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Lasciatelo dire! dal 13 luglio on demand, il trailer

Lasciatelo dire! dal 13 luglio on demand, il trailer

LASCIATELO DIRE!, diretto dal regista e sceneggiatore Eric Lavaine (Benvenuti a bordo, Barbecue, Torno da mia madre), sarà disponibile dal 13 luglio (distribuito da Cloud 9 Film) sulle maggiori piattaforme digitali: SKY PRIMAFILA, CHILI, RAKUTEN, TIM VISION, APPLE TV, INFINITY TV, GOOGLE PLAY, CG DIGITAL e THE FILM CLUB.

LASCIATELO DIRE! è una commedia divertente e irriverente che affronta con leggerezza e ironia un tema delicato come la disabilità (l’ipovisione, o cecità).

Il cast è composto da Alexandra Lamy (Ricky, Torno da mia madre, Lucky Luke), Josè Garcia (Grandi bugie tra amici, Asterix alle Olimpiadi, Bastille Day – Il colpo del secolo) e Michaël Youn (Braccialetti rossi serie TV; Chef).

SINOSSI

Il film ruota intorno alla storia di una coppia di sposi, Béatrice e Frédéric. Quest’ultimo è rimasto coinvolto in un incidente che disgraziatamente lo ha privato della vista. Nonostante questo però Frédéric non ha perso il suo spirito, anzi, questa esperienza ha dato una svolta inattesa alla sua vita. E’ diventato ossessionato dal cibo e praticamente ha perso ogni filtro sociale, dice tutto quello che gli passa per la testa senza tenere conto di tatto, educazione o imbarazzo, creando situazioni a dir poco deliranti.

Lasciarsi un giorno a Roma: recensione del film di e con Edoardo Leo

La conclusione di un amore, anzi due. La nuova commedia romantica Sky OriginalLasciarsi un giorno a Roma, affronta la fase più amara di una relazione in modo tanto ironico quanto profondo. Il film di Edoardo Leo ha come protagoniste due coppie in crisi che parallelamente tentano di rimarginare le proprie storie. Riusciranno entrambe a superare la crisi?

Lasciarsi un giorno a Roma: la trama

Tommaso (Edoardo Leo) è uno scrittore: ha pronto un libro che non vuole essere pubblicato dall’editore per il finale troppo triste. Nel frattempo, scrive una posta del cuore su un magazine femminile in cui, spacciandosi per Gabriel Garcia Marquez, dà consigli amorosi a sconosciuti. Un giorno, tra le tante anonime e strampalate lettere, Tommaso trova una storia a lui famigliare: la sua compagna Zoe ha scritto alla rubrica di Marquez perché vuole lasciarlo, ma non sa come farlo in modo indolore. Lo scrittore, nascosto dietro l’identità del finto Marquez, inizia quindi a chattare con la compagna. In un tentativo disperato di rimarginare il rapporto con la compagna, fa di tutto, cambia se stesso pur di non perdere Zoe.

Contemporaneamente, anche una coppia di amici di Tommaso è in crisi: lei (Claudia Gerini) è il sindaco di Roma e, oberata dal lavoro, sta completamente trascurando la figlia e il marito (Stefano Fresi) vuole separarsi dalla ”fredda signora” che è diventata la moglie.

Coppie parallele e opposte

Lasciarsi un giorno a Roma segue le due storie, cogliendo all’interno delle coppie simmetrie ma anche sfumature e differenze. Da un lato, la donna in carriera, fredda e estremamente indipendente, vuole lasciare il compagno pacato, accomodante e, in fin dei conti, poco stimolante. Dall’altro, abbiamo una moglie nuovamente molto affermata sul lavoro – Claudia Gerini è il sindaco di Roma – che sta per essere lasciata dal marito: Fresi rivuole la vita tranquilla di coppia, resa impossibile dalla carriera di lei. Le dinamiche sono le stesse, ma gestite in modo completamente diverso dalle persone coinvolte.

Entrambe le coppie sono squilibrate: un partner vuole farla finita, l’altro no. I motivi sono credibilissimi e comprensibili al pubblico. Molti argomenti affrontati sono quelli in cui anche la maggior parte delle persone s’imbatte dopo anni vissuti accanto a qualcun altro, soprattutto nelle fasi di cambiamento.

Un film conflittuale

Amore contro carriera. Indipendenza contro condivisione. Ecco i temi che mettono in crisi i protagonisti di Lasciarsi un giorno a Roma. I motivi di scontro nelle coppie sono attualissimi e rappresentati realisticamente. Non è difficile immedesimarsi in Tommaso o Zoe, nei loro turbamenti e nei litigi che non portano mai ad una soluzione.

Le discussioni sono essenziali all’interno di Lasciarsi un giorno a Roma: sono ciò che dà emozione alle scene e carattere ai personaggi, mostrandone luci e ombre. Il film è un racconto intimo delle relazioni, che vuole mostrare di tutti i protagonisti, anche di quelli apparentemente più freddi, le debolezze, le insicurezze. In sostanza, tutti quei particolari che emergono solo nelle storie d’amore, soprattutto quelle lunghe e profonde.

L’intraprendenza femminile spaventa?

Marta Nieto è una manager di una azienda che realizza videogiochi. Claudia Gerini interpreta il sindaco di Roma. Accanto a entrambe ci sono due uomini meno affermati a livello lavorativo, ma soprattutto con caratteri molto più pacati. Lasciarsi un giorno a Roma mette da parte lo stereotipo, ormai antico, dell’uomo in giacca e cravatta accompagnato dalla moglie casalinga, ma ne crea uno nuovo. Perché una donna che lavora ‘ai piani alti’ deve per forza essere fredda e acida? Perché il suo partner dev’essere un ‘mammo’, un perdigiorno, un eterno ragazzino?

Nonostante la volontà di Leo di mostrare la nuova coppia di oggi, il film non va troppo oltre lo stereotipo dei personaggi costruiti.

C’è un vero finale in Lasciarsi un giorno a Roma?

Ad un certo punto della storia, ci si chiede dove il film voglia andare a parare. La trama alterna momenti abbastanza concitati a pause e dilatazioni non sempre necessarie. Certo, il film è riflessivo e non reggerebbe senza i fiumi di parole, le dichiarazioni e le frasi romantiche di cui è denso. Tutto questo parlare, per due ore di film, ostacola però l’azione e, indubbiamente, l’attenzione per lo spettatore.

In sostanza, Lasciarsi un giorno a Roma è la commedia che ci si aspetta di vedere nel 2021: un mix di romanticismo e umorismo, un po’ di esagerazione all’italiana e un tocco superficiale a temi sociali.

Lasciarsi un giorno a Roma dal 1 gennaio su SKY e NOW

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Lasciarsi un giorno a Roma dal 1 gennaio su SKY e NOW

Arriverà il 1° gennaio alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand, il nuovo film Sky Original, Lasciarsi un giorno a Roma, una co-produzione italo-spagnola Italian International FilmNeo Art Producciones con Vision Distribution, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano.

Lasciarsi un giorno a Roma è un film di Edoardo Leo, con Edoardo Leo (Noi e la Giulia, Perfetti Sconosciuti, Smetto Quando Voglio, La dea fortuna), Marta Nieto (Madre, Tres, El Camino De Los Ingleses), Claudia Gerini(Ammore e Malavita, The Passion, Viaggi di Nozze) e Stefano Fresi (Romanzo Criminale, Smetto Quando Viglio, La Befana Vien di Notte).

La trama

Quanto è difficile separarsi dopo un lungo rapporto, dopo dieci anni di convivenza o di matrimonio? Quanto è difficile trovare le parole, i modi? Quanto è complicato voler lasciare un uomo senza farlo soffrire? E se un giorno, in un momento di disperazione e solitudine si scrivesse ad una posta del cuore? Per sfogarsi o per trovare qualcuno che ci suggerisse come fare, come riuscire a separarci senza far soffrire il nostro partner? Ma soprattutto cosa succederebbe se quella lettera anonima arrivasse proprio al nostro compagno?

Il regista Edoardo Leo ha dichiarato: “In questi anni sono successe, a livello professionale, molte cose per me e molto diverse tra loro. Questi fatti artistici hanno avuto una costante, il rapporto con Sky – Vision Distribution nei miei film come interprete e soprattutto il percorso iniziato insieme nei miei film da regista e sceneggiatore, tutti prodotti da Italian International Film. Ci siamo ‘scelti’ e abbiamo tanti progetti in cantiere tra film realizzati e altri ancora da fare. Ma tutto è iniziato con un innamoramento, esattamente come accade nel film, con Lasciarsi un giorno a Roma. Sono stato il primo ad essere prodotto subito dopo il lockdown e, nonostante le difficoltà evidenti, mi hanno permesso di realizzare una grande coproduzione internazionale con un cast meraviglioso. Una grande star spagnola come Marta Nieto e due amici come Claudia Gerini e Stefano Fresi. Una storia che volevo realizzare da molto tempo e che, in questo momento storico così particolare, sono felice sia stata scelta come Sky Original per Capodanno”

Antonella d’Errico, Executive Vice President Programming Sky Italia ha dichiarato: “Siamo molto felici di iniziare il 2022 con il film di Edoardo Leo, che si inserisce nel solco dei film Sky Original su cui continuiamo a investire e a lavorare intensamente e che hanno portato, in appena un anno, risultati sorprendentemente positivi. Lasciarsi Un Giorno A Roma – prodotto con i nostri partner Vision e Italian International Film – è un film importante per Edoardo, che segna il suo ritorno da autore e interprete ad una storia intima, in cui i sentimenti vengono raccontati con il giusto e delicato equilibrio, grazie anche a un cast eccellente. E lo è per Sky, il film perfetto per il primo giorno dell’anno, una data importante per tutti e per il pubblico di Sky Cinema”.

Federica Lucisano, Amministratore Delegato di Italian International Film (Gruppo Lucisano) ha dichiarato: “Questo film regala emozioni indimenticabili e sono felice di poterle offrire al grande pubblico di Sky proprio durante il periodo delle festività. È una gioia ed un segno di grande speranza lanciare un film così bello proprio il primo giorno del nuovo anno. Ringrazio Edoardo Leo, Sky e Vision Distribution per aver condiviso con noi il percorso che ci ha portati fino a qui.”

Massimiliano Orfei, amministratore delegato di Vision Distribution ha dichiarato: “Con Vision siamo orgogliosi di continuare questo percorso accanto a Edoardo, che lo vede impegnato come autore, attore e regista in diversi progetti insieme a noi. Lasciarsi un giorno a Roma è un film in cui noi abbiamo creduto dall’inizio e siamo certi che incontrerà il gusto del suo pubblico nel periodo delle feste.”

 

Lasciami entrare: A&E vuole la serie tv

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Lasciami entrare: A&E vuole la serie tv

Lasciami entrare-serieIl network americano A&E ha annunciato ufficialmente che sta sviluppando una serie televisiva tratta da Lasciami entrare,romanzo scritto dall’autore svedese John Ajvide Lindqvis che ha già avuto due adattamenti al cinema, quello svedese cult di Tomas Alfredson, e quello USA Let me in di Matt Reeves.

Lo show sarà sviluppato da Jeff Davis, showrunner di Teen Wolf. Alla scrittura partecipera anche l’attore e autore Brandon Boyce. Produttori saranno invece Marty Adelstein, Becky Clements, e Simon Oakes dei A+E Studios.

Lasciami entrare  è un romanzo horror del 2004 dello scrittore svedese John Ajvide Lindqvist pubblicato in Italia da Marsilio Editore il 26 ottobre 2006.

Le vicende si svolgono nell’inverno del 1981 a Blackeberg, sobborgo di Stoccolma, dove nasce un rapporto d’amicizia tra il dodicenne Oskar e una ragazzina vampiro di nome Eli. Il libro si concentra sul lato più oscuro dell’umanità, trattando temi attuali come il bullismo, la sociopatia, la droga, la diffusione della criminalità giovanile, la pedofilia, la prostituzione e l’omicidio, il tutto alla luce di un racconto che si fonda su una base evidentemente soprannaturale.

Questo romanzo, accostato in qualche caso ad opere dello scrittore statunitense Stephen King, rappresenta in effetti una sorta di ideale evoluzione del suo romanzo Le notti di Salem del 1977, in cui, in modo analogo, si utilizzava il racconto di terribili vicende di vampirismo come occasione per interrogarsi anche su alcuni aspetti negativi e inquietanti che dominano il tessuto sociale contemporaneo.

La parte iniziale del libro, con una descrizione accurata dell’ambiente sociale in cui si muovono i personaggi, si contrappone in modo inatteso allo sviluppo spaventosamente orrorifico che domina la seconda metà dell’opera, dove la narrazione cinica e distaccata dell’autore acuisce lo smarrimento e l’effetto spaesante provocato da non poche situazioni di estrema violenza.

Il romanzo è stato un best seller in Svezia e successivamente è stato tradotto in diverse lingue, tra cui tedesco, russo e inglese.

Lasciami entrare recensione del film di Thomas Alfredson

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Lasciami entrare recensione del film di Thomas Alfredson

Lasciami entrare – Dal 1897, data di uscita di Dracula di Bram Stoker, ad oggi, molti sono stati gli scrittori ed i registi che si sono lasciati ispirare dal grandissimo romanzo gotico dello scrittore irlandese. Chi più chi meno, tutti hanno mantenuto i tratti affascinanti del terribile e sanguinario conte Dracula, pur con nomi diversi e varianti tra il serio ed il faceto. Tuttavia, mai come nel caso di Lasciami Entrare (Låt den rätte komma in di Thomas Alfredson), il mito del vampiro è stato stravolto ed allo stesso tempo conservato con tali tratti di grazia e gradevolezza.

Lasciami entrare racconta la storia di una bambina, una piccola vampira, che viene accudita da un uomo (probabile che non si tatti del padre), che la notte caccia per lei, affinché possa sopravvivere. Questo piccolo gioiello svedese conserva una fedeltà quasi romantica al romanzo e, pur sembrando un film che starebbe bene nella selezione delle pellicole per il Giffoni Film Festival, assume tratti inquietanti ed allo stesso tempo misteriosi, uscendo dal genere splatter- horror che purtroppo imperversa nelle sale cinematografiche, per elevarsi ad un horror, oserei dire raffinato, raccontato con toni intimisti ma freddo nel rappresentare la ferina violenza che caratterizza la natura della piccola protagonista.

Lasciami entrare-recensione

L’inquietudine del titolo (Lasciami entrare) si concentra in due scene, in cui Eli la vampira chiede ad Oscar di invitarla ad entrare, altro tratto di fedeltà letterale al romanzo originale. L’interpretazione delle conseguenze di un ingresso, per così dire, senza invito, passate sotto silenzio in Stoker, vengono interpretate qui in maniera inquietante, senza però scadere nello splatter, mantenendo ancora una volta una delicatezza più unica che rara in film con questa tematica. Anche la potenzialità sessuale e sensuale del vampiro, viene affrontata qui in toni teneri e delicati, soprattutto a causa della giovane età dei personaggi.

Lasciami entrare è godibile, anche per chi non ama l’horror, che pur distanziandosi  dal genere, vi rimane perfettamente collocabile.

Lasciami Entrare di Tomas Alfredson

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Lasciami Entrare di Tomas Alfredson

Dal 1897, data di uscita di Dracula di Bram Stoker, ad oggi, molti sono stati gli scrittori ed i registi che si sono lasciati ispirare dal grandissimo romanzo gotico dello scrittore irlandese. Chi più chi meno, tutti hanno mantenuto i tratti affascinanti del terribile e sanguinario conte Dracula, pur con nomi diversi e varianti tra il serio ed il faceto. Tuttavia, mai come nel caso di Lasciami Entrare (Låt den rätte komma in di Tomas Alfredson) , il mito del vampiro è stato stravolto ed allo stesso tempo conservato con tali tratti di grazia e gradevolezza.

La trama di Lasciami Entrare

E’ la storia di una bambina, una piccola vampira, che viene accudita da un uomo (probabile che non si tatti del padre), che la notte caccia per lei, affinché possa sopravvivere. Questo piccolo gioiello svedese conserva una fedeltà quasi romantica al romanzo e, pur sembrando un film che starebbe bene nella selezione delle pellicole per il Giffoni Film Festival, assume tratti inquietanti ed allo stesso tempo misteriosi, uscendo dal genere splatter-horror che purtroppo imperversa nelle sale cinematografiche, per elevarsi ad un horror, oserei dire raffinato, raccontato con toni intimisti ma freddo nel rappresentare la ferina violenza che caratterizza la natura della piccola protagonista.

L’inquietudine del titolo si concentra in due scene, in cui Eli la vampira chiede ad Oscar di invitarla ad entrare, altro tratto di fedeltà letterale al romanzo originale. L’interpretazione delle conseguenze di un ingresso, per così dire, senza invito, passate sotto silenzio in Stoker, vengono interpretate qui in maniera inquietante, senza però scadere nello splatter, mantenendo ancora una volta una delicatezza più unica che rara in film con questa tematica. Anche la potenzialità sessuale e sensuale del vampiro, viene affrontata qui in toni teneri e delicati, soprattutto a causa della giovane età dei personaggi.

Lasciami Entrare è un film godibile, anche per chi non ama l’horror, che pur distanziandosi  dal genere, vi rimane perfettamente collocabile.

Lasciami andare: trailer del film con Stefano Accorsi

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Lasciami andare: trailer del film con Stefano Accorsi

Warner Bros ha diffuso il trailer del film Lasciami andare di Stefano Mordino che chiuderà la 77esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel cast Stefano Accorsi, Valeria Golino, Serena Rossi, Maya Sansa, Ludovico Benedetti.

Lasciami andare, il film

Marco (Stefano Accorsi) e Anita (Serena Rossi) scoprono di aspettare un figlio. Finalmente un raggio di luce nella vita di Marco, messa duramente alla prova dal dolore per la scomparsa di Leo, il suo primogenito avuto con la prima moglie Clara (Maya Sansa).  Improvvisamente però, nella vita di Marco e della sua ex moglie, irrompe Perla (Valeria Golino), la nuova proprietaria della casa dove la coppia abitava fino al tragico incidente. La misteriosa donna sostiene di sentire costantemente una strana presenza e la voce di un bambino che tormenta sia lei che suo figlio.  Marco si ritrova così combattuto tra i legami del passato e un futuro ancora da scrivere.

Lasciami Andare di Stefano Mordini film di chiusura di Venezia 77

Lasciami Andare di Stefano Mordini è il film di chiusura di Venezia 77, e sarà presentato nella selezione ufficiale Fuori Concorso. Nel cast Stefano Accorsi, Valeria Golino, Maya Sansa, Serena Rossi, Antonia Truppo.

SINOSSI

Marco (Stefano Accorsi) e Anita (Serena Rossi) scoprono di aspettare un figlio. Finalmente un raggio di luce nella vita di Marco, messa duramente alla prova dal dolore per la scomparsa di Leo, il suo primogenito avuto con la prima moglie Clara (Maya Sansa).

Improvvisamente però, nella vita di Marco e della sua ex moglie, irrompe Perla (Valeria Golino), la nuova proprietaria della casa dove la coppia abitava fino al tragico incidente. La misteriosa donna sostiene di sentire costantemente una strana presenza e la voce di un bambino che tormenta sia lei che suo figlio. Marco si ritrova così combattuto tra i legami del passato e un futuro ancora da scrivere.

Lasciali parlare: la spiegazione del finale del film

Lasciali parlare: la spiegazione del finale del film

Negli ultimi anni il regista Steven Soderbergh non solo ha smentito la sua volontà di ritirarsi dalla regia, ma ha anche intrapreso una sempre più radicale esplorazione del linguaggio cinematografico. Dal 2017 ad oggi ha realizzato ben 8 film, tra cui La truffa dei Logan (2017), Unsane (2018), Panama Papers (2019), No Sudden Move (2021) e Kimi – Qualcuno in ascolto (2022). Tra questi, uno dei più particolari è senza dubbio Lasciali parlare, da lui realizzato nel 2020 e incentrato sui rapporti tra i personaggi protagonisti.

La radicalità di questo progetto sta nel suo essere stato girato quasi interamente su una vera nave da crocera, con passeggeri ignari che si stavano svolgendo le riprese di un film in quanto Soderbergh realizzò queste ricorrendo ad attrezzature che hanno permesso di poter realizzare il tutto dando meno nell’occhio possibile. Il regista si è poi discostato dalla sceneggiatura, affermando di essere ricorso a quella che definisce “improvvisazione altamente strutturata” e ha stimato il rapporto tra il 70% di improvvisazione e il 30% di dialogo scritto.

Si tratta dunque di un film molto particolare di un regista che si dimostra sempre più intenzionato ad allontanarsi dalle classiche formule produttive. Di certo, è un film da guardare anche solo per ammirare le interpretazioni degli attori coinvolti, a partire da Meryl Streep. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Lasciali parlare. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Lasciali parlare trama film

La trama e il cast di Lasciali parlare

La scrittrice Alice Hughes (Meryl Streep), vincitrice del Premio Pulitzer, è stata invitata in Inghilterra per ritirare un altro prestigioso premio letterario. Ma ha paura di volare e decide così di fare il viaggio in nave, a bordo di un magnifico transatlantico, e di invitare le sue due migliori amiche del college, Roberta (Candice Bergen) e Susan (Dianne Wiest), oltre a farsi accompagnare dal suo amato nipote Tyler (Lucas Hedges), per assisterle durante la crociera. La nuova agente di Alice, Karen (Gemma Chan), con l’obiettivo di carpire dettagli sul manoscritto attualmente in lavorazione della sua cliente, si intrufola sulla nave, approcciando Tyler per avere informazioni su come avvicinare al meglio la zia.

Tyler però finisce per innamorarsi di Karen, così Alice e le sue amiche vengono lasciate a sé stesse, con Roberta, che nutre del risentimento verso Alice perché si è riconosciuta nelle vicende raccontate nel suo libro più celebre, rovinandole la vita. Alice, però, nega ogni responsabilità e cerca di salvare la loro sacra amicizia di un tempo, mentre Susan si sforza di aiutarle a riconciliarsi. Mentre Alice si impegna a completare il suo tanto atteso manoscritto e mantiene la sua vita personale avvolta nel mistero, le donne intraprendono un viaggio di una settimana pieno di ricordi, risentimenti e battute.

La spiegazione del finale del film

Lasciali parlare è un’opera meno incentrata sulla trama e più sui personaggi. Il resto del film approfondisce ognuno dei protagonisti attraverso i dialoghi, rivelando gli affronti del passato e i rancori del presente che fanno sì che i muri emotivi che Alice, Roberta e Susan hanno costruito nel corso degli anni non vengano mai abbattuti. Verso la fine del film, Tyler, che fa colazione con la zia tutte le mattine, rimane scioccato quando viene informato della morte di Alice dal suo medico personale, il dottor Mitchell, che fino a quel momento Tyler pensava fosse un misterioso sconosciuto con cui Alice aveva una relazione.

Il dottor Mitchell spiega a Tyler, Susan e Roberta che Alice soffriva di trombosi venosa profonda, una grave patologia che le causava la formazione di coaguli di sangue nelle vene che potevano raggiungere i polmoni o il cuore. Dopo la sua morte, Susan e Roberta decidono di comprare i biglietti aerei per tornare negli Stati Uniti il prima possibile, ma Tyler le implora di restare e di completare il viaggio che sua zia aveva immaginato. A questo punto il pubblico apprende che per Alice non solo era importante ricevere il premio Footling, ma che voleva anche sfruttare il tempo trascorso sulla nave per riconciliarsi con i suoi cari amici.

Lasciali parlare cast

Alla fine, Roberta ruba il diario di Alice e cerca di venderlo nel tentativo di recuperare un po’ di valore monetario per la storia della sua vita che crede Alice abbia sfruttato per il suo libro vincitore del Pulitzer. Dopo aver tentato di vendere il diario senza successo, Roberta lo consegna però a Karen, chiedendole di restituirlo a Tyler. Nel frattempo, anche Susan si dedica alla scrittura e assiste l’autore di fama mondiale Kelvin Kranz (Daniel Algrant), uno scrittore di thriller che le donne incontrano sulla nave. Pur non serbando alcun rancore nei confronti di Alice, come Roberta, è devastata dalla morte dell’amica.

Infine, Tyler torna nell’appartamento della zia e, vedendo le sue foto sulla scrivania di Alice, si rende conto di essere stato importante per lei quanto lei lo era per lui. L’intuizione delle ultime volontà di Alice per il viaggio con i suoi amici lo porta a tornare nell’appartamento di Alice e a riportare il diario rubato al suo posto sulla scrivania. È in questa occasione che ricorda un discorso che Alice fece per celebrare l’esistenza della coscienza e la capacità delle persone di influenzarsi a vicenda. Ed è proprio questo il messaggio più profondo di Lasciali parlare, dedicato proprio a questa tematica.

Il trailer di Lasciali parlare e dove vedere il trailer in streaming e in TV

È possibile fruire di Lasciali parlare grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 10 maggio alle ore 21:20 sul canale Rai 3.

Lasciali parlare, spiegazione del finale del film con Meryl Streep

Tra le opere più intime e sorprendenti della filmografia di Steven Soderbergh, Lasciali parlare (Let Them All Talk) è un film che utilizza una semplice traversata oceanica per riflettere sul tempo che passa, sui rapporti che si consumano e sulle occasioni che non tornano più. Ambientato quasi interamente a bordo della nave Queen Mary 2, il film segue la celebre scrittrice Alice Hughes (Meryl Streep) mentre attraversa l’Atlantico per ricevere un prestigioso premio letterario, accompagnata da due vecchie amiche con cui i rapporti si sono incrinati nel corso degli anni e dal nipote Tyler.

Sotto l’apparenza di una commedia elegante e malinconica, Steven Soderbergh costruisce in realtà una riflessione profonda sulla memoria, sul rimpianto e sulla difficoltà di riconciliarsi con il proprio passato. Il finale, segnato dalla morte improvvisa di Alice, potrebbe sembrare brusco o addirittura anticlimatico, ma rappresenta in realtà il punto di arrivo di un percorso emotivo che coinvolge tutti i personaggi. Per comprendere davvero il significato dell’epilogo bisogna guardare oltre l’evento tragico e interrogarsi su ciò che la protagonista stava cercando durante quell’ultimo viaggio.

Perché la morte improvvisa di Alice rappresenta la conclusione naturale del suo viaggio interiore

Per gran parte del film Alice appare come una donna brillante ma profondamente irrisolta. È una scrittrice celebrata in tutto il mondo, vincitrice di un Premio Pulitzer, ma il successo non sembra averle portato la serenità che ci si potrebbe aspettare. Anzi, il rapporto conflittuale con la propria opera più famosa, il blocco creativo che la tormenta e la distanza emotiva che si è creata con le sue amiche suggeriscono che qualcosa nella sua vita sia rimasto incompiuto.

La rivelazione finale delle sue condizioni di salute cambia radicalmente la prospettiva dello spettatore. Il dottor Mitchell spiega infatti che Alice soffriva di una grave trombosi venosa profonda e che il viaggio era particolarmente rischioso per lei. A quel punto diventa evidente che la protagonista era perfettamente consapevole della fragilità della propria situazione. La traversata verso l’Inghilterra non era soltanto un viaggio professionale per ricevere un premio, ma un ultimo tentativo di mettere ordine nella propria esistenza.

In quest’ottica la sua morte assume un significato diverso. Non arriva come una punizione né come un colpo di scena drammatico, ma come la conclusione di un percorso. Alice riesce infatti a riunire le persone più importanti della sua vita, affronta i conflitti che l’hanno accompagnata per anni e ritrova un contatto autentico con il nipote Tyler. Anche se molte questioni restano irrisolte, il viaggio le permette di avvicinarsi a quella riconciliazione che aveva inseguito per tutto il film.

Il vero significato del finale: Lasciali parlare è una riflessione sul tempo perduto e sulle seconde possibilità

Meryl Streep in Lasciali parlare (Let Them All Talk)

Il tema centrale di Lasciali parlare non è la morte, ma il tempo. Tutti i personaggi sembrano confrontarsi con decisioni prese molti anni prima e con conseguenze che continuano a influenzare il presente. Alice ha costruito il proprio successo utilizzando spesso esperienze e persone reali come materiale per i suoi libri. Roberta non ha mai superato il risentimento per essersi sentita sfruttata da quell’operazione narrativa. Susan, invece, ha sempre cercato un significato più profondo nella propria esistenza, senza lasciarsi trascinare dai rancori.

La nave diventa quindi una metafora estremamente efficace. Durante la traversata i personaggi sono costretti a rallentare, a guardarsi negli occhi e a confrontarsi con ciò che hanno evitato per anni. Non possono fuggire dalle conversazioni scomode né rifugiarsi nelle distrazioni della vita quotidiana. È come se il film sospendesse il tempo per offrire loro un’ultima occasione di comprendersi.

Quando Alice muore, ciò che rimane non è il dolore della perdita, ma l’eredità emotiva che lascia dietro di sé. Il film suggerisce che le persone continuano a vivere nelle tracce che lasciano negli altri. Tyler comprende finalmente quanto fosse importante per la zia. Susan trova una nuova direzione nella scrittura. Persino Roberta, pur restando legata ai propri interessi materiali, sembra arrivare a una forma di accettazione. La morte di Alice non interrompe il loro percorso: lo completa.

Il blocco creativo di Alice e il libro incompiuto come simbolo di una vita ancora in cerca di significato

Uno degli aspetti più affascinanti del film riguarda il rapporto della protagonista con la scrittura. Alice viene presentata come una delle autrici più importanti della sua generazione, eppure appare profondamente insoddisfatta della propria produzione letteraria. Il libro che l’ha resa famosa non coincide con quello che considera il suo lavoro migliore e il nuovo romanzo sembra non riuscire mai a prendere forma.

Nel finale scopriamo che Alice non completerà mai quell’opera. Tuttavia il film suggerisce che il vero libro che stava cercando di scrivere fosse in realtà il racconto della propria esistenza. Le immagini frammentarie che accompagnano i suoi ultimi tentativi creativi indicano una ricerca diversa, più intima e personale. Per la prima volta sembra interessata non al successo editoriale, ma alla possibilità di dare un senso ai propri ricordi e ai rapporti che hanno definito la sua vita.

Il diario che Roberta sottrae e che successivamente finisce nelle mani di Tyler assume proprio questo valore simbolico. Non rappresenta soltanto un manoscritto incompleto, ma l’ultima testimonianza di un percorso interiore che Alice non ha avuto il tempo di concludere. È il frammento di una storia che resterà inevitabilmente aperta, proprio come molte delle relazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza.

Come Steven Soderbergh trasforma una commedia di viaggio in una meditazione sulla memoria e sull’amicizia

All’interno della filmografia di Steven Soderbergh, Lasciali parlare occupa una posizione particolare. Pur mantenendo la leggerezza e l’ironia tipiche di molte sue opere, il regista realizza qui uno dei suoi film più malinconici e riflessivi. La scelta di affidarsi a dialoghi spesso improvvisati e di concentrarsi quasi esclusivamente sulle relazioni tra i personaggi permette di costruire una storia che appare straordinariamente autentica.

Il film evita qualsiasi forma di sentimentalismo facile. Non offre grandi riconciliazioni né confessioni definitive. Al contrario, accetta che alcune ferite restino aperte e che le persone raramente riescano a risolvere completamente i conflitti che le accompagnano per tutta la vita. È proprio questa sincerità a rendere il finale così toccante.

Alla fine Lasciali parlare racconta una verità semplice ma universale: il tempo a disposizione è sempre meno di quanto immaginiamo. Per questo motivo le occasioni di dire ciò che proviamo, di chiedere scusa o di recuperare un rapporto perduto assumono un valore inestimabile. Alice parte per ricevere un premio, ma ciò che trova durante il viaggio è qualcosa di molto più importante: l’opportunità di tornare, almeno per un momento, alle persone che avevano definito la parte migliore della sua vita.

Lasciali parlare è tratto da una storia vera? Chi ha ispirato davvero la scrittrice Alice Hughes

Uno degli aspetti più affascinanti di Lasciali parlare (Let Them All Talk) è il modo in cui riesce a far sembrare autentico ogni dialogo, ogni relazione e persino i silenzi tra i personaggi. Steven Soderbergh costruisce un racconto che appare sorprendentemente naturale, quasi documentaristico, seguendo la celebre scrittrice Alice Hughes durante una traversata oceanica che diventa l’occasione per confrontarsi con il proprio passato, con vecchie amicizie e con un blocco creativo che sembra impedirle di andare avanti.

Questa impressione di autenticità ha spinto molti spettatori a chiedersi se il film racconti una storia realmente accaduta o se il personaggio interpretato da Meryl Streep sia ispirato a una vera autrice. La domanda è comprensibile, soprattutto considerando che Alice viene presentata come una scrittrice vincitrice del Premio Pulitzer e che il film mostra con grande precisione il mondo editoriale, il rapporto tra autore e agente letterario e le dinamiche che accompagnano il successo artistico. La risposta, però, è più complessa di quanto possa sembrare.

Perché Alice Hughes non è una vera scrittrice ma un personaggio completamente inventato

Lasciali parlare film (Let Them All Talk)

Nonostante il realismo che caratterizza l’intero film, Lasciali parlare non è basato su una storia vera e Alice Hughes non è ispirata direttamente a una specifica scrittrice realmente esistita. Il personaggio nasce infatti dalla sceneggiatura originale firmata da Deborah Eisenberg, scrittrice, insegnante e autrice di racconti molto apprezzata negli Stati Uniti.

La protagonista interpretata da Meryl Streep è quindi un’invenzione narrativa, costruita per esplorare temi universali come il successo, il rimpianto, la creatività e il rapporto tra arte e vita privata. Alice è una donna che ha raggiunto il riconoscimento pubblico ma che continua a interrogarsi sul valore delle proprie opere e sulle conseguenze che la sua carriera ha avuto sulle persone che la circondano. Questa complessità psicologica contribuisce a farla apparire incredibilmente reale, ma non esiste una figura storica o letteraria che abbia ispirato direttamente il personaggio.

Ciò che rende Alice credibile è piuttosto la capacità della sceneggiatura di condensare caratteristiche che appartengono a molti autori di successo. Il rapporto problematico con il proprio libro più famoso, il blocco creativo e il peso delle aspettative pubbliche sono infatti esperienze condivise da numerosi scrittori, anche se il film non fa riferimento a nessuno in particolare.

Come Steven Soderbergh ha costruito uno dei suoi film più spontanei attraverso l’improvvisazione

Una delle ragioni principali per cui Lasciali parlare appare così autentico riguarda il particolare metodo utilizzato durante la lavorazione. Steven Soderbergh non voleva realizzare un film tradizionale basato su dialoghi rigidamente scritti. L’idea nasceva infatti dal desiderio di sperimentare una forma di “improvvisazione strutturata”, un approccio che gli permettesse di catturare conversazioni più naturali e imprevedibili.

La sceneggiatura di Deborah Eisenberg serviva principalmente come mappa narrativa. Gli attori conoscevano gli obiettivi delle scene, le dinamiche tra i personaggi e la direzione generale della storia, ma avevano grande libertà nel costruire i dialoghi. Meryl Streep, Dianne Wiest e Candice Bergen svilupparono così gran parte delle conversazioni direttamente sul set, contribuendo a creare quell’impressione di spontaneità che attraversa tutto il film.

Questa scelta influenza profondamente anche la percezione dello spettatore. Le amicizie, i conflitti e i momenti di vulnerabilità sembrano emergere in modo naturale, come se stessimo assistendo a persone reali piuttosto che a personaggi cinematografici. È proprio questo equilibrio tra scrittura e improvvisazione a rendere credibile una storia che, pur essendo completamente inventata, riesce a trasmettere emozioni autentiche.

Il vero significato di Alice Hughes: una figura che rappresenta il rapporto tra arte, memoria e successo

Anche se Alice Hughes non corrisponde a una persona reale, il personaggio possiede una forte dimensione simbolica. Nel corso del film diventa infatti l’incarnazione di una domanda che accompagna molti artisti: vale davvero la pena sacrificare rapporti personali e affetti in nome del successo?

Alice è una scrittrice celebrata, ma appare spesso isolata. I suoi libri le hanno garantito fama e prestigio, ma hanno anche creato distanze con persone che un tempo erano fondamentali nella sua vita. Le tensioni con Roberta e Susan nascono proprio dalla percezione che la protagonista abbia utilizzato esperienze condivise e vicende private come materiale letterario senza considerare pienamente le conseguenze emotive delle proprie scelte.

Attraverso questa figura, il film riflette sul confine sottile tra vita e arte. Ogni scrittore attinge inevitabilmente alla propria esperienza personale, ma dove finisce l’ispirazione e dove inizia lo sfruttamento delle persone che ci circondano? Alice non offre una risposta definitiva, ma rappresenta perfettamente questo dilemma. È una donna che ha ottenuto tutto ciò che desiderava professionalmente e che solo alla fine del proprio percorso comprende il valore delle relazioni che rischiava di perdere.

Perché Lasciali parlare appartiene alla tradizione dei grandi film sugli scrittori senza essere una biografia

Lasciali parlare (Let Them All Talk)

Pur non essendo tratto da una storia vera, Lasciali parlare si inserisce all’interno di una lunga tradizione cinematografica dedicata agli scrittori e al processo creativo. Film come Adaptation, Capote o Barton Fink hanno utilizzato la figura dell’autore per riflettere su temi più ampi, trasformando la scrittura in una metafora dell’identità e della ricerca personale.

Steven Soderbergh segue una strada diversa. Più che raccontare il lavoro di una scrittrice, utilizza Alice Hughes per esplorare ciò che accade quando una persona arriva nella fase finale della propria vita e sente il bisogno di fare i conti con il passato. La letteratura diventa così soltanto uno strumento attraverso cui affrontare questioni molto più universali: il rimpianto, l’amicizia, il tempo perduto e il desiderio di lasciare qualcosa di significativo dietro di sé.

È probabilmente questa la ragione per cui molti spettatori finiscono per credere che Alice sia realmente esistita. Non perché il film racconti una biografia, ma perché riesce a catturare emozioni e conflitti che appartengono all’esperienza umana più profonda. In fondo, il personaggio non rappresenta una singola scrittrice, ma un’intera categoria di artisti che hanno dedicato la propria vita alla ricerca di un significato attraverso le parole.

Lasciali Parlare di Steven Soderbergh in esclusiva digitale dal 27 maggio

Lasciali Parlare, il film diretto da Steven Soderbergh con protagonista Meryl Streep, arriva in Italia in esclusiva digitale da giovedì 27 maggio, disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su tutte le principali piattaforme digitali.

La scrittrice Alice Hughes, vincitrice del Premio Pulitzer, è stata invitata in Inghilterra per ritirare un altro prestigioso premio letterario. Ma ha paura di volare: decide così di fare il viaggio in nave, a bordo di un magnifico transatlantico, e di invitare le sue due migliori amiche del college, Roberta e Susan, oltre a farsi accompagnare dal suo amato nipote Tyler, per assisterle durante la crociera. La nuova agente di Alice, Karen, con l’obiettivo di carpire dettagli sul manoscritto attualmente in lavorazione della sua cliente, si intrufola sulla nave, approcciando Tyler per avere informazioni su come avvicinare al meglio la zia. Tyler però finisce per innamorarsi di Karen, così Alice e le sue amiche vengono lasciate a sé stesse. Roberta nutre del risentimento verso Alice, perché si è riconosciuta nelle vicende raccontate nel suo libro più celebre, rovinandole la vita; al contrario Alice nega ogni responsabilità e cerca di salvare la loro sacra amicizia di un tempo, mentre Susan si sforza di aiutarle a riconciliarsi. Mentre Alice si impegna a completare il suo tanto atteso manoscritto e mantiene la sua vita personale avvolta nel mistero, le donne intraprendono un viaggio di una settimana pieno di ricordi, risentimenti e battute.

Il film presenta un cast stellare, tra cui spiccano l’attrice premiata con l’Oscar, l’Emmy e il Golden Globe Meryl Streep (Big Little Lies di HBO, The Iron Lady, Il diavolo veste Prada) nei panni della misteriosa e nobile Alice Hughes, il cui successo professionale l’ha allontanata dalle sue amicizie più strette, rendendola una sconosciuta; la premio Emmy e candidata all’Oscar Candice Bergen (Murphy Brown, Miss Detective) nei panni di Roberta, che accetta l’invito di Alice, in cerca di un risanamento per il caos che ha provocato nella sua vita il romanzo più famoso di Alice; la premio Oscar, Emmy e Golden Globe Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, Pallottole su Broadway) nei panni di Susan, che lavora in un carcere femminile ed è apparentemente la più diplomatica e sensibile del gruppo; il candidato all’Oscar® e al Golden Globe Lucas Hedges (Manchester by the Sea, Boy Erased – Vite cancellate) nei panni del goffo e dolce nipote di Alice, Tyler, che ama e rispetta profondamente sua zia per essere stata presente nella sua vita come un genitore; e la candidata al SAG Award Gemma Chan (Crazy & Rich, Captain Marvel) nei panni di Karen, la nuova agente letteraria di Alice la cui carriera è in bilico, che catturando l’attenzione di Tyler cerca di ottenere informazioni sul nuovo libro della sua cliente; ed altri.

Lasciali Parlare – diretto da Steven Soderbergh (il film premio Oscar Traffic e il candidato all’Oscar Erin Brockovich – Forte come la verità) – è incentrato sulle conversazioni schiette e fluide dei suoi personaggi. Avendo fornito al cast ricche descrizioni dei personaggi ed accurati particolari delle loro scene, gli attori sono stati lasciati liberi di improvvisare, al fianco della sceneggiatrice Deborah Eisenberg, che ha aiutato a sviluppare i dialoghi secondo necessità. Lo stile guerrilla della regia di Soderbergh non si è fermato qui: in un’intervista, Dianne Wiest ha anche rivelato che il film è stato girato “senza attrezzatura, se non quella essenziale. Steven semplicemente teneva la telecamera su una sedia a rotelle. Niente luci, carrelli, o tutto ciò che solitamente serve per girare un film. C’erano solo Steven e questa nuova macchina da presa”.

“Lasciali Parlare”, diretto da Steven Soderbergh, scritto da Deborah Eisenberg, prodotto da Gregory Jacobs, con produttori esecutivi Ken Meyer e Joseph Malloch

Las Muertas, la spiegazione del finale della serie Netflix

Las Muertas, la spiegazione del finale della serie Netflix

Las Muertas (The Dead Girls), una serie Netflix in uscita il 10 settembre, racconta la storia delle sorelle Baladro, Serafina (Paulina Gaitán) e Arcángela (Arcelia Ramírez), che gestiscono una rete di bordelli in Messico negli anni ’60. In sei episodi, The Dead Girls rivela come le sorelle mantengano un impero costruito sullo sfruttamento, la manipolazione e la paura, e cosa succede quando le loro attività criminali attirano l’attenzione sia delle autorità che delle ragazze costrette a lavorare per loro.

La serie storica presenta le sorelle come calcolatrici e strategiche, ma brutali nell’imporre il loro controllo. Serafina si occupa della supervisione e della disciplina nel bordello, mentre Arcángela gestisce le finanze e i rapporti con i funzionari locali. La loro ascesa al potere, guidata dalla pura ambizione e alimentata dalla corruzione che le circonda, finisce per crollare quando la polizia inizia a indagare e scopre la portata delle loro operazioni e l’entità dei loro abusi.

I primi anni dell’impero e le sue sfide

Fin dall’inizio, le sorelle Baladro stabiliscono il controllo sui loro bordelli, che si estendono in molte città del Messico, attraverso regole severe e lo sfruttamento sistematico delle ragazze che lavorano per loro. La serie mette in evidenza come riescono a gestire le pressioni sociali e legali, corrompendo i funzionari quando necessario per mantenere le operazioni. L’ambizione delle sorelle è pari alla loro spietatezza nei confronti delle ragazze del bordello, che hanno trafficato e continuano ad abusare.

Le sorelle sono all’apice del successo, ma presto compaiono le prime crepe nell’impero. Il figlio di Arcángela, Humberto, viene coinvolto in attività criminali e fa una fine tragica, costringendo le sorelle a trasferirsi al Casino Danzón e a investire in un ranch. Questi eventi rivelano quanto siano vulnerabili le attività delle sorelle e segnano l’inizio della loro caduta.

Il tragico destino delle ragazze

Las Muertas Netflix
Per gentile concessione di © Netflix

Blanca, una ragazza venduta alle sorelle, diventa una figura centrale nella serie. Dopo un intervento medico andato male, muore e la sua morte scatena una serie di incidenti mortali che coinvolgono altre ragazze, come Evelia e Feliza, entrambe morte durante una lite per i beni di Blanca, mettendo in evidenza le conseguenze letali della gestione delle sorelle e le condizioni pericolose all’interno dei bordelli.

La serie descrive anche le dure punizioni e le manipolazioni imposte alle ragazze. Esse subiscono reclusione, abusi fisici e abbandono, mentre le sorelle continuano a trarre profitto dal loro lavoro.

Ribellione e conflitti interni

Alla fine del 1963, la tensione tra le ragazze aumenta. Insoddisfatte della reclusione e dei maltrattamenti, alcune tentano di fuggire e arrivano persino ad aggredire le loro compagne. Bedoya, alleato e braccio destro delle sorelle, infligge punizioni che rispecchiano i loro metodi di controllo. Nel frattempo, Teófilo, marito di Eulalia Baladro, una parente delle sorelle che aiuta a gestire il ranch di famiglia, è alle prese con le finanze della proprietà, causando ulteriori disordini e vittime.

Il desiderio di vendetta di Serafina nei confronti di Simón Corona, un fornaio e suo ex amante, riemerge durante questo periodo. Serafina orchestra una sparatoria nella panetteria di Simón dopo che lui la lascia per la terza volta. Le sue azioni sono guidate da una combinazione di ossessione e vendetta, che riflettono gli estremi della sua personalità. Sebbene la sparatoria causi allarme e scateni indagini della polizia, Serafina inizialmente sfugge alle conseguenze dirette nascondendosi.

Indagini e arresti

Paulina Gaitán in Las Muertas
Paulina Gaitán nel ruolo di Serafina in Las Muertas Per gentile concessione di Netflix

Nel gennaio 1964, le forze dell’ordine stringono il cerchio. Serafina viene indagata per la sparatoria al panificio, poiché si scopre che ha orchestrato l’attacco contro Simón. Le sorelle fuggono al ranch per evitare l’arresto, prendendo misure precauzionali per nascondersi. La polizia scopre presto diversi cadaveri nelle loro proprietà, tra cui quelli di Blanca, Evelia e Feliza, insieme ad altre prove che implicano le sorelle e i loro complici.

Le autorità arrestano le sorelle e 17 complici, tra cui Bedoya, Nicolás, Teófilo e Ticho. Durante il processo, alcune ragazze testimoniano di aver subito abusi, negligenza e sfruttamento. Serafina e Arcángela vengono condannate per diversi reati, tra cui omicidio, sequestro di persona, abuso e complicità in aborti clandestini, ricevendo 35 anni di carcere. Gli altri complici ricevono condanne proporzionali al loro coinvolgimento.

Conseguenze ed epilogo di Las Muertas

L’epilogo documenta le conseguenze per le persone coinvolte. Simón Corona apre una nuova panetteria dopo il suo rilascio, mentre Nicolás, Ticho ed Escalera ricostruiscono le loro vite in vari modi. Eulalia riprende a vendere dolci fuori dal carcere e Bedoya mantiene la sua influenza anche dalla prigione. Arcángela e Serafina rimangono nel penitenziario femminile, continuando a gestire attività illecite e ad accumulare ricchezze, ma senza speranza di libertà.

Le ragazze sopravvissute, ora considerate vittime, ricevono un risarcimento, anche se il loro destino individuale rimane in gran parte sconosciuto. La serie si conclude illustrando le conseguenze dell’impero delle sorelle Baladro: ripercussioni legali, denuncia di abusi sistematici e il trauma duraturo inflitto a tutte le persone coinvolte.

Le sorelle Baladro sono ispirate a persone reali?

Le sorelle Baladro sono ispirate a un gruppo realmente esistito noto come Las Poquianchis, quattro sorelle diventate famigerate in Messico per aver gestito una rete criminale di bordelli, traffico di esseri umani e omicidi tra gli anni ’40 e ’60. La serie, sebbene romanzata, attinge ampiamente dai resoconti storici dei loro crimini, tra cui lo sfruttamento e l’uccisione di decine di donne, molte delle quali minorenni.

La storia è tratta dal romanzo del 1977 Las Muertas di Jorge Ibargüengoitia. Ibargüengoitia ha utilizzato gli eventi reali delle Poquianchis come ispirazione, ma ha creato personaggi e trame di fantasia per esplorare il contesto più ampio della prostituzione e del traffico di esseri umani in Messico in quel periodo. Le Poquianchis reclutavano ragazze giovani dai paesi e dalle fattorie vicine, ingannando le famiglie con false promesse di lavoro o rapendo le ragazze quando erano sole. Le vittime erano costrette a prostituirsi, subivano abusi e spesso venivano sepolte in tombe clandestine quando si ammalavano o non potevano più lavorare. La serie cattura questa oscura eredità intrecciando una narrazione fittizia che mette in evidenza la portata e l’impatto dell’impero criminale delle sorelle.

Las Muertas è basato su una storia vera?

Las Muertas è basato su una storia vera?

Con il titolo internazionale The Dead Girls, Las Muertas è una delle serie Netflix più discusse dell’anno. Oscura, cruda e ricca di tensione morale, la produzione racconta la storia di due sorelle che costruiscono un impero criminale sulle spalle di giovani donne sfruttate e corrotte autorità locali. L’intreccio mescola thriller, denuncia sociale e satira politica, offrendo al pubblico un ritratto inquietante del Messico rurale degli anni Sessanta.

A colpire non è solo la violenza mostrata sullo schermo, ma anche il tono grottesco e amaramente ironico con cui vengono messi in scena i rapporti di potere, la collusione tra istituzioni e crimine e l’illusione di impunità dei protagonisti. Un mix che ha spinto molti spettatori a chiedersi quanto ci sia di vero nella storia delle sorelle Baladro e se Las Muertas sia una semplice fiction o un racconto radicato in fatti reali.

In questo articolo analizziamo la trama della serie, il suo rapporto con la realtà storica e il libro da cui è tratta, firmato da Jorge Ibargüengoitia.

La trama di Las Muertas

Al centro della storia ci sono Arcángela (interpretata da Ramírez) e Serafina Baladro (Paulina Gaitán), due sorelle che trasformano un modesto bar di provincia in un redditizio bordello, reclutando e spesso costringendo giovani donne alla prostituzione. Grazie a mazzette e favori, corrompono le autorità locali così da mantenere il loro business nell’ombra.

Il loro “impero” sembra inattaccabile finché una serie di incidenti mortali colpisce le ragazze che lavorano per loro. Nel tentativo di coprire le morti sospette e non attirare l’attenzione della polizia, Arcángela e Serafina coinvolgono Simón (Herrera), amante tossico e complice riluttante di Serafina, incaricandolo di sbarazzarsi dei cadaveri.

Ma la pressione diventa insostenibile: Simón fugge dalla vita marcia in cui si è cacciato, spezzando il cuore di Serafina. Lei, accecata dalla rabbia, decide di vendicarsi e chiede favori pericolosi a clienti influenti pur di colpire chi l’ha tradita. Il caos generato dalle due sorelle è tale che le forze dell’ordine non possono più voltarsi dall’altra parte: un’inchiesta senza precedenti rivela atrocità destinate a sconvolgere il Messico per generazioni.

Las Muertas è basato su una storia vera?

Las Muertas serie tv Netflix
Arcelia Ramírez nel ruolo di Arcángela, Paulina Gaitán nel ruolo di Serafina, Karen Martí nel ruolo di Socorro, Luis Estrada in Las Muertas. Per gentile concessione di © Netflix

Sì. Las Muertas non è solo fiction: la serie si ispira a fatti realmente accaduti. Gli eventi narrati riprendono la vicenda delle “Poquianchis”, un gruppo familiare di sfruttatori e assassini che negli anni Sessanta gestiva bordelli clandestini nel Messico centrale, schiavizzando giovani donne e ragazze provenienti da contesti poverissimi.

Le cronache dell’epoca, riportate in particolare dal tabloid sensazionalista Alarma! nel 1964, raccontavano di omicidi, sparizioni e connivenze con autorità locali. Il processo alle “Poquianchis” divenne un caso mediatico e contribuì a far emergere la realtà brutale della tratta di esseri umani nel Paese. La serie Netflix rielabora questi elementi, cambiando nomi e dettagli ma conservando l’impianto di base.

Questa scelta conferisce alla narrazione un doppio livello: da un lato il thriller a tinte forti, dall’altro la denuncia sociale di un sistema che per anni ha permesso abusi e violenze ai margini della legalità. Non a caso, Las Muertas si svolge in un Messico rurale senza tempo, che sembra sospeso tra passato e presente.

La miniserie è tratta dal romanzo “Las muertas” di Jorge Ibargüengoitia, autore messicano celebre per l’uso di umorismo nero e satira politica. Pubblicato nel 1977, il libro prende spunto proprio dal caso delle “Poquianchis”, trasfigurandolo in letteratura e offrendo uno spaccato impietoso di corruzione, ipocrisia e sessismo.

Ibargüengoitia non si limita a ricostruire i fatti: li piega in chiave grottesca, amplificando le contraddizioni di una società che tollera il male finché le vittime restano invisibili. La serie Netflix eredita questo approccio, alternando registri diversi – dramma, thriller, ironia amara – per rendere più complessa la psicologia dei personaggi.

Nel finale della serie (che abbiamo approfondito nella nostra spiegazione del finale di Las Muertas), le conseguenze delle azioni delle sorelle Baladro esplodono in tutta la loro violenza e la giustizia – tardiva e imperfetta – si abbatte su di loro, ribaltando ruoli e alleanze.

Conclusione

Las Muertas Netflix
Per gentile concessione di © Netflix

Las Muertas è quindi una serie che unisce intrattenimento e memoria storica. Raccontando la parabola delle sorelle Baladro, la produzione Netflix fa rivivere uno dei capitoli più oscuri della cronaca messicana, restituendo dignità narrativa alle vittime e mettendo in discussione le complicità del potere.

Il romanzo di Jorge Ibargüengoitia e l’adattamento televisivo condividono un obiettivo: costringere lo spettatore a riflettere sulla linea sottile tra male sistemico e responsabilità individuale. Chi guarda Las Muertas non assiste solo a un thriller, ma a una riflessione amara su come le società possano trasformare il dolore in spettacolo e, a volte, in business.

Per approfondire ulteriormente, puoi leggere qui la spiegazione del finale di Las Muertas.

Las mejores familias, recensione del film di Javier Fuentes-León #RFF15

La famiglia e i suoi tabù, le dinamiche di classe, la protesta e l’impegno sociale. C’è un po’ di tutto in questa commedia peruviana sulla scia di Pedro Almodóvar, opera terza del regista Javier Fuentes-León.

La trama di Las mejores familias

Alicia, Grapa Paola, e Carmen, Gracia Olayo, La ballata dell’odio e dell’amore di Alex De La Iglesia, sono le padrone di casa in due famiglie aristocratiche di Lima. Si conoscono da anni e le loro ville sono una accanto all’altra. Al loro servizio da anni due sorelle, Luzmila, Tatiana Astengo, e Peta, Gabriela Velásquez. In occasione del compleanno di Alicia le due famiglie si ritrovano insieme. Tutti aspettano con curiosità il ritorno dalla Spagna del figlio di Alicia, gay, che ora si è innamorato di una donna, Merche, Jely Reátegui. La presenterà ai suoi perché vuole sposarla. L’arrivo di Merche sconvolgerà gli equilibri tra le due famiglie e farà emergere un segreto a lungo taciuto.

Nel solco di Almodóvar con spunti interessanti

Las mejores familias si muove sotto l’influenza inevitabile di Pedro Almodóvar, che d’altronde è un punto di riferimento fondamentale nel cinema spagnolo e latinoamericano dagli anni ’80 ad oggi. Si inizia subito con lo stile dei titoli di testa e il colore rosso a dominare, con i colori accesi e la moda anni ’60 che sfoggia la protagonista del video pubblicitario in apertura del film.

Se la commedia procede nel solco del regista spagnolo, con momenti di climax e comicità in cui le protagoniste arrivano ad accapigliarsi e lottare, in altri il regista riesce a non riproporre solo stilemi noti, mostrando qualcosa di originale, complici alcune efficaci trovate di sceneggiatura – firmata dallo stesso Fuentes-León, come il montaggio, assieme a Javier Becerra – quali la presenza della “casetta” o la manifestazione di protesta davanti alle ville, che dà luogo a una parentesi quasi surreale. Grazie a questi guizzi e all’ironia che si mette nel dipingere le dinamiche familiari e amicali, il film ha un buon ritmo, nonostante una trama che ha al centro il più classico degli intrecci: la relazione clandestina tra il ricco rampollo e la sua domestica.

Sono soprattutto un manipolo di attrici in un universo rigorosamente matriarcale a dare vita ai momenti più spassosi. Le telefonate e i commenti delle due amiche Alicia e Carmen ne sono un esempio. È proprio un gruppo di donne ad unire le famiglie. Donne forti e decise: Alicia e Carmen, ma anche la madre di Carmen e quella di Luzmila, che per anni hanno condiviso un segreto e deciso le sorti delle famiglie attraverso il loro comportamento. Gli uomini appaiono in linea di massima come figure secondarie, spesso deboli o indecise. O, come la godibile caratterizzazione del nonno, una sorta di accessorio che fa sorridere.

Las mejores familias evidenzia le ipocrisie, i non detti che spesso determinano le dinamiche familiari. Fotografa una società ancora fortemente classista, che conferisce molta importanza alle apparenze ma che, così spera il regista, riuscirà a modernizzarsi, trovando la strada verso una convivenza più autentica e serena.

Las Leonas: Isabel Achàval e Chiara Bondì raccontano le loro leonesse

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Sarà presentato questa sera, 8 marzo, alle 21.30 al Sudestival, Las Leonas, il documentario di Isabel Achàval e Chiara Bondì già passato alle Giornate degli Autori di Venezia 79 e che adesso continua il suo tour per i festival italiani.

Il film racconta la vita non facile ma sorprendente di Leonesse giocatrici in una squadra romana di calcio a 8, donne di Roma che lavorano da badanti, colf, dogsitter, 30-45enni immigrate soprattutto da Perù e Paraguay. Si raccontano con orgogliosa umanità e sono inquadrate senza retorica: legami con casa e figli lontani, speranze, dolori, lo sport come sfogo non fine a sé stesso in una città multietnica ma ancora stratificata. Il documentario, lineare e molto empatico, è il risultato di un lavoro quasi tutto al femminile che si impreziosisce della produzione di Nanni Moretti.

In occasione della presentazione al Sudestival – il cinema che ti parla, abbiamo incontrato le co-registe del film, Isabel Achàval e Chiara Bondì.

“Siamo sempre alla ricerca di storie da raccontare, e una nostra amica che ha segnalato questo campionato di calciotto al femminile. Appena abbiamo visto giocare queste donne ci siamo innamorate. Abbiamo cominciato a incontrarle e a parlare con loro che inizialmente ci temevano quasi, non capivano quale potesse essere il nostro interesse nei loro confronti, non si vedevano come eroine moderne, così come le abbiamo viste noi. Ci interessava raccontare il contrasto tra la vita sacrificata al lavoro e questa esplosione di energia e gioia quando giocavano. La vita di tutti i giorni rapportata a quel momento di libertà.”

L’idea però non era di fare un film sportivo, ma di raccontare la vita di queste donne che avevano una grande passione per il calcio, eppure avevano una vita dentro la quale è stato poi interessante guardare. “Ci interessava raccontare questo contrasto tra la claustrofobia della quotidianità e invece la domenica. Lo stretto spazio della casa all’interno del quale si svolge il loro lavoro in rapporto allo spazio del campo da calcio che è uno spazio aperto, quasi una metafora, in cui il calcio diventa aggregatore ma anche riscatto. Giocare a calcio va oltre la vittoria, ma diventa un momento per fare amicizia e creare comunità.”

“Entrambe abbiamo due figlie femmine e abbiamo dedicato Las Leonas a loro – dicono Achàval e Bondì – perché ci piaceva l’idea che prendessero ad esempio queste donne che continuano a darsi da fare. Abbiamo imparato tanto da queste donne, soprattutto la consapevolezza di quanto siamo fortunate.”

In merito a come hanno realizzato il lavoro sul campo, le due registe raccontano: “Nel processo di ricerca e selezione delle protagoniste del documentario abbiamo cercato un coro di voci molto diverse tra loro. Queste donne vengono da Paesi differenti, hanno condizioni molto differenti, qualcuna ha più di una laurea e insegna, altre non hanno neanche un lavoro fisso, sono molto diverse tra loro, hanno storie diversissime, eppure hanno questo elemento comune, e ci interessava costruire questo quadro differenziato ma allo stesso tempo omogeneo.”

A produrre Las Leonas, spicca la presenza di Nanni Moretti, che compare anche nel film. Il regista è amico di Isabel Achàval e Chiara Bondì e si è interessato subito al loro progetto: “Sentivamo che Nanni era più interessato del solito al nostro progetto, ci faceva continuamente domande, fino a che non ci ha chiesto di produrre il film, e ovviamente siamo rimaste incredule e abbiamo accettato l’offerta. È un produttore molto esigente, ma per noi è stata una grande scuola. Ci ha seguite molto nella fase di preparazione ma ci ha lasciato molta libertà creativa. È stata un’esperienza molto divertente averlo con noi.”

Las hijas de Abril: recensione del film di Michel Franco

Las hijas de Abril: recensione del film di Michel Franco

Il regista messicano Michel Franco deve avere qualche problema recondito – probabilmente non risolto – con la madre. Prima che lo stesso autore ci quereli per diffamazione, diciamo subito che stiamo scherzando, però è il primo pensiero che ci è venuto guardando Las hijas de Abril – tradotto La figlia di Avril. Presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, il film difficilmente vedrà la sala nel nostro Paese, ci sentiamo dunque autorizzati a spiegarvi a grandi linee la trama principale. Inutile dire che fra poco arriverà una montagna di spoiler, quindi ATTENZIONE. Avril vive a Città del Messico e ha due figlie, che risiedono invece in una cittadina vicina, in riva al mare. La più grande ha problemi a relazionarsi con il mondo circostante, è sovrappeso e non fa altro che lavorare e vagare per casa come un’ameba; la seconda, appena diciassettenne, ha invece un ragazzo coetaneo con cui adora fare l’amore ogni giorno, non a caso è in dolce attesa. Alla nascita della piccola Karen, i due giovanissimi genitori si dimostrano immaturi e impreparati al ruolo, motivo per cui arriva in soccorso la neo nonna Avril.

Las hijas de AbrilLa donna invece di aiutare i giovani genitori, considera la situazione irrecuperabile e firma senza l’autorizzazione della figlia (che del resto è ancora minorenne) le carte per l’adozione della bimba, ed è qui che inizia la parte più drammatica e insieme divertente del film. L’adozione è una sorta di truffa, è la stessa Avril che porta in casa sua l’ignara bambina, ma non contenta adesca anche il compagno 17enne della figlia e lo seduce – a suon di vestitini sexy in lattice e tacchi a spillo. Insomma una sceneggiatura che è un totale caos, con pochissima musica e con un ritmo lento ma costante, che il regista messicano prova a dirigere con piglio d’autore. Grazie ai diversi colpi di teatro che vi abbiamo in parte raccontato il film riesce sicuramente a sconvolgere lo spettatore, non decolla invece l’empatia verso alcun personaggio – salvo per la piccolissima Karen, che piange tutto il tempo in balia della follia.

Adesso possiamo ricollegarci alla frase d’apertura, che Michel Franco abbia dei problemi irrisolti con la madre? Non lo sappiamo, di certo in Messico le cose non devono andare proprio nel migliore dei modi: i genitori sono sempre più inclini ad avere un rapporto conflittuale con i figli, i figli a loro volta sono poco seguiti e le ragazze madri sono milioni, a causa della scarsa informazione. Quel che resta è un esercito di adulti menefreghisti e aridi, di giovanissimi ancora immaturi e allo sbando, di neonati che non hanno alcuna colpa, venuti al mondo quasi per caso. Al di là dei temi, bisogna sottolineare l’ottima prova di Emma Suárez (già protagonista di Julieta di Pedro Almodovar) nei panni di Avril, che si lascia odiare al punto giusto. Il resto del cast non è certo alla sua altezza, ma parliamo di giovanissimi che incarnano forse alla perfezione la “generazione perduta” che Franco tenta di raccontare; stelle cadenti in cerca di una direzione.

Las brujas de Zugarramurdi recensione del film di Alex De La Iglesia

Las brujas de Zugarramurdi recensioneJosè in compagnia di un gruppo di balordi compie una rapina in un banco di pegni e ruba venticinquemila fedi nuziali. Porta con sé il figlio di appena otto anni, facendolo partecipare attivamente al colpo all’insaputa della moglie, in lotta con lui per l’affidamento del bambino. Ma qualcosa va storto, la rapina si trasforma in una caneficina e Josè, con il figlio, un altro strampalato rapinatore, un ignaro tassista e un ostaggio, fuggono verso il confine francese. Ma nella loro fuga approdano a Zugarramurdi, un piccolo paese popolato da streghe bellicose che non hanno nessuna intenzione di lasciarli andare via.

Las brujas de Zugarramurdi recensione posterDopo Balada triste de trumpeta, film molto personale e apice indiscusso della sua poetica, Alex De La Iglesia torna a realizzare un film più leggero e scanzonato, ma non per questo meno riuscito. La libertà espressiva di cui ormai dispone gli permette di confezionare un piccolo gioiellino che si barcamena disinvoltamente tra generi diversi e che stupisce lo spettatore con continue sorprese e cambi di rotta improvvisi. Si parte con un action-movie rutilante, al cardiopalma, che immediatamente si trasforma in commedia per poi scivolare nell’horror, con punte di puro splatter, ma senza mai perdere di vista significati e riflessioni importanti, disseminate di citazioni colte camuffate sapientemente con elementi pop.

E’ un turbinio di continue invenzioni, a cominciare da Gesù Cristo rapinatore che nasconde un fucile a pompa nella croce, il lercio omino che vive imprigionato sotto al cesso pubblico, le bislacche abitudini goderecce delle streghe, fino ad arrivare ad un sabba infernale rivisitato come un moderno rave  debitore delle pitture nere di Goya e pregno di fondatissime ricerche folkloristiche e antropologiche.

La sceneggiatura è una macchina ben oliata, che scorre disseminando battute a raffica che ironizzano e fanno riflettere sui rapporti tra uomo e donna e tra esseri umani in generale. E quando il discorso sembra farsi troppo serio ecco che arrivano a sorpresa folgoranti sequenze visionarie colme d’azione e trovate strabilianti, personaggi improbabili e creature uscite direttamente da un libro di fiabe. Gli interpreti sono tutti azzeccati e in grande sintonia, in particolare una divertita Carmen Maura e i due protagonisti Hugo Silva e Carolina Bang.

Ne Las brujas de Zugarramurdi si respira l’aria migliore del nuovo cinema iberico, si sente lontano l’eco di Almodovar (suo primo produttore), si intravede nella nebbia l’affabulazione gotica di Del Toro, ma soprattutto si gusta la stupefacente esibizione poetica e stilistica di Alex De La Iglesia.

Las Azules: trailer del nuovo crime drama in lingua spagnola in arrivo su Apple TV+

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Apple TV+ ha svelato oggi le prime immagini di “Las Azules”, il nuovo crime drama in lingua spagnola con un cast e una troupe interamente ispanici guidati dalla candidata all’Ariel Award Bárbara Mori. Ideata dal regista e showrunner Fernando Rovzar e da Pablo Aramendi, la serie farà il suo debutto su Apple TV+ il 31 luglio con i primi due episodi dei dieci totali, seguiti da un episodio a settimana fino al 25 settembre.

Las Azules: trama e cast

Ambientato nel 1970 e ispirato a fatti realmente accaduti, “Las Azules” racconta la storia di quattro donne che sfidano le norme ultraconservatrici dell’epoca e si uniscono alla prima forza di polizia femminile del Messico, per poi scoprire che la loro squadra è una trovata pubblicitaria per distrarre i media da un brutale serial killer. Mentre il numero dei cadaveri aumenta, María (Bárbara Mori), la cui determinazione a catturare l’assassino diventa un’ossessione, Gabina (Amorita Rasgado), il cui padre è un rinomato poliziotto, Ángeles (Ximena Sariñana), una brillante analista di impronte digitali, e Valentina (Natalia Téllez), una giovane ribelle, organizzano un’indagine segreta per riuscire in ciò che nessun agente maschio era stato in grado di fare e consegnare il serial killer alla giustizia. Completano il cast Miguel Rodarte, Leonardo Sbaraglia, Christian Tappan e Horacio García Rojas.

Fernando Rovzar, la candidata all’Emmy Award Wendy Riss, Erica Sanchez Su, Sandra Solares e il vincitore dell’International Emmy Award Billy Rovzar sono produttori esecutivi. La serie è prodotta per Apple TV+ da Lemon Studios.

Las Azules, il nuovo crime drama in lingua spagnola di Apple TV+

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Las Azules, il nuovo crime drama in lingua spagnola di Apple TV+

Apple TV+ ha svelato oggi le prime immagini di Las Azules, il nuovo crime drama in lingua spagnola con un cast e una troupe interamente ispanici guidati dalla candidata all’Ariel Award Bárbara Mori (“Perdidos en La Noche”, “La Negociadora”, “La Mujer De Mi Hermano”). Ideata dal regista e showrunner Fernando Rovzar (“Monarca”, “Sr. Ávila”) e dal vincitore dell’International Emmy Award Pablo Aramendi (“Tijuana”, “Los Elegidos”), la serie farà il suo debutto su Apple TV+ il 31 luglio con i primi due episodi dei dieci totali, seguiti da un episodio a settimana fino al 25 settembre.

Ambientato nel 1970 e ispirato a fatti realmente accaduti, Las Azules racconta la storia di quattro donne che sfidano le norme ultraconservatrici dell’epoca e si uniscono alla prima forza di polizia femminile del Messico, per poi scoprire che la loro squadra è una trovata pubblicitaria per distrarre i media da un brutale serial killer. Mentre il numero dei cadaveri aumenta, María (Bárbara Mori), la cui determinazione a catturare l’assassino diventa un’ossessione, Gabina (Amorita Rasgado), il cui padre è un rinomato poliziotto, Ángeles (Ximena Sariñana), una brillante analista di impronte digitali, e Valentina (Natalia Téllez), una giovane ribelle, organizzano un’indagine segreta per riuscire in ciò che nessun agente maschio era stato in grado di fare e consegnare il serial killer alla giustizia.

La serie Las Azules è interpretata da Mori, Sariñana, Téllez, Rasgado, Miguel Rodarte, Leonardo Sbaraglia, Christian Tappan e Horacio García Rojas. 

Fernando Rovzar, la candidata all’Emmy Award Wendy Riss (“Yellowstone”, “Genius”, “The Killing”), Erica Sanchez Su (“Monarca”, “La Venganza de Las Juanas”, “Paramédicos”), Sandra Solares (“Point Break”, “Y Tú Mamá También”, “Instructions Not Included”) e il vincitore dell’International Emmy Award Billy Rovzar (“Monarca”, “Control Z”, “Sr. Ávila”) sono produttori esecutivi. La serie è prodotta per Apple TV+ da Lemon Studios.

Lars von Trier: i primi tre film al cinema con Movies Inspired

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Lars von Trier: i primi tre film al cinema con Movies Inspired

Movies Inspired distribuirà i primi tre film da regista di Lars von Trier, in versione restaurata, nel mese di agosto 2024.

Si parte con L’elemento del crimine, in una versione restaurata e senza tagli di censura, che sarà disponibile a partire dal 1° agosto. L’8 agosto sarà la volta di Epidemic, mai uscito nelle sale italiane prima d’ora, che sarà disponibile in versione originale con sottotitoli in italiano. Infine il 15 agosto uscirà nelle sale Europa, sempre in versione restaurata. La prima trilogia di Lars von Trier sarà distribuita in Italia da Movies Inspired.

La trilogia di Lars von Trier

  • L’elemento del crimine
Regia: Lars von Trier
Con: Michael Elphick, Esmond Knight, Me Me Lai
Nazionalità: Danimarca
Durata: 104 min
Distribuzione: Movies Inspired
Uscita: 1° agosto 2024
SINOSSI

Fisher, un ex poliziotto, ritorna dopo una pausa di tredici anni al Cairo. Il suo ex mentore e modello, autore di un trattato intitolato “L’elemento del crimine”, gli chiede di risolvere una serie di omicidi che coinvolgono venditori di biglietti della lotteria.

  • Epidemic
Regia: Lars von Trier
Con: Allan De Waal, Ole Ernst, Michael Gelting
Nazionalità: Danimarca
Durata: 106 min
Distribuzione: Movies Inspired
Uscita: 8 agosto 2024
SINOSSI
Un regista e uno sceneggiatore (interpretati dagli stessi Lars von Trier e Niels Vørsel) scrivono una sceneggiatura in cui un’epidemia si diffonde in tutto il mondo. I due confondono decisamente il racconto con la realtà, non accorgendosi di ciò che sta accadendo…
  • Europa
Regia: Lars von Trier
Con: Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa, Udo Kier
Nazionalità: Danimarca
Durata: 112 min
Distribuzione: Movies Inspired
Uscita: 15 agosto 2024

SINOSSI
Germania, 1945. Un americano di origine tedesca lavora sulla linea ferroviaria Zentropa. Dopo essersi innamorato della figlia del magnate delle ferrovie, scopre di non poter rimanere neutrale rispetto a ciò che lo circonda e di dover fare delle scelte difficili.

Lars von Trier sta scrivendo un Horror!

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Lars-Von-Trier-The-Nymphomaniac-e1345224282186Arriva dalla produttrice Kristina Levring la notizia che il regista Lars von Trier sta scrivendo il suo prossimo progetto dopo il successo di Nymphomaniac. Infatti, la storica collaboratrice del regista danese, che in questi giorni sarà a Cannes 2014 per presentare il suo film The Salvation, ha rivelato:

Ho sempre pensato che Lars sarebbe in grado di fare un fantastico film horror” ha detto la Levring alla rivista danese Soundvenue . “E io gli ho detto tante volte nel corso degli anni di faro, e alla fine ha detto: ‘ voglio che tu la smetta di parlarne,  e per farlo ti scrivo questo film”.

Secondo la produttrici il film sarà ambientato a Detroit e ha il titolo provvisorio proprio “Detroit“, al centro dovrebbe esserci il gioco di parole tra Detroit e distruzione in inglese.

Poi ha rivelato che  von Trier ha iniziato a scrivere il film circa un mese fa . “Si tratta di un uomo che combatte i suoi demoni interiori. Non posso dire altro perché non abbiamo ancora letto altro. Naturalmente ci sarà un aspetto psicologico ma sarà un vero e proprio film Horror. 

La produttrice infine rivela di essere cresciuta con Psycho e L’esorcista: “E’ un genere estremamente visivo se lo si fa correttamente”. Kristina Levring produrrà il film attraverso la Zentrope di  Lars von Trier.

Fonte: Indieware

Lars Von Trier si da alla Ninfomania!

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Si attende ancora conferma se l’ultimo film Melancholia sarà o meno a Cannes, ma già si sa qualcosa sul prossimo progetto di Lars Von Trier. Infatti, il prossimo film dovrebbe intitolarsi The Nimphomaniac,  sulla “nascita erotica di una donna”.

Lars Von Trier non sarà a Cannes 2013

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Lars Von Trier non sarà a Cannes 2013

Dopo le recenti comunicazioni circa la programmazione del 66 Festival del Cinema di Cannes, che avevano visto Il grande Gastby aprire a sorpresa l’edizione 2013 della croisette, i fans di Lars Von Trier avevano incominciato a sperare. Invece purtroppo è stato proprio il regista danese a smentire le voci che volevano la sua partecipazione al festival con il nuovo e controverso Nymphomaniac con protagonista Charlotte Gainsbourg nei panni di una ninfomane. Von Trier ha giustificato la sua assenza affermando che il complesso montaggio del nuovo film sta ritardando moltissimo la post-produzione e che perciò la sua distribuzione non potrà essere garantita per il periodo del festival, che si svolgerà dal 15 al 26 maggio.

Amaro in bocca dunque per i fans del “genio sregolato” i quali speravano che dopo la figuraccia del 2010 che lo aveva visto protagonista di commenti nazisti molto inopportuni sulla figura di Hitler (e che ne aveva causato l’espulsione come “persona non gradita”) in occasione della presentazione di Melancholia, Lars avrebbe potuto riscattarsi. C’è da dire però che alcune indiscrezioni rivelerebbero proprio il timore di nuove ritorsioni dietro alla defezione di Von Trier. Non resta dunque che aspettare per ammirare il nuovo prodotto del regista dello scandalo, attorno al quale si sono già levate numerose voci controverse (ma d’altronde è cosa normale per il povero Lars).  Nel cast di Nymphomanoac ricordiamo anche Shia LaBeouf, Uma Thurman,  Christian SlaterJamie Bell, Stellan Skarsgård e Willem Dafoe.

Fonte: hollywoodreporter

Lars Von Trier annuncia il suo nuovo film

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Lars Von Trier torna all’opera e annuncia il suo prossimo progetto. Si tratta di The House That Jack Built, un lavoro che il regista aveva già in programma da diverso tempo in una forma un po’ diversa. Il primo annuncio infatti parlava di una serie tv da otto episodi, ma ora il regista danese vuole portare la storia sul grande schermo.

Lo stesso Von Trier in persona ha deciso di dare la notizia in prima persona via Facebook.

Ecco il filmato pubblicato qualche giorno fa sul suo profilo ufficiale in cui il regista ci informa che le riprese del film cominceranno il prossimo autunno.

La storia raccontata nel lungometraggio sarà quella di un serial killer, ma il racconto procederà dal punto di vista di quest’ultimo. Già quando si parlava di una serie tv sullo stesso soggetto, era stato annunciato un cast dal richiamo internazionale, cosa che non è difficile da raggiungere per un regista dell’appeal di Lars Von Trier, possiamo quindi immaginare che anche per il film l’autore di Le Onde del Destino voglia volti noti.

Di recente il regista aveva fatto parlare di sé a causa dell’annuncio della sua disintossicazione. Le sue dichiarazioni vertevano intorno alla paura di non riuscire più ad avere ispirazione una volta “pulito” tanto da annunciare anche un ritiro dalla professione, poi smentito.

Una cosa è certa, sappiamo cosa aspettarci da una figura come la sua.

Larry David si unisce alla Justice League nel divertente promo

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Larry David si unisce alla Justice League nel divertente promo

L’atteso film Justice League è stato trai protagonisti dell’ultimo promo diffuso dalla HBO  del programma di Larry David, Curb Your Enthusiasm, dove il noto conduttore si unisce alla lega della giustizia:

LEGGI ANCHE: l’epico contributo dedicato al Batman di Ben Affleck [Video]

LEGGI ANCHE: Flash Point: in standby in attesa dei risultati della Justice League?

Justice League: il trailer finale

CORRELATI:

La trama:

Sulla scia della morte di Clark Kent/Superman per mano di Doomsday, il vigilante Bruce Wayne/Batman rivaluta i suoi metodi estremi e comuncia la ricerca di straordinari eroi per assemblare una squadra di combattenti contro il crimine per difendere la Terra da ogni tipo di minaccia. Insieme a Diana Prince/Wonder Woman, Batman trova l’ex star del football al college, ciberneticamente migliorato, Vic Stone/Cyborg, il velocista Barry Allen/The Flash e un guerriero atlantideo, un re, Arthur Curry/Aquaman. Insieme si schierano contro Steppenwolf, l’araldo e il comandante in seconda dell’alieno signore della guerra Darkseid, incaricato da Darkseid stesso di trovare tre manufatti nascosti sulla Terra.

Ecco il primo trailer di Justice League dal Comic Con

Justice League è stato diretto da Zack Snyder, mentre Joss Whedon è entrato nella produzione solo a fine lavoro ed è previsto per il 16 novembre 2017. Nel film vedremo protagonista Henry Cavill come Superman, Ben Affleck come Batman, Gal Gadot come Wonder Woman, Ezra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman, e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast confermati anche: Amber Heard, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Willem Dafoe, J.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley CollerGoeff Johns e Ben Affleck stesso.

LaRoyce Hawkins: 10 cose che non sai sull’attore

LaRoyce Hawkins: 10 cose che non sai sull’attore

Il mondo dello spettacolo è sempre alla ricerca di nuovo gemme nascoste da scoprire. Una di queste è senza dubbio LaRoyce Hawkins, attore di film e serie tv attivo ormai da diversi anni. Gli appassionati di polizieschi lo ricorderanno sicuramente per Chicago PD mentre per tutti gli altri, diamo una rinfrescatina alla loro memoria.

Scopriamo insieme tutto quello che c’è da sapere su LaRoyce Hawkins.

LaRoyce Hawkins vita privata

10. Nato e cresciuto a Harvey, Illinois, Stati Uniti, nella periferia sud di Chicago, LaRoyce Hawking sin da bambino ha manifestato un interesse particolare per la recitazione e il mondo dello spettacolo. Al liceo ha cominciato a prendere confidenza con il palcoscenico esibendosi in spettacoli di stand-up comedy. Grazie alla sua dedizione e soprattutto alla sua passione, dopo il liceo, ha ricevuto una borsa di studio completa per la Illinois State University dove ha potuto finalmente studiare recitazione.

9. Molto attaccato alla sua città e alle sue radici, LaRoyce è sempre stato molto attivo all’interno della sua comunità. Oltre a fare della beneficenza, si è occupato di persona dei ragazzi meno fortunati, facendo loro da tutor e cercando con le sue parole di ispirare nuove giovani menti.

LaRoyce Hawkins film

8. Il primo ingaggio per LaRoyce arriva nel 2008 quando gli viene offerto un piccolo ruolo nel film The Express, diretto da Gary Fleder. Basato sulla biografica Ernie Davis: The Elmira Express di Robert Gallagher, il film racconta la storia di Ernie David, il primo campione di football afroamericano a vincere il trofeo Heisman. Questo premio, infatti, è il riconoscimento più importante legato al football universitario. Purtroppo Davis morì presto, a solo 23 anni, a causa della leucemia, proprio quando la sua carriera sportiva stava per cominciare.

Negli anni successivi prende parte a due cortometraggi, Reflection (2011) e Google Me Love (2013), prima di approdare nel mondo della televisione e delle serie tv.

LaRoyce Hawkins serie tv

7. Parallelamente alla sua carriera cinematografica, LaRoyce Hawkins inizia ad affacciarsi anche nel mondo della televisione. Dopo alcune ‘comparsate’ e piccoli ruoli in serie tv minori come House of Payne (2008), Detroit 187 (2011), Underemployed – Generazioni in saldo (2012), nel 2013 finalmente arriva la svolta.

In quell’anno LaRoyce viene scelto per interpretare il ruolo di Kevin Atwer nella serie Chicago PD.

LaRoyce Hawkins in Chicago PD

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6. Spinoff della serie televisiva Chicago Fire, creata da Dick Wolf nel 2012, Chicago PD segue le vicende della polizia di Chicago, sia l’unità di pattuglia che quella di intelligence. La squadra è composta da tredici elementi e a capo dell’unità intelligence c’è Henry “Hank” Voight (Jason Beghe), un poliziotto dai modi duri e che non si ferma davanti a niente e nessuno pur di arrivare alla verità. I suoi modi, infatti, sono spesso contestati dagli altri membri della squadra e non solo.

LaRoyce Hawkins interpreta Kevin Atwater, un giovane membro dell’intelligence, onesto e capace e dal passato difficile. Cresciuto in brutto quartiere e con il padre in galera, Kevin è riuscito a emergere dalla miseria e a diventare un bravo poliziotto. E’ molto in sintonia con gli altri membri della squadra, diventati per lui come una seconda famiglia, e ha un fratello e una sorella più piccoli di lui ai quali è molto affezionato.

5. Chicago PD, andata in onda per la prima volta nel 2014, a oggi è arrivata alla sua settimana stagione, facendo strage di pubblico. La serie ha dato la possibilità a LaRoyce di farsi conoscere e apprezzare dalle persone. L’attore, ancora impegnato con Chicago PD, è comparso anche nella serie madre Chicago Fire in ben nove episodi tra cui alcuni crossover e in un paio di episodi degli spinoff Chicago Justice e Chicago Med.

4. Parallelamente al suo lavoro sul set di Chicago PD, LaRoyce Hawkins ha anche lavorato in altre serie tv, ricoprendo ruoli minori, dal 2015 al 2019. In questo arco temporale lo vediamo quindi anche sui set di Ballers (2015), Boyband (2016), Special Skills (2017) e Southside (2019).

LaRoyce Hawkins è su Instagram

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3. Quando le riprese di Chicago PD vanno in pausa o comunque quando ha un po’ di tempo libro, LaRoyce si dedica a una delle sue passioni: la musica dal vivo. L’attore è il volto ufficiale di Let’s Gro, uno spettacolo che unisce musica, stand-up comedy e poesia tutto live.

2. Per restare connesso con i suoi fan, LaRoyce condivide su Instagram e in generale sui suoi account social, molti dei suoi spettacoli e in generale delle sue attività fuori dai set televisivi e cinematografici.

1. LaRoyce è anche molto attivo nella condivisione della sua musica preferita. Sul suo account Instagram c’è un link dal quale è possibile ascoltare alcuni brani della PWRFLMUSIC di Chicago. Su Soundcloud Hawkins ha messo a disposizione dei suoi fan una piccola selezione di musica della sua città natale e dei suoi artisti preferiti.

Fonte: IMDB, Instagram, Soundcloud

Lara Croft: Tomb Raider, tutte le curiosità sul film con Angelina Jolie

Da sempre considerata una delle principali icone videoludiche, nonché l’eroina dei videogiochi più famosa al mondo, l’esploratrice Lara Croft è ancora oggi protagonista di una saga a lei dedicata, ideata nel 1996 da Toby Gard. Questa è inoltre arrivata per la prima volta al cinema nel 2001 con il film Lara Croft: Tomb Raider, diretto da Simon West, già celebre per il thriller d’azione Con Air, e con protagonista la premio Oscar Angelina Jolie. Tale pellicola è ancora oggi definita come il primo blockbuster di successo tratto da un videogame.

Grazie al successo internazionale ottenuto dalla saga videoludica, era solo questione di tempo prima che le storie con protagonista Lara Croft divenissero fonte d’ispirazione per un film. Lara Croft: Tomb Raider presenta però un racconto originale, mantenendosi però fedele alla natura del personaggio e delle sue avventure tipo. Il film presenta dunque territori esotici straordinari, tra cui la Cambogia e l’Islanda, accostando elementi tipici dell’antichità a componenti ultramoderni, con sequenze d’azione spericolate e grandi effetti speciali.

Lara Croft: Tomb Raider rappresentava dunque una vera e propria novità per quanto riguarda il cinema che incontra i videogiochi. Stroncato dalla critica, il film è stato però un enorme successo di pubblico e ancora oggi è un titolo molto ricercato da tutti i film del genere. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà utile approfondire alcune curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e al suo sequel. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Lara Croft: Tomb Raider, la trama del film

Protagonista del film è Lara Croft, un’affascinante ereditiera, fotogiornalista di professione ma in realtà esperta archeologa e predatrice di tombe. Nella sua vita privata, Lara sta ancora cercando di metabolizzare la misteriosa scomparsa del padre, ma l’avvicinarsi dell’anniversario di tale triste evento non fa che renderla nervosa e distratta e niente sembra poter dare serenità alla giovane, neanche la vicinanza del maggiordomo Hillary o del suo assistente tecnico Bryce. Nel frattempo, a Venezia si sono riuniti i capi membri della società segreta degli Illuminati, i quali temono di non riuscire a recuperare in tempo una preziosa chiave perduta.

Questa permette l’accesso alle due metà di un antico manufatto, il triangolo della luce, il cui potere può essere sprigionato solo se assemblato nel corso dell’ultima fase dell’eccezionale evento cosmologico: un’eclissi solare totale. Il compito di ritrovare tale antico manufatto viene affidato a Manfred Powell, un uomo senza scrupoli, e al suo complice Alex West. Venuta a conoscenza della cosa, Lara intraprende a sua volta la ricerca del triangolo della luce, per impedire che finisca in mani sbagliate. Nel corso della sua avventura, però, avrà modo di scoprire molte cose su sé stessa e suo padre.

Lara Croft Tomb Raider sequel

Lara Croft: Tomb Raider, il cast e le location del film

Alla ricerca di un’attrice fascinosa ma allo stesso tempo valente, Simon West assegnò il ruolo da protagonista alla premio Oscar Angelina Jolie. La scelta fu però vista in modo negativo sia dai produttori che dai fan del personaggio. I primi sostenevano che la Jolie non fosse abbastanza conosciuta, suggerendo invece attrici come Jennifer Lopez, Famke Janssen o Sandra Bullock. I fan sostenevano invece che la Jolie non possedeva un fisico appropriato al personaggio, in particolare per via del seno notoriamente promimente di Lara Croft. L’attrice si preparò però molto per poter interpretare al meglio il personaggio, praticando arti marziali, uso di armi da fuoco, guida estrema e altro ancora.

Ciò le permise di poter recitare in quasi tutte le scene del film, senza necessità di ricorrere a controfigure. La sua interpretazione finì poi con il convincere tutti, mettendo a tacere ogni dubbio. Accanto a lei, nel film, si può ritrovare l’attore Jon Voight, vero padre della Jolie, nei panni di Lord Richard Croft, il padre di Lara. L’attore Iain Glen, noto per essere stato Jorah Mormont in Il Trono di Spade, interpreta invece lo spietato Manfred Powell. Daniel Craig interpreta invece Alex West, recitando qui con accento americano. Completano il cast Noah Taylor nei panni di Bryce, Chris Barrie in quelli di Hillary e Richard Johnson per il ruolo delcapo degli Illuminati.

Per quanto riguarda le location, come anticipato queste si sono realmente svolte in luoghi esotici come la Cambogia e l’Islanda. In particolare, nello stato asiatico, le riprese si svolsero nel sito archeologico di Angkor, dove non venivano effettuate riprese sin dal 1960. Le riprese svoltesi in Islanda, che nel film rappresenta però la Siberia, si sono svolte in prevalenza sul ghiacciaio Vatnajökull, il più grande d’Europa. Tale location comportò la necessità di stabilire numerose misure di sicurezza, in quanto il ghiacciaio è notoriamente ricco da profonde voragini.

Lara Croft: Tomb Raider, il sequel, il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Dato il grande successo del film, nel 2003 è stato realizzato un sequel intitolato Tomb Raider – La culla della vita, diretto stavolta da Jan de Bont e interpretato nuovamente dalla Jolie. In questo sequel Lara Croft si trova a doversi scontrare con il bioterrorista Jonathan Reiss nel corso della ricerca dell’antico Vaso di Pandora. Tale sequel ottenne un successo minore rispetto al precedente, ma sufficiente a garantire un terzo film. Questo venne però cancellato nel momento in cui la Jolie si dichiarò non disponibile a riprendere il ruolo. Nel 2018, infine, è stato realizzatoun reboot intitolato Tomb Raider, dove ad interpretare la protagonista vi è l’attrice Alicia Vikander.

È possibile fruire di Lara Croft: Tomb Raider grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Google Play, Apple TV, Netflix, Now e Amazon Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di lunedì 4 dicembre alle ore 21:30 sul canale Warner TV.

Fonte: IMDb

Lara Croft – Tomb Raider: la spiegazione del finale del film con Angelina Jolie

Con Lara Croft – Tomb Raider, il cinema dei primi anni Duemila tenta una delle sue operazioni più ambiziose: trasformare un’icona videoludica in una figura cinematografica autonoma. Diretto da Simon West e interpretato da Angelina Jolie, il film non è soltanto un adattamento, ma una vera e propria costruzione mitologica, che cerca di dare profondità narrativa a un personaggio noto soprattutto per la sua dimensione ludica e avventurosa.

Sotto la superficie dell’action spettacolare e dell’esotismo archeologico, Lara Croft – Tomb Raider sviluppa però un discorso più sottile, legato al rapporto tra tempo e perdita. Il finale, in particolare, non è semplicemente la conclusione di una missione, ma il punto in cui il film esplicita la propria tesi: il vero potere non è controllare il tempo, ma accettarne l’irreversibilità. Lara non vince solo sconfiggendo il nemico, ma rinunciando alla tentazione più grande, quella di riscrivere il passato.

Il Triangolo della Luce, il viaggio tra le reliquie e la scelta finale: la spiegazione del finale come percorso di accettazione

Lara Croft Tomb Raider sequel

La struttura narrativa del film segue un modello classico dell’avventura: un oggetto antico e potentissimo – il Triangolo della Luce – è diviso in due parti e nascosto in luoghi remoti, mentre una società segreta, gli Illuminati, tenta di riunirlo per ottenere il controllo del tempo. Lara Croft entra in questo conflitto non per ambizione, ma per eredità: è suo padre, Lord Richard Croft, a lasciarle il compito di impedire che il Triangolo venga ricomposto.

Fin dall’inizio, il film costruisce una tensione tra destino personale e missione globale. Il misterioso orologio trovato nella villa non è solo una chiave fisica, ma un simbolo: rappresenta il legame tra Lara e il padre, tra passato e presente. Quando Lara scopre che il Triangolo può manipolare il tempo, la missione assume un significato più intimo. Non si tratta più solo di fermare gli Illuminati, ma di confrontarsi con la possibilità di rivedere il padre, di correggere la perdita.

La prima metà del viaggio, ambientata in Cambogia, mette in scena una lotta per il controllo della conoscenza. Lara comprende che non basta trovare gli artefatti, ma interpretarli correttamente. Questo la distingue dagli antagonisti, che si affidano alla forza e alla rapidità. Quando recupera il primo frammento del Triangolo, emerge già una differenza fondamentale: Lara non cerca il potere, ma la comprensione.

Il vero punto di svolta arriva in Siberia, dove il Triangolo può essere finalmente ricomposto durante l’allineamento planetario. Qui il film introduce il suo conflitto più profondo: Powell offre a Lara la possibilità di usare il potere del Triangolo per riportare in vita suo padre. È una tentazione che va oltre qualsiasi motivazione eroica, perché tocca la dimensione personale del lutto.

Quando Lara entra nel “crocevia del tempo” e incontra il padre, il film sospende momentaneamente la dimensione action per diventare riflessione. Il dialogo tra i due è il cuore emotivo del finale: Lord Croft le dice chiaramente che usare il Triangolo sarebbe un errore, che il tempo non deve essere piegato al desiderio umano. In quel momento, Lara compie la sua scelta: rinuncia alla possibilità di cambiare il passato e decide di distruggere il Triangolo.

La manipolazione temporale che segue – con Lara che riavvolge gli eventi per ottenere un vantaggio su Powell – non contraddice questa scelta, ma la rafforza. Usa il potere del tempo non per alterare il destino, ma per completare la missione. Distruggendo il Triangolo, Lara elimina definitivamente la tentazione, accettando che il passato non può essere modificato.

Il significato profondo del finale tra controllo e rinuncia

Lara Croft Tomb Raider film

Il tema centrale del film è il rapporto tra tempo e identità. Il Triangolo rappresenta il desiderio umano di controllare ciò che è per definizione incontrollabile: il fluire del tempo. Questo desiderio è condiviso da tutti i personaggi, ma si manifesta in modi diversi.

Powell incarna la volontà di dominio. Per lui, il tempo è uno strumento di potere, qualcosa da usare per riscrivere la realtà a proprio vantaggio. Non ha legami emotivi con il passato, ma vede nel Triangolo un mezzo per affermare il proprio controllo sul mondo. È un approccio freddo, calcolato, che riflette una visione utilitaristica del tempo.

Lara, invece, vive il tempo come memoria. Il suo legame con il padre è il motore della sua azione, ma anche il suo punto debole. Il film costruisce lentamente questa tensione: ogni indizio, ogni messaggio lasciato da Lord Croft rafforza il legame tra i due, rendendo la scelta finale ancora più difficile.

La decisione di distruggere il Triangolo è quindi una scelta identitaria. Lara non rifiuta il potere perché non lo desidera, ma perché comprende le conseguenze del suo utilizzo. Accettare la perdita diventa un atto di maturità, un passaggio necessario per definire chi è veramente. Non è più solo un’avventuriera, ma una figura capace di prendere decisioni etiche complesse.

Il finale suggerisce che il controllo del tempo è un’illusione. Anche quando Lara riesce a manipolarlo temporaneamente, lo fa per ristabilire un equilibrio, non per alterarlo. Il messaggio è chiaro: il tempo non può essere posseduto, ma solo attraversato.

Il cinema d’avventura e l’adattamento videoludico nei primi anni 2000

Angelina Jolie nel film Lara Croft - Tomb Raider

Nel contesto cinematografico dei primi anni Duemila, Lara Croft – Tomb Raider rappresenta un tentativo significativo di tradurre il linguaggio videoludico in forma cinematografica. Simon West costruisce un film che mantiene l’estetica e la struttura del gioco, ma introduce elementi narrativi più complessi per adattarsi al medium.

Il film si inserisce in una tradizione che richiama il cinema d’avventura classico, da Indiana Jones fino ai blockbuster contemporanei, ma lo fa attraverso una sensibilità più moderna. Lara Croft non è un semplice eroe, ma un personaggio definito da contraddizioni e conflitti interiori. Questo la distingue dalle figure archetipiche del genere, rendendola più vicina a un pubblico contemporaneo.

La presenza di Angelina Jolie è centrale in questo processo. La sua interpretazione combina fisicità e vulnerabilità, contribuendo a costruire un personaggio credibile sia come icona action sia come figura emotiva. Il film sfrutta questa dualità per sviluppare una narrazione che alterna spettacolo e introspezione.

Dal punto di vista stilistico, il film riflette le tendenze dell’epoca, con un uso massiccio di effetti digitali e una messa in scena dinamica. Tuttavia, ciò che lo distingue è la volontà di inserire un nucleo tematico forte all’interno di una struttura commerciale. Non si limita a essere un prodotto d’intrattenimento, ma tenta di costruire un discorso sul rapporto tra individuo e tempo.

Distruggere il tempo per salvarsi: implicazioni finali su destino, libero arbitrio e futuro di Lara Croft

Angelina Jolie in Lara Croft - Tomb Raider

Il gesto finale di Lara – distruggere il Triangolo – ha implicazioni che vanno oltre la conclusione della trama. È un atto che definisce il suo rapporto con il destino e il libero arbitrio. Rinunciando al potere di controllare il tempo, Lara accetta l’incertezza del futuro, ma anche la responsabilità delle proprie scelte.

Questo introduce una tensione interessante: se il tempo non può essere controllato, allora ogni decisione acquista un peso maggiore. Lara non può più contare su una seconda possibilità, su una correzione degli errori. Deve vivere con le conseguenze delle sue azioni, proprio come chiunque altro.

La scena finale, ambientata nella villa, riflette questa nuova consapevolezza. Il ritorno alla quotidianità non è un semplice epilogo, ma un momento di ridefinizione. Lara non è più la stessa persona dell’inizio: ha attraversato un’esperienza che l’ha costretta a confrontarsi con la perdita e a trasformarla in forza.

In questo senso, il film suggerisce che il vero potere non è quello di cambiare il passato, ma di accettarlo. È una conclusione che, pur inserita in un contesto spettacolare, ha una dimensione sorprendentemente intima. Lara Croft emerge non solo come eroina d’azione, ma come figura capace di incarnare un conflitto universale: quello tra ciò che desideriamo e ciò che dobbiamo lasciare andare.

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Laputa Il castello nel cielo: recensione del film di Hayao Miyazaki

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Torna al cinema il grande maestro Hayao Miyazaki che questa volta torna alle origini. Arriva al cinema infatti Laputa – Il Castello nel Cielo, uno dei primo film dello studio Ghibli, scritto e diretto da Miyazaki stesso, in una nuova versione ridoppiata distribuito da Lucky Red.
Sheeta è una bambina braccata perché possiede un grande tesoro, una aereopietra che può indicare la strada per Laputa, una leggendaria città volante che un tempo dominava il mondo. A cercare la bambina ci sono sia i pirati sia l’esercito che però è comandato da un misterioso personaggio: Muska, un uomo con oscuri propositi. Tra inseguimenti, esplosioni, voli acrobatici e una grande amicizia che sorge all’insegna dell’avventura, i due ragazzini cresceranno e troveranno il loro posto nel mondo, insieme ad una persona con cui condividere la vita.

Il film del 1986 si presenta ancora oggi, come tutti i classici firmati Ghibli, tremendamente attuale. Forse meno complesso delle opere più famose di Miyazaki, Laputa presenta tuttavia tutte le tappe del racconto di formazione ed avventura, caratterizzandosi per la straordinaria potenza evocativa delle immagini e della musica, uniti ad una storia che riesce a sorprendere coinvolgere e stupire ad ogni passo.

Miyazaki attinge alla grande letteratura di viaggio e avventura, con particolare attenzione all’opera di Swift I Viaggi di Gulliver, che viene anche citato esplicitamente nel film, e Verne per le sue fantastiche e avvenieristiche elucubrazioni letterarie sulle macchine volanti che si trovano a profusione nei suoi romanzi. L’uomo in Miyazaki fa sempre una brutta figura, l’essere umano è quanto di più soggetto all’influenza del potere, ma il regista trova anche spazio per la redenzione, la comicità sapientemente calibrata e distribuita e il sentimento autentico che muove l’amore e l’amicizia. A distanza di anni Laputa – Il Castello nel Cielo è un film da vedere e rivedere, denso, colorato e con l’atmosfera inconfondibile e straordinaria che porta immancabilmente la firma di Hayao Miyazaki.