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“Credo nella ridondanza del presente”, Hirokazu Kore’eda arriva alla Festa del Cinema #RomaFF14

Si presenta silenziosamente e a capo chino il regista giapponese Hirokazu Kore’eda, protagonista di uno degli incontri ravvicinati della Festa del Cinema di Roma. Nonostante l’umiltà con cui si mostra al pubblico, Kore’eda è tra i più premiati e apprezzati cineasti oggi in attività. Con premi ricevuti a importanti festival come quelli di Venezia e Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro per Un affare di famiglia, il regista è attualmente in sala con il suo ultimo film, Le verità, con protagoniste Catherine Deneuve e Juliette Binoche.

Per inaugurare l’incontro il regista racconta di come si sia avvicinato al cinema, avendo lui intrapreso la sua carriera inizialmente nel mondo della televisione. “Dopo aver realizzato alcuni prodotti mi ero reso conto di esserne già stufo. Tutto andava fatto con tempistiche molto frenetiche, e questo semplicemente non era un lavoro adatto a me. Ho così iniziato a girare miei documentari, dove potevo gestire io la macchina da presa, potevo prendere il tempo di cui avevo bisogno e approfondire ciò che desideravo. Nonostante ciò non smisi mai di continuare a scrivere mie sceneggiature, e alla fine mi sono deciso a debuttare con una di queste al cinema, tornando al genere di fiction.”

Nel corso dell’incontro, durato circa due ore, sono state mostrate clip tratte dai più celebri film del maestro, raggruppate tuttavia per ordine tematico. Il primo di questi è stato riguardo il grande lavoro svolto dal regista, in quasi tutti i suoi film, con i bambini protagonisti. “Riprendere i bambini è un’attività indubbiamente complessa, ma altrettanto interessante. Di solito i bambini che scelgo per i miei film non hanno esperienze recitative, il che è un bene perché gli permette di essere naturali, non costruiti. Per aiutarli inoltre non li pongo al confronto con attori adulti protagonisti, perché il divario genererebbe soltanto stress. Quindi spesso prediligo attori senza o con poca esperienza davanti la camera. Inoltre raramente fornisco il copione ai bambini, perché per esperienza risultano più spontanei se sanno cosa fare solo poco prima di doverlo fare.”

Il secondo gruppo tematico riguarda invece i concetti di dolore, morte ed elaborazione del lutto, presenti sotto varie sfumature in tutta la filmografia del regista. “Si dice che nel momento in cui moriamo, si rivede tutta la nostra vita impressa su pellicola cinematografica, come un grande flashback che ci scorre davanti agli occhi. Non so se questo sia vero, però l’idea di riproporre questo concetto è certamente alla base di questa mia volontà di indagine sulla morte.”

“Per parlare di ciò tuttavia non mi rivolgo mai ai flashback. Io credo nella ridondanza del presente, nella persistenza del passato e nell’imminenza del futuro. Nei miei film ciò che è stato doloroso è già passato, non accade sullo schermo. Il dolore nei miei film appartiene al passato, esiste al di fuori del frammento di narrazione su cui mi concentro. Il fondo e la cima dell’emotività stanno al di fuori della pellicola, e mi concentro invece sul ritrarre ciò che è al centro di questa triplice spartizione, è questo che mi interessa.

Il terzo blocco è invece legato al concetto di tempo, che Kore’eda sembra rimutuare dalla tradizione cinematografica giapponese precedente, in particolare da Yasujirō Ozu. “Più volte mi è stato fatto notare che il tempo nei miei film è trattato in modo simile a quello nei film di Ozu, e la risposta più precisa che mi è stata data è riguardo il modo in cui scorre il tempo. Non c’è una linearità, ma una circolarità, e penso sia vero. Il punto di arrivo dei miei film è di poco distante dal punto di partenza, dopo aver compiuto tuttavia un viaggio intorno a questo.

oscar 2019 Hirokazu Kore-eda Un affare di famiglia

Al regista viene poi chiesto di parlare della sua prima esperienza regista al di fuori del Giappone, avvenuta con il film Le Verità, presentato proprio all’ultima edizione del Festival di Venezia. “Per quanto riguarda il set e il mio modo di gestire la regia, posso dire che non ci sono state grandi differenze con quanto avevo fatto già in Giappone. Anche in questo caso ho osservato gli attori, e sulla base di quanto loro fanno decido se apportare o meno modifiche alla sceneggiatura. È stato un set dove tutti noi imparavamo le cose direttamente sul posto. Molte cose le capivamo, percepivamo soltanto lì. La differenza di approccio è stata che in un momento difficile i giapponesi tacciono, mentre gli europei tendono più a scontrarsi. E a questo ho fatto attenzione  mentre scrivevo il copione.”

Per concludere l’incontro, il regista dedica un pensiero all’attrice Kirin Kiki, protagonista di numerosi suoi film e scomparsa nel settembre del 2018. “Quando abbiamo girato Un affare di famiglia stava piuttosto bene, non mi aspettavo assolutamente che sarebbe morta così all’improvviso. C’è una cosa in particolare che ricordo di lei in quel film. Quando abbiamo girato la scena sulla spiaggia, io ho ripreso il suo volto di profilo mentre guardava la famiglia. In sala di montaggio mi sono reso conto che lei stava muovendo leggermente la bocca. Guardando molto attentamente mi sono reso conto che stava dicendo “grazie”.”

“Non era una battuta presente nella sceneggiatura, – continua Kore’eda – ma lei la pronunciò lo stesso. Nel film ci sono tante cose che rimangono non dette, lasciate in sospeso, e lei ha capito perfettamente ciò, sottolineando questa cosa con il suo silenzioso “grazie”. È un contributo splendido, un regalo meraviglioso che lei ha fatto sia nei confronti dell’opera sia nei miei, e le sono eternamente grato.”

 

“Cime Tempestose”: le differenze tra il film di Emerald Fennell e il romanzo di Emily Brontë

Fin dalla prima folata di vento sulla brughiera, è chiaro che questo “Cime Tempestose”, dal 12 febbraio nelle nostre sale distribuito da Warner Bros, non è l’Heights di un tempo, ma una visione alterata, a metà strada tra sogno e stato febbrile, dove l’amore arde luminoso e muore giovane, e le generazioni che un tempo seguivano vengono inghiottite interamente dal silenzio. La versione del 2026 di Emerald Fennell dell’immortale tragedia di Emily Brontë, con Margot Robbie nel ruolo di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quello di Heathcliff, non si limita ad adattare il romanzo: lo distilla.

Del romanzo rimane la tempesta di Cathy e Heathcliff; viene scartato il lungo regolamento di conti che Brontë dispiega con spietata pazienza. Riducendo la storia alle sue passioni più febbrili, il film rimodella il significato stesso del finale. Dove il romanzo parla di eredità, vendetta e pace inquieta, il film si arresta al crepacuore e, così facendo, altera l’anima della vicenda. Attraversiamo dunque entrambe le brughiere e osserviamo ciò che è andato perduto, ciò che è stato trasfigurato e ciò che, forse, è stato tradito.

Cortesia Warner Bros Discovery

Un racconto un tempo narrato due volte, ora raccontato una sola

Il romanzo di Brontë è incorniciato dalla distanza e dal ricordo. Il lettore entra per la prima volta a Wuthering Heights attraverso gli occhi del signor Lockwood, un estraneo il cui disagio rispecchia il nostro. Il suo incontro con gli abitanti cupi della casa — un servo dal carattere aspro, una giovane donna riservata e pungente, un ragazzo rozzo — prepara il terreno alla memoria spettrale che segue. Attraverso il lungo racconto della governante Nelly Dean, il passato si dispiega come una tempesta ricordata. Il film ignora tutto questo.

Non c’è Lockwood a restare attonito sulla soglia. Nessuna notte bloccata dalla neve, nessun graffiare disperato alla finestra, nessuna apparizione spettrale a introdurre la tragedia. La storia non è più un racconto trasmesso da una voce all’altra; è immediata, non filtrata, priva di quella sensazione ossessiva di retrospezione. Abbandonando la narrazione stratificata, il film rinuncia all’idea che questa vicenda marcisca e riecheggi nel tempo. Non è più un’eredità di sofferenza, ma una calamità isolata. Nel disegno di Brontë il passato sanguina nel presente. Nella visione di Fennell, il passato si consuma da sé.

Earnshaw trasformati e stirpi cancellate

Nel romanzo, la casa degli Earnshaw è un crogiolo di rivalità. Catherine non è figlia unica: ha un fratello, Hindley, la cui gelosia e crudeltà alimentano l’amarezza di Heathcliff. Il padre, pur con i suoi difetti, mostra bontà verso l’orfano che porta a casa da Liverpool. È Hindley a degradare Heathcliff, a picchiarlo, a ridurlo in servitù dopo la morte del padre. Nel film questa crudeltà cambia volto.

Catherine (Margot Robbie) è figlia unica. Hindley, con la moglie Frances e il figlio Hareton, non esiste. È il padre Earnshaw (interpretato da Martin Clunes) a diventare il tiranno, colpendo Heathcliff (Jacob Elordi) e umiliandolo. La fonte dell’umiliazione di Heathcliff si modifica: nel romanzo nasce dalla rivalità fraterna e dal risentimento di classe incarnato da Hindley; nel film discende direttamente dalla brutalità patriarcale.

Questo mutamento semplifica il panorama morale. La discesa di Hindley nel vizio e nel gioco d’azzardo, fondamentale per la futura vendetta di Heathcliff, viene eliminata. L’intricata rete di decadenza familiare è recisa di netto. Senza Hindley non può esserci Hareton; senza Hareton, il futuro di Wuthering Heights svanisce. Il mondo di Brontë è fatto di legami aggrovigliati e conseguenze generazionali. Quello del film è più stretto, più solitario. Conosce solo tre cuori principali, e quando uno smette di battere, la storia finisce.

Cortesia Warner Bros Discovery

I Linton reinventati e la vendetta attenuata

Nel libro, l’episodio in cui Catherine e Heathcliff spiano i Linton è decisivo. Lei viene aggredita dal cane; viene accolta e raffinata; lui viene allontanato e umiliato. Questo approfondisce il divario tra loro. Più tardi, Hindley ed Edgar Linton deridono Heathcliff, alimentando il suo voto di vendetta.

Il film riduce l’incontro a una scena più intima. Catherine è sola quando viene scoperta. Scivola con la gamba; Edgar la afferra. La violenza del cane, l’autorità genitoriale dei Linton e l’umiliazione sociale inflitta a Heathcliff sono attenuate o eliminate. Il commento sul ceto e sulla classe, così penetrante nel romanzo, quasi scompare nell’adattamento.

Nel testo di Brontë, la vendetta di Heathcliff è metodica. Torna ricco e sfrutta la dipendenza di Hindley dal gioco fino a ipotecare Wuthering Heights. Corteggia Isabella Linton per ferire Edgar e Catherine. Ordisce matrimoni per assicurarsi proprietà ed eredità. La sua vendetta è fredda come il vento che spazza la brughiera.

Nel film, queste strategie si dissolvono nell’ombra. Heathcliff ritorna e ottiene Wuthering Heights, ma manca l’ingranaggio accurato della sua ritorsione. Nessuna rovina elaborata di Hindley, nessun figlio Linton come pedina. La narrazione della vendetta, così centrale nella seconda parte del romanzo, si placa. Heathcliff appare meno architetto della distruzione e più amante tragico sconfitto.

Cortesia Warner Bros Discovery

Una stanza rosa e una furia attenuata

Impossibile ignorare le audaci scelte estetiche del film. La camera di Catherine, immaginata in tonalità rosa confetto e concepita in armonia con l’incarnato di Margot Robbie, contrasta nettamente con l’austera penombra associata al romanzo. Dove Brontë evoca interni ombrosi e spogli, il film osa morbidezza e artificio.

Anche il personaggio di Nelly cambia. Nel film è una serva solida, sebbene imperfetta, talvolta invadente ma radicata nella realtà. Nel romanzo ha un’aura più ambigua, quasi complice delle miserie che racconta.

Il film indulge inoltre in una sensualità appena accennata nelle pagine di Brontë. I baci si prolungano. Gli abbracci si susseguono. La passione tra Catherine e Heathcliff è resa con abbondanza corporea, mentre nel romanzo la potenza risiede nell’intensità del sentimento espresso più attraverso parole e gesti che attraverso la carne. Amplificando l’elemento sensuale, il film rende l’amore immediato e tangibile, forse a scapito della sua selvaggia contenutezza.

La questione dell’aspetto di Heathcliff

Tra le modifiche più discusse vi è la scelta di Jacob Elordi come Heathcliff. Nel testo di Brontë, Heathcliff è descritto come dalla pelle scura, di origine ambigua e forse straniera, paragonato a uno zingaro, forse proveniente da terre lontane (storicamente, potrebbe avere plausibilmente origini indiane). Il suo essere estraneo non è solo sociale ma anche etnico, sottolineando l’alienazione all’interno della famiglia Earnshaw e della comunità.

La scelta del film ha suscitato accuse di “sbiancamento” di un personaggio la cui alterità è fondamentale per l’esplorazione del pregiudizio. Riducendo questo aspetto, l’adattamento attenua la riflessione del romanzo sull’esclusione. Heathcliff diventa meno l’estraneo permanente segnato dalla differenza visibile e più l’eroe romantico tormentato dai tratti familiari. Così il commento su casta ed emarginazione si affievolisce.

Cortesia Warner Bros Discovery

Un finale reciso: morte senza conseguenze

Qui sta il cuore della questione. Nel film, Catherine muore prima di avere figli. Heathcliff resta, devastato e desolato. La storia si chiude sul suo dolore. Nessun erede, nessuna seconda generazione, nessun lento dispiegarsi delle conseguenze nel corso dei decenni. Il sipario cala sulla perdita.

Nel romanzo, Catherine muore dopo aver dato alla luce una figlia, Cathy. Da lei nasce la seconda metà della vicenda. Isabella partorisce un figlio malaticcio di Heathcliff. Hareton, figlio di Hindley, cresce rozzo e incolto sotto il dominio di Heathcliff. Con crudeltà calcolata, Heathcliff intreccia i destini di questi giovani per possedere sia Wuthering Heights sia Thrushcross Grange, dei Linton.

Gli anni passano. Cathy e Hareton, inizialmente estranei e risentiti, giungono infine alla tenerezza. Lei gli insegna a leggere; lui recupera dignità. Nella loro unione risiede una fragile redenzione che sorge dalle macerie delle passioni dei padri. Heathcliff, perseguitato dal ricordo di Catherine, si consuma e muore nella sua vecchia stanza. Le proprietà vengono restaurate. Le brughiere sussurrano di fantasmi in pace.

Brontë non conclude con la sola morte, ma con una restaurazione inquieta. L’amore, corrotto in una generazione, trova espressione più mite nella successiva. Il film abbandona del tutto questo arco. Fermandosi alla morte di Catherine e al dolore di Heathcliff, trasforma una saga di eredità in una tragedia di devozione esclusiva. Nessuna Cathy ad addolcire il lascito, nessun Hareton a reclamare Heights, nessun accenno al fatto che il tempo possa temperare l’ira. La brughiera resta sospesa nel lutto, non nel rinnovamento.

Cosa si guadagna e cosa si perde?

Concentrandosi sulla prima metà del romanzo, il film intensifica l’immediatezza. L’amore tra Catherine e Heathcliff diventa l’unico sole attorno a cui tutto ruota. Per chi privilegia la loro storia sopra ogni cosa, questa scelta può apparire potente e pura. Eppure qualcosa di profondo viene sacrificato.

Il genio di Brontë non consiste solo nel ritrarre un amore feroce come il fulmine, ma nel tracciarne gli effetti rovinosi attraverso le generazioni. Scrive di proprietà e orgoglio, di confini sociali e vendetta, di figli che portano il peso dei peccati dei genitori. Il suo finale suggerisce che, sebbene la passione possa devastare, il tempo e l’umiltà possano ancora guarire.

Il film, al contrario, sceglie la ferita eterna invece della lenta ricucitura. Ci lascia con un Heathcliff non redento, una Catherine non redenta, e un mondo in cui la violenza dell’amore non ha contrappeso. I fantasmi possono ancora vagare, ma non vi sono cuori vivi a rimettere ordine nella casa.

Cime tempestoseUna brughiera reinventata

Il “Cime Tempestose” di Emerald Fennell è visionario a suo modo, audace nei colori, fervido nella sensualità, e disposto a ridurre una narrazione ampia al suo nucleo più incendiario. La Catherine di Margot Robbie brucia di tragico ardore; l’Heathcliff di Jacob Elordi medita in intensa ferita. La loro unione non è una leggenda distante, ma una conflagrazione immediata.

Tuttavia, scambiando ampiezza con concentrazione, l’adattamento rimodella il significato di Brontë. Il romanzo si chiude con tombe affiancate, con proprietà restituite, con giovani amanti che progettano un futuro più dolce. Parla, nella sua cupezza, di cicli compiuti e tempeste placate.

Il film termina ancora nella tempesta. E così la domanda resta sospesa come nebbia sulla brughiera: “Cime Tempestose” è la storia di un amore che ha distrutto tutto, o di un mondo che, spezzato, si è lentamente ricomposto? Brontë risponde con la continuità. Fennell risponde con la frattura.

“Cime Tempestose”: Jacob Elordi e Alison Oliver spiegano il significato di QUELLA scena discutibile

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Jacob Elordi e Alison Oliver hanno offerto le loro interpretazioni di una delle scene più discutibili del nuovo “Cime Tempestose”.

Come sappiamo, quando Cathy decide di interrompere la usa relazione clandestina con Heathcliffe, lui comincia a corteggiare insistentemente Isabella, per ripicca, tanto che alla fine i due si sposano, contro ogni buonsenso e contro la volontà di chiunque. Ma l’ossessione di Heathcliff per Cathy significa che questo matrimonio era destinato al fallimento fin dall’inizio. Verso la fine del film, la governante Nelly Dean (Hong Chau) fa visita a Isabella e Heathcliff a Cime Tempestose e trova il posto in preda al caos, con Isabella incatenata al camino con un collare da cane. “È stata davvero divertente quella scena”, ha detto Elordi a Entertainment Weekly.

I cani sono un motivo ricorrente nel romanzo di Cime Tempestose, sia nella loro versione naturale, in quanto attaccano violentemente le persone in diverse occasioni, sia nella loro versione figurata, in quanto spesso i personaggi vengono paragonati a cani. Il film ne sceglie una lettura diversa, forse più pruriginosa e moderna, e la racchiude in quella scena. “Penso che Emerald abbia in un certo senso preso l’uccisione del cane e queste parti davvero oscure del romanzo e le abbia inserite in questa scena“, ha continuato Elordi. “Isabella e Heathcliff sono completamente fuori di testa. Vivono in una specie di inferno, capisci?

Ma soprattutto, Heathcliff vive nell’infelicità perché non può stare con Cathy e le sue azioni non attirano la sua attenzione come vorrebbe. “Per lui, è un inferno autogenerato. È il momento in cui la sua ossessione si trasforma in qualcos’altro – in una disperazione rabbiosa – e perde ogni parvenza di compostezza“, dice Elordi. “E non funziona più, e lo scherzo è finito, il che significa che è reale, capisci? E devono affrontarlo.

Dal punto di vista di Isabella, Alison Oliver ha descritto dettagliatamente lo stato d’animo del suo personaggio nella stessa intervista. “Perché [Isabella] è in realtà una persona piuttosto repressa, e poiché è stata così infantilizzata, tutto ciò che viene represso, quando viene fuori, è disordinato e disorganizzato”, ha ricordato Oliver in precedenza. “E si trova in un posto completamente sconosciuto, strano, diverso. Gran parte di questo è dovuto semplicemente al caos del nuovo posto in cui si trova.”

La rappresentazione di Isabella come apparentemente in qualche modo felice di questa dinamica relazionale con Heathcliff è un’altra deviazione dal romanzo in Cime Tempestose del 2026, che The Guardian critica, affermando che “Fennell prende alla leggera la crudeltà [di Heathcliff] nei suoi confronti dipingendo Isabella come una sottomessa consenziente e sorridente”. Isabella alla fine fugge dal matrimonio violento del libro e dà alla luce un figlio.

Isabella è anche la sorella di Edgar nel romanzo, invece che la sua pupilla come nel film. È stato chiarito che questo adattamento di Cime Tempestose non è affatto fedele al materiale originale, e Fennell esplora una diversa iterazione di Isabella e di come affronta il suo matrimonio con Heathcliff. La storia è sempre molto cupa e prende molte svolte selvagge prima di giungere alla fine.

“Cime Tempestose”, recensione: Emerald Fennell riscrive completamente la storia di Heathcliff e Catherine

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Mettere tra virgolette il titolo “Cime Tempestose” non è un vezzo grafico, ma una dichiarazione di poetica. Emerald Fennell sembra dirci fin dall’inizio che ciò che stiamo per vedere non è Wuthering Heights, bensì un oggetto cinematografico autonomo, liberamente – anzi liberissimamente – ispirato al romanzo di Emily Brontë. Un’operazione che non mira alla fedeltà, né alla riscrittura filologica, ma a una trasformazione radicale: prendere una delle storie più oscure, violente e moralmente disturbanti della letteratura ottocentesca e renderla tollerabile, seducente, glamour. In una parola: consumabile.

Il risultato è un melodramma romantico lucidissimo, furbo, levigato fino a diventare una superficie riflettente in cui lo spettatore può specchiarsi senza mai ferirsi davvero.

Un adattamento che cancella il buio per salvare la passione

Il romanzo di Brontë è un racconto di vendetta nera, fantasmi, ossessione e distruzione morale. È una storia che non cerca empatia ma vertigine, che mette il lettore davanti a personaggi sgradevoli, crudeli, incapaci di redenzione. Tutto questo, nel film di Fennell, viene sistematicamente eliminato o pesantemente modificato.

Cortesia Warner Bros Discovery

Restano Cathy e Heathcliff. Tutto il resto – la coralità, le generazioni, la brutalità sociale, l’odio che si trasmette come una malattia – viene sacrificato per costruire una narrazione binaria, centrata esclusivamente sul legame sentimentale tra i due protagonisti. Il conflitto non è più etico o sociale, ma emotivo. Non c’è più vendetta, ma frustrazione amorosa. Non c’è più orrore, ma sofferenza romantica.

In questa scelta si rivela l’anima dell’operazione: “Cime Tempestose” diventa un romanzo Harmony travestito da cinema d’autore, una storia che banalizza il materiale originale proprio per renderlo accettabile a un pubblico contemporaneo che vuole emozionarsi senza essere messo realmente in crisi.

Un non-tempo storico tra postmodernità e ricerca etetica

Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua collocazione temporale. Fennell rifiuta qualsiasi classificazione storica precisa e costruisce un non-tempo cinematografico in cui elementi antichi e futuristici convivono senza attrito. I costumi di Jacqueline Durran citano l’Ottocento ma lo stilizzano; i dialoghi suonano arcaici ma hanno una musicalità moderna; i corpi degli attori sono contemporanei, liberi, quasi anacronistici.

È un lavoro profondamente postmoderno, che però non rinuncia a una forma di ricerca filologica: non tanto sul testo, quanto sull’immaginario. Cime Tempestose non è ambientato in un’epoca, ma in un’idea di romanticismo eterno, slegato dalla storia e quindi perfetto per essere consumato come mito. Questa sospensione temporale è anche il modo con cui Fennell neutralizza il peso politico e sociale dell’opera originale, trasformandola in una favola passionale fuori dal mondo.

Cortesia Warner Bros Discovery

Jacob Elordi e Margot Robbie: bellezza come dispositivo narrativo

Se il film regge, lo fa soprattutto grazie ai suoi interpreti. Jacob Elordi e Margot Robbie sono due corpi cinematografici potentissimi, e Fennell lo sa benissimo. La macchina da presa li ama, li contempla, li esibisce. Heathcliff e Cathy non sono più personaggi disturbanti, ma icone romantiche, quasi modelli su una passerella emotiva.

Elordi costruisce un Heathcliff tormentato ma mai realmente inquietante, più fragile che feroce, più ferito che vendicativo. Robbie, dal canto suo, offre una Cathy magnetica, volitiva, ma sempre leggibile, sempre empatica, leggermente bisbetica. La loro chimica è indiscutibile, e diventa il vero motore emotivo del film. È un cinema che usa la bellezza come anestetico: tutto è dolore, ma un dolore elegante, fotogenico, pronto per essere condiviso emotivamente senza lasciare cicatrici.

Regia, estetica e colonna sonora: un melodramma consapevole

Emerald Fennell dirige con una sicurezza impressionante. Ogni inquadratura è pensata, ogni scelta estetica è coerente con l’idea di fondo. La fotografia di Linus Sandgren avvolge il racconto in una luce che oscilla tra il pittorico e il patinato, tenendo sempre a mente che in scena deve sempre esserci qualcosa di rosso, che sia un nastro, un abito, o anche il colore del fiume, non importa che non sia realistico. Mentre la scenografia di Suzie Davies costruisce spazi che sembrano più stati d’animo che luoghi reali.

La colonna sonora, che include canzoni originali di Charli XCX, è forse l’elemento più esplicitamente contemporaneo: un ponte diretto verso il pubblico giovane, verso un immaginario pop che dialoga apertamente con il melodramma classico. È una scelta audace ma perfettamente in linea con l’idea di “Cime Tempestose” come oggetto ibrido, sospeso tra alto e basso, tra cinema d’autore e prodotto mainstream.

Cortesia Warner Bros Discovery

Cinema “tra amiche”: un film che sa esattamente a chi parla

In definitiva, “Cime Tempestose” è una passerella glamour perfetta per un cinema da visione condivisa, un film pensato per far piangere e sospirare. Non è per tutti i gusti, e non vuole esserlo. Non cerca la complessità morale del romanzo, né la sua violenza simbolica. Cerca invece un pubblico preciso, un’estetica riconoscibile, una risposta emotiva immediata.

Il fatto che il titolo venga presentato tra virgolette non è casuale: è il modo più onesto per dichiarare la distanza dall’originale e, allo stesso tempo, rivendicare la legittimità di un’interpretazione che non vuole essere fedele, ma efficace.

Da Warner Bros. Pictures e dalla regista premio Oscar Emerald Fennell, “Cime Tempestose” arriva nelle sale italiane il 12 febbraio 2026 come manifesto di una volontà di cinema estremamente chiara: trasformare l’oscurità in melodramma, la crudeltà in glamour, la letteratura in emozione condivisa. Una scelta discutibile, ma indubbiamente coerente.

“Cime Tempestose”, cosa ne pensano i responsabili del Brontë Museum?

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Il personale del Brontë Parsonage Museum, con sede nella vera casa della famiglia Brontë a Howarth, ha assistito giovedì alla proiezione di “Cime Tempestose” di Emerald Fennell, organizzata dalla Warner Bros. Nonostante le controverse modifiche apportate al film rispetto al romanzo – tra cui la rappresentazione di Heathcliff come un uomo bianco e la presenza di elementi più apertamente sessuali – l’accoglienza è stata ampiamente positiva.

“Non siamo stati coinvolti nella realizzazione del film”, ha dichiarato Rebecca Yorke (tramite The Guardian), direttrice del museo e della Brontë Society, “ma Emerald Fennell è stata ospite del nostro festival di scrittura femminile Brontë a settembre, dove ha parlato con eloquenza di Cime Tempestose e della sua personale opinione. Qualsiasi nuova interpretazione probabilmente piacerà più a un pubblico che a un altro e susciterà un acceso dibattito.”

“Ad alcuni potrebbero non piacere [i cambiamenti]”, ha detto Sue, del reparto di apprendimento, “ma è un film emozionante da guardare di per sé”, mentre Diane, responsabile della divulgazione, ha commentato: “È fedele? No. È per i puristi? No. È una divertente rivisitazione del romanzo? Sì!”. Il Guardian riporta anche le speranze dello staff che il film incoraggi le persone a leggere il libro, il che significa che saranno esposte ai diversi temi del materiale originale.

In un’intervista con ScreenRant, Emerald Fennell ha spiegato perché diversi personaggi sono stati tagliati da “Cime Tempestose”, dicendo: “Cathy e Heathcliff, credo che quelli di noi che amano il libro, pensino che sia questo il punto”. In linea con ciò, Ruth, coordinatrice dell’esperienza dei visitatori del Brontë Museum, ha affermato che il film dimostra “alcune verità essenziali sul libro e sul rapporto tra Heathcliff e Cathy”.

Anche Mia, responsabile del coinvolgimento digitale, ha commentato: “Sembra davvero un incubo”. Inoltre, la più recente biografa di Brontë, la Dott.ssa Claire O’Callaghan, ha assistito alla prima proiezione pubblica del film a Leeds venerdì e lo ha elogiato come “davvero rinfrescante” perché “non c’è alcun tentativo di fedeltà all’originale. Se fosse più un dramma d’epoca, la gente potrebbe rimanerne più turbata. Ma questo è così lontano da quello, ed è così esagerato“.

Interpretazioni brillanti. C’è molto divertimento, così come intensità e tragedia“, ha detto anche O’Callaghan. Naturalmente, non tutti coloro che hanno recensito il film la pensano allo stesso modo. I critici sono divisi sulla chimica tra Margot Robbie e Jacob Elordi e sulle loro interpretazioni rispettivamente di Cathy e Heathcliff, così come sui temi che l’adattamento sceglie di affrontare.

La casa in cui Emily, Charlotte e Anne Brontë scrissero i loro famosi romanzi – e dove Emily morì all’età di 30 anni nel 1848, un anno dopo aver pubblicato Cime tempestose – fu acquistata da Sir James Roberts nel 1928 e donata alla Brontë Society. Le reazioni positive dello staff e degli esperti delle Brontë Society potrebbero sorprendere, visto quanto Fennell si allontana dal materiale originale, ma stanno apprezzando il film tanto quanto sembra già fare il pubblico.

“Batman ha i capezzoli, amico”: George Clooney difende il controverso cambio di costume di Batman & Robin a distanza di 28 anni

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A distanza di 27 anni dall’uscita di Batman & Robin, George Clooney è tornato a commentare uno degli elementi più discussi — e derisi — della sua unica interpretazione del Cavaliere Oscuro: il celebre Batsuit con i capezzoli.

Durante un’intervista con Variety, realizzata nell’ambito di un gioco in cui l’attore doveva riconoscere battute tratte dai suoi film, Clooney ha identificato correttamente la frase «This is why Superman works alone» come appartenente proprio a Batman & Robin. Da lì, il racconto si è trasformato in un ironico tuffo nel passato.

Con tono scherzoso, Clooney ha dichiarato: «Io ero il miglior Batman, e lo sai tu e lo so io. E non voglio sentire altre stron*ate».

Un costume scomodo e un set tutt’altro che semplice

George Clooney
George Clooney a Venezia 81 – Foto di Luigi De Pompeis – © Cinefilos.it

L’attenzione si è poi spostata sul costume, diventato negli anni un simbolo degli eccessi del film diretto da Joel Schumacher. «Batman ha i capezzoli, amico», ha detto Clooney ridendo, aggiungendo una battuta surreale sul rapporto tra Bruce Wayne e i pipistrelli.

Al di là dell’ironia, l’attore ha ricordato quanto l’esperienza sul set fosse fisicamente complicata. Il Batsuit, rigido e pesante, limitava drasticamente i movimenti, rendendo le riprese particolarmente faticose. Clooney ha raccontato di essere spesso immobilizzato su una tavola mentre Schumacher impartiva indicazioni tramite un microfono, per poi essere sollevato solo per pronunciare la battuta «I’m Batman» e immediatamente rimesso giù.

Batman & Robin, che vedeva nel cast anche Chris O’Donnell, Arnold Schwarzenegger, Uma Thurman e Alicia Silverstone, è stato duramente stroncato dalla critica e resta una delle versioni più divisive del personaggio.

Perché il Batsuit aveva i capezzoli (e perché non li ha più avuti)

La scelta estetica del costume non nacque con Clooney. I capezzoli apparvero per la prima volta nel Batsuit di Val Kilmer in Batman Forever (1995), sempre sotto la regia di Schumacher, ma furono resi ancora più evidenti nel film del 1997.

Il regista attribuì la decisione al costume designer Jose Fernandez, che in passato spiegò come l’idea fosse ispirata alle armature dell’antica Roma, in particolare a quelle dei centurioni, e a una visione fortemente anatomica dei personaggi dei fumetti. Una scelta che, all’epoca, non sembrava destinata a diventare oggetto di scherno duraturo.

Negli anni successivi, tuttavia, nessuna incarnazione cinematografica di Batman ha ripreso quell’elemento: dai film con Christian Bale e Ben Affleck, fino alla versione di Robert Pattinson, il costume è tornato a un design più sobrio e realistico.

Clooney è riapparso brevemente come Bruce Wayne in The Flash (2023), ma senza indossare il costume. E tutto lascia pensare che l’era dei capezzoli sul Batsuit si sia definitivamente chiusa con Batman & Robin.

Il futuro del personaggio proseguirà con The Batman – Part II di Matt Reeves, atteso per il 2027, e con The Brave and the Bold, progetto ambientato nel nuovo DCU di James Gunn. Due visioni molto diverse tra loro, ma entrambe lontane dagli eccessi estetici degli anni Novanta.

“Avevo 7 anni, Woody Allen abusò di me” confessione shock di Dylan Farrow

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Woody-AllenArriva dal New York Times una confessione shock della figliastra Dylan di Woody Allen che lo accusa di violenza sessuale. Oggi la 27enne Dylan Farrow, figlia di Mia Farrow racconta ciò che le è accaduto in una lettera aperta al sito del noto giornale:

«Quando avevo 7 anni il mio patrigno, Woody Allen, mi prese per mano, mi portò in un stanza, mi disse di stendermi e di giocare con il trenino di mio fratello. Poi mi abusò sessualmente di me, sussurandomi che ero una brava ragazza, che era il nostro segreto, promettendomi che sarei andata con lui a Parigi e sarei stata una star nei suoi film».

L’accaduto non è nuovo, dato che simili accuse vennero mosse durante la causa di divorzio tra il regista e l’attrice nel 1993.

Verso il 1980, Allen iniziò una lunga relazione, durata oltre dodici anni, con l’attrice Mia Farrow, la quale, come Louise Lasser prima e Diane Keaton poi, avrà da quel momento i ruoli da protagonista in diversi suoi film, come ad esempio in Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982). La Farrow ed Allen non si sposarono né convissero mai per lunghi periodi. La Farrow adottò altri due bambini, Dylan Farrow (che ha poi cambiato il suo nome in “Eliza” e successivamente in “Malone”) e Moses “Misha” Farrow, il quale chiese esplicitamente ad Allen di adottarlo. Ebbero un figlio biologico, Satchel Ronan O’Sullivan Farrow Allen (noto poi come Seamus Ronan O’Sullivan Farrow e poi come Ronan Farrow). Secondo dichiarazioni della Farrow, in realtà Ronan potrebbe non essere figlio naturale di Allen (come lei aveva precedentemente dichiarato), ma dell’ex marito dell’attrice, Frank Sinatra, con cui non ha mai smesso di frequentarsi nei successivi vent’anni dopo il loro divorzio.

Allen non adotterà nessuno degli altri figli della Farrow e del suo ex-marito André Previn, compresa l’orfana coreana Soon-Yi Farrow Previn. Allen e la Farrow si separano nel 1992, dopo che l’attrice scoprì alcune fotografie di Soon-Yi nuda scattate dal compagno nel mese di gennaio e dopo la successiva ammissione di Allen della relazione con la figliastra, iniziata un mese prima della scoperta.[51] Inizialmente Allen tentò di ricucire il rapporto, ma alla fine fu costretto ad andarsene di casa con Soon-Yi. Con la separazione, iniziò una lunga e pubblica battaglia legale tra Allen e la Farrow per la custodia dei figli.

Durante il processo, la Farrow accusò l’ex compagno di abusi sessuali sulla figlia adottiva Dylan, di sette anni.Il giudice concluse che le accuse erano prive di fondamento e la vertenza non giunge mai in tribunale. Allen non venne indagato, ma il giudice definì comunque “inappropriata” la sua condotta. I periti medici e psicologici dichiararono nel 1993 che non è mai esistito alcun abuso da parte di Allen, che le accuse erano “frutto di fantasia”, anche se entrambi i genitori vennero definiti “psicologicamente instabili” e “inadeguati” … (fonte Wikipedia)

 Fonte: il messaggero via NYT

“A volte non vogliono farne parte”. Il regista di Tron: Ares commenta l’assenza di alcuni attori dal sequel

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Tron: Ares ci riporterà sulla Griglia per la prima volta da Tron: Legacy del 2010, ma il terzo capitolo sembra destinato a presentare un solo volto noto del franchise che ha esordito nel 1982.

Stiamo parlando, ovviamente, di Jeff Bridges nei panni del ritorno di Kevin Flynn (fortunatamente, questa volta non sarà ringiovanito). Sembra che non ci sia spazio nel film per Sam Flynn di Garrett Hedlund, Quorra di Olivia Wilde o Dillinger Jr. di Cillian Murphy, uno sviluppo deludente per i fan che speravano che questo film fungesse da sequel di Legacy.

Il regista Joachim Rønning e il produttore Justin Springer hanno condiviso le loro opinioni a riguardo durante un’intervista con GamesRadar+ (tramite SFFGazette.com), con il primo che ha spiegato: “Queste non sono solo scelte creative; a volte gli attori non vogliono più farne parte”. Ha aggiunto: “Ci sono diversi modi di vedere la cosa, ma credo che la storia sia arrivata a un punto in cui sentivamo di non aver bisogno che i vecchi personaggi fossero al centro dell’attenzione. Volevamo dare una nuova direzione, onorando allo stesso tempo l’universo in cui ci troviamo”.

L’opinione di Springer era che la priorità di Tron: Ares fosse quella di presentarci una serie di nuovi personaggi, a partire da Jared Leto nei panni di Ares. “Stiamo raccontando una storia ambientata 14 anni dopo, e la cosa più importante è raccontare questa nuova storia in un modo che funzioni.”

“Inserire solo dei cameo, una sfilza di personaggi che amiamo di questo franchise, mi sembra un fan service che non serve alla storia. Ma siamo decisamente concentrati su come sorprendere il pubblico.

“Se non tocchiamo qualcosa in questo film, penso sempre a dove altro potremmo giocare. Ho prodotto la serie animata [Tron: Uprising] e ho lavorato alle giostre del parco a tema”, ha continuato. “Ci sono molti modi diversi per mantenere viva la mitologia, che si tratti di un film, di una serie o di qualsiasi altra cosa, se siamo così fortunati.”

Mentre molti fan rimarranno delusi dalla mancanza di cameo (e dal fatto che non si tratti di un seguito diretto di Tron: Legacy), sono passati quindici anni dall’uscita dell’ultimo film, e non è che abbia avuto un grande successo all’epoca. Resta da vedere se il film avrà un successo maggiore.

Tron: Ares, il nuovo trailer del film con Jared Leto!

Alla regia di Tron: Ares c’è Joachim Rønning, che ha diretto sia Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar che Maleficent – Signora del male per la Disney dopo il suo successo con Kon-Tiki del 2012. Jared Leto, Evan Peters, Jodie Turner-Smith e Greta Lee completano il cast del film scritto da Jesse Wigutow e Jack Thorne.

Il film rappresenta una svolta importante per la saga, introducendo per la prima volta una narrazione che si estende oltre il confine digitale, con Ares che entra nel mondo reale. Questo cambio di prospettiva permette alla saga di esplorare nuove tematiche legate al rapporto tra intelligenza artificiale e società, con toni che sembrano più cupi e riflessivi rispetto ai precedenti capitoli.

Le riprese di Tron: Ares si sono concluse nella primavera del 2024 a Vancouver, dopo numerosi ritardi legati prima allo sviluppo e poi agli scioperi dell’industria hollywoodiana. La produzione è stata supportata da tecnologie all’avanguardia per effetti visivi e scenografie digitali, promettendo un’esperienza visiva innovativa. La speranza dei fan è che questo nuovo capitolo possa rilanciare definitivamente il franchise, rimasto dormiente dal 2010, anno di uscita di Tron: Legacy.

Il film uscirà al cinema il 9 ottobre.

“[Non] usate me o il mio lavoro per prendere posizione”: Sara Pichelli chiarisce i commenti sulle royalty di Miles Morales

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I creatori di fumetti hanno da tempo difficoltà a ricevere royalties per i media e il merchandising basati sui personaggi che hanno creato. Di recente, sembrava che fosse emerso un nuovo caso quando è circolata un’intervista realizzata dall’outlet brasiliano Jamesons con Sara Pichelli — co-creatrice di Miles Morales insieme a Brian Michael Bendis — durante il CCXP. L’artista aveva dichiarato di non aver ricevuto alcun compenso per il successo cinematografico e videoludico di Miles.

Ora, però, la creatrice è intervenuta sui social media per chiarire le sue dichiarazioni. Secondo Pichelli, la sua conversazione con Jamesons era stata “rilassata” e “ironica”, e non intendeva essere percepita come un lamento o come un suo essere “arrabbiata”. La dichiarazione completa dell’artista è la seguente:

«È giunta alla mia attenzione una notizia con un titolo su di me che diceva qualcosa riguardo alle royalties di Miles, scritta dopo un’intervista qui al CCXP. Volevo lasciar perdere, ma visto che molti di voi mi stanno scrivendo, voglio chiarire le cose. Quel titolo è un imbarazzante titolo acchiappaclick. Chi l’ha scritto ha completamente distorto il tono della nostra conversazione, che era rilassata e ironica, e inoltre quella era una piccolissima parte della nostra conversazione, in cui non stavo né lamentandomi né arrabbiandomi, stavo solo dicendo poche righe sull’industria del settore.

So che royalties e copyright sono un tema caldo, ma per favore non usate me o il mio lavoro per prendere posizione o dire str—ate. Non ve lo permetto. Inoltre, quando un creatore rilascia un’intervista durante una fiera (e il CCXP era incredibilmente impegnativo), è generoso e gentile: per favore non approfittate di questo per creare contenuti discutibili solo per ottenere più follower. Si può fare meglio, siate migliori.»

L’outlet ha risposto al chiarimento di Pichelli con una dichiarazione su X. Jamesons ha affermato che non era sua intenzione rendere sensazionalistica la copertura dell’intervista, e ha pubblicato un video dell’incontro con Pichelli — che sembra sia stato condiviso dopo la dichiarazione dell’artista.

«IL RUOLO DEL GIORNALISTA

Questo weekend al CCXP, il nostro caro @nogabeverso ci ha rappresentato nella copertura dell’evento e nelle interviste esclusive. Una di queste interviste è diventata virale ieri su varie pagine e portali in Brasile e all’estero. Sara Pichelli, l’artista co-creatrice di Miles Morales, ha fatto una chiacchierata super informale con Gabe su temi come il processo creativo di Miles, gli attacchi che il personaggio ha dovuto affrontare, le origini rom della Scarlet Witch, e i suoi futuri progetti in Marvel. Abbiamo postato tutte quelle clip qui sul profilo. […]

Tuttavia, ciò che è diventato virale in mezzo a tutto questo è stata la clip in cui Gabe chiede a Sara se riceva qualche compenso per aver creato un personaggio così popolare e importante, già adattato in vari media multimilionari come i videogiochi Sony e i film dello Spider-Verse. La risposta di Sara è stata negativa. Ha scherzato: “Magari! […] Sarei miliardaria. […] Non ricevo nulla. Ed è la parte più triste della mia vita.”

Abbiamo pubblicato quella clip completa qui, con il titolo “(LA MANCANZA DI) DIRITTI DEI CREATIVI!”, proprio come abbiamo fatto con le altre parti della conversazione. Sebbene il tema dei ‘diritti degli autori’ generi spesso polemiche su questo social, non ci aspettavamo la risonanza che ha avuto, con grandi testate come [Bleeding Cool] che hanno pubblicato la storia. Sappiamo che quando un’intervista viene trascritta, intonazioni e contesti possono perdersi. È comprensibile che frasi come “è la parte più triste della mia vita” suonino molto più drammatiche nel testo di quanto non fossero in quel momento, tra le risate. È importante dire che Jamesons non ha mai cercato di distorcere quella dichiarazione.

Non troverete alcun post in cui abbiamo usato quella frase fuori contesto o al di fuori dell’intervista completa. Il nostro portale ha due anime chiare. Siamo un media composto da giornalisti professionisti e al CCXP eravamo accreditati come stampa. […] Il ruolo del giornalismo non è solo intrattenere o celebrare le opere. È anche quello di fare domande scomode. Sarebbe più comodo mantenere la conversazione soltanto nel campo dell’ammirazione, ma mettere in discussione le strutture dell’industria, soprattutto quando coinvolgono cifre miliardarie e creatori senza royalties, è nostro dovere come stampa.

Se la risposta a una domanda legittima porta alla luce una realtà negativa o controversa, questo non è sensazionalismo; è l’esposizione di un fatto che deve essere discusso. Ecco perché, anche se il nostro obiettivo iniziale era solo quello di riportare la chiacchierata informale con la creatrice, abbiamo anche fatto un sincero appello affinché gli artisti vengano riconosciuti (e compensati) per i loro lavori. Dopotutto, le aziende miliardarie traggono profitto dal loro lavoro. Confermiamo quella opinione e quella battaglia. Infine, vogliamo ringraziare ancora Sara per aver concesso l’intervista, che è stata divertente e illuminante. Potete vederla qui sotto, senza alcuna “distorsione”.»

Prima della dichiarazione di Pichelli, Jamesons aveva anche pubblicato il seguente messaggio su X:

«PAGATE I CREATIVI! Ieri abbiamo postato un estratto dell’intervista con Sara Pichelli, l’artista co-creatrice di Miles Morales, in cui rivelava di non ricevere nulla per l’enorme successo dell’eroe. E le abbiamo detto: è ora di trasformare questa indignazione in campagna politica, in un vero movimento online. I creatori hanno bisogno di un giusto riconoscimento economico per le loro opere. Ore dopo, l’intervista è esplosa in tutto il mondo. Le più grandi pagine di cultura pop a livello globale l’hanno rilanciata. Artisti di fumetti hanno parlato in suo supporto. Portali nazionali e internazionali hanno amplificato la sua dichiarazione.

Milioni di persone sono state raggiunte, e la stragrande maggioranza, giustamente, si è indignata. La campagna è lanciata. Sta già funzionando. Abbiamo diffuso il messaggio. Ora dobbiamo andare avanti. Ma prima è essenziale capire: Sara non è un caso isolato. È solo una in mezzo a tanti artisti sfruttati. Questo non è un problema limitato alla Marvel. È un problema strutturale e diffuso. Nel caso di Sara Pichelli, è un problema più con Sony, che ha realizzato il film dello Spider-Verse e il gioco di Miles. Ma Marvel e DC hanno molti casi di artisti non compensati come dovrebbero. La famiglia di Jack Kirby, che ha creato l’Universo Marvel come lo conosciamo insieme a Stan Lee, ha dovuto lottare in tribunale per ottenere un risarcimento multimilionario per il suo lavoro, arrivato solo dopo la sua morte.

Sul fronte DC, è accaduta la stessa cosa con la famiglia del creatore di Superman. E non possiamo dimenticare Peter David, che ci ha lasciato nel 2025 dopo anni a letto, costretto a organizzare raccolte fondi online per pagare le spese mediche, mentre le sue storie hanno ispirato franchise da miliardi come Hulk e Aquaman. Questo mostra chiaramente la situazione in cui viviamo: non esiste un’azienda benevola. Sono tutte macchine che stritolano gli artisti, ingranaggi di un capitalismo che trasforma la creatività in profitto senza un equo ritorno per chi crea. Per questo dobbiamo: Valorizzare gli artisti.

Pretendere dalle megacorporazioni. Esigere giustizia. Marvel, DC, Sony e tutti gli studios devono riconoscere economicamente coloro che hanno dato vita alle opere che oggi generano miliardi. Il ciclo attuale è il seguente: l’artista crea in condizioni precarie da freelancer, riceve un pagamento comune, e anni dopo vede il proprio lavoro trasformarsi in un impero multimilionario, mentre gli esecutivi si arricchiscono senza una goccia di sudore. Nulla, o quasi nulla, una miseria, torna agli artisti creatori. Questo non è giusto.»

’71 recensione del film con Jack O’Connell

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’71 recensione del film con Jack O’Connell

’71 racconta della Belfast dei primi anni Settanta, una vera e propria zona di guerra, in cui l’esercito inglese cercava di sedare con l’utilizzo della forza le rivolte dall’IRA. Ma le divisioni non erano solo tra cattolici e protestanti, tra IRA ed esercito britannico: l’IRA era frazionata, così come lo erano i protestanti. A questo si aggiungevano ovviamente le bande di strada, spesso composte da militanti poco più che adolescenti.

È in questo contesto che ’71 vede lo straordinario Jack O’Connell nei panni del soldato Gary Hook, una recluta missing in action durante un’operazione militare nella zona più calda della città. Inizia così per lui la lotta per la sopravvivenza nel corso di una notte che sembra non voler finire mai.

Jack O’Connell
Jack O’Connell

Diretto da Yann Demange, regista francese trapiantato in Inghilterra, il film presenta uno dei cliché più funzionali per ogni war-movie che si rispetti: il soldato semplice gettato nella mischia senza un’adeguata preparazione. L’Odissea notturna di O’Connell, le sue fughe e i suoi scontri sono ben girati e risultano avvincenti, ma il pubblico fatica a seguire una trama in cui trovano collocazione decine di personaggi dediti a un doppio gioco continuo e alla rivendicazione di un proprio, grottesco, diritto di sovranità.

Ma ogni volta che il film si concentra sul soldato Gary, O’Connell fa rimanere incollati allo schermo. La capacità dell’attore di esprimere tranquillamente tutta una serie di emozioni con il linguaggio del corpo e con lo sguardo, è sconcertante – soprattutto perché, per gran parte del film, zoppica ed è coperto di sangue.

Uno dei difetti del film di Demange è rintracciabile nella poca chiarezza che circonda la lettura del movimento armato irlandese, piuttosto basica e fin troppo semplificata, anche se la ricostruzione d’epoca è accurata e ruvidissima, anche grazie alla fotografia di Tat Radcliffe.

Attraverso la furia dei movimenti di macchina e l’attenzione ai dettagli e ai piccoli movimenti di massa, il regista ricerca il grido disperato di una terra senza più alcuna possibilità di redenzione.

’71 non prende una posizione netta in materia bellica, ma Demange stende un apologo contro ogni assurda guerra che travalica lo specifico della questione irlandese.

Il regista condanna chiunque, da qualsiasi parte di quelle barricate si trovino i coinvolti, e in generale mostra l’assurdità della violenza, la totale mostruosità della guerra, tracciando le linee di una storia senza dei e senza eroi, in cui solo il sangue può lavare via l’odore del sangue.

‘Wall Street 2’ scala la vetta del Box Office USA

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Box office completamente stravolto anche questa settimana negli Stati Uniti, grazie soprattutto alle nuove entrate che subito scalano la classifica, rubando la vetta al film di Ben Affleck – ‘The Town’ – sceso in terza posizione. A soffiare il posto all’attore/regista 38enne ci pensa  Oliver Stone con il ritorno di ‘Wall Street’ a ventitrè anni di distanza dal primo episodio.

Wall Street 2: Il denaro non dorme mai’ guadagna 19 milioni di dollari su un totale di 5.100 sale a disposizione (in 3.565 località): una cifra che conferma l’amore degli americani per il genere e per il primo film, ma che si rivela abbastanza deludente in relazione alla campagna promozionale portata avanti dalla Fox, che si aspettava – forse – qualcosa in più.  Seconda posizione per il nuovo cartone animato in 3D della Warner Bros, ‘Il Regno di Ga’ Hoole – La leggenda dei guardiani’, altro nuovo ingresso, che guadagna nel week end 16,3 milioni di dollari. Prevedibilmente, il nuovo cartone vince la battaglia contro ‘Alpha & Omega’ della Lionsgate, ma anche per ‘Il Regno di Ga’Hoole’ bisogna ammettere un debutto ‘tiepido’, nonostante gli occhialetti che spesso alzano l’incasso (considerando soprattutto il record  della distribuzione in 3D in ben 2.479 località).

Terza posizione – come già accennato – per ‘The Town’: nel week end la pellicola di Ben Affleck incassa 15,6 milioni di dollari, arrivando ad un totale di 48,7 milioni in dieci giorni. Tutto sommato, Ben Affleck non si può lamentare! Resiste in quarta posizione ‘Easy A’, la teen comedy che guadagna, nel fine settimana, 10.6 milioni di dollari. La commedia piace al pubblico, ma non così tanto quanto ci si aspettava. Nel complesso, tuttavia, il film con Emma Stone guadagna 32,8 milioni di dollari: un incasso buono, soprattutto considerando la concorrenza.

Quinta posizione per l’ultima new entry della settimana: ‘You Again’, commedia con Kristen Bell come protagonista (ma soprattutto con Jamie Lee Curtis e Sigourney Weaver), guadagna 8,3 milioni di dollari. Anche questa volta, bisogna parlare di una cifra al di sotto delle aspettative, ma la quinta posizione non è di certo un flop per la Buena Vista.

Sesta posizione per ‘Devil’ (6,6 milioni di dollari), seguito da ‘Resident Evil: Afterlife’ (4,9 milioni). Precipita invece in ottava posizione il cartoon ‘Alpha & Omega’, che guadagna 4,7 milioni di dollari per un totale non entusiasmante di circa 15 milioni in dieci giorni. Chiudono la top ten gli ‘irriducibili’ ‘Takers’ (1,6 milioni e ‘, Inception’ (1,2 milioni), giunto finalmente anche nelle nostre sale. Il prossimo weekend debutterà sugli schermi statunitensi l’attesissimo ‘The Social Network’: ‘Wall Street’ dovrà cedere il trono o riuscirà a sorprenderci?

‘The Town’ di Ben Affleck sbanca il botteghino USA

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Per le sale cinematografiche statunitensi, il weekend appena trascorso è stato pieno di novità e attesissime anteprime. Per questo motivo, ci si aspettava una vera e propria lotta al botteghino, anche se nessuno si immaginava che ad avere la meglio, alla fine, sarebbe stato ‘The Town’ di Ben Affleck.

E invece, con grande sorpresa di tutti, il giovane attore e regista conquista il Box Office, guadagnando circa 23,8 milioni di dollari nel weekend del proprio debutto, con una distribuzione in circa 3.500 sale. Ben Affleck, contro ogni aspettativa, ha dunque sbaragliato la concorrenza, superando in un solo fine settimana l’incasso complessivo della sua precedente esperienza di regista in ‘Gone Baby Gone’. Merito sicuramente anche della Warner Bros, la cui campagna di promozione della pellicola è stata piuttosto intensa, sia in televisione che in occasione di vari eventi (tra cui il nostro Festival di Venezia). Un successo di pubblico e di critica per Ben Affleck, che si conferma così non solo attore, ma anche ottimo regista e sceneggiatore (come l’Oscar per la sceneggiatura di ‘Will Hunting’ nel 1997, del resto, ci aveva fatto giustamente presupporre). Secondo posto per ‘Easy A’, la commedia con Emma Stone che offre una creativa rivisitazione moderna del romanzo ‘La Lettera Scarlatta’. Anche per ‘Easy A’ questo era il weekend del debutto e la pellicola è riuscita a guadagnare 18,2 milioni di dollari: anche se il risultato finisce per passare inosservato di fronte al successo del film di Ben Affleck, non si può negare che la commedia superi certamente tutte le aspettative, diventando una delle ‘teen-comedy’ col guadagno più alto di sempre nel weekend del debutto.

Grande delusione, invece, per il nuovo film scritto e prodotto da M. Night Shyamalan, ‘Devil’, che incassa solo 12,6 milioni di dollari. È il guadagno più basso di sempre per un film di Shyamalan, oltre ad essere un risultato non esaltante per un film horror, dal quale ci si aspettava qualcosa di più. Nessun problema a rientrare nei costi di produzione (che comprendono 27 milioni spesi per ottenere i diritti dalla Media Rights Capital), soprattutto perché a livello mondiale il film dovrebbe comunque registrare alti incassi, ma negli USA il debutto è stato indubbiamente sottotono.

Scende al quarto posto perdendo la vetta della classifica ‘Resident Evil – Afterlife’, che guadagna comunque 10,1 milioni di dollari, arrivando ad un totale di 44 milioni di dollari incassati in due settimane negli Stati Uniti e a circa 100 milioni nel resto del mondo. Sebbene rispetto allo scorso weekend il film con Milla Jovovich mostri un calo del 62%, ‘Afterlife’ continua ad essere – fuori dagli USA – il maggior successo della saga ispirata al celebre videogioco.

Ultima new entry in classifica è ‘Alpha & Omega’, che mostra un debutto piuttosto tiepido: quinta posizione e 9,2 milioni di dollari incassati per il cartone in 3D prodotto dalla Crest Animation Productions e distribuito dalla Lionsgate. Difficile che il cartone animato scali la classifica, considerando le anteprime previste per la prossima settimana (tra cui Il ‘Regno di Ga’Hoole – La Leggenda dei Guardiani’).

Resiste in sesta posizione ‘Takers, che questo weekend ha incassato 3 milioni di dollari, seguito da ‘The American’ (2,76 milioni di dollari), che, con un incasso totale di 32,8 milioni,risulta un po’ sotto le aspettative, soprattutto considerando la presenza di George Clooney. Scende invece molto lentamente ‘Inception’, che guadagna 2 due milioni di dollari, mostrando la percentuale più bassa di declino tra tutti i film già presenti la settimana scorsa in classifica (appena il 28%). ‘Inception’ rientra in questo modo negli unici tre film dell’anno ad essere rimasti in classifica per 10 settimane (oltre al film di Nolan hanno raggiunto questo risultato ‘Avatar’ e ‘Dragon Trainer’). Chiudono la classifica ‘I poliziotti di riserva’ (2 milioni di dollari) e ‘Machete’ (1,7 milioni di dollari).

 

‘Ndrangheta, World Wide Mafia, la nuova docuserie originale italiana Disney+

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Disney+ ha annunciato la docuserie originale italiana in quattro parti ‘Ndrangheta, World Wide Mafia. Prodotta da Disney, IBC Movie e Sunset Press e basata su eventi reali, questo nuovo progetto originale scritto e diretto da Jacques Charmelot e François Chayé racconta per la prima volta la storia dell’organizzazione criminale italiana sotto forma di docuserie. Insieme alla già annunciata serie locale The Good Mothers, questa nuova produzione italiana offrirà al pubblico un racconto completo, unico ed esclusivo sul fenomeno italiano della ‘Ndrangheta.

‘Ndrangheta, World Wide Mafia quando esce e dove vederla in streaming

‘Ndrangheta, World Wide Mafia uscirà nel 2022 su Disney+

‘Ndrangheta, World Wide Mafia, trama e cast

‘Ndrangheta, World Wide Mafia è una docuserie crime originale composta da quattro episodi che racconta la storia della guerra portata avanti dal procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri contro una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo, la ‘Ndrangheta. La segretissima organizzazione criminale italiana è una delle principali realtà a livello mondiale nel business della droga e del riciclaggio di denaro e si è infiltrata ovunque, dall’economia legale ai circoli politici. La docuserie racconterà anche lo storico maxi-processo aperto nel gennaio 2021 a Lamezia Terme, in Calabria, guidato da Gratteri contro più di 350 imputati: un processo le cui sorti avranno conseguenze anche sul traffico internazionale della droga.

Con un accesso non comune al lavoro investigativo condotto da Gratteri, dai suoi collaboratori e dalla sua squadra di sicurezza, questa docuserie racconta la lotta a tutto campo che si svolge in una delle regioni più povere d’Europa, la Calabria, nel sud Italia.  Gratteri in questi anni ha ricevuto molteplici minacce di morte e da più di trent’anni vive sotto scorta. Durante la serie gli spettatori scopriranno la sua storia personale e la realtà quotidiana della sua lotta, seguiranno il suo lavoro di “comandante in capo” di un’indagine che coinvolge servizi segreti, polizia, unità militari e forze speciali.

Il pubblico avrà modo di conoscere personaggi unici: quelli dalla parte della giustizia e quelli al servizio dei clan, contrapposti in uno scontro mortale che condanna la Calabria a una maledizione senza fine. ‘Ndrangheta, World Wide Mafia racconterà come una delle regioni più povere d’Europa abbia visto nascere e crescere un’organizzazione tentacolare, che ha corrotto la società e le istituzioni e renderà gli spettatori parte integrante dell’azione reale in un modo unico e senza precedenti, con riprese suggestive che nessuna troupe cinematografica ha mai realizzato prima d’ora.

‘Ndrangheta, World Wide Mafia sarà prodotta da Disney insieme alla società di produzione italiana IBC Movie e alla società di produzione francese Sunset Presse. Gli Executive Producer per IBC sono Francesca Andreoli e Maurizio Feverati. Gli Executive Producer per Sunset Presse sono Carlos Carvalho Da Silva, Stéphanie de Montvalon, David Tillier. La docuserie è diretta da Jacques Charmelot e François Chayé ed è scritta da Jacques Charmelot e François Chayé insieme a Giovanni Filippetto e Michela Gallio.

‘Hope’, il sequel è già pronto: Na Hong-jin conferma il futuro del film sci-fi presentato a Cannes 79

Il regista Na Hong-jin ha confermato che un sequel di Hope è già stato scritto e potrebbe entrare in produzione non appena si presenterà l’occasione giusta. La notizia arriva direttamente dal Festival di Cannes, dove il film è stato presentato il 18 maggio 2026, scatenando immediatamente discussioni per la sua ambizione visiva e narrativa. Il progetto, che mescola survival drama e fantascienza aliena, è già considerato uno dei titoli più sorprendenti della stagione festivaliera.

Secondo quanto dichiarato dal regista durante la conferenza stampa, esisterebbe già una sceneggiatura pronta per il seguito: “Penso che il sequel sia facilmente immaginabile. C’è già una sceneggiatura che vorrei girare, se ne avrò l’opportunità lo realizzerò”, ha spiegato Na Hong-jin. Il film, prodotto su larga scala, vede nel cast Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell, che interpretano creature aliene in CGI, accanto a star coreane come Hwang Jung-min e Zo In-sung. Le dichiarazioni arrivano da Cannes, riportate da Variety, dove il cast ha anche raccontato il proprio coinvolgimento nel progetto.

Sul piano industriale, la conferma di un sequel già scritto segnala una strategia precisa: “Hope” non è concepito come film isolato ma come potenziale franchise internazionale. In un panorama in cui la fantascienza originale fatica a imporsi fuori dai grandi brand consolidati, l’idea di un universo narrativo guidato da un autore come Na Hong-jin rappresenta un’eccezione significativa e potenzialmente di rottura.

Un universo alieno tra cinema d’autore coreano e star system hollywoodiano

Il cuore di Hope sta proprio nella sua natura ibrida: da un lato l’estetica e la tensione tipiche del cinema coreano contemporaneo, dall’altro la presenza di star hollywoodiane inserite in un contesto narrativo completamente alieno. Alicia Vikander ha raccontato di essersi avvicinata al progetto dopo aver scoperto il cinema asiatico ai festival internazionali, mentre Michael Fassbender ha ironizzato sul fatto di aver accettato il ruolo anche grazie alla moglie. Taylor Russell, invece, ha sottolineato il desiderio di lavorare in produzioni internazionali guidate da autori forti.

Questa convergenza tra industria coreana e star system occidentale suggerisce una direzione chiara: la progressiva dissoluzione dei confini produttivi tradizionali. Na Hong-jin, già noto per il suo cinema teso e ipnotico, sembra qui tentare un salto ulteriore, costruendo un’opera che non si limita a “ospitare” attori internazionali, ma li integra in una mitologia completamente nuova.

La presenza di un sequel già scritto rafforza l’idea che “Hope” non sia soltanto un esperimento isolato, ma l’inizio di un progetto narrativo più ampio. Se confermato, il seguito potrebbe consolidare una delle operazioni più ambiziose mai tentate nel cinema di genere recente.

‘Pizze’ in cantina: dalla primavera tutto il cinema in digitale

I simboli del cinema saranno definitivamente sostituiti dal digitale 

‘De Sica, Io e Il giardino dei Finzi Contini’: il diario di Lino Capolicchio presentato a Venezia 79

Sarà presentato a Venezia 79 De Sica, Io e Il giardino dei Finzi Contini, il diario inedito di Lino Capolicchio, attore, sceneggiatore e regista italiano, mancato lo scorso maggio, edito da Bietti ed. in collaborazione con Cinecittà. Il testo, curato da Nicole Bianchi, è accompagnato da un’intervista di Bianchi stessa, che può considerarsi a tutti gli effetti l’ultima dichiarazione ufficiale dell’attore.

La presentazione si svolgerà il 7 settembre e verrà moderata da Andrea Purgatori, che ha conosciuto e lavorato con Capolicchio; tra gli ospiti, si aspettano: Alessio Boni, diretto da Capolicchio nel film “Diario di Matilde Manzoni” (2002); la regista Ra Di Martino, che ci concede un estratto recente dell’intervista all’attore, dal suo doc “Il giardino che non c’è” (2021). Tra gli ospiti presenti anche Ilaria Floreano per Bietti ed. e Francesca Golino, la vedova Capolicchio. E infine Nicole Bianchi, che ha curato l’intero volume.

Dall’introduzione di Nicole Bianchi al volume: “Il diario di Capolicchio è uno scritto intimo, spontaneo, espressione della vivacità cerebrale dell’artista, laddove il Cinema – la sua sacralità, il suo potere d’intrattenimento – è il filo rosso che non si rarefà mai. Lino Capolicchio ha in sé anche il pregio di celebrare spesso la Settima arte non in riferimento al proprio talento, alle opere che gli hanno dato luce, ma con l’ammirazione, la critica, lo stupore, la franchezza dell’attento spettatore, che è affamato di guardare i grandi titoli, italiani e non, della Storia del Cinema: qua e là ci sono, infatti, vere e proprie piccole recensioni, non nate come tali, ma che alla lettura assumono un valore interessante per il punto di vista peculiare, mai banale.”

’71: trailer ufficiale del film con Jack O’Connell

’71: trailer ufficiale del film con Jack O’Connell

Arriva online il primo trailer ufficiale di ’71, la nuova pellicola di Yann Demange che sarà presentata in concorso alla 64esima del Festival di Berlino. La pellicola ha come protagonista Jack O’Connell, star del prossimo film da regista di Angelina Jolie, Unbroken, che arriverà a fine gennaio nelle nostre sale. Di seguito il trailer.

Nel film O’Connell interpreta un giovane soldato britannico che viene abbandonato dalla sua unità in seguito ad una rivolta per le strade di Belfast tra cattolici indipendisti e protestanti filobritannici durante la guerra civile del 1971. Il film è ambientato a Belfast, nell’Irlanda del Nord, ed è stato sceneggiato da Gregory Burke. Nel cast figurano anche Sam Reid e Sean Harris.

’71 uscirà nei cinema americani il 27 febbraio 2015.

Fonte: Collider

…E fuori Nevica: trailer del film di e con Vincenzo Salemme

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…E fuori Nevica: trailer del film di e con Vincenzo Salemme

Ecco il primo trailer del film di e con Vincenzo Salemme … E fuori Nevica. Con il regista e attore napoletano, nel cast del film, anche con Carlo Buccirosso, Nando Paone, Paola Quattrini, Margareth Madè e con la partecipazione straordinaria di Maurizio Casagandre e Giorgio Panariello.

...E fuori NevicaQui la trama del film: Enzo Righi (Vincenzo Salemme) ha cinquant’anni e vive cantando (male) sulle navi da crociera. Eterno immaturo, è allergico a qualsiasi tipo di responsabilità. Quando arriva la notizia della morte di sua madre, è costretto a rientrare a Napoli per la lettura del testamento, dove, dopo anni, incontrerà i fratelli Stefano e Cico. Ad attenderli una sopresa: saranno costretti a vivere tutti insieme per volontà testamentaria della madre. La convivenza non si rivelerà affatto semplice e i tre fratelli ne vedranno delle belle…finché una trovata geniale e spietata di Cico risolverà il nuovo, complicato,”stato di famiglia”.

…continuavano a chiamarlo Trinità: la spiegazione del finale del film

Quando si parla di western all’italiana, pochi titoli hanno lasciato un segno profondo quanto …continuavano a chiamarlo Trinità, sequel del celebre Lo chiamavano Trinità… diretto da Enzo Barboni. Uscito nel 1971, il film consacrò definitivamente la coppia formata da Terence Hill e Bud Spencer, trasformandola in un fenomeno internazionale capace di ridefinire il genere western attraverso una miscela irresistibile di comicità, avventura e scazzottate memorabili.

Dietro l’apparente leggerezza della storia, il film sviluppa però un discorso sorprendentemente coerente sui suoi protagonisti. Trinità e Bambino sono due fuorilegge che vivono ai margini della legalità, ma che finiscono regolarmente per schierarsi dalla parte dei più deboli. Il finale rappresenta la sintesi perfetta di questa contraddizione: i due fratelli rinunciano al guadagno che inseguono per tutta la vicenda e compiono, quasi contro la propria natura, un gesto di autentica generosità. È proprio questa scelta a rendere la conclusione del film molto più significativa di quanto possa sembrare a una prima visione.

Come il film trasforma il western classico in una favola comica attraverso i personaggi di Trinità e Bambino

Nel panorama dello spaghetti western dei primi anni Settanta, …continuavano a chiamarlo Trinità occupa una posizione particolare. Mentre il genere era stato reso celebre da figure ciniche e violente come quelle dei film di Sergio Leone, il film di Enzo Barboni sceglie una strada differente. La frontiera non è più un luogo dominato dalla tragedia e dalla vendetta, ma uno spazio in cui l’astuzia, l’ironia e la solidarietà finiscono per prevalere.

I protagonisti incarnano perfettamente questa trasformazione. Bambino è impulsivo, pragmatico e interessato soprattutto al profitto immediato. Trinità, invece, appare pigro e svagato, ma possiede una sensibilità che emerge progressivamente durante la storia. Il loro rapporto costituisce il vero centro emotivo del film. Le continue discussioni, le rivalità e gli scherzi reciproci diventano il motore narrativo di un racconto che utilizza il linguaggio del western per costruire una sorta di commedia familiare.

L’incontro con la famiglia di contadini e con i frati della missione introduce una dimensione morale che accompagna tutta la vicenda. I due fratelli cercano inizialmente facili guadagni, ma finiscono coinvolti nei problemi di persone che non possono difendersi da sole. Da quel momento il film inizia lentamente a spostare il proprio baricentro dalla ricerca del denaro alla protezione della comunità.

Terence Hill in ... continuavano a chiamarlo Trinità

Cosa succede nel finale e perché Trinità e Bambino rinunciano al premio che hanno inseguito per tutto il film

La parte conclusiva della storia prende forma quando Trinità scopre che la missione dei frati viene utilizzata come copertura per il traffico illegale di armi organizzato da Parker. Il contrabbandiere sfrutta l’apparente innocenza del luogo per concludere affari con una banda di messicani guidata da Gonzalez, mettendo in pericolo sia i religiosi sia i contadini che gravitano attorno alla missione.

Dopo aver scoperto il traffico, Trinità convince Bambino a intervenire. È una decisione importante perché, fino a quel momento, entrambi hanno continuato a cercare occasioni per arricchirsi. La prospettiva dei cinquantamila dollari affidati ai frati diventa inizialmente il motivo pratico che spinge Bambino ad accettare il piano. Tuttavia, durante lo scontro finale, emerge qualcosa di diverso.

Quando Parker arriva alla missione accompagnato dai suoi uomini, i due fratelli organizzano una trappola e danno vita alla celebre scazzottata conclusiva. Come accade spesso nei film della coppia, la violenza viene completamente svuotata di brutalità e trasformata in spettacolo comico. I pugni servono a ristabilire l’equilibrio, punendo chi abusa del proprio potere.

La situazione si complica con l’arrivo dei rangers. Per evitare di essere smascherati come criminali, Trinità e Bambino si presentano come agenti federali e affidano alle autorità il denaro recuperato da Parker. In un istante svanisce la ricompensa che aveva motivato gran parte delle loro azioni. Il film si chiude così con una beffarda inversione dei ruoli: questa volta è Trinità a infuriarsi con Bambino per aver rinunciato alla ricchezza.

Bud Spencer in ... continuavano a chiamarlo Trinità

Perché il vero tema del film è il conflitto tra interesse personale e senso di giustizia

L’elemento più interessante del finale risiede proprio nella rinuncia al denaro. Per tutta la durata della storia, Trinità e Bambino si definiscono attraverso il loro desiderio di ottenere facili guadagni. Sono truffatori, ladri occasionali e opportunisti. Eppure, ogni volta che si trovano davanti a un’ingiustizia, finiscono per intervenire.

Il film costruisce così un paradosso molto efficace. I protagonisti continuano a considerarsi banditi, ma il loro comportamento racconta qualcosa di diverso. La protezione dei contadini, l’aiuto ai frati e la lotta contro Parker dimostrano che esiste una linea morale che non sono disposti a oltrepassare.

Questa contraddizione rappresenta uno degli aspetti più affascinanti della saga. Trinità e Bambino vivono fuori dalle regole della società, ma possiedono una forma di etica personale più autentica di quella mostrata da molte figure ufficialmente rispettabili. Parker, ad esempio, è un uomo elegante e influente, ma utilizza il proprio potere per sfruttare gli altri. I due fratelli, al contrario, nascondono dietro modi rozzi e comportamenti discutibili una sincera attenzione verso chi è più vulnerabile.

Il finale suggerisce quindi che la vera distinzione non passa tra legalità e illegalità, bensì tra chi usa il potere per opprimere e chi sceglie di metterlo al servizio degli altri.

La missione dei frati come simbolo di una comunità che merita di essere difesa

La missione occupa un ruolo centrale nell’economia narrativa del film. Inizialmente viene descritta come un luogo misterioso e persino inquietante. Le voci diffuse nel paese parlano di religiosi aggressivi e poco raccomandabili, alimentando una percezione distorta della realtà.

Quando Trinità e Bambino scoprono la verità, comprendono che i frati sono semplicemente persone oneste finite al centro di una situazione più grande di loro. La missione diventa così il simbolo di una comunità minacciata dall’avidità e dalla corruzione.

L’intervento dei due protagonisti assume allora un significato più ampio. Difendere la missione significa difendere un’idea di convivenza basata sulla solidarietà e sulla fiducia reciproca. È significativo che la battaglia finale si svolga proprio all’interno di quel luogo. Lo spazio sacro diventa il teatro di una resa dei conti che contrappone due visioni opposte del mondo: da una parte l’avidità rappresentata da Parker, dall’altra la possibilità di costruire rapporti fondati sull’aiuto reciproco.

Anche la presenza della famiglia contadina rafforza questa lettura. Attraverso quei personaggi, il film mostra una frontiera fatta di persone comuni che cercano semplicemente di sopravvivere e che hanno bisogno di qualcuno disposto a schierarsi dalla loro parte.

Bud Spencer e Terence Hill in ... continuavano a chiamarlo Trinità

Cosa significa davvero il finale di …continuavano a chiamarlo Trinità

Il finale di …continuavano a chiamarlo Trinità rappresenta la definitiva consacrazione dei suoi protagonisti come eroi riluttanti. Trinità e Bambino non diventano uomini nuovi, non rinunciano alla loro natura di avventurieri e non si trasformano improvvisamente in cittadini modello. Restano gli stessi personaggi scanzonati, litigiosi e interessati al denaro che il pubblico ha imparato ad amare.

Ciò che cambia è la consapevolezza dello spettatore. La conclusione dimostra che, dietro la facciata dei fuorilegge, esiste un codice morale preciso. Quando arriva il momento decisivo, i due fratelli scelgono sempre le persone invece del profitto. La perdita del denaro diventa quindi il prezzo necessario per confermare la loro identità più autentica.

È questa la ragione per cui il film continua a essere ricordato con affetto dopo oltre mezzo secolo. Dietro le battute, le scazzottate e le situazioni comiche, racconta una storia in cui la generosità riesce a emergere persino nei personaggi meno prevedibili. Trinità e Bambino restano banditi agli occhi del mondo, ma il loro comportamento dimostra che l’eroismo può assumere forme molto diverse da quelle tradizionali.

La risata finale nasce proprio da questa consapevolezza. I due fratelli hanno perso ancora una volta l’occasione di diventare ricchi, ma hanno salvato persone innocenti e sconfitto chi sfruttava il proprio potere. In fondo, è esattamente ciò che li rende immortali nella storia del cinema popolare italiano.

…Che Dio perdona a tutti, recensione dell’ultimo film di Pif

…Che Dio perdona a tutti, recensione dell’ultimo film di Pif

Con il suo nuovo film, Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) torna a raccontare l’Italia attraverso uno sguardo personale, mescolando leggerezza e profondità. …Che Dio perdona a tutti, dal 2 aprile al cinema, è una commedia che sorprende per la sua capacità di far convivere risate di pancia e riflessioni autentiche sulla fede e sull’incoerenza umana.

Un protagonista immerso nella quotidianità (e nei dolci)

Arturo (Pif) è un agente immobiliare dalla vita scandita da abitudini rassicuranti: lavoro, calcetto e una passione smisurata per i dolci siciliani. Non si tratta solo di un piacere personale, ma di una vera e propria ossessione, che lo porta a recensire sui social ogni specialità che assaggia.

Accanto a lui c’è Tommaso, interpretato da Francesco Scianna, amico di Arturo e al tempo stesso suo superiore alla Trinacria Real Estate, l’azienda per cui lavora. Figura concreta e terrena, rappresenta un contrappunto perfetto alle inquietudini del protagonista. In questa prima parte del film, Pif costruisce un mondo credibile e familiare, fatto di piccoli riti quotidiani e di una leggerezza che nasconde, però, una certa immobilità esistenziale.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

Flora: amore, fede e trasformazione

L’equilibrio di Arturo si incrina con l’arrivo di Flora, interpretata da Giusy Buscemi. Figlia del più rinomato pasticcere di Palermo, Flora è determinata ad aprire un proprio locale, ma soprattutto è una donna profondamente religiosa.

Il loro incontro è l’innesco di tutto: Arturo, inizialmente, si avvicina alla fede quasi per gioco, per compiacerla. Ma quello che nasce come finzione si trasforma lentamente in un percorso più sincero. Flora non è solo un interesse amoroso, ma una figura che mette Arturo di fronte a domande che ha sempre evitato.

Il rapporto tra i due è costruito con delicatezza: lei lo conquista attraverso i dolci, ma pretende anche una crescita interiore, una coerenza tra ciò che si dice e ciò che si vive.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

L’incontro con il Papa e il cambio di prospettiva

Il vero punto di svolta arriva con l’incontro con il Papa, interpretato da Carlos Hipólito. È qui che il film cambia tono, senza però perdere la sua anima ironica.

Questa figura, chiaramente ispirata a Papa Francesco, non è mai caricaturale: al contrario, rappresenta un modello di umanità, ascolto e semplicità. Il Papa diventa per Arturo una guida inattesa, capace di spingerlo verso una riflessione più autentica e meno superficiale sulla fede.

Da questo momento in poi, il film amplia il suo respiro, passando dalla dimensione privata a una riflessione più universale.

Comicità e profondità: un equilibrio riuscito

Uno degli aspetti più riusciti del film è la sua capacità di bilanciare momenti comici e riflessioni profonde. Pif resta fedele al suo stile: una comicità mai urlata, spesso basata sull’assurdo e sulle contraddizioni dei personaggi.

Le scene di vita quotidiana e le situazioni legate al mondo dei dolci offrono momenti di puro divertimento. Ma sotto questa superficie si sviluppa una riflessione costante sulla religione: non tanto come istituzione, ma come pratica concreta.

Il film si interroga sulla distanza tra chi predica e chi vive davvero la fede, mettendo in luce le incoerenze di una società che spesso confonde devozione e apparenza.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

Personaggi autentici e interpretazioni convincenti

Il cast contribuisce in modo decisivo alla riuscita del film. Pif costruisce un Arturo imperfetto ma umano, facile da comprendere proprio per le sue contraddizioni.

Giusy Buscemi dona a Flora una doppia anima credibile: spirituale ma anche sensuale, rigorosa ma capace di grande passione. È un personaggio che sfugge agli stereotipi e incarna una fede profondamente radicata e dogmatica, in cui crede senza esitazioni, ma che talvolta rimane distante dalla concretezza delle opere e della vita vissuta.

Francesco Scianna, invece, porta in scena un personaggio immediato e concreto, molto “terreno” e lontano dalla spiritualità, offrendo un contrappunto essenziale alle tensioni esistenziali del protagonista.

Infine, Carlos Hipólito regala al suo Papa una presenza carismatica e sorprendentemente naturale.

Una commedia deliziosa in tutti i sensi

…Che Dio perdona a tutti è una commedia “deliziosa” anche nel senso più letterale. Il cibo – e in particolare i dolci – diventa metafora di relazione, seduzione e persino spiritualità. Pif riesce a utilizzare questo elemento in modo narrativo, rendendolo parte integrante del percorso dei personaggi. Il risultato è un film che si gusta con piacere, capace di alternare leggerezza e intensità senza mai perdere coerenza.

In definitiva, …Che Dio perdona a tutti è una commedia riuscita, che riesce nell’impresa non scontata di far ridere e riflettere al tempo stesso. È anche un omaggio a Papa Francesco, alla sua visione della fede e alla sua capacità di parlare anche a chi si sente distante dalla religione.

Pif firma un film personale ma accessibile, che invita lo spettatore a interrogarsi senza mai imporre risposte. E forse è proprio questo il suo punto di forza: lasciare spazio al dubbio, alla contraddizione e, perché no, anche alla possibilità di cambiare. Oppure di restare fedeli alle proprie convinzioni, ma con una nuova consapevolezza e domande più profonde.

… E fuori nevica: i character poster del film di Vincenzo Salemme

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Ecco quattro character poster del nuovo film di e con Vincenzo Salemme, che chiama a raccolta l’affiatata e divertentissima squadra di amici e colleghi per … E fuori Nevica. Ecco il poster del film con Carlo Buccirosso, Nando Paone, Paola Quattrini, Margareth Madè e con la partecipazione straordinaria di Maurizio Casagandre e Giorgio Panariello.

... E fuori 2 ... E fuori nevica 1 ... E fuori nevica 2 ... E fuori

Qui la trama del film: Enzo Righi (Vincenzo Salemme) ha cinquant’anni e vive cantando (male) sulle navi da crociera. Eterno immaturo, è allergico a qualsiasi tipo di responsabilità. Quando arriva la notizia della morte di sua madre, è costretto a rientrare a Napoli per la lettura del testamento, dove, dopo anni, incontrerà i fratelli Stefano e Cico. Ad attenderli una sopresa: saranno costretti a vivere tutti insieme per volontà testamentaria della madre. La convivenza non si rivelerà affatto semplice e i tre fratelli ne vedranno delle belle…finché una trovata geniale e spietata di Cico risolverà il nuovo, complicato,”stato di famiglia”.

 

… E fuori nevica: ecco il poster del film di Vincenzo Salemme

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Ecco il poster del nuovo film di e con Vincenzo Salemme, che chiama a raccolta l’affiatata e divertentissima squadra di amici e colleghi per … E fuori Nevica. Ecco il poster del film con Carlo Buccirosso, Nando Paone, Paola Quattrini, Margareth Madè e con la partecipazione straordinaria di Maurizio Casagandre e Giorgio Panariello.... E fuori nevica

Sinossi: Enzo Righi (Vincenzo Salemme) ha cinquant’anni e vive cantando (male) sulle navi da crociera. Eterno immaturo, è allergico a qualsiasi tipo di responsabilità. Quando arriva la notizia della morte di sua madre, è costretto a rientrare a Napoli per la lettura del testamento, dove, dopo anni, incontrerà i fratelli Stefano e Cico. Ad attenderli una sopresa: saranno costretti a vivere tutti insieme per volontà testamentaria della madre. La convivenza non si rivelerà affatto semplice e i tre fratelli ne vedranno delle belle…finché una trovata geniale e spietata di Cico risolverà il nuovo, complicato,”stato di famiglia”.

 

… e alla fine arriva Polly: la spiegazione del finale del film

… e alla fine arriva Polly: la spiegazione del finale del film

Le commedie romantiche dei primi anni Duemila hanno spesso raccontato l’incontro tra due personalità opposte come il motore principale della trasformazione dei protagonisti. … e alla fine arriva Polly, diretto da John Hamburg, parte proprio da questo schema, ma lo utilizza per riflettere su un tema sorprendentemente universale: il rapporto tra controllo e imprevedibilità. Dietro le gag, gli equivoci e il tono leggero si nasconde infatti una riflessione sul rischio come elemento inevitabile dell’esistenza.

Interpretato da Ben Stiller e Jennifer Aniston, il film racconta il percorso di un uomo che ha costruito tutta la propria vita evitando qualsiasi possibilità di fallimento. Il finale rappresenta il momento in cui questa filosofia viene definitivamente messa in discussione. La storia d’amore con Polly diventa così molto più di una relazione sentimentale: è il simbolo di un cambiamento radicale, attraverso il quale Reuben comprende che nessuna scelta importante può essere ridotta a una semplice probabilità statistica.

Il contrasto tra l’uomo che calcola ogni rischio e la donna che vive il presente definisce tutta la costruzione narrativa del film

John Hamburg costruisce il racconto partendo da due personaggi che sembrano appartenere a universi incompatibili. Reuben Feffer lavora come analista del rischio per una compagnia assicurativa e affronta ogni decisione seguendo dati, statistiche e probabilità. Ogni aspetto della sua quotidianità è pianificato per ridurre al minimo gli imprevisti, trasformando la prudenza in una vera filosofia di vita.

L’umiliante tradimento durante il viaggio di nozze rappresenta il crollo improvviso di questo sistema. Reuben aveva scelto una moglie che riteneva perfetta, aveva programmato il proprio futuro nei minimi dettagli e credeva di aver eliminato qualsiasi variabile. Bastano pochi minuti perché tutte le sue certezze vengano spazzate via.

L’arrivo di Polly introduce l’esatto contrario del suo modo di vivere. Impulsiva, spontanea e incapace di programmare troppo il futuro, la donna affronta ogni giornata come un’esperienza da vivere senza eccessive preoccupazioni. La loro incompatibilità diventa immediatamente evidente, ma è proprio questa distanza a rendere possibile la crescita del protagonista.

Il film si inserisce così nella tradizione della commedia romantica americana interpretata da Ben Stiller, dove l’umorismo nasce spesso dall’imbarazzo e dalle situazioni fuori controllo. Tuttavia, sotto la superficie brillante, emerge una riflessione precisa sul bisogno contemporaneo di controllare ogni aspetto della propria esistenza.

Persino gli episodi più comici, come la disastrosa cena al ristorante marocchino o le difficoltà di Reuben nel ballare salsa, raccontano un uomo incapace di accettare che vivere significhi inevitabilmente esporsi all’errore e all’imprevisto.

Ben Stiller in ... e alla fine arriva Polly

Il finale di … e alla fine arriva Polly: Reuben rinuncia ai calcoli e sceglie finalmente una vita autentica

La parte conclusiva del film mette Reuben davanti all’ultima prova. Dopo aver rifiutato definitivamente il ritorno della moglie Lisa, sembra finalmente pronto a costruire un futuro con Polly. Eppure commette ancora un errore fondamentale: affronta la relazione come farebbe con una pratica assicurativa.

L’analisi statistica che inserisce nel proprio programma informatico dimostra che Polly rappresenta la scelta sentimentalmente meno rischiosa. Dal suo punto di vista è quasi una dichiarazione d’amore, perché certifica razionalmente che stare con lei costituisce la decisione migliore.

Per Polly, invece, quella scoperta produce l’effetto opposto. Comprende che Reuben continua a osservare la loro relazione attraverso formule matematiche e percentuali, incapace di affidarsi completamente ai propri sentimenti. La proposta di andare a vivere insieme viene quindi respinta perché nasce ancora dalla necessità di controllare il futuro.

La separazione costringe finalmente Reuben a guardarsi dentro. Le parole del padre e il discorso rivolto all’amico Sandy lo aiutano a capire quanto tempo abbia trascorso vivendo in funzione della paura anziché della felicità.

Quando scopre che Polly sta per lasciare New York, decide di inseguirla invece di rifugiarsi nelle proprie responsabilità lavorative. È una scelta apparentemente semplice, ma profondamente simbolica: per la prima volta mette una persona davanti alla carriera e alle proprie abitudini.

Il gesto conclusivo, quando mangia deliberatamente del cibo caduto per terra per dimostrare di essere disposto ad affrontare anche le situazioni più imprevedibili, assume un valore quasi allegorico. Non si tratta della prova di un amore romantico, bensì della dimostrazione che ha finalmente smesso di lasciare che la paura governi ogni sua decisione.

Jennifer Aniston in ... e alla fine arriva Polly

L’amore diventa il mezzo attraverso cui il film riflette sull’illusione di poter controllare completamente la vita

L’idea più interessante sviluppata dal film riguarda il concetto stesso di rischio. Reuben è convinto che ogni evento possa essere previsto e gestito attraverso modelli statistici. Il suo lavoro gli ha insegnato che ogni probabilità può essere calcolata e trasformata in una decisione razionale.

L’esperienza sentimentale dimostra però l’esatto contrario. Il matrimonio con Lisa, apparentemente perfetto, si rivela il fallimento più clamoroso della sua vita. La relazione con Polly, piena di imprevisti e situazioni assurde, diventa invece quella destinata a renderlo davvero felice.

Il film suggerisce quindi che il rischio non rappresenta necessariamente qualcosa da evitare. Al contrario, evitare costantemente ogni possibilità di soffrire significa rinunciare anche alle esperienze più significative.

Anche Polly evolve nel corso della storia. Se inizialmente rifugge qualsiasi forma di impegno stabile, il rapporto con Reuben le insegna che apertura emotiva e libertà personale possono convivere. Il loro cambiamento è reciproco: lui diventa più spontaneo, lei più disponibile a costruire un progetto condiviso.

Questa crescita parallela impedisce al film di trasformare uno dei due protagonisti nel semplice “insegnante” dell’altro. Entrambi imparano qualcosa, dimostrando che una relazione funziona quando produce un’evoluzione reciproca anziché l’annullamento delle differenze.

Phillip Seymour Hoffman e Alec Baldwin in ... e alla fine arriva Polly

La conclusione ribalta l’idea iniziale del protagonista e dimostra che le relazioni non possono essere trattate come formule matematiche

La scena finale, ambientata ancora una volta sulla spiaggia di Saint Barthélemy, chiude perfettamente il cerchio narrativo aperto all’inizio del film. È lo stesso luogo dove Reuben aveva visto crollare il proprio matrimonio, ma il suo atteggiamento è completamente cambiato.

L’incontro con Claude, l’uomo con cui Lisa lo aveva tradito durante la luna di miele, rappresenta il simbolo definitivo di questa trasformazione. In passato avrebbe reagito con rabbia o umiliazione. Stavolta lo ringrazia sinceramente, riconoscendo che proprio quell’evento doloroso ha cambiato la direzione della sua vita.

Anche il fatto che Reuben scelga di entrare completamente nudo in mare insieme a Polly assume un preciso significato simbolico. L’uomo che viveva seguendo protocolli rigidissimi accetta finalmente una situazione spontanea, perfino imbarazzante, senza preoccuparsi del giudizio degli altri.

Il cambiamento non consiste nell’abbandonare ogni prudenza. Reuben continua a essere una persona razionale, ma ha imparato che esistono ambiti della vita in cui le emozioni non possono essere sostituite dai calcoli.

Persino il rapporto con Polly riflette questa nuova maturità. I due decidono infatti di procedere con calma, senza affrettare un nuovo matrimonio. È una scelta che nasce dalla consapevolezza, non dalla paura. Per la prima volta Reuben prende una decisione senza affidarsi esclusivamente alle probabilità.

Ben Stiller e Jennifer Aniston nel film ... e alla fine arriva Polly

Il significato del finale di … e alla fine arriva Polly è che vivere davvero significa accettare l’incertezza invece di combatterla

Il finale di … e alla fine arriva Polly va oltre la classica conclusione romantica. La riunione della coppia rappresenta certamente il lieto fine sentimentale, ma soprattutto sancisce la vittoria di una nuova filosofia di vita.

Reuben comprende che il controllo assoluto è un’illusione. Nessun algoritmo può prevedere l’amore, evitare il dolore o garantire il successo di una relazione. La felicità nasce proprio dalla disponibilità ad affrontare ciò che non può essere pianificato.

La parabola del protagonista dimostra che la prudenza diventa un limite quando impedisce di cogliere le opportunità più importanti. L’amore, come ogni esperienza autentica, richiede inevitabilmente una dose di vulnerabilità e fiducia.

Per questo motivo il film continua a conservare una sorprendente attualità. In un’epoca in cui ogni scelta viene valutata attraverso dati, statistiche e previsioni, … e alla fine arriva Polly ricorda che alcune delle decisioni più importanti della vita sfuggono inevitabilmente a qualsiasi calcolo razionale.

L’ultima immagine di Reuben e Polly insieme, pronti a vivere il futuro senza pretendere di conoscerne già ogni dettaglio, sintetizza così il messaggio dell’intera storia: la vita più sicura non coincide sempre con quella migliore, mentre la felicità nasce spesso proprio dal coraggio di accettare l’imprevedibile.

… altrimenti di arrabbiamo! L’omaggio natalizio degli Oliver Onions

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Sono tornate due autentiche superstar della musica italiana ed internazionale, tra i più famosi autori italiani di colonne sonore di film, vere e proprie leggende della storia della pop culture del nostro Paese: gli Oliver Onions!

Il duo composto da Guido e Maurizio De Angelis, che ha scritto le musiche di cult assoluti, in Italia e nel mondo, da Sandokan a Orzowei passando per i celebri film di Bud Spencer e Terence Hill, per le quali sono stati protagonisti sia come autori che come arrangiatori e interpreti, ha deciso di far rivivere uno dei loro brani di culto, il Coro dei Pompieri di …altrimenti ci arrabbiamo!, in una speciale versione natalizia arrangiata e prodotta da Ricky Quagliato, che fonde inconfondibili sonorità 80’s tra synth e campionatori con un sound 2.0 di grande impatto, addobbato a festa da campanelli natalizi e sonorità gioiose.

Il brano uscito per BMG, una sorpresa natalizia che anticipa il ritorno discografico degli Oliver Onions previsto per la primavera 2021, è già disponibile in streaming e su tutte le piattaforme digitali. Il la la la la lalla più famoso della storia del cinema, torna oggi in una inedita veste accompagnata da un videoclip con ospiti d’eccezione. Tanti gli amici che hanno deciso di rendere omaggio ai due maestri della colonna sonora, in un video che vediamo proiettato all’interno di un cinema – purtroppo vuoto come accaduto in questo anno – con la speranza e l’augurio di trascorrere queste festività con serenità e un pizzico d’allegria, in vista del nuovo anno e del nuovo progetto degli Oliver Onions.

Il parterre di amici che hanno partecipato al videoclip, provenienti dal mondo della musica, del cinema, della radio, è vastissimo: Ale&Franz, Brunori Sas, Claudia Gerini, Claudia Pandolfi, Cristina D‘Avena, Daniele Adani, Eugenio in Via di Gioia, Fabio Armiliato, Fabio Volo, Francesco Gabbani, Frankie Hi-nrg, Jerry Calà, Kabir Bedi, Lorenzo Branchetti, Luca Abete, Luisa Corna, Neri Marcoré, Nicola Ventola, Nina Zilli, Nino Frassica, Omar Fantini, Panpers (Andrea Pisani e Luca Peracino), Ricchi e Poveri, Rita Pavone, Rosita Celentano, Scintilla (Gianluca Fubelli), Simona Molinari, Tommaso Paradiso, Trio Medusa (Furio Corsetti, Gabriele Corsi e Giorgio Daviddi) con Francesco Lancia, Tutti Nudi (Antonio Mezzancella, Dj Osso e Pippo Lorusso), Vince Tempera.

… altrimenti ci arrabbiamo!: tutte le curiosità sul film con Bud Spencer e Terence Hill

Celebre coppia del cinema italiano e non solo, Bud Spencer e Terence Hill hanno girato tra gli anni Settanta e Ottanta diversi film divenuti popolarissimi a livello internazionale. Dal western Lo chiamavano Trinità… fino al poliziesco Miami Supercops (I poliziotti dell’8ª strada), passando per Pari e dispari, Io sto con gli ippopotami, Chi trova un amico trova un tesoro e tanti altri. Uno dei loro titoli più amati, da grandi e piccoli, è però … altrimenti ci arrabbiamo!, diretto nel 1974 da Marcello Fondato. Commedia d’azione, questo vanta gag, battute e sequenze ancora oggi iconiche, tanto note quanto omaggiate.

Pur se privo di particolari trovate di regia o di messa in scena, … altrimenti ci arrabbiamo! vanta numerose acrobazie, corse d’auto e, soprattutto, le celebri scazzottate di cui Spencer e Hill erano grandi maestri. Il film si affermò come il maggior successo economico tra tutti i film della coppia e li consacrò a stelle del cinema mondiale. Prima di intraprenderne una visione, però, sarà utile approfondire alcune curiosità relative a questo. Qui sarà possibile ritrovare dettagli relativi alla trama, al cast e a molto altro ancora. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

… altrimenti ci arrabbiamo!: la trama, il cast di attori e la dune buggy

Protagonisti del film sono Ben e Kid, rispettivamente un meccanico ed un camionista, accomunati dalla passione per le corse automobilistiche. Da sempre amici ma rivali, i due si ritrovano a vincere insieme una competizione, ottenendo come premio una dune buggy rossa con la capotte gialla nuova di zecca. L’agognata vettura, però, viene distrutta nel momento in cui una banda di sicari al servizio del Capo, mette a ferro e fuoco il luna park dove i due amici si erano recati. In risposta a quell’affronto, Ben e Kid decideranno di recarsi personalmente dal responsabile dell’accaduto, richiedendogli come risarcimento un’identica dune buggy. Se la loro volontà non verrà rispettata, si arrabbieranno e non ci sarà pace per nessuno.

Come anticipato, ad interpretare Ben e Kid vi sono rispettivamente Spencer e Hill. I due, come noto, divertirono molto a realizzare questo film, apportandovi anche proprie idee. Il celebre balbettìo effettuato da Spencer durante la scena del coro dei pompieri, ad esempio, è una sua trovata. Accanto a loro, nel ruolo del criminale noto come il Capo, vi è l’attore inglese John Sharp, mentre il suo braccio destro Attila è interpretato da Deogratias Huerta. Di particolare rilievo, inoltre, è la presenza del film dell’attore Donald Pleasence, nel ruolo del Dottore del Capo, ma celebre in particolare per essere stato Sam Loomis nella saga di Halloween. In ultimo, Manuel de Blas è il killer Paganini, mentre Luis Barbero è il gentile Geremia.

Protagonista del film è ovviamente anche la dune buggy, qui assunta a pomo della discordia della vicenda. Tale vettura, destinata alla marcia su sabbia, si caratterizza per il suo aspetto sbarazzino, divenuta un simbolo del divertimento estivo. In Italia le prime dune buggy apparvero sul finire degli anni Sessanta, ma è stato proprio … altrimenti ci arrabbiamo! ad averle rese popolarissime. Nella metà degli anni Settanta, infatti, a Roma venne fondata dal pilota di autocross Adriano Gatto la Puma s.r.l. con sede sulla via Tiburtina, la quale iniziò a produrre una propria linea di dune buggy molto simili al “Deserter”. Queste sono poi quelle utilizzate all’interno del film.

... altrimenti ci arrabbiamo! canzone

… altrimenti ci arrabbiamo!: dove è stato girato e la colonna sonora

Per quanto riguarda le location del film, come anche altri film di Spencer e Hill, anche … altrimenti ci arrabbiamo! è caratterizzato da località di differenti paesi. Le scene con il luna park, ad esempio, sono state girate a Madrid e più precisamente nei pressi dello Stadio Vicente Calderòn. Sempre nella capitale spagnola, al numero 17 di Calle de Postas, subito fuori da una porta di Plaza Mayor, si trova l’Hotel “Petit Palace Posada del Peine”, la cui entrata rappresenta nel film l’entrata del locale del Capo. La scena dell’inseguimento in moto, invece, è stata girata nel Lazio, nel bosco di Manziana. La scena iniziale di autocross è stata girata a Poggio San Romualdo, una frazione di Fabriano, in provincia di Ancona.

Ad essersi occupati della colonna sonora del film, invece, sono stati i fratelli Guido e Maurizio De Angelis, anche noti come fondatori del gruppo Oliver Onions. In attività dal 1963, questi hanno firmato la colonna sonora di diversi film di Spencer e Hill, ma anche di innumerevoli altri titoli. Per … altrimenti ci arrabbiamo!, in particolare, il gruppo compose il brano Dune Buggy, utilizzato per ben sette volte nel corso della pellicola. Come il film, anche questo conobbe un estremo successo commerciale, rimanendo nella top ten per oltre diciassette settimane e risultando il più venduto del 1974 in Italia. Anche all’estero tale brano ottenne ampi riconoscimenti, vantando una distribuzione estera in paesi come Cile, Messico, Francia, Spagna, e Germania.

… altrimenti ci arrabbiamo!: il remake, il trailer e dove vederlo in streaming e in TV

Dopo anni di speculazioni, nel 2022 è arrivato al cinema un remake del film. Diretto dagli YouNuts!Altrimenti ci arrabbiamo si propone in realtà più come un reboot che come un vero e proprio remake, modificando alcuni particolari dell’originale per dar vita ad un omaggio di quel cult. Ad interpretare i due protagonisti, qui, sono gli attori Edoardo Pesce ed Alessandro Roja. Christian De Sica, invece, compare nei panni del villain principale, mentre Alessandra Mastronardi è Miriam, intrigante e pericolosa donna che aiuterà i due protagonisti. Naturalmente, grande protagonista è anche in questo caso la mitica dune buggy rossa con la capotte gialla nuova di zecca.

È possibile fruire di … altrimenti ci arrabbiamo! grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Infinity+, Amazon Prime Video e Netflix. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 27 maggio alle ore 21:25 sul canale Rete 4.

Fonte: IMDb

X-Men Giorni di un futuro passato: treno del film inaugurato da Hugh Jackman

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Ormai manca poco all’arrivo dell’atteso nuovo film sui mutanti Marvel, X-Men giorni di un futuro passato, e arrivano in serata le foto dell’inaugurazione del treno di X-Men giorni di un futuro passato, un’iniziativa del marketing della produzione che ha visto  Hugh Jackman e James McAvoy protagonisti all’inaugurazione. L’evento da il via alla campagna di lancio del film.

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Per chi se lo fosse perso, a questo link trovate il bellissimo trailer.

X-Men giorni di un futuro passato locandinaLa trama di X-Men giorni di un futuro passato, tratta dall’omonimo fumetto del 1981, ripercorre un arco temporale ambientato in un imprecisato futuro in cui gli USA sono dominati dalla Sentinelle, mentre i mutanti vivono confinati in campi di concentramento. Kitty Pride torna indietro nel tempo e impedisce dal passato che gli eventi precipitino a tal punto da trasformare la vita dei mutanti del futuro in un inferno di reclusione.

Vi ricordiamo che nel cast sono confermatissimi Halle Berry, Peter Dinklage e . Il film è ispirato ai fumetti di Chris Claremont e John Byrne dal titolo: ”Uncanny X-Men” # 141 e 142 nel 1981. Tutte le info sul film nella nostra scheda: X-Men: giorni di un futuro passato. Tutte le news sul film invece sono nel nostro speciale: X-Men.

Fonte: CBM

X-Men giorni di un futuro passato: foto dalla Trask Industries

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Continuano ad arrivare aggiornamenti dal sito virale dell’atteso nuovo film  X-Men giorni di un futuro passato nuovo capitolo basato sui mutanti Marvel. Oggi è la volta di una foto di un collare inibitore per mutanti progettato dalla Trask. L’immagine è stata lanciata dallo stesso regista della pellicola Bryan Singer:

X-Men giorni di un futuro passato-foto1

La trama di X-Men giorni di un futuro passato, tratta dall’omonimo fumetto del 1981, ripercorre un arco temporale ambientato in un imprecisato futuro in cui gli USA sono dominati dalla Sentinelle, mentre i mutanti vivono confinati in campi di concentramento. Kitty Pride torna indietro nel tempo e impedisce dal passato che gli eventi precipitino a tal punto da trasformare la vita dei mutanti del futuro in un inferno di reclusione.

Vi ricordiamo che nel cast sono confermatissimi ,  Halle Berry, Peter Dinklage e . Il film è ispirato ai fumetti di Chris Claremont e John Byrne dal titolo: ”Uncanny X-Men” # 141 e 142 nel 1981. Tutte le info sul film nella nostra scheda: X-Men: giorni di un futuro passato. Tutte le news sul film invece sono nel nostro speciale: X-Men.

Tutte le foto del film nella nostra gallery:

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Fonte: Trask-Industries.com

Woody Allen a lavoro su Magic in the Moonlight

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Magic in the MoonlightLogorroico, ipocondriaco, inarrestabile: Woody Allen è a lavoro sul suo prossimo film, mentre ancora Blue Jasmine promette di far parlare di sè per l’interpretazione di Cate Blanchett, forse protagonista della cinquina di nominate agli Oscar del prossimo 2 marzo. Ci arriva via Collider la notizia che la Sony ha appena comprato i diritti di distribuzione di Magic in the Moonlight, prossima pellicola del regista di cui sappiamo già qualche dettaglio. Come è ormai abitudine del buon vecchio Woody, il cast del film sarà composto da molti (e tutti famosi) attori, tra questi sono già confermati Colin Firth ed Emma Stone con l’aggiunta di Eileen Atkins, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater e Jacki Weaver.

Il film riprenderà inoltre gli elementi che hanno in qualche modo fatto il successo di Midnight in Paris, a partire dal titolo che lo rievoca, anche Magic in the Moonlight sarà ambientato in Francia, nel sud del paese e sarà una commedia romanticanegli anni ’20. Protagonista un uomo inglese (Firth) che sarà impegnato a smascherare una truffa ma sarà intralciao da complicazioni sentimentali.

A produrre il film c’è la squadra di Blue Jasmine: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum e Edward Walson. Per quanto riguarda invece la data d’uscita, è probabile che Magic in the Moonlight arrivi già in estate negli Stati Uniti.Fonte: Collider

VIEWFest 2012: il regista di Madagascar 3 presenta il film

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ERIC DARNELL, Regista della trilogia di MADAGASCAR presenterà a VIEW MADAGASCAR 3: RICERCATI IN EUROPA. Eric Darnell è il regista e sceneggiatore di “Madagascar”

Vicini del terzo Tipo – Teaser Trailer Italiano

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Vicini del terzo Tipo – Teaser Trailer Italiano

Ecco il Teaser Trailer italaino di Vicini del terzo tipo, prossima commedia irriverente con Jonah Hill, Ben Stiller, Vince Vaughn, Billy Crudup, Doug Jones, Richard Ayoade, Will Forte, Rosemarie DeWitt