Si intitola La verità
sta in cielo il nuovo film di Roberto Faenza che vede
trai protagonisti Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta
Scarano e Valentina Lodovini. Il film sarà
distribuito da 01 a partire dal prossimo 6
ottobre.
Di seguito la trama: Il 22
giugno 1983 una ragazza di 15 anni, Emanuela Orlandi, sparisce dal
centro di Roma e non farà più ritorno. È figlia di un commesso
pontificio e ben presto si capisce che la sparizione coinvolge
diversi poteri forti, dal Vaticano alla Banda della Magliana fino a
Mafia Capitale. La sua scomparsa è l’occasione per raccontare la
piramide omertosa che da quel momento metterà in ginocchio la
capitale. Una vicenda con scabrose ramificazioni ancora attuali in
un tessuto tipicamente italiano che coinvolge politica, criminalità
organizzata e una parte della Chiesa. È da 30 anni che questa
storia attende di essere raccontata.
La verità sta in
cielo è una produzione Jean Vigo Italia con Rai
Cinema, prodotto da Elda Ferri.
A 63 anni sembrano
decisamente lontani i tempi del Belfagor – Il fantasma del
Louvre del 2001 con cui la maggior parte del pubblico italiano
fece la conoscenza del parigino Jean Paul Salomè (La
padrina). Che ritroviamo come regista del La
verità secondo Maureen K., presentato in concorso nella
Sezione Orizzonti di Venezia 2022 e finalmente distribuito nei
cinema italiani, dal 21 settembre da I WONDER PICTURES in
collaborazione con Unipol Biografilm Collection. Un dramma molto
quotidiano – ispirato alla vera storia di Maureen Kearney
raccontata nel libro “La Syndicaliste” di Caroline
Michel-Aguirre – che grazie a una contenuta Isabelle Huppert riesce a raccontare una violenza, non
solo fisica, con uno stile originale, tra crime, legale e denuncia
sociale.
Maureen Kearney, sola contro tutti
È lei la protagonista,
rappresentante sindacale della centrale nucleare di una
multinazionale francese in difficoltà per l’arrivo di un nuovo
responsabile. Con lui emergono trame segrete che potrebbero
cambiare i rapporti di forza dell’intero settore e mettere a
rischio 50.000 posti di lavoro, eventualità che la donna denuncia
ritrovandosi sola contro tutti. Una storia vera, quella di Maureen
Kearney, aggredita nella propria casa da uno sconosciuto che le
incide una A (come Areva, la società nella quale lavora)
sulla pancia e la lascia sconvolta. È solo l’inizio di una odissea legale nella quale è la vittima della
violenza, sessuale e non solo, a essere messa sotto accusa dalle
indagini, a non essere creduta, a essere sospettata.
Una
inquietante storia vera, fin troppo credibile
Più che in altri casi, il
termine di Odissea si sposa bene con il viaggio faticoso, lungo e
disseminato di ostacoli sempre nuovi della protagonista, ché la
definizione di “thriller paranoico avvincente e
contemporaneo” sembra riduttiva per quella che sappiamo essere
una storia realmente accaduta. Soprattutto considerando lo stress
emotivo vissuto, le umiliazioni subite, la frustrazione per
l’impotenza patita che il film rende alla perfezione nel suo
svolgersi.
Via via che emergono
nuovi elementi, infatti, e che si affaccia l’ipotesi che la donna
sia una mitomane pronta a tutto per raggiungere i propri scopi
politici e professionali, il resto inizia a perdere di consistenza.
Ovviamente con la complicità di inquirenti e polizia, in questo
caso non servi del potere, ma – ancor più drammaticamente –
abituati a schemi mentali e pregiudizi che Salomè mette a nudo,
senza sottolinearli, rendendoli talmente evidenti da non sentirne
il bisogno.
Il
ritorno della Lettera Scarlatta
Al pubblico, la sua
capacità di empatizzare con la “pessima” vittima che si rivela
essere Maureen, la
sua sensibilità o abitudine a vedere il femminile in un certo modo,
la possibilità di decodificare i tanti messaggi che una storia –
vera, ricordiamolo – del genere porta con sé. Maschilismo
strisciante, complottismo, critica sociale e gap generazionale sono
ovunque, ma più che l’insistito e onnipresente tema del
rovesciamento di vittima in imputata è interessante il concetto di
“Buona vittima” al quale si fa riferimento a più riprese. Quella
ineccepibile, per la quale addolorarsi oltre ogni possibile e
ragionevole dubbio, o scrupolo di coscienza, ma anche la “Sitting
Duck” del titolo inglese, un “bersaglio facile” diremmo noi…
Ed è ancora una
‘lettera scarlatta‘ a marchiare la protagonista di questo
surreale, a tratti kafkiano, spy movie per il quale il regista
ammette di aver pensato a Tutti gli uomini del presidente e
Una squillo per l’ispettore Klute. Thriller politici nei
quali – inevitabilmente, per cronologia – non si avvertiva così
forte la disparità di genere. E tutto quel che spesso ne consegue,
dalla tendenza a screditare l’altra (tirando fuori il classico
Burnout, versione moderna di quel po’ di stress che non si
nega a nessuno da decenni) ad accuse ancora più infamanti e
gratuite. Alle quali si spera che sempre più donne, come la Hupper
insegna, riusciranno a reagire con il desiderio di lottare per
ripristinare una propria verità.
Al cinema dal 17 novembre, è stato
presentato alla Festa di Roma 2016 La verità
negata (Denial), film
diretto da Mick Jackson che racconta la vicenda
legale che alla fine degli anni Novanta vide coinvolta la storica
accademica Deborah Lipstadt, accusata di
diffamazione dal saggista britannico David Irving.
Irving è uno dei più famosi
negazionisti della Storia. Nei suoi numerosi volumi storici, ha
propagandato a lungo la teoria che sosteneva la falsità
dell’Olocausto, in una sorta di tentativo di difesa della figura
storica di Hitler. La vicenda realmente accaduta si è poi conclusa
nel 2000, con la sentenza della Corte Britannica che respingeva le
accuse volte alla Lipstadt. Secondo il diritto
inglese, è l’accusato a dover provare la sua innocenza, e così la
professoressa americana si rivolge al migliore avvocato su piazza,
Anthony Julius, lo stesso che prese le difese
della principessa Diana durante la causa di divorzio. A
Julius e al suo team è stato poi affidato il
compito di dimostrare che uno dei più grandi delitti del XX secolo
e della storia dell’umanità è stato tutt’altro che
un’invenzione.
La verità negata è
tratto da una storia vera
Basato sul libro History on
Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier, della stessa
Deborah Lipstadt, La verità
nascosta è un procedural che si svolge per la
maggior parte nelle aule di una corte e nelle stanze di avvocati,
tra carte, plichi e sentenze. Senza dover neanche scegliere una
parte da cui stare, Jackson espone i fatti in maniera piana,
facendosi forza della veridicità della vicenda narrata, senza per
cui sforzarsi a realizzare un contraddittorio cinematografico che
rendesse il processo vero e proprio un momento di confronto
interessanti ai fini cinematografici. Il lavoro di adattamento
cinematografico è stato realizzato dall’ottimo David Hare che anche questa
volta mette a punto uno script preciso e interessante.
Il film si avvale anche di un ottimo
gruppo di attori, da Rachel Weisz a
Timothy Spall, passando per Tom
Wilkinson e Andrew Scott, che offrono il loro talento a
personaggi reali che hanno compiuto imprese straordinarie, nel bene
e nel male.
La verità negata
rivela però la sua ingenuità di fondo nella regia scolastica di
Jackson, che non offre nemmeno il beneficio del
dubbio all’accusatore. Non che un negazionistra dell’Olocausto
meriti che le sue convinzioni vengano difese, ma l’assenza di
contrappunto rende anche la vittoria più giusta meno dolce.
Arriva nelle sale cinematografiche
italiane La verità nascosta, dall’originale La
cara oculta, letteralmente tradotto Il lato Oscuro. In La
verità nascosta Adrián, un maestro dell’Orchestra
Filarmonica di Bogotà e la sua fidanzata Belén sembrano essere
molto innamorati. Però quando Belén comincia a dubitare della sua
fedeltà, sparisce senza lasciare traccia. Afflitto, Adrián si
consola grazie alla sua musica e tra le braccia di Fabiana. Ma,
mentre la passione tra i due comincia a crescere, iniziano ad
affiorare domande sulla misteriosa scomparsa di Belén.
Nonostante una messa in scena
discreta ed un interessante inizio, La verità
nascosta, è un thriller che esplora i limiti della gelosia
e del tradimento, disinteressandosi completamente del genere nel
quale tenta di insinuarsi. I limiti di questo film sono presto
svelati. La verità nascosta diretta da
Quim Gutiérrez è ricca di cliché tipici del
thriller che sin dalle prime battute non aiutano a far decollare la
storia. Il vero punto debole di quest’opera però è senz’altro la
sceneggiatura, che cerca di intrecciare una storia già debole sin
dal principio con sotto-trame superflue. Il risultato è un trama
confusa e uno utilizzo errato del flashback. Non si può pretendere
di suscitare suspanse e tensione con un racconto che si sviluppa in
gran parte in maniera indiretta, senza coinvolgere in prima persona
lo spettatore e impedendone l’immedesimazione. Per intenderci, è
come se un racconto di Lovecraft venisse scritto in terza persona.
Inevitabilmente la tensione di inizio film si appiattisce finendo
per arenarsi definitivamente in un ritmo blando e a tratti
noioso.
Altro punto debole della storia
sono i dialoghi, a tratti fuori luogo e del tutto banali che ne
indeboliscono ulteriormente il film. L’unica componente filmica a
salvarsi è la partitura di Juan Federico Jusid, intensa ed
emozionante quanto basta da risollevare il finale di un film che
non sorprende neppure negli ultimi istanti. Il risultato è una
storia di passione e triangoli amorosi che finisce per rimanere
tale, mettendo da parte molti stilemi che un genere come questo
esige.
Che vuol dire quando lui non ci
chiama, non ci dice mai Ti Amo, non ci vuole sposare…? La risposta
che danno Greg Behrendt e Liz Tuccillo nel loro libro “He’s Just
Not That Into You: The No-Excuses Truth to Understanding Guys” è
che La verità è che non gli piaci abbastanza. Su
questo binario iniziale muove il film di Ken Kwapis (Licenza di
matrimonio), tratto dall’omonimo best-seller degli sceneggiatori di
Sex and tha City(la serie).
La verità è che non gli piaci abbastanza, la
trama
La verità è che non gli
piaci abbastanza è la storia di Gigi che è una frana con
gli uomini e non riesce a percepire e leggere bene i “segnali”
di Conor che lungi dall’essere interessato da Gigi, corre
dietro ad Anna che invece comincia una relazione adulterina con
Ben, marito di Janine che è amica di Gigi e di Beth, la quale è
fidanzata da 7 anni con Neil che si rifiuta di sposarla e così via.
Storie parallele che si intrecciano mostrando le relazioni d’amore
nel loro nascere, costruirsi, nel loro disfarsi, nella loro
sostanza di compromesso armonico tra le due parti. Un film
intessuto sulla regola che tutte le persone sono uguali e si
comportano, davanti alle medesime situazioni, allo stesso modo. Una
regola che finisce con l’essere infranta poiché alla fine della
storia, chi merita un premio lo riceve, chi si ama davvero resta
insieme, chi invece ha distrutto resta solo e chi invece è stato
lasciato trova la forza di ricominciare e di ricostruire la propria
vita.
La verità è che non gli
piaci abbastanza, in 129 minuti, dipana le sue storie con
freschezza senza mai eccedere nel patetismo o nel romanticismo
smielato, strizzando un occhio allo spettatore che ride dei
personaggi ma ride anche di sé, rispecchiandosi in alcune delle
situazioni rappresentate. Il film ha il suo punto di forza in un
cast stellare, dove la frangia femminile fa la parte del leone
comprendendo:
Jennifer Connelly, Jennifer Aniston,
Scarlett Johansson,
Drew Barrymore (anche produttrice), Busy
Philipps. A queste bellissime si contrappongono
Ben Affleck, Justin Long,
Bradley Cooper, Kevin Connolly.
Forte soprattutto di una
sceneggiature brillante di Abby Kohn e Marc Silverstein, il film
tira dritto per tutta la sua durata, senza stancare, risultando
divertente e alla fine non troppo retorico. Interessante è la
struttura simile a documentario di costume sulle esperienze
sentimentali delle persone comuni, interessante soprattutto perché
alla fine mopstra che lo stereotipo sociale per cui è sempre e solo
la donna a soffrire per amore, viene a cadere. Il film dunque non è
parziale ma paritario e mostra molte situazioni reali rendendo così
persone hollywoodiane, personaggi reali. La verità è che
non gli piaci abbastanza si conclude con l’implicita
riflessione che non è vero che La verità è che non gli piaci
abbastanza, ma che ogni storia è a se stante, ed ogni reazione
umana dipende da una coscienza diversa, da un percorso individuale,
che qualche volte finisce con l’essere condiviso dall’altro.
Celebre commedia del 2009, il film
La verità è
che non gli piaci abbastanza è diretto da
Ken Kwapis, già autore di film come 4 amiche e
un paio di jeans e Qualcosa di
straordinario. Il titolo in questione è basato
sull’omonimo romanzo scritto da Greg Behrendt e Liz
Tuccillo, divenuto un vero e proprio best seller al
momento della sua pubblicazione. Vera fonte di attrattiva, oltre
alla brillante storia narrata, è il cast che dà vita ai personaggi
protagonisti. Questo si compone infatti di alcuni tra i più celebri
attori di Hollywood degli ultimi anni, tra cui alcuni premi
Oscar.
Il film, che si divide in episodi
accomunati dalle problematiche sentimentali dei vari protagonisti,
ha ottenuto un grande successo di pubblico. Gli appassionati del
libro, come anche i fan degli attori, si sono infatti riversati in
massa a vedere il film. In breve, questo si è così affermato come
una delle commedie di maggior successo dell’anno. A fronte di un
budget di 40 milioni di dollari, il film è infatti riuscito ad
incassarne oltre 178 in tutto il mondo. Tale traguardo è arrivato
nonostante un parere della critica non particolarmente entusiasta,
che indicava la scarsa attenzione dedicata ai personaggi come
principale pecca.
A distanza di più di un decennio il
film continua ad essere nominato come uno dei maggiori esempi di
pellicola sentimentale tratta da un libro, inserendosi in un’ampia
categoria di opere simili. Numerose sono le curiosità circa le
origini della storia qui narrata, come anche quelle relative al
cast di attori scelti per i personaggi principali. Di seguito si
potranno ritrovare tutti i principali fatti da sapere per conoscere
a fondo il film, come anche dove è possibile ritrovarlo e vederlo
in streaming.
La verità è che non gli piaci
abbastanza: la trama del film
Il film segue le vicende di un
variegato gruppo di persone alle prese con le loro complicate
relazioni amorose. La prima di queste è Gigi, la quale è convinta
che gli uomini agiscano secondo logiche talvolta incomprensibili.
Ciò sembra trovare conferma nel momento in cui il ragazzo con cui
si stava frequentando smette di scriverle o chiamarla. Allo stesso
tempo, un’altra coppia, formata da Neil e Beth inizia ad avere i
primi grandi problemi dopo anni di relazione. Lei vorrebbe infatti
convolare a nozze, ma lui non sembra convinto di volersi prendere
questo impegno. Ciò porterà ovviamente ad una crisi dai risvolti
inaspettati.
Come loro anche Janine, migliore
amica di Gigi, e Ben, migliore amico di Neil, sembrano giunti al
capolinea. La crisi tra di loro è però dovuta ad un elemento
esterno, rappresentato dalla seducente maestra di yoga di nome
Anna. Le loro storie, che scorrono in modo parallelo, finiranno per
intrecciarsi in una serie di equivoci, adulteri, abbandoni,
confessioni e pentimenti. Ognuno di loro sarà così chiamato a
destreggiarsi tra quel complesso sentimento chiamato amore,
sperimentando tutte le sfumature che questo può avere.
La verità è che non gli piaci
abbastanza: il film e il libro
Prima di scrivere il libro da cui è
tratto il film, Behrendt e Tuccillo erano già stati gli
sceneggiatori della celebre serie Sex and the City. Questa
allo stesso modo esplorava le tematiche intorno all’amore e i suoi
mille problemi. In particolare, ad aver ispirato la trama di La
verità è che non gli piaci abbastanza, è stato l’episodio
Il silenzio è d’oro, quarto della sesta e ultima stagione.
All’interno di questo, ognuna delle protagoniste si ritrova a
vivere una serie di conflitti con i rispettivi partner, arrivando
nel più dei casi ad una rottura di coppia. Queste dinamiche sono
poi state dunque riprese e ampliate dai due sceneggiatori nel loro
libro, divenuto in poco tempo un best seller. Lo stesso titolo
inglese, He’s Just Not That Into You, è ispirato ad una
delle battute pronunciate nella puntata.
Il libro è anche definito come
“self-help”. Il proposito di questa categoria è di parlare
direttamente al lettore, offrendo consigli su questioni inerenti
alla sfera personale e che possono portare ad una più completa
autorealizzazione del sé. All’interno di questo, infatti, i due
autori offrono una serie di esempi e consigli per quelle donne
incastrate in relazioni senza futuro, suggerendo che se la persona
con cui ci si frequenta non è disposta a mettersi in gioco nella
coppia, forse è perché non gli piaci abbastanza. Nell’adattare il
libro in film, però, si è reso necessario costruire una storia più
coesa secondo i canoni cinematografici. Questo ha portato
all’elaborazione dei personaggi, dei loro problemi e dei loro
intrecci.
La verità è che non gli piaci
abbastanza: il cast del film
Per assicurarsi il successo del
film, i produttori hanno deciso di radunare una squadra di popolari
attori di Hollywood, assicurandosi che questi avessero anche già
recitato in film di questo genere prima. Ad interpretare il
personaggio di Gigi, particolarmente ricorrente nel film, è infatti
l’attrice Ginnifer
Goodwin. Questa è nota in particolare per aver dato
volto a Biancaneve nella serie C’era una volta. A
interpretare la coppia formata da Neil e Beth sono invece
rispettivamente i noti Ben
Affleck e Jennifer
Aniston, qui alla loro prima collaborazione. Bradley
Cooper e Jennifer
Connelly sono invece Ben e Janine. Cooper condivide
poi diverse scene con Scarlett
Johansson, la quale interpreta Anna. I due si
sarebbero poi ritrovati grazie al film Avengers: Infinity War. Nel film
è poi presente l’attrice Drew
Barrymore nel ruolo di Mary.
La verità è che non gli piaci
abbastanza: il trailer e dove vedere il film in streaming e in
TV
Per gli appassionati del film, o
per chi desidera vederlo per la prima volta, sarà possibile fruirne
grazie alla sua presenza nel catalogo di alcune delle principali
piattaforme streaming oggi disponibili. John Rambo è
infatti presente su Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play,
Apple iTunes, Amazon Prime Video, Tim Vision e Netflix. In base alla piattaforma scelta,
sarà possibile noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale al catalogo. In questo modo sarà poi possibile
fruire del titolo in tutta comodità e al meglio della qualità
video. Il film è inoltre in programma in televisione per
mercoledì 7 ottobre alle
ore 23:45 sul canale Rai
Movie.
Il
caso di Lucy Letby è
stato uno dei più scioccanti nella storia recente del Regno Unito.
Nel 2023, l’infermiera neonatale è stata condannata per l’omicidio
di sette neonati e per il tentato omicidio di altri sei, diventando
la serial killer donna più prolifica del Paese. Una verità
giudiziaria che sembrava definitiva. Eppure, il nuovo documentario
NetflixThe Investigation of Lucy
Letby riapre il caso, mettendo in
discussione prove, testimonianze e l’intero impianto
accusatorio.
Non si tratta di un semplice esercizio di revisionismo: il film
propone una rilettura sistematica del processo, sollevando dubbi
profondi su come la colpevolezza di Letby sia stata costruita.
Dalla carriera modello all’inizio degli eventi sospetti
Nata il 4 gennaio 1990, Lucy Letby si laurea in Infermieristica
Pediatrica all’Università di Chester e inizia a lavorare nel
reparto di terapia intensiva neonatale del Countess of Chester
Hospital. Nulla, nei primi anni, sembra
distinguerla dai colleghi. Come ricorda nel documentario il
pediatra in pensione John Gibbs,
«non c’era nulla in lei che facesse scattare un campanello
d’allarme».
La svolta arriva nel 2015, quando nel reparto iniziano a
verificarsi decessi inspiegabili. Neonati che sembravano in ripresa
collassano improvvisamente. Entro pochi mesi, il numero delle morti
cresce in modo anomalo. Un dato inquietante emerge:
Letby è presente in turno
in ogni caso sospetto.
L’indagine, gli indizi e il processo
Nel 2018 Lucy Letby viene arrestata. Durante la perquisizione della
sua abitazione, la polizia trova oltre 250 fogli di consegna
clinica riservati, conservati in ordine cronologico, e alcuni
post-it con frasi come “I
killed them” e “I am
evil”. Per l’accusa, è la prova psicologica decisiva. Per la
difesa, un esercizio terapeutico, suggerito durante un percorso di
supporto emotivo.
Il processo, iniziato nell’ottobre 2022, si fonda in gran parte
sulle testimonianze mediche e sull’analisi di presunti
emboli d’aria e
somministrazioni di insulina non necessarie. L’esperto chiave è il
dottor Dewi Evans,
le cui conclusioni risultano centrali per la condanna. Il 18 agosto
2023 arriva il verdetto: ergastolo senza possibilità di libertà
condizionale.
I dubbi sollevati dal documentario Netflix
The Investigation of Lucy
Letby ribalta il punto di vista. Il documentario dà ampio
spazio all’avvocato Mark
McDonald, oggi impegnato a ottenere una
revisione del processo. McDonald sottolinea l’assenza di un
movente, di testimoni oculari, di prove video e di riscontri
forensi diretti. Tutto, sostiene, è costruito su
correlazioni,
non su atti osservati.
Ancora più rilevante è il contributo del professor
Shoo Lee,
autore dello studio del 1989 sugli emboli d’aria citato
dall’accusa. Dopo aver esaminato il materiale processuale, Lee
afferma che i segni
clinici descritti non sono diagnostici di embolia, ma
compatibili con ipossia. Lee coordina inoltre un panel di 14
esperti medici internazionali, che conclude: «Non abbiamo trovato alcuna prova medica di
omicidio in nessuno dei 17 casi».
Un possibile errore giudiziario?
Un’inchiesta del 2024 pubblicata su The New
Yorker rafforza i dubbi: Letby era
l’infermiera più qualificata del reparto e veniva assegnata
sistematicamente ai neonati più gravi. La coincidenza della sua
presenza nei momenti critici potrebbe essere una conseguenza
organizzativa, non una prova di colpevolezza. Inoltre, quando Letby
viene rimossa dal reparto, l’unità viene declassata e riceve meno
casi complessi: un dettaglio cruciale spesso ignorato in aula.
Il caso ha ormai superato i confini giudiziari. Anche
David Davis,
membro del Parlamento britannico, ha parlato apertamente di
“possibile errore giudiziario” e chiesto un nuovo processo.
Una verità ancora aperta
Non tutti, però, sono convinti dell’innocenza di Letby. Le famiglie
delle vittime e alcuni investigatori restano fermi sulle loro
posizioni. Nel gennaio 2026, la Crown Prosecution Service ha deciso
di non procedere con ulteriori accuse, pur avendo esaminato nuovi
casi.
La richiesta di revisione è ora nelle mani della
Criminal Cases Review
Commission.
Il documentario Netflix non assolve Lucy Letby, ma fa qualcosa di
forse più importante: rimette in discussione la certezza assoluta,
mostrando quanto fragile possa essere il confine tra verità
giudiziaria e verità fattuale.
Quando Bob Dylan arrivò a New York
City il 24 gennaio 1961, «era pieno inverno», ricordò in seguito.
«Il freddo era pungente e ogni arteria della città era ricoperta di
neve. … Non erano né i soldi né l’amore che cercavo. Avevo una
consapevolezza acuta, ero determinato, poco pratico e, per giunta,
visionario. La mia mente era forte come una trappola e non avevo
bisogno di alcuna garanzia di validità. Non conoscevo anima viva in
questa metropoli buia e gelida, ma tutto stava per cambiare, e in
fretta”.
Quello che ora è un evento storico,
raccontato da Dylan nel suo libro di memorie del 2004, Chronicles,
era solo l’inizio di un viaggio alla scoperta di sé stesso.
L’artista che sarebbe poi diventato la voce di una generazione era
allora un diciannovenne che aveva abbandonato l’università,
annoiato dal Midwest e affascinato dalla musica folk che proveniva
dal Greenwich Village, nella parte sud di Manhattan.
Dylan fece il suo debutto a New York
la sua prima sera in città, suonando l’armonica al Café Wha?, un
club che descrisse come “una caverna sotterranea, senza alcolici,
mal illuminata, con soffitti bassi, simile a un’ampia sala da
pranzo con sedie e tavoli”. Pochi giorni dopo, andò a trovare il
suo idolo, la leggenda del folk Woody Guthrie, che era costretto a
letto da un morbo di Huntington in un ospedale del New Jersey.
Dylan cantò alcune canzoni di Guthrie per l’artista più anziano. Da
lì, tracciò il proprio percorso nel mondo della musica.
Questi primi anni della carriera di
Dylan sono al centro di A Complete Unknown, il nuovo film del
regista James Mangold. Con Timothée Chalamet nel ruolo di Dylan, il film
riporta gli spettatori agli inizi degli anni ’60, un’epoca in cui
Dylan non era ancora il veterano del rock ottantatreenne che
conosciamo oggi, ma semplicemente un giovane che cercava di trovare
il suo posto nel mondo. Come dice Chalamet nel trailer del film:
“Le persone si inventano il proprio passato. … Ricordano ciò che
vogliono. Il resto lo dimenticano”.
Ecco cosa c’è da sapere sulla vera storia dietro A Complete
Unknown, nonché sulla vita e la leggenda di Dylan.
L’ispirazione dietro A Complete
Unknown
Basato sul libro del 2015 dello
storico culturale Elijah Wald, Dylan Goes Electric! Newport,
Seeger, Dylan and the Night That Split the Sixties, il film di 141
minuti segue il cantautore dal suo arrivo a New York City nel 1961
alla sua controversa esibizione al Newport Folk Festival del 1965.
Chalamet è il protagonista di un cast corale che interpreta i
personaggi più importanti degli anni ’60, tra cui Edward Norton nel ruolo di Pete Seeger, Monica
Barbaro in quello di Joan Baez e Boyd Holbrook in quello di Johnny
Cash. Elle Fanning interpreta Sylvie Russo, la
controfigura della fidanzata di Dylan nella vita reale, Suze
Rotolo.
Mangold ha basato il suo film sulla
storia, ma era principalmente interessato a catturare l’essenza
dell’epoca. “Non è proprio un film biografico su Bob Dylan”, ha
detto il regista al podcast “Happy Sad
Confused” lo scorso anno. “È una sorta di opera
corale su questo momento storico dei primi anni ’60 a New York… e
su questo vagabondo che arriva dal Minnesota con un nome nuovo e
una nuova visione della vita [e] diventa una star”.
In netto contrasto con il film del
2007 I’m Not There, che vedeva sei attori diversi
interpretare i vari personaggi pubblici di Dylan, A Complete
Unknown ritrae Dylan esclusivamente come il nuovo arrivato a
cui fa riferimento il titolo. Sebbene Chalamet si sia preparato per il ruolo per anni, condivide il pensiero
di Mangold sulla precisione storica. “È un’interpretazione”, ha
detto della sua performance in un’intervista ad
Apple Music. “Non è la realtà. Non è quello che è successo.
È una favola”.
È interessante notare che Dylan, che
ha lavorato come produttore esecutivo del film, ha contribuito
direttamente alla sua romanzizzazione della sua vita, insistendo
per aggiungere almeno un momento inesatto alla sceneggiatura. Non è
la prima volta che l’artista offusca i racconti del suo passato:
sia la sua autobiografia che un documentario del 2019 diretto da
Martin Scorsese confondono il confine tra
realtà e fantasia.
Gli
anni giovanili di Bob Dylan
Sebbene l’arrivo di Dylan a New York
segni l’inizio della sua leggenda, la sua
vita è iniziata in Minnesota.
Nato
Robert Allen Zimmerman il 24 maggio 1941, è cresciuto in
una famiglia ebrea della classe media nella piccola città di
Hibbing.
Cresciuto nel dopoguerra, Dylan ha
goduto di un’infanzia tranquilla che gli ha permesso di esplorare i
suoi interessi creativi. Affascinato dal rock ‘n’ roll, dal country
e dall’R&B che ascoltava alla radio, ha iniziato la sua
carriera come musicista suonando il pianoforte e la chitarra in una
serie di band rock del liceo. La dedica sulla foto dell’annuario
del 1959 rivelava le sue ambizioni artistiche: “entrare a far parte
dei Little
Richard”.
Dylan si trasferì a Minneapolis nel
settembre 1959 per studiare all’Università
del Minnesota. Cominciò a farsi chiamare “Bob Dylan” e
passò alla musica folk suonando nei caffè delle Twin Cities. Come
Dylan stesso affermò in seguito: “Sapevo che quando mi avvicinai alla
musica folk, era qualcosa di più serio. Le canzoni sono piene di
più disperazione, più tristezza, più trionfo, più fede nel
soprannaturale, sentimenti molto più profondi”.
Sebbene Dylan non rimase a
Minneapolis a lungo, abbandonando l’università dopo il primo anno,
sfruttò quel periodo per ampliare i suoi orizzonti musicali – era
particolarmente affascinato dallo stile folk di Guthrie e Ramblin’ Jack Elliott – e per coltivare le sue doti di
performer. Come scrive Wald in Dylan Goes Electric, “Ascoltò
centinaia di cantanti e canzoni, prese tutto ciò che lo
interessava, conservò ciò che poteva usare e andò avanti. … Era più
veloce della maggior parte delle persone, particolarmente abile e
insistente nel mettersi di fronte al pubblico, e aveva un talento
insolito nel riconoscere gli stili e i materiali che si adattavano
al suo talento”.
Dylan in studio di registrazione nel
1962 Bettmann via Getty Images
Sentendo di aver superato il
Midwest, Dylan fece l’autostop verso est per incontrare Guthrie e
continuare a farsi strada come artista. “Sta inseguendo il mito di
qualcuno che pensava di poter fare musica che non fosse solo folk
tradizionale”, dice Sean Latham,
studioso di letteratura e direttore dell’Institute for Bob Dylan
Studies dell’Università di Tulsa. “[Non sta] solo cercando
di ricreare i suoni degli Appalachi, ma [piuttosto] di utilizzare
gli elementi mitici e musicali della musica folk americana per
renderla immediatamente e significativamente reverenziale”.
Come si è sviluppato Bob Dylan come
artista
“La musica folk sta lasciando
l’impronta dei suoi grandi stivali country sulla vita notturna di
New York in modo senza precedenti”, scriveva il critico Robert
Shelton sul New York Times nel novembre 1960. “C’è un
miscuglio senza regole di stili di esecuzione e di intenti degli
artisti. … Ma sotto tutto questo c’è un profondo nucleo di
creatività che rappresenta uno dei più grandi boom contemporanei in
una forma d’arte popolare”.
Quando Dylan si trasferì a New York
nel 1961, era nel posto giusto al momento giusto. Era arrivato
all’apice del revival
della musica folk americana, un movimento risalente agli
anni ’40 che vedeva artisti di ogni genere emulare, adattare e
innovare le canzoni tradizionali. Greenwich Village era emerso come
il suo epicentro.
Questo era un ambiente musicale
ricco per Dylan, che si circondò di persone che lo ispiravano e che
a loro volta traevano ispirazione da lui. Dave Van Ronk, un
pilastro del Village noto come il “sindaco di MacDougal Street”,
prese Dylan sotto la sua ala protettrice. Anche Seeger fu suo mentore, mettendolo in contatto con una
generazione più anziana di cantanti folk che apprezzavano le radici
tradizionali della musica e i suoi legami con la
politica di sinistra. Baez, la cui fama inizialmente eclissò quella di Dylan,
era una cara amica, collaboratrice musicale e compagna
sentimentale. E la fidanzata di Dylan, Rotolo, era molto
più che la semplice ragazza copertina del suo secondo album
in studio, The Freewheelin’ Bob Dylan. Artista e attivista del
Congress of Racial Equality (CORE), Rotolo incoraggiò
Dylan a sostenere il nascente movimento per i diritti
civili.
Insieme, i suoni, gli artisti e i
locali del Village lo rendevano molto più della somma delle sue
parti. Il quartiere faceva parte di una più ampia tradizione di
comunità controculturali che favorivano la creazione artistica, ma
per Dylan era come se fosse il centro del mondo. “Questi sono spazi
creati da persone che si sentono diverse dagli altri o che vogliono
essere diverse dagli altri”, afferma John
Troutman, storico della cultura e curatore musicale presso
lo Smithsonian’s National Museum of American History. “Sono
davvero gli spazi che hanno suggerito che le canzoni e la musica
potevano diventare davvero trasformative nella società, che le cose
non dovevano rimanere come erano e che gli artisti potevano
svolgere un ruolo importante nel plasmare le condizioni del mondo
in evoluzione”.
A soli 20 anni, Dylan era già “uno
degli stilisti più distintivi ad esibirsi in un cabaret di
Manhattan negli ultimi mesi”, scrisse Shelton per il Times il 29 settembre 1961. “Quando suona
la chitarra, l’armonica o il pianoforte e compone nuove canzoni più
velocemente di quanto riesca a ricordarle, non c’è dubbio che stia
esplodendo di talento”.
L’ascesa di Dylan fu fulminea. Il
citatissimo articolo del Times portò John
Hammond, talent scout e produttore, a scoprire il giovane
cantante e a metterlo sotto contratto con la Columbia Records.
Dylan pubblicò il suo primo album omonimo nel marzo 1962. Altri tre
seguirono nei
due anni e mezzo successivi.
“Quante strade deve percorrere un
uomo / prima che tu lo chiami uomo?” cantava
Dylan in “Blowin’
in the Wind”, un singolo tratto da The Freewheelin’ Bob
Dylan. Aveva iniziato la sua carriera interpretando musica folk
rurale, come molti musicisti folk dell’epoca, ma eccelleva come
cantautore man mano che si dedicava sempre più alla
composizione di brani propri. “Credo che sia un processo graduale”,
ha scritto in Chronicles. “Non è che vedi le canzoni
avvicinarsi e le inviti a entrare. Non è così facile. … Devi
conoscere e capire qualcosa e poi andare oltre il vernacolo”.
Secondo Latham, “Tutto ciò che si
può provare negli anni ’60 alimenta l’immaginazione [di Dylan]. Non
sta seduto a studiare [le tradizioni folk] in modo ristretto. … È
quella capacità di unire le cose che distingue Dylan come
cantautore“. Troutman è d’accordo, dicendo: ”È la sua capacità di
assimilare così tanto e di essere ispirato e trasformato da ciò che
lo circonda che funge da vero catalizzatore per produrre qualcosa
di nuovo”.
Sebbene Dylan sia ricordato
soprattutto per le sue canzoni, lui si considerava innanzitutto un
performer e un musicista. “Dylan scriveva sempre canzoni per sé
stesso, non per altri”, ha dichiarato Wald alla rivista
Smithsonian. “Direi che la scrittura era sempre secondaria
rispetto all’esibizione. La scrittura era al servizio
dell’esibizione e non viceversa”.
Nei suoi primi anni, “Dylan faceva
del suo meglio per cantare come [Guthrie], o almeno come qualcuno
dell’Oklahoma o del sud rurale, ed era sempre molto grezzo e
autentico”, ha scritto Van Ronk nelle sue memorie. Ma è impossibile
attribuire a Dylan uno stile unico, dato che lo ha cambiato
frequentemente nel corso della sua carriera. Come disse Dylan in
un’intervista del 1984, “In un concerto dal vivo, non è tutto nelle
parole. È nel fraseggio, nella dinamica e nel ritmo”.
Gli anni formativi della carriera di
Dylan furono gli anni ‘60, un decennio che l’artista raccontò e
affrontò attraverso le sue canzoni di attualità. Era solidale con
le cause che sarebbero diventate le preoccupazioni centrali della
controcultura e della Nuova Sinistra: “Masters of War” evocava gli
orrori del militarismo della Guerra Fredda. “Talkin’ John Birch
Paranoid Blues” ridicolizzava l’anticomunismo. “The Times They Are
A-Changin’” parlava da sé. Dylan si esibì in concerti di
beneficenza per il CORE, cantò con Seeger a una manifestazione per
la registrazione degli elettori sponsorizzata dallo Student
Nonviolent Coordinating Committee e si esibì con Baez alla Marcia
su Washington del 1963.
Tuttavia, Dylan rimase profondamente
ambivalente riguardo all’idea di essere assorbito in qualsiasi tipo
di movimento. Sebbene le sue canzoni di attualità siano oggi spesso
ricordate, esse costituivano una parte relativamente piccola della
sua produzione complessiva, e con il passare degli anni ’60 Dylan
divenne meno coinvolto nelle cause attiviste. “È un artista. Non è
un politico”, afferma Latham. “Non sta cercando di assicurarsi che
la sua musica produca un particolare risultato politico. Piuttosto,
ragiona come un artista. Chi sono queste persone? Come funzionano?
Come funzionano le loro menti? E lui vuole entrare in quelle
menti“.
Quando Bob Dylan passò
all’elettrico
L’esibizione di Dylan al Newport
Folk Festival il 25 luglio 1965 fu, e continua ad essere, molte
cose: un mito che contrappone la musica folk ‘tradizionale’ al rock
”progressista”, una controversia basata su preoccupazioni più ampie
sullo spirito della musica folk e un altro passo nell’evoluzione
artistica di Dylan. Ma il set, in cui Dylan suonò la chitarra
elettrica e abbracciò pubblicamente il rock ‘n’ roll, era più
complicato di una rappresentazione morale che contrapponeva i
puristi del folk arretrato ai rocker lungimiranti.
Il festival, che si tiene ogni anno
a Newport, nel Rhode Island, dal 1959, aveva lo scopo principale di
promuovere gli stili tradizionali, rurali e regionali. Ha anche
fatto da ponte tra questa musica e quella più commerciale. Artisti
come il Kingston Trio e Peter, Paul and Mary hanno condiviso il
palco con musicisti rurali sconosciuti provenienti da tutti gli
Stati Uniti, nello spirito comunitarista dell’evento.
Dylan aveva già suonato a Newport.
Nel 1963, aveva chiuso il suo set con un’esibizione corale di “We
Shall Overcome”. Chiamando sul palco artisti più famosi come Seeger
e Peter, Paul and Mary, Dylan cantò e si unì ai suoi colleghi in un
gesto di solidarietà folk. Questa dimostrazione di unità mirava a
promuovere artisti come Dylan e i Freedom Singers come nuove luci
del revival folk. Nel 1965 le cose erano diverse. La popolarità
della musica rock era salita alle stelle sulla scia della British
Invasion, e molti appassionati di folk consideravano il suo
commercialismo una minaccia ai loro valori comunitari. I nuovi
frequentatori del festival che affollavano Newport erano meno
interessati agli stili rurali che alle celebrità come Dylan.
In realtà, molti erano venuti solo
per Dylan, il cui ultimo album, con una band elettrica di
accompagnamento e solo due canzoni di protesta, suonava decisamente
rock. Quando Dylan si esibì in un set di 35 minuti poco provato e
sostituì la chitarra acustica con una elettrica, le reazioni furono
decisamente contrastanti. Sebbene gli strumenti elettrici non
fossero necessariamente tabù a Newport, per alcuni rappresentavano
il progressivo commercialismo del rock. Non aiutò il fatto che la
chitarra di Dylan e gli strumenti della sua band fossero
amplificati a un volume molto più alto di quello a cui erano
abituati la maggior parte degli ascoltatori. Tuttavia, anche se
alcuni spettatori lo fischiarono, sia per essere passato
all’elettrico che per la brevità del suo set, molti altri lo
acclamarono.
In ogni caso, Dylan e il mondo in
cui viveva erano certamente cambiati. Il rock era in ascesa e i
primi anni ’60 stavano volgendo al termine. Come Dylan chiese al
suo pubblico disorientato a Newport durante “Like a Rolling Stone”:
“Come ci si sente / Ad essere soli / Senza una direzione verso
casa?”
Mentre la maggior parte dei
resoconti del concerto di Newport del 1965 descrivono Dylan come un
simbolo della “gioventù e del futuro” che lascia i suoi
contestatori “in un passato moribondo”, secondo Dylan Goes
Electric di Wald, quel momento segnò anche il punto in cui il
cantante voltò le spalle a una comunità che credeva veramente nella
sua arte.
“In questa versione”, scrive Wald,
“i festival di Newport erano raduni idealistici e comunitari, che
alimentavano la crescente controcultura… e i pellegrini che
fischiavano non stavano rifiutando quel futuro, stavano cercando di
proteggerlo”. I significati multivalenti del “passaggio
all’elettrico” di Dylan variavano a seconda delle lealtà culturali
di ciascuno. Per quanto importante fosse il concerto di Newport,
era solo una performance, e ce ne sarebbero state molte altre.
“Come artista, Dylan pensava che gli
artisti dovessero suscitare reazioni forti, in un modo o
nell’altro”, dice Troutman. “E se lo fai, allora stai facendo
qualcosa… Un applauso gentile alla fine di un’esibizione va bene.
Va bene. Ma è arte? Non lo so”.
Bob Dylan, Peter, Paul and Mary,
Joan Baez, Pete Seeger, Theodore Bikel e i Freedom Singers si
abbracciano al Newport Folk Festival il 28 luglio 1963. Dylan è il
quinto da sinistra. John Byrne Cooke Estate / Getty Images
Dopo Newport, Dylan continuò a
esibirsi e a scrivere nuova musica, pubblicando due album in un
anno e proseguendo il suo passaggio dal folk al rock. Nel luglio
1966, secondo quanto riferito, rimase ferito in un incidente
motociclistico, che lo portò a ritirarsi in gran parte dalla vita
pubblica per il resto del decennio. Sebbene continuò a pubblicare
album e tornò a esibirsi dal vivo negli anni ’70, gli anni ’60
erano finiti.
L’eredità di Bob Dylan
Allora, perché dovremmo ancora
interessarci a Dylan? Sebbene Dylan abbia avuto il suo maggiore
impatto sulla cultura americana negli anni ’60, ha continuato a
pubblicare nuova musica nei decenni successivi. I fan possono
ancora vederlo esibirsi durante il suo Never Ending Tour, iniziato
nel 1988 e tuttora in corso. Nel 2016, Dylan è stato (in modo
controverso) insignito del Premio Nobel per la letteratura “per
aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande
tradizione della canzone americana”.
“Rimane una figura
straordinariamente stimolante”, afferma Troutman. “Oggi abbiamo a
portata di mano così tanta arte… e quindi abbiamo molte scelte per
cercare ispirazione per immaginare un mondo migliore del nostro o
per capire come possiamo diventare parte di qualcosa di più grande.
Dylan ha gettato le basi per trovare un modo per diventare anche
lui parte di qualcosa di più grande e per consentire ad altri che
lo hanno seguito di fare lo stesso”.
Latham, dal canto suo, sostiene che
Dylan dovrebbe essere considerato il “fondatore di una tradizione
che ci ha fatto vedere la musica pop, in particolare quella
americana, come una forma d’arte fondamentale, importante quanto il
cinema, la narrativa o la poesia. Ecco perché Dylan è importante. È
perché a lui dobbiamo gran parte della nostra comprensione della
musica pop”.
Forse è stato lo stesso Dylan a
esprimerlo al meglio. Come ha scritto l’artista su un foglio di
carta trovato nel Bob Dylan Archive: “Non mi piace pensare di
parlare a nome di una generazione. Mi piace pensare di parlare
anche a nome mio”.
Se guardando la serie The Right
Stuff: Uomini veri, disponibile su
Disney+ dal 9 ottobre, si desidera
conoscere di più sulla storia dei primi veri astronauti americani,
ecco che in soccorso arriva il documentario La vera
storia di The Right Stuff: Uomini veri.
Disponibile dal 20 novembre sulla medesima
piattaforma streaming, questo uscirà in concomitanza con l’ultimo
atteso episodio della serie di fiction. Si va così a completare un
epico racconto che ancora oggi non manca di suscitare curiosità e
trasporto emotivo. A dirigere il progetto vi è il regista premiato
agli Emmy Tom
Jennings, che ha anche prodotto il titolo con 1895
Films per National Geographic.
Il documentario racconta la
straordinaria storia vera dei primi astronauti americani, noti come
Original Mercury 7, e trae ispirazione da centinaia di ore
d’archivio di filmati e trasmissioni radiofoniche, interviste,
video amatoriali e altro materiale raro e inedito per catapultare
gli spettatori alla fine degli anni Cinquanta. Qui prende infatti
forma il Project Mercury, che vedrà gli Stati Uniti proporsi come
protagonisti per la conquista dello spazio, sfidando apertamente i
rivali russi. Tra tentativi, fallimenti e storiche conquiste,
prende forma un racconto che si ricollega direttamente al nostro
presente, nel momento in cui nel 2020 la NASA spedisce due nuovi
astronauti nello spazio, oggi luogo a noi meno ignoto.
Ci sono storie talmente tanto
avvincenti e ricche di colpi di scena che già con la loro semplice
realtà dei fatti sono in grado di conquistare spettatori da ogni
dove e quando. Quella dei primi astronauti della NASA e delle loro
ambizioni nello spazio sono certamente tra queste. Si tratta di un
racconto che ha contribuito a forgiare il paese e il secolo intero,
dimostrando di quali grandi imprese può essere capace l’uomo.
Vedere tutto ciò narrato in una serie di fiction permette
certamente un’affascinante drammatizzazione degli eventi. Ma
ritrovare questa stessa storia in un documentario consente invece
di imbattersi in una serie di dettagli e particolari che
arricchiscono di fascino, e realismo, il racconto.
È quello che succede con La
vera storia di The Right Stuff: Uomini veri, dove si
ripercorre sin dall’inizio il reclutamento, la formazione e la
popolarità pubblica degli Original Mercury 7. Nell’approcciarsi a
tale ricco racconto, il regista costruisce una narrazione che
permette di non distrarsi dal vero cuore del documentario. Jennings
rifugge dalla canonica costruzione di tale genere. Rinuncia
all’utilizzo di interviste e permette di avere un accesso completo
alla corsa allo spazio degli astronauti statunitensi. In
particolare, il film si avvale di una serie di filmati di
repertorio, immagini e registrazioni audio fino ad ora inediti.
Questi materiali sono poi impreziositi da un altrettanto epica
colonna sonora composta da James Everingham e
prodotta dal premio Oscar Hans Zimmer.
La vera storia di The Right Stuff:
la recensione
Prendendosi dunque delle libertà
nella forma, egli ha modo di raccontare con un punto di vista più
ravvicinato una storia altrimenti estremamente classica. Partendo
dalla fine degli anni Cinquanta Jennings ci conduce attraverso un
secolo di conquiste, rese possibili anche dai tanti dolorosi
fallimenti. Particolarmente interessante del documentario è infatti
lo scontro tra Stati Uniti e Russia. Uno scontro non bellico che ha
dimostrato come il desiderio di fare meglio possa portare a
“piccoli passi per l’uomo, ma grandi passi per l’umanità. E per dar
vita ad imprese di questo tipo era davvero necessario avere a
disposizione il meglio del meglio in quanto ad astronauti.
Come narrato dallo scrittore
Tom Wolfe nel suo romanzo The Right
Stuff, alla base sia dell’omonimo film che della nuova serie e
di questo documentario, questo è il racconto di un mondo che si
scontra con il progresso e lo fa proprio. Ciò che però il
documentario aspira ad esaltare è quanto tali vicende abbiano poi
influito nella vita privata di questi uomini. Jennings conduce lo
spettatore nelle loro case, apre un dialogo con i famigliari
rimasti davanti la televisione a guardare i loro cari lasciare il
pianeta terra. È in particolare qui che si ritrova la grandezza di
questa storia, che scava nel privato per comprendere meglio ciò che
è pubblico. Grazie anche alla scelta di costruire il documentario
attraverso sole immagini di repertorio, l’attenzione dello
spettatore è presto conquistata e condotta fin nello spazio.
La 79esima edizione del
Festival di Cannes si apre con
vibrazioni decisamente elettrizzanti. La Vénus
Électrique, film di Pierre Salvadori
(qui
nelle foto al photocall insieme al suo cast), ha ufficialmente
aperto le danze di una nuova edizione della rassegna che si tiene
sulla Croisette e che, quest’anno più che mai, sarà all’insegna del
cinema autoriale. Ma le tradizioni vanno rispettate e, prima di
immergerci nelle produzioni provenienti dalle più disparate parti
del globo che compongono il
concorso, il Grand Theatre Lumiere ha accolto il
pubblico e gli addetti al lavoro con un’immancabile commedia tutta
francese.
L’anno scorso
il compito era spettato ad Allora balliamo, che uscirà
il prossimo 18 giugno nelle sale italiane, una sorta di
coming-of-age traslato ai 30 anni su una millenial che torna al
passato per rientrare nel suo presente. Questa volta, veniamo
invece catapultati nella Francia del 1928, dove Antoine
Balestro (Pio Marmaï), giovane pittore
all’apice del successo, non riesce più a lavorare dalla morte della
moglie e sta facendo perdere la pazienza ad Armand, il suo
gallerista. Una sera, ubriaco, Antoine tenta di entrare in contatto
con la consorte attraverso una veggente. Senza saperlo, però, sta
in realtà parlando con Suzanne (Anais
Demoustier), una modesta artista ambulante che si è
introdotta nella roulotte per rubare del cibo.
Suzanne si dimostra particolarmente abile
nell’inganno e, presto affiancata da Armand (Gilles
Lellouche), inizia a organizzare una serie di false
sedute spiritiche. Poco alla volta Antoine ritrova l’ispirazione,
ma per Suzanne le cose si complicano quando finisce lentamente per
innamorarsi dell’uomo che sta manipolando…
L’amore è dolore, l’amore è
estasi
La Vénus
Électrique si muove tra il romanticismo onirico e
circense, che è magia, escamotage e colorato, ma anche macabro,
mortifero e volto – come tutti i migliori trucchi di magia – a far
temere il peggio allo spettatore, almeno per qualche istante. In
questa tavolozza polifonica e di guizzi comici indovinati, il
film di Pierre Salvadori svela uno dei suoi
aspetti più riusciti. Purtroppo, l’impressione generale che si
snoda è quella di un racconto di cui possiamo anticipare già gli
sviluppi, anche se la pellicola riserva qualche sorpresa
soprattutto nella messa in scena di questi amori tormentati e, a
tratti, anche esilaranti.
Mano a mano che Armand passa a
Suzanne il materiale da studiare, in particolare i diari scritti
dalla moglie, le false sedute spiritiche inizieranno per la donna a
tramutarsi in qualcosa di diverso; una ricerca dell’uomo che ha
scovato dietro le righe scritte e una maggiore consapevolezza del
modo in cui può usare la sua creatività e i suoi strumenti (al
circo viene vessata e tenuta in scacco dal capo, a cui è stata
venduta dal padre in gioventù, e con cui ha contratto dei
debiti).
Il bacio elettrico
Tra gli aspetti più interessanti
evidenziati da La Vénus Électrique c’è
come la ricerca del desiderio si sviluppi soprattutto dal punto di
vista femminile e anche come la gelosia che in una tradizionale
commedia romantica potrebbe essere rivolta a una figura femminile
esistente, qui è indirizzata verso qualcuno che non esiste più,
almeno fisicamente. Il timore di essere “cancellata” da questo
ricordo si fa sempre più preponderante, e così anche gli istinti
peggiori, che sono sempre avvolti da un’ombra di decadentismo e
annientamento del sé.
Nell’incontro tra Armand e Suzanne
c’è l’idea del ritrovarsi in uno spazio di condivisione artistica,
di tornare alla vita anche all’intero di quella casa che aveva
diviso i due precedenti amanti, che era forse troppo grande per una
passione che cerca ispirazione dall’esterno, dall’altro, ma si
riduce poi a una creazione materiale. Pio Marmaï, Anais
Demoustier e i comprimari sono la parte più luminosa di
una storia che, anche nelle svolte più scivolose e alcuni cambi di
tono rischiosi, riesce comunque a divertire.
L’amore come elettricità, come i trucchi e le magie di un circo
in decadenza e una porzione di dipinto che svela tutta l’identità
dell’artista. La Vénus Électrique è
un viaggio parzialmente riuscito, tra amori fantasmi e altri che
per esistere devono prima morire.
Arriva in sala in 30 marzo
La vendetta di un uomo tranquillo, presentato al
73esimo Festival di Venezia e vincitore di 4 Premi Goya (Miglior
film, Miglior regista esordiente, Miglior sceneggiatura originale e
Miglior attore non protagonista).
Madrid, agosto 2007. Curro
(Luis Callejo), è l’unico membro di una banda di
delinquenti ad essere arrestato in seguito ad una rapina ai danni
di una gioielleria. Tempo dopo viene scarcerato e trova ad
attenderlo la sua compagna Ana (Ruth
Díaz) che cerca di reintegrarlo nella
piccola comunità in cui vivono, ma il solitario e riservato Josè
(Antonio de la Torre) sembra in qualche modo
minacciare le speranze di Curro di iniziare una nuova vita con
Ana.
Il film è l’opera prima dello
stimato attore spagnolo Raúl
Arévalo, noto in Italia per i suoi ruoli
in Gli amanti passeggeri e Ballata
dell’odio e dell’amore, si costruisce attorno ad una
tematica cardine del cinema iberico, quale quella della vendetta,
che il regista mostra di riuscire a riproporre con grande abilità e
maestria; ne è un esempio il piano sequenza iniziale che in una
manciata di minuti condensa i principali punti di forza della
pellicola: l’imprevedibilità, la violenza e la tensione.
La vendetta di un uomo
tranquillo è un thriller atipico ma allo stesso tempo una
sorta di western contemporaneo che intreccia scenari desertici,
desideri di vendetta, uomini taciturni mossi da un odio represso e
atti di violenza ponderati che esplodono e disattendono le nostre
aspettative. Sia la sceneggiatura rigorosa, con una divisione in
capitoli che ci rimanda al Kill
Bill di Tarantino, che il buon cast,
permettono ad Arévalo, di
confezionare una vicenda nera e cruda ma al contempo realistica,
portando lo spettatore a scontrarsi con una mondo costellato da
tanti personaggi tormentati e incompleti che si ritrovano a
scendere a patti con la delusione, non riuscendo a risollevarsi
dalla loro condizione miserabile; è il caso di Curro ma anche
quello di Ana, che in José vedeva uno spiraglio di salvezza per la
sua esistenza inappagante o di Triana, interpretato da
Manolo Solo, emblema di quel microcosmo umano ai
margini della società spagnola.
Nonostante qualche piccola ingenuità
ci troviamo davanti ad un ottimo esordio per
Arévalo, il quale si mostra una
cineasta capace di abbracciare il genere pur a tratti
discostandosene nel tentativo di riproporlo attraverso un approccio
totalmente personale ma al contempo funzionale alla vicenda
trasposta su schermo.
Nella speranza che
Arévalo possa continuare a far
parlare di sé in futuro, d’ora in avanti soprattutto come regista e
non solo come interprete.
Quello del revenge movie è
da sempre un filone di film particolarmente popolari e acclamati,
dove il protagonista di turno intraprende una spedizione punitiva
nei confronti di quanti hanno ucciso o rapito dei suoi cari. Da
prima genere prettamente pensato per un pubblico maschile, negli
ultimi anni, fortunatamente, sono stati realizzati sempre più film
dove ad andare in cerca di vendetta è un personaggio femminile. Da
Il buio nell’anima a
Colombiana, da Peppermint – L’angelo della
vendetta fino al recente The Protégé. Di questo filone fa parte anche
La vendetta di Luna, film di produzione tedesca
diretto da Khaled
Kaissar.
Qui al suo esordio come regista di
un lungometraggio, Kaissar, nato in Afghanistan, aveva già con il
suo corto del 2015 Zarnitsa manifestato il proprio
interesse per le conseguenze a lungo termine della Guerra Fredda.
Basandosi sulla propria esperienza personale di quando aveva sette
anni e i sovietici invasero l’Afghanistan, ma anche su una vicenda
realmente avvenuta, egli concepisce un film – scritto però da
Ulrike Schölles, Ali Zojaji e
Alexander Costea – che ha per protagonista
personaggi provenienti dal contesto di quel forte periodo di
tensione che cercano però ora di andare avanti con le loro vite,
senza però riuscirci. Le “colpe” dei padri ricadono così sui figli,
chiamati a rievocare antiche battaglie.
Distribuito nel 2017, La
vendetta di Luna non ha ottenuto una distribuzione
italiana ed ecco perché il suo passaggio televisivo è l’occasione
per gli appassionati di questo genere per scoprire questo solido
thriller d’azione ricco di colpi di scena e sequenze di grande
impatto. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle
principali curiosità relative a La vendetta di
Luna. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile
ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama,
al cast di attori e alla storia vera a cui
si ispira. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
La trama e il cast di La vendetta di Luna
Protagonista del film è
Luna, una ragazzina di diciassette anni,
intelligente, molto determinata e con una vita normale.
Quest’ultimo aspetto termina bruscamente quando la sua famiglia
viene uccisa in modo brutale nel bel mezzo di una vacanza in
montagna. Dei misteriosi uomini, infatti, irrompono dentro il
rifugio nel quale stavano soggiornando, uccidendo i genitori e la
sorellina. Luna riesce per un pelo a fuggire, ma ovviamente da quel
momento la sua vita non sarà più la stessa. Dopo il terribile
fatto, la ragazza deecide di indagare su quanto accaduto e arriva a
scoprire degli incredibili segreti sulla sua famiglia.
Capisce così che, in quanto unica
sopravvissuta alla strage, è ora sotto il mirino dei servizi
segreti, che vogliono morta anche lei. Il migliore amico del padre
di Luna, Hamid, un agente russo afgano, si offrirà
di proteggerla, tradendo i servizi segreti per portarla in salvo.
Nonostante le offra una via sicura di salvezza all’estero, Luna si
rifiuta di partire. Il suo obiettivo è quello di restare dove si
trova per vendicare quella per lei è ancora la sua famiglia. Con
l’aiuto di Hamid, decide di non arrendersi e affrontare
coraggiosamente i nemici del padre. Ha così inizio una serie di
vicende che la porteranno ad affermarsi come letale assassina.
Ad interpretare Luna vi è l’attrice
tedesca ma di origini italiane Lisa Vicari, già vista con il ruolo di Martha
Nielsen nella serie NetflixDark e nel ruolo di Isi nella serie
Isi & Ossi. Per il suo ruolo in La vendetta di
Luna, Vicari ha eseguito tutte le acrobazie previste per
il suo personaggio, tra cui quella di appendersi a una corda a
60-70 metri di altezza sopra una gola. Recitano accanto a lei gli
attori Carlo Ljubek nel ruolo dell’alleato
Hamid, Branko Tomovic, in quello dell’antagonista
Victor e Benjamin Sadler nel ruolo di Jakob,
padre di Luna.
La vera storia che ha ispirato il film
Il film è liberamente basato su
eventi realmente accaduti, un caso del 2012 di una famiglia di
agenti russi scoperta e arrestata nel
Baden-Württemberg, uno dei sedici stati federati
della Germania. I membri della famiglia russa in questione, dopo
essere stati arrestati e regolarmente processati dal governo
tedesco, furono accusati di aver lavorato segretamente per oltre
vent’anni per i servizi segreti di Mosca. A partire da questa
vicenda, gli autori di La vendetta di Luna hanno
provato ad immaginare dal punto di vista di un figlio o figlia come
ci si possa sentire nell’apprendere quella verità sui propri
genitori. Nasce così il film, che vira poi nel revenge
movie, portando alle estreme conseguenze quel reale caso.
Come finisce il film?
Nel finale del film, dopo essere
stata costretta a confrontarsi con il fatto che tutta la sua vita è
stata una menzogna, in quanto suo padre Jakob era un agente russo
che ha vissuto in Germania per 20 anni e la sua famiglia era solo
una copertura, Lisa riesce ad individuare il mandante del massacro.
Con l’aiuto di Hamid, segue infatti le orme di suo padre e affronta
coloro che le danno la caccia, riuscendo a rivelare il vero corso
degli eventi contro gli interessi della BND (il Servizio di
Intelligence Federale) e a chiarire che suo padre, come
contrariamente a quanto propagato dai media, non ha ucciso la
moglie e la figlia. Numerosi arresti vengono effettuati, tra cui
quello di Victor, responsabile dell’omicidio della
famiglia di Luna
Il trailer di La vendetta di Luna e
dove vedere il film in streaming e in TV
Sfortunatamente il film non è
presente su nessuna delle piattaforme streaming attualmente attive
in Italia. È però presente nel palinsesto televisivo di
mercoledì 20 giugno alle ore
21:00 sul canale Iris. Di
conseguenza, per un limitato periodo di tempo sarà presente anche
sulla piattaforma Mediaset Play, dove quindi lo si
potrà vedere anche oltre il momento della sua messa in onda.
Basterà accedere alla piattaforma, completamente gratuita, per
trovare il film e far partire la visione.
La
Vendetta di Carter, remake della celebre
pellicola Carter del 1971, che vede come
protagonista il “peso massimo” del cinema
americano Sylvester Stallone, sarà
disponibile per la prima volta in formato Blu-Ray distribuito
da Warner Bros. Entertainment Italia.
Stallone(Jack
Carter) interpreta perfettamente il suo personaggio, un uomo cupo,
duro, cattivo ma dietro al quale si nasconde un passato difficile e
una situazione familiare poco gradevole, tanto da costringerlo a
lasciare tutto. L’improvvisa morte del fratello però lo riporta a
casa. Qui inizierà a fare luce sulle circostanze misteriose e
sospette delle cause dell’incidente stradale che ha coinvolto il
fratello. Una vendetta personale che rappresenterà anche un viaggio
dentro sé stesso, alla scoperta di una persona più matura.
Il Blu-ray è arricchito
da imperdibili Contenuti Speciali: un commento al film del
regista Stephen Kay, delle scene inedite e
il trailer del film.
SINOSSI
Se chiedete a Jack Carter
(Sylvester Stallone) cosa fa per vivere, vi
risponderà il “liquidatore”. Saldate i vostri debiti o Jack
“liquiderà” voi! Carter ne ha di conti in sospeso, soprattutto
quando si trova faccia a faccia con il senso dell’onore e della
famiglia. I muscoli e l’ostentazione dei tipi di Las Vegas
incontrano i dot-com di Seattle, mentre Carter si aggira cauto per
far uscire allo scoperto l’assassino di suo fratello. Criminali e
assassini ne fiutano l’arrivo ma è già troppo tardi per tagliare la
corda.
CONTENUTI SPECIALI
L’ edizione Blu-rayTM de La
Vendetta di Carter include i seguenti contenuti
speciali:
Hayden Christensen
ha davvero spaventato il piccolo attore che ha recitato con lui nel
finale di Star Wars – Episodio III: La Vendetta dei
Sith. La scena è passata alla storia del franchise
come una delle più crude e terribili dell’intera saga, con Anakin
che trucida un gruppo di bambini non ancora padawan, seguendo il
volere dell’Imperatore, che aveva appena emesso l’Ordine 66. Il
massacro ad opera di Anakin lascia l’ordine dei Jedi sull’orlo
dell’estinzione.
Nonostante i prequel, all’epoca,
siano stati dei film decisamente divisivi, La Vendetta dei
Sith e il suo finale, in particolare, hanno conquistato
nel corso del tempo una certa quantità di affetto, e questa scena
in particolare è molto amata dai fan, anche se in un certo senso
temuta, perché mostra davvero il peggio che un Sith possa fare.
Dopo tanti anni, ora abbiamo un
nuovo dettaglio da questa scena, che proviene proprio da uno dei
giovanissimi protagonisti, vittime della furia di Anakin. In
particolare, la scena ci mostra un bambino fare addirittura un
salto indietro per lo spavento, quando Hayden Christensen sguaina
la spada laser, pronto a colpire. Ora, sappiamo come si sia
riusciti ad ottenere questa reazione! A parlarne è proprio
Ross Beadman, interprete del giovane Jedi.
Su
Reddit, Ross Beadman ha rivelato che il suo sussulto
all’indietro non era pianificato, ma è stato proprio Christensen a
improvvisare un “booo!” che lo ha spaventato davvero e gli ha fatto
fare un saltello all’indietro. Beadman ha detto che Christensen
“lo ha sorpreso” e che la cosa “ha aggiunto un pizzico
di paura in più nella scena”. Presumibilmente, il saltello
spaventato è stato catturato dalle telecamere e aggiunto in
post-produzione dopo che Anakin sfodera la sua spada laser.
L’aneddoto di Beadman rivela un lato
più spensierato di una scena inquietante. Anche se la violenza non
viene mai mostrata direttamente, è chiaro che Anakin ha ucciso
tutti i Jedi in addestramento. La distruzione di quasi tutti i Jedi
è il drive narrativo di gran parte della trama successiva della
saga e della trilogia originale.
Ecco la nostra intervista a Dame
Helen Mirren, splendida protagonista de
La Vedova Winchester, in arrivo al cinema in
Italia a partire dal prossimo 22 Febbraio.
Tra prime volte con il fantasmi e
Fast and Furious, l’attrice premio Oscar racconta
la sua esperienza sul set del film dei fratelli
Spierig:
500 stanze, spiriti, demoni, entità
misteriose, apparizioni, ombre: sono gli ingredienti di
La Vedova Winchester, thriller soprannaturale che
vede protagonista, in un’inedita interpretazione, il Premio
Oscar Helen
Mirren.
La pellicola, diretta dai fratelli
Spierig (Saw: Legacy, Predestination), è basata su fatti realmente accaduti
e racconta della costruzione della Winchester Mansion, una delle
case infestate dai fantasmi più famose al mondo. L’imponente
edificio – che si trova a San Jose, in California – è una dimora
senza fine: edificato per decenni, settimana dopo settimana, 24 ore
al giorno, è alto sette piani e contiene centinaia di stanze.
Quello che può a prima vista sembrare come il mostruoso monumento
della follia di una ricca donna disturbata però, altro non è che
una prigione e un rifugio per centinaia di spettri vendicativi,
alcuni dei quali particolarmente interessati a perseguitare la sua
famiglia.
Nel cast anche Jason
Clarke (Il
grande Gatsby, Zero Dark Thirty), Sarah
Snook (Predestination,
The Dressmaker – Il diavolo è tornato) e Angus
Sampson (Mad
Max: Fury Road, Insidious). La Vedova
Winchester sarà distribuito nelle sale italiane a partire
dall’8 febbraio 2018 da Eagle
Pictures.
500 stanze, spiriti, demoni, entità
misteriose, apparizioni, ombre: sono gli ingredienti di
La Vedova Winchester, thriller soprannaturale che
vede protagonista, in un’inedita interpretazione, il Premio
Oscar Helen
Mirren.
La pellicola, diretta dai fratelli
Spierig (Saw: Legacy, Predestination), è basata su fatti realmente accaduti
e racconta della costruzione della Winchester Mansion, una delle
case infestate dai fantasmi più famose al mondo. L’imponente
edificio – che si trova a San Jose, in California – è una dimora
senza fine: edificato per decenni, settimana dopo settimana, 24 ore
al giorno, è alto sette piani e contiene centinaia di stanze.
Quello che può a prima vista sembrare come il mostruoso monumento
della follia di una ricca donna disturbata però, altro non è che
una prigione e un rifugio per centinaia di spettri vendicativi,
alcuni dei quali particolarmente interessati a perseguitare la sua
famiglia.
Nel cast anche Jason
Clarke (Il
grande Gatsby, Zero Dark Thirty), Sarah
Snook (Predestination,
The Dressmaker – Il diavolo è tornato) e Angus
Sampson (Mad
Max: Fury Road, Insidious). La Vedova
Winchester sarà distribuito nelle sale italiane a partire
dall’8 febbraio 2018 da Eagle
Pictures.
Il film racconta la storia di Sarah
Winchester (Helen Mirren) ereditiera della celebre
industria delle armi Winchester. La donna convinta di essere
perseguitata dalle anime uccise dai fucili dell’azienda di
famiglia, dopo la morte improvvisa di suo marito e di suo figlio,
dedica giorno e notte alla costruzione di una enorme magione
progettata per tenere a bada gli spiriti maligni. Ma quando
lo scettico psichiatra Eric Price, (Jason Clarke),
viene inviato nella tenuta per valutare il suo stato mentale,
scopre che la sua ossessione non è poi così folle.
Thriller soprannaturale diretto da
Michael e Peter Spierig (reduci da Saw: Legacy),
incentrato sulla casa “più infestata al mondo”, ovvero la famosa
Winchester Mystery House di San José. Nel cast i poliedrici
Helen Mirren (Il Diritto Di Uccidere, Woman In
Gold) e Jason Clarke (Apes Revolution – Il
pianeta delle scimmie, Terminator – Genisys).
Un’altra casa, proprio come in
madre! di Darren Aronofsky,
diventa l’oggetto del mistero per La vedova
Winchester, ghost story dove questa diventa contenitore
fisico di un racconto a metà tra il realistico e il
paranormale.
Le due dimensioni si sfiorano,
senza mai veramente toccarsi, nell’impianto pressoché perfetto del
film orchestrato con maestria da Michael e Peter
Spierig (i due fratelli australiani reduci dal debole Saw
Legacy e dal deludente Predestination), a cui poi spetta le
benedizione di una protagonista sempre eccezionale che risponde al
nome di Helen Mirren.
L’attrice, coperta di veli neri e
determinazione, entra nei panni di un personaggio realmente
esistito, la Sarah Winchester scomparsa nei primi anni del
Novecento che dal secolo precedente ereditò dal defunto marito
William la società Winchester Repeating
Arms Company, celebre produttrice di fucili, e un
patrimonio inestimabile. Di certo la fortuna non le favorì
un’esistenza più lieta, e dopo la morte della figlioletta la donna
si trasferì a San Josè, in piena campagna, lontana dai rumori della
città, per mettere in piedi una dimora che nascondesse la sua anima
fragile e conservasse i sensi di colpa di una vita trascorsa a
vendere morte alle persone nella forma di armi.
Realtà e illusione, fantasmi,
visioni, mostri e incubi, insomma niente di nuovo all’ombra di un
genere che sembra non volersi rinnovare più di tanto ma che insegue
la strada della tradizione con molta sicurezza nei propri mezzi: è
il caso qui de La vedova Winchester, pellicola ben
giostrata sull’architettura di un set – ricostruito per intero in
Australia e ispirato alla casa originale oggi meta di turisti da
tutto il mondo – che si presta a lunghi percorsi di smarrimento e
terrore, quelli di cui sono completamente schiavi i protagonisti, e
che alimentano il senso di claustrofobia, la necessità di uscire e
l’obbligo a rimanere lì dentro per risolvere l’enigma
ornamentale.
Si, perché in fondo la
storia degli spiriti che comunicano con Sarah
Winchester e che la spingono ad espiare i suoi peccati
attraverso la ossessiva costruzione di questa enorme dimora non è
che un pretesto, un’opportunità di far passare sotto lo sguardo
dello spettatore una riflessione diversa: la produzione di oggetti
mortali in serie, la vendita di armi a scopi bellici, nasconde in
sé il piacere dell’industriale moderno che trae piacere e ricchezza
da un attività disdicevole. Un discorso che potremmo allargare
facilmente all’America della guerra in Iraq, all’imperialismo
mascherato da colonialismo democratico, alla piaga dello smercio di
armi legale nel paese, alle tragedie nelle scuole e via
dicendo.
Tutti temi molto attuali che
La vedova Winchester dei fratelli Spierig
guardano attraverso la lente dell’intrattenimento e che, con la
performance esemplare della Mirren, fanno gravitare un’opera dal
voto sufficiente al discreto. Con lode.
La mattina del 16 agosto 2027,
Antonio Navarro Cerdán, ingegnere industriale di
36 anni, lasciava casa per andare a lavorare a Valencia, in Spagna.
Viveva nel quartiere di Patraix con la moglie, María Jesús
Moreno Cantó, nota come Maje. Antonio non avviò nemmeno
l’auto: fu aggredito in un’imboscata nel garage del palazzo da un
uomo che di era nascosto tra i veicoli. Accoltellato al petto, morì
sul posto.
Fin dall’inizio, la polizia escluse
la rapina come movente dell’aggressione: non era stato rubato
nulla. Il caso prese rapidamente una piega oscura, rivelando un
complotto attentamente orchestrato, che aveva al suo centro la
vedova Maje. Questa storia vera di tradimento,
manipolazione e omicidio premeditato ha ispirato il nuovo
thriller spagnolo La Viuda Negra (La vedova nera),
dal 30 maggio disponibile su Netflix.
Ecco tutto quello che c’è da sapere
sul vero crimine che si cela dietro il film Netflix.
La vedova nera di Patraix
Al momento dell’omicidio di Antonio,
Maje aveva 27 anni ed era descritta come una donna dolce, vanitosa
e carismatica. Infermiera in un ospedale cittadino, appariva sui
media come una giovane vedova devastata da una tragedia insensata.
Espresse pubblicamente incredulità per la brutalità dell’omicidio.
Ma gli investigatori furono colpiti dal suo atteggiamento calmo e
misurato durante i primi interrogatori. I rapporti notarono che le
sue reazioni emotive non erano in linea con quelle di una persona
in lutto.
L’indagine si concentrò sulla
cerchia ristretta della vittima e presto rivelò che Maje conduceva
una doppia vita. Nonostante la sua immagine di moglie devota, era
coinvolta in molteplici relazioni extraconiugali. Uno dei suoi
amanti, insieme a Salvador Rodrigo Lapiedra, un custode del suo
ospedale, divenne fondamentale per il caso. Salvador era
profondamente innamorato di Maje, che alimentava i suoi sentimenti
con promesse di un futuro insieme e presunte storie di violenza
domestica. Le intercettazioni telefoniche rivelarono conversazioni
compromettenti tra i due, rendendo chiaro che avevano pianificato
l’omicidio di Antonio.
Il crimine premeditato
Maje convinse Salvador a compiere
l’omicidio. L’uomo si nascose nel garage del condominio della
coppia a Valencia, armato di un coltello da cucina, mentre Maje era
fuori casa. Salvador aspettò e, quando Antonio arrivò, gli tese
un’imboscata e lo pugnalò a morte. Maje aveva raccontato al suo
amante gli orari in cui il marito usciva di solito, quali percorsi
faceva e gli aveva persino dato le chiavi del garage.
Il crimine fu pianificato
meticolosamente. L’arma del delitto fu gettata in una fossa
biologica nella proprietà di Salvador e sarebbe stata recuperata
solo mesi dopo, con il suo aiuto, dopo la sua confessione.
La caduta della Vedova
Nera di Patraix
Maje e Salvador furono arrestati nel
gennaio 2018. Inizialmente, Salvador cercò di proteggerla, ma
cambiò versione dopo aver appreso che la donna aveva avuto una
relazione sentimentale con un altro detenuto durante la custodia.
In una nuova dichiarazione, ammise di aver commesso l’omicidio con
il pieno supporto e incoraggiamento di Maje.
“Nella mia precedente
dichiarazione, ho detto che era stata tutta una mia idea. Ma
eravamo entrambi”, afferma Salvador in una registrazione
autentica dell’udienza pubblicata alla fine del film. Secondo
Salvador, Maje si dipinse come vittima di abusi psicologici e
fisici. Gli disse che se suo marito fosse morto, sarebbe stata
libera senza dover divorziare, il che l’avrebbe lasciata senza
pensione di reversibilità né eredità.
Maje negò qualsiasi coinvolgimento
nella morte del marito. Ma il tribunale trovò prove schiaccianti –
tra cui messaggi di testo, telefonate e testimonianze – che
smantellarono la sua versione e indicarono un crimine pianificato
congiuntamente.
Nell’ottobre 2020, Maje è stata
condannata a 22 anni di carcere per omicidio con l’aggravante del
legame di parentela. Salvador è stato condannato a 17 anni, con
pena ridotta per aver collaborato alle indagini. Entrambi sono
stati condannati a pagare 250.000 euro di danni alla famiglia di
Antonio. Una giuria li ha dichiarati entrambi colpevoli,
sottolineando come fattore decisivo la manipolazione psicologica
del suo amante da parte di Maje.
Dopo il crimine
Mentre scontava la pena, Maje è
rimasta incinta di un altro detenuto. Nel luglio 2023, ha partorito
presso l’Ospedale Generale di Alicante sotto la custodia della
polizia. Dopo il parto, è stata trasferita al reparto
maternità-infanzia del carcere di Fontcalent, dove può rimanere con
il suo bambino fino al compimento dei tre anni.
Il padre del bambino è David, un
detenuto condannato per omicidio nel 2008. Maje e David si erano
conosciuti durante la sua precedente permanenza nel carcere di
Picassent, dove avevano iniziato una relazione.
Il soprannome “Vedova Nera di
Patraix” fu dato a Maje a causa della natura del crimine: avrebbe
manipolato il suo amante per convincerlo a uccidere il marito,
attirandolo in una trappola attentamente pianificata. Il nome si
riferisce ovviamente alla specie di ragno vedova
nera, la cui femmina è nota per uccidere il maschio
dopo l’accoppiamento – una metafora che sottolinea il tradimento
freddo e calcolato al centro del caso.
Alla fine di La vedova
nera (A Widow’s Game), viene finalmente svelata la
Black Widow della rete di bugie di Patraix.
Diretto da Carlos Sedes, il
thriller psicologico spagnolo, che dal 30 maggio, data della sua
uscita, ha scalato le classifiche di Netflix,
segue María Jesús “Maje” Moreno (Ivana Baquero), soprannominata la
Vedova Nera di Patraix, il cui marito, Arturo (Álex Gadea), viene
trovato brutalmente assassinato. All’inizio il caso sembra
abbastanza semplice, ma man mano che le indagini approfondiscono,
la detective Eva Torres (Carmen Machi) scopre relazioni nascoste e
segreti scioccanti.
La vedova nera è
basato sulla storia vera dell’omicidio di Antonio Navarro
Cerdán avvenuto nel 2017. Mentre si recava al lavoro, Cerdán è
stato pugnalato al petto in un parcheggio ed è morto sul posto,
secondo quanto riportato da TIME.
I suoi assassini sono stati condannati al carcere tre anni
dopo.
Dopo aver letto della morte di
Cerdán, il produttore esecutivo Ramón Campos ha deciso che il film
avrebbe dovuto esplorare più a fondo le motivazioni degli
assassini.
“Questo film non parla della
vittima, ma degli assassini”, ha dichiarato in un comunicato stampa del dicembre 2024. “Perché a volte la
risposta alle nostre azioni non sta in chi siamo, ma da dove
veniamo”. Come finisce La vedova nera? Ecco tutto quello
che c’è da sapere sul finale di La vedova nera, compreso
chi è stato arrestato per l’omicidio di Arturo.
Cosa succede alla fine di
La vedova nera?
Maje manipola il suo collega più
anziano e uno dei suoi numerosi amanti, Salva (Tristán Ulloa),
affinché uccida Arturo con il pretesto di essere intrappolata in un
matrimonio violento.
Salva porta a termine il crimine,
pugnalando a morte Arturo in un parcheggio. Man mano che le
indagini procedono, le forze dell’ordine intercettano il telefono
di Maje e scoprono il coinvolgimento di Salva.
Salva e Maje vengono arrestati.
Salva si assume tutta la responsabilità del crimine, con l’intento
di proteggere Maje, anche dopo che il detective Torres lo informa
che Maje non ha mai subito abusi da parte del marito.
Tuttavia, quando Salva scopre che
Maje ha intrapreso una relazione sentimentale con altri detenuti,
decide di modificare la sua dichiarazione prima del processo,
confessando alle autorità che Maje ha orchestrato l’intero
complotto.
Un giudice condanna Maje a 22 anni
di carcere, mentre Salva riceve una pena di 17 anni, grazie alla
sua collaborazione con le indagini.
Perché Maje voleva uccidere suo
marito?
Il motivo che ha spinto Maje a
orchestrare l’omicidio del marito è complesso e apparentemente
aperto a diverse interpretazioni. La sua infedeltà prima e dopo il
matrimonio con Arturo porta il pubblico a credere che non abbia mai
veramente amato suo marito.
Il film suggerisce che Maje fosse
disperata di mantenere la sua libertà e continuare le sue varie
relazioni con altri uomini senza essere vincolata dal marito.
“’Perché una persona ritiene che
sia meglio commettere un omicidio piuttosto che divorziare? Questa
è stata la domanda che mi ha assalito quando ho letto per la prima
volta la notizia del crimine di Maje e Salvador”, ha detto Campos
nel suo comunicato stampa di dicembre.
Ha continuato: “Nel corso degli
anni abbiamo cercato di svelare la risposta e pensiamo di aver
capito, ma non completamente, perché Maje abbia deciso di
manipolare Salvador per uccidere una persona che era senza dubbio
una brava persona”.
Come sono stati catturati Maje
e Salva?
Maje ha destato i primi sospetti
della polizia quando è apparsa stranamente calma dopo la morte di
Arturo. Il detective Torres l’ha tenuta d’occhio e alla fine ha
messo sotto controllo il suo telefono.
Le conversazioni incriminanti tra
Maje e Salva, in cui discutevano indirettamente del crimine, hanno
portato al loro arresto. La confessione di Salva ha infine portato
alla loro condanna.
La vedova nera è
basato su una storia vera?
Sì, La vedova nera è
basato sul caso di omicidio di Antonio Navarro Cerdán avvenuto nel
2017 a Valencia, in Spagna. Secondo TIME, sua moglie, María “Maje”
Jesús Moreno Canto, ha orchestrato l’omicidio con l’aiuto del suo
collega e amante, Salvador Rodrigo Lapiedra. Il 16 agosto 2017,
mentre Antonio era in un parcheggio mentre si recava al lavoro,
Salvador lo ha pugnalato a morte con un coltello da cucina.
Maje e Salvador sono stati entrambi
arrestati nel gennaio 2018. Salvador ha inizialmente rivendicato la
responsabilità esclusiva, ma in seguito ha rivelato il
coinvolgimento di Maje dopo aver scoperto che lei aveva intrapreso
una relazione sentimentale con un altro detenuto mentre era in
custodia. Nel 2020, Maje è stata condannata a 22 anni di carcere,
mentre Salvador ha ricevuto una pena di 17 anni, secondo TIME. Nel
2023, Maje ha dato alla luce un bambino avuto da un compagno di
detenzione di nome David.
A giudicare da La variabile
umana, sembra che il cinema italiano stia riscoprendo i
film di genere come strumento d’indagine della realtà. È il secondo
giallo, protagonista un investigatore in stile “chandleriano”,
apparso al cinema quest’anno (ma il progetto è nato qualche anno
fa), dopo Cha cha cha di Marco
Risi. In entrambi i casi un’angolazione privilegiata,
quella del poliziesco, per parlare dell’attualità, della vita nelle
metropoli italiane, per catturare uno spirito del tempo che si
respira già da diversi anni e che il cinema ha colto, ben prima dei
recenti fatti di cronaca.
Milano, l’omicidio di un
personaggio in vista; l’ispettore Monaco (Silvio
Orlando), schivo e taciturno, quasi antipatico,
costretto a uscire dall’isolamento in cui si è chiuso dalla morte
della moglie, per indagare. Sua figlia, Linda (Alice
Raffaelli), portata in commissariato la stessa notte
dell’omicidio perché sorpresa a giocare al tiro a segno con la
pistola del padre. Le indagini sull’omicidio Ullrich portano Monaco
dritto a una verità inaspettata e traumatica.
Sullo sfondo sociale di una
metropoli immiserita e in decadenza, è tratteggiata la vicenda
privata ed esistenziale di Monaco, fatta di estrema solitudine,
incomunicabilità. Orlando incarna ottimamente un padre frustrato
per un lavoro che non gli piace più, per una vita lasciata andare,
annichilito dalla tragedia del lutto, “congelato”. In tutto il film
domina un’umanità algida, inaridita, come quella della signora
Ullrich (Sandra Ceccarelli); unico personaggio
capace di calore umano sembra Levi (Giuseppe
Battiston), collega e amico di Monaco. Entrambi gli
attori confermano qui le doti che gli conosciamo. La figlia
dell’ispettore, anche lei segnata dal lutto, lasciata a sé stessa,
nasconde dolore e paure, cerca punti di riferimento ed è facile
preda di falsi miti e lusinghe (Alice Raffaelli,
all’esordio, affinerà il suo talento). L’omicidio Ullrich è
paradossalmente l’opportunità che li rimette di nuovo in contatto.
È l’inizio del viaggio paterno attraverso l’universo sconosciuto
della figlia. Il recupero del rapporto va di pari passo col
riprendere le redini della propria vita.
Il regista Bruno
Oliviero, all’esordio di finzione dopo alcuni documentari
di successo su Napoli, sua città natale, e Milano, dove vive,
approfitta dei mezzi espressivi del film, mostrando consapevolezza
stilistica. C’è molta attenzione all’aspetto visivo, si
privilegiano i luoghi chiusi (casa, albergo, questura, obitorio),
eco dell’isolamento dei protagonisti e la Milano notturna, ottima
per un giallo e per mostrare ciò che cova sotto l’apparenza
perbenista della città. I primi e primissimi piani sono lo
strumento principe di indagine emotiva, attraverso cui cogliere i
particolari di personaggi e ambienti: mani e orecchie di Monaco,
per esempio, ma anche gli orecchini, la candela non spenta, i
poster alle pareti, o i colori rosso (passione, morte) e rosa
(ingenuità dell’adolescenza). Le musiche sono affidate a
Michael Stevens, collaboratore di vecchia data di
Clint Eastwood (da Mystic
River a Gran Torino) e collocate ad hoc a
sottolineare alcuni momenti del film, mentre sulle note di
Gianna Nannini scorre un finale aperto.
Il risultato è un film non
moralistico (la difficile posizione di Monaco, padre e poliziotto,
aiuta molto). Ci si muove in un orizzonte etico,, ma non
scontatamente. Manca invece il voyeurismo, sia riguardo all’aspetto
cruento del delitto, sia riguardo ai dettagli della vita notturna
di uomini maturi che, come Ullrich, erano “molto attivi nelle notti
milanesi”. Si riesce a suggerire, a gettare spiragli di luce su un
sottobosco cittadino che resta per lo spettatore quasi tutto da
immaginare. La stessa cosa accadeva nel già citato Cha cha
cha, sebbene lì ci si concentrasse su aspetti diversi di
quel sottobosco. Così come simili spiragli diventavano porte aperte
su una società in rapido decadimento ne La grande bellezza di Paolo
Sorrentino. Progetti certamente diversi, ma con un
sentire e un’urgenza espressiva comune a La variabile
umana, tutti esempi di un cinema che torna a raccontare
l’Italia con le sue ombre, i suoi lati oscuri e problematici, non
più solo attraverso la lente della commedia. La pellicola sarà
nelle sale dal 29 agosto dopo la presentazione al Festival di
Locarno il 9 dello stesso mese.
La battuta più simpatica e divertente
è indubbiamente quella di Giuseppe Battiston quando con grande
spirito ammette: “…di questo film so piuttosto poco ancora,
sino a questa mattina non sapevo nemmeno che fosse cambiato il
titolo!”.
Arriva da Deadline la notizia che
Jennifer Lawrence e Gary
Ross, dopo l’esperienza del primo episodio di
Hunger Games, torneranno a lavorare
nuovamente insieme. L’occasione sarà un progetto sicuramente
diverso dal precedente, ma altrettanto notevole. La coppia,
infatti, porterà sul grande schermo l’adattamento cinematografico
del romanzo La valle dell’Eden, scritto
dal premio Nobel John Steinbeck nel 1952.
La storia del film sarà ambientata
nel corso della Prima Guerra Mondiale e racconterà della rivalità
tra i fratelli Aron e Caleb, in perenne competizione per cercare di
guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione del padre. Secondo
Deadline, Jennifer Lawrence interpreterà Cathy
Ames, la madre dei due ragazzi.
La valle
dell’Eden non sarà l’unico film che vedrà coinvolti
di nuovo insieme Gary Ross e Jennifer Lawrence. I due, infatti,
stanno lavorando anche ad un’altra trasposizione: quella del
romanzo Burial Rites di Hannah
Kent.
Il romanzoLa
valle dell’Eden era già stato portato sul grande
schermo. Tutti voi ricorderete le versione del 1955 del regista
Elia Kazan con protagonista l’intramontabile
James Dean.
Accanto a Michele Riondino e al giovane
Giulio Feltri, al suo debutto sullo schermo, il
cast include Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano, Sergio
Romano, Anna Bellato, Sandra Toffolatti e Roberto
Citran.
Già vincitore del Premio
Franco Solinas per il Miglior Soggetto (2019), il film è
sceneggiato da Milo Tissone, Jacopo del Giudice e dallo stesso
Paolo Strippoli. Il Direttore della fotografia è Cristiano Di
Nicola, la scenografia è di Marcello Di Carlo, i costumi sono di
Susanna Mastroianni e il montaggio è a cura di Federico Palmerini.
Musiche originali di Federico Bisozzi e Davide Tomat.
La valle dei sorrisi (la
nostra recensione) è prodotto da Domenico Procacci e Laura
Paolucci per Fandango e da Ines Vasiljevic e di Stefano Sardo per
Nightswim in coproduzione con Spok, in collaborazione con Vision
Distribution, con il contributo del MIC, di Lazio International e
della FVG Film Commission – PromoTurismoFVG. La valle dei sorrisi è
una co-produzione Italia e Slovenia FANDANGO, VISION DISTRIBUTION e
NIGHTSWIM con SPOK in collaborazione con SKY.
La trama de La valle dei
sorrisi
Remis è un paesino
nascosto in una valle isolata tra le montagne. I suoi abitanti sono
tutti insolitamente felici. Sembra la destinazione perfetta per il
nuovo insegnante di educazione fisica, Sergio Rossetti
(Michele Riondino), tormentato da un passato
misterioso. Grazie all’incontro con Michela, la giovane
proprietaria della locanda del paese (Romana Maggiora
Vergano), il professore scopre che dietro questa apparente
serenità, si cela un inquietante rituale: una notte a settimana,
gli abitanti si radunano per abbracciare Matteo Corbin
(Giulio Feltri), un adolescente capace di
assorbire il dolore degli altri. Il tentativo di Sergio di salvare
il giovane risveglierà il lato più oscuro di colui che tutti
chiamano l’angelo di Remis.
Fuori concorso a
Venezia 82, Paolo Strippoli presenta
La valle dei sorrisi, film
che conferma la sua predilezione per l’horror come linguaggio
eletto per parlare di paure sociali e intime fragilità. Dopo aver
già esplorato i territori del perturbante in chiave più canonica,
il regista sceglie questa volta di addentrarsi in una dimensione
metaforica e quasi allegorica, in cui l’elemento soprannaturale si
intreccia alla riflessione sui rapporti comunitari.
L’idea di partenza è
affascinante: cosa accadrebbe se un ragazzo adolescente fosse
percepito come un piccolo messia, capace di lenire il dolore in
modo unico, ma anche distruttivo e incontrollabile? Da qui prende
forma un racconto che, pur muovendosi entro coordinate note al
genere cerca una propria via espressiva.
La valle dei
sorrisi: un messia adolescente e il prezzo della
consolazione
Il protagonista è
Matteo, un ragazzo solitario, fragile e insieme carismatico,
che diventa per i compagni di scuola e per il suo paese di montagna
una sorta di icona salvifica. La sua capacità di alleviare il
dolore fisico e psichico lo rende un punto di riferimento quasi
religioso, tanto che il gruppo lo innalza a figura messianica. Ma
dietro questa aura angelica si nasconde un’ambiguità profonda: se è
vero che Matteo sembra portare sollievo, lo fa lasciando dietro di
sé tracce irreversibili.
In questo contesto emerge
la figura di Sergio (Michele Riondino), adulto
tormentato che intravede nel ragazzo un sostituto del figlio
perduto. È l’unico a chiedersi davvero chi sia Matteo e cosa
comporti il suo potere. La relazione tra i due diventa il nucleo
emotivo del film, una dinamica di dipendenza reciproca in cui il
bisogno di consolazione si intreccia al vuoto affettivo. Ma accanto
a questa tensione, Strippoli introduce anche un delicato
sottotesto: un adolescente innamorato del proprio antagonista,
schiacciato dall’adorazione che il gruppo riversa su di lui.
L’omosessualità repressa, l’invidia, il desiderio e la paura si
mescolano in un quadro che parla molto dell’adolescenza reale, pur
calandosi in una cornice sovrannaturale.
Tra riferimenti e
suggestioni visive
La critica ha già evocato
paragoni illustri: ci sono echi di Carrie e di The
Omen, spunti che rimandano a The Village di Shyamalan, e
persino un’atmosfera che guarda a certe stilizzazioni nordiche come
Lasciami entrare di Tomas Alfredson o The Innocents
di Eskil Vogt, fino ad arrivare al più recente Midsommar di Ari Aster. Oltre al riferimento
chiarissimo a Profumo di Ruskin, ma in questo caso ci avviciniamo
pericolosamente allo spoiler.
Strippoli, tuttavia, non
si limita alla citazione. Se da un lato si percepiscono gli omaggi,
dall’altro il regista cerca di tenere insieme i fili di un racconto
che non vuole mai rinunciare all’ambivalenza morale. L’adolescente
che offre la fine della sofferenza diventa il volto di una promessa
pericolosa, perché vivere senza dolore equivale a vivere senza
vita.
Un’idea forte, una
realizzazione fragile
La valle dei
sorrisi parte da un’intuizione potente: mettere in scena il
bisogno di appartenenza e di consolazione come un fenomeno
comunitario, capace di trasformare un semplice ragazzo in un idolo.
È una riflessione che tocca corde profonde, soprattutto in un’epoca
segnata dalla ricerca spasmodica di figure carismatiche e
dall’incapacità di elaborare il dolore collettivo.
Nonostante la premessa,
il film inciampa in un difetto che lo accompagna fino alla fine:
un’eccessiva compiacenza, una sorta di ingenuità che si traduce in
una messinscena a tratti troppo schematica. Strippoli sembra più
interessato a sottolineare la forza del proprio assunto che a
lasciare spazio allo spettatore per colmare i vuoti, e questo
rischia di rendere la parabola meno incisiva di quanto potrebbe,
senza il sostegno di una sceneggiatura solida.
Il finale, visivamente
potente, accentua questa sensazione: l’energia accumulata esplode,
ma senza la sottigliezza necessaria a reggere fino in fondo la
complessità morale che il film aveva promesso. Rimane un’opera
affascinante ma irrisolta, che vive di lampi e intuizioni.
Un passo ambizioso e
imperfetto
Il risultato non è privo
di fascino, ma si avverte una certa ingenuità nella gestione di un
materiale tanto complesso. La valle dei sorrisi rimane un
tassello importante per il percorso di Strippoli, un’opera che ha
il merito di portare nel fuori concorso veneziano un discorso
coraggioso sulla collettività, sul dolore e sull’ambiguità del
desiderio umano.
Con
La Valle dei Sorrisi, al cinema dal
17 settembre 2025,
Paolo Strippoli
torna a confrontarsi con il cinema di genere dopo A Classic Horror Story e Piove. Il film,
interpretato da Michele Riondino,
Romana Maggiora Vergano e
Giulio Feltri,
porta sul grande schermo la storia di un paese isolato tra le
montagne, i cui abitanti vivono in una felicità innaturale grazie
al “dono” di un ragazzo capace di assorbire il dolore degli altri.
Ma dietro la serenità apparente si nasconde un rituale inquietante
e un conflitto profondo sui limiti del sacrificio.
Abbiamo incontrato il regista per parlare delle origini del
progetto, dei personaggi e dei temi che animano questo horror
italiano pronto a scuotere lo spettatore.
L’origine della storia
Che cosa ti ha spinto a
scrivere e dirigere questa storia e che cosa ti stava a cuore
raccontare?
«L’idea del film è nata insieme ai due sceneggiatori, Milo
Tissone e Jacopo del Giudice, alla fine del nostro percorso al
Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Abbiamo iniziato a
scriverla nel 2017, in un momento di passaggio tra la fine degli
studi e l’ingresso nell’età adulta. Volevamo riflettere su come gli
esseri umani cerchino in ogni modo di scrollarsi di dosso il
dolore: attraverso pratiche olistiche, droghe, psicofarmaci o
religioni.
In La Valle dei Sorrisi ho voluto costruire
una comunità che fosse essa stessa un personaggio, in cui non
esistono buoni e cattivi assoluti ma persone che si spostano
continuamente da un lato o dall’altro in base al bisogno di
liberarsi dalla sofferenza. Prima ancora che un film di genere, è
un coming of age a doppio punto di vista: quello di
Sergio (Michele
Riondino), un uomo che vuole ritrovare la possibilità di essere
padre, e quello di Matteo
Corbin (Giulio Feltri), un adolescente che cerca la
propria identità mentre incarna il meccanismo di compensazione di
un’intera comunità».
Il confine tra bene e male
I confini tra bene e male
sono molto labili?
«Non credo che nella vita reale esistano buoni e cattivi assoluti.
Nel film, i personaggi sono vittime anche di sé stessi, e questo
porta lo spettatore a chiedersi costantemente da chi difendersi e
per chi tifare.
Mi
piacciono le storie in cui i protagonisti attraversano una ricerca
identitaria che li porta a oscillare tra ruoli opposti. Penso a
Thelma di Joachim Trier,
a Carrie di Brian De
Palma o a Lasciami
entrare di Tomas Alfredson.
Così accade a Matteo, che decide di liberarsi dalle catene imposte
dalla comunità, e a Sergio, che nel suo bisogno di ritrovare un
figlio è disposto a distruggere un equilibrio intero. Sono due
anime che si cercano: Matteo ha bisogno di una guida, Sergio di un
figlio. Il loro incontro è un’esplosione destinata a travolgere
tutti».
Michela, un ponte verso l’esterno
Come entra in scena
Michela, interpretata da Romana Maggiora Vergano?
«Michela ha subito un trauma da bambina che l’ha radicata alla
comunità. È giovane, con il futuro negli occhi, ma non può lasciare
Remis. Quando arriva Sergio, lei vede in lui uno spiraglio verso il
mondo esterno e lo introduce al segreto del paese. Lo fa anche per
tenerlo vicino, per non perdere quel legame con qualcosa che da
tempo desiderava».
Parlavi di uno scenario
pseudo-idilliaco in cui ci si difende dal dolore con la rimozione:
in che senso?
«Attraverso il personaggio di Pichler (Sergio Romano) il film
afferma che un essere umano compiuto è chi riesce a convivere con
il dolore, trasformandolo in occasione di crescita. A Remis,
invece, il dolore viene rimosso. Gli abitanti hanno dimenticato
come si soffre e, privati del loro dispositivo di compensazione,
sono disposti a compiere atti estremi. È questo che volevo
raccontare: cosa succede quando una comunità intera non sa più
affrontare la sofferenza».
L’ombra dell’Anticristo
Come vi siete documentati
per scrivere la sceneggiatura?
«Abbiamo consultato diversi testi sacri e ci siamo concentrati
sull’idea dell’Anticristo come figura che tenta con la promessa di
rimuovere il dolore. Matteo può essere visto così, o come un angelo
salvatore: dipende dallo sguardo di chi lo osserva.
Il
riferimento esplicito è al capitolo 13 dell’Apocalisse. Il gioco
del film è proprio questo: costruire una comunità con un
personaggio al centro e lasciare che lo spettatore decida cosa
rappresenta. Non è importante chi sia Matteo, ma cosa diventiamo
noi se ci troviamo di fronte a una figura simile».
Un horror che parla al presente
Con La Valle dei
Sorrisi, Strippoli firma un film che mescola horror e parabola
sociale, giocando sul doppio registro del folklore e della
riflessione contemporanea. In Sergio e Matteo, in Michela e negli
abitanti di Remis, non c’è solo un racconto dell’orrore ma anche
una domanda urgente: cosa succede a una società che rifiuta il
dolore e cerca disperatamente di cancellarlo?
Dal 17 settembre
2025 nelle sale, il film invita a immergersi in un viaggio
perturbante dentro la natura più fragile e contraddittoria
dell’essere umano.
E’ il nuovo insegnante di educazione
fisica della scuola di Remis, un paesino nascosto in una valle
isolata tra le montagne i cui abitanti sono tutti insolitamente
felici. Uomo tutt’altro che gioviale, fatica a entrare in contatto
con gli abitanti del luogo, ma presto scopriamo che dentro di lui
alberga un dolore che lo rende diverso da tutti gli altri: sarà la
sua forza o la sua debolezza di fronte alle vicende misteriose che
dovrà affrontare in questo nuovo posto
Giulio Feltri –
Matteo Corbin
E’ un giovane taciturno, che sta per
conto suo. A scuola non sembra avere molti amici e ha una famiglia
particolare: il padre è oltremodo apprensivo e protettivo mentre la
madre è in stato catatonico da quando subì un incidente quando
Matteo era molto piccolo. Scopriremo solo a un certo punto della
storia che è lui l'”Angelo di Remis”.
Paolo Pierobon –
Mauro Corbin
A metà tra un padre e l’agente di
una star, Mauro è un uomo con segreti e timori, che cura l’immagine
e l'”attività” del figlio con rigore e pugno di ferro. Forse non è
troppo attento a quello che il ragazzo desidera, non accetta la sua
voglia di normalità, la sua richiesta d’aiuto, quella di un
adolescente normale che vuole vivere la sua vita, e spinge sempre
di più la volontà del figlio, fino al punto di rottura.
Romana Maggiora
Vergano – Michela
Sorridente barista di Remis, si
scontrerà per prima con Sergio che invece non riesce a sorridere, a
chiudere fuori dal suo cuore la sofferenza. Michela è anche quella
che riesce a fare breccia subito nelle mura alte e spesse che
Sergio ha costruito intorno a sé per proteggersi. Anche lei, come
tutti gli abitanti di Remis, ha un segreto e ha bisogno più che mai
di Matteo e dei suoi abbracci.
Sergio Romano –
Pichler
Ogni realtà circoscritta ha il suo
elemento bizzarro che si discosta dalla comunità protagonista.
Pichler è proprio questo, la scheggia impazzita, quello che si
rifiuta di stare alle regole del villaggio e vive da eremita
apparentemente minaccioso e folle, lontano dai legami umani che
invece sembrano così armonici all’interno del paese. Anche lui avrà
un ruolo importante, soprattutto per Sergio e per il suo cammino
nel corso della storia.
Anna Bellato –
Anna
Apparentemente una figura di sfondo,
Anna è la madre di Matteo. La donna rimane in stato vegetativo a
seguito di un misterioso incidente, quando il figlio era molto
piccolo. Man mano che la storia procede, si chiariscono le cause
dell’accaduto e un’ombra lunga e scura si addensa sul ragazzo che
comincerà, letteralmente, a usare la madre come sua
“portavoce”.
Gabriele Benedetti
– Franco
Colui che sa tutto e partecipa a
ogni iniziativa “amministrativa” di Remis. Lui accoglie Sergio al
suo arrivo a scuola e lui lo accompagna nella sua casa,
assegnatagli dal comune. Sempre lui gli racconterà di Pilcher e
della vita del paese, fornendo ovviamente la sua versione dei
fatti. Sarà la verità?
Roberto Citran –
Don Attilio
Personaggio marginale, il parroco di
Remis diventa una figura fondamentale per capire quanto in
profondità il culto per la persona di Matteo viene
istituzionalizzato. Ne La valle
dei sorrisi persino la fede in Dio si piega alla fede
in un ragazzo che diventa idolatria e superstizione, quanto di più
lontano si possa immaginare rispetto al concetto di fede
cattolicamente intesa.
Il cinema horror italiano torna a
far parlare di sé con La Valle dei Sorrisi, il nuovo
lungometraggio diretto da Paolo Strippoli, già autore di A Classic Horror Story e Piove. Classe 1993, il regista continua a
esplorare le inquietudini del genere con un’opera che mescola
atmosfere folkloriche e inquietudini contemporanee, portando lo
spettatore in un luogo sospeso tra realtà e leggenda.
Ambientato a Remis, un paesino isolato tra le
montagne dove gli abitanti sembrano vivere in una felicità
innaturale, il film segue le vicende di Sergio Rossetti (Michele Riondino), nuovo insegnante di
educazione fisica con un passato tormentato. L’incontro con Michela
(Romana Maggiora Vergano), la giovane
locandiera, lo conduce a scoprire l’oscuro segreto del paese: un
rituale settimanale che ruota attorno a Matteo Corbin (Giulio Feltri), adolescente
in grado di assorbire il dolore altrui, venerato come “l’angelo di
Remis”. Il tentativo di salvarlo scatenerà le forze più oscure
della comunità.
Perché è il film di genere che i cinefili italiani chiedono a gran
voce
Da
anni il pubblico e la critica invocano un ritorno deciso del cinema
di genere in Italia, soprattutto dell’horror, tradizione gloriosa
che ha regalato al mondo autori come Mario Bava e Dario Argento.
Con La Valle dei Sorrisi (la
nostra recensione), Paolo Strippoli raccoglie questa
eredità e la rilancia, dimostrando che anche oggi si possono
realizzare opere capaci di parlare a un pubblico internazionale
senza rinunciare all’identità italiana. Per chi ama il brivido sul
grande schermo, questo è già un motivo sufficiente per non perdere
l’uscita del film il 17
settembre 2025.
Per
la bravura di Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano
Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano in La Valle dei
Sorrisi
Il
cast de La Valle dei
Sorrisi è guidato da Michele Riondino, attore tra i più versatili della
scena italiana, capace di passare dal dramma intimista al thriller
con intensità e misura. Al suo fianco c’è Romana Maggiora Vergano, giovane promessa
del cinema italiano già apprezzata per sensibilità e naturalezza.
La loro alchimia sullo schermo dà forza emotiva alla storia,
rendendo ancora più coinvolgente il mistero che avvolge il paese di
Remis.
Per
l’ambientazione suggestiva e inquietante
Giulio Feltri ne La Valle dei Sorrisi
Il
paesino di Remis,
incastonato tra le montagne, è molto più di uno sfondo: diventa un
personaggio a sé, con le sue strade silenziose, la natura che isola
e protegge, e quell’atmosfera sospesa che alimenta il senso di
mistero. Paolo Strippoli utilizza l’ambientazione come strumento
narrativo, trasformando la valle in un luogo carico di tensione e
simbolismo. Un contesto che rende l’esperienza in sala ancora più
immersiva e perturbante.
Per
il rituale inquietante che mescola folklore e horror
Al
centro della trama c’è un rituale oscuro: una volta a settimana,
gli abitanti di Remis si radunano per abbracciare
Matteo Corbin,
l’adolescente capace di assorbire il dolore degli altri. Questa
pratica, tanto affascinante quanto disturbante, richiama le
atmosfere del folklore popolare e le innesta in una narrazione
horror contemporanea. Un’idea narrativa potente, che offre allo
spettatore il brivido dell’ignoto e la suggestione di un mito
moderno.
Per
una grande produzione tutta italiana e l’uscita in sala
La Valle dei Sorrisi è
sostenuto da una produzione solida che vede coinvolti
Fandango, Vision
Distribution, Nightswim, Spok e la collaborazione di
Sky, con il
contributo del MIC e delle Film Commission regionali. Una filiera
produttiva che dimostra come il cinema di genere possa avere radici
forti anche in Italia. Non si tratta di un’uscita limitata: il film
sarà distribuito da Vision
Distribution in tutti i cinema italiani a partire dal
17 settembre 2025,
offrendo al pubblico l’occasione di vivere l’esperienza horror come
merita, sul grande schermo.
Con
la regia di Paolo Strippoli, un cast guidato da Michele Riondino e
Romana Maggiora Vergano, un’ambientazione che trasforma il paesino
di Remis in un luogo di puro mistero e un rituale capace di
mescolare folklore e paura, La
Valle dei Sorrisi si presenta come un appuntamento imperdibile
per gli amanti dell’horror italiano. La forza della produzione e la
distribuzione nazionale garantiscono un’esperienza cinematografica
di grande impatto. Dal 17
settembre 2025, l’appuntamento è al buio della sala: la
valle vi aspetta.
Dal
17 settembre 2025
il pubblico italiano può finalmente scoprire La Valle dei Sorrisi, il nuovo horror
diretto da Paolo
Strippoli, già regista di A Classic Horror Story e Piove. Distribuito da Vision Distribution, il film segna un nuovo passo
nel percorso del giovane autore classe 1993, che continua a
esplorare il genere horror con un linguaggio personale e radicato
nella contemporaneità.
Ambientato a Remis, un paesino isolato tra le montagne, il film
racconta la storia di Sergio Rossetti (interpretato da Michele Riondino), un insegnante di
educazione fisica tormentato da un passato misterioso. Trasferitosi
nel borgo, Sergio scopre che gli abitanti, apparentemente felici e
sereni, nascondono un segreto inquietante: ogni settimana
partecipano a un rituale attorno a Matteo Corbin (Giulio Feltri), un
adolescente capace di assorbire il dolore altrui. Il tentativo di
Sergio di salvare il ragazzo lo porterà a confrontarsi con le ombre
più oscure della comunità e con se stesso.
Accanto a Riondino, il cast vede la partecipazione di
Romana Maggiora Vergano, nei
panni della giovane locandiera Michela, figura chiave nel percorso
del protagonista. La sceneggiatura è firmata da Milo Tissone,
Jacopo del Giudice e dallo stesso Strippoli, già premiata con il
Premio Franco Solinas per
il Miglior Soggetto nel 2019.
La
cura visiva è affidata al direttore della fotografia
Cristiano Di
Nicola, con scenografie di Marcello Di Carlo, costumi di
Susanna
Mastroianni e montaggio di Federico Palmerini. Le musiche originali
sono composte da Federico
Bisozzi e Davide
Tomat, a sottolineare l’atmosfera sospesa e perturbante
che accompagna la narrazione.
Prodotto da Fandango e Nightswim in coproduzione con Spok, e realizzato in
collaborazione con Vision
Distribution e Sky, il film ha ricevuto il sostegno del
MIC, di
Lazio
International e della FVG Film Commission. Una produzione importante che
conferma la vitalità del cinema di genere in Italia.
Con La Valle dei Sorrisi, Strippoli
firma un horror che intreccia folklore e contemporaneità, pronto a
conquistare gli appassionati del genere e a dimostrare ancora una
volta che il brivido sul grande schermo parla anche italiano.
Grande attesa per la XIX^
edizione del festival La Valigia
dell’attore, che si svolge ogni anno sull’isola di
La Maddalena (SS), quest’anno in programma dal 26
al 30 luglio. In tale ambito il prestigioso Premio
Gian Maria Volonté sarà assegnato per la prima volta
a due interpreti.
Il 28 luglio salirà
a ritirarlo, sul palco della Fortezza I Colmi, l’attrice Alba Rohrwacher. Fiorentina di origine e
diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha lavorato con
registi del calibro di Carlo Mazzacurati, Marco Bellocchio, Daniele
Luchetti, Pupi Avati, Nanni Moretti, Paolo Genovese, Emma Dante,
con numerose incursioni anche nel cinema internazionale al fianco
di Doris Dorrie, Nicolas Saada, Arnaud Desplechin Jonathan
Nossiter, Chloé Mazlo e Maggie Gyllenhaal.
Il 30 luglio il
Premio Volonté verrà invece conferito a Renato
Carpentieri, per la sua lunga carriera artistica ricca di
ricerca espressiva culturale in ogni ambito, dal teatro al cinema,
lavorando con i più grandi registi di entrambi i settori. Il suo
debutto sul grande schermo fu nel 1990 con Gianni Amelio nella
trasposizione cinematografica di un romanzo di Leonardo Sciascia,
Porte aperte: su quel set conobbe Gian Maria Volonté con
il quale ebbe una forte intesa professionale e umana e che, per il
ventennale della sua scomparsa, volle omaggiare rimettendo in scena
Tra le rovine di Velletri, l’ultimo spettacolo scritto e
diretto da Volonté e Angelica Ippolito nel 1994. Carpentieri sarà
anche il conduttore del ValigiaLab 2022, in
programma dall’1 all’8 agosto sull’isola
di Caprera.
Si è aperta ieri a La Maddalena
l’edizione 2018 de La Valigia
dell’Attore, festival che si concluderà domenica 29
luglio e che vedrà passare sull’isola sarda grandi interpreti del
cinema italiano, da Marco Giallini a Isabella Ragonese, passando
per Giuseppe Battiston e Valerio Mastandrea.
Ed è stato proprio il protagonista di The
Place, primo film presentato ieri sera al pubblico, ad
aprire la quindicesima edizione della manifestazione dedicata al
lavoro d’attore e intitolata a Gian Maria
Volonté. Lo ha fatto con parole importanti, quelle scritte
dai genitori di Giulio Regeni, il ricercatore
italiano barbaramente ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3
febbraio del 2016. Un delitto che ancora cerca giustizia e verità e
che grazie al grande lavoro che da oltre due anni sta facendo il
comitato #VeritàperGiulioRegeni non
viene dimenticato. La serata di apertura de La Valigia dell’Attore
2018 è stata dedicata a lui, destinando la quasi totalità
dell’incasso all’associazione che continuerà a far sentire la sua
voce fino a quando non si arriverà alla verità. E la loro voce
l’hanno fatta sentire anche i genitori di Giulio, con un messaggio
di ringraziamento che è stato letto proprio da Valerio Mastandrea,
che come altri artisti italiani si è sempre schierato in prima fila
perché il caso Regeni non diventi uno dei troppi misteri italiani
irrisolti.
“La vostra valigia è colma di
emozioni, sentimenti e di un’immensa empatia per Giulio, per la
tragedia che ci impegna ogni giorno per la ricerca di verità e
giustizia per i diritti violati. Empatia che non volge lo sguardo
altrove, e comprendiamo che forse, senza empatia, non può essere
vera arte. Con gratitudine e affetto, Paola e Claudio”. Questa
la parte finale del messaggio da parte dei genitori di Giulio
“che sono delle persone, come tutti noi” come ha
sottolineato Mastandrea e non poteva esserci maniera migliore per
aprire una manifestazione che ricorda un artista, Gian Maria
Volonté, per cui l’impegno civile fu parte integrante del suo
straordinario lavoro d’attore.
Stasera seconda serata, che si
terrà nella tradizionale cornice della Fortezza i Colmi. Si apre
alle 21:30 con la performance della
compagnia Danz’Arte di La Maddalena su
coreografia di Rosanna Cossu, accompagnata dall’anteprima
mondiale del corto di animazione di Francesco
Calcagnini che ha per colonna sonora la splendida
canzone di Francesco De Gregori La valigia
dell’attore. A seguire la consegna del Premio
Gian Maria Volontè 2018 a Isabella
Ragonese per la sua eccellenza artistica. L’attrice
sarà accompagnata sul palco da Daniele
Vicari, regista di Sole Cuore Amore,
film che sarà proiettato subito dopo la cerimonia di
premiazione.
Dopo le esperienze teatrali in
Sicilia, interpretando, dirigendo e scrivendo spettacoli di
successo, Isabella Ragonese esordisce al
cinema in Nuovomondo di Emanuele
Crialese, in concorso alla Mostra internazionale d’arte
cinematografica di Venezia del 2006. La consacrazione arriva due
anni dopo con Paolo Virzì, che la sceglie per
il ruolo della giovane precaria di Tutta la vita
davanti, che le frutta la prima candidatura ai Nastri
d’Argento, premio che vincerà nel 2010 per la sua interpretazione
in La nostra vita di Daniele Luchetti,
per cui riceve anche la prima candidatura ai David di Donatello.
Proprio con il fim di Daniele Vicari arriva la terza nomination ai
Nastri, nel frattempo miete successi anche in televisione, nel
ruolo della moglie fantasma di Rocco
Schiavone nella serie interpretata da Marco Giallini,
e in teatro, con La Commedia di Orlando,
diretta da Emanuela Giordano.
La Valigia dell’Attore è parte del
circuito di festival Le isole del cinema che
coinvolge quattro isole minori della Sardegna. Organizzata
dall’Associazione Culturale Quasar e diretta da Giovanna Gravina
Volonté e da Fabio Canu, è patrocinato dal Ministero dei Beni e
delle Attività Culturali e del Turismo, dalla Regione Autonoma
della Sardegna, con l’Assessorato della pubblica istruzione, beni
culturali, informazione, spettacolo e sport e l’Assessorato del
Turismo, dal Comune di La Maddalena, dal Parco Nazionale
dell’Arcipelago di La Maddalena. A sostenere l’evento, la Fondazione di Sardegna, il Cagliari Film Festival,
la Scuola Sottufficiali della Marina Militare – La Maddalena, la
Compagnia di navigazione Delcomar e le cantine di Su’entu, Oliena e
Monti.