capitolo 2 di Netflix viene percepita solo come un esperimento sociale distorto, il finale evidenzia che l’Autorità mantiene il controllo indipendentemente dal fatto che i prigionieri nella fossa mandino i bambini al livello 0 come “messaggio”. Le persone di cui sopra continueranno a mettere in atto stratagemmi e ad adottare tattiche a basso costo per controllare l’ambiente all’interno della prigione.

Tuttavia, in entrambi i film, la fossa è anche rappresentata come un purgatorio autoimposto per i personaggi. Possono scendere ulteriormente all’inferno o pentirsi dei loro peccati. Poiché molti personaggi, come Perempuan e Goreng, alla fine accettano i loro peccati e si sacrificano per salvare i bambini, la loro redenzione compensa il senso di disperazione che permea la fossa a causa degli esperimenti dell’Autorità.

Come il finale del film prepara un terzo capitolo

Dal momento che la scena a metà dei titoli di coda di Il buco – Capitolo 2 lascia intendere che esistono molte fosse in diverse parti del mondo, un terzo film potrebbe seguire l’approccio di Bird Box e Bird Box: Barcellona e svolgersi in un luogo completamente diverso. Sebbene Il buco – Capitolo 2 chiarisca molti dei misteri del suo predecessore, lascia anche nuove domande sul vero scopo dell’Autorità. Un terzo capitolo del franchise cinematografico potrebbe esplorare le implicazioni più ampie di questi misteri e idee inesplorate. Tuttavia, il seguito vedrà la luce solo se il sequel otterrà buoni risultati su Netflix.

Il Box office USA congelato dopo la strage di Denver

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Il Box office USA congelato dopo la strage di Denver

La realtà supera il cinema. Che il cinema potesse essere un vettore di comunicazione, fungendo da catarsi di paure, come quando negli anni della guerra in Vietnam proliferavano film di zombie, ce lo hanno insegnato molti autori. Ma che le paure entrassero al cinema, fisicamente, facendo una strage, non era sicuramente nei piani.

Nel weekend di esordio in sala dell’atteso ultimo capitolo di Batman, The dark knight rises, sempre diretto da Christopher Nolan, un folle, come hanno riportato tutti i media in questi giorni, è entrato in una sala ad Aurora, vicino Denver in Colorado armato fino ai denti ed ha iniziato a sparare sul pubblico che era lì. Risultato: 14 morti e oltre 50 feriti.

Un episodio orribile, che lascia sullo stesso regista del film, Christopher Nolan, una sensazione di come se qualcuno gli avesse violato casa, un luogo che dovrebbe essere sicuro.

Di sicuro Nolan ricorderà molto la fatica che ha segnato tutta la lavorazione della trilogia del Cavaliere Oscuro, dalle intemperanze sul set di Christian Bale, alla morte di Heath Ledger, non legata al film, ma a problemi irrisolti con il quale il giovane attore combatteva da un po’ di tempo ma collegato visto che l’attore era sul set di Nolan nei panni di Joker, la cui interpretazione straniante e allucinata è lontana anni luce da quella psicotica ma allo stesso tempo leggera che ne fece Jack Nicholson una decina di anni prima.

Per questa ragione,la WarnerBrosha congelato i risultati del box office della pellicola, la cui promozione ha subito radicali cambiamenti: rimandata la prima a Parigi, che doveva avvenire il giorno dopo la strage, rinviata ogni attività stampa.

Trapelano solo alcune notizie che dicono che in fondo il film non stesse andando poi così bene.

Questi eventi drammatici congelano quindi il box office alla settimana scorsa, caratterizzato dal dominio di film meno cupi, come The Ice age 4, in prima posizione e The amazing spiderman, che forse attira e attiva menti meno distorte di quelle di James Holmes, il 24enne autore della strage.

Il cinema rispecchia la realtà, a volte la deforma, a volte ne crea una parallela, a volte parla di demoni interiori che vengono esorcizzati dall’espressione artistica. L’arte allontana da sé e dai propri mostri, a volte riesce anche a curarli, il killer probabilmente cosciente di questo, ha voluto portare i suoi mostri e lasciarli esprimere in un luogo in cui si celebra un rito di distacco da sé, per identificarsi in qualcun altro, lui però con la volontà di attirare ogni attenzione su di sé.

Il Bluff Storia di Truffe e di Imbroglioni: recensione del film con Anthony Quinn

Il Bluff Storia di Truffe e di Imbroglioni è il film del 1976 di Sergio Corbucci con protagonisti Anthony Quinn, Adriano Celentano, Corinne Clèry, Capucine

Trama: Sergio Corbucci, grande nome della cinematografia italiana, si mette dietro la macchina da presa per raccontare la storia di un truffatore italiano, tale Felice Brianza (Adriano Celentano) che vive di espedienti e trucchetti per raggirare gli altri. Tutto fila liscio finché incontra sulla sua strada la biscazziera Belle Duke (Capucine), avida e temibile, che gli propone di entrare in società, facendo evadere dal carcere de La Cayenne Philip Bang (Anthony Quinn) abile truffatore.

Dopo l’evasione, i due uomini decidono di architettare una stangata ai danni della ex fiamma di Bang architettando un bluff praticamente perfetto con la collaborazione della figlia del vecchio truffatore, Charlotte (Corinne Clèry)… solo che, tra truffatori e truffati, è sempre più difficile fidarsi degli altri e capire qual è la verità.

Il Bluff Storia di Truffe e di Imbroglioni, il film

Analisi: Il cinema italiano degli anni ’70 avverte la necessità, spasmodica e inarrestabile, di sperimentare in continuazione adattando stili e generi tipicamente americani ad una cinematografia ben lontana come quella nostrana.

Il risultato? Un curioso e riuscito (anche se a tratti) mash-up dove i registi si sforzano di utilizzare- e di fondare- un nuovo codice audiovisivo per raccontare delle storie diverse e lontane. Il Bluff Storia di Truffe e di Imbroglioni ne è la prova. Pur essendo sostenuto da un’idea di fondo potenzialmente inaffondabile, il film purtroppo resta vittima delle sue inesattezze che trascinano, con inesorabile malinconia, il prodotto fin dentro il baratro della monotonia e della sciatteria.

Truffe accennate e mai portate fino in fondo; macchinazioni losche e stangate poggiate sul nulla o su deboli basi come pure delle assurde trovate della sceneggiatura non garantiscono la credibilità, rendendo tutto più evanescente anche per colpa di alcune interpretazioni che, sicuramente, non hanno una funzione di supporto (come quella proprio del protagonista Adriano Celentano o della co-protagonista Corinne Clèry); mentre invece se la cavano bene i “vecchi leoni” come Anthony Quinn (credibile sempre, perfino in un ruolo minore come questo) e Capucine, ex modella convertitasi poi al cinema con discreti risultati, e qui nei panni della ex fiamma nonché socia in affari di Quinn/Bang, tale Belle Duke.

Eccesso, sfarzo, gags, ambientazione anni ’20, la Francia tres- chic, azione, motoscafi in fiamme e baracche sfondate: elementi che potenzialmente potevano creare un cocktail dirompente ma che, invece, si perdono diluiti in momenti da “fagioli western” conditi da macchinazioni- e meccanismi comico/ drammaturgici- poco credibili e un po’ figli anche del loro tempo.

Sicuramente una pellicola cult per chi ama il genere Heist Movie/ Stangata declinato in tutte le salse e per tutti gli spettatori che di solito focalizzano la loro attenzione sulle pellicole Plot Oriented trascurando la credibilità della storia e dei personaggi che si muovono in essa.

Il Blu-ray del Il Cavaliere Oscuro – il ritorno uscirà a Dicembre negli USA!

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E’ Batman-news che grazie ad un attenta e meticolosa visione di uno dei trailer ha notato che la data dell’uscita del Blu-ray de Il Cavaliere Oscuro – il ritorno sarà nel periodo di Dicembre. Il video è stato postato dalla Warner Bros sul canale youtube ufficiale Ecco dov’è apparsa l’informazione:

Ecco invece il video in questione:

Non ci sono notizie invece su un’uscita italiana del Blu-ray, non ci resta che aspettare una comunicazione ufficiale della WB Italia.

Il blindato dell’amore, il trailer del nuovo film Prime Video

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Il blindato dell’amore, il trailer del nuovo film Prime Video

Prime Video ha diffuso il trailer ufficiale della nuova action comedy con Eddie Murphy, disponibile dal 6 agosto, Il blindato dell’amore. Nel film, Murphy si confronta con Pete Davidson, Keke Palmer e Eva Longoria.

  • Il blindato dell’amore riunisce due generazioni di comici per dare vita ad un sodalizio esplosivo ed esilarante che esalta la sintonia perfetta tra l’esperienza della vecchia scuola e l’energia di quella nuova.
  • Il film regala forti colpi di scena, battute taglienti e disavventure inaspettate: il risultato è un viaggio divertentissimo e scatenato.
  • Diretto da Tim Story – noto per The Blackening, La bottega del barbiere e Poliziotto in prova – Il blindato dell’amore mescola azione adrenalinica e umorismo pungente.​
  • Oltre ad Eddie Murphy, Pete Davidson e Keke Palmer, il film vanta un cast eterogeneo che comprende Eva Longoria, Marshawn Lynch, Joe “Roman Reigns” Anoa’i, Andrew Dice Clay e Ismael Cruz Córdova.

Nella commedia action Il blindato dell’amore, quello che doveva essere un normale ritiro di contanti prende una piega inaspettata quando due guardie giurate molto diverse tra loro, Russell (Eddie Murphy) e Travis (Pete Davidson), cadono nell’imboscata orchestrata da un gruppo di spietati criminali guidati da un’astuta stratega, Zoe (Keke Palmer), il cui piano va ben oltre il semplice furto di denaro. Mentre intorno a loro si scatena il caos, l’improbabile duo dovrà barcamenarsi tra gravi pericoli, personalità agli antipodi e una giornata storta che continua a peggiorare.

  • Diretto da Tim Story
  • Scritto da Kevin Burrows & Matt Mider
  • Prodotto da John Davis, John Fox, Eddie Murphy, Tim Story, Charisse Hewitt-Webster
  • Cast Eddie Murphy, Pete Davidson, Eva Longoria, Ismael Cruz Cordova, Jack Kesy, Andrew Dice Clay, Marshawn Lynch, Joe “Roman Reigns” Anoa’i e Keke Palmer

Il blindato dell’amore: la spiegazione del finale del film con Eddie Murphy

Il blindato dell’amore è l’ultima commedia d’avventura prodotta di Prime Video, con Eddie Murphy e Pete Davidson nei panni di due colleghi improbabili che finiscono per aiutare e favorire una rapina da 60 milioni di dollari contro la loro volontà. Proprio come i migliori film di Murphy, anche questo offre un affascinante mix di commedia slapstick e personaggi eccentrici che intrattengono il pubblico dall’inizio alla fine. La trama principale ruota attorno a Russ, interpretato da Murphy, e Travis, interpretato da Davidson.

Il loro camion viene rapinato da Zoe (Keke Palmer) e dalla sua banda, che intendono utilizzarlo per compiere una rapina in un casinò di Atlantic City. Travis e Russ sono inizialmente costretti ad aiutarli, ma la loro disponibilità a collaborare con i criminali evolve man mano che il film procede. Il blindato dell’amore potrebbe non essere all’altezza degli altri grandi ruoli di Murphy, ma è comunque un’aggiunta divertente alla filmografia del comico, che sa esattamente cosa vuole essere e, per lo più, ci riesce. Il finale del film fa infatti un ottimo lavoro nel riunire tutti i fili della trama, lasciando però alcuni dettagli aperti alla speculazione.

Come è riuscita Zoe a fuggire e perché Russ e Travis l’hanno lasciata andare?

Durante tutto il film, Zoe fa di tutto per mettersi al sicuro e seminare la polizia. Tuttavia, nei momenti finali del film, i poliziotti riescono a raggiungere la sua banda mentre arrivano alla pista di atterraggio dove lei ha preparato un aereo per scappare dal paese. Zoe ammette di aver pianificato questa rapina per quasi due anni, quindi non sorprende che la sua fuga sia stata pianificata nei minimi dettagli, con anche un aereo pronto a portarla a Bali poche ore dopo la rapina. Sebbene ci siano alcuni intoppi lungo il percorso, il piano alla fine funziona perché Russ e Travis sono disposti a lasciarla scappare mentre loro si prendono la colpa della polizia.

Eddie Murphy, Pete Davidson e Keke Palmer in Il blindato dell'amore
Eddie Murphy, Pete Davidson e Keke Palmer in Il blindato dell’amore. Foto di © Prime Video

Nonostante tutto quello che lei ha fatto loro passare, Russ ha sviluppato un certo rispetto per Zoe e probabilmente si sente in debito con lei perché ha impedito a Miguel e Banner di ucciderli tutti. C’è molta comicità in Il blindato dell’amore, ma il finale del film cattura anche un senso di amicizia e sentimentalismo che è fondamentale per comprendere questi personaggi e le loro azioni. Russ non ha perdonato Zoe per tutti i suoi crimini, ma ha iniziato a vedere l’essere umano dietro la facciata e ha preso la rapida decisione di lasciarla andare libera.

Russ e Travis hanno evitato le accuse per la rapina?

Nonostante abbiano rubato 60 milioni di dollari da un casinò e apparentemente causato la morte di molte persone con la loro guida pericolosa, sembra che Russ e Travis siano tornati a casa senza conseguenze dopo gli eventi del film. Travis prevede accuratamente all’inizio del film che saranno considerati innocenti perché costretti, ma è sicuramente sorprendente che non sembrino subire alcuna conseguenza.

Nella sequenza prima dei titoli di coda, Travis riesce finalmente a mettersi in contatto con Zoe e si scopre che sta continuando la sua formazione nella polizia, o almeno lo stava facendo. Questo non sarebbe stato possibile se avesse dovuto affrontare accuse gravi per la rapina, quindi è lecito supporre che sia lui che Russ (che ha cambiato carriera per diventare proprietario di un hotel) siano riusciti a spiegare adeguatamente la loro situazione.

Keke Palmer in Il blindato dell'amore
Keke Palmer in Il blindato dell’amore. Foto di © Prime Video

Zoe e Travis riusciranno finalmente a stare insieme?

La storia d’amore tra Zoe e Travis è una delle sottotrame più divertenti di Il blindato dell’amore, e la coppia ottiene finalmente il suo lieto fine nei momenti finali del film. Sebbene molte recensioni del film abbiano criticato la scrittura di questa relazione, essa apporta una dinamica molto divertente alla storia complessiva che viene ricompensata nella scena finale del lungometraggio.

Dopo che Travis finalmente ricorda il numero di Zoe, riesce dunque a mettersi in contatto con lei e scopre che è fuggita a Bali con tutti i soldi. Lei lo invita sull’isola, e si capisce che finalmente potranno stare insieme senza la pressione della rapina che incombe su di loro. Il biglietto che hanno inviato a Russ insieme ai suoi soldi reca le loro iniziali, il che suggerisce che alla fine si sono effettivamente incontrati.

Perché Zoe e Travis hanno mandato i soldi a Russ?

Il modo in cui i personaggi di Il blindato dell’amore si riuniscono nonostante tutto quello che si sono fatti passare è quindi uno dei temi più avvincenti del film, dimostrando che nessuno può essere facilmente classificato come “buono” o “cattivo” in questa vicenda. Russ lo riconosce in Zoe, ed è per questo che alla fine del film la lascia scappare dalla polizia. Si superano così le più semplicistiche etichette in nome di riscatti personali e nuove possibilità di vita.

Eddie Murphy ed Eva Longoria in Il blindato dell'amore
Eddie Murphy ed Eva Longoria in Il blindato dell’amore. Foto di © Prime Video

La spiegazione più plausibile per cui Zoe ha inviato una parte dei suoi soldi a Russ e Natalie è che vuole ripagarlo per averle permesso di essere libera e per averla vista per quella che è veramente. Naturalmente, Travis avrebbe incoraggiato questa decisione, poiché chiaramente vuole essere suo amico in futuro. Si tratta dunque di una sorta di risarcimento per ciò che Russ ha compiuto nei suoi confronti e che le ha permesso di rifarsi una vita.

Il vero significato del finale di Il blindato dell’amore

Nonostante il punteggio deludente ottenuto da Il blindato dell’amore su Rotten Tomatoes, c’è qualcosa di molto divertente e avvincente nel modo in cui questi personaggi improbabili riescono a vedere oltre le loro dure apparenze nei momenti finali del film. Russ e Travis non sono certamente gli eroi che verrebbero tradizionalmente presentati in qualsiasi altro film d’azione, come già detto nemmeno Zoe è proprio la cattiva che viene descritta.

Al di là della commedia slapstick e delle sequenze d’azione ad alto rischio, Il blindato è dunque un film su quanto saremmo disposti a spingerci oltre per i nostri cari. Che si tratti di Russ che cerca di proteggere Natalie dal pericolo, Travis che accetta di partecipare alla rapina di Zoe a causa dei suoi sentimenti per lei, o Zoe che ruba i soldi per vendicare la morte ingiusta di suo padre, ognuno di questi personaggi sta servendo qualcosa che va oltre se stesso ed è questo che il film vuole lasciarci.

Il bisbetico domato: tutto quello che non sai sul film con Celentano

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Trai film che hanno reso cinematograficamente famoso Adriano Celentano, c’è sicuramente Il bisbetico domato. Protagonista assoluto della pellicola, Celentano ha messo a servizio tutte le sue peculiarità per regalare un commedia leggera e spiritosa.

Un film che in quarant’anni si è guadagnato un enorme successo popolare, tanto da diventare un film cult nella memoria collettiva.

Ecco, allora, tutto quello che c’è da sapere su Il bisbetico domato.

Il bisbetico domato film

Uno dei film che può essere ascrivibile all’albo della commedia italiana è sicuramente Il bisbetico domato. Realizzata nel lontano 1980 e diretta dal duo Castellano e Pipolo, questa pellicola non fa altro che confermare il sodalizio artistico tra i due registi e il protagonista, Adriano Celentano, nato con Mani di velluto (1979) e continuato con Innamorato pazzo (1981), Grand Hotel Excelsior (1982) e Segni particolari: bellissimo (1983).

Come gli altri film che vedono protagonista il cantante della via Gluck, anche Il bisbetico domato non si tratta di un film puramente musicale, nonostante Celentano venga coinvolto nel progetto per curare le colonna sonora o alcune canzoni presenti nel film stesso. Prodotto dalla Capital Film, il film si basa su un soggetto originale di Castellano e Pipolo, che hanno curato anche la sceneggiatura, e che vede come protagonista assoluto proprio Celentano, nei panni di un agricoltore, con eventi e caratteristiche che hanno preso spunto da La bisbetica domata di William Shakespeare.

Girato in Lombardia, il film (firmato da Mario e Vittorio Cecchi Gori) è stato montato da Antonio Siciliano e le musiche originali sono state scritte da Mariano Detto, mentre la scenografia è di Bruno Amalfitano. Il film ha avuto un successo enorme al box office, diventando il secondo film più visto tra il 1980-1981, dopo Ricomincio da tre di Massimo Troisi. Grazie al suo successo, si è potuto procedere con la distribuzione sul mercato dell’Home Video, rendendo questo film praticamente un cult della commedia all’italiana.

Il bisbetico domato streaming

Chi volesse rivedere Il bisbetico domato e ridere di cuore, oppure per chi volesse approcciarsi per la prima volta, è possibile vedere questo film grazie alla sua presenza sulle piattaforme digitali legali di Infinity e Premium Play.

Il bisbetico domato Adriano Celentano

Esistono una categoria di film che se avessero avuto altri attori non avrebbero avuto lo stesso successo, né sarebbero stati film davvero riusciti. Il bisbetico domato fa esattamente parte di questa categoria grazie alla presenza di Adriano Celentano. È proprio la sua presenza in questo film ad essere un valore aggiunto, perché il molleggiato mette a servizio del suo personaggio, e quindi del film, tutte le sue qualità mimiche e pose plastiche, affinché possano dare vita a siparietti da musical (come l’improvvisata danza della vendemmia) e sia possibile realizzare un film, dal preciso arco narrativo, costruito su dei semplici sketch.

In questo caso, le caratteristiche attoriali del molleggiato vengono messe a servizio di Elia, un agricoltore che vive completamente isolato nel fittizio paesino di Rovignano, lontano dai contesti sociali, cittadini, e da qualsiasi rapporto con il sesso femminile. Il destino ha voluto che Lisa (interpretata da una giovane e bellissima Ornella Muti) è rimasta a piedi, a causa dell’auto rotta, e si trova a chiedere ospitalità al rude campagnolo.

Dal loro incontro in poi, all’inizio ostile – poiché Elia va d’accordo solo con gli animali – diventerà una particolare quanto unica storia d’amore, con un’evoluzione dominata da siparietti, situazioni quasi clownesche e un carattere da bisbetico, poi domato.

Il bisbetico domato frasi

Questo film è famoso anche per le diverse frasi in esso contenute che, nel corso degli anni, sono diventare parte dell’immaginario collettivo e fonte di citazioni.

  • “Con le bestie bisogna parlarci, non sono mica uomini.”
  • Ho capito, non ti piacciono le comiche. Non ti piace ridere. Non ti piace niente.
  • Sapessi come mi fai imbestialire con la tua superiorità, con la tua faccia impassibile. Per te non fa differenza se uno si mette un vestito o un altro. Al limite, se io vado in giro nuda per te è la stessa cosa!
  • “Io sono nato in una fredda sera di inverno esattamente il 4 agosto alle diciannove e venti ossia otto meno quaranta, in questa stanza… mentre nel piano di sotto mia madre passeggiava nervosamente su e giù fumandosi un sigaro di marca Minghetti.”
  • “Mia madre era un uomo alto biondo, uguale a mia nonna.”
  • Ci sposiamo. Qual è la tua risposta affermativa?
  • Lisa: ” Ti piace questo vestito? È di Valentino”. Elia: ” Peccato, pensavo fosse il tuo”.
  • Sono tornata per dirti che sei un imbecille, un bifolco, uno zotico, un maschilista, un cafone e un villano!

Il bisbetico domato location

Le riprese del film, come i tanti di quel periodo e soprattutto quelli che hanno visto Celentano tra i protagonisti, sono avvenuti in alcuni paesi tra il Comasco, il Lecchese, Milano e la Brianza.

Proprio in queste zone ha avuto origine il film: basti pensare che le scene finali dell’allenamento e della partita di basket sono state girate alla palestra Parini di Cantù, in provincia di Como. In effetti, non è un caso visto che la squadra contro cui gioca il Rovignano sia comporta da giocatori della Squibb Cantù. Tra gli altri luoghi utilizzati per le riprese, si può citare Arluno, dove si è girata la scena del benzinaio, situato nei pressi dello svincolo autostradale, mentre la scena dell’autostop ha trovato posto a Oggiono, nei pressi del lago di Annone, situato tra la Brianza e il Lecchese.

Infine, le scene del ristorante sono state girare in un vero ristorante, dal nome Da Pio, appartenente al comune di Somma Lombardo, nel varesotto: se nel film, la vista viene data sul lago, in realtà quelle acque sono appartenenti al fiume Ticino.

Fonti: IMDb,

Il Bianco Il Giallo e il Nero: recensione del film di Sergio Corbucci

In Il Bianco Il Giallo e il Nero Il giovane samurai Sakura (Tomas Milian) si mette sulle tracce di un sacro pony che l’imperatore del Giappone ha inviato in dono ad una colonia giapponese nel vecchio west, ma che è stato rubato da alcuni falsi indiani per provocare una guerra contro i pellerossa stessi. Come riscatto i rapitori chiedono un milione di dollari custoditi in una cassa ed affidati, per la consegna, allo sceriffo Black Jack (Eli Wallach). Ma il bottino fa gola pure allo spregiudicato bandito svizzero Blanc de Blanc (Giuliano Gemma) che, per mettere le mani su di esso, stringe un accordo con lo sceriffo e Sakura, cercando però ovviamente di fregarli in ogni modo…

Analisi: Siamo nel 1974 quando Sergio Corbucci gira uno degli ultimi western italiani. Nella sua enorme carriera il regista romano ha spaziato nei generi più disparati, una carriera multiforme, contraddista da un enorme talento che gli permetteva proprio di sperimentare e cambiare genere con estrema versatilità. Uno degli ambiti nel quale ci ha sicuramente lasciato delle pietre miliari è sicuramente il western: un genere che gli italiani hanno “desunto” dalla tradizione prettamente americana popolata dal mito secessionista, gli indiani, la lotta per i territori, le carovane, i mormoni, i saloon, i banditi e gli eroi solitari e integerrimi alla John Wayne. L’ultimo western, il più “crepuscolare”, è Il Bianco Il Giallo e il Nero datato 1974 e che vede protagonisti tre glorie del genere: Eli Wallach, Tomas Milian e infine Giuliano Gemma, scomparso da pochi giorni e già compianta “faccia d’angelo” che ha segnato un genere con le sue interpretazioni di film memorabili come Una pistola per Ringo (1965) e I giorni dell’ira (1967).

Il Bianco Il Giallo e il Nero è una sorta di divertissement dalla trama improbabile, che mescola la cultura pop, una sorta di antologia del genere “spaghetti western”, con un occhio rivolto però verso il sottogenere dei “Fagioli western”, film dal sapere decisamente più comico come il filone inaugurato da Lo chiamavano Trinità (1970) ed epigoni.

Sicuramente l’aspetto che più colpisce è il gioco meta-cinematografico presente fin dall’inizio: la moglie di Black Jack (il cui nome già richiama un tipo di gioco d’azzardo) si “esibisce” in un delirante monologo costruito dagli sceneggiatori in modo tale da camuffare le citazioni di titoli di altri film western come delle invettive rivolte dalla signora al consorte. Ma il gioco non si esaurisce qui: le autocitazioni sono sparse in tutto il film, dalle tombe alle bare ridenti eredità del “Django” originale, oppure Wallach stesso che rifà il verso all’immortale “brutto” Tuco del film di Leone e Tomas Milian che anticipa le peripezie del “suo” cinese nel cult “delitto al ristorante cinese” improvvisandosi improbabile samurai nipponico dall’umorismo rabeleisiano e dalle enormi- ma esilaranti- difficoltà linguistiche.

Il clima farsesco della pellicola serve a separare definitivamente- come un ultimo, estremo, “canto del cigno” di un genere- il realismo dalla sua trasfigurazione finale in leggera e briosa parodia, camminando però in bilico su di un sottilissimo filo teso tra due entità apparentemente così distanti e distinte.

Il bene comune: ecco il trailer del nuovo film di e con Rocco Papaleo

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Disponibile il trailer di Il Bene Comune, il nuovo film di e con Rocco Papaleo, con protagoniste Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Vanessa Scalera, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano. Al cinema dal 12 marzo distribuito da PiperFilm.

Una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa presto un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse.

In una natura dura e bellissima, attraversata da una solidarietà inattesa, emergono frammenti di vite complesse, ferite ancora aperte e il bisogno profondo di essere viste e ascoltate. Parlare, cantare, dare un nome a ciò che si è vissuto diventa un modo per sciogliere tensioni e ritrovare un senso di appartenenza, almeno finché un evento improvviso non rimette tutto in discussione. Perché, a volte, raccontarsi è già un primo passo verso qualcosa di più grande.

Il Bene Comune, recensione dell’ultimo film di Rocco Papaleo

Il Bene Comune, recensione dell’ultimo film di Rocco Papaleo

Con Il Bene Comune, dal 12 marzo al cinema, Rocco Papaleo torna a raccontare la sua Basilicata e le connessioni che tengono insieme le persone. Dopo Basilicata Coast to Coast, il regista lucano riprende il dialogo con la sua terra, ma lo fa spostando il baricentro dal viaggio geografico a quello umano, emotivo e collettivo.

Noi di paese sogniamo a vanvera

Biagio Riccio (Papaleo) è una guida turistica che attraversa i parchi e gli alberi secolari della Lucania come fossero pagine di un libro da sfogliare con rispetto. Accanto a lui c’è il nipote Luciano (Andrea Fuorto), presenza giovane e partecipe, quasi un riflesso più inquieto e contemporaneo di quello zio sognatore che sembra vivere sospeso tra realtà e narrazione.

“Noi di paese sogniamo a vanvera”, dice Biagio. Ed è in questo sogno che anche noi spettatori veniamo trascinati, invitati a muoverci tra le vite di personaggi che si incontrano quasi per caso, ma che nel caso trovano un senso.

il bene comuneLe donne e la casa di accoglienza

Raffaella Fusaro (Vanessa Scalera) è un’attrice che conduce un corso teatrale sensoriale per quattro ospiti di una casa di accoglienza: Gudrun (Teresa Saponangelo), Samanta (Claudia Pandolfi), Fiammetta (Livia Ferri) e Anny (Rosanna Sparapano).

Sono quattro donne segnate da traumi, pregiudizi, violenze, ma anche da una vitalità creativa che il teatro riesce a liberare. L’incontro con Biagio e Luciano avviene durante una gita programmata nella natura lucana, e proprio in quel contesto – tra alberi, sentieri e silenzi – le loro storie iniziano a intrecciarsi.

Il film non indulge mai nel pietismo: evita la melassa, schiva la retorica e sceglie la via della tragicommedia. Si ride, spesso, ma si ride di un riso che nasce dal riconoscimento, non dalla derisione.

Teatro canzone e metanarrazione

Il Bene Comune si scardina su una costante presenza metateatrale, nella sua forma più magica: il teatro canzone. La scena si apre e si richiude come un sipario invisibile, i personaggi si fermano davanti alla macchina da presa, i monologhi diventano confessioni dirette all’interno di una bellissima chiesa in rovina, la musica – jazz, morbida, a tratti onirica – accompagna e commenta.

Alla linea narrativa del presente si sovrappongono i flashback, che permettono di approfondire le storie individuali dei singoli personaggi, e una dimensione onirica che non è fuga, ma amplificazione poetica della realtà. Papaleo orchestra questi tre livelli con una leggerezza che non è superficialità, ma consapevolezza del mezzo: il cinema che guarda al teatro e lo ingloba, senza mai rinnegarlo.

il bene comuneComicità e armonia tra maschile e femminile

La comicità del film è sottile, stratificata, mai urlata. Nasce dallo scarto tra aspettativa e realtà, dal prendersi poco sul serio, dal lasciare spazio all’imprevisto. Papaleo lavora su un umorismo che alleggerisce senza svuotare, che permette ai personaggi di attraversare il dolore senza esserne schiacciati.

In questo equilibrio si inserisce la straordinaria forza dei personaggi femminili: Gudrun, Samanta, Fiammetta e Anny non sono mai figure accessorie, ma veri motori emotivi e narrativi. Accanto a loro, Raffaella incarna un femminile creativo e generativo, capace di trasformare la fragilità in linguaggio. L’integrazione tra maschile e femminile è uno degli elementi più originali del film: Biagio non domina la scena, la condivide; ascolta, si espone, si mette in discussione. Ne nasce un dialogo armonico, in cui sensibilità diverse si completano senza annullarsi, componendo un perfetto contrappunto alla struttura narrativa.

Abbattere i luoghi comuni

Il Bene Comune è una pellicola che lavora per sottrazione di cliché. Scardina i luoghi comuni sulla provincia, sulle donne fragili, sugli uomini sensibili, sull’arte come passatempo elitario. Papaleo mette al centro la narrazione come atto politico e poetico insieme.

“Raccontare è il modo migliore per non limitarsi, abbattere le differenze e favorire il bene comune”, afferma Biagio. Ed è questa la chiave del film: il racconto come strumento di emancipazione, come ponte tra solitudini, come gesto di cura.

il bene comune
Il Bene Comune – screen dal trailer

Il Bene Comune: un cinema che cerca armonia

C’è una dimensione musicale che attraversa tutto il film, non solo nelle canzoni ma nel ritmo stesso delle scene, nel modo in cui i dialoghi si alternano ai silenzi, nella costruzione quasi armonica dei personaggi. Ognuno è una nota che trova senso solo nell’insieme.

Papaleo firma un’opera dichiaratamente teatrale, ma profondamente cinematografica nella capacità di usare il paesaggio – la natura lucana, i suoi parchi, i suoi alberi antichi – come specchio interiore. Non è solo uno sfondo: è una presenza viva, una memoria collettiva che invita a resistere.

In definitiva, Il Bene Comune è un film che crede nella comunità senza idealizzarla, che parla di dolore senza compiacersene, che usa la leggerezza come forma di profondità. Un’opera sincera, che prova a ricordarci che il bene non è mai solo individuale: è un esercizio quotidiano di ascolto, racconto e condivisione.

Il Baywatch cinematografico affidato Robert Ben Garant

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Il Baywatch cinematografico affidato Robert Ben Garant

Il film Baywatch ha finalmente trovato il regista: Robert Ben Garant, co-creatore e co-protagonista della serie Reno 911! e co-sceneggiatore di Una notte al museo (2006). Il Baywatch per il grande

Il Batman futuristico di Mohammed Z. Mukhtar [FOTO]

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Il Batman futuristico di Mohammed Z. Mukhtar [FOTO]

Il personaggio di Batman della DC Comics, si presta molto ad interpretazioni svariate sul suo look e sul suo armamento e oggi tra le tante versione arriva la spettacolare concezione dell’artista Mohammed Z. Mukhtar, che ha concepito un Batman corazzato e futuristico:

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Il bat-arsenale nelle nuove immagini di Batman v Superman

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Il bat-arsenale nelle nuove immagini di Batman v Superman

Ecco tantissime nuove immagini da Batman v Superman Dawn of Justice ricavate da screenshot dell’album di figurine realizzato per il film. Nelle immagini possiamo dare uno sguardo da vicino al portentoso bat-arsenale di Bruce Wayne/Ben Affleck, al quale l’oscuro eroe si affiderà per provare a sconfiggere Superman.

GUARDA IL TRAILER FINALE ITALIANO DEL FILM

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Qui di seguito la trama ufficiale del film:

“Temendo le azioni incontrastate di un supereroe pari ad una divinità, il formidabile e fortissimo vigilante di Gotham City decide di affrontare il più riverito salvatore di Metropolis , mentre il mondo si batte per capire di quale tipo di eroe ha bisogno. E con Batman e SupBatman v Superman - Copiaerman in guerra, sorge qualcosa di nuovo che mette l’umanitá in un pericolo mai conosciuto prima”.

Ricordiamo che Batman v Superman Dawn of JusticeZack Snyder è stato scritto da Chris Terrio, da un soggetto di David S. Goyer. In Batman v Superman saranno presenti Henry Cavill nel ruolo di Superman/Clark Kent e Ben Affleck nei panni di Batman/Bruce Wayne. Nel cast ci saranno anche: Amy AdamsLaurence FishburneDiane LaneJesse EisenbergRay Fisher, Jason Momoa e Gal GadotBatman v Superman Dawn of Justice arriverà nelle sale di tutto il mondo il 6 maggio 2016.

Il Baracchino: recensione della miniserie animata di Prime Video

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Il Baracchino: recensione della miniserie animata di Prime Video

Cosa succede quando uno storico locale di stand-up comedy rischia la chiusura, e a tentare di salvarlo è un gruppo di comici improbabili quanto bizzarri? Il Baracchino, prima miniserie animata firmata dallo studio palermitano Megadrago, diretta da Salvo Di Paola e Nicolò Tuccì, racconta proprio questo: sei episodi che oscillano tra l’omaggio e la satira, tra l’arte e il delirio, con un’identità che sfugge alle etichette e una sorprendente coerenza interna.

La trama e il cast stellare di Il Bagaglino

Il Baracchino – Prime Video

La trama ruota attorno a Claudia (voce di Pilar Fogliati), idealista erede spirituale della zia comica Tatiana, decisa a salvare il locale di stand-up Il Baracchino dalla chiusura. Dall’altro lato, il proprietario Maurizio (doppiato da Lillo), unicorno scolorito, non vede alcun futuro né alcun talento, scoraggiato, più che incattivito, dalle difficoltà di fare da agente ai comici. E in effetti la squadra di Claudia è un’armata Brancaleone dell’umorismo: un piccione cinico e fumatore incallito (Luca, voce di Luca Ravenna), un Leonardo Da Vinci confuso e in cutout animation (Edoardo Ferrario), un alieno che ci tiene troppo a dire di essere umano (John Lumano, Daniele Tinti), la Morte stessa (Marco, interpretato da Stefano Rapone), e altre perle come Noemi Ciambell (Michela Giraud), la triceratopo Tricerita (Yoko Yamada) e Larry Tucano (l’irresistibile Pietro Sermonti). E poi c’è Donato, una ciambella con un buco anche nell’anima, doppiata da Frank Matano, e Gerri, tuttofare malinconico e tenerissimo a cui presta la voce lo stesso Di Paola.

Il Baracchino punta tutto sul tono: ricerca un costante equilibrio tra assurdo e amarezza, tra turpiloquio e riflessione, con il quinto episodio che diventa una vera e propria seduta di elaborazione del lutto, con tanto di disclaimer iniziale (forse un po’ troppo). L’anima nera della stand-up affiora senza retorica puntando il dito con leggerezza sulle storture del nostro mondo. La serie spicca per l’apparente semplicità con cui amalgama il cinismo e la disperazione dei suoi protagonisti, che ne smaschera una sincerità disarmante. Di Paola, con background nell’animazione e nella stand-up, riesce a fondere due linguaggi solitamente distanti in un prodotto organico, che funziona sia sul piano visivo sia su quello drammaturgico.

Il Baracchino – Prime Video

Una serie tecnicamente molto ricca

Ma è sul piano tecnico che la serie diventa davvero interessante. Il bianco e nero dal sapore noir, lo stile da “backstage animato” e il mix di tecniche (CGI, stop motion, disegno a mano, cutout) danno vita a un universo ricco e coerente nella sua varietà. Ogni personaggio ha un proprio stile visivo, che ne potenzia l’identità comica e simbolica, e così l’animazione diventa linguaggio emotivo più che narrativo. In questo senso, Il Baracchino strizza l’occhio a produzioni dal profilo internazionale, come gli Spider-Verse, dove la molteplicità di stili aveva però una spiegazione drammaturgica e non era “soltanto” una rappresentazione del sé di ogni personaggio.

Con un cast vocale stellare, Il Baracchino è una delle sorprese più originali e coraggiose dell’animazione italiana recente: irriverente, grottesca, malinconica e appassionata, è una dichiarazione d’amore alla comicità nella sua forma più contemporanea e “di moda”.

Il bar delle grandi speranze: la storia vera dietro al film di George Clooney

Con Il bar delle grandi speranze (leggi qui la recensione), George Clooney porta sullo schermo una storia di formazione intima e nostalgica che si muove tra le strade della Long Island degli anni Settanta e Ottanta, raccontando l’infanzia e la crescita di un ragazzo segnato dall’assenza del padre. Basato sull’omonimo memoir di J.R. Moehringer, il film segue il giovane JR mentre cerca punti di riferimento maschili all’interno del bar dello zio Charlie, un luogo che diventa rifugio emotivo, scuola di vita e osservatorio privilegiato sull’umanità. Attraverso dialoghi pieni di malinconia e personaggi imperfetti ma autentici, il film costruisce un racconto che parla di identità, famiglia e desiderio di appartenenza.

Fin dalla sua uscita, molti spettatori si sono chiesti quanto di ciò che viene raccontato sia realmente accaduto. La risposta è semplice: Il bar delle grandi speranze è davvero tratto da una storia vera, anche se la versione cinematografica modifica alcuni eventi e semplifica diversi passaggi della vita del vero J.R. Moehringer. Il film resta però profondamente legato all’esperienza personale dello scrittore e giornalista americano, tanto che lo stesso autore ha partecipato alla produzione come executive producer per garantire che il cuore emotivo della sua storia rimanesse intatto.

La vera storia di J.R. Moehringer raccontata in Il bar delle grandi speranze

La base reale di Il bar delle grandi speranze nasce direttamente dalla vita di John Joseph Moehringer Jr., nato nel 1964 e cresciuto da una madre single dopo l’abbandono del padre, un deejay radiofonico conosciuto con il nome d’arte di Johnny Michaels. Proprio come nel film, il giovane JR trascorse gran parte dell’infanzia a cercare una figura paterna capace di colmare quel vuoto emotivo che sentiva costantemente presente nella sua vita. La particolarità della sua situazione era che il padre, pur essendo assente fisicamente, continuava a esistere come voce familiare alla radio, creando una presenza quasi fantasmatica che influenzò profondamente la crescita dello scrittore.

Trasferitosi con la madre a Manhasset, a Long Island, JR trovò un punto di riferimento nello zio Charlie e nel suo bar, il celebre Dickens, oggi conosciuto come Publicans. Quel locale non era semplicemente un pub di quartiere, ma una sorta di comunità alternativa popolata da uomini pieni di difetti, ironia e storie personali spesso complicate. Proprio lì il giovane Moehringer imparò a osservare il comportamento umano, ad ascoltare racconti e a sviluppare quella sensibilità narrativa che lo avrebbe portato a diventare uno scrittore e giornalista di successo. Nel memoir originale, il bar viene descritto quasi come una biblioteca emotiva, un luogo in cui il protagonista impara più sulla vita che a scuola o all’università.

the tender bar

Il rapporto con lo zio Charlie e il bar Dickens: il cuore autentico della storia vera

Uno degli elementi più riusciti del film diretto da George Clooney è il rapporto tra JR e lo zio Charlie, interpretato da Ben Affleck. Questa relazione è profondamente radicata nella realtà e rappresenta il vero nucleo emotivo della storia. Il vero Charlie Moehringer fu davvero la figura maschile più importante nella vita dello scrittore durante l’infanzia e l’adolescenza. In diverse interviste, J.R. Moehringer ha raccontato come sua madre avesse volutamente affidato parte della sua educazione proprio agli uomini del bar, convinta che il figlio avesse bisogno di modelli maschili positivi per crescere.

Nel film, Dickens appare come un posto quasi mitologico, pieno di personaggi eccentrici e memorabili, e questa rappresentazione deriva direttamente dai ricordi dell’autore. Molti degli habitué mostrati sullo schermo sono infatti ispirati a persone reali frequentate da Moehringer durante la giovinezza. Attraverso quelle conversazioni notturne, le partite guardate insieme e le discussioni apparentemente banali, JR sviluppò il proprio modo di guardare il mondo. Anche l’amore per la scrittura nasce in quel contesto fatto di storie raccontate al bancone, osservazioni ironiche e dialoghi pieni di umanità. Il film enfatizza molto questo aspetto romantico e nostalgico, ma il memoir originale conferma che il bar ebbe davvero un ruolo fondamentale nella formazione personale e professionale dell’autore.

Quanto è accurato Il bar delle grandi speranze rispetto alla vera vita di J.R. Moehringer

Pur essendo basato direttamente sull’autobiografia di J.R. Moehringer, il film si prende alcune libertà narrative per rendere il racconto più compatto e cinematografico. Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda la struttura temporale della vita dello scrittore. Nel film sembra quasi che JR arrivi rapidamente all’idea di trasformare la propria esperienza in un libro già durante gli anni universitari a Yale, mentre nella realtà Moehringer trascorse oltre vent’anni lavorando come giornalista prima di scrivere il memoir pubblicato nel 2005.

Anche alcune fasi importanti della sua vita vengono ridotte o eliminate completamente. Il film, ad esempio, sorvola sul periodo trascorso in Arizona durante il liceo, preferendo mantenere quasi tutta la narrazione ancorata alla Long Island nostalgica dell’infanzia. Questa scelta permette a George Clooney di preservare un’atmosfera coerente e malinconica, ma semplifica inevitabilmente il percorso reale dell’autore. Allo stesso modo, il film tende a rendere più calorosi e armoniosi alcuni rapporti familiari che nel memoir risultavano molto più complessi, conflittuali e dolorosi. Tuttavia, nonostante queste modifiche, il tono generale resta molto fedele alla realtà emotiva raccontata da Moehringer nel libro.

Daniel Ranieri e Lily Rabe in Il bar delle grandi speranze

La carriera di J.R. Moehringer dopo gli eventi del film e il successo del memoir

La parte finale di Il bar delle grandi speranze lascia intuire il futuro professionale del protagonista, ma la vera carriera di J.R. Moehringer è stata ancora più importante di quanto il film mostri. Dopo gli studi a Yale, Moehringer iniziò infatti a lavorare come assistente al The New York Times, per poi diventare reporter al Los Angeles Times. Fu proprio il suo lavoro giornalistico a consacrarlo definitivamente: nel 2000 vinse infatti il Premio Pulitzer per un reportage dedicato alla comunità di Gee’s Bend, in Alabama.

Successivamente, Moehringer si affermò anche come autore e ghostwriter di fama internazionale. Oltre al memoir The Tender Bar, pubblicò il romanzo Sutton, dedicato al celebre rapinatore Willie Sutton, e collaborò alla stesura di autobiografie molto famose come Open del tennista Andre Agassi e Shoe Dog del fondatore della Nike Phil Knight. Negli ultimi anni è diventato noto anche per aver collaborato alla scrittura dell’autobiografia del principe Harry, confermando quanto la sua voce narrativa sia diventata influente nel panorama editoriale contemporaneo. Tutto questo dimostra come il ragazzo cresciuto ascoltando storie in un bar di Long Island sia riuscito davvero a trasformare quelle esperienze in una carriera letteraria straordinaria.

La forza di Il bar delle grandi speranze sta nel raccontare una storia vera senza trasformarla in un mito artificiale

Ciò che rende Il bar delle grandi speranze particolarmente interessante rispetto ad altri film autobiografici è il suo approccio estremamente umano e misurato. George Clooney evita quasi sempre il melodramma e preferisce concentrarsi sui piccoli dettagli quotidiani che definiscono davvero una crescita personale: le conversazioni ascoltate di nascosto, le delusioni sentimentali, il bisogno costante di approvazione e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo. Anche quando il film modifica o semplifica alcuni eventi, mantiene intatto il senso profondo del memoir di J.R. Moehringer.

Ed è proprio questa autenticità emotiva a spiegare perché la storia abbia colpito così tanti spettatori. Il film non racconta soltanto la formazione di uno scrittore, ma mostra come luoghi apparentemente ordinari possano diventare fondamentali nella costruzione dell’identità di una persona. Il bar Dickens non è semplicemente un locale: è il simbolo di una comunità imperfetta che prova comunque a proteggere e guidare chi si sente smarrito. In questo senso, la vera storia dietro Il bar delle grandi speranze è molto meno spettacolare di tante altre biografie hollywoodiane, ma proprio per questo risulta incredibilmente più sincera e universale.

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo: trailer del corto Apple in uscita il 25 dicembre

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Apple ha rilasciato il trailer del cortometraggio animato “Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo“, basato sull’amato best seller di Charlie Mackesy. Una storia di gentilezza, amicizia, coraggio e speranza per gli spettatori di tutte le età che farà il suo debutto il giorno di Natale su Apple TV+.

Un viaggio toccante e sentito che segue l’improbabile amicizia tra un bambino, una talpa, una volpe e un cavallo che si avventurano insieme alla ricerca della casa del ragazzo. Con le illustrazioni del celebre autore Charlie Mackesy, animate da bellissimi disegni a colori fatti a mano, ai protagonisti del film prestano la voce il vincitore del BAFTA Award Tom Hollander (“The White Lotus”) nei panni della Talpa, il vincitore del SAG Award Idris Elba (“Luther”) nei panni della Volpe, Gabriel Byrne (“All Things Bright and Beautiful”) in quelli del Cavallo e l’esordiente Jude Coward Nicoll in quelli del Bambino.

Matthew Freud presenta un film di Charlie Mackesy, prodotto dalla candidata all’Oscar® Cara Speller (“Pear Cider and Cigarettes”) per conto di NoneMore Productions e da JJ Abrams e Hannah Minghella per conto di Bad Robot Productions. Diretto da Peter Baynton (“The Tiger Who Came To Tea”) e Charlie Mackesy, il film è un adattamento del libro originale in collaborazione con Jon Croker (“Paddington 2”) ed è prodotto da Jony Ive e dal candidato all’Oscar Woody Harrelson (“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”). La colonna sonora originale è della compositrice Isobel Waller-Bridge, eseguita dalla BBC Concert Orchestra e diretta da Geoff Alexander.

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo” è presentato in collaborazione con la BBC, che lo presenterà in anteprima nel Regno Unito, mentre il film sarà disponibile in tutto il mondo su Apple TV+ il giorno di Natale.

La crescente offerta di serie e film originali pluripremiati per bambini e famiglie su Apple TV+ comprende anche straordinarie proposte per tutte le età, come la serie vincitrice del Premio Humanitas e del BAFTA Children & Young People’s Award “Supersorda”, la serie vincitrice del BAFTA Children & Young People’s Award “La nostra piccola fattoria”, “Anatra e Oca” e “Pigna e Pony”; la serie vincitrice del Peabody Award “Acquasilente”, il vincitore del Daytime Emmy Award “Helpsters” di Sesame Workshop, “Wolfboy e la fabbrica del tutto” della HITRECORD di Joseph Gordon-Levitt e Bento Box Entertainment, “I tuoi amici Sago Mini”, il candidato al Children & Family Emmy Award “Ciao, Jack! Che spettacolo la gentilezza” di Jack McBrayer e Angela C. Santomero, “Snoopy nello spazio”, la serie candidata al Daytime Emmy Award, “Le avventure di Snoopy”, “Mettiamoci in moto Otis!” e “Coccodè, tocca a me!”. Tra le proposte live-action ci sono “Ambra Chiaro” di Bonnie Hunt, “Un passo alla volta”, “Le ragazze del Surf”, “La vista secondo Ella”, la serie vincitrice del Daytime Emmy Award “Lo scrittore fantasma” di Sesame Workshop, “Cuccioli cercano casa” e “Circuit Breakers”, vincitrice dell’Environmental Media Award.

in questa rosa sono inclusi anche gli speciali dei Peanuts e di WildBrain, tra cui “Le piccole cose contano, Charlie Brown”, candidato al Children’s & Family Emmy Award, “Snoopy presenta: la scuola di Lucy”, “A mamma (e papà) con amore”, il candidato all’Annie Award, “Snoopy presenta: Anno nuovo vita nuova, Lucy” e “Noi siamo qui: dritte per vivere sul pianeta Terra”, l’evento televisivo vincitore del BAFTA Children & Young People’s Award e del Daytime Emmy Award basato sul libro best-seller del New York Times e TIME Best Book of the Year di Oliver Jeffers. Apple TV+ amplierà presto la sua offerta con “Jane”, una nuova serie mission-driven di J.J. Johnson, Sinking Ship Entertainment e del Jane Goodall Institute.

Nell’offerta di film per bambini e famiglie sono compresi il film d’animazione “Luck” di Apple Original Films e Skydance Animation e il film d’animazione “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi”, nominato agli Oscar® e vincitore del BAFTA Children & Young People Award.